Volume 1 — IL RICCIARDETTO (continued 3)
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Ch'avevan compro al vicino macello, E portati se gli eran di nascosto Come pollastri sotto del mantello, E poi girati gli avevano arrosto, E dispolpati in men d'un quarticello. Poi volevano il lesso ad ogni costo, Con quattro polpettine e due bragiuole, Come ad un pranzo familiar si vuole.
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Poi s'eran messi intorno ad una botte, Ed a due mani come un barilozzo L'alzavano, e le davan certe botte, Che s'ella fosse stata ancora un pozzo, Vôtato l'averìano in quella notte. Trenta barili ormai per il lor gozzo Eran passati, e fresca era lor mente, Come avesser bevuto ad un torrente.
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Le ventresche, i salami ed i presciutti, E quanto l'oste aveva, essi mangiaro. Di questo fatto si stupiron tutti. Ma i paladini in gran pensiero entraro; Chè i borsellini lor son troppo asciutti, Nè san come trovar tanto danaro Da pagar l'oste, e non far villanìa A sè con non pagarlo, e fuggir via.
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Fanno dunque consiglio; e si conclude Che vada Ferraù limosinando, E che le spalle e le braccia si nude, E si sferzi così di quando in quando. Il capo nel cappuccio egli si chiude, Si dispoglia, e per Denia va gridando: Peccatori fratelli, sovvenite Due anime di fresco convertite.
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E Ricciardetto col suo bussolotto Gli andava appresso, e pigliava i quattrini. Astolfo a questo non potea star sotto, Veggendo due sì forti paladini Ridotti, per cagione dello scotto, A birbantare tra que' cittadini; E rivoltosi al conte ed a Rinaldo, Disse: A questa ignominia io non sto saldo.
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E tu trova i quattrini in altra guisa, Riprese il conte. Il far male è vergogna, E no il mutare figura e divisa, Massime qui, dove nïun si sogna Che noi quei siam che il mondo imparadisa. Quest'è un picciol castel di Catalogna, Dove non son guerrieri d'alto affare, Che in modo alcun ci possan ravvisare.
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In questo mentre torna il penitente, E cento pezze egli ha fatte di accatto; Chè gli Spagnuoli sono buona gente, E come n'hanno, li danno ad un tratto. Con un bagnol di vin caldo e possente Le schiene, che parevan di scarlatto, Bagnan del frate, e lo mandano a letto, E fan mille carezze a Ricciardetto.
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Pagano l'oste, e vansi a riposare. E parton di buon'ora la mattina; Chè voglion la spelonca ritrovare, Ov'è del frate l'armatura fina. Prendono a Mezzodì la via del mare; Chè nell'oscura macchia saguntina Oltre Valenza quella grotta è posta. U' la detta armatura sta riposta.
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Avean prese le lor cavalcature, E toccavan con esse forte assai; Ma nel calar da' monti l'ombre oscure, Si trovaro una notte in mille guai; Talchè temerò l'alme lor sicure Di non uscir da quel periglio mai. Si persero in un bosco orrendo e strano, Che da capanne e ville era lontano.
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Così senza mangiare e senza bere Passâr la notte ed il giorno seguente. Il terzo giorno furon di parere D'ammazzare un cavallo il men valente, E del suo sangue colmare un bicchiere, E spegnere così la sete ardente: Ma sentiron muggir da lungi i tori; Onde, preso vigore, usciron fuori.
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Uscîr dal bosco in una gran pianura, Ma quasi morti, i paladin di Francia: Avevan pel digiun la faccia oscura, E così vôta e sì smilza la pancia, E brutti sì, che facevan paura. La fame, disse Astolfo, ella è una lancia Ch'è più sicura di quella ch'io porto, Da cui senza ferita omai son morto.
