DELLO SVOLGIMENTO DELLA LETTERATURA NAZIONALE DISCORSO SECONDO [Opere, I, 53-82].
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Dei quattro periodi di contrasto e di formazione: periodo latino, lombardo, siculo, bolognese. Quando, come, tra quali circostanze e su quali soggetti cominci l’opera della letteratura nazionale.
I.
Quando contro la potenza di Federico secondo, che dal mezzogiorno riallargavasi ingrossando verso il settentrione solo a tempo abbandonato dal padre suo, si stringeva la seconda lega delle città lombarde, Tirteo della libera gesta fu Pier della Caravana, piemontese. Egli cantava: «Ecco il nostro imperadore che raccoglie gran gente. Lombardi, guardatevi bene, che non siate ridotti peggio che schiavi comprati, se non durate fermi.... Sovvengavi dei valenti baroni di Puglia, i quali nelle loro case non hanno oramai che dolore: guardate non avvenga altrettanto di voi. Non vogliate amare la gente di Lamagna, non vi piaccia usare la sua compagnia; lungi, lungi da voi questi cani arrabbiati. Dio salvi Lombardia, Bologna e Milano e loro consorti, e Brescia e ’l mantovano, e i buoni marchigiani, sí che niuno di loro sia servo». Cosí il nobile Piemonte dava all’Italia il primo poeta di libertà. Ma egli poetava in provenzale: oh perchè non suonò nella lingua della patria la fierezza di quei sensi, l’ardenza di quei versi, e il martellar feroce del ritornello finale,
Lombart, be us gardatz Que ia non siatz Peier que compratz Si ferm non estatz!
E già prima, circa il 1195, quando Lombardia erasi anche levata contro Arrigo sesto, all’espressione dell’odio popolare contro il tedesco avea dato violenti forme in provenzale Pier Vidal. All’incontro, la vittoria parmense del 1248 che dette il colpo mortale a Federico secondo, quando il plebeo Gambacorta predò la corona imperiale mostruosa di ricchezza e di peso, fu cantata in latino: in latino l’epinicio guelfo annunziava alle città confederate di Milano, di Bologna, di Venezia, d’Ancona, che «il Signore levossi a tutela della nostra libertà e già apparve alla città sua di Parma».
Ora questo fatto delle battaglie nazionali d’un popolo nuovo cantate in lingua straniera o antica a troppi altri consimili fatti succede; sí che non se ne vogliano sottilmente ricercare e discorrere le ragioni. Con che ci verrà fatto di rinvenire il perché s’indugiasse di tanto il volgare italiano a manifestarsi nell’opera letteraria, e di segnare i termini de’ periodi che a quella manifestazione furono innanzi e le ragioni varie dei fenomeni che vi si svolser per entro.
II.
Della vitalità tra noi del latino dobbiamo certo in gran parte riferir la cagione al principio religioso, il quale rappresentando allora una specie di gerarchica civiltà avea consacrato l’idioma dell’antico impero come lingua cattolica sí della chiesa sí della scienza d’occidente. E ciò poté piú efficacemente volere e piú largamente conseguire in Italia, dove la chiesa era in questo suo intendimento aiutata dallo stesso principio popolare. Il quale e nella scuola conservava la tradizione classica, e con le leggi e con le forme del reggimento mirava tuttavia a Roma; la cui grande imagine stié sempre dinanzi agli occhi degl’italiani, gli confortò schiavi, gl’inanimò ribelli, liberi gl’illustrò della sua gloria radiante di tra le ruine, come la fiammella della lampade mortuaria la quale raccontasi si serbasse viva a traverso i secoli nella tomba della fanciulla romana figliuola del grande oratore. Anche per gli altri popoli d’occidente era il latino la lingua officiale della chiesa e della scuola, dell’impero e delle leggi: ma fuor di chiesa e del chiostro, al di qua dei cancelli della corte di giustizia, essi sbrigliavano il volo delle fantasie e l’impeto degli affetti nei volgari nuovi. Per gli italiani il latino era la lingua dei padri loro, con la quale avevano imperato al mondo; la intendevano e la parlavano piú comunemente; la reputavano sola degna a cui commettere i pensamenti dei savi, le gesta delle città, il lavorío dell’arte; speravano per avventura di restituirle l’antico uso di dignità. Per ciò, mentre gli altri popoli cominciarono ben presto a intessere il racconto epico o a svolgere il sentimento lirico nei nuovi idiomi, i nostri l’una cosa e l’altra fecero latinamente. Ebbero anche essi le loro leggende su le barbariche signorie, su le dinastie che li opprimevano; ma gli avanzi informi d’una leggenda italica primitiva di Valtario d’Aquitania e di Carlo Magno e Adelchi giacciono trasfigurati nella cronaca del monastero della Novalesa. Tentarono di raccogliere le fila dei miti antichi ondeggianti ancora per l’aere di primavera nei crepuscoli tinti in rosa dagli ultimi raggi del sole su le vette favolose dei colli etruschi e latini; ma dei canti misteriosi, che le ninfe o le fate lasciavan sentire dagli spechi di Fiesole di Chiusi di Volterra, un’eco a pena è ripercossa nel Ninfale fiesolano e nell’Ameto del Boccaccio e nel Novelliere di Domenico da Prato. Di quel che le donne fiorentine nelle veglie severe favoleggiavano «dei troiani, di Fiesole e di Roma», una traccia rimane, leggera e interrotta, nelle croniche del Malespini e del Villani; si leggono