LA TRAGEDIA E LA COMMEDIA PER IL MEDIO EVO [È l’introduzione allo studio Della Ecerinide di Albertino Mussato — Opere, XX, 133-136].
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Nessuna forma poetica ebbe a sofferire nel medio evo trasfigurazione o deturpamento maggiore che la tragedia. E già essa, ne’ piú bei tempi dell’impero bandita da’ teatri che eran solo pe’ mimi e ridotta con Seneca a esercitazione solitaria d’un potente ingegno, aveva perduto ogni ragione e configurazione letteraria nel secolo secondo, quando un Osidio Geta mise insieme una Medea in esametri di centoni virgiliani. Nel secolo quinto trovasi intitolato Orestis tragoedia un carme di Draconzio cartaginese, il quale comincia con proporre Gaudia moesta canam e chiamando Melpomene a discendere dai tragici coturni raccoglie in una narrazione di esametri tutta la leggenda di Oreste. Nel secolo decimosecondo v’è, d’un Bernardo monaco di Chartres, De patricida tragoedia, ed è una trasfigurazione cristiana in distici elegiaci del mito di Edipo. Tra questi due termini la tragedia di rappresentativa era divenuta narrativa, accomodandosi alla funzione assegnatale da Isidoro di Siviglia nel secolo quinto: «Tragedi sono quelli che antichi gesti e fatti di scellerati re cantavano con luttuoso carme in cospetto del popolo»[1].
L’idea di ciò che fosse veramente tragedia andò poi nel corso degli anni sempre piú annebbiandosi traverso l’etimologia. Un antico glossario dà queste due definizioni: «Tragedia sono carmi che constano di battaglie di morti e piangono le miserie degli uomini:»: «Tragedia si dice un carme fatto di capri, per due cagioni: o perchè gli antichi Greci tornando dalla guerra quanti uomini avevano ucciso tanti capri immolavano, o perchè a quelli che facevano il carme della battaglia si dava per mercede un capro»[2]. Il grosso annebbiamento s’allungò fino a Francesco da Buti, il quale, commentando su ’l finire del secolo decimoquarto la Divina Commedia dalla cattedra di Pisa, seguitava a dire: «Tragedia — canto di becco: ché, come il becco ha dinanzi aspetto di principe per le corna e la barba e dietro è sozzo mostrando le natiche nude e non avendo con che coprirle, cosí la tragedia comincia dal principio con felicità e poi termina in miseria; e poi tra li altri doni che si davano a’ recitanti si dava il becco»[3].
Dante stesso, pur non trascendendo in goffaggini, nella concezione delle forme drammatiche rimane del tempo suo: «Comedia si dice da comos cioè villa e oda che è canto, quasi canto villano.... Tragedia nel principio è mirabile e quieta, su ’l fine è sozza e orribile; e per ciò è cosí chiamata da tragos che è becco e oda, quasi canto del becco, cioè schifevole a modo di becco. Comedia ha ne’ cominciamenti alcun che di aspro, ma la materia di lei termina prosperatamente»[4]. Dalla quale varietà della fine, lieta nella commedia, trista nella tragedia, come dallo stile, alto in quella, basso in questa, egli reputava distinguersi e denominarsi i poemi: onde Virgilio è introdotto a dir della sua Eneide,
.... e cosí ’l canta L’alta mia tragedía in alcun luogo,
e Dante modestamente del poema suo,
... altro parlando Che la mia comedía cantar non cura.
Come poi quegli uomini s’imaginassero la rappresentazione drammatica nell’antichità, lo dice Pietro Allighieri commentando il titolo dato dal padre alla sua visione: «In antico, teatro era un’area semicircolare, nel cui mezzo era una casetta che chiamavasi scena, nella quale era un pulpito, e sopra quello ascendeva il poeta come cantatore e i suoi versi come canzoni recitava: al di fuori stavano mimi, cioè giullari, e quel che ne’ versi venía pronunziato effigiavano co ’l gesto del corpo, adattandolo a quale si fosse in cui persona il poeta parlasse: onde, quando parlava, poni, di Giunone querelantesi d’Ercole suo figliastro, i mimi come il poeta recitava cosí effigiavano Giunone a invocare le furie infernali che infestassero Ercole»[5]. Perduta in tal modo ogni idea della recitazione greca, rimaneva una qualche ombra di memoria della figurazione mimica romana.