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Ed ecco cade ognuno da cavallo. Orlando è il primo; Rinaldo il secondo; Ricciardo il terzo; il quarto, se non fallo, Astolfo il cavalier vago e giocondo; Ferraù il quinto, segaligno e giallo, Chè digiun tale mai non fece al mondo: I due giganti cadono ancor essi, E sembran nel cader pini o cipressi.
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Or mentre stanno i poveri Cristiani Stesi sull'erba col bellìco all'aria, Ecco una Fata che per quei gran piani Coglie insalata odorosetta e varia; E visti que' corpacci afflitti e vani, Prima sopr'essi guardando si svaria; Poi dice lor: Che fate qui per terra? Risposero: La fame ci fa guerra;
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E presso siamo all'ultima partita; Perch'ella è il nostro boja che ci scanna. La Fata allora, d'essi impietosita, Certo liquor ch'aveva entro una canna, Dà loro a bere; e ritornano in vita, E gridan tutti per piacere: Osanna. Indi montati in sella, se li mena A casa sua, e dà loro da cena.
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Ma perchè intese ch'eran battezzati, E in lor vedeva tanta gagliardìa Da fare i Saracini sconsolati, Si mise a fare certa sua magìa, Che agli uomini robusti e ben piantati Tutte quante le forze porta via; E per fare le cose da maestra, Pose quella magìa nella minestra.
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Ai giganti però ch'erano stracchi, Come venuti giorno e notte a piede, Non diè l'incanto; chè a guisa di bracchi Presero nella stalla e letto e sede: E già dormivan come monne e Bacchi; Chè lor del vino e molta carne diede La serva della Fata, che a' giganti Vuol bene, e stassi lor sempre davanti.
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La zuppa a pena in su la mensa venne, Ch'ancor ch'ella bollisse forte forte, Di darvi dentro niun di lor si tenne; E se bene facean le bocche storte, Pur dal mangiarla alcun non si ritenne. La maga intanto di funi e ritorte Reca un gran fascio, e di sua mano poi Li lega tutti come fosser buoi.
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Orlando volle darle uno sgrugnone, Quando la Fata a legarlo si mise; Ma come suole il nobile falcone, A cui l'ugne feroci abbia recise Il cacciator, restare un babbïone, Così rimase Orlando: ed ella rise. Gli altri fan pure quanto ponno e sanno; Ma da spezzare un fil forza non hanno.
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L'alba appariva in Orïente appena. Quando a Valenza, luogo non lontano, Legati tutti quanti a una catena Guidolli, in odio del nome cristiano, La Fata al re, chiamato la Balena (Tanto era grosso, smisurato e strano). Questi era figlio di quel Saracino Che Spagna sottomise al suo domìno.
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Chi ha visto mai per ville e per castella Portare i lupi, presi alla tagliuola; O pur la volpe così trista e fella, Che ognun lor dice qualche aspra parola; Nè si trova pastore o villanelle, La qual con tutta la sua famigliuola Non gli strappi del pelo e non l'angari Quanto che puote con strapazzi vari:
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Così chi tira lor torsi di cavolo, Chi pere cotte, chi mille sporcizie. Pensa, Lettore, se si danno al diavolo; Ma pur con facce tutti da novizie Chi Piero invoca, chi chiama san Pavolo, Acciò lor salvi da tante sevizie: E in questa guisa e con tanto strapazzo Del re Balena giungono al palazzo.
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Stava per avventura alla finestra, Ch'era a terreno, un figliuolo del re, Il quale diè di mano a una balestra, E colse Orlando, il qual disse: Cos'è? Rinaldo con un viso di ginestra Gridò: N'è venuta una ancora a me. Ricciardo: Oimè il mio viso! Oimè il mio mento! Diceva Astolfo pieno di spavento.
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Saliti poi le scale, e giunti avanti Al brutto ed orgoglioso Saracino, Olà, disse, s'impicchin tutti quanti; Che non han fede nel nostro Apollino: E in un baleno venner due furfanti Con de' capestri. Orlando a capo chino Disse: Signore, e qual sorta di bene Da questa impiccatura a voi ne viene?