nelle croniche del Cobelli le vicende dei discendenti da’ fondatori romani di Forlí mescolate alle gesta dei signori nuovi goti e longobardi: ma il Malespini attesta di aver còlto il leggiadro racconto da certe antiche scritture ch’ei vide in casa d’un gentiluomo vecchio romano, e il Cobelli da altri libri pur latini d’un cronicatore antico di Ravenna; Roma e Ravenna, le due città classiche ed imperiali. E da croniche latine antiche delle due città romane d’Aquileia e Concordia provenne il poema di Attila e de’ suoi italici antagonisti Giano e Foresto, romanzato poi nel secolo decimoquarto in versi francesi dal bolognese Nicolò Càsola e nel secolo decimoquinto in prosa popolare veneziana e nel decimosesto in elegante prosa italiana da Gian Maria Barbieri e da altri in ottave: documento non unico di tutte le trasformazioni per cui passò la materia primitiva della nazional letteratura nei primi quattro secoli originali. Cotesti libri latini del resto, che certamente esisterono e che potevano dimostrarci l’azione prossima esercitata dalle tradizioni della patria antichità su le fantasie degl’italiani del medio evo e darne a divedere l’opera loro di rifusione dell’ideale antico col nuovo soprannaturale e con la storia di tutti i giorni; cotesti libri, dico, dopo il fiorir vigoroso della letteratura nazionale e il rifiorire del classicismo, andarono spregiati e perduti. A ogni modo; e i vestigi sparsi che avanzano di cosí fatte leggende paesane nelle croniche latine e volgari fino al secolo decimoquinto; e i lineamenti che un po’ svaniti o ver caricati pur emergono di quei miti nelle imitazioni letterarie, nelle rapsodie e nelle fiorite dello stesso tempo; e i pochi canti lirici latini che sopravvivono interi, ultimo de’ quali l’epinicio parmense pur ora ricordato; tutto ciò dà fede di un periodo fossile, per cosí dire, e preistorico della letteratura nazionale: periodo che da’ Carolingi, se non da innanzi, estendesi a mezzo il secolo decimoterzo, e nel quale il principio popolare ebbe in lingua latina una letteratura sua, ma che pur sentí l’influsso degli altri due principii, l’ecclesiastico e il cavalleresco. E cotesta letteratura fu certamente il substrato della posteriore in lingua volgare. Cosí nulla va perduto nel mondo: non l’orma de’ misteriosi augelli primitivi su l’arena di tanti secoli che s’è fatta pietra, e né pure, quel ch’è piú mirabile, lo sfiorar dell’ala della fantasia umana su le brume del passato sfumanti in vetta alla montagna dei secoli. Ma l’uomo non bada.
III.
Se non che, quando il settentrione della penisola diventò primo campo alle battaglie del risvegliato elemento romano, o perché il movimento letterario della nuova lingua non si accompagnò alla vitale contesa dei comuni lombardi con l’impero e alla vittoria che la coronò? Perché non si manifestò egli da prima nella valle del Po e dell’Adige, tutta ancora fremente dell’ardore della riscossa? perché, in quella vece, i monumenti letterari di cotesta gloriosa regione in cotesta età gloriosissima sono eglino, tutti da prima, e quasi tutti anche di poi, in lingua provenzale?
Probabilmente anche tra noi il primo impulso a una poesia artifiziosa in lingua nuova mosse dal principio cavalleresco, che raggiunse il sommo dell’esser suo prima che fosse maturo il nazionale. Ora il principio cavalleresco si manifestò con le imitazioni delle corti di Provenza e con la importazione della poesia provenzale in Lombardia, o piú largamente nella Italia superiore, da mezzo l’imperare del Barbarossa a tutto il regno di Federico secondo. Perocchè i trovadori provenzali, gente di corte attratta dal barbaglio dell’acciaio e dell’oro, cominciarono a passare in Italia all’occasione delle varie calate del Barbarossa, e, seguitando il campo o la corte di lui e alle varie corti feudali accogliendosi che allora in Italia fiorivano, vi portarono con le piú belle costumanze e co’ piú fini riti di cavalleria tutto il corpo della poesia loro, la lirica meglio loro propria e i romanzi che per lo piú imitarono dalla Francia settentrionale. A questa prima immigrazione una piú stabile ne seguitò nei primi trent’anni del secolo decimoterzo, massimamente quando la spada di Simone di Montfort ebbe reciso nel proprio terreno quel lieto e gentil fiore della coltura occitanica. Allora i trovadori, e altri che della gaia scienza si facevano un mestiero per vivere, ripararono in Italia, quando a punto la potenza ghibellina e con essa il principio cavalleresco pareva raffermarsi tra noi mediante il naturalizzarsi dell’impero con Federico secondo. A questo tempo la imitazione delle cortesie e delle fantasie cavalleresche risplende nelle feste, nelle costumanze, nei nomi; e non fu solamente dei signori e feudatarii, ma e dei cittadini de’ nuovi comuni che pure in ciò vollero venire in gara con quelli. Ne seguí la coltura anche tra noi della gaia scienza, la quale aveva raggiunto la perfezione artistica nella poesia provenzale. Ma questa poesia era tale un sistema artificioso d’idee complicate e riflesse, di sentimenti squisiti e affettati, di convenute sottigliezze e di forme consacrate e immutabili, che ricercava una lingua, se non