JAUFRÉ RUDEL [Opere, X, 245-246; 252-271].
Reading edition
Gianfré Rudel ch’usò la vela e ’l remo A cercar la sua morte:
è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con la pura visione dell’imagine allontanatesi in un molle ondeggiamento di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama innamorato della contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni, e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave, condottolo a Tripoli per morto, fecero sapere il caso alla contessa: la quale venuta e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperato la vita; ma in breve spazio da poi pur nelle braccia della donna morí.
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.... Non che il morire, e anche il desiderio di morire, tra le braccia della donna amata, non sia per sé bello; ma non come fine a una vita stagnante, sí veramente quasi corona a una vita agitata in nobili contrasti e rapita dietro alte e leggiadre idealità.
Se Giacomo Leopardi nel Consalvo — come io da un pezzo sospetto, e son contento sia anche l’opinione di recente pubblicata d’un valente scrittore critico, il signor Francesco Torraca —, se il Leopardi nel Consalvo ripensò la morte di Giaufré Rudel come ce ne fu conservato il racconto per tradizione scritta, egli di quel racconto non mirò che alla fine, non ebbe la mente agli antecedenti, che insieme con la fine fanno un tutto del tutto differente al concetto del Leopardi e alla condizione e disposizione affettiva del suo Consalvo. Ecco la notizia piú antica dell’avventura di Rudello.
Giaufré Rudel fu molto gentile uomo e principe di Blaia. Innamorossi della contessa di Tripoli senza vederla, per lo gran bene e la gran cortesia ch’egli sentí dire di lei ai pellegrini che tornavano d’Antiochia. E per volontà di vederla si crociò, e misesi in mare per andare a vederla. E allora nella nave lo prese una grande malattia, sí che quelli che erano con lui si pensarono ch’ei sarebbe morto nella nave; ma tanto fecero ch’e’ lo condussero a Tripoli in un albergo per morto. E fu fatto assapere alla contessa; ed ella venne a lui al suo letto, e preselo entro le sue braccia. E quando egli seppe ch’era la contessa, sí ricovrò il vedere l’udire e lo spirare; e lodò Iddio e il ringraziò che gli aveva la vita sostenuta tanto ch’e’ l’avesse vista. E in questo morí tra le braccia della contessa. Ed ella lo fece onoratamente seppellire nella magione del Tempio di Tripoli; e poi in quel medesimo dí ella si rese monaca pe ’l dolore ch’ebbe di lui e della sua morte.
In questo racconto a pena delineato di semplicissima prosa, che ho tradotto dal provenzale antico, è poesia che avanza di valore intimo il Consalvo e molte altre rime consuntive del romanticismo. E la poesia è, come notò già Federico Diez, non nel pellegrinaggio del trovadore, non nella dolorosa voluttà dell’ultimo respiro, non nella mesta risoluzione della contessa a prendere il velo, ma nel fantastico surgere d’un amore cosí seriamente intenzionato. L’amore per simpatie fisiche, discendente dalle lotte per la elezione sessuale, cede luogo all’amore per elezione d’affinità. La piú bella di persona e di costume è al piú valente di forze e d’idee: si amano, o, come diceva con bellissima metafora il linguaggio della cavalleria, s’intendono pur lontani e senza vedersi:
Se non come per fama uom s’innamora.
Cosí — certe età si rassomigliano — l’eroismo greco favoleggiò che Elena non fu mai in Troia alle mani del morbido adultero, ma si fu rapita in Egitto da Hermes; e stando ella in Egitto ed Achille in Troia, per sola udita s’innamorarono, e dalle Parche fu loro concessa congiunzione immortale. Congiunzione immortale all’eroe negli elisii; ma qui in terra il poeta, non a pena ei si sveglia dal sogno in una verità per un momento piú bella del sogno, non a pena il travaglioso peregrinar della sua idea dietro la visione del bello fu premiato dalla realità del bello co ’l suggel dell’amore, allora il poeta in quella perfezione dell’essere muore; salvo cosí, poi che amare non si può sempre, anzi l’amor vero è fugace e il forte amore infelice, salvo cosí dal crudel bacio dell’addio: egli è sepolto dalla sua donna con desiderio e memoria, anzi che debba egli in un amarissimo giorno seppellire nel cuor suo vivo l’amore, l’amore anche vivo ma che non dee vivere piú.