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Ben potete voi far quel che vi piace; Ma non ne avrete vantaggio nè onore. Siam bassa gente che tra il volgo giace, E stiamo ognun di noi per servitore. Impiccate chi turba vostra pace, Ed ha ricchezze, credito e valore; Non gente vile, ed a servir sol atta, E che d'umano sangue non s'imbratta.
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E chi siete? allor disse il re Balena. Rispose Orlando: Io fo da spenditore. Rinaldo: Io il cuoco, e faccio ben da cena. Ferraù disse: Il poco mio valore Mi fa grattare a' cavalli la schiena. E tu? a Ricciardo: Io son barbitonsore. Disse il Turco: Che dici, scioccherello? Dico ch'io fo la barba a questo e a quello.
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Astolfo non sapeva che si dire; Chè non apprese mai verun mestiero: Pur disse francamente: Eccelso sire, Ho fatto a casa mia sempre l'ostiero, E con poco faceva ognun gioire: Teneva vino bianco e vino nero, E dava certi piccioncini arrosto, Che a mangiarli correvan di discosto.
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E subito ordinò che sciolti fussero, E si dèsse a ciascuno il proprio uffizio. Alla dispensa il buon conte condussero; In cucina Rinaldo al suo esercizio; E Ferraù nella stalla introdussero. Si fe' tra gli osti l'Inglese novizio: E in fin diero a Ricciardo de' rasoi, Sapon, stuzzica orecchi e sciugatoi.
59
O gran miseria delle umane cose! O crudeltà di barbara fortuna! Ecco l'onor dell'armi, e le famose Destre ch'ove il Sol muore, ove ha la cuna, Sempre fûro e saranno glorïose: Destre che invan non fêro impresa alcuna, Ridotte adesso a far delle polpette, A menar striglie, ad arricciar basette.
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Or mentre stanno in tanto vilipendio I campioni infelici e rovinati, Ne' petti de' giganti un vero incendio S'accese d'ira, subito svegliati; E il tradimento videro in compendio; Chè l'aste e l'armi e gli arnesi fatati Miraron della casa in un cantone; E pianser d'ira e di compassïone.
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Prendon la fante poi per i capelli, E la minaccian di farla morire; E voglion loro mostri ove son quelli Che la padrona sua seppe tradire, Almi guerrieri e di valore ostelli, E d'onestade e di senno e d'ardire. La donna si contorce come biscia Per la paura, e tutta si scompiscia.
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Poi con voce tremante lor domanda Che la rimettan sopra il pavimento, E dirà loro l'opera nefanda: Che tratta in alto con suo gran tormento Stava in man del gigante, che la manda In qua e là, come impiccato il vento; E teme ch'alla fin non l'arrandelli Per la finestra, e affatto la sfragelli.
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La ripone il gigante sul terreno, E dopo alquanto la donzella dice: La mia padrona sa fare un veleno Con certe erbucce e con certa radice, Che chi 'l gusta, il valore in lui vien meno; Talchè a picciol fanciullo ancora lice Guerrier che sia delle battaglie il mastro Seco condur legato con un nastro.
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E per tal modo fûro i cavalieri Da costei presi e condotti in Valenza. Ma lasciate, per Dio, questi quartieri; Che s'ella torna, con la sua potenza Cangeravvi in somari od in destrieri; Che in quella stanza ha certa quint'essenza Di cranj di fanciulli e di donzelle, Con cui di giorno fa veder le stelle.
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E quei piccioni là, quelle galline, E quelle vacche e quei superbi tori, Che voi vedete errar per le colline, Son tutte dame e nobili signori, Che han fatto, sua mercè, sì tristo fine: Però fuggite via, fuggite fuori Di queste mura barbare e spietate, Ove non è nè fè ne caritate.
