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Pagine di storia letteraria

LORENZO DE’ MEDICI [Opere, II, 21-34; 48-54; 62-64].

Reading edition

Le Rime e le Selve d’Amore.

Nel 1465‍[24] passava di Pisa Federico d’Aragona, figliuolo al falso e crudele Ferdinando re di Napoli, fratello all’avaro e feroce Alfonso duca di Calabria, pur lodato egli di lealtà, di generosità, di mitezza; tanto che da’ baroni congiurati contro il padre e il fratello fu nell’85 invocato re, e ne’ rovesci del 96 chiamato a regnare da’ principi di Salerno e Bisignano e dal conte di Capaccio fuorusciti, a casa d’Aragona nemici. Convenne in Pisa con lui il figliuolo del magnifico Piero: e consenzienti ambidue ne’ medesimi studi, e, come giovani, aperti e amorevoli, nella serena solitudine dell’antica città si intrattennero a lungo su la poesia vecchia d’Italia. Né l’uno avrebbe allora creduto d’aver poi a comandare il sacco di Volterra, e l’ire repubblicane affogare nel molto sangue de’ Pazzi e loro aderenti e strozzarle con la corda che troncò le vite del Frescobaldi del Balducci del Baldovinetti, e con le frodi e le lusinghe e il mal tolto tutta guastar la città; né l’altro imaginava pure che, veduto mancare d’un tratto al padre potentissimo il regno, e questi e i due fratelli o abdicati o morti in desolazione, spogliato anch’ei del potere nel 1501 mirerebbesi intorno nella rocca d’Ischia «accumulate con miserabile spettacolo tutte le infelicità della progenie di Ferdinando»‍[25], i figliuoli piccoli circondati di prepotenze e d’insidie, l’una sorella repudiata da Ladislao di Boemia dopo aiutatolo a ripigliare il reame, l’altra, già duchessa di Milano, orbata ora del marito, dello stato, del figliuolo unico, e che esulerebbe egli stesso ai nemici per morirsi a Tours in dominio di chi i suoi spodestò. Sí bene, improvvidi dell’avvenire, pareano allora que’ giovani fatti da natura soltanto agli eruditi ragionari co ’l Poliziano, all’ameno conversare co ’l Sannazaro. E Federico aprí a Lorenzo il desiderio di vedere tutti i vecchi scrittori per opera di lui in un volume raccolti. Per che Lorenzo, «non senza grandissima fatica fatti ritrovare gli antichi esemplari e di quelli alcune cose men rozze eleggendo», glie ne mandò nel 66 in un codice in foglio di pagine 292, «aggiunti nello estremo alcuni suoi sonetti e canzone, perchè pareva che cosí a Federigo piacesse»‍[26].

In cotesto codice, secondo che ne dice Apostolo Zeno il quale ebbelo a vedere dal Facciolati e lo afferma esistente dei tempi suoi nella libreria Foscarini‍[27], l’ultimo componimento co ’l nome d’autore è a pagina 283 un sonetto del notaro da Lentino: gli altri che dalla pagina 284 van sino al fine gli ritrovò lo Zeno nell’edizione aldina delle Poesie del Magnifico. Ora Lorenzo nato del 1 gennaio 1448 era nel 66 poco piú che diciottenne: delle rime adunque molte furono composte nell’adolescenza e nella gioventú prima, altre, come da piú luoghi rilevasi, anche dopo il matrimonio con la Clarice Orsini che «gli fu data»‍[28] nel 69. Ma la disposizione delle rime del Medici, com’è nelle stampe, non pare secondo ordine di tempi e di affetti: a che si dovrebbe, e, credo certo, potrebbesi, rimediare, quando un’edizione di tutte le scritture di lui si rifarà sui manoscritti. Pur tuttavia non è difficile scorgervi entro due maniere diverse. Nella prima il lavorío è tutto quasi d’industria a rappezzare e riadattare le forme prese qua e là; lavorío di giovane che scrive d’amore sol perché vede informati dall’amore i modelli del bello stile che s’ha posti davanti. Di questa maniera, a cui crederei appartenessero i versi mandati a Federigo ch’io mi figuro essere i primi nell’ordine delle stampe, pochi saggi ho dato, tenendomi come al parer dell’autore: il quale, movendo il comento de’ suoi sonetti da quelli per morte di bella donna (LXVI-LXX del canzoniere) onde mostra che cominciasse l’amore suo e la poesia, viene a fare quasi una tacita rifiutazione de’ versi anteriori.