doviziosa, raffinatissima e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui doveva adattarsi. Ora i dialetti dell’Italia superiore, ispidi di per sé né politi dall’uso o al piú adoperati in un’arte di popolo semplicissima e primordiale, erano tutt’altro che acconci a ricevere la studiatissima forma trovadorica e a rendere le sottigliezze dell’amore cavalleresco. Il perché parve ai nostri piú agevol cosa l’usare a ciò la lingua stessa provenzale, che del resto era anche la lingua di moda, come piú tardi fu la francese, del piú bel fiore della cavalleria europea. Cosí pigliando le mosse da Nizza e giú per la riviera toccando Genova e spingendosi alle foci della Magra, risalendo poi Monferrato sino a Torino, sostando oltre Po e Pavia e a Milano e su ’l Mincio a Mantova, montando per il Friuli e discendendo a Venezia e ripassando in fine il Po da Ferrara a Bologna, in poco piú di mezzo secolo, da Alberto Malaspina marchese di Lunigiana che rimava circa il 1204 fino a mastro Ferrari che visse alla corte di Azzo settimo estense, possiamo contare un venticinque italiani i quali cantarono in provenzale: due soli, tra essi, toscani; feudatarii quasi tutti, e, salvo pochissimi, di parte imperiale, od uomini di corte. E tutt’insieme questi rimatori, provenzali nativi e italiani che provenzalmente componevano, agitarono la vita e le passioni entro la valle del Po nelle guerre de’ comuni con l’impero o de’ comuni co’ grandi feudatarii o de’ feudatari tra loro, constituendo un secondo periodo letterario, il periodo lombardo, che s’incastra in parte nel primo periodo latino e precede in parte e in parte accompagna lo svolgimento del volgare italiano. Certo, in niuna altra regione d’Italia fiorí la coltura cavalleresca meglio che in Lombardia e nella Marca trivigiana, ma fu coltura straniera; tanto che, mentre in Lombardia poetavasi in provenzale, alle corti del Friuli si parlava francese, e francese si scrisse anche piú tardi in Venezia e in Bologna da’ poeti cortigiani della cavalleresca casa d’Este. Onde ciò? Troppo era per avventura mista di sangui diversi la generazione lombarda, e troppo il sangue predominante era affine al celtico d’oltr’alpe, onde quella nuova letteratura procedeva. Che se cotesta mescolanza di sangui fu e allora e di poi argomento di vigore e cagione di lunga vitalità a quel forte popolo, le impedí anche di dare su quel súbito la propria impronta all’opera artistica. O forse anche il principio cavalleresco era tra noi troppo debole, sí che potesse domare e fecondare un dialetto ancor vergine. Su ’l finire del periodo, circa il 1250, l’ombra di un nuovo idioma italiano sembrò voler sorgere nelle parti settentrionali d’Italia e distinguersi dall’italiano del centro, parve prossima a farsi un’idealizzazione letteraria de’ dialetti circumpadani: e tentativi di poesia religiosa ci furono nelle cantilene di fra’ Giacomino da Verona e nelle altre d’ignoti, di poesia borghese in quelle di fra’ Bonvicino da Riva, e, un po’ piú dopo, d’imitazione delle rapsodie francesi nel Renardo. Ma era troppo tardi, rispetto alle condizioni politiche della Italia settentrionale; e quei dialetti troppo riuscivano all’opera poveri e rozzi, e troppo erano anche sottomesse le menti agl’influssi d’oltr’alpe, sí che la nazione se ne potesse giovare. Da altri anni adunque e da altri paesi dové l’Italia aspettarsi i primi e vigorosi esperimenti d’una propria letteratura in lingua sua.
IV.
Del resto, che del mancato svolgimento d’una letteratura nazionale in Lombardia, non debba recarsi la cagione a solo il dialetto, ma sí piú tosto al principio cavalleresco che informò quel periodo, anche da questo apparisce: quasi allo stesso tempo che in Lombardia, al mezzogiorno, secondo centro d’attrazione alla vita nuova d’Italia, si può determinare un terzo periodo letterario, che pur s’incastra per il tempo nel periodo lombardo, ed è il siculo; e questo in un dialetto che fu veramente idealizzato a idioma letterario, o che almeno molto influí e contribuí nella lingua letteraria, tanto che da Dante e dal Petrarca si dà a’ siciliani l’onor del primato di tempo, che par difficile contrastare, nella volgar poesia: e tuttavia anche il periodo siculo è nazionale solo nelle forme esterne, e non in tutte. E pure se il principio cavalleresco avesse mai potuto esser cagione efficace da per sé solo di propria e nazionale letteratura, qual migliore occasione, qual miglior tempo, qual miglior luogo di quello!
L’ideale cavalleresco, che oltre alpe cominciava già a illanguidire, pareva allora raccogliere i raggi piú puri intorno al biondo capo del giovine imperador di Soavia: con lui era da principio la chiesa, ed egli conducea le crociate; e quando la chiesa l’abbandonò, gli vennero fedeli a’ due lati la scienza e la forza: ricco e bello ed ameno il paese, se altro mai, e lungo i fiorenti e odorati seni del Ionio sonante ancora delle sacre armonie della musa greca: molle, colorito, profondamente soave l’accento sulle rosee labbra delle donne di Sicilia: potente e altamente intonato su la bocca della viril gioventú. Con tutto ciò quella misera poesia siciliana e pugliese fu tutt’altro, ripetiamolo, che nazionale.
