VIII.[485] Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.[486] (continued 2)
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Alla parte della suspensione delle offese contro a’ Pisani, come la Vostra Maestà ne ha richiesti; rispondiamo che, per riguardo et reverentia habbiamo havuto sempre a Vostra Maestà, habbiamo sopportate patientemente le incursioni, depredationi et danni grandissimi, che ne hanno lungamente facti li Pisani, et maxime poi che Vostra Maestà partì da Pisa; li quali, con il favore delle vostre genti che sono dimorate a Pisa, et con lettere patenti finte della Vostra Maestà, et alcuni in habito di araldo, hanno constrecte alcuna delle terre nostre, con simili fraudi, a ribellarsi da noi et darsi a’ Pisani. Et ultimamente intendiamo, che il nostro Capitano era in Livorno, è stato cacciato di decto luogo et venutosene per impeto de’ Pisani, con consentimento di chi vi è per la Vostra Maestà; et così ce ne troviamo spogliati con dispiacere grandissimo di questa Città et popolo. Le quali exorbitantie non potendo, in alcuno modo, questo popolo più sopportare; existimando maxime questi sinistri et malvagi portamenti de’ Pisani essere contro la mente et intentione di vostra Maestà, per essere quella optima, justissima et Christianissima; et non havendo li Pisani havuto alcuno rispecto a l’honore d’epsa, mentre quella procurava il ben loro; et noi insino ad hora, havendo observato quanto la Maestà Vostra ne havea richiesto; siamo stati constrecti, per conservatione dello honore nostro, et per la indennità de’ nostri sudditi, pagare li Pisani della medesima moneta.
Delle genti d’arme che erano sotto la condocta di Messer Francesco Secco, delle quali la Maestà Vostra ne richiede; habbiamo dispiacere grandissimo non poterne servire la Vostra Maestà, sanza grandissimo pericolo et ruina nostra; perchè, trovandoci in guerra et co’ Pisani et co’ Sanesi, et non havendo a pena tanta gente che ci basti per difenderci, et havendo, oltre ad ciò, qualche altro sospecto da stimare et temere molto più; non ci possiamo in alcuno modo privare delle decte genti, perchè facendolo, ne seguirebbe la destructione nostra; et alla Maestà Vostra, per essere piccolo numero, farebbono poco proficto. Et, però, supplichiamo la Vostra Maestà, si degni haverne per excusati, acceptando le excusationi nostre; perchè, come liberamente li concedemo la persona di Messer Francesco, così anchora le haremo concedute le sue genti di arme, se non conoscessimo manifestamente il pericolo nostro; ad che siamo certi la Maestà Vostra, per la sua bontà et clementia, vorrà havere riguardo, come a suoi observandissimi et fidelissimi, che così veramente ci reputiamo.
Ex Palatio nostro. Die VIII Julij 1495.
XX. (Vol. I, pag. 344 e 369.) Tre lettere inedite del Savonarola a Carlo VIII[527]
1ª. (Tradotta dal francese.)[528]
Rex in æternum vive. Non è molti giorni che scripsi lettere a vostra Christianissima Corona, per le quali vi dimonstrai, non dovevate più dubitare che la mano dello Omnipotente Dio, et non vostre forze, vi ha condocto in Italia et ridocto fuor di quella et liberatovi da e’ gran pericoli de’ vostri adversari et inimici contrari di vostra salute. Et, havendo io da parte di Dio predecto queste cose, non doveva Vostra Corona più domandar segni per credere alle parole mia; facendovi certo, Cristianissimo sire, che mai scrissi a vostra Corona, se non quanto mi è stato comandato da Cielo. Considerato, adunque, quanto Dio vi ama, et come ha spetial cura di Vostra Corona, degnandosi avvisarvi di quello avete affare, per darvi gloriosa victoria in tutte vostre imprese et augumentare il regno di Vostra Excelsa Signoria; da parte, adunque, dello Omnipotente Dio, di nuovo scrivo a vostra Cristianissima Maestà, che la fede promessa ai Fiorentini observiate, et restituiate le cose loro, et più diate loro reputazione et fidatevi di lor fedeltà, raffrenando vostri servitori dalle lor male e perverse opere. Et, facendo così Vostra Cristianissima Corona, da parte di Dio vi prenuntio e prometto che vi darà vectoria, et tanto regno quanto vostra Cristianissima Maestà vorrà, e faravvi glorioso in tutto el mondo; ricordando a’ Vostra Corona che, per non aver voluto credere insino al presente, ha gustato el male el quale vi ho predecto. Avisandovi di nuovo che, se almanco adesso crederete et observerete le sopradecte cose che vi ho prenuntiate, arete tutto el ben et gratie che da parte di Dio vi ho pronuntiate et promesse.
La ragione è questa: che essendo Dio inclinato più alla misericordia che alla justitia, et affar più presto ben che male alla sua creatura; et se, non havendo observato quello vi ho pronunziato da parte sua, havete gustato el male che lui ha mandato; certo molto più dovete credere che, observando quello vi ho decto da sua parte et pronunziato, harete etiam molto più presto el bene da lui promesso. E tanto più dovete servar[529] quello che per me, suo inutil servo, vi comanda; quanto siate affar questo obbligato, et facendolo non potete far male; affermandovi che se, facendo questo, non harete di poi quello da parte sua vi ho promesso, son contento che mai più mi crediate. Gratia Domini nostri Iesu Christi et potentia majestatis ejus, tecum. Domine mi rex, fiat, fiat.
2ª (Tradotta dal francese).
Rex in æternum vive. Lo omnipotente Dio, el quale regge et governa le creature inferiori per le superiori, illumina prima de’ misteri della sua Chiesa li angioli superiori per li quali, dipoi, inlumina li inferiori, et per li inferiori li homini li quali ha electi, per li quali finalmente inlumina tutto el resto della sua Chiesa.[530] Et come li angioli inferiori credono alli superiori, et li huomini et ministri di Dio alli angioli inferiori et a tutte le sue Scripture et principii; così vuole che li huomini credino alli suoi propheti, quando sono dalloro inluminati. Et quelli li quali hanno semplicemente creduto alli servi di Dio, del lor credere ne hanno reportato utilità, honore et gloria, et col regno temporale hanno acquistato il regno eterno. Ma quelli che non hanno voluto credere sono stati da Dio reprobati, et hannovi perso non solo la vita et le cose temporali; ma anchor le eterne, et di loro sono scripte cose vituperose.
Christianissimo Sire, le mie parole decte a vostra Corona non son mia, ma di Dio. Priego pensiate ben quello che il re eterno si è degnato di farvi noto, et che si sforzi[531] di observarle; perchè le parole di Dio non cadranno in terra, come è scripto: Cœlum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt. Christianissimo Re, li vostri Fiorentini vi hanno dimonstro la lor fedeltà, essendo stati patienti insino a questa ora nel fuoco et nell’acqua; et nientedimancho Vostra Maestà non ha renduto le cose loro, et per questo stanno in grandi angustie. Dio ha molto per mal questa cosa, perchè le lacrime de’ suoi servi sono venute dinanzi alla sua maestà, et ha cominciato a farne qualche dimonstratione verso di Voi. Vi priego, adunque, che non vi lasciate tirare nè svolgere a chi vi consiglia male; et che vostra Maestà observi li pacti, non tanto alli Fiorentini et a me, quanto acciocchè Dio non si adiri et non ritiri in tutto a se la mano. Et ancho vi ho scripto come sono stato spirato, un’altra volta.[532]
3ª. (Scritta in italiano.)
Rex in æternum vive. Dolendomi assai delle tribolationi le quali son sopravvenute a vostra Cristianissima Maestà, non mi son potuto contenere non vi scriva quel che Dio mi ha spirato per la vostra salute. Christianissimo Sire, la man del Signore la qual vi fece vectorioso in Italia, di nuovo vi ha guardato et custodito da grandissimi pericoli con molta misericordia; et sapendo vostra Corona che el Signor si è degnato, innanzi alla victoria di Napoli, farvela predire per el servo suo inutile; acciocchè intendessi questa victoria esser venuta dallo Omnipotente et non per vostra virtù; et non havendo voluto conoscer questo, vi ha facto predire dal medesimo servo le difficoltà le quali avevi a sopportare, per la incredulità vostra, per li peccati vostri et delli vostri servidori; acciocchè, verificandosi tutte le cose come il servo suo vi ha prenuntiato, non cerchiate più altri segni; ma crediate alle sua semplici parole et facciate tutto quello el quale vi ho prenuntiato da parte dello eterno Dio.
Vedilo qui quel che vi ho predecto, cioè: la rebellion de’ vostri popoli et le gran contrarietà che havevi a havere da vostri adversari. Dal che non crediate essere stato liberato per le vostre forze; ma solo per misericordia di Dio, mediante le orationi le quali habbiamo facto per conservation di vostra corona. Di nuovo, da parte di Dio vi pronuntio che, se non crederete, et non observerete a’ Fiorentini di restituir le cose loro, et non rafrenerete e’ vostri servitori dalle lor male et perverse opere; vi darà maggior tribolatione che non è stata questa. Nella quale se sarete ostinato et non vorrete humiliarvi; io vi prenuntio da parte sua, che Dio rivocherà la vostra electione da questo ministerio al quale vi ha electo suo ministro, et eleggerà un altro. Ma se crederrete et observerete la fede a’ Fiorentini, rendendo le cose loro et dando lor reputatione, in quel modo che altre volte ho scripto a vostra Christianissima Maestà; et se tracterete bene e’ popoli vostri, gastigando e’ captivi et exaltando e’ buoni, Dio vi darà un’altra volta victoria, et tutto il mondo non vi potrà resistere, et regno et impero vi darà quanto vorrete. Vostra Christianissima Corona, adunque, pensi bene le mie parole, et non presti audientia a quelli li quali non intendono el divin consiglio, nè cercan la gloria tua, sire Cristianissimo, ma la loro et il lor proprio bene. Io pregherrò Dio che inlumini el vostro core, acciò non habbia più a piangere le vostre tribulationi, come pianse Samuel propheta la reprobazione di Saul re d’Israel.
XXI. (Vol. I, pag. 344.) Lettera del Savonarola a Carlo VIII in data del 26 maggio 1495.[533]
Rex in eternum vive. Alli giorni passati, scrissi in vostra lingua cose molto necessarie, per conservatione di vostro stato et signoria, della quale perchè ne ho gran zelo, non sono stato contento delle prime lettere, maxime che in questi tempi non vanno bene sicure; et perciò nella presente replicherò il medesimo in vostra lingua, acciò che vostra Cripstianissima Corona possi meglio intendere le mie parole. La charità di Dio, et il desiderio di suo honore, mi stringe a amare vostra Corona, alla quale porto tanto più affetto, quanto son certo che, infra li altri principi Cristiani, Dio vi ha electo a essere suo ministro in questo misterio della rennovatione della sua Chiesa, cominciata in questo tempo. Et per questo son constrecto qualche volta scrivere a vostra Maestà; acciò che vi avvertischa di quello che è necessario per salute di vostra Corona: et per ciò, Sire inclito, desidero pensiate, l’onnipotente Dio far le sue opere sapientissimamente, con li debiti mezi; intanto che li predestinati, de’ quali non è da dubitare che non habbino a conseguitar la salute, niente di mancho non li conduce per la via di vita eterna, se non per mezo della sua gratia et delle buone opere, secondo che San Pietro li excita dicendo: Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem faciatis, cioè: sforzatevi di fare che, per mezzo delle buone operazioni, la vostra vocatione sia certa.
Per ciò vi è necessario, Cristianissimo Sire, essendo electo da Dio, a observare a’ debiti mezi; altrimenti vostre opere non harebbon buon fine. Avisando, adunque, vostra Corona come quel medesimo Dio, sol vostro Dio, (che nel tempo passato mi ha inluminato di vostro advenimento in Italia et della victoria che vostra Corona ha havuta et ha a conseguire, se farete quello che al presente vi prenuntio, da parte dello onnipotente Dio);[534] mi ha monstro certo, che se vostra Corona non farà che vostri baroni et ministri si portino altrimenti che infino al presente hanno facto; et se non tenghono altri modi, Dio ritirerà a sè la mano et faravi rebellare e’ popoli et darvi molte tribolationi et contrarietà. Il che sarà causa che enterrete con vostro exercito in grandi et diversi pericoli; perchè inanzi alla divina Maestà non basta che vostra Corona habbi bona volontà, et non operi niente di male, se e’ non corregie e’ suo subditi, acciò che e’ non venghino a opprimere et fare extorsione a’ popoli et città. Ricordandovi, Cristianissimo Sire, come Saul fu facto primo Re d’Isdrael et, per la inobbedienza di non observare e’ debiti mezi, fu reprobato dal regno; et, però, vi scrivo da parte et comandamento dello onnipotente Dio, et exorto vostra Corona, che in tal modo non tradiate e’ Fiorentini vostri fedeli servidori, et nolli lasciate offendere; ma facciate lor bene, nel modo et forma che per tre altre lettere ho[535] scripto a vostra cristianissima Corona; mosso non da loro, ma sol da Dio inspirato; non per lor bene principale, perchè questo niente mi appartiene, per esser forestiero; ma per bene et di vostra Corona et di sancta Chiesa, et principalmente per lo onor di Dio grande che ne ha a resultare, che è quello che più d’uno core stringe. Et quando altrimenti facciate, non solo resulterà male a vostra Corona; ma gran disonore.
