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Il Ricciardetto, vol. I

Volume 1 — GIOVANNI PROCACCI NICCOLÒ FORTEGUERRI E LA SATIRA TOSCANA DEI SUOI TEMPI

Reading edition

I

Di Niccolò Forteguerri parlano gli storici della nostra letteratura in modo o inesatto o incompleto. Alcuni giudicano del Ricciardetto come non avessero pur veduto la lettera ad Eustachio Manfredi[1], dove l'autore dichiara l'occasione e l'indole del Poema. I men trascurati limitano al Poema i loro giudizi, e si aiutano d'ingegnose induzioni, dimenticando le poesie minori, e anche le Epistole in versi che vanno sotto il nome di Capitoli, senza lo studio delle quali non si può bene intendere né il Ricciardetto nè il suo poeta. È di questi Capitoli, indegnamente dimenticati, che io intendo principalmente occuparmi; e perchè rivelano tutto l'animo del Poeta, e perchè danno carattere storico e autorità morale alla satira toscana della prima metà del secolo XVIII.

La pubblica biblioteca del R. Liceo pistoiese, oltre ad un codice contenente venticinque Capitoli, già tutti pubblicati[2], ha anche un MS. intitolato: «Vita dell'Ill.mo e Reverend.mo Monsignor Niccolò Forteguerri»; breve scrittura di uno dei due fratelli del Poeta, il Prior Bernardino, inedita, secondo io credo, e meritevole di rimaner tale. Ma poche e difettive sono le biografie del Forteguerri, nè al tutto scevra d'errori è la bella Vita che ne scrisse latinamente Angiolo Fabbroni, che pur fu assistito nell'opera da Mons. Giacomelli, concittadino e amico del Poeta[3]. È per questo che la scrittura del fratello Bernardino non può trascurarsi. Essa è studiabile anche nei suoi silenzi, anche nelle sue ingenuità, per non dire ne' suoi errori; ed io ne prendo ora occasione a qualche notizia circa il Forteguerri e i suoi tempi.

D'ordinario il fratello biografo si allarga nelle cose familiari e minute; quelle che a noi sembrano più importanti, o le omette, o le accenna fuggitivamente. Ci fa sapere che Niccolò è nato nel 1674, il 6 Novembre, a mezz'ora di notte; ci recita tutti i nomi di battesimo, e i nomi e i titoli del compare, e anche del suo sostituto; ma dei veri titoli di gloria del suo fratello non se ne cura. Narra che nel 1716 Monsignore è a Pistoia per l'incoronazione della Madonna dell'Umiltà, e fa bene a occuparsi di codesta festa, perchè Niccolò ne fu veramente il promotore e la parte principale[4]; ma della scommessa amichevole che dette origine al Poema, fatta in quello stesso anno, anzi proprio in codesta occasione[5], neppure una parola. «Giudica bene apporre in fine la Nota di tutti i libri sì manoscritti che stampati e delle tante altre composizioni che son venute alla luce tanto in vita che dopo morte di detto Monsignor Niccolò»; e fra i libri e i manoscritti ne annovera soltanto cinque, mentre a noi per solamente contare i manoscritti ora esistenti ci è voluto del tempo, e dimolto. Fu prudenza o ignoranza quella del Prior Bernardino? Certo egli è più fratello del Don Abbondio manzoniano che dell'autore del Ricciardetto, e continua, credo io, a far le parti del furbo e del pauroso per conto di Niccolò anche dopo la sua morte.

La giovinezza del Forteguerri s'incontrò nel bel mezzo del ducato di Cosimo III, nel fiorire del Gesuitismo e nel nascere e fiorire dell'Arcadia. Non è un bell'incontro! Ma l'aria ossigenata dell'appennino toscano tutto ottunde e consuma, e domò anche, almeno in parte, la ferrea natura di Cosimo. A ogni maniera di prepotenze e di affettazioni il popolo toscano oppone un'arme invincibile, il ridicolo; e non quel ridicolo romoroso e volgare che si annunzia e ti dà difesa, ma quel ridicolo fine e silenzioso che non scopre il feritore ed ammazza il ferito.

Spesso la storia della stampa di un libro è la storia di un governo. Nella pubblicazione del Lucrezio del Marchetti c'è tutta la storia del dispotismo ipocrita di Cosimo III. Protesta il povero traduttore del suo cattolicismo, e vuol mettere il lavoro sotto l'egida del Sovrano; ma il Sovrano ha più paura del traduttore e non se ne fa nulla. Il lavoro è chiesto in copia da gran letterati stranieri, da principi, da cardinali, e gira per tutta Italia e fuori, come, qualche anno dopo, il Ricciardetto, come, un secolo più tardi, i Versi del Giusti. Non importa; giri il Lucrezio, giri il Ricciardetto, girino i Versi, ma non si faccia lo scandalo della stampa. Che povera e ugual cosa è il dispotismo di tutti i tempi!

Dai legami di così bassa e corrotta società si liberò il Forteguerri per la singolare bontà e semplicità dell'animo, come più tardi per la forza e libertà dell'ingegno doveva sciogliersi da ogni servilità accademica. Dannato dalla nascita al clericato, di dodici anni ricevè la prima tonsura[6]; e ognun sa che a codesto fato anche le nature più ribelli finivano col sottomettersi, per non avere il danno e le beffe, e non prolungare di troppo quella crudele ipocrisia dei festeggiamenti, così bene svelata nei Promessi Sposi, con la quale, e monache, e frati, e preti erano accompagnati al sacrifizio. Niccolò ci fu accompagnato anche con pensioni e benefizi, del che si rallegra il Prior Bernardino che pare fosse, oltre che lo storico, anche il fattore della nobile ma non molto ricca famiglia. Dopo gli studi primi nei Collegi di Pistoia e di Siena e dopo la laurea di Pisa, «da noi e da molti dei nostri parenti (dice il fratello biografo dandosi un po' d'aria) si pensò di doverlo mandare a Roma»; per dove infatti partì il 1 Decembre 1695. Ritrovati qui alcuni vecchi condiscepoli e fatta camerata con loro, entrò allegramente nella baraonda curiale senza dimenticare la vita pistoiese, rammentatagli caramente dalla presenza dello Zio materno, Mons. Agostino Fabbroni (creato poi Cardinale nel 1706), al quale la madre Marta lo aveva raccomandato.

Col principiare del secolo, a venticinque anni, egli diè pubblicamente il suo primo e solenne saggio letterario, recitando in Vaticano l'orazione latina nei funerali di Innocenzo XII. Inutile il dire che confermò in così grande occasione la buona fama che già si era acquistata negli studi delle lettere e della giurisprudenza.

La Curia Romana avea sempre più bisogno d'ingegni forti ed acuti per difendersi contro lo spirito di riforma che agitava anche gli uomini più schietti e timorati, e per mandare innanzi quella politica doppia e simulatrice che adoprò sempre utilmente sotto specie d'imparzialità. Ora poi che la guerra della successione di Spagna minacciava tutta l'Europa, un'ambasciata a Filippo V era proprio il fatto suo. Ne fu incaricato Mons. Zondadari, e gli eletti a seguirlo come Segretari furono l'abate Grimaldi e l'abate Forteguerri.

Se fosse stato vero ciò che di quel Monarca cantava un caro e venerato amico di Niccolò, Eustachio Manfredi, cioè che innamorava con gli occhi i venti e le onde, talchè pacificava le sue mille Provincie

Usando il ferro no, ma il guardo altero,[7]

bisognerebbe dire che S. M. cattolica dovette essere in codesta occasione molto avara delle sue occhiate. Infatti gli ambasciatori, appena imbarcati a Genova, furono subito dall'ira dei venti e delle onde balestrati sulle coste della Sardegna; e giunti con gran pena a Madrid, trovarono il Re, che, avaro sempre delle suddette occhiate pacificatrici, si preparava a partire per l'Italia, dove il principe Eugenio correva vittorioso i suoi domini. L'ambasciata dovè partire col Re, si trovò alla battaglia di Luzzara, e quando la Corte, per altre necessità di guerra, ritornò in Spagna, dovè pur seguitarla.

Un viaggio così fortunoso e affrettato non fu senza danno della salute di Niccolò; sebbene il fratello biografo, lasciando della salute, ci dice soltanto «che moltissime spese la casa dovette fare per simile congiuntura». Però da varii luoghi delle lettere familiari si rileva che Niccolò era annoiato della dimora in Madrid e dell'ufficio di segretario, onde chiese ed ottenne il richiamo, che dovette essere sui primi del 1705.