Allor che il regno di Sicilia e Puglia passò per eredità negli svevi, spostatosi il centro della politica ghibellina, la coltura cavalleresca, aulica di sua natura e feudale non ostante qualche accenno in contrario, seguí dall’alta Italia a Palermo, ove i normanni le avean preparato la stanza, la corte degli imperatori. Ma le contrade meridionali trasformano e fanno simili a sé cosí gli uomini come le piante: bisogna o morirvi o prender l’abito del paese. A quel modo che gli svevi nel mezzogiorno divennero principi italiani, la poesia provenzale si fe’ siciliana. Ma, come sotto la simulazione italiana trasparisce piú d’una volta in Federico secondo la bestialità tedesca, cosí nella poesia siciliana, sol che guardiate oltre la prima pelle, vedrete scorrere, languido omai e scolorato, il sangue provenzale. Ragion vuole che si distinguano alcuni versi da cui spira fresco e odorato un alito di sensibile voluttà o da cui rompe alcun grido di passione degno d’un popolo misto di sangue greco e di arabo, che si avverta ad alcuni echi dell’idillio di Teocrito, ad alcune melodie che prenunziano il Mèli. E cotesta, qualunque siasi, è poesia che esce dall’ordine delle inspirazioni e forme cavalleresche: son frammenti di un’arte paesana e di popolo, anteriore alle imitazioni occitaniche: son faville di quella letteratura sensuale ed ardente che si addimostrerà poi nelle novelle del Boccaccio, nelle ballate del Poliziano, nelle pastorali del Tasso e del Guarino. Ma quelle rime auliche, quelle rime della cosí detta academia fondata da Federico secondo, quelle rime oh che misera cosa son esse! Né la miseria loro procede già dai difetti che son quasi necessari in arte nascente. Che anzi la pretensione v’è troppa: v’è arguzia, v’è sforzo, v’è erudizione accattata; v’è, innanzi alle academie propriamente dette, il colore academico: è il balbettare infantile della decrepitezza. E di fatti la poesia cavalleresca fu, dopo pochi anni di esistenza, ridotta al verde: lasciate pure che sotto il patrocinio di Manfredi la sua fiammolina si allarghi ancora tra i ghibellini di Toscana; lasciate queste illusioni di vitalità alla povera moribonda. Ella trascinerà la sua poca vita fino al 1266, poi cadrà anch’ella su ’l campo di Benevento; e il compianto che un trovator provenzale scioglierà su la morte del re tedesco nato in Italia sarà ad un tempo il canto di requie a una generazione di poeti defunti.
Mentre i cavalieri angioini si spartivano co’ piedi i tesori di casa sveva, e un ribaldo dell’esercito di Carlo gittava il corpo del re di Sicilia, del re dei poeti e delle belle, ignudo e sozzo di polvere e sangue, a traverso un asino, gridando pe ’l campo — Chi compra Manfredi? —; mentre de’ suoi baroni un solo, il prigioniere conte Giordano Lancia, osava riconoscere il suo re e lacrimando e piangendo abbracciarne il cadavere; mentre niuno dei rimatori cortigiani di Sicilia e di Puglia aveva un accento di dolore per il nipote di tanti imperatori caduto con la sua casa e co ’l suo regno in battaglia; un povero trovatore straniero, Americo di Peguilhan, si ricordò di lui, di lui che ne’ bei dí della gloria avrà a pena fatto un cenno di grazia al poeta. E — Tutti gli onori, cantava, tutte le azioni gloriose furono guaste e messe in fondo il giorno che morte uccise colui che meglio le pregiava, il piú piacente che nascesse mai di madre umana, il valente re Manfredi che fu capitano di valore e di ogni virtú. Ora l’onore se ne va solo e piangendo, ché non è uomo né cosa che a sé lo chiami, non è conte né marchese né re che si faccia innanzi e lo inviti. Ora il disonore fa tutto ciò che mai volle fare. Per tutto il mondo e per tutt’i mari voglio che vada questo mio sirventese, se potesse trovar uomo che gli sapesse dir nuove del re Artú e quando dee rivenire. — Re Arturo, o poeta, dorme ben forte nelle grotte armoricane di sua sorella Morgana, e non torna piú: i cavalieri e i trovatori della dolce Provenza giacciono per sempre schiacciati sotto le ruine dei loro castelli messi a fuoco dai gentiluomini francesi e dai frati spagnuoli: il re Manfredi non ode, sotto la «grave mora» degli Angioini, il tuo compianto. I re se ne vanno, o poeta, ma l’onore rimane, e la poesia alla loro morte rinasce. La cavalleria è morta, ben veramente morta; ma le succede il popolo. Firenze, ove è già nato Dante, ove stan per nascere il Petrarca e il Boccaccio, non ha per suo grido di guerra nome alcuno d’imperatore o di re o di barone; ella «in poca piazza fa mirabil cose» con due parole plebee, Popolo e Libertà.
V.
La poesia cavalleresca finisce dunque in Lombardia e in Sicilia senza eredi. Quelle piante esotiche menavano frutti, perché il favore principesco le annaffiava: tolto cotesto, appassiscono e in terreno non suo vengono meno. Ma in lor vece è ella fiorita per avventura la letteratura nazionale?