Tale nel racconto dell’avventura di Giaufré Rudel è il mito gentile e dolente dell’amore ideale diveniente reale.
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Ho detto che nel racconto è il mito. Sento una sorridente opposizione: Non forse è egli un mito tutto il racconto?
Vediamo.
La breve notizia dell’amore e della morte di Giaufré Rudel, che lessi pur ora, fu scritta nella metà prima del secolo decimoterzo; e per tutto quel secolo la memoria di lui e dell’avventura sua rimase viva nella società cavalleresca della Gallia meridionale. Delle poesie piú accette in quella società erano i cosí detti giuochi partiti, composti alternamente di stanza a stanza da due trovadori. Il primo sfidando proponeva una questione di due casi o dubbi d’amore, invitando lo sfidato a dichiararsi per l’uno o per l’altro; questi nella seconda stanza prendeva a sostenere l’uno de’ due con ragioni ed esempi; nella terza lo sfidatore usciva a provare che l’avversario non avesse scelto bene: e cosí la questione seguitava per le altre stanze fra i due, finché ciascuno con una tornada (stanza minore finale) se ne rimetteva al giudizio d’una tal dama o d’un tal cavaliere o di piú dame o cavalieri: di che venne la tradizione, tarda, e poco oggimai salda, delle corti d’amore. Ora due giuochi partiti del secolo decimoterzo ricordano come vero il fatto di Rudel. Nell’uno un trovadore pon la questione: — Qual mantenga meglio l’amore in chi ama la donna sua lealmente, o gli occhi o il cuore. — Lo sfidato sta per gli occhi, per il cuore lo sfidatore, e invoca l’esempio di Giaufré Rudel cantando,
Tutti sanno che il cuore ha signoria sopra gli occhi, però che amore non si vale degli occhi se il cuore non sente, e il cuore può senza gli occhi francamente amare quella che non vide ancora presente, sí come fece dell’anima sua Giaufré Rudel.
Nell’altro un trovadore propone: — Qual prendereste meglio, o starvi in luogo riposto con lei che amate e morire appresso la gioia dell’amor suo, o amarla per tutto il tempo della vita e che ella non vi amasse né vi desse animo? — Lo sfidato risponde, volere anzi servire la sua donna senza guiderdone facendo per lei atti valenti; e lo sfidatore ripiglia.
Ah, se voi amaste lealmente, non direste di no a tale morte: non rassomigliate già voi al valente visconte Giaufré Rudel che morí nel passaggio.
Dai trovadori la bella istoria venne al Petrarca; e i suoi commentatori del secolo decimosesto, Alessandro Vellutello e Giovanni Andrea Gesualdo, ne discorsero compiutamente, senza pur ch’e’ conoscessero la notizia provenzale; e ne discorsero, come di fatto vero, i filosofi e gli estetici italiani di quel secolo, Mario Equicola nel Libro di natura d’amore e Agostino Nifo nei trattati Del bello e dell’amore. Su la fine del secolo, e proprio nel 1575, Giovanni di Nostradama, fratello dell’astrologo rimasto famoso nelle memorie del popolo francese, egli canzoniere e consigliere al parlamento di Arles, pubblicò le Vite dei piú celebri e antichi poeti provenzali; che non son tutte favola, dove non si tratti di esaltare i pregi della Provenza e di crescere onori alle famiglie nobili fiorenti in Provenza a que’ giorni. Nella vita di Rudel il Nostradama ormeggia la notizia provenzale antica; ma afferma il fatto esser raccontato pur da Ugo di San Cesario autore d’un catalogo di poeti provenzali, e mostra almeno in un luogo di avere attinto da qualche altra fonte a noi venuta meno.
Come storico han sempre considerato il fatto di Rudel gli storici e i critici della letteratura francese: come storico lo dichiarò il padre della filologia romanza, Federico Diez; e di recente, contro il dubbio d’un solo, il signor Stengel, inteso a riconoscervi una leggenda arieggiante il romanzo d’avventura di Durmart che s’innamora della regina d’Irlanda senza sapere né come si chiami né ove dimori, lo sostenevano due valenti cultori degli studi romanzi, i signori Stimming e Souchier.