Da questo momento egli rientra nella gran vita curiale, di cui percorre di grado in grado gli uffici fino al segretariato di Propaganda[8], e dimora in Roma (tranne qualche villeggiatura o missione) fino alla morte (17 Febbraio 1735); non odiato da nessuno, stimato dai dotti, benvoluto dai quattro Pontefici che servì, e solamente un po' trascurato sotto Benedetto XIII per aver partecipato alla nobile opposizione del Cardinale Fabbroni, nella nomina del vituperevole Mons. Coscia al cardinalato.[9]

II

Il ventennio che corre tra il ritorno da Madrid e la elezione di Benedetto XIII è veramente il bello e operoso periodo della vita di Niccolò. Gli affetti familiari; gli amori femminili tanto in lui più tremendi quanto più contrastati nella loro legittima affermazione; gli uffici suoi pieni di noie e di contese; le ansie mescolate d'applausi infruttuosi per le sue poesie più franche e vivaci[10]; le ambizioni spesso deluse e sempre invano combattute, fanno tempesta nell'animo suo onestissimo, la quale non tace affatto nei versi per monacazione, si annunzia di tratto in tratto nel Ricciardetto e romoreggia tutta nei Capitoli.

Lo studio di questi, utilissimo a chiunque brami conoscere i costumi romani, e specialmente della Curia, nel Secolo XVIII, è assolutamente necessario, come dissi, a chi voglia bene intendere l'ingegno e l'animo del Forteguerri. Nè vi mancano preziosi accenni al suo Ricciardetto. In un Capitolo del 1725, per citare un esempio, è detto chiaramente così:

Ho dato alla perfine compimento A quel poema di Ricciardo mio.[11]

La qual cosa, scritta a un amico con cui ha continua relazione epistolare, ci fa certi che il poema fu terminato non prima di codesto anno, come siam certi che fu cominciato nel 1716[12]. Ora se avesse letto i Capitoli, e veduto codesto luogo, non avrebbe un illustre storico moderno sentenziato, fra le altre cose, che il Ricciardetto fu scritto per iscommessa un canto al giorno.[13]

Le persone a cui egli manda i Capitoli sono i pochi e più intimi amici. Ai fratelli, a cui dava del Lei, nessuno. Tra gli amici quello a cui più tocca delle sue confidenze, è Liborio Venerosi[14], fratello a Brandaligio di arcade fama; patrizio pisano dei Conti di Strido, ma nato da una pistoiese e dimorante in Pistoia; uomo pieno di studi, e, per i tempi, liberissima e schietta natura. Si lascia andare anche col Tolomei[15] e col Buti;[16] ma le gioie, i dolori, gli sdegni, li versa tutti nel cuore del suo Venerosi. Sono mandati quasi tutti da Roma a Pistoia, e scritti come improvvisando, senza ricopiare, e talora anche senza rileggere, come è chiaro per certi poscritti che sono negli autografi[17]; cosicchè il contrasto tra i suoi uffici e la sua vocazione vi è espresso con ammirabile candore ed efficacia. Il sentimento che vi domina, con forma alternata d'elegìa e d'invettiva, è di paragone e di antitesi tra la libera quiete della sua città, a cui anela, e il servilismo e la lussuria di Roma che detesta:

O mio Liborio, se vedessi quello Ch'io veggo troppo spesso e che m'annoia Sì che invidio chi dorme entro un avello, Perdio non usciresti di Pistoia, Ancor che Dante la chiami una tana E dove d'ozio si marcisca e muoia, E ti parrebbe cosa assai più sana Andar pescando broccioli e lamprede Su per la Stella o la brecciosa Brana, Che stare appresso a questa santa sede, Ov'io non so per quale alto mistero Poco di bene e assai di mal si vede. Onde aspettando io sto che il mio San Piero, Stanco del più soffrire, un dì ci metta La santa mano sua ma daddovero.[18]

Questo sentimento dominante non scade mai: è nei Capitoli del 1718, come in quelli del 1734; e dal putre aere di Roma sospira egli sempre alla pace dei suoi colli nativi:

. . . . . . . . . se potessi Lascerei questo ciel di buona voglia; E cangerei, per Giove, coi cipressi Di Giaccherino le guglie di Roma E i suoi palagi sontuosi e spessi.[19]

E poco dopo:

Liborio, io non canzono, e remo o boia Mi venga in mano e mi salti sul collo Se mi piace più Roma che Pistoia[20].

Talora codesto sentimento, in luogo di invettive, gl'ispira co' suoi dolci ricordi affettuosissime descrizioni, com'è quella del Capitolo XXI, e che comincia così:

Signor Giuseppe, se ben vi ricorda, Partii dalla mia villa alle nove ore, Come si dice, alla muta e alla sorda. Le dipartenze sono un crepacuore Però le fuggo, chè l'ultimo addio È come l'olio santo a chi si muore. . . . . . . . . . . . . . . . . . Adunque io presi l'ambio zitto zitto, E nel calesse ponendo il sedere, Mi parve da un coltello esser trafitto. Rivoltai gli occhi verso Belvedere, E poi li girai presto intorno a casa, E crebbe a dismisura il dispiacere. Le collinette e la campagna rasa Di Cecina, Lardano e di Castello, Ove cotanta cacciagione è spasa, Mi furo alla memoria un tal flagello Che quelli ch'hanno in uso i missionari Sarebber come gusci di baccello. Ma le nipoti e i nipotini cari, La madre, la cognata e il fratellame Tutti si trasformaro in rei sicari. Dormivan essi . . . . . . .

E qui seguita la descrizione così piena di sentimento familiare, che il Berni e tutti i berneschi non sognarono mai.

Ma la buona e franca natura di Niccolò, meglio che negli amori, si manifesta negli sdegni suscitatigli dalla presenza dei vizi tra i quali è costretto suo malgrado di vivere. Della verità del suo sentimento religioso non è nemmeno a dubitare; e quando non apparisse chiaro dai suoi scritti, gli uomini più savi e pii del suo tempo ne farebbero fede[21]. Ma la veracità di codesto sentimento è ciò appunto che più accende i suoi sdegni contro ogni maniera d'ipocrisie, dai quali si salva appena la persona del Papa. Alla morte di Benedetto XIII ha proprio sulle labbra il nunc tandem redit animus[22] di Tacito, e per isfogarsi un po' contro gl'impauriti beneventani (i venuti a Roma da Benevento insieme col Papa che vi era stato arcivescovo) scrive al suo Venerosi:

Liborio, eccoci giunti finalmente A quel tempo felice e benedetto Di gastigare e di premiar la gente. Se più durava il regno maledetto Della canaglia rea beneventana, Ella era cosa da passare in Ghetto, Od in Biserta o nella Tingitana, E quivi alzare il dito, tanto guasta S'era per essi la terra cristiana. Ma venne alfin chi diede loro il basta, E se piace al Signore, Amico, io spero Che si farà di tutti una catasta.[23]

E qui viene a parlare delle paurose fughe del Fini e del Coscia, i due più terribili beneventani. Nè pare che questo sia sfogo vigliacco contro i caduti, poichè soggiunge subito francamente:

. . . . eppur l'altr'ieri e questi e quello Come reliquie in vago tempio esposte Eran di Roma l'idolo e il flagello, Ma non già mio, chè sempre di costoro Ebbi dispregio e mi piacea d'avello.[24]

È questo il solo Capitolo, dove l'ira, mescolandosi alla gioia, lo tira in qualche personalità. Ma ricordiamo che egli mormorava questi suoi sdegni nelle fide orecchie di un amico; che il Menzini e il Sergardi avevan fatto ben altro; nè scandalizziamoci poi tanto anche noi, che cominciamo, o mi sembra, a far peggio.

Ma o innanzi, o durante, o dopo il pontificato di Benedetto, il Forteguerri, parlando della Curia Romana, non si smentisce mai. Nè occorreva poco coraggio in quel tempo per mandar lettere, sia pure ad amico fidatissimo, dove i propri sentimenti sono espressi in questa forma:

Liborio, qui si fanno assai commedie, Ma io non vovvi, e bado a quelle, dove Non v'è cortine e non si pagan sedie; Ove gli attori son Natura e Giove E il mondo tutto e quella sciaurata Di Fortuna che fa sì pazze prove. Perdio che spesso ne fo tal spanciata Che per ben digerirla, alcuna volta Non valmi lunga ed aspra passeggiata. . . . . . . . . . . . . . . . . . Sai tu chi sono i Pulcinelli miei, I Zanni, i Coli e le servette argute In questa scena d'uomini e di Dei? Coloro sono su' quali piovute Vedrai dovizie, ed han l'istesse insegne Ch'hanno coloro che adornò virtute; I quai sen van come le donne pregne Per l'ampio palco, e con un sputo tondo Dicon per gnome parolaccie indegne, E ignorantacci dalla cima al fondo Opran sì strane e così pazze cose Che rider fan la gran platea del mondo[25].