Dante nasce poco men d’un anno prima che si combatta a Benevento. Intanto tra la vecchia poesia che rappresentava il principio caduto in Benevento e la poesia nuova che sgorgherà gloriosa dal petto di questo fanciullo intercede un momento d’inerzia e incertezza. Col sormontare di parte guelfa conseguente a quella battaglia, spostato una terza volta il centro politico dell’Italia, il primato civile che non poteva esser piú ripreso dalle città lombarde rifinite omai di forze dalla difesa lunga contro l’impero e già sottomesse a tiranni domestici o vicine ad essere, il primato civile, dico, passa alle città del mezzo, che se lo contendon tra loro fin che lo prende tutto Firenze. Allora quasi ognuna di quelle città e di quelle terre ebbe poeti e scrittori; ma l’arte non si levò súbito a nuove altezze. Tra due età che differiscono di spiriti e forme havvi sempre, chi sappia scorgerlo, un limite nel quale vengono a combaciarsi, trasmutandosi a grado a grado il vecchio nel nuovo. Ma degli autori che segnano nell’età letterarie questo passaggio è destino esser poi sopraffatti dai successori, e obliati, quando non disprezzati; se pure alcuno dei piú grandi che mosse i primi passi sotto la loro scorta non gli salvi con un benigno riguardo di gratitudine. L’oblio e lo spregio toccò per gran parte a Guittone d’Arezzo, che pur s’ingegnò primo di far passare la poesia dal principio cavalleresco al nazionale, dalle forme trovadoriche alle latine; a Guittone, che aspirò a quella poesia politica concionatrice levata di poi sí alto dal Petrarca; a Guittone, che diede il primo esempio della prosa dotta italiana. Lo sguardo benigno d’un gran poeta toccò a Guido Guinicelli e alla scuola bolognese. Bologna, posta fra Lombardia e Toscana, raccolse in sé le tradizioni delle due piú gloriose popolazioni italiane; gloriosa la prima nel cominciare, gloriosa la seconda nel continuare il movimento nazionale. E non poteva non essere che l’arte della parola, tócco a pena il suolo santificato dalla libertà, non ne attignesse forze nuove e altra vita. In Bologna, Guidotto, accomodando primo tra i nostri i precetti dell’antica eloquenza alla lingua nuova, trovava modo, pur dedicando il suo libro a Manfredi re, trovava modo a designare l’officio di parlator cittadino in comune libero. E nella canzone del Guinicelli la fredda affettazione dei siculi cede luogo all’imaginoso sentimento lirico, la dovizia misera del ritmo provenzale all’ondeggiamento armonioso e solenne della stanza italica, le forme convenute agl’intelletti della scienza. Per amore del Guinicelli, riconosciuto novatore solenne fin da’ coetanei e salutato padre da Dante, a questo quarto periodo della nascente letteratura, che è periodo di passaggio e che si estese ad altre regioni dell’Italia mediana, rimane e rimarrà l’aggiunto di bolognese. Bologna, la madre degli studi, prima sentí l’arte e prima all’arte sposò la scienza, divinando gli spiriti e le forme della grande letteratura che era per venire.
VI.
Dalle prime croniche del mille, ove l’elemento nazionale incomincia a dare indizio di vitalità, fino alla morte del Guinicelli avvenuta nel 1276, è tutto dunque un contrasto fra i diversi elementi o principii che informar dovevano la letteratura novella. Come i quattro periodi letterari finora segnati s’incrociano e incastrano l’uno nell’altro; cosí i principii moventi s’intrecciano ed avviluppano nell’azion letteraria, e la materia soggetta si agita e si rimesce senza posarsi in una forma determinata. Nel periodo latino l’elemento nazionale apparisce in potenza, ma sotto l’azione prevalente del principio ecclesiastico e cavalleresco: nel periodo lombardo l’elemento cavalleresco si mescola al nazionale, e questo per la parte sua piú popolana al religioso: nel periodo siculo il principio cavalleresco informa un’arte puramente feudale e di corte: il periodo bolognese, in fine, serbando del contenuto e delle forme anteriori discuopre gl’intendimenti e i lineamenti primi di un’arte nazionale e dotta.
E quando in Italia sta per sorgere questa letteratura, nazionale ad un tempo ed europea; quando cominciano ad apparire nella penisola i pensatori, gli scrittori, gli artisti, per i quali la patria nostra esercitò il glorioso officio di conciliatrice tra l’antichità e l’età di mezzo, tra l’età di mezzo e la moderna; quando si determina tra noi il proprio e vero rinascimento letterario, considerato come ideale ed artistica manifestazione del risvegliato e ritemperato elemento romano: in quel tempo, dico, la nativa e legittima arte del medio evo va scadendo cosí nella feudale Germania come nella Francia cavalleresca.
In Germania, il decadimento ha principio col finire della imperial casa sveva; con quella stessa ruina che segnò un mutamento essenziale e un rinnovamento letterario per l’Italia. Sotto gli Absburghi le grandi epopee intisichiscono, svaporano le sottili fantasie e i tenui sentimenti dei minnesingheri; e invano Ulrico di Lichtenstein tenta di ravvivare con l’esagerazione, come in simili casi suol farsi, la tradizione dell’amore cavalleresco, ché Hadlaub di Zurigo volta in parodia i canti dei trovatori. Succede il poema didattico prosaico e pedantesco; e la poesia piattamente borghese dei maestri artigiani tiene il campo per lunghi anni.