Ed è bello a udir Lorenzo de’ Medici narrare con effetto e colorito di poeta in quel suo comento, come da una bara s’incominciò a lui conoscenza universale d’amore e di vita. Portavano al luogo della sepoltura, scoperto il volto, la persona bellissima di Simonetta Cattaneo amata da Giuliano de’ Medici. L’acerbità della morte e la bellezza in cadavere anche stupenda trasse il popolo a lacrimare, i dotti a comporre versi dove la chiamaron divina‍[29]; e forse il faceano per lusingheria a Giuliano. Quattro epigrammi che degnamente parvero greci scriveva un giovinetto da Montepulciano, che poi con la imagine di lei soavemente mesta e attristata della nube di morte doveva adombrare il colorito smagliante d’un poema famoso. E Lorenzo, passeggiando la sera con un amico suo, veduta per la splendida notte d’aprile una stella chiarissima che su tutte l’altre lucea, «Non ce ne maravigliamo — disse all’amico —; perchè l’anima di quella gentilissima o è trasformata in questa nuova stella o si è congiunta con essa»‍[30]. E ne’ giorni di poi andandosi per certi amenissimi prati solo e meditabondo, e scòrto tra gli altri un fiore di Clizia, pensò: presto, ché la sera è vicina, perderebbe quel fiore la dolcissima visione dell’amato suo: ma bene l’aurora benigna renderebbe a Clizia l’aspetto dell’astro desiderabile: al mondo chi renderà la luce di colei che c’è morta?‍[31]. Quindi, rivestendo la persona d’amatore della bella defunta, imaginava in ogni luogo veder lei e di lei addolorarsi; e desiderava morire, e non voleva, «ché la morte da poi ch’era stata negli occhi di colei tanto era addivenuta gentile, che anche gli dèi nel cielo vorrebbon morire»‍[32]. Tanto che «stimando grandissima felicità e dolcezza dover essere quella di colui, il quale per ingegno o per fortuna avesse grazia di scrivere d’una tal donna, cominciò a cercar colla mente se alcun’altra ne fosse nella nostra città degna di tanto onore amore e lode»‍[33]. Dove il Ginguené osserva: «Quando un giovine di vent’anni si mette a questa ricerca, non ci spende gran tempo in vano»‍[34]. Di fatti, «in una festa pubblica della nostra città ove concorsono molti uomini e quasi tutte le giovani nobili e belle»‍[35], trovò Lorenzo la donna desiderata, di bellezza e grazia, com’è naturale, sopra la morta. Tacque egli il nome: ma la indiscrezione de’ poeti amici, che agli innamorati come il Medici si prestano incomodi encomiatori per lo meno, lo rivelò. E il Poliziano fe’ nella Giostra un tal suo bisticcio di Lucrezia e di Lauro‍[36]; e Luca Pulci introdusse una Lucrezia parlante a Lauro in terzetti, dove si discorre di versi «amebèi» e la erudizione e i latinismi sdruccioli sono meravigliosi per donna fiorentina‍[37]: in fine Ugolino Verini indirizza apertamente, quanto si può a donna in latino, un’elegia «ad Lucretiam Donatam ut amet Laurentium Medicem»; nella quale dicesi che Lorenzo è bello (i contemporanei e i ritratti rispondon che no) e nobile e ricco e poeta, dunque lo lascerà morire crudelmente di amore? e dove troverà giovine piú degno?

Hunc, sæva, immiti patieris amore perire? Et quis te juvenis dignior alter erit?

Manco male, che dopo toccato non so che di spalle, di braccia, e fino di «parva forma mamillarum», conchiude che Lorenzo la amò salvo il pudore e niuna rea favola offese il nome di lei.

Hic te dilexit salvo, Donata, pudore, Et famam læsit fabula nulla tuam‍[38].

Di che, e dal cantare alto de’ poeti (che in diverso caso avrebber taciuto o velato le persone ed i nomi) e dal tenore delle poesie di Lorenzo e dalla storia della sua vita, è da inferire con Roscoe, Ginguené e Sismondi‍[39], che l’affetto del nostro per la Donati fosse piú di poeta che altro, e che sceltala come personificazione dell’oggetto d’un amore ideale ei l’adornasse e atteggiasse ne’ versi a seconda della sua imaginazione; bella donna, modello a bella poesia.