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In questo dire, ecco che aprir si sente La porta, e già la strega è per le scale, Che batte per furor dente con dente: Il Fracassa terribile l'assale Con quella lancia d'oro onnipotente, Contro di cui incantagion non vale; Ed ella cade al suolo tramortita, E gli domanda per pietà la vita.
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Disse il Fracassa: Io te la do, se in loro Sembianze torni quei ch'eran qui attorno. Disse la strega: Assai lungo lavoro Vuolci per l'ammirabile ritorno. Aprite quella stanza, ove io lavoro L'opere mie; e quivi un alicorno Vederete di bronzo; e quanto ei dura, Ha da durar la trista lor figura.
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Gettan la porta a terra i due giganti; E l'alicorno hanno toccato appena Con l'asta disfattrice degli incanti, Che batte sopra il suolo con la schiena, E tutti i membri suoi restano infranti: E il Fracassa tai colpi su vi mena, Che l'ha ridotto in polvere da scrivere. Piange la strega, e teme del suo vivere.
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Ciò fatto, ecco le dame e i cavalieri Che vengon senza penne e senza corna; Ma ne' sembianti loro umani e veri. E ciascun, quanto può, di laudi adorna I due giganti, e dicono improperi Alla strega; ed ognuno la contorna, E vorrebbe levarle il cor dal petto: Ma da' giganti lor viene interdetto.
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E le dice un di loro: Or via, c'insegna Il rimedio al veleno ingannatore. Ella un armadio con mano gli segna, E dice: Colà dentro è quell'umore Che le perdute forze riconsegna A chi le perse, e con virtù maggiore. Il Fracassa lo prende, ed escon fuora Di quella stanza, e della casa ancora;
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Poi danno foco a quell'empio abituro; E mentre al cielo va la fiamma ardente, Disse il Tempesta: Sare' io spergiuro, Io, che a costei non risposi nïente, Quando la vita ti chiese in sicuro, S'io l'ardessi? Rispose unitamente Ciascuno: No per certo; ed il Tempesta Buttovvela; e si fe' da tutti festa.
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Indi verso Valenza se ne vanno, E per la via conoscono i giganti, Che in compagnìa de' paladini stanno Quei che disciolti avevan poco avanti. V'eran fra gli altri, di quei che si sanno, Un figlio di Ruggieri e due Agolanti; V'eran d'Orlando e d'Astolfo i cugini, E v'erano molti altri paladini.
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Al figlio di Ruggier, detto Guidone, Dan l'anguistara, e gli dimostran come Si ha da portare in quella funzïone: Lo vestono alla turca, e l'auree chiome Gli recidono senza discrezione; E dicon che si muti ancor di nome; Chè non voglion venire essi in Valenza, Per non far peggio con la lor presenza.
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Entra in Valenza il figlio di Ruggiero, E va cercando tutte le osterìe; Ritrova alfine il desïato ostiero, Astolfo, il padre delle leggiadrìe; Ma sporco, guitto, e con un grembial nero; Il qual cantando diceva follìe. Il giovin lo saluta, e poi gli espone Come desìa di far colazïone.
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Una tavola tosto gli apparecchia Con uova e caci e frittata rognosa, E del pan bianco, e vino con la secchia. Or dopo che mangiato egli ha ogni cosa, Chiama l'ostiero, e gli dice all'orecchia, Com'egli è di Ruggier prole famosa, E ch'è mandato a lui da' due giganti Per tornargli il vigor che aveva innanti.
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L'abbraccia Astolfo, e vanno in una stanza, E beve un sorso di quell'anguistara, E sente invigorirsi alla sua usanza; Poi dice: Andiamo al ponte della giara, Dove Orlando venire ha costumanza, Per comprar roba al re squisita e rara. Non perdon dunque tempo, e vanno al ponte, E presto presto si abbatton nel conte.