E con che fina analisi guarda codesta commedia curiale il nostro Poeta! Muore nel Marzo del 1721 papa Clemente XI. Niccolò, sinceramente addolorato, va alla funebre cerimonia, dà un'occhiata investigatrice, vede la brutta rappresentazione, e manda il suo Bozzetto, come oggi si direbbe, all'amico Venerosi:

Liborio, ho visto il Papa in sulla bara E sono stato con la torcia in mano Servendo lui in occasion sì amara. . . . . . . . . . . . . . . . . . . O morte, tua mercè, quanto si varia L'umana scena! e qual si fa tragitto Da ciò che piace alla parte contraria. Tal vidi altiero e pieno di dispitto A' quindici di Marzo, e nel diciotto Il vidi umile, languido e sconfitto. Insomma andati sono ora al di sotto Que' ch'eran sopra, ed alzano la testa Le rozze smesse e comincian lor trotto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Povero Papa! In due sol giorni amari Ti ci tolse la morte, e fecci un danno Che chi sa se mai fia che si ripari. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Eppur nol crederai; ne' dì giulivi Del pazzo carneval meno si sgrigna Dai giovinastri del buon senno privi, Come con faccia di crudel matrigna Sul male del figliastro, con ischerno Roma lo guarda estinto e ne sogghigna.[26]

Ma l'egoismo e la venalità non sono, secondo lui, malanno di Cardinali e di Prelati, ma dei preti in generale:

Noi altri preti siamo tutti involti Nell'amor proprio, ond'è che ognun se adora, E tutti i voti a se sono rivolti. E ci piace il buon tempo e la buon ora, E si strapazza e si lascia l'ufizio, E per il giulio a messe si lavora; E s'apre alcuna volta a più d'un vizio L'uscio dell'orto e quello della via E vassi enormemente al precipizio. Liborio, infra noi due detto ciò sia, Riescono pur troppo iniquamente Le chierche fatte per economia.[27]

Le quali ultime parole sono un accenno, non senza mestizia, all'uso de' suoi tempi e al suo proprio destino, essendo anch'egli, come sappiamo, una chierica fatta per economìa. Del resto, chi volesse un espressivo ritratto della vita prelatizia del secol passato non avrebbe che a leggere i Capitoli XIV e XV, dei quali la lunghezza del tema (per non dir altro) non mi permette di referire alcun saggio.

Dei frati, come ignoranti ed oziosi, non vorrebbe inquietarsi. Scrivendo alla Lisabetta Montemagni a cui si facea cappuccino un fratello, si frena assai; ma codesto frenamento gli presta un'ironìa così fina e garbata ch'io non so davvero a qual'altra paragonarla dei contemporanei. «Che bella cosa, Bettina, farsi frate! Io mi voglio male perchè non mi feci. Quel non pensare a niente, neanche a andare pulito, neanche a spogliarsi e a vestirsi per andare a letto.

Appunto, appunto, come i can barboni!

E poi c'è di meglio; quell'esser libero dai vostri lacci, o donnette terribili; ed egli, vedi, il tuo fratello s'è levato d'ogni pericolo; non penserà che a fare spropositi per dar nel genio al padre guardiano[28]»,

E quell'ariona di Montepulciano Dove fa il nettar dell'etrusca gente Lo ingrasserà come un porcel di piano.

Ma quando scrive al suo Venerosi l'ironia non gli basta; allora anche i frati levan le berze sotto la sua frusta. Essi odiano la fatica

Siccome il volo l'affricano struzzo,

e con la benedizione dell'uva, delle spighe e dei cavalli

Si fan provvista più della formica;

e conclude:

Ah cangia, Italia, i moccoli in bastoni, E benedici lo suo gran bestiame Dove vuoi, tutti a benedir son buoni.[29]

Però più che della loro furberìa e del loro sucidume s'inquieta della loro ignoranza. Un Tani ha rubato dei libri alla biblioteca di un convento di Roma; e la sua famiglia sta in pena per il processo. Egli scrivendo al suo Venerosi, manda a consolar la famiglia con pie parole, alle quali mescola una sua bizzarra difesa, della quale ecco una parte:

Ogni libro stampato, ogni scrittura Si rodono le tarme nei conventi Pieni di bestie solo da vettura. Or che ha fatto il buon Tani? ha scossi e spenti Quei bacherozzi, ed a migliori ingegni, Alle bell'opre ai chiari studi intenti, Gli ha dati a poco prezzo; ed atti indegni Si diran questi? e saranno bastanti Perchè l'onor di casa sua si spegni? C'insegnò Cristo molto tempo avanti A non gettar le margherite ai porci, E il torle a loro sarà da furfanti?[30]

Talora dalle rime del Forteguerri spira un alito di quella satira edificatrice che dovea più tardi fiorire col Parini e col Giusti. Vede egli i perditempi e le fredde cerimonie del suo secolo, e scrive un Capitolo contro il Cicisbeismo, dove lodando la mala creanza, non fa sfoggio d'ingegno come i berneschi d'un secolo innanzi, ma esprime sentimenti, esagerati se vuolsi, ma vivi e veri. Vede l'abuso dei tridui e delle novene che allontanano le madri da casa e sviano gli uomini dal lavoro; ed egli, degno contemporaneo ed amico del Muratori, assale codesto abuso in un bel Capitolo, tuttora inedito, che incomincia così:

Uscir, Liborio, non vorrei di riga In dire alcun sproposito solenne E aver col sant'ufizio qualche briga.

La voglia di dir tutto e la paura di dir troppo, anche nell'intimità dell'amicizia, si manifesta spesso nei Capitoli, e quando le due voglie pugnano insieme, allora n'escono terzine come queste:

O quanti dentro al bagno di Livorno Starieno meglio che dov'or si stanno Con perpetuo di Roma affanno e scorno! Ma qui m'azzitto, ancor che mi fa danno Il trattener la bile che gorgoglia Come nel tino le vinaccie fanno;[31]

sebbene codesta bile finiva sempre per traboccare; ed una volta uscì, a proposito della Curia, con questa suprema conclusione:

Però gli è tempo omai e venga ei pure Che su quest'arbor da' maligni frutti Io vegga un giorno balenar la scure.[32]

Tale era il voto sdegnoso del Prelato pistoiese, mezzo secolo innanzi le riforme leopoldine, e settant'anni avanti la rivoluzione di Francia! Io non so veramente come non avesse le brighe che egli temeva, da cui pure non si salvarono affatto altri suoi illustri contemporanei, e più di lui temperati, come Antonio Vallisnieri, Lodovico Antonio Muratori e Scipione Maffei.

III

Ma il Forteguerri fu anche un Arcade. Certamente. Com'era fatale che Niccolò nobile e terzogenito fosse prete, era anche fatale che Niccolò prete e impiegato della Curia romana fosse pastore arcade. D'altra parte, chi, anche dei più severi scienziati, non fu ascritto al famoso sodalizio?

..... In Arcadia nostra oggi son scesi Così sublimi e nobili pastori Che son di tutte le scienze intesi; Ci son poeti, ci sono oratori Che passan quelli degli altri paesi,

canta nel Ricciardetto[33] il nostro poeta; e noi dobbiamo ritenere che egli accogliesse con molto piacere la sua elezione accademica, che fu nel 1710 col nome di Nidalmo Tiseo.[34]

Se il Forteguerri non stava di mala voglia in Arcadia come nel sacerdozio, non è da creder però che egli fosse un pastore modello. L'obbligo perpetuo dell'argomento amoroso e della divisa pastorale non era per lui, animo libero e ingegno originale. Certo anche Nidalmo ha il diritto di avere un obiettivo femminile ai suoi sonetti amorosi, che nei più freddini si chiama Niside o Fille, nei più riscalducciati si chiama Dorinda (a cui è pur dedicato un grazioso Capitolo), ma in quelli di sentimento più vero ed umano si chiama Argìa e ispira sonetti come questo, che nel concetto fondamentale e nel colorito, ha piuttosto del foscoliano che dell'arcadico.

