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Pagine di storia letteraria

GOFFREDO MAMELI [Opere, III, 83-86; 94-97].

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Il secondo dei piú noti canti di Goffredo fu composto l’8 settembre del ’47, all’occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l’inno d’Italia, l’inno dell’unione e dell’indipendenza, che risonò per tutte le terre e su tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.

Fratelli d’Italia, L’Italia s’è desta: Dell’elmo di Scipio S’è cinta la testa.

Io ero ancora fanciullo; ma queste magiche parole, anche senza la musica, mi mettevano i brividi per tutte le ossa; e anche oggi, ripetendole mi si inumidiscono gli occhi. Se non che oggi l’età è scettica e positiva; e a piú d’uno darà per avventura molestia «quell’elmo di Scipio», mito da panche di scuola. Ma quegli dovrà ancora rifarsene con tutta la storia italiana, da Arnaldo al Garibaldi e al Mazzini, e anche al Gioberti. La colpa non è dei poeti e dei rètori moderni, se gl’italiani hanno avuto sempre per la testa di queste fisime liviane, che ebbero pur tanta forza da spingere i conservatori al Quirinale, e li spingeranno, per avventura, anche piú là. La sarà, se volete, retorica; perché oggi certa gente chiama retorica tutto quello che ha il torto di parlare al cuore e alla mente dei buoni e gentili un po’ piú presto e un po’ piú efficacemente che non le loro cifre e i resoconti, le quali e i quali han poi bisogno d’una retorica tutta speciale per apparire quello che non sono: ora io tra retorica e retorica scelgo la piú bella ed onesta. E l’elmo di Scipio, a dispetto del figurino delle guardie civiche del ’47, posto dal Mameli su ’l capo all’Italia, mi piace. Non v’è tempo, del resto, a tanta minuzia d’osservazioni, perocchè il poeta vi prende a mezza vita il cuore e la fantasia, se n’avete, con una mossa, grande, imperiosa, tutta e veramente romana, tale che né Virgilio né Orazio né Lucano né Claudiano nelle loro piú accese adorazioni per la dea Roma trovaron mai un accento cosí superbamente quirite:

Dov’è la vittoria? Le porga la chioma; Ché schiava di Roma Iddio la creò.

Vero è che tutto questo, per l’anno di grazia 1847, a mente fredda, parrebbe un po’ troppo anche a me; se non fosse il cupo entusiasmo del poeta che non mi lascia tempo, ripigliando con la solenne semplicità di chi ha devota l’anima alla patria, con la voce d’un cavaliere del «Drappel de la morte»,

Stringiamoci a coorte, Siam pronti alla morte: Italia chiamò!

E quando è l’Italia che chiama, e la chiamata della gran madre intendono anime come quella di Goffredo Mameli, si può anche pensare all’elmo di Scipio, e alla chioma sventolante dell’antica dea nostra, Vittoria. Tra le altre strofe troppo piene di formalismo politico, sorella degna alla prima riportiamo solamente la quarta: quella ricordava l’Italia romana, questa l’Italia dei Comuni:

Dall’Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano: Ogni uom di Ferruccio Ha il cuor e la mano. I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla: Il suon d’ogni squilla I vespri suonò.

Anche queste ai nostri giorni parranno vanterie inopportune: ma nel ’47 il popolo italiano era nel succhio della sua primavera; e il poeta, sentendo in sé l’anima della nazione, fiutava la battaglia nell’aria, come il cavallo di Giob. Oggi i giornali umoristici posson ripetere scherzando, «I bimbi d’Italia Son tutti Balilla»: allora ai versi del suo poeta l’Italia assentiva coi fatti; e Palermo, Milano, Messina, Bologna, Brescia, Roma, Venezia si levavano dalla storia raggianti di trionfo, o superbamente affocate e affumicate dalle bombe e dagl’incendi, o divinamente lacere, sanguinose, straziate, affamate, a rispondere: — È vero, è vero.

***

.... Cosí finiva Goffredo Mameli, la cui sorte fu tanto simile, e l’anima per lo meno pari, a quella di Teodoro Körner e di Alessandro Pétoefi, morti, il primo per la patria tedesca a Lipsia il 27 agosto 1813, il secondo per la patria magiara a Schaessbourg il 31 luglio 1849: eguali anche in questo, che, come il Mameli fu capitano di stato maggiore del generale Garibaldi, cosí il Körner fu aiutante del Lützow, cosí il Pétoefi dell’eroico Bem: nel resto, cotanto e di natura e di fortuna dissimili.