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Astolfo narra a lui cosa per cosa, E beve un buon bicchier di quel liquore; E sua persona si fa vigorosa, Che pargli ancor d'aver forza maggiore, Che pria non ebbe; e quindi alla fumosa Cucina vanno dell'empio signore, E lì ritrovan il cuoco Rinaldo Tutto affannato, e che morìa di caldo.
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Mandan per Ferrautte e Ricciardetto; Ed arrivati ancor essi in cucina, Ricevon con moltissimo diletto La tanto desïata medicina; E pieni di valor l'anima e il petto, Fanno da brusco, e batton la marina; Ed armati di spiedo e di forcone Van del Balena alla real magione.
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Le guardie voller lor far resistenza, Ma le infilzaron come perniciotti. E giunti del Balena alla presenza, Rinaldo il piglia tosto a scappellotti. Disse il Balena: Ve' che impertinenza! E comanda che in carcer sien condotti. Rinaldo aperse la finestra, e poi Disse al Balena: Or or ti aggiustiam noi.
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Tu ci vuoi porre come uccelli in gabbia, E noi pensiamo di farti volare. Pieno il Balena di spavento e rabbia Non sa più che si dir, nè che si fare; E batte i piedi, e si morde le labbia. Orlando grida: Non vuolsi indugiare. Rinaldo a quel parlar piglia il Balena, E il getta in piazza, che di gente è piena.
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Vengono i figli, e del lor padre infranto Cercan vendetta; e quel della balestra Appena riconobbe il frate santo, Che andogli appresso, e con maniera destra Avviluppollo dentro il regio ammanto, E poi lo gettò giù dalla finestra; E con esso fêr pur simili voli Gli altri del re Balena empj figliuoli.
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Veduta i cittadini sì gran cosa, Circondano il palazzo di fascini; Chè contra gente tanto vigorosa Non voglion far da bravi spadaccini; E gli dan foco. Bella e luminosa S'alza la fiamma: afflitti i paladini Non sanno come uscir da quell'impiccio; E già fuma il palazzo, e sa d'arsiccio.
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Quando ecco comparire i due giganti, Che col solo pisciar sopra quel foco Di smorzarlo in gran parte fûr bastanti: E pur la sera avean bevuto poco. Rinaldo e il conte allora e tutti quanti Ripreser lena, e vennero a quel loco, E in braccio de' giganti si gettaro; E così tutti quanti si salvaro.
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Alcun forse dirà che iperbol sia Smorzar gl'incendj in sì fatta maniera: E ben dirà; che anch'io l'ho per follìa: Ma l'ho trovata scritta; e tal qual era, L'ha voluta cantar la Musa mia. E forse forse la fu cosa vera; Perchè certo io non posso saper mica Quanto tien d'un gigante la vescica.
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Poi col foco ancor vivo ad una ad una Arser le case ed arsero Valenza; E fatta sera, al lume della luna Fan per Parigi la lor dipartenza. Qui i parenti e gli amici e lor fortuna Odono, e fansi cortese accoglienza: Ma lasciamogli andare a buon vïaggio, E in Danimarca rifacciam passaggio.
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Io vi dicea (se ancor ve ne sovviene; Chè in ver mi sono dilungato molto) Come in atto di dire le sue pene Stava una donna; e con pietoso volto Psiche l'udìa, che tal pietà sostiene In udirla, che in pianto ha il cor disciolto. Avete a saper dunque che questa era Del morto re di Dania la mogliera;
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Figlia d'un re di Svezia, e così bella, Che in quei paesi non ebbe simìle; Ed era d'onestà lucida stella: E girate pur voi da Battro a Tile, Che donna non vedrete uguale a quella. Ora costei con bel modo e gentile Incominciò la storia sua dolente In queste voci, languida e piangente:
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Morì il marito mio, ch'or farà l'anno, E gravida restai di questo figlio. Un mio cognato di farsi tiranno Si mise in core, e effettuò il consiglio; E tale ordimmi scellerato inganno, Che mi condusse poscia a quel periglio Che voi sapete, e donde tratta io fui; Chè l'innocenza ha i protettori sui.
