FULVIO TESTI [Opere, XVI, 405-412].
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Fulvio Testi venuto su di piccola gente, ebbe al servizio degli Estensi titolo di conte; dai carichi e dai maneggi politici, in cui per loro si adoperò, pronto com’era e voltabile d’ingegno, d’animo irrequieto e incontentabile, ebbe onori, inimicizie, disgrazie. Contava nel 1617 a pena ventiquattro anni, che un’edizione di sue rime intitolata a Carlo Emanuele duca di Savoia fu sequestrata, imprigionato lo stampatore, multato l’autore di duecento scudi e d’esilio. Al duca, che in quell’anno sosteneva la sua seconda guerra con la Spagna, ei si rivolgeva cosí:
Carlo, quel generoso invitto core Da cui spera soccorso Italia oppressa, A che bada? a che tarda? a che piú cessa? Nostre perdite son le tue dimore. Spiega l’insegne omai, le schiere aduna, Fa che le tue vittorie il mondo veggia: Per te milita il ciel, per te guerreggia Fatta del tuo valor serva Fortuna..... Carlo, se ’l tuo valor quest’idra ancide Che fa con tanti capi al mondo guerra, Se questo Gerion da te s’atterra Ch’Italia opprime, i’ vo chiamarti Alcide.
E del suo Alcide cosí ragionava le lodi nella prosa della dedicatoria: «Né veramente si può vedere senza stupore che ’l maggior re del mondo Le sia venuto due volte sopra, con due i maggiori eserciti ch’egli facesse già mai né contra i suoi ribelli né contra i Turchi né contra i Mori d’Africa; condotti da due i maggiori capitani che fossero nel suo imperio; uniti delle piú bellicose nazioni di tutta Europa, spagnoli italiani e alemanni; scelti la maggior parte di veterani indurati nelle guerre di Fiandra, arditi e coraggiosi per le passate vittorie; spalleggiati dagli aiuti e dalle intelligenze di poco meno che tutti i prencipi d’Italia; mantenuti co’ tesori dell’Indie, nell’abbondanza della Lombardia; inanimiti dalle ribellioni e dai trattati occulti dei piú intimi di Vostra Altezza; e che due volte cosí grandi apparecchi, cosí tremendi sforzi, sieno stati come nebbia al vento di tramontana dissipati e distrutti dal suo valore.... Contra Vostra Altezza non han potuto né grandezza d’imperio, né valore di capitani, né numero e quantità di soldati, né macchine militari, né aiuti esterni, né guerre piú che civili, né stratagemmi, né tesori....: ché tutte l’arti tutte le prove de’ suoi nemici sono cadute in vano. Ed eglino si sono ridotti a segno ch’è paruto loro di meritare il trionfo quando con ogni sforzo e ogni industria hanno potuto sorprendere una piccola terra ne’ confini di V. A., benché con perdita di quattro e sei delle loro». Vero è che il cantore dell’Alcide savoiardo indi a nove mesi supplicava al serenissimo principe Alfonso d’Este, rappresentando il suo pentimento:
Lasso! meglio era pur che dell’Alpino Eroe non avess’io le lode intese, O non m’avesse almen furor divino Spinto a cantar le di lui chiare imprese. Ma qual lito è si strano e peregrino Cui l’alta sua virtú non sia palese? Qual è sí rozzo cor, alma si scabbra, Ch’abbia alle lodi sue chiuse le labbra?... Se del monarca ibero offesa in parte La dignità fu dalla penna mia, Semplice è quell’error, non fatto ad arte. Testimonio la terra e il ciel ne sia. Or vergherò, signor, ben mille carte Delle ispaniche lodi, e s’uopo fia, Soli d’Austria gli onor, soli i trofei Saran nobil soggetto a’ versi miei.
Fra questi alti e bassi dello spirito or ridondante ed or dimesso, e della fortuna variata or dal favore de’ padroni or dalla malevolenza e dall’invidia degli emuli, egli ebbe agitata la vita; oscuramente finitagli a cinquantatre anni nella fortezza di Modena ove fu rinchiuso dal duca nel 1646.