La rocca del mio cor non è più forte Come soleva e gran nemici ha drento, E già veggo per l'aspro tradimento La deploranda sua ultima sorte. Chè di Ragion le cure saggie e accorte, Come nocchier ch'ha il mar contrario e il vento, Non pon far sì ch'Amore a suo talento Non apra com'ei vuol ripari e porte. Anzi lo veggio in queste parti e in quelle Spiegar la vittoriosa sua bandiera E gridar Viva Argìa fino alle stelle; E Viva Argìa gridar lieta ogni schiera, E Ragion, posta tra le vili ancelle, Pianger la persa signorìa primiera.[35]

Così degna e forte battaglia fa l'amore nell'onesto animo del Forteguerri, in un secolo, che o lo velava delle ipocrisie platoniche, o lo scopriva nelle indecenti arguzie del Conte Algarotti. Non voglio dire per questo che Niccolò andasse esente dal tributo di moda al platonismo; chè anzi la sua Canzone

Qualora io penso e qualor gli occhi volgo[36]

non bastò ad Angelo Fabbroni dichiararla fra le poesie di Niccolò la più pregiabile, ma volle anche soggiungere che è splendida, ingegnosa, elegante, nella quale più cose inserì tratte dalla più recondita filosofia di Platone.[37] Ma è notabile che il platonismo del Forteguerri non si rivela che nelle forme allora più afflitte dalla malattia accademica, come le Canzoni e i Sonetti, e mai nei Capitoli e nel Poema, dove l'espressione dei suoi sentimenti è sempre libera ed originale. Ecco, in prova di ciò, un'ottava del Ricciardetto (XXII, 33)

Però ridete pur quando ascoltate Che son le belle donne come scale Per girsene al Fattor che l'ha formate, Perchè per esse a contemplar si sale Le divine bellezze a noi negate. Avanti del peccato originale Forse questo accader potea nel mondo, Ora son buone per mandarci al fondo.

Come poi la scortese dichiarazione di questa ottava possa mettersi d'accordo con la filosofia platonica della Canzone, sarebbe indiscreta domanda a un Poeta del settecento.

Del resto, pochi, mirabilmente pochi, sono i versi amorosi del Forteguerri, massime se si pensa alla fecondità della sua vena e al mal'esempio dominante.

Dopo l'amore, la religione. Parole e cose sante, ma che tradotte nel linguaggio dei settecentisti significano Arcadia e Gesuitismo, dalla cui unione nacque la numerosa e noiosa prole degli Applausi poetici per vestizioni, nozze e messe novelle.

Chi ha dovuto, come me, pescare per qualche pagliuzza d'oro nel loto delle Raccolte del 700[38], pur sorridendo talora, si sarà vergognato del punto estremo a cui è scesa la cultura italiana. Bassi e scempi gli argomenti, povera e spesso ridicola l'invenzione, sciatta, non senza pretensione d'arguzia, la forma. Vi si trovano dialoghi tra la Sposa monaca e il Demonio, dove i due interlocutori si vantano e si minacciano in senari sdruccioli che è un gusto a sentirli. Ci sono Canzoni distinte in capitoli e strofe; e in una di queste, che è un dialogo tra il Crocifisso e la Sposa monaca, la cosa va tanto per le lunghe che non avrebbe più fine se non intervenisse come terzo, e non davvero importuno per questa volta, l'Autore, che intìma alla Canzone di chetarsi per l'ottima ragione che «lingua mortale non può ridire lo sposalizio di lassù».

Eppure tutto ciò sarebbe ancora sopportabile senza le continue proteste, ora di cattolicità a proposito del linguaggio mitologico; ora d'ignoranza a proposito dei titoli e degnità de' poeti; ora di rispetto alla uguale eccellenza di tutti gli autori nonostante l'ordine tenuto nella Raccolta, poichè uno bisognava pure tenerlo. Or bene, tra codeste bassezze morali, tra codeste forme false e puerili, il nostro Forteguerri è un gigante. Di rado egli scrive per le Raccolte, di radissimo per monacazioni, anzi soltanto quando non può farne a meno, perchè le monacande son sue nipoti; sebbene di queste gliene procurò tre in tre anni il fratello Atto. Della prima nipote egli canta umanamente così:

. . . . . Ella s'affanna e appella Il Padre che non più sente vicino, E s'industria a far lungo il suo cammino.

Ma il padre obbedisce all'avaro e crudele uso dei suoi tempi, e seguita a far monache le figliole, e invano lo zio mette fuori con garbo le comparazioni di Ecuba e d'Ifigenìa.[39]

A chi desiderasse la ragione prima di codesto uso, allora comune, delle forzate monacazioni, la svela il Forteguerri stesso in un Capitolo inedito, dove deridendo il miserabile fasto de' suoi contemporanei, conchiude:

Che se non fosse lui, Piero ed Antonio Avrebber figli, e, chiuse in monastero, Non si darien più monache al demonio.

Del resto gravi e solenni sono le tre canzoni accennate, e una di esse ha questa eroica introduzione:

Allor che Serse di cavalli e fanti Vide ingombrato interminabil suolo E disparire il mar di Salamina Per le gran navi e i bianchi lin tremanti, Fama antica ragiona come solo Salisse sovra bella alta collina, Ed ora alla marina Gli occhi volgendo, ora alle tende sparte, Desse un sospiro e lacrimasse un poco Nel pensar che tra poco Tutto doveva in cenere cangiarsi Il fior di tante genti, E quindi divenir gioco dei venti.

A chi di noi la movenza di codesto Serse non rammenta il Simonide del canto leopardiano? E ugualmente gravi e solenni sono le altre due Canzoni sullo stesso argomento.

Ma nè il Forteguerri nè alcun altro poteva con siffatti mezzi promuovere la riforma morale e letteraria del nostro paese.

IV

Esterminare il cattivo gusto e procurare che più non avesse a risorgere non era cosa tanto facile e piana come parve a quel buon'uomo di G. M. Crescimbeni quando dichiarava il fine propostosi dalla nuova Accademia. Anche l'Arcadia rappresenta un periodo importante nella storia della nostra cultura, e lo rappresenta non tanto nella buona intenzione di curare la malattia quanto nell'errore della cura. Ella prese come segno di eccessivo vigore la turgidezza delle forme, e curò il male col dissanguamento, costringendo parecchie generazioni a morir di languore, da cui si salvarono, per singolare complessione, pochissimi fortunati. Ciò che veramente salvò dalla malattia secentistica e dalla cura arcadica le lettere nostre fu l'introdurvisi di due giovani e vigorosi elementi, lo scientifico e il popolare, i quali presero presto il di sopra, e divennero, come oggi sono, nerbo e sostanza della letteratura moderna. Centro dell'elemento scientifico fu la scuola galileiana con le sue accademie, le sue cattedre, i suoi libri; centro dell'elemento popolare, la satira, con la sua larga e libera accettazione degli schietti ed arguti parlari toscani.

Da qui innanzi l'ingegnosa ma spesso incivile poesia bernesca cede il campo alla nuova satira contro le ipocrisie, letterarie, politiche e religiose; satira che ripigliando le traccie delle invettive dantesche e petrarchesche, delle ironìe dell'Ariosto e del Machiavelli, si determina in una forma semplice e precisa qual'è rimasta su per giù fino ai nostri giorni.

Stanno sulla soglia del secolo XVII e aprono la doppia battaglia, due poderosi ingegni, il Galilei e il Tassoni, e la seguitano valorosamente i galileiani e i satirici del secento e del secolo susseguente. Talora uno solo adopra le doppie armi, e Galileo stesso, tra le sue speculazioni scientifiche, crea nei Dialoghi il tipo del Simplicio (di cui non è che una graziosa caricatura il Don Ferrante dei Promessi sposi); nel Capitolo In Biasimo della Toga, dopo mille bizzarrìe sugli inconvenienti di quella veste, così morde le vanità professorali:

Se per disgrazia un povero Dottore Andasse in toga e fosse scompagnato, Ci metterebbe quasi dell'onore. E se non è da trenta accompagnato Mi par sempre sentir dalle brigate: Colui è un ignorante smemorato. Talchè sarebbe meglio farsi frate Che almanco vanno a coppie e non a serque Come van gli spinaci e le granate.

concludendo:

Sappi che questi tratti tutti quanti Furon trovati da qualche astuto Per dar canzone e pasto agl'ignoranti.[40]

Certamente non tutti i Satirici poterono, come i Galileiani, mettersi sotto la protezione dei Principi; che anzi dovettero non di rado nascondere i loro attacchi sotto la coperta, che non sempre bastò, della Poesia giocosa e dell'Apologo. Eran tempi codesti nei quali, come direbbe Tacito, perdemmo anche i nomi delle cose[41], e non sarebbe opera perduta ricercare i primi moti della satira civile moderna nei molti volumi delle Rime piacevoli del secento. A noi, lasciati da parte i poemi dei due grandi odiatori de' Gesuiti, il Nomi e il Moneti, e il San Miniato del Neri[42], basti accennar di codeste Rime qualche tratto dei più caratteristici. Al suo signore, che teneva stretta la borsa, così parla sfacciatamente Romolo Bertini:

. . . . . apra adunque le porte Della pietate e non se la minchioni Ch'hanno le Muse ancor bombarde e suoni.