E già questo amore tutto mentale, che ispirato da un mortorio ha principio in una festa, ne ricorda un altro, che da’ lieti ritrovi del calen di maggio e dalla bara d’una fanciulla incominciato si leva piú che umano d’accanto al cadavere di Folco Portinari e si fa metafisico al trapassar dell’amata. E l’altiero popolano del duecento e il signore popolaresco del quattrocento scrissero ambidue versi d’amore avanti e dopo il matrimonio, e dopo con piú ardore che avanti; taciuto il nome delle donne con vereconda premura, delle quali non si sa certo che ad essi corrispondessero; ebbero, pur ammogliati ed amanti, altri ben piú terreni e meno artistici amori; anche, cementarono i loro versi con minuzia d’analisi e concitazione di sentimento, con visioni e descrizioni poetiche e con dispute di scolastica e di retorica, con tanta insistenza a ricercare il perché dell’affetto, quanta mettono i grammatici dietro il perché della frase. Piú che probabilmente dall’Allighieri e dai duecentisti mosse Lorenzo la seconda maniera della sua poesia: il quale, e credeva che «le canzoni e i sonetti di Dante fossero di tanta gravità sottilità ed ornamento da non avere comparazione in prosa o orazione soluta»‍[40], e le rime de’ vecchi toscani sceglieva come intendente, e come amatore le facea ricercare e copiare, e davane giudizio acuto e verissimo nell’epistola a Federico. Di fatto l’impeto come ispirato di talune intonazioni, e le invenzioni sottili con le figure e le frasi ardite e scultorie di parecchi sonetti suoi, non tengon di Dante? non sente del Cavalcanti quel «dare alle potenze dell’anima, ai fantasmi, agli affetti, persona, vita, operare umano, e crear cosí mitologia ignota ai greci e a’ latini»?‍[41] non sente di Cino la purezza di certe imagini e la facilità briosa delle gentilezze pur meditate? Non però l’amore del Medici è l’amore del medio evo e del Cavalcanti e di Dante, che viene

A guisa d’uno arcier presto soriano Acconcio sol per ancider altrui‍[42]

e che

.... fere tra gli spiriti paurosi E quale ancide e qual caccia di fora:‍[43]

si mostra d’avere assistito alle disputazioni di Marsilio Ficino, d’aver seduto nello Studio di Firenze alle lezioni del Landino e segnato nel recitare del Poliziano la cadenza del distico e dell’ode asclepiadea. Le amenità degli epigrammi dell’Antologia, le candide invenzioni d’Anacreonte, le forme rigogliose di Tibullo, di Properzio, d’Ovidio, ti scherzano, ti sorridono, ti tondeggiano dinanzi in alcun verso del Medici; rinfrescate in una vena corrente d’antica ingenuità, rintegrate nella gentilezza paesana di Dino Frescobaldi e di Lapo Gianni. Ne già te n’accorgi, se non vi poni ben mente: perché egli, pari anche in questo ai toscani antichi, ha gran larghezza d’imitazione; e, come osserva il Roscoe‍[44], in quasi tutti gli aspetti della natura e negli annali dell’istoria e nelle regioni della mitologia e nei misteri del platonismo rintraccia le imagini sue; che poi molteplici ti saltano agli occhi dal fondo di quel suo colorito, ben comparato dal biografo inglese «alle meno corrette e piú animate e brillanti pitture della scuola veneziana»‍[45].

Il che tutto ravviva e ringentilisce l’amore alla solitudine e alle bellezze della natura: onde tra i canzonieri italiani, che i piú sentono il rinserrato e la polvere delle biblioteche, appare freschissimo questo del Medici. Mirabile ciò nell’uomo cresciuto alle cupe macchinazioni nella casa di Via Larga, avvezzatosi a simulare e dissimulare nel Palagio dei Priori. Infelice! e certo intendeva che fosse la quiete umile e solitaria egli che scrisse,

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori, Le piazze i tempii e gli edifizi magni.... Un verde praticel pien di bei fiori, Un rivolo che l’erba intorno bagni, Un augelletto che d’amor si lagni, Acqueta molto meglio i nostri ardori;

egli che pur invocando la dea della voluttà, Lascia, le dice, il troppo delicato regno di Cipro, e

vien sopra il ruscello Che bagna la minuta e verde erbetta, Vieni a quest’ombra ed alla dolce auretta Che fa mormoreggiar ogni arboscello, A’ canti dolci d’amoroso augello; Questa da te per patria sia eletta,

egli che desidera seco la donna sua

Alla dolce ombra e sopra questo rio Che co’ miei pianti si lamenta e geme‍[46].