Dicesi per tutto che fate male a’ vostri amici, non obstante che non creda sia di vostra intentione, ma solo de’ vostri Baroni e’ quali non vi dicono el vero, ma cercan più el propio utile che el ben et honor di vostra Corona. Et se vostra Signoria havessi messo in esequtione quello vi dissi, dico di inanzi vi partissi di Firenze;[536] già havesti tutta Italia a vostra devotione, et la gratia di tutti e’ popoli, in modo che tutti vi desidererebbero dicendo; Benedictus qui venit in nomine Domini. Sappiate, Cripstianissimo Sire, come a Dio piace che e’ Fiorentini sien bene tractati da vostra Corona, maxime havendo con quella patti, conventioni et capitoli; perchè contro a Sedechia Re di Jerusalem parla el Signore, per non havere observato e’ pacti a Nabuchdonosor, el quale non dimancho era infedele, perchè Ezechiel, al XVII cap. dice: Qui dissolvit pactum, nunquid effugiet? Vivo ego, quoniam juramentum quod sprevit et fœdus quod prevaricatus est, ponam in caput eius.
Christianissimo Sire, ricordatevi quello che a bocca vi dissi et scrissi per lettere; come el popol fiorentino è tutto franzese et sempre, per el tempo passato, è stato fedele di Casa di Francia el reale servidore di vostra Corona, excepto piccol numero el quale, contro alla volontà di tutto el popolo, si sarebbe forse acostato co’ vostri adversarii. Et quando, cristianissimo Sire, diate favore et reputatione a questo popolo, meglio conoscerete lo amore et affectione che portano a vostra Corona; imperò che se, in tante adversità che ha al presente, quando[537] è excitata la ciptà da e’ vostri adversarii con gran promissioni a lasciarvi, vi è non dimancho fedele, et sforzasi di fare argento ed aiutarvi; quanto più vi sarà fedele, facendovi questo et meglio, quando la tracterete bene et daretegli reputatione fra e’ popoli di Italia? Perchè essendo fra tutti e’ popoli di Italia vostri amici et confederati, maxime per le nostre predicationi; non dovete dubitare che e’ saran di vostra Corona una reale et gran fortezza, in mezo di Italia, a tutte vostre imprese; perchè fra tutti e’ principi et popoli di Italia, solo e’ Fiorentini vi son rimasti fedeli, e’ quali a vostra Maestà portano vero et naturale amore.
Notificandovi, christianissimo Sire, come sarete fortunato, se crederrete che la volontà di Dio è (et per suo comandamento vi scrivo, come e’ vuole) che non sol non facciate male a’ Fiorentini, ma bene; et diate reputatione a questo nuovo governo et reggimento, et non ad alchun privato cittadino, perchè e’ privati cittadini cerchono el proprio commodo, et non el bene di vostra Corona nè di lor republica; et sarebbono e’ primi a separarsi et partirsi da voi, chripstianissima Maestà, quando e’ potessin trovar mezi et modi d’apicharvela. Et per ciò, potete conoscere questa esser la volontà di Dio;[538] et bene che molte promesse sien facte per le altre potentie di Italia a questa inclita Città; tamen considerate come insino al presente tempo, nessun segno o acto di amore, amicitia o benevolentia si è dimostro inverso di loro, nè alchuno effecto; et siate certo che non si è partita nè mai si partirà da vostra christianissima Corona, mediante le nostre predicationi et exortationi. Considerate che in tante loro adversità dalle quali, chripstianissimo Sire, con una sola parola li aresti potuto liberare et non lo havete facto; niente dimancho, per questo non è restato che e’ non sieno stati fermi nella fede di vostra Corona, il che non harebbon potuto fare, se non per instinto di Dio et divina inspiratione; et harebono potuto uscire de loro amore naturale verso di vostra Corona, se lo onipotente Dio miracolosamente non li avessi guardati et custoditi. El quale vuole che stieno uniti et colleghati con vostra Maestà et voi con loro, et sotto vostra insegnia, protectione et favore vuol che sia ampliata et magnificata la lor libertà et Signoria, et non di alchun particular cittadino. Imperò che la Divina Bontà ha disposto et deliberato, per tutto mandare a terra e’ tiranni et privati cittadini e’ quali volessino usurparsi el dominio et principato, o farsi capo di questa florida republica fiorentina, come pel passato è stato, perchè questo nuovo et popular governo et reggimento è stato facto da Dio et non da huomo alchuno, et però vuol che e’ vadia innanzi.
Onde, cripstianissimo Sire, se non observerete questo, da parte di Dio vi dico et pronuntio queste vere e fedelissime parole, le quali dovete notare con gran diligentia, cioè: che si adirerà con voi et daravi molte adversità et non vi darà vectoria, come insino al presente ha facto; et manderavi tante tribulatione, che alla fine sarete constrecto di fare per forza, quello che insino al presente non havete voluto far per amore: Eius, enim, voluntati, nemo potest resistere. Et la causa è, perchè ha electa questa città et halla ripiena di sua servi, et ha deliberato, al tutto, et disposto di magnificarla et elevarla sotto la vostra protectione, conservatione, et per le vostre mani, et a vita, se vostra Corona vorrà; perchè qui tangit illam, tangit pupillam oculi eius. Et dicovi etiam più, cripstianissimo Sire, da parte dello onipotente Dio che, se muterete modo (il che insino a qui non avete facto), et che trattiate bene la città di Firenze, vi darà presto vectoria et, per mezo di sua potenza, vi farà aquistar gran Regno; et e’ popoli saranno a divotione et obbedienza di vostra Corona; et, come per lettere vi ho avisato et scripto, el popol fiorentino vi sarà sempre reale et fedele; et in mezo di Italia vi sarà, come l’ànchora in mezo la nave; et sarà una cosa medesima con vostra cripstianissima Maestà, quando darete aiuto et favore alla republica fiorentina, el non a huomini et ciptadini privati et captivi, e’ quali non caminon rectamente inverso Dio nè inverso vostra Corona.
Hovvi scripto la volontà dello onipotente Dio, et da sua parte; et quel vi ho scripto è la verità; et, se vostra maestà non farà quello li ho scripto et decto dapparte di Dio, li averrà senza alchun dubio tutto quel male che li ho pronuntiato dapparte di sua divina Maestà. Ma se farete la divina volontà, di tractar bene e’ Fiorentini et li altri popoli con molta misericordia (come è obligo di vostra Corona et d’ogni altro principe); non habbiate paura, perchè Dio mi ha inluminato che da sua parte vi pronuntii, che tutto el mondo non vi potrà nuocere et, quando bene tutta la potenza dello universo fussi congregata contro a vostra chripstianissima Maestà, non vi potrà far male alchuno. È adunque, sacra Corona, el vostro bene et el male nelle vostre mani, secondo vi ho prenuntiato in verbo Domini. Per el quale priegho vostra inchlita Signoria che, per viscera misericordiæ Dei nostri, et per la grande affectione et amore che porto a vostra cripstianissima Corona in Chripsto Jesù, che non vi lasciate altrimenti consigliare, perchè quello vi scrivo è vero come l’evangelio; et tutti li altri consigli son contrarii a tutto el vostro Stato, a ogni vostro bene et propria vostra salute.[539]
XXII.[540] (Vol. I, pag. 373.) Lettera di un agente segreto del Moro.
Illmo et Exmo mio Singularmo. Hoggi, che è el giorno di Carnevale, se è facta qua una festa, alla quale non se ricorda che mai in Firenza ne fusse facta una simile; et è facta per opera di Frate Hieronimo de Ferrara, nel modo infrascripto. Videlicet: sono circa 20 giorni, chel dicto Frate exortoe tutto questo popolo, a volere fare che li suoi fanciulli facessino li altari per le vie, ponendovi sopra la imagine del Crucifixo, et dopoi domandare elimosine per li poveri vergognosi: per la qual cosa, quasi in ogni canto de via per Firenza, era uno altare dove dimorava gran turba di fanciulli, com le bazinelle[541] in mano, chiedendo denari per li poveri vergognosi. Ed ereno tanto importuni, che con faticha si poteva passare per la via, se non seli daseva qualche quatrino, et maxime le femine, et più alle giovene che alle vecchie; perchè il dicto Frate così gli haveva proponuto et ordinato. Et tenevano bastoni lungi in mano; acciò non passasseno, se prima non pagavano qualche cosa; cum la quale arte hano ragunato circa 300 ducati. Et dopoi dicto Frate, hoggi, ha fatto fare una processione a dicti fanciulli, li quali erano circa il numero de X mila; et li maggiori non passavano li 14 anni de etade; de anni 6 fin in 9, gene era circa 4m.[542]
Fenno prima dire una messa in la Ecclesia magiore, cum grande solennità; et dopoi dicti fanciulli, separati a quartero per quartero, cum le trombe avanti, in processione, gridando: Viva Christo; andorno alla Nuntiata et a molte altre ecclesie, et all’ultimo a Sancto Martino, a presentare dicti denari, acciò si dispensano a li poveri vergognosi. Questa è stata la festa che oggi se efacta a Firenza, alla quale concorreva tutto el popolo per vedere.
El dicto Frate ha pubblicato volere predicare tutta questa quadragesima, perchè dice havere havuto licentia del Sommo Pontefice.
Alla Illma Sª Vª humelmente mi raccomando, la quale prego Dio mantenghi lungamente in felice stato. Florentiæ die 16 febbruarii 1495.
Ejusdem Illme Dominationis vestræ, humilis servitor
Paulus de Somentiis de Cremona, Cancellarius.
(Fuori)
Illmo. Principi et Eccellmo. D. D. Lodovico Marie Sfortie Duci Mediolani, Domino meo singularissimo. Mediolani cito.
XXIII. (Vol. I, pag. 408.) Poesie di Giovanni, sarto fiorentino.[543]
1.
Nesuno lodi l’uomo se nol pruova, Perchè molti in proferte sono amici, E molti cittadin cerchan gli ufici, Drento in Firenze, e non è chosa nuova. Anchora assai assai se ne truova, Che non voglion lasciare le pendici, Nè vedere in volto e’ lor nemici; Ma rubare in Firenze ben gli giova. E per lor patria non vogliono affanni, Ma starsi in pianeline lieti e sani, In chappuccio e ’n mantello chon be’ panni; E non si churan vinciere e Pisani, Come fa el famoso Piergiovanni, Ed il nobile Anton de Chanigiani, Che presso e lontani, Anbo e dui se ne vanno di puntino, Ove gli manda el popol fiorentino. E s’i’ non è latino, Questo verseggio col buon naturale Ch’è meglio che un solo accidentale.
2.