Parole che ne richiamano altre, più degnamente ardite, di un prosatore moderno, Pietro Giordani, nella conclusione della sua Querela al governo parmense contro i Gesuiti.[43]

Anche Piero Salvetti ha luoghi satirici squisitissimi come quello sui re spodestati nel Lamento per la perdita d'un grillo:

. . . . . scappato d'Inghilterra Più che di passo il re non mi contrista; Di già gli è sulla lista De' grandi ch'hanno a diventar piccini, Che privati del Regno, Se e' s'hanno a far le spese con l'ingegno, Saranno spelacchiati cittadini, E con tutta la loro autorità Avran di grazia andar per Podestà;[44]

e quest'altro nel Soldato Poltrone che ricorda il famoso sonetto in dialetto romanesco del Belli, Er Civico de corata:

Di più per rincorarmi Voglion ch'io porti addosso Una carrata d'armi; Ch'i' arrabbi se le posso. E poi ve lo vo' dir: sarei codardo S'io potessi vestirmi un baluardo.[45]

Ma chi più mi preme menzionare, tra i secentisti, perchè più dimenticato, è Niccolò Villani, pistoiese, detto l'Accademico Aldeano, antecessore del Redi col suo Ditirambo giocoso[46] (che a me sembra stupendo), e autore del Ragionamento sulla poesia giocosa de' Greci, de' Latini e de' Toscani, opera eruditissima e quasi sconosciuta ai moderni, che pur si mostran così propensi a questo genere di poesia. Sebbene religioso fino a scandalizzarsi dei troppi e troppo profani amori della Gerusalemme del Tasso, anche l'Aldeano ha poca stima dei preti del suo tempo, che, secondo lui, sono menzogneri, amano le sottigliezze e i buoni bocconi e cantano come il nibbio, mio, mio[47]. Egli ha in mezzo alle sue Rime piacevoli due sonetti senza titolo, che mi sembrano una finissima e potente satira contro le due ipocrisie, tanto comuni in quel tempo, del disprezzo delle ricchezze e dell'ascetismo contemplativo. Come cose belle e non facili a trovarsi, li riferisco ambedue:

L'argento e l'or che ognun desira e chiede E cui gran tempo accoglie, un ora sgombra, Già non bram'io, che la lor luce adombra L'anima sì che la virtù non vede. E quanto se ne fan più ricche prede Di pensier più molesti il cor s'ingombra: Cresce l'oro il desìo com'arbor ombra, E posseduto il suo signor possiede. Pago e lieto io men vivo in rozzo speco, Dell'oro prigionier non già prigione, E libertate a me medesmo ho meco. — Così cantando il pastorello Egone Già per le selve, e d'ogn'intorno l'Eco Gli rispondea dagli antri: Oh gran c...

* * *

Ad un vecchio di salcio arido stelo Appoggiatosi Egon, fissi tenea Gli occhi alle stelle, e nel suo cor dicea: Oh com'è bello il tremul'or del cielo! Oh come dolce il tenebroso velo Pinge alla notte! Oh come avviva e bea Questo mondo quaggiù, mentre in lui crea, Tante forme animando, il terren gelo! Oh che luce egli vibra ardente e viva! Oh come certo, e senza errare, egli erra! Ma quale è il Creator d'opra sì diva? Deh perchè lui non veggio? E chi mel serra? Or mentre contemplando ei così giva, Si ruppe il salcio e diè del c... in terra.

Codesti sonetti nell'andamento e nell'improvviso della chiusa ne richiamano alcuni recentissimi del nostro bravo Fucini, come La Tavola girante e La meccanica universale. Ma quel che preme concludere è che tutta la satira sopra accennata va sotto il nome di Poesia giocosa, come sotto il nome di Rime piacevoli, vanno anche i Capitoli di Niccolò Forteguerri.

V

Nel secolo successivo, rimanendo fermo lo scopo antiautoritario, la satira piglia forme sempre più varie e moltiplici; ora grave e allegorica negli episodi dei poemi, ora svelta e leggiadra nelle canzonette e negli epigrammi, ora sdegnosa ed ironica nei sonetti e nei Capitoli. Essa comincia a sentire la virtù dell'influenza popolare, la quale, al contrario dell'influenza accademica, è appunto varia e multiforme. Ma codesta virtù non dà subito frutti generali e adeguati. «Nella prima metà di questo secolo (osserva uno scrittore moderno)[48] agitata da tante guerre e mutazioni politiche alle quali i popoli soggiacquero senza prendervi parte, mal potevano trovar luogo le lettere; giacchè mancavano per dar loro vita e vigore, gli agi della pace e le passioni dei tempi burrascosi.» Ma se dopo la pace di Aquisgrana i nuovi dominatori, vista la necessità di sottrarre il nostro paese ai pregiudizi, agli errori, alle ingiuste disuguaglianze introdotte dal Governo spagnolo, poterono efficacemente favorire gli studi della giurisprudenza e della pubblica economia, e riformare gli stati, non fu certamente senza influenza della scuola satirica, specialmente in Toscana. «Può la satira (dice il Giusti) quando ha cessato di essere uno specchio delle cose che sono, rimanere a documento di quelle che furono, e in certo modo supplire alla storia.»[49]

Abbiamo veduto nei Capitoli la satira del Forteguerri; vediamo ora brevemente quella del Gigli, del Carli e del Crudeli, che furono, insieme al nostro, gl'immediati precursori del Gozzi, del Baretti e del Parini.

Girolamo Gigli (1660-1722) ha con la schietta favella tutta l'ingenua franchezza, gl'impeti passionati, le bizzarre fantasìe del suo popolo, più quello che non poteva mancare a un buon senese di quel tempo, un po' d'odio contro Firenze. I suoi scritti satirici sono molti e vari, in prosa e in versi, commedie e racconti, storie e aneddoti, ritratti e caricature. Notabile per bizzarria fra tutti questi scritti è il Gazzettino[50], e nel Gazzettino la diciottesima Spedizione, contenente La finta conversione di Madama Adelaide, scrittura che compendia tutto il veleno della satira del Gigli. Laico e ricco, egli non ha i ritegni del Forteguerri a pubblicare i suoi scritti, e l'ingegno seconda mirabilmente la libertà dell'animo. Egli si ricongiunge per molte parti al Tassoni, da cui ha pure imprestato un nome, quello del Conte di Culagna per appiccicarlo al Conte Fede[51], gran bacchettone e amministratore di Cosimo III in Roma. Anche il Gigli ha il suo aristotelismo da combattere ed è la Crusca; il suo spagnolismo ed è la Compagnìa. E tutto ei fa servire da arnese di guerra, anche le opere filologiche, come il Vocabolario Cateriniano, contro di cui tanto si accesero le ire cruschevoli del Granduca da ordinarne un bel falò.[52]

L'ipocrisìa era per il Gigli la pestilenzia toscana,[53] e in Toscana era quello il secol d'oro della ipocrisìa; contro di essa dunque bisognava volgere tutte le ire. Nè con questo egli circoscrive troppo il campo delle sue pugne, perchè tutti gli altri vizi non sono per lui che una brutta famiglia di codesto mostro.