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Giaufré Rudel è dunque della storia. Ma se ne sa ben poco, solo quel tanto che aiuta e conforta a mantenerlo nella luce poetica, in cui l’avventura sua e le memorie dei prossimi lo collocarono.
Usciva della casa dei conti d’Angoulême: contea cominciata nell’839 con Turpione, che finí nel 1305 con Ugo decimoterzo per esser riunita da Filippo il bello alla corona di Francia e dare il titolo a principi del sangue reale; al Valois che fu poi Francesco primo, all’ultima Delfina, la tragica figlia di Maria Antonietta. Nel 1048 Giaufré conte d’Angoulême morendo lasciava spartito tra cinque figliuoli il dominio: a Giaufré Rudel secondogenito toccava il principato di Blaye.
Da questo primo Rudel proveniva, non so in qual grado, nascendo poco avanti o poco dopo i primi venticinque anni del secolo decimosecondo, il principe trovadore. Visconte d’Angoulême, fu signore di Blaye, la Blavia dei romani, su la riva diritta della Gironda ove il fiume s’allarga quattro chilometri. Blaye era allora superba di serbare nell’abazia di San Romano la tomba di Cariberto figlio di Clotario, e piú quella di Rolando, che fu suo signore. Dopo la rotta di Roncisvalle, secondo la leggenda, Carlo Magno recò in nave su la Gironda il corpo di Rolando e degli eroici compagni Oliviero e Turpino, e li ripose in San Romano; quello del nipote, con la spada Durandal presso il capo e con a’ piedi il famoso corno d’avorio. La canzone di gesta canta:
In bianchi sarcofaghi fece mettere i signori a San Romano: là giacciono i baroni: i francesi li raccomandano a Dio e ai Santi.
Al nostro secolo Blaye fu ricordata per la prigionia che vi sostenne la duchessa di Berry nel 1832, quando il re borghese volle togliere forza alla pretendente pubblicando che in lei la donna avea vinto la regina. Piú leggiadre cose otto secoli a dietro si facevano nel luogo della cittadella di Blaye: Giaufré il signore vi componeva canzoni.
Sono sei, e tutte d’amore. Salvo che in una su ’l finire il poeta prende congedo dalla donna amata, cosí:
Amore, allegro mi parto da voi, perché vado cercando il mio meglio, e di tanto sono avventuroso che ne ho lieto il cuore, la mercé del signore mio buono che mi vuole e mi chiama.... Chi si rimane di qua e non segue Dio in Betlem, non so come sia mai prode e come possa venire a salvamento.
La canzone dalla prima stanza apparisce composta di primavera. Ora Ludovico settimo re di Francia la notte di natale del 1146 nell’assemblea di Bourges aveva annunziato l’intenzione sua di fare l’impresa di Terra santa: nel febbraio del ’47 Bernardo di Chiaravalle predicava per le terre francesi la croce: nel giugno partí dalla Francia l’esercito crociato; Giaufré Rudel, come doveva un buon successore di Rolando, era di quella spedizione. Marcabruno trovadore gli accompagnava una canzone di cortesia con questo invio:
Il verso e il suono voglio trasmettere a sir Giaufré Rudel oltre mare, e voglio che l’abbiano i francesi per lor coraggio allegrare.
Delle altre canzoni di Rudel due cantano ancora d’un amore gioito o penato da vicino; tre d’un amore lontano, non veduto, sognato co ’l cuore: e queste, a parer mio, si riferiscono tutte all’avventura con la contessa di Tripoli.