Chi non ama suo patria con gran zelo. Da le’ non merita aver grande honore: Questo ch’i’ parlo qui, fia el vangelo Di san Giuanni con sommo valore; E s’i’ son vecchio chol chanuto pelo, Però i’ do di questo el ver sapore, E dicho e chonfermo giustamente Che chi ama sua patria ben prudente, Non debba rifiutar chosa nesuna, Chella sua patria nelle man gli dia; Ecchi questo non fa, male raduna La sua maladetta fantasia. Qui non vi mostro il sole pella luna, Ma in favore della patria mia Parlerò qui d’alchuno cittadino, Che non ama el gran popol fiorentino. E quando è fatta a loro la lezione D’andare in alchun luogo di periglio, Loro si fanno al giocho del fellone Non si curando punto el gran giglio. Però qui dicho chon chiara ragione Che chi none ubidiscie el gran chonsiglio, E stie dove lo manda, fuori o drento, Privare si vorebbe in u mumento. Chi star non vole a ubidienza È maladetto daddio e dal mondo. Però, famoso popol di Fiorenza, Quando chol tuo Chonsiglio ben giochondo, Da’ gli ufici chon tua potenza, Chi gli rifiuta mandagli nel fondo, E ma’ più non gli dar tuo fava nera: Or nota questa chiosa bene intera. Così chantando, mie rima ragiona Del mie Firenze che aspetta e roia;[544] Ello imperadore in persona, È giunto a Milan per darci noia; E mentre questa chosa attorno suona, El Fiorentino chon solenne gioia Sentì, cho modo superbo e villano, Chome lo ’nperadore è a Milano, Chondotto lì dal Ducha e i Veniziani, Mostrando allui che Talia[545] bella Presto si dare’ nelle suo mani, No rimanendo città e chastella Che nollo segua per monti e per piani: E chon questa speranza montò in sella, E presto se ne venne in verso Sena, Guidato chome matto da chatena. In questo tempo morì Pier Chapponi Qual era in champo degnio chommessaro. Allora e’ Fiorentini superni e buoni Fecion pensieri chon magnio riparo, Mandarne un altro di gran condizione, Ricco d’ogni vertù e non avaro, E darlo per chompagnio a Piergiovanni,[546] Istato commessaro ben du’ anni, Reggiendo chome anchudine al martello, Non estimando periglio o disagio. E mentre che di lui qui favello, Real chonsiglio si fecie in Palagio, Di fare un commessaro tutto snello; Eperò chon misura vanno adagio, Sentendo la venuta de’ taucci,[547] Che del venir bisogni che si crucci. Or mi bisogna tornare a Firenze, Che molti giorni fecion gran chonsiglio, Adoperando molte sapienze, Per volere salvare el magnio giglio;[548] E finalmente chon magnificienze Preson partito chon alegro piglio, Di fare un commessar sanza paura, Che fussi riccho e pieno di misura. E finalmente e Signori e Chollegi, Chol valoroso numer degl’Otanta, Chonsiderando agl’uomin bene egregi, Preson partito, come proprio chanta El verso mio, che mostra e’ pregi Del popol fiorentino che non vanta, Ma fa cho’ fatti ogni gran chosa bene. Ora nel mie chantar dirlo chonviene, Chome d’ottobre proprio, a giorni sei, Fu fatto chommessaro gienerale, Nel millequattrociento novanzei, Anton de Chanigian tutto reale,[549] Padre de’ buoni e nimicho de rei; Lo quale è doppio[550] d’ogni naturale, Ornato e di virtù e discrezione; Nimicho a morte del pinzocherone. El quale ben prudente e moderato, Montò a chavallo chon perfetto amore, Perchè della suo patria è sviscerato; E però vie chavalcha con furore, Per mantener di Firenze lo Stato. La Lega non teme nè ’nperadore, Questo famoso Anton de Chanigiani, Ispecchio ver de’ Fiorentin sovrani. Lo qual prudente, chon gran vigoria Al Ponte ad Era n’andò ben sovrano, Non dubitando della gran balía De’ Veniziani o Ducha di Milano. Chosì, chon giusta e retta fantasia In chanpo stae, chome qui parliano, Non dubitando della Lega grande, Che l’ali inverso Pisa male spande, Perchè à sete di pigliar marzoccho;[551] Però mandan lo ’mperio[552] a Livorno, Credendo a quello dare scarcho roccho. E chi v’è drento velocie e adorno, Trattò lo ’mperadore chome scioccho, In modo tale che fecie ritorno Inverso Pisa, pieno di vergognia, Chome fa l’uomo che in vano sognia. Chosì tornando, sanza fare acquisto, Lo ’nperadore n’andò inverso Vicho;[553] Allora el Fiorentino ben provisto, Mandò in Val di Nievol, chom’i’ dicho, Alchun degnio guerrier di virtù misto, Fra quali ben v’andò, chom’i’ ripricho Qui nelle rime valorose e pronte, Come v’andò Rinuccio degnio chonte.[554] Allor lo’ nperadore chon prestezza, Imediate si misse affuggire, Perchè chonobbe la sua matezza, Che nella Italia lo fecie venire. Chome re di Francia, lu’s’aprezza, Credendo chome lu’ farsi ubidire; Dipoi assagiando el Fiorentino, Si misse in fugga come huom meschino Così interverà a ciascheduno Che vorae Firenze superare. Iddio bene il mostra non digiuno, Perchè ognuno si possa saziare, Che Firenze gentil, prima che gnuno, Debba sopr’alla terra gierminare. E mentre questi versi chiaro feci, Drento in Firenze si ferono e’ Dieci; E fatto fu Antonio di Simone De valorosi e veri Chanigiani; Però n’andoe chome vuol ragione A ritrovare e’ chompagni sovrani. Preso l’uficio chon gran discrezione, Rimase cho’ chonpagni bene humani, E però bene ornato e tutto chiaro, Piergiovanni[555] sol fu commessaro Di tutto quanto il fiorentino chanpo,[556] Chome cholui che è tutto reale, E ma’ nel mondo non farebbe incianpo. Or sendo chommessaro gienerale, Chome dragone menava gran vanpo Per vinciere el Pisano, ma reale Nelle cholline di Pisa n’andoe. Or udirete quel che sequitoe, Benchè di punto non dirò la storia, Perch’i’ non vidi ciaschuna battaglia; Ma dalla lungha senti’ la vettoria Del magnio chommessaro di gran vaglia. Anchora vore’ fare gran memoria, Mostrando de’ soldati la puntaglia, A parte a parte sichondo ragione, Mostrando el nome ella chondizione D’ogni soldato che serve marzoccho. Ma prima vore’ dir de’ chondottieri, Parlando in salato[557] e none scioccho, D’ogni gran chonestabil volentieri; Ma prima quel ch’adopera lo stoccho Mi pare di parlarne più mestieri, E po’ che modo gientile e mirabile Nominerò ciascun chonestabile. Però a ciaschedun soldato mostro Che sanza el loro aiuto, far non posso La charta biancha nera chollo inchiostro, Perchè da povertà i’ son perchosso, E quando cholle rime i’ ben giostro. Rompo e’ panni ch’io porto adosso, E molte fiate mi mancha el vitto, E questo è ’l proprio ver com’i’ ò scritto. Or su, or su, or su, soldati mia, Date aiuto amme chon grande amore, In modo tal, che la mia fantasia Iscriva ben di voi a tutte l’ore. Chosì prometto, con gran leggiadria, Di lasciar tutta l’arte del sartore E fare questa storia insino al fine, Po’ che son prese tutte le cholline. Dimostrerò el modo ella forma Della presura di ciaschun chastello, Perch’i’ non voglio che marzoccho dorma Nè nessun suo soldato magnio e bello; E però chon amor sequirò l’orma D’ogni chondottier, chom’i’ favello, E d’ogni chonestabil dirò anchora Cho rima ben pulita, alta e dechora. Ora qui mostro il champo che si parte, Vinto di Pisa ciaschuna chollina, In modo che’ figlioli del gran Marte Vanno alle stanze con somma dottrina, De’ quali empiere’ dumila charte, Cho rima bene ornata e peregrina, Non dire’ ma’ de Pisani gl’inganni. Or torno al commissaro Piergiovanni, Rimasto chommessario sol soletto, Partito el degnio Anton de Canigiani, Huomo gientile nobile e perfetto: Ormai non vo’ più che s’alontani El mie chantare, che mostra in effetto Chi vende el sipolchro a pagani, Che fu el Pisano del sangue di Giuda, Chome la rima mia par chonchiuda. Or mancha Vicho, Cascina e Pisa Da ripigliare, chome qui vi parlo; Bench’io qui chonoscha alla ricisa Ch’anchora non verrà l’ottavo Charlo, E sella Lega grande ne fa risa, Io rido dillei e posso farlo, Perchelle ha auto pocho onore E valuto nello lo ’nperadore. Hora qui finirò el chantare honesto A onta e dispetto de’ tiranni, E onor di Firenze rubesto, E del buon chommessaro Piergiovanni Sichondo, terzo, quarto, quinto e sesto Istato chommessaro, senza inganni; E mai non à fatto ignuna fralda[558] E qui finischo la storia salda. Finis addi 31 di dicembre 1496. Io Giovanni nè ser nè messere, Ma sarto fiorentino sono adesso; Ecchieggo a ogni dotto, miserere D’ogni fallanza ch’i’ ò qui chomesso.
3.
Quasi e’ più vorebon l’uova monde, E vorebono el torlo e non l’albume; Quest’è el pinzocheron di mal chostume, Che va chol collo in sen facciendo l’onde; E sempre suo malizie ben naschonde, Mostrando di piata un largo fiume, E schoprire l’altar nascoso, e lume, Cholle sue choscienze tutte tonde; E ride chon teco, chome chosa iscioccha; E setti fidi ti piscia po’ i’ mano. Io dicho qui zara a chiunche toccha, O prete o frate o secholare strano, Sia chi vuol, che non terrà la boccha Al popol fiorentino alto e sovrano. Questo veggo ciertano, Che chi al popol vorà porre il freno, Chadere lo vedrò in un baleno. Ma Giesù Inazereno, Sia sol quello che chonducha al porto Ogni Fiorentin chol suo chonforto.
4.[559]
A questo modo bisognia che ’npari L’uomo che vuol volare sanza l’ali, Chon pocho senno e mancho danari; Però bisognia che ’l Pisano chali, Cho ferri a piedi giù nella sentina, Po’ ch’è stato cagion di tanti mali. Ella famosa patria fiorentina, In alia stae chome bel falchone, Ella Lega niente lo domina, Nè teme lei nella suo quistione; Però non creda nessun sottoposto Uscire delle branche al gran lione; E chillo inganerà, tornerà tosto, A suo dispetto, sotto el suo artiglio, Chome Cristo superno à ben disposto. Che ’l valoroso e trionfante giglio, Nel fine superi ogni suo nimicho, Per volontà d’ogni divin chonsiglio: E se Vinegia chol sir Lodovicho Credesin ne lor fine prosperare, E’ son n’un grande eror chom’i’ ripricho. Or mi bisognia, alquanto, ritornare Al mal Pisano del diavolo roccia Che gli bisognia sottoposto istare: Chome fae ’l pulcin sotto la chioccia, Chosì stara’ el Pisan traditore, Mal somigliando lo re d’Antioccia. Pur à speranza che lo inperadore Liberi Pisa chogli ebrei taucci,[560] Lo quale in Talia aqquista poch’onore; Però bisognia che nel fin si crucci Chon chi l’ha messo nella pazza impresa: Non sono stati luchesi o meucci[561] Ch’or ànno questa matta ragnia tesa; Ma sono stati el Ducha e Viniziani, E’ qua’ ruineranno alla distesa. Chome son ora e malvagi Pisani, Che stanno sottoposti[562] degli schiavi, Anzi inchatenati chome chani. E però, sottoposti, state savi, E non tentate mai la fortuna Che chon giustizia afonda molte navi; Però, nesun si volti chome luna, Che d’ogni mese si fa nuova e vecchia; E però buon lettore qui raduna Lo ’ngegnio tuo, e porgi qui l’orecchia Chome mie rima di punto l’accienna. Or qui nel pistoiese ben ti specchia Che sta ben saldo e punto non tentenna, Però impara chontado e distretto. Or chiamo Dante che diacie a Ravenna; Chiamato, lui mi mandò choretto[563] El gran Petrarcha, chon Giovan Bocchaccio. Quando i’gli vidi, presi gran diletto, E lor di fatto mi preson pel braccio; Allora io pieno di temenza, Lì mi trovai legato cho lor laccio, E però dissi chon grande avertenza: O lumi veri d’ogni humano lume, Nati nel vero circhul di Fiorenza, Chon dolcie modo e chon dolcie chostume, Chome chonviensi a ogni buon cristiano. Allora l’uno e l’altro ben prosume Che ’l mio ingegnio non è sì sovrano, Che possa ogni chosa recitare; Pure ogni uno mi strinse la mano, E chomincioromi a dimostrare, Che ’l bel chonporre sì non era mio; Ma era di Giesu che non appare A l’uomo iniquo, maladetto e rio; Esse l’uom sa el preterito e ’l presente, El foturo sa solo el vero Iddio. I’ credo bene che spessamente Lui rivela alchun suo sagreto, Perchè si predichi a l’umana giente:[564] Ora ciaschuno qui chol volto lieto, Non che d’ogni tempo è alchun profeta;[565] Io qui chollo ingiegnio iscrivo e mieto El frutto di Giesu chon faccia lieta, Perchè dua poeti chon buon zelo M’hano chiarito la chosa sagreta. Dettomi ciò, tornaron nel gran cielo A dimorare cho gli angioli buoni; Ed io vecchio chol chanuto pelo, Chonposi questo cho mie gran sermoni, Chom’io scrivo benignio e chortese, Proprio in Pistoia, chome parragoni El verso mio che mostra palese Del mese di novembre chon valori, Chom’io vidi a tredici del mese Undici degni pieni di sprendori; Ma dua apresentavon la gran possa De’ Fiorentin: quest’erono e’ retori, Chon un gonfalonieri in prima mossa, E’ qua’ di punto qui nomineroe A ciascheduno ch’è in charne e ’nossa, Cho l’alma insieme, chome mostreroe, Cho mie velocie e trionfante rima Or è quel tenpo ch’i’ dichiareroe E primi degni di pregio e di stima, Qua’ sono una choppia di Bernardi Ornati di vertù in parte prima. El primo e principal ch’i’ vo’ che guardi, Qual è de Pistolesi chapitano E chommessaro, cho’ tutti è riguardi. Quest’è de’ Nasi gientile e sovrano, Vero rettore, sanza usar malizia, E ma’ nel mondo non fe’ chosa in vano. Di po’ lo segue, pieno di giustizia, El famoso Bernardo Chanigiani, Figlio del buon Simon, choe s’inizia Cho’ versi mia gientili e sovrani, Che or dirano e’ nomi de Signori Del seggio pistolesi, tutti humani. Or porgiete gli orecchi, buon lettori, Chom’i’ chomincio al gonfalonieri, Ornato bene di tutti sprendori: Chosì cho versi valorosi e fieri, Preghiamo sempre Iddio checciaiuti. Ora vi mosterò qui volentieri Pagolo gientil de’ Ben Voluti; Di poi, degli Ambruogi Antonmaria Vidi giochondo, cho’ modi saputi; Drieto lo segue chon gran leggiadria, El nobile Bernardo de Ciellesi; Doppo allu’ vidi fralla Signoria Giovan Chiariti, chome ben chonpresi; Di po’ Giovan di Nichola di Baldo Vidi de’ signior Perolaciesi. Chosì scrivendo, chollo ’ngiegnio chaldo, Vidi di Pier di Lenzo Federigo; Po’ vidi anchora, valoroso e saldo, Tre altri siri, chome proprio rigo; Fra qua’ chonobbi Giovan Chantunsanti. E mentre el mio ternale bene sbrigo, Isquadro ben, cho’ mi’ occhi galanti, El valoroso e degnio Atto d’Andrea; Di poi, risguardando più avanti, Chol mio ’ngiennio che chiaro vedea, El buon Guglielmo di Nanni Mazzei. E mentre la mie rima ben premea E’ versi dolci nimici de rei, Pur aggio ben chiariti tutti a nove, Chome tu, buon lettore, intender dei, Dalle mie rime che son fatte nuove, Pel popol pistoiese ben fedele, Chome si vede nelle lor gran pruove. Or torno a Pagol di mastro Michele, E al gran Nicholaio Bracciolini, Ch’ognuno andò al popol non crudele, Inbasciador pe’ Pistoiesi fini. Omai qui chiarire ben vi voglio Chome Bernardo di Giovan Nutini Lì mi provide sempre d’ogni foglio, Chome huomo gientil tutto da bene. Mentre ch’i’ scrivo un pocolin mi doglio Di quel ribaldo pazzo da chatene, Che mi ruboe e’ versi primai, E quali ora mi danno gran pene; Anzi mi danno affanni e gran guai, Perch’io non ò a mente tutti e’ nomi De’ Dieci e de’ Collegi. Or noterai E’ versi mia, che parano domi Dalla mia superbia e della stizza; O pure el mio ’ngiegnio vuol ch’i’ tomi, E per la retta via mi dirizza; Acciò ch’i’ mostri qui, chon dolcie amore, Che più la voglia chel saper m’anizza. Or torno a Firenze, di sprendore Quanto posso ornato e volentieri, Perchè piatoso el veggo a tutte l’ore. Ora mi par che ser Filippo Ghieri Teneva di Pistoia il gonfalone, Quando fu fatto il solenne pensieri Di mandare a Firenze cho’ ragione, A chonfermare e’ chapitoli loro;[566] Chonfermi questi, chon gran discrezione, El magnio pistoiese, alto e dechoro, Tornò a chasa benignio e chortese. Di po’ tornato, sanza far dimoro, El valoroso popol pistoiese Fecier in Pistoia una grande alegrezza E questo fu a tredici del mese, Drento in Pistoia chon gran gentilezza, Nel mille quattrocento novanzei, Del mese di novembre, cho’ larghezza: E questo vidi ben chogli occhi miei, Prima la magnia e grande precissione, Che chonsolava e’ buoni e anche e’ rei; Perchè fu fatta chon gran divozione, Chon tutto el solenne cherichato, Tanto che ’n terra venne san Zelone. Di poi vidi el gran duomo parato, Cho’ chose ricche d’ariento e d’oro; Po’ vidi el gran sa’ Jachopo smaltato, D’argiento fino, chon degnio lavoro: E questo vidi propio la mattina. Po’, dopo desinar, sanza demoro Si chominciò chon vertù ben divina, Chom’io mostro gientile e reale, Tutta la festa da sera e divina, La quale nel cielo impirio tutta sale: Chosì ciaschuno chon dolcie maniera, Facievan festa tutta trionfale. E quando fu aparito la sera, Le tronbette sentì cholle canpane, Tanto tremavo insino alla pantera. Di poi archibugi e cierbottane, Tanto pareva nuovo Mungibello, O ver Livorno cholle gienti strane.