Mentre dice costui l'avemmaria

(è il poeta che parla a una Signora)

Ruba, uccide e distrugge, ed in quest'ora Qualche bellezza a te vuol portar via.[54]

Tutti sanno l'orgoglio professorale de' Gesuiti; egli lo morde in un sonetto dove finge che un fanciullo, andatosi a confessare nella loro chiesa di San Vigilio, domandi al padre confessore il segreto d'imparare presto e bene il latino. Il Padre, allungando il dito verso un quadro rappresentante S. Anna che insegna leggere alla sua bambina, risponde:

Figlio, quella è la Vergine Maria E non farà miracoli finch'Ella Non venga a scuola nella Compagnìa.[55]

E dei danni della educazione gesuitica parla nelle liberissime ottave intitolate Il Seminario degli affetti, recitate nell'Accademia senese, presente Mons. Forteguerri, a cui toccan gli ultimi e iperbolici complimenti del Poeta[56]. Il Gigli amava e stimava molto il nostro illustre concittadino, e se lo finge anche cooperatore nella sua spropositata corrispondenza da Roma col Cav. Luigi Medici fiorentino, che era un balordo e si teneva gran letterato.

Accanto ai Gesuiti mette il terribil senese i loro seguaci, o, com'ei li chiama, i Don Piloni, brutta e numerosa compagnìa di beghine, di barboni e di adoratori di San Cresci, il nuovo santo di Cosimo, che la Chiesa, con suo gran dispiacere, non gli riconobbe.[57]

Gli scritti del Gigli sono una delle più belle e forti proteste della libertà e dignità umana in un tempo nel quale di codeste virtù era perduto anche il nome, e tutto anzi il linguaggio dalle falsità accademiche era facilmente degenerato nelle falsità morali. Nè ci voleva meno di questa satira con fine certo ed accettabile anche dagli onesti; spesso trascendente a accenni scandalosi e a sfacciataggini personali; armata di stile appuntato non nelle officine dei grammatici ma sul lastrico delle vie, all'aere aperto e spazioso delle vecchie piazze plebee, per far risentire la putrida società toscana di codesto tempio.

Due cose sono veramente riprovevoli nella satira gigliana, una invincibile tendenza alla personalità, e la ipocrisìa delle lodi a Cosimo III, che era pure il gran protettore degli odiati Don Piloni. Del primo peccato lo assolve in parte la infelicità del secolo, che, fatto silenzio sui principii, anelava la satira personale che li adombrasse; al contrario del secol nostro che vuole, o almeno dice di volere, una pura discussione di principii. Oltre che il mal'esempio, ai tempi del Gigli, veniva dall'alto, e le sue Lettere al Medici non sono che una obbedienza al gran Principe di Toscana che pure ordinando la canzonatura dichiarava il canzonabile cavaliere di ottimi e cristiani costumi, e di nascita nella sua insigne patria delle più ragguardevoli, e per ambedue i capi meritevole d'ogni stima[58]. Quanto alle lodi al Granduca vorrei poter dire che sono un'ironia e la forma iperbolica vi si presterebbe, se non fosse comune in quel tempo. Pur troppo su questo punto è men difendibile che sull'altro della ritrattazione, fatta quand'era già povero e vecchio e dopo molte persecuzioni.

VI

Con meno larghe e audaci intenzioni, ma con personalità anche più insistente, e però con arte che più sente la efficacia delle forme dialettali, procede la satira di Paol Francesco Carli (1680-1752). Egli da Monsummano, dove era Vice-Parroco, si recava spesso alla prossima villa Ferroni con tre o quattro amici per canzonare con impareggiabili sonetti Giovan Paolo Lucardesi, maestro del Borgo a Buggiano, prosuntuoso grammatico e poeta officiale di tutte le feste dei dintorni. A lui, col nome di Bietolone, è dedicata l'Accademia dello Scherno; per lui scrive Pier Francesco Bertini la Gianpagolaggine, prosa polemica miracolosa a que' tempi; per lui compone il Carli la Svinatura, e più arguti della Svinatura i Sonetti, dove torna ricucinato con mille salse sempre nuove e piccanti il famoso sproposito del Cristo crocifisso e trino messo dal Lucardesi in un sonetto per un Predicatore. Nessuno meglio del Carli seppe rapire le più tenui fragranze e i colori più vivi a codesto fiore della poesia popolare. Nativo e abitante di quella Val di Nievole, che un secolo dopo dovea produrre Giuseppe Giusti, non ha nè può avere di questo gl'intenti civili, ma ne ha il gusto infallibile e delicato. Le finezze della sua satira non si ritraggono per descrizioni; bisogna citar degli esempi. Eccone alcuni.

Ove il discorso sia un po' concitato e breve la proposizione, il nostro popolo ha non di rado l'uso della battologìa, uso ripreso da tutti i Vocabolaristi come vizioso, e che un mio caro e spiritoso maestro, Jacopo Jozzelli[59], chiamava, un parlare col manico. Il Carli, alludendo sempre all'accennato sproposito del Cristo trino, adopra mirabilmente codesto vizio popolare, e mette in bocca a una vecchina questo lamento:

Uh! che gentacce, Vergine Maria! Che cosa ha detto mai che cosa ha detto Che voi gli abbiate a perdere il rispetto E trattarlo con tanta scortesia? Fare ad un prete simile angheria Non cadde in petto mai non cadde in petto Al più perfido ebreo che giri il ghetto, Al turco più crudel della Turchia. E che ha a durare sempre e che ha a durare Questo bordello? Eh via, povero Prete, Finitela e lasciatelo campare. E che ha a 'mportare a voi e che ha a 'mportare Se c'è tre Cristi o quindici? Gli avete A far le spese voi gli avete a fare?[60]

E perchè questa è poesia che ha bandito ogni regola accademica e ogni frase del cassone, nè ha più formule fisse per determinare i confini e le quantità delle cose, come il Da Battro a Tile, gli espèri e i lidi eoi, le nottole di Atene e i vasi di Samo, gli spropositi di Bietolone son dichiarati innumerabili col seguente sonetto:

Non ha tant'agli Prato e Siena matti, Sparagi Pescia e Scarperia coltelli, Roma indulgenze e Montelupo piatti, Fogli di carta Colle e Lucca ombrelli; Non miagola in gennaio tanti gatti, Non tanti il maggio ragliano asinelli, Non son tanti pagliai di luglio fatti, Nè si piglian d'ottobre tanti uccelli; Non fa tante frittate la Certosa, Non compon tanti impiastri un ciarlatano, Nè tanti testi storpiò mai la glosa, Quanti dice in latino ed in toscano Spropositi solenni in versi e in prosa Bietolon pedagogo da Buggiano.

Il Prete Lucardesi è per gli Accademici dello Scherno ciò che era il Cav. Medici per il Gigli e compagni. Anzi il Lucardesi ed il Medici hanno un canzonatore a comune in quella buona lana del medico Bertini, che al primo dedicava la Giampagolaggine, e al secondo dava i suoi responsi medici per il Gigli, il quale ce lo mandava per aver consulti sui suoi fierissimi dolori endecasillabi[61], di cui impietosiva il Medici con le sue lettere romane.

Bietolone sulle prime fece vista di non pigliarsi della canzonatura, e continuò a buttar giù versi e spropositi, tra cui quello di fare ammazzare, in un sonetto per monacazione, il gigante Golìa da Giuditta; sproposito raccolto subito dagli Accademici dello Scherno. La risposta prediletta del pedagogo buggianese era che gli autori de' sonetti non erano versati nella buona lingua, e il Carli rispondeva per tutti:

Non siam cruscanti noi, o Lucardesi, E ce ne crepa il cor, ma sol ci basta Quando vi diam del bue d'essere intesi.

Da questo momento il povero Bietolone non si può più muovere, che ha sempre addosso l'acuto sguardo del Carli. Cerca egli di scansarlo, e di attaccarla con altri, ma il Carli risponde sempre per tutti; e ogni festa dell'anno, ogni atto vero e supposto del pover'uomo gl'ispira sonetti cari e terribili. Siamo all'Epifania, e il Poeta vuol fare la capannuccia. Ho quasi ogni cosa (egli scrive ad un amico) i Re Magi, i pastori, la Vergine, il Bambino,

Ma perchè non ho l'asino nè il bue Mandatemi di grazia Bietolone Il qual mi servirà per tutt'e due.

Si fa al Borgo una festa del Crocifisso, e s'intende che è il Crocifisso trino di Bietolone; ci è un pubblico banchetto, e il pettoruto grammatico è a sedere sopra un seggiolone di raso

Facendo pompa del suo grave aspetto Alla sinistra del Gonfaloniere.

Il Poeta è nella folla, lo vede, e così entra ne' fatti suoi:

Ma perch'ei macinava a due palmenti Senza pur dar ristoro all'ampia gola, Io dissi ad un di quei ch'eran presenti: Se fe' costui co' suoi goffi argomenti Cristo in tre pezzi e oprò la lingua sola, O pensa tu s'egli adoprava i denti.