Onde bella e vera l’imagine che della Musa del Medici figurava il Poliziano:

importunas mulcentem pectine curas Umbrosæ recolo te quondam vallis in antrum Monticolam traxisse deam. Vidi ipse corollas Nexantem, numerosque tuos prona aure bibentem; Viderunt socii pariter: seu grata Dianæ Nympha fuit, quamquam nullæ sonuere pharetrae: Seu soror Aonidum, et nostræ tunc hospita silvæ. Illa tibi, lauruque tua semperque recenti Flore comam cingens, pulcrum ispiravit amorem‍[47].

«Ricordo come tu un giorno al suono della cetera addolcitore delle cure importune attraesti nell’antro di ombrosa valle una dea montanina. Io la vidi che t’intrecciava ghirlandelle e bevea per le prone orecchie i tuoi canti; videro anche gli amici: o ella fu una ninfa compagna di Diana se bene non le sonasse al fianco faretra, o sorella delle Aonidi ed ospite allora della nostra selva. Ella, cingendoti e del lauro e del fiore d’ogni stagione la chioma, ispirò a te il bello amore».

E quanto cara dové costare la voglia smisurata di signoria a quest’anima virgiliana; che ogni bellezza vede connaturata con la bellezza dei campi e del cielo; che alla figura della donna ideale dà il piú delle volte per isfondo il riso interminato dell’orizzonte, per contorno il verde delle selve e dei prati. Ella gli apparisce «novella Flora; e dove volge i belli occhi, germina la terra e fuora escono mille color vari di fiori novelli»; e al cantar suo «gli uccelli rendono amorosa armonia», a udirla favellare «le selve rivestono i rami secchi». La vede sopra un «fresco rio tra belle donne e verdi fronde», quando «il sole inchina all’occidente lasciando ombrosa e scura la terra»: a lei dormente dà in vece di cortinaggio «un’alta e frondosa quercia» che i rami interpone tra il bel volto e i raggi solari: «presso là dove il mar Tirreno bagna ed allaga», la figura «tra fronde e fronde, nuova Diana che allieti ogni oscuro». E questo amore squisito che gli dà a cogliere gli aspetti piú nuovi della schietta natura e lo spira a colorirli con le tinte piú efficaci e a farne uscire tante vaghissime imagini, in quell’ingegno potente d’analisi e di fantasia, avvezzo alle meditazioni filosofiche e al culto dell’arte, tal copia risveglia d’idee comparative, da illuminarne i pensieri piú oscuri, da farne bellissime le belle apparenze. Vede i capelli biondi cadenti su la bianca veste a madonna? e gli rifulge in mente il sole che spande il bel lume su i monti alti e nevosi. Avviene che il volto di lei è bagnato di pianto? gli tremola innanzi la imagine d’un ruscel chiaro che per un bel prato vada bagnando fior bianchi e rossi, e vede Amore starsi in quel volto lacrimoso come augello che dopo l’ardore riceve ad ale aperte la fresca pioggia d’estate. Fin la concordia tutta intellettuale tra la bellezza e la pietà ti rappresenta con una comparazione splendida, come i colori a che accenna:

Come su bei crin d’òr verde ghirlanda Fa l’òr parer piú chiaro e piú lucente, E l’auree chiome il verde assai piú snello: Cosí quella pietà, che al cor le manda Amor, fa sua beltà piú eccellente, E piú grata pietà l’aspetto bello.

Fino il commercio platonico tra i pensieri suoi e dell’amata ti si muove dinanzi nel paragone delle formiche, che un bel giorno d’estate vanno, vengono, ristanno intorno al faticoso procacciare del grano. E i raggi amorosi che escono del volto di madonna a risvegliare gli spiriti di lui sono il raggio del sole di primavera, che commove l’alveare delle api, e quelle «accese di novella cura escono per la vaga foresta» a saziarsi d’odore e di miele.