5.
Qui ben dimostro, acchi à gran dottrina, Com’ò fornito el presente ternale, Per onor di Pistoia alta e reale, Dov’ogni gran giustizia ben domina. E mai la lealtà in lor declina, Anzi si fa gagliarda e trionfale; Però chonfermo gientile e morale, Che Pistoia è tutta fiorentina. I’ dicho e’ preti, e’ frati, e’ secolari, Sono ischorporati di marzoccho; E per marzoccho fanno ogni ripari, Chol senno, cholla lancia e chollo stoccho; E però Pistoiesi none avari, Per vostra fedeltà el vero loccho; E non chome iscioccho, Honoro voi cholla faccia lieta, Sichome sarto e non chome poeta. Anchor el mie pianeta, Non vuol che questa chosa punto do....; Però vi priego che si getti in f....[567] Io Giovanni nè Sere nè Messere, Ma sarto fiorentino sono adesso; Ecchieggo a ogni dotto miserere D’ogni fallanza ch’i ho qui chommesso. Finis, a dì 30 di novembre 1496. LAUS DEO.
6.
Così fec’io, Rinuccio guardando, Per misurare e’ sua giesti e modi, Che veniva soave parlando, Sicome fanno gl’uomini ben sodi, Che vanno le parole misurando, Che son serrate chon semila nodi, Sichome quelle di Rinuccio sono: Or ritorniamo qui col mie ragiono. Anime chello aspettavo proprio al passo, Chome fa quello chassalta la strada, Che si naschonde ponendosi basso; Chosì fa la mie mente che non bada; Per rimirar Rinuccio non m’alasso, Perchè altri che lui non mi agrada. I’ dicho di parlarne in questo punto, Ch’a diciassette di luglio son giunto, E sono in domeniche mattina, Posato a una Vergine Maria, Ch’è presso a Monte Lupo ben vicina: Dove passando la suo Signoria, Ben chavalcando chon somma dottrina, Parlando ben chon somma leggiadria, Col chommessaro de’ gran Fiorentini, E questo fu Chosimo Bartolini. Chosì passando, ragionando bene, Tutto mi soddisfece nella vista; Però iscrissi chon rime ben piene, E dissi: chostu’ grazia sempre acquista Cholle suo squadre filicie e serene; Honoron suo virtù ch’è tutta mista D’ogni gran lealtà, sanza misera; E ben lo mostra qui ogni suo schiera, Adorne bene d’uomini gagliardi, Che son di tempo, tutti ben quadrati. Anchora doni fè, dolci risguardi, Sie ne gran chavagli ismisurati, Che mai nella battaglia saran tardi; Anzi sarano e’ primi adoperati, E sol di lor temono e’ Pisani, E similmente fanno e Veniziani. El[568] suo nome fa tremare Pisa, E fa tremare tutti e’ Lucchesi; Infino a Serezana alla ricisa, Sento che triema per ogni paesi; E marzoccho robusto ne fa risa, Po’ ch’à Rinuccio cho’ frati chortesi, Ornati figli del gran chonte Antonio, Ch’ognuno in fatti d’armi è bene idonio, E fieno in champo a giorni diciotto Del valoroso e gran mese di luglio. E chome giugnerà Rinuccio dotto, Li faranno e’ Pisani gran garbuglio, Perchè loro diranno al primo botto: Questo sarà u’ lungo gazzabuglio, Lo quale ci darà una gran pena, E peggio anchora se s’achorda Siena; Però di molti chontradi abbiano De’ gran soldati, di più chondizioni: Anchora fieramente dubitiano Del valoroso e francho Pier Chapponi, Che non farà ma’ nulla che sie’ nvano.[569] E presto si vedranno e’ paragoni, Perchè abbiam gabbato errè di Francia; Però daremo el tratto alla bilancia, Perchè marzoccho di Francia non teme; Ma Francia teme bene di marzoccho, Che non si acchordi chol malvagio seme,[570] Che presto ciercha dare schaccho roccho Al mal Pisano, ch’ha messo el suo speme In mano al Veniziano chome iscioccho: E’ Fiorentini son francha cholonna E Pisa è sottoposta e non madonna. Ormai, credo in champo giunto sia El famoso Rinuccio da Marciano, Chon suo fiorita e magnia chonpagnia; El signior Piero gientile e sovrano Cho’ lui s’arma chon gran vigoria: Chosì scrivendo, mai m’alontano Dalla gran verità ch’à sommo lume, E ’l mie Rinuccio la tien per chostume. Signior Rinuccio, techo alquanto parlo, Ben che mai dattè pocho mi parto; E quel ch’i’ fo chon amore vo’ farlo; E s’io di puntino none incharto, Qui credo el mio tempo giusto darlo; E se i’ sono un poveretto sarto, E non diciendo dotto, i’ me ne doggo, E ma’ da tal dolore non mi scioggo. Pure i’ spero di venire in champo, A vedere choll’occhio e cholla mente, E poi chomporrò cho’ maggio vampo E’ fatti d’arme mi vedrò presente; E s’io cholle rime male inciampo, Amme perdoni el mie Signior piaciente; E sì m’accetti cholla faccia lieta, Sichome sarto e non chome poeta. Rinuccio, in senpiterno mi ti lego, E domiti per servo alla mie vita; Però Signiore non mi far ma’ niego, A quel ch’i’ chiego a tuo virtù infinita. Chosì chantando humile ti priego, Ch’amme no’ niegi la mie chiara gita, Che passare non vuole tuo persona, Chome mie rima di punto ragiona. Signior, di me non è gran maraviglia Si t’amo chome francho paladino; Perch’i’ vidi dinanzi alle mie ciglia, Tutto el magno popol fiorentino, Amare te e la tuo gran famiglia; E questo fede el magnio cittadino, E finalmente ogni popolano D’achordo, si tale son chapitano (sic). Disposti bene ne l’anime loro, Di farti chapitano in ogni modo, Perchè non cierchi argiento nè oro, Nè anche machinasti di far frodo; Però marzoccho farà far dimoro, Chome fie ’l tempo valoroso e sodo, Lo scietro ti darà chollo stendardo, Per onorar tuo sangue alto e gagliardo. I’dicho quel ch’i’ so, e non istimo, Se non le chose giuste e bene honeste; Chosì chantando chon amore, rimo Questi versenti chon gioie e chon feste, Bench’i’ so’ chiaro, ch’i’ non sono el primo, Che chanto cholle rime magnie e deste, Della tuo gran virtù che ’n giovinezza T’ha presa a sichundar chon gran fierezza. Signior Rinuccio pien di discrezione, I’ mi ti rachomando humile pio; Perchè s’appressa el tempo ella stagione, Che.... o ne vero, char signor mio, Per.... star presso al tuo padiglione; Però mi rachomando chon Dio, A te Rinuccio valoroso e snello E similmente a ogni tuo fratello. Finis a dì XVIII di luglio MCCCCLXXXXVI.[571] Io Giovanni nè Sere nè Messere, Ma sarto fiorentino sono adesso; E chieggo a ogni dotto miserere, D’ogni fallanza ch’ò qui chomesso.
XXIV.[572] (Vol. I, pag. 356-7.) Un breve di papa Alessandro al Savonarola.
Alexander PP. VI. Fratri Hieronymo Savonarolæ Ordinis Prædicatorum.
Dilecte Fili, S. et Apostolicam benedictionem. Inter ceteros Vineæ Domini Sabaoth operarios te plurimum laborare multorum relatu percepimus: de quo valde lætamur et laudes omnipotenti Domino referimus, quod talem gratiam in humanis sensibus præbuerit. Nec dubitamus te ex divino Spiritu, qui gratias immortales distribuit, et posse in populo Christiano verbum Dei seminare et fructum centuplum lucrifacere. Quemadmodum, proximis diebus, per tuas literas hujus te animi atque propositi esse intelleximus, idest, ea te in tuis prædicationibus populo indicare quæ servitutis Dei esse cognoscis. Et quum nuper populo nobis relatum est, te postmodum in publicis sermonibus dixisse: ea quæ futura nuncias, non a te ipso, aut humana sapientia, sed divina revelatione dicere; idcirco cupientes, sicut nostro pastorali officio competit, super his tecum loqui et ex ore tuo audire, ut quod placitum est Deo melius per te cognoscentes peragamus; hortamur atque mandamus in virtute sanctæ obedientiæ ut quamprimum ad nos venias. Videbimus enim te paterno amore et charitate.
Datum Romæ apud S. Petrum sub annulo piscatoris, die 21 iulii 1495, Pontificatus nostri, anno quarto.
B. Floridus.
XXV. (Vol. I. pag. 362.) Risposta del Savonarola.
Fratris Hieronymi Savonarolæ Ordinis Prædicatorum Alexandro PP. VI. Responsiva.
Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Etsi majorum semper mandatis obtemperandum esse novi, cum scriptum sit: «qui vos audit me audit;» scio tamen eorum potius mentem quam verba pensanda. Vn. in. t. sign, ex-d.[573] rescriptis, ut tenet Sanctitas Vestra, ex textu Alexandri III antiqui antecessoris vestri rescriptum ad Archiepiscopum Ravennatem in hunc modum: «qualitatem negocii, pro quo tibi scribitur, diligenter considerans, aut mandatum nostrum reverenter adimpleas, aut per literas tuas quare adimplere non possis rationabilem causam prætendas; quia patientes sustinebimus, si non feceris quod prava nobis fuerit insinuatione suggestum.» Ego igitur, qui dudum cupio visere Romam quam nunquam vidi, ut limina Apostolorum Petri et Pauli et aliorum Sanctorum reliquias ac beatitudinem coram venerari queam; majori nunc succensus sum desiderio ex occasione mandati sanctitatis Vestræ, quæ minimum vermiculum ad se vocari dignata est. Tamen quia plura obstare,[574] causas illi rationabiles in præsentia affari conabor; ut sciat me necessitate non voluntate detineri, quominus paream mandatis a me libentissime ac reverenter susceptis.