Anche in Francia la gloriosa età letteraria del medio evo finisce press’a poco in quel medesimo tempo, col regno di Luigi nono: nata con le crociate, quell’arte non sopravvive al santo re che muore in potere degli infedeli. Suo fido vassallo e storico, il signor di Joinville, della partenza per oltremare scrive con la solita potente semplicità: «Io non volli rivolger mai gli occhi verso Joinville, perchè il cuore non mi s’intenerisse del bel castello che io lasciava e de’ miei due fanciulli». Questo sentimento cosí umano di rincrescimento pe’ i beni terreni che si lasciano alle spalle, quando s’ha dinanzi alla vista dell’anima Terra Santa, è già ben lontano dal furor sacro che spingeva le turbe della prima crociata, guerrieri e vecchi, donne e fanciulli, a gridare: Dio lo vuole! Il succhio di quella superba vegetazione di cento e cento epopee, la fede e l’entusiasmo, s’è dunque esaurito: anche qui è la volta dei poemi d’imitazione, e, peggio, delle contraffazioni e delle parodie. Perocché con Filippo il bello, col re odiato da Dante, in Francia, nella terra dei cavalieri, comincia una letteratura borghese. Di tal mutamento la prova piú parlante è nelle due parti, distinte cosí per l’autore come per gli spiriti, del Romanzo della Rosa. Nella prima parte, composta sotto il regno di Luigi nono da Guglielmo di Lorris, spira l’ultimo anelito dell’amore cavalleresco: ella è una mummia che mostra i lineamenti disfatti dell’Arte d’amare di Ovidio, raffazzonata con gli stracci a piú colori delle allegorie monacali, e suvvi tra le rappezzature qualche fiorellino vizzo dell’arte trovadorica; cammina in punta di piedi e barcollando su le sottigliezze della scolastica. La seconda parte, composta da Giovanni di Meung sotto Filippo il Bello, è un lungo, troppo lungo e troppo grossolano, scoppio di risa plebee contro tutto ciò che pochi anni innanzi era stato grande, gentile, ideale; contro l’amore e contro le donne, contro la cavalleria e contro la religione.
Né basta. Cosí in Francia come in Germania la bella poesia della prima età del medio evo divenne ben presto antica, tanto antica, che, dimenticata per piú secoli come cosa morta, ella fu solo a questi ultimi tempi dissotterrata dai dotti e rimessa su gli altari, nazionale reliquia. E non pur essa era morta, ma anche la lingua che le serví d’instrumento. La Canzone di Rolando in Francia e i Nibelunghi in Germania, perché sieno intesi dai francesi e dai tedeschi d’oggigiorno, convien tradurli nel francese e nel tedesco d’oggigiorno. Quelle lingue, germanica e francese d’allora, soggette a mutazioni continue, parevano non poter uscire dalla condizione tumultuosa di dialetti. E già in Alemagna il dialetto meridionale dei minnesingheri era succeduto a piú altri piú antichi, per cedere poi il luogo alla lingua di Lutero, che fu, solo fa ora a pena cent’anni, classicamente fermata dal Klopstock e dal Goethe. In Francia alla lingua cavalleresca dei secoli decimosecondo e decimoterzo si frappose un’anarchica invasione di dialetti, s’impose il pedantismo dei dotti di Carlo quinto e sesto, e su questo il grecismo e latinismo della pleiade in lotta con l’imitazione italiana e con lo spirito gallese puro al tempo di Francesco primo, e di poi la dittatura grammaticale del Malherbe sotto Enrico quarto, e in fine il purismo accademico del decimoquarto Luigi. Cosí cinque strati diversi di lingua s’accumularono aggravando su la primitiva letteratura francese.
Tutto al contrario in Italia. Qui la lingua nuova ascese tardi al ministero delle lettere: ma a pena si mostra, ed è già fermata, determinata: e con essa, le forme dell’arte nazionale. Che cosa v’è da aggiungere di essenziale, che cosa è stato mai aggiunto di veramente nuovo e bello e grande, che cosa d’inevitabilmente necessario, all’arte di Dante, del Petrarca, del Boccaccio? O abbiam noi per avventura bisogno di tradurre, perchè sia inteso dalla maggior parte della nazione, il canto di Ugolino?
Le letterature medievali di Francia e Germania, e come nazionali e come europee, furono per grandissima parte, lo abbiam detto piú volte, la espressione di una civiltà di convenzione di un ordine privilegiato. Ora, quando su lo scorcio del secolo decimoterzo la grande unità cristiana s’interruppe nell’occidente, causa in parte il venir meno delle crociate e in parte l’indebolimento dell’impero: quando le grandi guerre si ruppero tra francesi e fiamminghi, tra francesi e inglesi; quando cominciarono in Germania le rivolte dei borghesi, e in Francia il sollevamento del terzo stato; quelle letterature e divennero straniere l’una all’altra e perdettero la continuità e il filo della tradizione, e furono sopraffatte dall’elemento plebeo, che le ammaccò e infranse come il godendac dei fiamminghi fiaccò la cavalleria francese a Coltrai. Vero è che né in Germania né in Francia l’elemento popolare era constituito politicamente o constituibile; onde là la lotta sociale non fu che una delle conseguenze anarchiche dello sfacimento dell’impero, e qua il terzo stato non fe’ che servire, credendosele collegato, alla monarchia, la quale, adoperato che l’ebbe a recidere i nervi del feudalismo e del clero, pose d’un sol cenno silenzio al canto fescennino, e ridusse l’ilota all’usata catena. Ma ad ogni modo, tra lo smembramento dell’unità cristiana del medio evo su ’l finire del secolo decimoterzo e il ricostruirsi delle unità monarchiche nel decimosesto, una gran lacuna per l’Europa ci fu: lacuna che è segnata dalle orme gravi della barbarie. In questo mezzo sta l’Italia, che di tra la luce crepuscolare del medio evo ha ripreso la fiaccola della civiltà nelle tombe del passato, ne ha illuminato un gran tratto di cielo, e la distende benigna e incurante ad accendere le lampadi delle sorelle che la percuotono.