Di così singolare scrittore poco è noto oltre il Ditirambo; e noi aspettiamo da quei valentuomini che posseggono MS. carliani, la pubblicazione di altre cose inedite.[62]

VII

Nè molto più noto del Carli è Tommaso Crudeli, (1703-1745); e sentì certamente meno di lui la popolare influenza nello stile e nella lingua. Egli per questo lato più che al Gigli e al Carli si ricongiunge al Forteguerri, e rappresenta come questo gli sdegni del suo tempo con più serietà e vigore. Ma i suoi stupendi Apologhi ebbero men lieta fine dei Capitoli forteguerriani. Quando nel Gatto eletto giudice concludeva:

Lettor, tienti la favola a memoria, Che se praticherai pe' tribunali Ti passerà la favola in istoria;

non avrebbe mai pensato il povero Poeta che proprio a lui si sarebbe cangiata in istoria un'altra sua favola, quella della Corte del Re Leone, dove l'orso,

Non potendo soffrir quel tetro avello, Il naso si turò, poco prudente.

Il favolista non era un cortigiano; aveva anzi renunziato la carica di regio poeta alla Corte di Napoli offertagli dal Tanucci, e i suoi lamenti poetici non avevano nemmeno quella velata personalità che talora si scorge, per citare un esempio illustre, anche nella satira ariostesca. Pur non ostante, per i suoi liberi scritti s'ei non fu direttamente mandato, come l'orso della sua favola, da Ser Plutone a fare il disgustato, fu cacciato nel maggio del 1739 nelle carceri della inquisizione di Firenze e poi nella fortezza da Basso; e, relegato da ultimo a Poppi, suo paese nativo, vi morì di dolore: ultima e memorabile vittima dell'inquisizione toscana.

Non fu certamente senza influenza di Francia questo nuovo e libero movimento della nostra cultura. Fan prova di ciò le dottrine quesnelliane attribuite con tanto operosa malignità da certuni e tanto inutile vantazione da certi altri, a molti e bravi preti toscani di questo tempo, e anche all'amico del cuore di Niccolò, Liborio Venerosi[63]. Ne fanno prova alcune forme letterarie rinnovate di nuovo sangue, come le odi, le canzoni e i melodrammi; nè sarebbe forse nato senza il Tartufo di Molière il Don Pilone gigliano. Quanto agli Apologhi poi, tutti i favolisti di questo secolo sentono l'influenza di quelli del La Fontaine, e la Corte del Re Leone del Crudeli non è che la fedele traduzione della Cour du Lion del Poeta Francese.

Però non è da credere che tutto codesto movimento si debba ai nostri vicini d'oltr'alpe, come vanno spacciando coloro a cui giova dipingere gl'Italiani naturalmente pazienti d'ogni oppressione, e ne fanno quasi un vanto nazionale. La scuola galileiana e la nuova satira che si unì subito a lei sono una risposta trionfale contro codesti uomini, di cui le patriottiche intenzioni sono tutt'altro che dubbie. Il Crudeli stesso che abbiam visto negli apologhi così facile imitatore, e che al Carducci parve nelle odi conciliasse il sensualismo filosofico di Francia col naturalismo dei vecchi toscani[64], anch'egli, dico, sa trovare ispirazioni satiriche tutte italiane e dar forma paesana alla sua ironia, come quando improvvisa questo epigramma:

Due colombine intatte Candide più del latte Bella donna mi diede In premio di mia fede. Servo crudel me l'ammazzò ad un tratto, Or voi v'indovinate Che cosa n'abbi fatto? Io me le son mangiate.

Stupenda satira contro le candide ipocrisie dei Pastori Arcadi e le loro bestiole predilette! Tanto più che per le colombe la cosa non procede netta come per gli agnelli, dopo la famosa comparazione dantesca del V dell'inferno a proposito di due adulteri, poco castamente illustrata da Cristoforo Landino.[65]

VIII

Nei veri artisti l'influenza popolare spesso più che formale ed esterna è intima e sostanziale, resultante cioè da quel complesso di sentimenti e d'immagini, di costumanze e di tradizioni che disegnano la fisonomia d'un paese. Ho già accennato che la parte formale di codesta influenza fu sentita massimamente dal Gigli e dal Carli, in minor grado dal Crudeli, e men che tutti dal Forteguerri. La pratica degli affari e la lunga dimora in Roma han dato allo stile del prelato pistoiese maggior severità e comprensione, e alla sua lingua una più larga italianità. A conferma di ciò sarebbe superfluo ripetere citazioni già fatte dei Capitoli; ma perchè si potrebbe obiettare che in codesta satira fiera e sdegnosa anche lo stile è naturalmente grave e concitato, ricorriamo pure al Poema, e particolarmente a quel luogo del Canto XII dove Ciapino e Lisa improvvisano alcune ottave villesche. Leggiamo soltanto le prime due:

L'amore ch'io ti porto, Lisa mia, La non è mica cosa naturale, Io stimo ch'ella sia qualche malìa Fattami da talun che mi vuol male; Perchè a far nulla non trovo la via, Se mangio l'erbe non ci metto sale, Nè distinguer so il vino dall'aceto, E penso andare innanzi e torno indreto. La notte tengo spalancati gli occhi, Nè si dà il caso ch'io li serri mai, E in qua e in là a guisa de' ranocchi Saltello per li palchi e pe' solai, E grido come se il fuoco mi tocchi, E tu la cagion se' di tanti guai, Perchè s'io non t'amassi dormirei Nè che cosa è dolore ancor saprei.

Non occorre, mi sembra, una profonda conoscenza dei diversi parlari toscani per intendere che codesta poesia non rende immagine di nessuno di essi in particolare, ma che tutta la lingua dell'uso le ha dato de' suoi colori e delle sue grazie. Eppure anche il bravo e buono Arcangeli, scrivendo di Jacopo Lori,[66] altro poeta compaesano, par che indichi il Forteguerri come squisito ammannitore di ghiottornìe toscane, e specialmente codesto luogo del Ricciardetto come fonte di vocaboli e modi pistoiesi!

Quello che veramente sentì il Forteguerri poeta, fu lo spirito innovatore de' suoi tempi; e le sue satire contro la Curia e la Corte romana, tanto più sincere quanto più fatte per la intimità epistolare, tanto più efficaci e precise quanto più lontane da ogni pretensione letteraria e ispirate dalla presenza dei fatti, completano e raffermano, e correggono ove occorre, gli ardimenti degli altri tre suoi contemporanei di cui abbiamo discorso. Della onestà, anzi della religiosità del Forteguerri, come della illibatezza dei suoi costumi, è generale la testimonianza; onde non senza ragione sul principio di questo scritto dicemmo che i suoi Capitoli danno carattere storico e autorità morale a tutta la satira toscana della prima metà del secolo decimottavo. Del resto alle querimonie e agli sdegni del Prelato pistoiese dettero sanzione solenne dopo scrupolose cautele e discussioni dottissime, non solo le riforme leopoldine e ricciane, ma anche i provvedimenti disciplinari di Pontefici grandi e venerabili come Benedetto e Clemente XIV. Dopo ciò, che dire di coloro che anche oggi, nello stato presente delle pubbliche credenze, dubitano della utilità di quelle riforme, e della salutare influenza del movimento letterario che le precedette?

Oltre allo spirito del tempo sentì il Forteguerri, come abbiamo accennato, l'influenza intima e sostanziale del popolo suo. Egli ha così bene equilibrate e contemperate le facoltà del raziocinio e della fantasia, che bene apparisce nativo di quel paese dove lo stornello fiorisce accanto alla più decisa attitudine alle scienze esatte, e rappresenta quanto all'animo ed all'ingegno il tipo pistoiese nella sua forma più elegante e perfetta. Alla perfezione dell'animo conferirono, l'abito signorile della famiglia, le elette conversazioni, le larghe e quasi cosmopolitiche relazioni che gli venivano dagli uffici curiali. Alla perfezione dell'ingegno, così bene elementato dalla natura, contribuirono i suoi studi legali, la cultura delle scienze fisiche e naturali, (di cui restano buoni saggi nelle sue prose), la scuola dell'Averani e del Marchetti, l'amicizia intima col Manfredi, e, più che tutto, la continua pratica degli affari; onde l'Autore del Ricciardetto potè finire la vita pubblica come l'aveva incominciata, con una missione diplomatica[67]. La qual cosa, se sarà cagione di stupore agli stolti, sarà nuova conferma pei savi che in codesta diversità e quasi contrasto di attitudini sta appunto la misura del vigore intellettuale così di un uomo come di un popolo.