Primum igitur vetat corporis infirmitas, febris scilicet et dissenteriæ, quas modo passus sum; deinde propter assiduos corporis et animi æstus, pro hujus civitatis salute hoc præsertim anno subsceptos, adeo stomacho, ceterisque vitalibus membris debilitatus, ut aliquid laboris amplius tolerare nequeam; quin imo a prædicationibus et studiis ipsis abstinere oporteat ex consilio medicorum, quorum atque aliorum omnium communi sententia, nisi opportunis remediis me curandum tradidero, brevi mortis periculum incurram. Cum civitatem hanc a non mediocri sanguinis effusione et a multis aliis noxiis, mea opera, Dominus liberaverit et ad concordias legesque sanctas revocaverit, infesti facti sunt mihi tam in civitate quam extra iniqui homines. Cum cives tum alienigenæ sanguinem humanum sitientes, qui extollere cornu suum, et in prædam atque servitutem civitatem hanc occupare ardentissime affectabant. Et opinione sua frustrati, vehementissime mihi irati, odio habuerunt me gratis: sæpe quoque nunc veneno, nunc gladio in perditionem meam aspiraverant, ita ut, extra limen sine custodibus, tute ferre pedem non possim. Atque ideo, ubi me ad Regem Francorum contuli, licet fidissima custodia munitum; non passi sunt hii cives, qui rempublicam suam diligunt, me suæ jurisdictionis limites transferri. Et quamquam in Domino confidam, tamen, ne tentare Dominum videar, debitas cautiones non contemnendas judicavi; cum scriptum sit: «si vos persecuti sunt in unam civitatem, fugite in alias.»
Insuper nova hæc civitatis reformatio quam Dominus operatus est, infirmas adhuc radices habet; et, nisi quotidie roboretur et alimentetur, facile, anhelantibus pessimis hominibus, detrimentum et eversionem incurret. Cum itaque, judicio omnium prudentium et bonorum virorum, discessus meus maximæ jacturæ huic populo et modice histic utilitatis foret; credo Sanctitatem vestram exigui temporis dilationem non moleste habituram, dum hic cœptum perficiatur opus, cujus gratia hæc impedimenta, ne proficiscar, nutu divino accidisse credendum certus sum: non enim est voluntas Dei ut ad praesens hinc abeam.
Spero autem brevi tempore adfuturum, quo ex voto Sanctitatis vestræ, Romam cum ampliori apostolatus ipsius satisfactione venire me licere. Quod si forte, nunc de rebus futuris circa Italiæ excidium et Ecclesiæ renovationem, a me publice prædicatis, Sanctitas Vestra certior fieri optat; ex libello quem modo imprimendum curavi, eadem plane scire poterit, et quamprimum perfectum erit opus. Sanctitati Vestræ mittendum, ad eam tradam: ex quo quidquid a me audire possit plenissime accipiet. Nec enim alia quæ in eo continentur mihi profari concessum: sola enim quæ præcepta sunt exposui; quæ autem in arca habenda sunt, nulli mortalium aperiri fas est. Illa autem edere scriptis procuravi, ut constet universo orbi, si minus eadem successissent, me falsum fuisse prophetam; si, vero, juxta pronuntiata evenirent, gratia agatur Deo Salvatori nostro, quod de salute nostra sollicitudinem habere ostendit; ut neminem, si fieri possit, perire velit in æternum.
Demum rogo Beatitudinem vestram, ut excusationes meas verissimas et manifestas admittat; ut sibi persuasum habeat me nihil magis optare, quam eidem parere et obsequi, et non me supra vires meas ulterius gravet. Egomet mihi stimulus ero, cum primum, sublatis justis impedimentis, satisfacere potero ipsi B. V., cui me humiliter commendo.
Ex Conventu S. Marci Florentiæ, ultima julii 1495.
XXVI.[575] Lettera della Signoria al papa, in favore del Savonarola.
Sanctissime et Beatissime Pater, Summe Pontifex.
In rebus perturbatis nostris, nostrisque periculis, nihilque profecto magis relevavit, magisque obstitit ne multo fierent res nostrae in dies deteriores; quam Fratris Hieronimi Ferrariensis præsentia atque opera, opitulante divina clementia, quæ hunc suum ad nos virum præmisit, miserata nostros casus, ne peiora pateremur. Is est, profecto, vir bonus, Beatissime Pater, cuius vita sancta est, inculpabiles mores, religio integra, doctrina admiranda; et quod, præter cætera, rapuit rapitque populum omnem nostrum ad audiendum hunc hominem observandumque, rerum est prædictio futurarum. In quibus, si aberravisset, scissemus ex Deo non fuisse illam prædictionem, sed ex vatis tumore confectam fabulam; ut et Moyses quoque in Deuteronomio populum monet docetque, quibus sit credendum futura prædicentibus. His vero effectum est rebus, ut ingens facta sit, ad hunc diem, eius in urbe nostra auctoritas; non solum quia et privatim et publice favit in rebus afflictis nostris; consuluit, perfecit divine, quamvis sunt nonnulli et fuerunt, qui ejus virtuti invidentes, atque adversantes nostris commodis, nunc vero nostrae saluti multa ad vestram Sanctitatem nefaria detulerunt, ut solent homines perversi ipsi, moribus, facere de bonis viris ipsi iudicium. Sed, nisi fallimur, nos esse debemus locupletiores testes, si apud nos diu aliqua vitæ macula magna cum admiratione virtutis, Deique virtutis, fuerint. Indigemus, Beatissime Pater, indigemus isto Viro Dei, atque eius prædicatione, qua civitatem nostram, ut hactenus et semper fecit, reducat ad meliorem, ut dicitur, vivendi frugem; maximeque ad serviendum Deo viventi. Nihil huic potest accidere populo quod ferat ægrius, quam eius carere prædicatione; nihil gratius quam ipsum audire.
Supplicamus itaque Sanctitati, Clementiæque vestræ, et populus universus noster humillime supplicat, porrigitque omnes præces, ut Pontificia benignitate liceat Fratri Hieronymo edocere, ut hactenus fecit, civitatem nostram, et juvare consilio. Si cum Deo sunt eius omnia opera, si prædicatio divina est, si fructus peperit hactenus in nobis maximos, et quæ, proculdubio maiores quoque in dies pariturus; erit id profecto Deo gratum. Summus autem inde Pontifex, non a nobis modo et populo omni Florentino; sed ab omnibus quoque hominibus meritas laudes gratiamque reportabit. Nobis certe hoc in tempore, dari nihil majus, nihil gratius, nihil acceptius a Sanctitate vestra clementiaque et benignitate potest.
Nos urbem et populum nostrum Sanctitati clementiæque vestræ humillime plurimumque commendamus.
Ex Palatio nostro Die 13 Novembris 1495.
XXVII.[576] (Vol. I, pag. 367.) Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati.
Frater Hieronimus fratri Antonio de Olandia Priori Pratensi.
Venerabilis in Christo pater. Si impetrabitur licentia prædicandi pro me a Summo Pontifice, dabo vobis in predicatorem fratrem Dominicum de Piscia. Excitate ergo fratres et alios devotos ad orandum pro hac causa, quia res habet difficultatem; et si non impetrabitur, nescio qualiter vobis possim sufficienter providere de prædicatore. Ordinabo hic ut fratres post officium in mane cantent «Alma Redemptoris mater etc.»; post vesperas et post completorium consuetas orationes vestras «Ave Regina» et «Recordare.» Faciant etiam dicere post completorium septem psalmos pro hac causa. Ita ergo et vos facite, si vultis habere prædicatorem talem. Credo quod si ferventer oraverimus, impetrabimur a Domino gratias, et fiet magnum animarum fructum etc. Gratia Christi vobiscum. Amen.
Florentiæ, in die Purificationis M.CCCCXCV.[577]
Prior S. Marci.
(A tergo.) Venerabili in Christo patri fratri Antonio de Olandia Ordinis prædicatorum. Priori conventus S. Dominici.
XXVIII. (Vol I, pag. 418.) Tre lettere al Duca di Ferrara.[578]
1.[579]
Ill.me et ex.me Dux.
Io mando alla S. V. el libreto nostro in lingua latina, a ciò che lei l’habia in l’una e l’altra lingua; benchè non sono discrepanti di sententie, se non in certo locho, dove nel latino agionsi certe parole, non però di molta importantia. Vero è che in qualche passo uno serà commento de l’altro. Non mi occorre scrivere altro al presente, se non che io mi riccomando alla Excellentia Vostra. Gratia Domini Ihesu cum Spiritu eius. Amen.
Florentiæ, die 29 octobris 1495.
Fr. Hieronymus servus Ihesu Christi inutilis.
Ill.mo et ex.mo domino domino Herculi Ferrarie Duci etc.
2.
Ill.me et ex.me Dux. Gratia Dei tecum.
Io mando alla Excellentia Vostra el libro de la Simplicità de la vita Christiana anchora inperfecto; tanto è il desiderio mio che la S. V. viva come perfecto cristiano, che io non mi sono curato di essere notato di cupidità di laude, pur che presto veda la patria mia terrena, per virtù di Vostra Excellentia, fare qualche fructo di spirito. Nientedimeno, perchè questa è la prima stampa,[580] e mia intentione è di lassarlo ripossare un pezo, e poi ritocharlo et emendarlo; prego la S. V. e quanto posso la astringo, che per modo alcuno non ne dia copia, nè lo presti ad altri: ma quando alcuno lo volesse vedere, lo lega con la Excellentia Vostra, o ne la camera vostra. E se non mi fidasse in questo ne la V. E., haveria prima chiesta una litera di fede, e poi l’haveria mandato: ma tanta è la fede che io ho in essa, che credo che la observerà quanto li scrivo, insino a tanto che piacerà a Dio di publicarlo. Et se alcuno facesse, legendolo, qualche obiectione, prego quella che si degni per maestro Ludovico da li Carri farmelo a sappere, a ciò che possiamo respondere. E perchè molto si vano appropinquando le tribulation de la Italia, anzi di tuta la Christianità e di tuto el mundo, dipoi le quali verrano le consolatione; conforto Vostra Excellentia ad essere solicita a le cose divine, perchè non habiamo altro rifugio che Dio; e maxime a purgare la città da’ cativi homini, e mettere li officii in mano de li boni, et a loro dare potestà, e torla a li cativi et infami, perchè questi provocano l’ira di Dio grandemente. Noi qui siamo li primi tribulati, e seremo anche li primi consolati. Pensi la E. V. se Firenze, la quale è piena di moltitudine di boni Christiani, e la quale in questo, così in merito come in numero, excede grandemente ciaschuna città d’Italia, è tanto afflicta; quanto seranno tribulate le altre. Dice San Pietro: Tempus est ut incipiat iudicium a domo Dei: si autem primum a nobis, quis finis eorum qui non credunt Dei evangelio? Chi serà amico de Dio riderà in mezo le persequtione; ma guai a quelli che non temeno Dio. Pax et gaudium in Spiritu Sancto sit in corde tuo, domine mi. Amen.
Florentiæ, die 10 ianuarii 1496.
Servus Ihesu Christi inutilis Fr. Hieronymus de Ferr.
Ill.mo et Exc.mo domino domino Herculi Estensi, duci Ferrarie et Mutine etc.
3.
Ill.me et exc.me Dux.
La electione del Ministro de Dio a me è stata sempre monstra conditionata; et insino a questa hora presente non ho visto di lui alcuna riprobatione. Di queste cose non si può pigliare se non tanto quanto Dio dà, et a quello ci bisogna stare contenti. Onde è scripto: Altiora te ne quesieris, et fortiora te ne scrutatus fueris. Et lo Apostolo: Non sapere plusquam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem. Il nostro Signore Dio vuole che noi stiamo in timore et in humiltà; e che si confidiamo in lui, non nelli homini: col quale se noi seremo dacordo, non ci bisogna temere cosa alcuna, dicendo el Spirito Sancto nelli Proverbii: Cum placuerint Domino viæ eius inimicos quoque eius convertet ad pacem. La Excellentia Vestra non imputi a negligentia la tardità del rispondere a quella; ma al desiderio di satisfargli a pieno, per el quale ho facto oratione molti giorni. Hora non ho potuto altramente rispondere che come la lege in questa carta. Gratia et pax domini nostri Iesu Christi sit semper vobiscum, amen. A V. S. mi ricommando.
Florentiæ, die 29 augusti 1497.
Servus inutilis Ihesu Christi Fr. Hieronymus de Ferr.
Ill.mo ac exc.mo domino domino Erculi Estensi, Ferrariæ Duci etc.
XXIX. (Vol. I, pag. 449.) Breve di papa Alessandro VI, col quale si ordina di formare la nuova Congregazione Tosco-Romana.[581]
Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Reformationi et augumento vestræ sacræ religionis, pro ut tenemur favorabiliter attendentes, quæ omnium conditori gratissima, et pie devotioni fidelium accepta est et fructuosa: libenter ad illa intendimus, per quo utiliter et salubriter valeat provideri, quod laudabiliter ritus, mores et observantia regularis in omnibus domibus vestri ordinis, continue vigeat et prosperum suscipiat, adiuvante Domino, incrementum. Huiusmodi, igitur, pio desiderio inducti, ac sperantes quod si Domus S. Mariae de Querqua æxtra muros Viterbienses, S. Spiritus de Senis, S. Catherine de Pisis, S. Sabine de Urbe, nec non S. Dominici de S. Geminiano ordinis vestri, quæ congregationi Fratrum Lombardiæ unitæ et incorporatæ aliquandiu permanserunt, si a congregatione predicta et illius vicarii et prælatorum in presentia separarentur, ac statueretur quod tam predictæ quam etiam alie Domus vestræ, S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Dominici de Perusio, S. Dominici Cortonensis, S. Agnetis Montis Politiani, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Mariæ de Saxo nec non S. Dominici Pratensis, et S. Romani de Luca et S. Dominici Pistoriensis vestri ordinis Domus, et vos nunc et pro tempore degentes in eis, Priores et Fratres, unam aliam congregationem in vicem fratrum Romanæ et Thusciæ provinciæ, ex more dicti ordinis nuncupandam, sub unius proprii vicarii degentium, constituere exinde profecto salubris propagatio ritus et mores observantiæ regularium instituere dicti ordinis domibus, et eorum fratribus proveniret. Præsertim cum dictæ Domus invicem in magna existant propinquitate, et commode a suo vicario visitari, Fratresque in ipsis degentes ad eum faciliter sese conferre, et suis opportunitatibus subvenire possunt, juxta vestrarum seriem costitutionum.