Ma la novità del nostro autore, meno parvente nelle forme del sonetto e della canzone già usate a uno stampo, splende in piú aperta luce, quand’egli, contesa l’ottava alla narrazione, per la quale aveala trovata il Boccaccio e nella quale l’avevano adoperata il Pucci e i due Pulci, primi autori d’epopea romanzesca, osò con impeto lirico vibrarla speditissima nelle Selve d’amore. Alle quali diè nome dall’errare che in esse fa la sua poesia con varie e larghe meditazioni intorno a un affetto piú presto che insistere sur un sentimento; come chi si aggirasse con diversi avvolgimenti in una selva senza però uscirne mai. Nel qual genere di poesia sentenziò dirittamente il Landino che sarebbe il Medici senza controversia superiore d’ogni emulo‍[48]. E in vero, imitatore di nessuno, fu il Medici nelle Selve dai posteriori imitato: e il Benivieni, il Poliziano, Serafino dell’Aquila, il Bembo, il Martelli e i cinquecentisti tutti che scrissero stanze liriche, da lui ritrassero il genere: ma deviarono nel concetto; in quanto si trattennero con lunghe ripetizioni sopra un sentimento o un pensiero solo, piú corretti che non caldi, piú fioriti che non imaginosi, piú tornitori di versi elegantissimi che non poeti; eccetto l’unico Molza, che nella Ninfa tiberina e nel Ritratto della Gonzaga varietà ebbe, poniamo pur solo di descrizioni e pitture. Ma il Medici per le ampie volute dell’ottava scorre con agevole pieghevolezza, come fiume reale che devolve con variati meandri le acque abondose per valli svariate di cólti e di boschi, di verdi praterie e di poggi silvestri, di popolose campagne e di solitudini amene. Cosí la prima Selva incomincia con tre descrizioni che paiono omeriche, tanto sono semplici, piene, efficaci; séguita con una pittura soavissima come del pennello di Guido Reni; finisce temperando le fantasie platoniche con poesia d’affetto leggiadrissima e piana.

Canzoni a ballo, Canti carnescialeschi, Laude spirituali.

E pure la gente lo predicava felice. E felice dovea tenersi pur egli, quando dalla sua villa di Fiesole volgendo il guardo su questa città intorniata delle colline bellissime non disertate ancora dai barbari assoldati e benedetti da un bastardo del suo figliuolo, abondevole di quattrocento mila abitanti, prosperosa di commerci, adorna delle meraviglie antiche e nuove dell’arte, superba di lettere, nella quale dicea il Poliziano trapiantata «co ’l suo proprio suolo e con ogni sua suppellettile Atene»‍[49], pensava: Questa città è mia. Ma anche ricordava che qui il nome della libertà era gagliardo, che ci vivevano i nepoti e i figliuoli de’ repubblicani che avean cacciato Cosimo e voluto uccidere Piero, che gli esempi dei Pazzi e del Frescobaldi eran vivi nelle memorie, e di quelli che ad essi avean consentito o consentivano poteva segnare co ’l dito le case: e allora dové rivolgere l’animo a guastare co ’l delizioso vivere questa città, a divertire gli ateniesi novelli con le arti eleganti e i sollazzi magnifici. Per che, finita con vantaggio di Firenze la guerricciuola di Sarzana, accordato il papa co ’l re di Napoli, sicurata con l’equilibrio famoso l’Italia, «tenne la città in festa, dove spesso giostre e rappresentazioni di fatti e trionfi antichi si vedevano»‍[50]. E, lasciate le astrazioni del platonismo e le cure difficili delle classiche forme, egli già schivo di feste e amatore di solitudine meditabondo, cercò la calca e lo strepito. Prese con la canzone a ballo a rinfocolar le lascivie; trovò le pompe dei trionfi e i canti carnescialeschi inventò, a inebriare il popolo di spensierata allegria; e forse abusò la lauda spirituale a deprimere gli spiriti e nutrire nei piú timorosi ed austeri l’amore alle aspirazioni solitarie e alle macerazioni monastiche; a ciò che, tra i godenti e lascivi che la patria riponessero dov’è il piacere, e gli ascetici che solamente guardassero alla patria del cielo, potesse egli sicuro e solo regnare. Questo fine propose Lorenzo de’ Medici a’ suoi versi musicali e popolareschi; pure di tali ne scrisse, che stanno tra le piú belle gioie non tanto delle rime di lui ma e di tutta la poesia del secolo decimoquinto.