Notes in this chapter

Note 1 · Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano, salute e felicità. Lettera premessa al Ricciardetto in quasi tutte le edizioni.Note 2 · Tanto il Ricciardetto che i Capitoli furono pubblicati dopo la morte del Poeta. La prima edizione dei Capitoli è intitolata: Raccolta di RimNote 3 · Michelangelo Giacomelli nacque in Pistoia nel 1696 e morì a Roma nel 1774. Vedi la Notizia Biografica premessa dal Can. Professor Enrico BinNote 4 · «Questa mattina fu coronata la sacra immagine della SS. Vergine dell'Umiltà con il Bambino Gesù inter Missarum solemnia per mano di Mons. NiNote 5 · V. Lettera citata di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano, in principio.Note 6 · Vita di Niccolò del Prior Bernardino. MS. inedito nella Forteguerriana.Note 7 · Rime di Eustachio Manfredi, Nizza MDCCLXXXI pag. 18, nel sonetto che comincia: Tal forse era in sembianza il garzon fero.Note 8 · L'ottenne nel 1730. «La segreterìa di Propaganda (nota il Prior Bernardino) è una carica di molto merito ed onore, perchè tre Segretari ultiNote 9 · Dopo la morte di Benedetto XIII il Coscia fu molto perseguitato, dovè restituire dugentomila scudi, e fuggì da Roma nel Marzo 1731, trovandoNote 10 · Questi applausi infruttuosi crebbero nel quinquennio che visse dopo la morte di Benedetto XIII. Ecco che cosa scrive il Prior Bernardino: «INote 11 · Capitolo X, secondo la numerazione della edizione Milanese (Società Tipografica de' Classici italiani, 1813), che noi seguitiamo sempre in qNote 12 · La già citata lettera di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano ci dà notizia precisa dell'incominciamento del poema. Quanto al termine del lavoro Note 13 · Cantù, Storia della letteratura italiana, pag. 358, Firenze, Le Monnier 1865.Note 14 · Che il Venerosi fosse uomo di molto sapere e autorità ce lo provano, oltre questa intimità poetica col Forteguerri, l'essergli stata confidaNote 15 · «Giuseppe Tolomei pistoiese, filosofo e matematico assai dotto, che contribuì non poco a stenebrare le patrie scuole dai vecchiumi peripatetNote 16 · Niccolò Buti, pistoiese (1668-1748), Piccol di membra e nel saper sì magno come lo chiama il Forteguerri, fu Avvocato e Maestro abilissimo dNote 17 · Basti citare, tra gli altri, questo che si legge in un Capitolo del 5 Nov. 1718, a Giuseppe Tolomei: Ho scritto alla peggio, in fretta e tutNote 18 · Capitolo IV.Note 19 · Capitolo I.Note 20 · Cap. I.Note 21 · V. le belle parole che chiudono la Vita di Niccolò scritta in latino da Ang. Fabbroni. Vitae Ital. Vol. IX.Note 22 · Vita d'Agricola.Note 23 · Capitolo XIII.Note 24 · Capit. XIII.Note 25 · Capitolo XXII.Note 26 · Capitolo II.Note 27 · Capitolo XXV.Note 28 · Capitolo XV.Note 29 · Capitolo IV.Note 30 · Capitolo IV.Note 31 · Capitolo X.Note 32 · Capitolo IV.Note 33 · Canto I, ott. 3.Note 34 · Che Niccolò avesse in gran conto l'Arcadia è chiaro, oltre che per la bella ottava 3ª del Iº Canto del Ricciardetto, anche per vari accenni Note 35 · Ho cavato questo Sonetto dai manoscritti, credendolo inedito, ma ho trovato poi che fu pubblicato in una Raccolta lucchese del 1719 intitolaNote 36 · È pubblicata nella Raccolta che va sotto il nome del Gobbi (Bologna, Pisarri 1711).Note 37 · «Inter carmina Nicolai meo judicio praestat omnibus ode illa amatoria, cuius initium est Qualora io penso e qualor gli occhi volgo grandis iNote 38 · Anche le Raccolte del 700 rappresentanti il movimento letterario pistoiese, me le ha somministrate la Collezione Cassigoli.Note 39 · La similitudine di Ecuba è nella Canzone, quella d'Ifigenìa nel Capitolo al Petrosellini (XVI).Note 40 · In questo Capitolo Galileo mette in ridicolo la prammatica che astringeva i Professori dello Studio Pisano a fare uso della Toga non solo leNote 41 · Vita d'Agricola.Note 42 · Circa Ippolito Neri vedi i Cenni biografici e critici scritti dall'egregio mio collega ed amico Prof. Mariano Bargellini — Empoli Tip. MontiNote 43 · «Ho aspettato, e dovevo aspettare, la giustizia del governo: devo credere che non mi mancherà. Se mai mi mancasse... non perciò gl'iniqui sfNote 44 · V. Rime Burlesche di Eccellenti Autori, raccolte, ordinate e postillate da P. Fanfani — Firenze, Felice Le Monnier, 1856.Note 45 · Ibid.Note 46 · V. Nuova Antologia (vol. V, Fasc. VIII, 1867), Discorso di P. Fanfani sulla poesia giocosa in Italia.Note 47 · Queste frasi sono del Capitolo Primo, che è una supplica per ottenere un lenzuolo ad un soldato. Dice che il supplicante ha varie speranze dNote 48 · Francesco Ambrosoli, Manuale della Letteratura italiana (Firenze, Barbera editore) vol. III, p. 244.Note 49 · Discorso sulla vita e sulle opere di G. Parini, Firenze, Le Monnier, 1856.Note 50 · «Ritrovandosi il detto Sig. Girolamo in Roma (scrive il Corsetti nella vita del Gigli) per sodisfare alla curiosità di alcuni suoi amici in Note 51 · Anton Maria Fede, o Fedi, del contado pistoiese, è menzionato e deriso sopra tutti nel Gazzettino, e soprannominato il Conte di Culagna. MinNote 52 · Pochi furono gli esemplari del Vocabolario che si salvarono dalla condanna del bruciamento eseguito in Roma a richiesta di Cosimo III, per lNote 53 · Ciò dice nella Scivolata, e ripete nell'ottava XLI del Seminario degli affetti.Note 54 · Scritti satirici, Ediz. cit.Note 55 · Ibid.Note 56 · Ecco le due ultime ottave: (IL e L) Nemmen Pistoia al Sacerdozio infido Prestò ricetto ed inalzò gli altari: L'Ombrone illustre, alla nostNote 57 · Barboni per frati dice spesso il Gigli. V. il ritratto del P. Campana negli Scritti satirici, Ed. cit., pag. 6, nota 1. — Per il culto di SaNote 58 · Lettera di Francesco Onorato Tondelli scritta al Gigli per ordine del Serenissimo Gran Principe Giov. Gastone; premessa alle Lettere MediceeNote 59 · Morì a 58 anni nel 1853. Fu prete, e come il Forteguerri, buono d'animo, vivace d'ingegno, e nemico d'ogni ipocrisia e d'ogni affettazione. Note 60 · Questo Sonetto e tutti i versi del Carli, che successivamente si citano, sono tolti dalla pubblicazione carliana fatta dall'ottimo amico mioNote 61 · Lettere a Luigi Medici. Lett. IV. Scritti satirici ec. Ed. cit. pag. 44.Note 62 · Fino dal 1859 si diè notizia nel Piovano Arlotto, An. II, pag. 291 e seg., di un MS. carliano posseduto dal Prof. Rigutini, e ne fu pubblicaNote 63 · Reginaldo Tanzini nella dotta Prefazione alla Istoria dell'Assemblea degli Arcivescovi e Vescovi della Toscana tenuta in Firenze l'anno 1787Note 64 · Della Poesia Melica italiana e di alcuni poeti erotici — Discorso premesso all'ediz. diam. dei Poeti Erotici del Sec. XVIII pag. XVIII; Fir.Note 65 · «È la colomba (commenta il Landino) animale molto lussurioso, e per questo gli antichi dedicarono la colomba a Venere.»Note 66 · Del Pievano Jacopo Lori di San Marcello, Lezione recitata alla Società Colombaria il 16 Gennaio 1853; nelle Prose del Prof. Giuseppe ArcangeNote 67 · La missione fu a Gian Gastone, nel Luglio 1773, per alcuni affari importanti della Congregazione di Propaganda; e ciò si rileva dal Breve po
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