Motu igitur proprio, non alicuius nobis oblate petitionis instantia, sed de nostra mera liberalitate et ex certa scientia, S. Mariæ de Querqua, S. Spiritus Senensis, S. Dominici de S. Geminiano, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe domus, et vos nunc et protempore degentes in eis Priores et fratres, a congregatione predicts Lombardiæ et illius vicarii et Prelatorum obbedientia segregamus et separamus. Nec volumus per hoc detrimentum aliquod sive damnum gravari aut quoquo modo provenire præfatis domibus. Ac etiam apostolica autoritate statuimus, ut de cetero, perpetuo futuris temporibus, tam prefatæ S. S. C. per nos a dicta congregatione separatæ, quam aliæ domus predictæ in dicta Romana et Thuscia provincia consistentes; et vos nunc et protempore in eis degentes Priores et Fratres, insimul unam novam congregationem fratrum regularis vite observande Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupandam constituatis, Magistroque Generali et unius eiusdem congregationis Vicarii obbedientiæ subiciamini, qui hac prima vice, per venerabilem fratrem nostrum Olivierum episcopum Sabinensem, cardinalem Neapolitanum, cum consilio dilecti filii Generalis Magistri Vestri ordinis, pro biennio nunc proxsimo futuro, deputetur; et huiusmodi biennio illasso statim ab officio vicariatus censeatur absolutus, et singulis biennis perpetuis suis temporibus, a prioribus et sociis et aliis electoribus juxta formam Constitutionum vestri ordinis, positam in capitulo de electione prioris provincialis, eligatur: quæ electio per Magistrum Generalem confirmetur nec alius Vicarius possit institui; nisi qui sit per Congregationem prima vice et legiptime electus, ipseque vicarius in dictæ congregationis domos, et illarum Priores et Fratres, pari quam prior provincialis in domos et fratres suæ provinciæ, superioritate, jurisdictione et preheminentia ac potestate fungatur. Et quolibet anno, priores dictarum domorum cum eorum sociis ad congregationem vocare et dictas domos et in eis degentes Priores et Fratres, vel legiptime impeditus per alium in capitibus et membris visitare teneatur et debeat: nec possit in sui Vicariatus officio, finito biennio, quoquomodo confirmari, aut de novo in Vicarium eligi infra biennium, tunc proxime futurum. Nec etiam interim, ab officio sui vicariatus, nisi per eamdem congregationem absolvi, aut eidem congregationi alius qui per congregationem ipsam electus in vicarium vel vice vicarium, sive locum tenentem eius: aut sub quovis alio nomine eiusdem congregationis præfici. Quod si contingat ipsum in vicariatu suo ab hac vita migrare, tunc Prior Domus S. Mariæ supra Minervam vices eius in omnibus obtineat, teneaturque infra menses sex vocare Priores antiquorum domorum dictæ Congregationis, de quorum consilio determinabit quando prefata electio fieri debeat, et quousque alius electus fuerit et confirmatus, eius autoritate in omnibus fungatur. Ipse vicarius tamen et electos confirmet.
Mandamus insuper, et districte precipimus in virtute S. obbedientiæ universis et singulis fratribus ad dictas domos quoquomodo pertinentibus: et qui de dicta provincia sint oriundi ad ipsam Congregationem Thusciæ et Romanæ provinciæ, omni excusatione postposita, illico revertantur; nec aliquis Frater ipsius Congregationis inde discedere possit, absque ipsius Vicarii expressa licentia. Concedimus preterea motu et scientia simillibus vicario, Domibus et Fratribus dictæ Congregationis Romanæ et Thusciæ Provinciæ et qui pro tempore erunt, ut omnibus et singulis prorogativis, privilegiis, gratiis, immunitatibus, et donis ac indulgentiis et indultis spiritualibus et temporalibus congregationi præfate Lombardiæ et illius Vicario domibus et Fratribus per nos in genere et a Sede Apostolica vel alias quomodolibet concessa: et quibus Congregatio predicta et eius vicarii domus et fratres ingenere utuntur, potiuntur et gaudent, ac uti imposterum poterint et gaudere, uti, potiri, gaudere libere et licite valeant. Proinde ac si pro ipsa Congregatione Romanæ et Thusciæ provinciæ, ac illius Domorum vicario et fratribus eque principaliter emanassent, quibus etiam salvis, non intelligatur per ea derogatum superioritati Magistri vestri ordinis Generalis et vestræ in eum subiectioni, non obstantibus costitutionibus et ordinationibus apostolicis, ac dictæ congregationis Lombardiæ, aut alicui ex prioribus et domibus prædictis Romanæ et Thusciæ provinciæ, concessis literis etiam in forma brevis, et privilegiis quibus illa est, si de eis eorumque totis tenoribus de verbo ad verbum, sive quavis alia expressio habenda est et in eis quævis clausulæ derogatariarum derogationis fortiores et insolitæ continerentur in his præsentibus, pro expressis habentes ac vice dumtaxat illis alias in suo loco permansuris. Quoad premissa specialiter et expresse derogamus ceterisque contrariis quibuscunque. Volumus insuper, et præsentium tenore, in virtute S. obbedientiæ districte precipiendo, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna mandamus universis et singulis cuiuscumque conditionis, status, dignitatis, gradus existentibus; quatenus præsentibus nostris literis nullo modo, per se vel per alium, directe, vel indirecte seu quovis titulo aut quesito colore, condicere, sive impedimentum prestare audeat aut praesumat, decernentes etiam irritum et inane si secus supra premissis aliquorum premissorum scienter vel ignoranter a quoquam contingent detentari. Datum Romæ, apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris. Die VII novembris 1496. Pontificatus nostri anno VI.
Dilectis filiis S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Mariæ ad Quercam extra muros viterbienses, S. Spiritus Senensis, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe, S. Dominici de S. Geminiano, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Dominici de Pistorio, S. Dominici de Prato, S. Romani de Luca, S. Agnetis de Monte Politiano, S. Dominici de Perusio, S. Marie de Saxo, Prioribus et Fratribus cum eis degentibus.
XXX. (Vol. I. pag. 355-414.) Lettera del Savonarola al Duca di Milano.[582]
Illme et Excellme Princeps. Visto quanto la Extia V. per sue lettere gratiosamente mi risponde, dico ch’io non ho puncto a dolermi ch’essa habia improbato quello che saria da improbare, quando così fosse, cioè che io aveva dicto absolutamente non essere da obedire al Pontefice; al che repugnano tutti li sacri canoni, secundo li quali io mi sono sempre governato. Secundario, ch’io sia uscito della religione in la quale più presto mi sono[583] sforzato confirmarmi et restringermi, seguendo la vera istituzione dei nostri fundatori. Ma come queste cose sono riferite distorte et non vere alla Excelª V., cusì so gli debano essere porte delle altre vanitate, cioè ch’io abia sparlato di quella, per darmi caricho; et questa fu la causa che me indusse a scrivere a V. Celsitudine, adciò la non si tenesse offesa in alcun modo da me, cum sit ch’io gli sia affezionato, et desideri el ben suo et de tuti gli altri principi Christiani.
Circa la nostra universale amonitione a far penitentia, io non ho a far iudicio particulare; ma essendo la Excelª V. de quelo animo et timore verso Dio, che la scrive, ne ho grande piacere, et cusì la exorto a seguire; et non essendo meglior judice de se, che la coscientia propria, non besogna a quella altro ricordo, se non a fare quanto gli dicta la ragione, et perseverare di bene in meglio; perchè in questo modo Dio la prospererà et conserverà di continuo: et ad epsa mi raccomando.
Ex conventu S. Marci Florentiæ die XXV Aprilis 1496.
Servus Jesu Xti
XXXI. (Lib. III, Cap. VI.) Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del Savonarola.[584]
1. Canzone prima, senza titolo.
O anima cechata, Che non trovi riposo; Tu se’ da Dio odiata, Pel tuo viver vitioso; Jesu Cristo tuo sposo Tu hai perduto. Non chiedo aiuto, Nè pace nè mercè: Omè omè omè. Tu senti forse..... segni, A Prato e a Bibona; E perchè tu non degni Di credere a persona, La mente tua è prona A ogni vitio. Ecco el supplicio Che presto vene a te: Omè ec. Vidi l’Italia in guera, E la charestia grande; La peste Idio dissera, E suo iudicio expande: Queste son le vivande De la tua vita Cieca e smarita, Per la tua pocha fè: Omè ec. Astrologi e Propheti, Homini docti e sancti, Predicatori discreti Tan predicti i tuo pianti; Tu cerchi soni e canti, Perchè sei, stolta, Nei vitij involta. In te virtu non è: Omè ec. De mille gratie e doni Che Dio ha conceduti, E quanti pensieri boni Nel cor ti suon venuti, Quanti divini aiuti; Ma tu ingrata, Sei obstinata E ne laccidia se’: Omè ec. Ricori a Jesu Cristo Et a la madre pia; Lassa el costume isto E la tua mala via; La Vergine Maria Piena di gratia, Mai non si sacia Pregar Idio per te: Omè ec.
2. DE ASCENSIONE DOMINI JHESU.
Questa Acquila gentil che se disparte, Et al Ciel va del suo triompho altiera; Poi che passata havrà la quarta spiera, So che in la quinta non staria cum Marte. E se io me fido ne le sancte carte, Di tanto honor l’octava non se spiera; Ma de lo empyreo vargarà ogni schiera E prenderà la più beata parte. Spirto gentil de la Cita superna, Che fai, oimè, che pensi, hor mai che miri? Questa è pur nostra altissima speranza. Homo è (chil nega?) e tutto el ciel governa, E tal triompho porta di Martyri, Che ogni splendor di Cherubin avanza.
3. DE ASSUMPTIONE VIRGINIS MARIA, AD FRATREM JOANNEM DE ASCLA, ORDINIS PRÆDICATORUM.
Questa celeste e gloriosa Dona, Che al mondo già parea si pocha tera, Ogi so ben che va sopra ogne spera: Così fra noi la Chiesa ne ragiona. Quel che la fa di Seraphin Madona, Che da lei prese humana carne vera, E tutto el Ciel discende, a schiera a schiera, Per fagli honor e dargli la corona. Qual gloria, qual triompho, o dolce frate, Si fa del peregrino suo salire, Ne lalto Ciel da quei legiadri spirti? Felice quel, Regina, che po’ dirti Un hymno dolce qual, io non so dire, E po tochar le vesti toe beate.
4. L’ANIMA TEMPTATA CONFORTA SE MEDESIMA.
Giù per la mala via Lanima mia ne và. S’ella non ha soccorso, Presto morta sarà. El Demonio l’angana, Con la sua falsità; El senso le promette Ogni piacer che ha; El mondo anchor l’anvita A far la........... L’anima mia temptata Or chi laiuterà? Aiutate meschina, Col don che Dio te dà. Tu hai libero arbitrio Che meritar ti fa; Ricorri a Jesu Cristo, Conficto in croce sta: Se tu ’l preghi humilmente La gratia li darà. Habbi fide e speranza Che forte ti farà: Tu non puoi esser vinta, Senza tua voluntà: Più potente è la gratia, Che ogne adversità: Pensa ben de la morte, Che presto ne verrà: Contempla un po’ l’inferno, Pien de penalità: Risguarda el paradiso, Con sua giocundità: Accenditi in fervore, Pien d’ogne carità; E poi ogne faticha, Più lieve ti parrà. Iesu tuo dolce sposo, Alhor t’abraccierà, Darati il bacio suo Pien di suavità. L’arra di vita eterna, La mente gusterà; Giubilo contento e festa Il tuo cor sentirà; Cantando amor amore, Amor soma bontà. Va, dunque, per la strada Che Dio mostrato t’ha. Laudando un solo Dio In Sancta Trinità.
5. DE L’AMOR DI JESÙ.
Ben venga amore, Ben venga amore, I’ ti sento nel cuore. Pensando la tua gratia Di venir in me vile, L’anima mia si sacia Di te, amor gentile. Deh! fammi esser humile, Per tua gratia et honore. Ben venga amore ec. Rinfrescha a la mia mente Li tuoi gran benefitij; Acciò ch’io sia fervente In tuti i sancti officij, Deh! spengi li miei vitij, Col tuo lume e splendore. Ben venga ec. Quanto più ti contemplo, Iesu, dolce mio padre, Più fai del mio cor templo, Con tue gratie leggiadre; Per la tua vergin madre Perdonarne ogne errore. Ben venga ec. Tu sei mio padre e Dio, Tu sei mio bon fratello, Tu se’ lo sposo mio, Tu se’ l’amor mio bello; Tu sai che tu se’ quello Ch’io chiamo a tute l’hore. Ben venga ec. Come può star la sposa Senza te, dolce sposo, Se non trista e penosa, Con l’occhio lachrymoso: Iesu mio gratioso, Donami el tuo fervore. Ben venga ec. A te honor e laude, Altro non so me dire; Per te l’anima gaude; Tu se’ mio dolce Sire: Non mi lassar morire Senza te, dolce amore. Ben venga amore ec.