Perocché in Italia il principio popolare era la forza dell’elemento romano connaturato al terreno e ritemperatosi alla vita novella. Educato nelle tradizioni della civiltà antica, raffermatosi nell’uso dei reggimenti e delle leggi, con gli attriti con le industrie co’ viaggi e i commerci s’era fatto pratico di tutta l’Europa. Scelse il tempo e il luogo opportuno, e poi guidato dal genio antico, e conscio dei nuovi fati, procedé grave, severo, all’opera letteraria. Già lo dissi: l’Italia avrà letteratura nuova e sua, quando il principio popolare, piú veramente qui nazionale, potrà equilibrarsi o sormontare agli altri, l’ecclesiastico e il cavalleresco. Ora siamo al punto.
VII.
Il termine della potenza imperiale tra noi fu segnato, lo ripeto, dalla battaglia di Benevento. In Benevento di fatti, meglio che l’infelice e valoroso Manfredi, cadeva ferita al cuore la parte imperiale con le sue tradizioni necessariamente germaniche e feudali. La battaglia di Benevento compiva quella di Legnano; e le spade dei guelfi fiorentini che seguivano, o, meglio, precedevano Carlo d’Angiò, rescindevan di fatto i vincoli onde i mal destri guelfi lombardi si erano volontariamente impedite le mani a Costanza. Che importa se un papa bandisce cotesta guerra, se la conduce un francese? Lasciate passare qualche anno; e se il papa, libero al fine dalla téma dell’imperatore presente, vorrà allungare li ugnòli, i comuni e i signori italiani non son piú ormai bestiuole da prendersi a inganno e farne strazio: parte guelfa si rinnoverà per modo da far rientrare pietosamente quelle granfie. Lasciate passare qualche anno; e la concordia tra i reali di Francia e la Chiesa finirà con lo schiaffo di cui Filippo il Bello, mediante la mano inguantata di ferro di Sciarra Colonna, lasciò l’impronta su la faccia senile di Bonifazio ottavo. Conseguitata allora all’abbiettazione del principio d’autorità feudale quella dell’ecclesiastico, e trasferita la sede alla cosí detta cattività babilonica d’Avignone, nell’ecclisse dei due luminari del medio evo, la luce della civiltà italiana empirà mirabilmente tutto il cielo d’Europa. La battaglia di Benevento [1266], e la caduta della repubblica di Firenze [1530], la nascita di Dante e la morte dell’Ariosto, sono dunque come l’oriente e l’occidente di questo glorioso giorno d’Italia; o, se volete comprendervi i crepuscoli dell’aurora e quelli del vespero, la pace di Costanza [1183] e il trattato di Castel Cambresis [1559] che sottometteva del tutto l’Italia alla casa austriaca di Spagna. Cosí, quando gli astri del ponteficato e dell’impero tramontano, nasce quello d’Italia: a pena i primi si rincrociano su l’orizzonte come sinistre comete, quel d’Italia ricade.
VIII.
Ma quando il principio popolare e nazionale si mise all’opera letteraria, quali monumenti trovò egli per la sua via, quali avanzi, quali parti incompiute o lasciate a mezzo o a pena delineate, del gran lavoro che avean fatto per addietro o stavan facendo i due principii emuli? Badò egli o disprezzò? riformò o distrusse? Distruggere è dei barbari; e l’elemento italiano troppo è di natura sua assimilatore. E di piú l’opera di quei due principii tanto era stata prossima e tanto influsso aveva esercitato su le idee, che sottrarsele ed evitarla diveniva, per allora almeno, impossibile.
Cominciamo dal principio cavalleresco, la cui arte si spande per due rivi: soggettiva, nella lirica amorosa dei trovadori e minnesingheri; oggettiva, nelle epopee romanzesche normanne bretoni e alemanne. Ma l’epopea romanzesca non divenne europea e popolare se non per la intromissione e la mezzanità del principio religioso. Ora nel primo ciclo di quelle epopee, intieramente germanico, anzi, della Germania pagana, nel cielo dei Nibelunghi e della Kudrun e del Libro degli eroi, la chiesa non ebbe che fare; né il cristianesimo era ancor giunto a incivilire con la cavalleria quegli eroi, che son veri germani della migrazione e si scannano ferocemente tra loro da veri burgundi e franchi veri. Questo ciclo adunque rimase interamente germanico, e non poteva entrare a parte della letteratura cavalleresca europea, e tanto meno della italiana. Delle quali in vece è universal vanto il ciclo carolingio probabilmente normannico, santificato dalla chiesa con la introduzione delle crociate e delle guerre per la fede, e per ciò, e per la memoria del ristorato impero, coltivato con amore speciale dai popoli di Europa. Romanzesco piú veramente nel senso moderno, pieno cioè di avventure ardite e di tenere elegie d’amore, era il terzo ciclo, celtica invenzione dei bretoni, piú intimo, piú moderno, piú veramente francese: e anche di quello s’impossessò la chiesa, e lo affidò a’ pii tedeschi che lo idealizzassero fino a simboleggiarvi il mistero dell’eucaristia. Tale era la materia epica, germanica e celtica, che l’Italia ebbe innanzi. Ma l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava la poesia cavalleresca, in Italia, senza centro suo d’unità, fu bentosto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino con cui si fuse: onde inspirazione d’arte puramente cavalleresca l’Italia non ebbe mai. Ebbe una materia cavalleresca, che fu spasso al popolo e soggetto di esperienze artistiche ai poeti. Le canzoni di gesta e i romanzi avevano da un pezzo passate le Alpi, e seguitavano probabilmente a passarle dopo l’avvenimento degli angioini. Ma gente che finiva