La canzone a ballo, antica quanto la poesia di Toscana e nata qui tra le feste di popolo libero a cielo scoperto, mostra, alla svelta e gaia introduzione, al facile svolgersi delle strofi per due pose medie in una posa finale dove torna sempre la stessa armonia e rima, che dovesse esser cantata in accompagnamento ai giri del ballo. Il che è confermato da’ molti accenni di esse ballate e dal trovare nei codici insieme con quello del poeta il nome del musico che «diede il suono o intonò»‍[51]. Ebbe nel dugento due maniere diverse: la fantastica e mestamente severa del Cavalcanti; la imaginosa e mollemente florida di Lapo Gianni. La prima, fattura dell’uomo che si raccoglieva tra le tombe di San Giovanni a cercar se Dio fosse‍[52] e che il calen di maggio venendo dall’aver ballato con le gentildonne scagliava il cavallo e il dardo su Corso Donati ad attaccar briga co’ Neri‍[53], finí co ’l secolo grande che vigorose ebbe colpe e virtú. Rimanea la seconda, piú fatta all’indole e a’ costumi del popolo fiorentino: e, raccolta in vano da’ poeti letterati, rimaneva in signoria del popolo; perdendo con lo scader de’ costumi sempre piú di quell’ideale che al tempo di Dante si riflettea sin nella forma sensibile, sempre piú facendosi volgare, senza però scapitare di grazia, di gaiezza, d’amenità; finché Franco Sacchetti, primo o de’ primi, la fe’, come autore delle novelle, burlesca e motteggevole. La prese a questo punto Lorenzo de’ Medici; e con quel suo ingegno versatile, irrequieto, né contento mai a imitar solamente, le diè tre diversi atteggiamenti, tre forme diverse; e fe’ di un genere solo come tre generi. Prima cantò i piaceri d’un amor sensuale e il fastidio d’aspettare e il dispetto di non ottenere, con massime d’epicureismo godente; quindi venne a mettere in deriso l’amata e l’amor già cantato; in fine trascorse aperto e non curante nelle oscenità. Alla gradazione degli argomenti corrisponde la gradazione della forma; prima pianamente lirica, quindi elegantemente comica, in fine malignamente narrativa. E il Medici con prontezza d’ingegno e di favella meravigliosa corre dall’una nell’altra, sempre ricco di modi, d’imagini, di melodie diversissime; ora domando l’endecasillabo a ricevere l’émpito dell’allegria, ora piegandolo a rilevare la tenuità d’un pensiero delicatissimo; e il settenario e l’ottonario con la trasposizione degli accenti variando in modo ch’e’ ti paiono rendere di molte e tutte nuove armonie.