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Giaufré Rudel, poeta per felice disposizione dello spirito, di suo stato principe feudale, fu dell’ordine piú alto dei trovadori, di quelli cioè che non pur cantavano solo per genio ed onore, ma nel sentimento nel costume nell’arte della cavalleria esercitavano un’azione d’eccitamento ed avanzamento. Tali erano stati pochi anni innanzi Ebles visconte di Ventadorn e Guglielmo nono conte di Poitiers e duca di Aquitania, tale era Rambaldo terzo conte di Orange, tale fu poco di poi Riccardo Cuor di leone conte di Poitiers e re d’Inghilterra. Rudel componeva a mezzo circa il secolo decimosecondo; e tra i nomi dei trovadori che rimangono è per età il quinto, se pur non il quarto. Gli fu coetaneo Marcabruno della stessa provincia, primo a ricercare nella sottigliezza nella peregrinità fin nella oscurità effetti e modi nuovi al verso: piú giovine di poco Bernardo di Ventadorn, limosino, il piú tenero elegante e imaginoso dei trovadori. Apparteneva Rudel alla scuola, mi sia lecita questa denominazione moderna, di Guascogna, scuola precoce, indipendente, che la finezza della espressione e della rima spinse poi al piú alto grado dell’arte o dell’artifizio con Arnaldo Daniello, il trovadore dotto, ammirato e imitato da Dante e dal Petrarca. Ma di Rudel nell’antica biografia è detto che «fece buoni versi con cari suoni e poveri motti»: il che nel linguaggio tecnico d’oggi significherebbe che nella poesia aveva il movimento dell’affetto, che la sua poesia vestiva egli stesso di bella musica, ma che nello stile e nella forma non aveva la ricercatezza, prevalsa dopo la morte di lui, della rima e della frase. Rudel era piú semplice perché piú antico, benché già cominciasse a giuocar qua e là di parole con quell’abilità che a noi par fredda e fu un bisogno e un carattere della lirica d’amore cavalleresca.
La lirica provenzale, dopo il dominio del cristianesimo e nel momento di coesione della nuova società uscita dai mescolamenti delle immigrazioni germaniche per mezzo le genti latine, apparí prima produzione di poesia soggettiva in una lingua volgare dell’occidente romano. Fu poesia d’una classe privilegiata e ristretta; e svolse il motivo piú astratto, piú astruso, piú complicato, piú arduo, l’amore, come principio di civiltà, al di fuori della famiglia e quasi della natura, in una società di cavalieri, sórta dalla forza e conservantesi con la gentilezza. E tale lirica, che doveva propagare nelle corti idee e sentimenti cosí stranieri alla coscienza popolare, erasi pur allora staccata dalla materia prima della poesia popolare d’un paese, che su ’l fondo gallico sostenne quindi un’antica e durevole stratificazione greca e quindi una forte e feconda stratificazione romana con sopra un’alluvione visigotica. Se non che nelle Gallie meridionali l’elemento germanico può aver conferito a informare l’ideale cavalleresco misto di feudale e religioso, ma nella lirica sí popolare sí cortigiana non ne traspirò fiato. Della poesia popolare anteriore la lirica dei trovadori serbò su le prime qualche sentore in certa freschezza di rappresentazione, in certi tócchi di passione, nel taglio del verso piú raccolto e andante con passo monotono per brevi coble o stanze. Rudel tiene ancora un poco dell’attaccamento al canto popolare; ma già è spuntata a’ suoi giorni e già cresce ne’ suoi versi l’arte della canzone aulica perfetta.
La canzone fu a’ trovadori la forma poetica per eccellenza, né altra materia accogliea che d’amore. E come l’amore era il sentimento piú alto della cavalleria e il piú produttivo di quell’entusiasmo che dovea rapire i nobili animi a ben pensare e ben fare, cosí la poesia e l’arte non potevano mai essere abondanti e ricche tanto che bastasse all’adornamento della canzone. Ma quest’abondanza era piú ch’altro di forme, perchè la condizione del sentimento d’amore nella convenuta idealità cavalleresca rimaneva sempre la stessa, escludendo altri modi di passione o d’entusiasmo diversi da quelli assegnati nel codice dell’uso. Qua e là irrompeva la natura buona e bella; e in certe coble di desiderio d’invocazione e di addio l’anima attratta vorrebbe credere ad un’eco dei canti della colonia greca su ’l bel mare di Massilia; e in altre tutte ferventi del godimento della vita rivive forse il calore della rumorosa espansione gallica. Ma ciò che piú proprio ebbero lo spirito gallico e il greco e il romano misti nello scadimento, cioè l’acutezza e lo sfoggio nei concetti e nei sensi, e il giuoco e lo sforzo del giuoco nell’uso e nell’abuso dei vocaboli e dei suoni, quell’abilità della parola che presto empiè di retori galli le scuole di Roma e trasse gli oratori a impallidire dinanzi l’ara di Lione e produsse gli ultimi panegiristi e gli ultimi poeti dell’impero, quell’abilità della parola rifiorisce di pien medio evo un tal poco nella canzone provenzale. Nella quale la rima piena, ricca, varia, difficile, rara, che si raddoppia, s’intreccia, si propaga per echi, con un calcolo di consonanze e desinenze verbali e nominali, maschili e femminili, mescolate, opposte, assortite, non pure incatena piú versi, non pur riapparisce in mezzo ai versi, ma domina e lega tutte le stanze riproducendosi dalla prima nelle altre, senza turbarne l’ordinamento, con disposizione varia, tanto che in fine la canzone resulta un solo sistema di rime in tanti mazzi di versi legati con eleganza in agile armonia.