Nel 1636 usciva in Modena la edizione delle Poesie liriche del conte Fulvio Testi, di quelle che egli nella sua forte virilità riconosceva e voleva sue. Pubblicandole sentiva procedente oramai il trionfo della scuola greca e latina, sentiva il Chiabrera e lui esserne i conduttori; e cosí ne assegnava il processo e il programma. «Pindaro, a giudicio de’ piú sani intelletti, fu ’l principe de’ lirici: molti lo stimarono impareggiabile; e tal un disse che l’imitare il suo stile era un mendicar precipizi. Ma gl’ingegni moderni non punto inferiori agli antichi hanno colla sperienza insegnato ch’allo studio e alla fatica nissuna cosa è impossibile. Il signor Gabriello Chiabrera è stato il primo a correre questo arringo della pindarica imitazione, riportandone applauso sempre grandissimo, ma non mai maggior del merito. Taccio d’un personaggio eminentissimo la cui sovrana dignità potrebbe forse chiamarsi offesa di queste lodi [Urbano VIII]; ma non lascierò già addietro mons. Giovanni Ciampoli e ’l signor don Virgilio Cesarini, i due miracoli d’Italia; che se ben l’uno e l’altro si sono serviti della poesia per ornamento e per ricreazione degli studi piú gravi, hanno però nell’opere loro dimostrato che le muse toscane non arrossiscono in paragone alle greche. Io, lusingato dal genio ed esortato da tutti e tre i suddetti signori, deliberai di far prova delle mie forze; ma parendomi che lo stare intieramente su la massima greca potesse partorire oscurità, e sappiendo dall’altra parte ch’Orazio era stato grandissimo emulator di Pindaro, il tolsi per guida, osservando diligentemente le frasi, le sentenze, le digressioni e gli altri lumi ch’egli o prese dal greco o inventò col proprio ingegno... I soggetti sono per la maggior parte morali, perchè a questi io mi sento singolarmente inclinato; ho però anche trattate alcune materie d’amore, ma con qualche novità; poichè, lasciando quei concetti metafisici ed ideali di cui sono piene le poesie italiane, mi sono provato di spiegare cose piú domestiche, e di maneggiarle con effetti piú famigliari, a imitazione d’Ovidio di Tibullo di Properzio e degli altri migliori. So che molti mi riprenderanno perchè di tratto in tratto abbia usate maniere latine: ma io tengo opinione che la frase poetica non s’impari se non dagli scrittori greci e latini, e se in questo mi sono abbagliato io non cerco né scusa né perdono»[120]. Nove anni dopo questa animosa levata di insegne, il Testi dava fuori altra piú copiosa edizione, pur confermando il suo programma ed affermando con certo vanto il crescente favore: «Non aspettate di veder forme nuove di scrivere, perch’io sto su la via vecchia, su l’imitazione cioè de’ greci e de’ latini, e particolarmente di Pindaro e d’Orazio, i due piú sicuri maestri, s’io non m’abbaglio, della lirica poesia. Tal è il mio genio: e se considero il gusto de’ secoli antichi ed anche la soddisfazione che ne mostra il moderno, io non devo pentirmi della maniera. Anzi alcune penne elevatissime si son già messe a praticar quest’aria, e con mia vergogna e consolazione insieme ci hanno fatti per entro voli di maraviglia»[121].
Le liriche del Testi hanno dunque argomenti, oltre che i fatti del tempo, morali e d’amore: in queste ha cercato la novità di Tibullo, Ovidio, Properzio, lasciando (è il primo che lo dichiara apertamente) i concetti ideali e metafisici del Petrarca: in quelle professa di aver seguito Pindaro e specialmente Orazio, dietro l’esempio del Chiabrera; del quale ritiene i metri, l’endecasillabo tetrastico e la combinazione di endecasillabi e settenari a coppie nella strofe di sei versi e a volte di terzetti nella strofe di nove. Piú che da Pindaro, che io nel Testi non trovo, il poeta estense ritrae da Orazio; di cui qualche volta amplifica una breve in una lunga ode sua (Poco spazio di terra) e talvolta fonde in una la imitazione di due (Fuggon rapidi gli anni). Spesso nell’ode introduce la narrazione, cosí nel mezzo come in principio: talvolta tutta l’ode non è che un racconto. E il racconto deduce dall’epopea omerica: le sirene ad Ulisse, nell’ode Nel mar che bagna a Lilibeo le piante; Ulisse e Circe (Già caduta dal cielo era ogni stella): dal Testamento vecchio, il convito di Belthezar (Poco spazio di terra); dal poema del Tasso, Ubaldo e Rinaldo (Già della maga amante); dalla storia, Cristoforo Colombo (Spesso cangiando ciel si cangia sorte). Procede, dicemmo, dal Chiabrera, ma è di lui piú sciolto, piú disteso, piú eguale. Sente anche del Tasso in certa dignità ed eleganza temperata; e direste che presentisse il Metastasio, o meglio il Metastasio si ricorda di lui in qualche cosa nel tono e nel sentenziare. Il fatto è ch’egli sente piú moderno, piú vero, piú caldo che non il Chiabrera e altri del tempo; e con la breve ed immediata espressione fa piú colpo su ’l lettore. Pochi esempi. Gli eccessi della repressione spagnola nella rivoluzione dei Paesi Bassi:
Tronchi da ferro atroce Anversa piange D’Orno i nobili busti e d’Agamonte, E mendicando va con mesta fronte Pellegrini soccorsi esule Orange.
L’Escuriale:
Reggia di sangue e di sepolcri piena Goder non può di successor felice; Ed è pompa crudel, gloria infelice, Regnar qual basilisco in vota arena.
L’arcivesco di Bordeaux, a balía di Richelieu, ruba e corseggia le coste liguri, corse e sarde:
Nulla mi cal se fatto Nocchiero di pastor dai liti galli Pontifical pirata i legni spalme, E per l’immenso tratto Delle tirrene procellose valli Corra merci a predar invece d’alme.
Il Leopardi cosí lo giudicò una prima volta: «il Testi ha dicitura competentemente poetica ed elegante, non manca d’immagini, ha anche qualche immaginetta graziosa, ha sufficiente grandiosità ed anche qualche eloquenza; le sentenze non sono mal collocate né esposte, quantunque non nuove: riesce anche benino assai nelle canzoni filosofiche alla oraziana: imita spesso e qualche volta quasi traduce Orazio; ma non ha l’animatezza, la scolpitezza e la concisa nervosità e muscolosità ed energia e lo spirito del suo stile, né molta originalità e novità, né proprio proprio sublimità di concetti e d’invenzioni»[122]. Poi ritornò su questo primo giudizio, e nella lettera al Giordani non dubitò di dar la palma al Testi su ’l Chiabrera.