Né altro che un modificamento delle canzoni a ballo ad altre condizioni e qualità sono da tenere i Canti carnescialeschi; che nel primo concetto qualche cosa hanno dei saturnali antichi, con una rimembranza delle feste de’ pazzi del medio evo, né senza il principio popolare che formò le corporazioni dell’arti nei nostri Comuni. Un dotto uomo in quei carri di uomini mascherati che cantano giocose canzoni talvolta morali, piú spesso satiriche, vede i cominciamenti della commedia italiana, vagante, come già nei carri di Susarione e di Tespi il dramma ateniese; e conforterà l’opinion sua di valide prove. Ma intorno alla origine di questi canti e alla riforma che fece di essi Lorenzo è da udire il poeta cinquecentista Grazzini, che primo gli raccoglieva. «Questo modo di festeggiare fu trovato dal Magnifico Lorenzo vecchio de’ Medici. Prima gli uomini di quei tempi usavano, il carnevale, immascherandosi, contraffare le madonne solite andare per lo calendimaggio; e cosí travestiti ad uso di donne e di fanciulle cantavano canzoni a ballo. La qual maniera di cantare considerato il Magnifico esser sempre la medesima, pensò di variare non solamente il canto ma le invenzioni e il modo di comporre le parole, facendo canzoni con altri piedi vari: e la musica fevvi poi comporre con nuove e diverse arie. E il primo canto, o mascherata che si cantasse in questa guisa, fu d’uomini che vendevono berricuocoli e confortini, composta a tre voci da un certo Arrigo Tedesco, maestro allora della cappella di San Giovanni e musico in quei tempi riputatissimo»‍[54]. E le mascherate tratte a gran pompa in un carro rappresentavano quando mitologiche deità, quando virtú allegoriche, e allora si chiamavan Trionfi; il piú delle volte figuravano alcuna arte o condizione d’uomini con suoi segni e arnesi e lavorii, e allora si chiamavano Carri. Cosí «uscivan fuori nel dopo pranzo, e duravan talvolta fino all’ore tre e quattro della notte, decorate da un séguito numerosissimo d’uomini mascherati a cavallo, riccamente vestiti, che talora oltrapassarono il numero di trecento, e d’altrettanti pedoni con torce bianche accese. In cotal guisa andavano per la città cantando, con armoniosa musica a quattro, a otto, a dodici e fino a quindici voci, accompagnati da vari strumenti, canzoni, ballate, madrigali e barzellette alla materia rappresentata attenenti»‍[55]. De’ Canti carnescialeschi del Medici due spettano ai trionfi, gli altri alle mascherate delle arti e varie condizioni d’uomini. Hanno i primi il calore e la splendidezza della lirica d’Anacreonte e d’Orazio: hanno i secondi le semplici arguzie, la gaiezza paesana ed anche il turpe cinismo de’ nostri poeti burleschi. Imperocché; o predicano aperto il disconoscimento d’ogni legge morale come «Le fanciulle e le cicale» e «Le mogli giovani e’ mariti vecchi»; o fanno della disonestà una galanteria, come i «Romiti» e i «Poveri»; o agli amori inverecondi alludono con equivoci continuati ad allegoria. Altri gli loda, perché in tanta oscenità quanta hanno nel fondo non vanno però macchiati d’una espressione laida o pur grossolana‍[56]: gli studiosi del toscanesimo gli cercano per i tanti termini e modi ricisi e acconcissimi, che derivarono dalla lingua del popolo nella quale furon composti.

Giudizio su Lorenzo de’ Medici.

Tale fu Lorenzo de’ Medici; poeta d’affetto, d’arte, d’artifizio; lirico e descrittore, elegiaco e satirico, filosofico e popolare; seguitatore della poesia toscana, e incominciatore del rinascimento greco e latino; scettico e contemplativo, cristiano ed epicureo. Considerato rispetto al suo tempo, appare, in quella stracca dimenticanza, della lingua e dell’arte italiana restitutore: di che solo han saputo tenergli conto i critici e storici della nostra letteratura. E tra i due poeti maggiori dell’età, Luigi Pulci e Angelo Poliziano, non parrà, chi lo riguardi bene, di molto a quelli inferiore; certo parrà originale. Ché: mentre il Poliziano, nella tempra nell’ingegno, negli intendimenti e nella forma dell’arte, e fin nel modo degli affetti, respira greca e latina antichità; e Luigi Pulci, nelle fantasie ardite e selvatiche, negli affetti giovanilmente imaginosi, nella forma ampia e licenziosa, riporta il medio evo; Lorenzo nostro nel desiderio come rammarichevole con che prorompe nell’ideale conteso, nel sentire piú veramente malinconico, anche nell’amore soverchio alla descrizione e in certe sottilità metafisiche da lui portate nell’arte, è prenunziatore dell’età moderna. Meno sciolto e franco del Pulci, meno corretto ed elegante del Poliziano, irto d’asprezze e di troncamenti, ineguale per idiotismi e latinismi e barbarismi, lo troverà piú d’una volta chi legga; non senza meraviglia che Paolo Emiliani-Giudici lo sentenziasse «piú ripulito d’entrambi nel linguaggio, piú sonante nella frase», conseguenza logica ciò dell’averlo saputo lodare di «esatta imitazion del Petrarca»‍[57]; e avrà per piú vero il giudizio di due stranieri, il Roscoe e il Sismondi‍[58], che il linguaggio del Medici dissero piú anticato in sembianza e piú rozzo di quello del Petrarca, a lui anteriore di un secolo. Vero è che la scorrezione e certa ruvidità è scusata nell’uomo che a pena ebbe tempo di rivedere alcuni suoi componimenti; nell’uomo che finiva una stanza per meditare la riforma dello stato, scriveva un sonetto e una lettera a re Luigi di Francia, accordava la ripresa d’una ballata e gli sdegni di papa Innocenzo e di Ferdinando di Napoli, componeva una lauda spirituale e mandava a ringraziare il gran Soldano della giraffa e del leone donati. Mirabile versatilità d’ingegno, che faceva il Poliziano esclamare:

Quodque alii studiumque vocant durumque laborem, Hic tibi ludus erit: fessus civilibus actis Huc is emeritas acuens ad carmina vires. Felix ingenio, felix cui pectore tantas Instaurare vices, cui fas tam magna capaci Alternare animo et varias ita nectere curas‍[59].