Il fiore della adolescenza del Körner, figlio al piú stretto amico di Federico Schiller, si allargò sotto il calore di quel sole della poesia germanica, che d’ogni parte lo circondava nella casa paterna, e il cui sguardo anche posò sopra lui fanciullo. Crebbe nel miglior tempo della letteratura tedesca: fu accomandato alle cure del grande Humboldt e del maggiore degli Schlegel. E ben presto divenne il prediletto del pubblico tedesco per certi mediocri drammi rappresentati nel teatro imperiale di Vienna: anche Wolfango Goethe incomodò la sua olimpica serenità per dargli una lode, che non fece già con ben altri. Alcuni tra i suoi canti di guerra, nei quali del resto sentesi troppo piú l’amore soldatesco della battaglia come battaglia e l’odio ai francesi che non l’amore della libertà e della redenzione, alcuni tra quei canti sostengono a galla su la palude dell’oblio un libro di poesie molto mezzane e insignificanti. Ma il suo nome è ormai un mito.

Piú vero poeta fu il Pétoefi. Nella sua poesia è tutto il sole della pusta selvaggia, è il fremere del cavallo ungherese, e il fuoco dell’ungherese vino fiammante, e la bellezza formosa delle fanciulle ungheresi. E come sente egli la sua grande natura serena! e come ama il vino e le fanciulle! Canta anche il dio dei magiari, perchè gli rappresenta la tradizione della patria: ma sopra tutto ama e canta la libertà, la libertà di tutti i popoli: egli in questo è l’uomo del quarantotto, come il Mameli. Peccato che anch’egli, come il Körner e forse per imitazione del Körner, vagheggi con gioia un po’ troppo selvaggia le «rose rosse» del campo di battaglia. E morì dopo votati molti bicchieri del patrio vino, dopo baciate molte patrie fanciulle, dopo sciabolati molti austriaci e cosacchi; morì lasciando un libro di poesie che vanno tra le piú belle liriche europee degli ultimi quarant’anni. Morí? no, sparì come un bel dio della Grecia. Non lo videro tornar piú, non rinvennero piú il suo corpo. E il contadino ungherese tien per fermo che il poeta degli honwed non sia veramente morto: egli può tornare di giorno in giorno; e, se tornasse, il contadino ungherese penserebbe ad altro che a fare ai pugni per i vóti del Deak. Anch’egli è un mito.

Il Mameli non ebbe né le brillanti fortune del Körner né la forza del Pétoefi; ma né pure ebbe un momento solo gli istinti del venturiere o la ferocia del soldato. Egli è il crociato dell’idea, gentile, mite, eroico, riguardante in vesta tutta bianca di argento al sole oriente, come il Rinaldo purificato; degno poeta e milite in quella difesa di Roma, che per il valore e la magnanimità, di cui fece prova il «latin sangue gentile», pare un grande episodio dei poemi di Virgilio e del Tasso. E cosí cavalleresco e poetico ei morì di cancrena, in uno spedale, tre giorni dopo che lo straniero era entrato nella patria del suo pensiero, nella sua Roma invitta e immortale. Come poeta abbiamo veduto che il Mazzini lo paragonava al fiore della flomide; e bene de’ suoi canti aggiungeva:

Getti di una ispirazione sorta dal popolo e destinati al popolo; facili, ineguali, non meditati e quasi fiori che cadano dalla testa inghirlandata d’una fanciulla senza ch’essa se ne avveda o ne curi; portano l’impronta d’una potenza ingenita di poesia, che gli anni e il pensiero avrebbero educato e le battaglie della patria fecondato piú sempre di profonde emozioni. Il popolo li ricorderà lungamente, né so chi possa leggerli senza dirsi: La morte ci ha rapito un poeta.

Se il popolo ricorderà lungamente o se abbia ricordati, quei canti, io non so; perocchè anche il popolo italiano, almeno come ora è, rispetta piú il buon successo che i propositi buoni, ammira piú la forza che la virtú, si lascia attrarre piú al bagliore che alla bellezza. Certo per gli animi gentili Goffredo resterà sempre quale lo salutava il Montanelli: «quel fiore d’eroismo romano, il martire santo Mameli».

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