6. IN NATIVITATE DOMINI.
Ecco il Messia, Ecco il Messia E la madre Maria. Venite, alme celeste, Su da gli eterni chori; Venite e fate feste Al Signor di Signori; Vengha e non dimori La somma hyerarchia. Ecco il Messia ec. Venite, Angeli sancti, E venite sonando; Venite tutti quanti, Iesu Cripsto laudando E gloria cantando, Con dolce melodia. Ecco il Messia ec. Patriarchi venite, Venite festeggiando; Levata è via la lite, Chacciato v’ha di bando; E venite lodando La vergine Maria. Ecco il Messia ec. Venitene, propheti Ch’avete prophetato, Venite tutti lieti; Vedete che ’l gli è nato, Et a nui è donato El piccolin Messia. Ecco il Messia ec. Pastori pien di ventura, Che state vui a veghiare? Non abiate paura, Sentite vui cantare, Correte ad adorare Iesu cum matre pia, Ecco il Messia ec. Vui el trovarete nato, Fra el bue e l’asinello, In vil pani fasciato, E già non ha mantello: Ingienochiativi a quello Et a Sancta Maria. Ecco il Messia ec. E’ magi son venuti Da la stella guidati, Con loro richi tributi, In terra ingienochiati E molto consolati, Adorando il Messia. Ecco il Messia ec.
7. ALLA BEATA VERGINE.
Vergene, tu mi fai, Orando, a te venire; Perchè non resti mai Per me pregar el Sire: O carità, somma pietà; Chi non ricorre a te, Niente fa. Io vego chiaro e vero, Che ogn’omo è orbo e cieco, E pargli el biancho nero Chi non s’acosta techo. O charità ec. Tu sei certa speranza Di tuti gli hom mundani; Ch’in te non ha fiducia Si vol volar senza ale. O charità ec. Se ’l non fusse el to’ fructo, Noi saremo damnati; Ma gli è el tuo figliol tucto Che c’ha recomperati. O charità ec.
XXXII. (Lib III, Cap. VI.) Deliberazioni della Signoria circa la libreria dei Medici.[585]
1.
Die XXXI mensis Augusti 1495.
Item dicti Domini simul adunati etc.
Habita notitia, qualiter in ecclesia sancti Marci de Florentia fuerunt et sunt nonnulla volumina variorum auctorum, et multa et varia in se continentia, et multum notanda, utilia profecte atque optime emendata, quae olim fuerunt Laurentii de Medicis et eius hæredum, sive eorum alumnorum et pedagogum ac preceptorum; et iudicantes Domini predicti, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa habere, retinere ac custodire penes se et in palatio dicte dominationis, tanquam memorie digna et notabilia, ac fere singularia; idcirco servatis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc., omni meliori modo etc., deliberaverunt:
Quod omnia illa volumina librorum, cuiuscumque generis, qualitatis, quantitatis vel maneriei sint, et quorumcumque auctorum, que a venerabili religioso patre priori Sancti Marci de Florentia,[586] domino Georgio Antonio Vespuccio proposito fiorentino, domino Marsilio[587] et domino Olivierio canonicis florentinis, domino Joanne Victorio de Soderinis, magistro Laurentio de Lorenzis et domino Lascari greco, et aljs eligendis per sindicos dictorum de Medicis; electa, excerpta et designata erunt pretiosiora et digna memoratu ac custodia secundum eorum iudicium, deferantur et deferri debeant quanto citius fieri potest in et ad palacium dominationis. Ibidemque, facto prius de eis claro et aperto inventario, custodiantur, clausa in uno cassone sive armario, vel alio loco ydoneo, ad id commodato in dicto palatio pro custodia et manutentione ipsorum, de quo loco extrahi minime possint, nisi precedente deliberatione et partito Dominorum pro tempore in officio existentium, sub pena indignationis dictorum Dominorum etc. Mandantes, etc.
2.
Die XVIIII mensis Octobris 1495.
Item dicti Domini simul adunati etc.
Attendentes quodam partito et deliberatione, per eos factis, sub die XXVI mensis septembres proxime preteriti, de quibusdam voluminibus librorum existentium in ecclesia Sancti Marci de Florentia, que fuerunt olim Laurentii et Pieri de Medicis, et que fuerunt, ad petitionem et instantiam dictorum dominorum, de dicto conventu ad latus ad palatium et domum[588] dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis; et alijs visis et consideratis, in dicta deliberatione et partito contentis; et considerantes dicti Domini, dicta volumina librorum esse variorum et diversorum auctorum, et multum pretiosa, et varia in se continentia, et multum notanda, utilia et fere singularia atque optime emendata, que olim fuerunt Laurentij de Medicis et eius heredum; et iudicantes dicti Domini, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa conservare et illorum custodiam et curam gerere, tanquam memorie digna notanda ac fere singularia; idcirco dicti Domini, servatis servandis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc.; omni meliori modo etc., deliberaverunt etc.
Quod omnia illa volumina librorum cuiuscumque generis, qualitatis, quantitatis vel maneriei, et quorumcumque auctorum sint, videlicet que revera erant dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, que ad presens sunt in domo dicti Pieri de Medicis; et tam illa que de ecclesia sive conventu Sancti Marci fuerunt extracta et ad domum dicti Pieri de Medicis, cuiuscumque generis et maneriei existant; debeant consignari et deponi in dicto capitulo et conventu venerabilium fratrum Sancti Marci, tanquam in tutiori loco, et apud religiosos viros honeste et laudabilis vite et sanctitatis, et de quibus omnibus, una cum alijs libris qui remanserunt in dicto conventu, qui non fuerint adlati ad domum dicti Pieri, debeat fieri inventarium, quanto citius fieri potest, cum ydoneis et fide dignis testibus; cuius quidem inventarij unam copiam debeat retinere (una cum libris dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, qui remanserunt in dicto conventu, antequam inde delati fuerint ad domum dicti Pieri) penes se Vexillifer iustitie, qui pro tempore fuerit; aliam vero dicti fratres capitulum et conventus Sancti Marci predicti. Que omnia volumina stare debeant in dicto conventu, loco depositi, et ad petitionem dictorum Dominorum et eorum qui pro tempore erunt et tamquam obligata et ypotecata, pro infrascripta quantitate pecuniarum dictis fratribus capitulo et conventui; deinde extrahi nullo modo possint, sine partito dominorum et collegiorum et duarum partium ex eis pro tempore existentium.
Et quoniam dicti fratres, capitulum et conventus, per medium quorumdam civium, commodaverunt, sive gratuite mutuare fecerunt officialibus Montis comunis Florentie summam et quantitatem florenorum duorum milium largorum de grossis, pro necessitatibus ipsius comunis, quam quantitatem commodare sive mutuare fecerant ipsis officialibus Montis pro tempore et termino unius anni proxime futuri; idcirco, dicti Domini deliberaverunt quod, per dictos officiales sive pro tempore existentes, debeant dictis fratribus, capitulo et conventui, sive illis quibus dictis fratribus capitulo et conventui visum fuerit, solvi et reddi dicta quantitas florenorum duorum milium largorum de grossis, dicto comuni sic mutuata, hac lege et conditione, quod si infra dictum tempus et terminum dicti anni, non fuerit per eos ad quos pertinebit de dicta quantitate florenorum duorum milium, dictis fratribus, capitulo et conventui, vel dictis hominibus et personis quibus visum fuerit dictis fratribus capitulo et conventui, integraliter solutum et satisfactum de dicta summa et quantitate quod tunc, et eo casu, et lapsu dicto anno, et postea quandocumque liceat dictis fratribus, capitulo et conventui, quandocumque illis visum fuerit, de dictis libris vendere tot et tanta volumina quod eis satisfiat usque ad integram satisfactionem dictorum florenorum duorum milium de grossis, vel de eo minus de quo minus restarent creditores; facta tamen primo dictis Dominis, qui pro tempore erunt, requisitione et protestatione dicte venditionis per dictos fratres, capitulum et conventum per XV dies ante dictam venditionem et, elapso dicto anno quandocunque et facta huiusmodi venditione, dicti fratres, capitulum et conventus teneantur facere dicto comuni Florentie finem generalem etc. Mandantes etc.
3.
Die XXIIII mensis Januarij 1496.
Prefati Domini simul adunati etc.
Attendentes qualiter, sub dic xviiii mensis Octobris 1495, vel alio tempore veriori, per tunc magnificos Dominos populi et comunis Florentiæ, fuit facta certa deliberatio occaxione librorum, qui olim fuerunt Laurentii Pieri de Medicis, qui exportati fuerunt, ut dicitur, de dicta domo olim Laurentii, ad Conventum Sancti Marci de Florentia; quod dicti libri tandem remicterentur, et exportarentur, et reducerentur ad eamdem domum, unde fuerunt extracti: et attendentes, quod postea dicti libri et volumina librorum devenerunt ad manus fratrum Capituli et Conventus Sancti Marci de Florentia predicti, cum certis conditionibus pactis et modis, et inter alia quod dicti fratres et seu alius vel alii, pro eisdem fratribus, mutuarunt officialibus Montis gratis et amore florenos 2000 largos de grossis, per tempus et terminum unius anni, tunc proxime futuri, et cum pacto quod, elapso dicto anno, dicti fratres vel alius et seu alij pro eis, possint eisque liceat vendere de dictis libris, tot et tantos, quod ipsi possint sibi ipsis satisfieri et consequi et habere dictos florenos 2000 largos de grossis: et hoc post xv dies a die notificationis factæ per dictos fratres, elapso dicto anno, Dominis civitatis Florentiæ pro tempore in officio existentibus, prout predicts et alia plura, sic vel aliter plenius et latius dicuntur contineri in dicta deliberatione et partito, ad quam et contentos habeatur relatio.
Quapropter prefati Domini, obtento inter eos partito, secundum ordinamenta et omnibus servatis etc.; auditis, tamen, prius duobus ex fratribus dicti Conventus Sancti Marci exponentibus, ut dixerunt ipsi Domini, quatenus ipsi fratres vellent rehabere dictos florenos 2000 largos, vel de dictis libris facere ea que continentur in dicta deliberatione, et arbitrantes; predicta debere fieri per eosdem Dominos.
Ideo prefati Domini declaraverunt dictos fratres, capitulum et conventum, paruisse et observasse omnia ea ad que tenebantur, et obligati erant, vigore dicte deliberationis et partiti; et eosdem fratres posse facere et disponere, vendere et alienare de dictis libris, eo modo et forma, et prout et sicut in dicta deliberatione continetur, et scriptum est et apparet, et per dictos fratres nil aliud debere observari in predictis, ac si requisitio et alia, de quibus in deliberatione fit mentio, legittime et debitis temporibus facta esset.
Confidentes de honestate et mira sanctitate dictorum fratrum et eorum gubernatorum etc. Mandantes etc.
XXXIII. (Lib. IV, Cap. I e III.) PROCESSO DI LAMBERTO DELL’ANTELLA.
1.
Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella, per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella scarsella, quando fu preso l’anno 1497.[589]
Eximio Domino e Magnifico mio honorandissimo. Ricevetti la vostra de’ 20 passato, risposta a più mia, e della causa principale più volte scrittavi, mi rendesti risposta. La quale cosa a mio fratello et a me è suta grandissima consolazione, per intendere che habbiamo qualche verso a’ casi nostri; et come dite che io faccia con la penna, così farò et, in tutto, seguirò vostro ordine.
M. Francesco: mio fratello et io siamo di cotesta patria ribelli per un capo solo, e questo si è, per l’amicizia e per le opere fatte verso Piero de’ Medici e fratelli contro questa repubblica; chè di niente del passato ci vogliamo scusare.
Ma non sendo in noi altro peccato, a questo vogliamo riparare, et altrimenti che dir peccavi, ma con l’opere; che se verso loro abbiamo operato una oncia, per la salute loro; vogliamo, per la rovina e ultima loro distruzione, operare cento libbre, ne’ modi e vie che per questa si dirà: ma prima vogliamo intendiate la causa che a questo ci muove.
E prima: da mezzo settembre, sarà un anno in qua, da quella venerabile testa di Piero de’ Medici siamo suti trattati in modo, che non che, sendo noi amici suoi e chiamati da lui come fummo; ma, se fussimo stati i maggiori nimici che havesse havuti in questo mondo, più non ci poteva perseguitare; e per ultimo, il dì del Corpus Domini, addì 25 di maggio, qui in Siena, la notte, nel letto fece pigliar noi e un nostro garzone, e subito fummo incarcerati e messi ne’ ferri. Pure subito ne fummo cavati, perchè fu detto a Pandolfo Petrucci,[590] et a lui n’increbbe, e fececi mettere in un altro luogo dove stemmo pure prigioni, ma più honorevolmente. E quivi stemmo dodici giorni, e più volte, per staffetta, mandò quella iniqua bestia, per farci perder la vita, e farci gittare in un certo luogo che si chiama il Carnaio, che mai più non se ne rivede, se non l’ossa di chi v’entra: si veniva per la nostra fatica e fede; ma tutto volontà di Dio per farci ravvedere.