Ora certe proprietà singolari di sí fatta lirica non possono nel concetto moderno della poesia aver piú valore, e i pregi di forme e di suoni in una traduzione si perdono. Giaufré Rudel, con tutta l’aureola, che lo irraggia, di confessore e martire dell’amore, rischia di passare innanzi alle signore per un povero poeta. E grande, oh!, non fu, ma fu dei primi dell’età nuova; e di quell’ippocrene cavalleresco non dispiacerà, spero, gustar qualche stilla.
La primavera, sfiorita oggi in troppi versi, era già mortificata in quelli de’ trovadori. Ma Rudel, dal chiuso inverno del castello feudale uscendo su le belle rive della Gironda, la sentí con freschezza. La sentí nella gioia dell’essere:
Quando il rusignolo entro le foglie dà amore e ne chiede e ne prende e move il suo canto allegro e giocondo e spesso riguarda la sua compagna, e i ruscelli son chiari e i prati son vaghi, allora, pe ’l novello piacere che regna nel mondo, gran gioia vienmisi a posare nel cuore.
La sente come ispiratrice di poesia:
Assai ho intorno a me insegnatori del canto, prati e verzieri, alberi e fiori, trilli e lai d’uccelli per mezzo a dolce stagione soave. Quando il ruscello scaturendo di fonte schiarisce, e apparisce il fiore della rosa selvatica, e il rusignuolo tra i rami modula e ripete e spiana e affina il dolce suo canto, è ragione che anch’io ripigli il cantar mio.
Dei fatti dell’amore, Rudel in alcun luogo rende con efficace novità l’impazienza del rivedere:
Di questo amore tanto io son cupido, che, quando piú corro verso lei, pare di tornarmene indietro e che ella vada fuggendomi; e il mio cavallo andando verso lei è sí lento che difficile sarà omai raggiungerla, se amore non la mi fa rimanere.
E con nativo accoramento esprime la gelosia:
Lungi è il castello e la torre ov’ella si posa e il suo marito.... E piú me ne cresce il dolore perché io odo lei essere in luoghi agiati; che tanti non faccio io sospiri e pianti, quanti ella per disposizione di destino dà baci.
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Questo è dei pochissimi luoghi della lirica provenzale ove apparisca ingenuamente la gelosia pe ’l marito. Nella poesia cavalleresca l’amore è fuori del matrimonio e incurante del matrimonio.