allora d’avere messo insieme il corpo del diritto romano, gente che aveva da affrontare la realtà della vita negl’interessi dei comuni, nelle lotte dei partiti, negli ardimenti dell’industria, potevano per allora pensare a rifar su ’l serio quegl’intrecci di eroi dai lievi contorni che vanno sfumando in un turbine di avventure mal comprese? potevano pensarvi essi che ammiravano Virgilio ed Ovidio? Cavalieri e dame leggevano di Lancillotto e Ginevra in francese: il popolo ascoltava con diletto nelle piazze i cantastorie di Orlando e Carlo Magno, che potevano essere anche francesi o che cantavano un francese fatto a pena italiano nelle desinenze, come è quello del Renart veneto; ascoltava, e, dov’ei vedesse un masso di meravigliosa mole, diceva esser quello stesso che fu spezzato in due dalla spada del paladino d’Anglante; affermava rialzate o edificate dal santo imperatore quelle mura e quella basilica; poneva nell’Etna il fatale nascondiglio di Artú o nelle buche delle fate di Fiesole il misterioso sacrario dell’incantagione d’Orlando. Ma intanto il comune di Bologna, a cui certi oziosi circoli non garbavano, vietava con decreto del 1288, che i cantores francigenarum si fermassero su le piazze. E i cavalieri attendevano alle loro possessioni allodiali, o con lor masnade andavano di terra in terra per capitani e podestà; e il popolo badava a snidar dai castelli quel che avanzava di feudatarii e costringerli a città e poi cacciarli anche di città come grandi. I romanzi d’avventura furon dunque riserbati per il rifacimento, pe ’l ricreamento, dirò anzi, artistico, a secoli piú oziosi o piú aristocraticamente foggiati, il decimoquinto e il decimosesto; per allora si tradussero alla meglio, tanto per servire alla richiesta dei disoccupati e delle donne, alla meglio, come sono stati tradotti a’ nostri tempi i romanzi del Dumas da mestieranti. Ci fu per avventura qualche tentativo poetico, ma di poco nome o di niuno: tutto finisce qui. Per adesso della poesia cavalleresca maggior vestigi lasciò e piú si apprese alle menti quella parte che di natura sua è piú universale e comune; la lirica individuale. E due effetti operò; buono l’uno e pessimo l’altro: inculcò, almeno per moda, quello speciale rispetto alla donna, considerata come sorgente di virtú e perfezione, che mantenne certa gentilezza nel costume e nelle idee de’ nostri popoli di un po’ rude naturalezza: esercitò con le sue forme una ben triste influenza su la lirica italiana, impigliandone piú d’una volta e costringendone il proprio e libero procedere, e avvezzandola talvolta, e assai di buon’ora, a un che di arguto e manierato.
Piú efficace opera, e di piú durevole impressione, almeno in parte, aveva fatto il principio ecclesiastico. Lasciamo stare i suoi cicli leggendarii accumulati nelle età grosse del medio evo e tramandati di secolo in secolo; i cicli orientali e bizantini dei martiri, dei solitari e dei contemplanti; i cicli latini cominciati da Gregorio Magno col Dialogo e chiusi con l’Aurea leggenda del Da Varagine; lasciamoli stare, sebbene e’ sien qui tutti pronti su le soglie dell’età nuova a fornire materia ed argomento ai raccontatori ed ai mistici del secolo decimoquarto, alla poesia drammatica del secolo decimoquinto, alla pittura dal duecento a tutto quasi il cinquecento. La Chiesa aveva fatto assai di piú. Su ’l principio del secolo decimoterzo, contro le eresie della ragione e del sentimento d’ogni dove irrompenti e favoreggiate piú o meno apertamente, secondo le occasioni, da Federico secondo e dalla parte imperiale, la Chiesa avea commesso il suo verbo a due potenti milizie; e queste si erano sparse tra le genti rinnovando su ’l mondo il suggello della fede. Intorno al capo di San Francesco, frate innamorato di tutte le creature, socialista cristiano, volano le colombe, e i lupi gli lambiscon la mano; e il popolo gl’intesse una ghirlanda lucida e serena che si riflette su l’arte della parola e del disegno. Intorno al capo di san Domenico rugghiano le fiamme dei roghi e sibila come fionda di piombo il sillogismo del definitore teologo: egli brandisce una facella, che vorrebbe esser di luce, ma che vapora d’inferno per la via dei secoli. E due famiglie, due eserciti, seguitano quei padri e quei duci. In mezzo all’una procede contemplando e inneggiando il serafico autore dell’Itinerario della mente verso Dio, in mezzo all’altra, tutto chiuso e concludendo in forma, l’«Angelo delle scuole». Gli uni si rivolgono al sentimento col misticismo, gli altri all’intelletto con la scolastica. Letterati e artisti, gli uni fanno miglior prova nella leggenda nella lirica nell’architettura, gli altri nel trattato e nella pittura. Ribelli all’autorità, gli uni si chiameranno fraticelli della povera vita, specie di quaqueri, e daranno, vittima ignota, un fra’ Michele; gli altri produrranno fra’ Girolamo Savonarola e i piagnoni, tendenti a una democrazia monastica. Per intanto due forme d’arte mistica rifioriscono intorno a loro, la visione e la meditazione. E in cima alla Somma di Tommaso d’Aquino la teologia s’abbraccia con la scienza; e in cima alla ontologia di Bonaventura la fede s’abbraccia con l’arte; e tutte quattro paion d’alto irraggiare le belle cattedrali sorgenti nell’Italia di mezzo e i timidi colori dell’arte che aspetta Giotto. Dante sta ritto in piedi tra i colonnati solenni e leggiadri, e guarda, rapito in contemplazione.