«Ciò che gli altri chiamano studio e lavoro a te sarà giuoco. Stanco dalle faccende civili, le forze che han fatto già il servigio loro tu vieni a riaguzzare alla ruota dei versi. Felice d’ingegno! felice a cui è possibile rinnovare tante vicende d’azioni, a cui è possibile alternare tanto grandi cose nell’animo capace e rannettere tra loro cosí vari pensieri!».

Notes in this chapter

Note 1 · Ammirato, Istor. fiorent., XXIII: Roscoe, Vita di Lorenzo il Magn., cap. II.Note 2 · Guicciardini, Stor. d’Ital. V.Note 3 · Lor. de’ Medici, Epist. all’illust. sig. Federigo; dell’ediz. Barbèra, pag. 28 e 33.Note 4 · Ap. Zeno, Lettere, Venezia, 1786; vol. VI, lett. 1163; e nota 2 alla classe V, capit. I, della Bibliot. dell’eloq. ital. del Fontanini, VeneNote 5 · Lor. de’ Medici, Ricordi; nell’append. XII al vol. I della Vita scritta dal Roscoe, Pisa, 1799.Note 6 · In un’ediz. delle Bucoliche di Bern. Pulci e d’altri, Firenze, Miscomini, 1494, si legge Elegia della morte della divina Simonetta.Note 7 · Comento a’ sonetti; dell’ediz. Barbèra, pag. 36 e segg.Note 8 · Ivi, 38 e segg.Note 9 · Ivi, 43 e segg.Note 10 · Ivi, 55.Note 11 · Hist. littér. d’Italie, I partie, chap. XXIII.Note 12 · Lor. de’ Medici, Comento; dell’ediz. Barbèra, p. 56.Note 13 · Lib. II, st. 2.Note 14 · Epistole, I, Firenze, 1572.Note 15 · Nell’appendice XV al vol. I della Vita del Magnifico scritta dal Roscoe, ediz. cit.Note 16 · Roscoe, op. cit., cap. II; Ginguené, op. cit., l. c.; Sismondi, Histoire de la lit. du midi, chap. XI.Note 17 · Lor. de’ Medici, Comento: dell’ediz. Barbèra, pag. 16.Note 18 · Cosí un moderno, presso Nannucci, Manuale della letter. del primo secolo, vol. I, pag. 266, ediz. Barbèra.Note 19 · G. Cavalcanti, son. che inc. O donna mia.Note 20 · Dante son. che inc. Con l’altre donne.Note 21 · Op. cit. ediz., cit., cap. V.Note 22 · Roscoe, op. cit., l. c.Note 23 · Tutti i versi citati e le comparazioni le imagini le idee tra virgolette sono in Sonetti e Canz. dell’ediz. Barbèra.Note 24 · Nella Selva Nutricia; in Opera Omnia, Basilea, 1553, II, pag. 546.Note 25 · Nic. Valori, Vita Laur. Medic. Firenze, 1749, pag. 8.Note 26 · In Praelectione ad Homerum: ed. cit., II, pag. 477.Note 27 · Machiavelli, Ist. fior., VIII.Note 28 · F. Trucchi, Poesie ined. di duecento aut. ital., Prato, 1846; vol. II, pag. 139; F. Sacchetti, Rime, Lucca, 1853.Note 29 · Boccaccio, Decam., giorn. VI, nov. 9.Note 30 · D. Compagni, Cron. fior., lib. I.Note 31 · Nella dedica a don Francesco de’ Medici di Tutti i Trionfi Carri Canti Carnescialeschi ecc., Firenze, 1559.Note 32 · Prefazione a Tutti i Trionfi Carri Canti Carnescialeschi ecc. Cosmopoli, 1750, vol. I, pag. 10.Note 33 · Ginguené, op. cit., l. c.Note 34 · Stor. lett. ital., l. c.Note 35 · Roscoe, op. cit., cap. V; Sismondi, op. cit., l. c.Note 36 · Nella Selva Nutricia; ediz. cit., II, 547.
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