Fu detto e ridetto che a formare il culto, come si convenne chiamarlo, della donna, quale apparisce nella società cavalleresca, concorsero per una parte lo spirito cristiano e per l’altra la tradizione germanica. Io credo che il motivo piú prossimo ed efficace fosse la barbarie del matrimonio nella società feudale. Le donne — primo osservò Claudio Fauriel — nel mezzogiorno della Francia erano abili a posseder feudi: per ciò le nozze servivan di mezzo ad afforzare i dominii e arrotondare i possedimenti, furono al piú considerate come trattati d’alleanza tra due case. Unioni cosí fondate sopra interessi e còmputi di convenienze si disfacevano innanzi ad altri interessi e còmputi che sopravvenissero maggiori e piú utili. Quindi nessuna considerazione alla donna come moglie e madre: quindi la scandalosa frequenza dei repudii, a cui la Chiesa troppo facilmente prestavasi: e quindi, essendo l’amore nel suo piú alto senso un bisogno degli animi quanto piú sono privilegiati di nobiltà da natura e per educazione, quindi la riazione, e non di sole le donne, a riporre il perfetto amore fuori del matrimonio. «Ciò che le donne soffrivano come mogli spiega fino a un certo punto ciò che esigevano e ottenevano come dame dai cavalieri»: sono parole del Fauriel. L’ammirazione ch’è in ogni anima ben fatta per la bellezza virtuosa e conoscente, il rispetto e la difensione ch’era nei doveri della cavalleria innanzi alla debolezza potentissima della donna, l’influenza della donna che non potendo dominare vuol essere adorata, esaltarono in quelle condizioni domestiche della società feudale le speranze i desiderii la devozione dell’amore fino a convertirli in un entusiasmo, che fu il principio movente d’idee e d’azioni per una parte magnanimamente disinteressate e per un’altra aliene assai dal nostro modo di vivere e di pensare.
Strano dee parere oggi ai piú l’innamoramento di Giaufré Rudel per udita. Ma nelle constituzioni, per cosí dire, dell’amore cavalleresco prevaleva la intenzione morale. Cosí cavalieri e poeti non amavano per incontro di súbite simpatie, ma nella elezione delle signore dei lor pensieri preferivano le dame che piú avessero nome di grazia, di cortesia, di virtú. Onde, a mezzo il secolo decimosecondo, in quella meravigliosa stagione che fu il fiore del medio evo, in tale esaltamento di animi che respiravano di generazione in generazione l’entusiasmo e l’avventura, Giaufré Rudel, gentiluomo di razza, poeta di natura e guascone, poté eleggere ed amare e cantare, senza conoscerla d’appresso, una dama della piú gloriosa nobiltà occitanica, trapiantata nelle mistiche plaghe d’oriente, la cui fama di bellezza e virtú, attraente dalla lontananza, piú grata, come vedremo, nella sventura, tornava a risplendere con mite fulgore su la madre patria. Attenuata cosí l’apparente stranezza dell’amore di Rudel, vien poi ridotta nei termini del naturale da questo, che il principe trovadore navigò ad ammirare e adorare in effetto e da presso la donna celebrata da lontano: che se morte lo colse, ciò non fu certo per piacer suo, ma la natura aggiunse la idealità che vien dalla morte in tali circostanze alla realità d’un fatto, che del resto era nel sentimento e nel genio del secolo.
Delle canzoni dedicate da Giaufré Rudel all’amore lontano una ve n’è che resiste, credo, al tempo e può anche oggi piacere. Niuna abilità di verseggiatura potrebbe affrontare la bellissima costruzione di quelle stanze a novenari, cosí ben variati e rispondentisi nelle cesure, con le stesse rime per tutta la canzone e con la iterazione, a indicare il pensiero dominante, della voce lonh [lungi] in ogni stanza. Possa da una fedele versione in prosa spirare almen l’alito, come profumo di fior secco, della rêverie del secolo decimosecondo.
Allorquando i giorni son lunghi in maggio, piacemi un dolce canto d’augelli di lungi, e quando indi mi parto ricordami d’un amore di lungi: vo chiuso nell’animo e chino, sí che né canto d’uccelli né fiore di biancospino mi piace piú che verno gelato.
Già mai d’amore non mi allegrerò se non mi allegro di quest’amore di lungi, che piú gentile e migliore io non ne conosco in veruna parte né presso né lungi: tanto è verace e fino il suo pregio, ch’io vorrei là nel regno dei saracini esser chiamato prigione per lei.
Triste e lieto mi partirò quando vedrò questo amore di lungi; ma non so l’ora che la vedrò, perché le nostre terre troppo son lungi; assai vi ha passi e cammini tra mezzo, e per ciò non sono indovino: ma tutto sia come a Dio piacerà.
Ben tengo per verace il Signore che formò quest’amore di lungi; ma per un bene che me n’avviene n’ho doppio male, ché tanto son lungi. Ah ch’io fossi là pellegrino, sí che il mio bordone ed il saio fossero da’ begli occhi di lei rimirati.