In capo di dodici giorni, se ne volemmo uscire; avemmo a fare un contratto, dove ci obbligammo M. Alessandro ed io, in forma cameræ, alla pena di f. 2,000, di non ci partir di Siena o del contado, senza licenza e volontà di Pandolfo Petrucci: e tutto fu fatto per sospezione che non ci venissi voglia di vendicarci. E nel detto contratto, M. Alessandro, oltre all’obbligo in forma cameræ, s’hebbe a far procuratore Pandolfo Petrucci a rinunziare il benefizio di S. Romulo, qualunque volte lui o io ci partissimo, senza licenza sua, di Siena; allora lui lo potessi renunziare. El detto contratto fu fatto in prigione, e così in detto contratto si dice che fu fatto in prigione, et come sostenuti a stanza di detto Pandolfo Petrucci, et a lui ci obbligammo, che si mostra forzato.[591] A questa cosa desidererei, Vostra Spettabilità ci facessi intendere, se questo contratto forzato e fatto in prigione, et nomina l’esser fatto in prigione, è valido o no; chè non sendo valido, piglieremo qualche partito.
Del detto contratto habbiamo voluto copia, mai l’abbiamo potuto havere, perchè Pandolfo non lascia.
Questa presente lettera ho fatto pensieri vi presenti la Lisabetta mia donna e vostra sorella; e, benchè lei sia in villa, credo piglierà de’ modi e vie. E se pure non l’appresenterà lei, vedrò farvela dare per mano d’altra persona fidata; e così è di nicissità fare, rispetto che di qualche altra lettera che v’ho scritte di qui, come si sia suto, n’è suto dato qui notizia a Giacopo Petrucci, et è stato per farci male capitare. Ho dubbio che tale avviso non venga da Marco Fantoni, vostro compagno de’ Dieci, perchè la donna di Giacopo è sua sorella o carnale o cugina; per tanto di questa o d’altra abbiate advertenza, come con lui conferite; anzi in tutto da lui vi guardate, et per più conti. Chi vi presenterà questa, richiederà la risposta.
Per venire a qualche effetto et conclusione, e per mostrarvi che mio fratello ed io non vogliamo esser più amici di Piero de’ Medici; anzi in tutto nimici capitali et maggiori che egli abbia in questo mondo, perchè così vuole ragione, chè quanto più il vino è dolce tanto più diventa forte; se si può trovar qualche via o modo, che noi possiamo star costì o nel contado o in qualche luogo che noi possiamo parlare, e non stiamo in pericolo, come al presente facciamo; che qui per rispetto del contratto ci bisogna stare; se altro modo non ci è: pure, se voi et gli altri che reggete e governate cotesto Stato, vorrete, non fo dubbio che non troviate assai modi; chè se questo farete, da noi harete la salute vostra, perchè tutte le sottoscritte cose vi faremo intendere.
E per farci nel principio: vi faremo intendere chi seppe tutta la partita dell’Alfonsina,[592] et chi la servì di danari, et chi gnene mandò poi a Siena.
Costì in Firenze è uno che recò le gioie che mandò la contessa a l’Alfonsina, prima si partissi di Firenze l’Alfonsina; et sappiamo chi gli è e chi le detti loro, cioè alla contessa o all’Alfonsina; che questo tale servì poi a molte cose come intenderete qui di sotto.
Farovvi intendere di due che servirono di qualche centinaio di fiorini Piero e Giuliano, per la impresa che fece poscia col Sig. Virginio.[593]
1º Se ritroviamo quello che portò le gioie sopraddette, che credo di sì, perchè so il nome e so di chi gli è huomo et quello che gli fu dato dalla Contessa e dall’Alfonsina; troverete per suo conto molte cose, perchè più volte è venuto a parlare a Piero et all’Alfonsina dove sono stati, et massime quando il Sig. Virginio era con Piero, recò una lettera che la vidi io. Chi se la scrivessi non so; ma la sollecitava Piero che passassi innanzi, et Piero rispose et la risposta vidi: di modo si può appresso interpetrare chi la mandassi, considerato di chi è uomo et quello che diceva la proposta et la risposta, che tutto so. Ma havendo lui, come credo sia facile haverlo, tutto si intenderà; e non potendo haver lui, si può havere il principale, perchè per molti altri capi è impaniato, come al tempo potrete intendere.
2º Farenvi[594] intendere chi sconosciutamente de’ vostri cittadini è venuto a parlare con Piero, e di più d’uno, et più volte, e dove e quando, e di qualcuno il dì appunto.
3º Farenvi intendere di chi, non molto tempo fa, ha mandato due fortieretti pieni di cose sottili e di gran valuta, che gl’ha tenuti un tempo occulti.
4º Farenvi intender chi spacciò di costì una staffetta, la domenica mattina che fu tratto Bernardo del Nero Gonfaloniere di Giustizia et sua compagni; et vedrete che gli fu dato l’ordine a Piero che venisse, et quello havessi a fare; ma tutto governò, come fa et ha fatto dal dì primo che nacque per infino a ora, l’altre sue cose; che se faceva secondo l’ordine, mal per voi et per cotesta povera città.
5º Farenvi intender chi mandò uno a Roma, et chi egli era, et quando partì di costì, et quando egli arrivò a Roma, et quello che venne a fare; chè, infra l’altre cose, venne a sollecitar Piero che venisse a l’impresa, et che facesse certe altre cose che tutto so; perchè questo tale parlò prima meco che con Piero o con altri: et di tale venuta ne seguì certe cose, che potrebbe un dì partorir qualche gran male, se non ci riparate, et io tutto so.
6º Farenvi intender chi servì dei primi danari, per questa impresa ultima, che venne qui a Siena, prima che venissi Piero, che gli recò[595] il Protonotario Petrucci, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.
7º Farenvi intendere a chi fu mandato lettera da Giacopo Petrucci, il lunedì dopo la domenica di Lazzaro; et per detto Giacopo fu mandato a chiedere a questo tale a chi gli scrisse, uno fidato, et credo che lo mandasse, ma non so chi.
8º Farenvi intendere a chi fu dato, il sabato santo, lettere mandate qui da Siena dalla Contessa; ma credo fussino lettere di Piero, et dettonsi il sabato santo, la notte, o vero la mattina di Pasqua innanzi giorno.
9º Farenvi intendere chi venne costì, subito che Piero arrivò qui a Siena, et a chi e’ parlò per parte di Piero, et con che contrassegno, et quello gli fu risposto, et quello che lui per parte di Piero propose.
10º E per farvi in tutto manifesto che di Piero de Medici, mio fratello ed io vogliamo in ogni parte esser suoi nimicissimi; oltre alle soprascritte cose, se voi altri nostri Sig. et Maggiori ci ordinate qualche luogo, dove noi possiamo star senza sospetto, che e’ non ci faccia mal capitare, come potrebbe far qui; vi promettiamo et vogliamci obbligare, che dal dì che siamo in tale luogo, infra 15 dì sicuro, di far un’opera contro a detto Piero, la quale si potrà mandare per tutto il mondo. E vogliamo si getti in forma che conterrà molte cose; in fra l’altre, tutta la sua disutile vita et viver; tutto il pensiero et l’ordine suo che egli ha disegnato di fare, se mai egli torna a Firenze, et quanto intorno a ciò seguivano. Saranno cose verissime et tutte cose che si toccheranno con mano, perchè fieno fondate sulla verità; e saranno di tale qualità che tutti gli amici suoi son forzati a diventarli nimici, et i nimici sua a incrudelir moltissimamente contra di lui, et mai fidarsi di lui, et voler sempre con lui guerra et non pace. Et oltre a questo, il popolo minuto costì et tutto il contado se gli provocheranno in eterno contro inimici, et non tanto gli amici e nimici e ’l popolo contado gli sarà nimico; ma tutto il mondo, qualunque tale opera leggerà, se gli provocherà in tutto nimicissimo, perchè così permetterà Dio et la ragione et la propria verità.
Sappiate che, se ci abbocchiamo con qualcuno deputato da cotesto stato, vi faremo intendere dell’altre cose importantissime, et forse non manco utile per cotesta repubblica, che le prime nominate; ma sono molte cose che non si possono et non è bene scriverle, et a bocca, volendo, si sopperirà. Et ancora vi vogliamo dire che se da pochi giorni in qua, in qualche cosa ci siamo operati per Piero o in suo favore;[596] sappiate che tutto s’è fatto per lo meglio et per non capitare male; perchè qui siamo in preda, et bisognaci mostrar di fuora l’opposito di quello che habbiamo drento, et se vorrete, i fatti et l’opere nostre tutto vi manifesteranno.
Notificandovi in tutto che, se non ci riparate, havete l’argomento in corpo, perchè gli amici sua non si stanno; e da noi se vorrete ne saprete qualche parte, chi e’ sono et quegli che per lui si travagliono: et havendone qualcuno certo, come intenderete per le cose in questa dette; so che siate savissimi, et pensarete che faranno come le ceriege, che l’una tira l’altra; così l’uno nominerà l’altro. Et se non ci reparate a questa volta; loro resteranno e voi un dì et presto ve n’andrete, et forse che non resterete per gl’avelli.
Et sappiate che uno di loro, non voglio per ora nominarlo, ma più volte gli ho udito dire: che il ritorno loro, alle uccisioni degli huomini, el 78 non fu nulla; e l’esilio de’ confini fu una piccola favilla di fuoco, quello del 34, che fè il bisavolo suo, rispetto a quello che, se e’ ritornono. faranno loro.[597]
Ancora vi faremo intendere il falso contratto della dote dell’Alfonsina, tutto in che modo sta et dove fu rogato et chi lo fece, et come lei di sua dote è pagata et non ha a aver niente.
M. Francesco, questa lettera a huomo d’Italia non havrei scritto, eccetto che a vostra Spettabilità; perchè si ella venisse a notizia a Piero, o qui s’intendessi, subito capitaremmo male. Pertanto so siate savio, buono et prudentissimo, et governarete la cosa benissimo, et a voi ci raccomandiamo.
2.
Comento sopra la lettera di Lamberto, a dì 4 d’agosto 1497, constituito alla presentia di tutto il numero degli Otto.[598]
Lamberto di Giovanni dell’Antella, examinato sopra una lettera di sua mano propria e sua confessione, disse:
Sopra il 1º Cap. della lettera di sua mano disse:
1º Che Giovanni Cambi,[599] nel tempo che il sig. Verginio venne all’Orsaia,[600] mandò a dire a Mª Alfonsina a Siena, per Luca Speranzini suo huomo, che a Lucca era ordinato a’ Buonvisi che gli pagassino ducati 400 in 500; et la detta Mª Alfonsina fece loro una lettera che gli pagassino a Venturi da Siena. La qual lettera gli dettò Lamberto,[601] et Mª Alfonsina, disse a Lamberto che questi danari haveva ordinati Gio. Cambi, et che lui gli haveva mandato detto Luca; et dice che detti Buonvisi non pagarono detti danari, perchè dissono averli pagati a Giuliano dei Medici; et così dice Lamberto che Mª Alfonsina gli disse: il cavallaro è tornato senza danari, perchè erano suti pagati a Giuliano detto.
Item, dice sopra detto capitolo, che il sopradetto Luca recò lettere a Madonna Alfonsina a Siena, nel posolino della cavalla, le quali Mª Alfonsina lesse et referì et le mostrò a Lamberto; che dette lettere contenevano che Piero sollecitasse lo andare innanzi, et subito le mandò a Piero che era in campo verso Rapolano. Et il dì seguente fu portata la risposta a Siena dove il detto l’aspettava, le quali Mª Alfonsina dissuggellò et lesse et referì a Lamberto, che Piero rispondeva a Firenze a chi gli aveva scritto, et che diceva: — Padri miei, voi mi sollecitate che io venga innanzi et io lo farò; ma desidererei bene intender da voi, se io vengo, quello che voi fareste: et non gli referì altrimenti a cui lui scrivessi, et la detta lettera mandò a Firenze per il detto Luca, nel detto posolino.
2º Sopra il IIº Capº disse, che essendo Piero a Galera, che quivi venne a parlargli dua sconosciuti li quali furono Fantone di Bernardo Fantoni et Francesco di Domenico Naldini; et non sa quello che insieme si parlassino, et questo fu adì 10 di maggio 1496.
3º Sopra il IIIº Capº disse, che per ordine di Donato Benci overo della donna, fu mandato due forzieri pieni di cose sottili, che erano stati occulti un tempo, et andarono a Orvieto in casa M. Carlo Altoviti, circa uno anno fa; et Antº di Bernardo del Proposto scrisse a Orvieto, che detti forzieretti fussino dati al vetturale dell’Alfonsina.
4º Sopra il IVº Capº disse, che quando Bernardo del Nero[602] fu eletto Gonfaloniere di giustizia, il medesimo dì in domenica, fu spacciato Ungheretto per staffetta, et il lunedì entrò in Roma in casa i Medici di Roma dove era Piero, della qual venuta si dimostrò assai allegrezza. Et dico detto Lamberto, che mandò Bernardo del Fede a trovar l’Ungheretto, per intender chi l’aveva da Firenze spacciato, et che lui gli referì che Domenico Alamanni era andato per lui al Canto alla Paglia et menatolo in casa Lorenzo Tornabuoni,[603] et quivi fu spacciato; et dice ancora detto Lamberto, che arrivato che fu detto Ungheretto in casa i Medici detti, subito vi venne Lionardo Bartolini, et insieme con tutti dimostrò grande allegrezza.