Ben mi parrà gioia quando io le chiederò per amor di Dio l’albergo là lungi, e, se a lei piace, albergherò presso di lei, se bene io mi sia di lungi: allora le parrà dolce conversazione, quando il lontano amatore le sarà tanto vicino che goderà sollievo di belle parole.
Dio, che fece quanto viene e va e formò questo amore di lungi, mi dia potere, ché il cuore io ne ho, di vedere in breve l’amore di lungi....
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Questo amore di lungi ebbe per oggetto, secondo la tradizione storica, una contessa di Tripoli.
Tripoli in Siria, presa dai cristiani crociati nel 1109, fu constituita contea in vassallaggio al regno di Gerusalemme e data a Bertrando figlio d’un dei condottieri della crociata, Raimondo di San Gilles conte di Tolosa: fin che, mancata la discendenza nel 1200, passò al principato di Antiochia. In vita di Rudel, conti di Tripoli furono: dal 1137 al 1152 Raimondo primo, ed ebbe in moglie Odierna nata di Baldovino re di Gerusalemme: dal 1152 al 1187 Raimondo secondo, ed ebbe in moglie Eschiva dama di Tarbia.
Tra i molti che scrissero di Rudel solo il signor Souchier vuole che la donna da lui invocata fosse Odierna, e l’amore e la morte fossero nel 1147; nel quale anno egli crociatosi sarebbe passato in Palestina non per terra con la spedizione del re di Francia nel giugno, ma per mare su la fine d’agosto con Alfonso Giordano conte di Tolosa e Bertrando suo figlio. In questa opinione il sign. Souchier fu indotto particolarmente da due versi d’una delle canzoni su l’amore lontano, nei quali sono ricordati il conte di Tolosa e ser Bertrando. Ma i due versi altro non dicono se non che la canzone sarà udita in Quercy da ser Bertrando e dal conte in Tolosa: da cosí poco a indurre che Rudel fosse della spedizion tolosana il passo è ardito. Fosse pure stato: non a pena sbarcò a Tripoli morí. Ma come allora il trovadore Marcabruno avrebbe potuto inviare la sua già ricordata canzone a sir Rudel «oltre mare, sí che l’avessero i francesi per rallegrarsene»? Nel 1147 Giaufré Rudel fece sí il passaggio in Terra santa crociato, ma con la spedizione francese, e ne tornò. Un secondo passaggio lo fece nel 1162, come afferma il biografo Nostradama che può avere attinto a pura fonte la notizia dell’anno, e lo fece per amore di Melisenda, come porta la leggenda e la storia può ammettere.
Melisenda, figliuola di Odierna e del primo Raimondo conte di Tripoli, ebbe il nome dalla sorella di sua madre, la Melisenda primogenita di Baldovino primo, famosa nella storia della Palestina feudale come quella che per trent’anni ebbe parte al governo nel regno di Folco d’Anjou suo marito e di Baldovino secondo suo figlio. Melisenda di Tripoli, «fanciulla di mirabile creanza», come la descrive il maggiore storico del regno cristiano in Siria, Guglielmo arcivescovo di Tiro, era nel 1161 dimandata a nozze da Manuele Comneno imperatore di Costantinopoli. Magnifico l’apprestamento e il corredo: grande la spesa: tutti i principi del regno di Gerusalemme eran convenuti alla corte di Tripoli: dodici navi aspettavano, pronte a trasportare la cugina del re di Gerusalemme nella reggia di Eudossia e Teodora: quando l’imperatore greco ruppe il trattato e ripudiò la sposata. Di che súbito andò la fama presso e lontano; e, in onta alla perfidia del Comneno, innalzò le grazie e la virtú della vergine latina. La sventura cresce lume alla bellezza, e la donna è perfetta quando ha pianto. Cosí avvenne che tutta Francia, e particolarmente il paese dei trovadori, di cui era splendore la famiglia dei conti di Tolosa, risuonasse del nome e delle lodi di Melisenda contessa di Tripoli, tanto che il signore di Blaia ne innamorò e messosi in mare per vederla morí.