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Andar solea sovente ad un giardino, Solo ristoro al mio crudel martìre: Quando un ladro, cred'io, o un malandrino Veggon le guardie da' muri fuggire, Vestito come veste un contadino, E forse tale ancora si può dire. Lo mettono in prigione, e il mio cognato Vâllo a trovar, da niuno accompagnato;
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E poi l'induce, per fuggir la morte, A dir siccome egli era un gran signore Di Svezia, ed allevato in quella corte; E che per forza del soverchio amore Che di me il prese, e lo premeva forte, Di venirmi a trovar gli cadde in core; E venne, e seppe tanto dire e fare, Che mi fece di lui innamorare.
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Ciò fatto, radunar fa nella sala La più famosa nobiltà del regno, E giudici e notai ed altra mala Gente, e con essa il contadino indegno, Che mercè chiede, e l'infame propala Esecrando terribile disegno; E dice, come il figlio che mi è nato, Non del re, ma di lui è generato.
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Stupisce ognuno a ragionar sì fatto; Poi lo stupore si trasmuta in ira; E ciascun lo vuol morto ad ogni patto. Il mio cognato s'affanna e sospira, E il contadino fa sparire a un tratto: Poi i giudici e notai fiso rimira, E dice lor che parlino conforme Dettan del regno le sacrate norme.
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Quelli fanno gli afflitti ed i dolenti, Stringon le spalle e chiudono la bocca, E le parole mastican tra' denti. Il mio cognato allor gli sprona e tocca A dire: ond'essi in fiochi e rotti accenti Dicon, come mortal saetta scocca La legge contra le mogli e i mariti Che sfogan con altrui loro appetiti;
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E che la forca e il fuoco è pe' villani; Per le matrone la tagliente spada; Ma che non denno d'uomini le mani Far che la testa alla regina cada; Meglio è esporla del mare a' flutti insani Con la prole. Ed allora una masnada Mi prende, e mi conduce alla marina; E il popol, che mi vede, si tapina.
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Là giunta, io chieggo lor per qual cagione Debba esser posta crudelmente in mare. Un de' custodi disse: La ragione Chiedila a lui, che questo ci fa fare; Al tuo cognato, io dico, che ti appone Delitto, come credo, d'alto affare. Intanto un legge la sentenza, e dice Come io sono una sozza meretrice.
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Caddi per lo dolore in su l'arena, E mi svenni; e in quel mentre fui condotta Sopra la nave, in cui gran sassi e rena Avean portato, ed era mezza rotta; E dal lido scostata io m'era appena, Che voi veniste, cavalieri, allotta, E mi toglieste a morte, e deste vita; Ma vostra grazia non è qui finita.
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Venite meco a far la mia vendetta: Uccidete il cognato traditore, Che m'ha fatto sì sporca cavalletta; Rendete il regno al suo vero signore. Disse Ulivieri: Chi la fa, l'aspetta: Andiamo pure; chè non ho timore. Psiche pur vuole andarvi; chè ha contento Di veder la regina fuor di stento.
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Nella capanna dormon quella notte; Poi la mattina prima dell'aurora Con quelle genti del cammino dotte Van per un bosco che tutto s'infiora; Ed a fiorir le vie son pur ridotte, Che preme il piè di Psiche, la signora E consorte di lui, che il tutto muove In cielo, in terra, nell'inferno e altrove.
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Veggono a Mezzodì la gran cittade Che sta sul mare, e Coppenaghe è detta. Psiche di nubi trasparenti e rade Sè copre e la regina sua diletta, Che, non veduta, vuol che veda e bade, Ed oda ciò che il popolo cinguetta. Giunto Ulivieri alla gran porta appresso, Suona il suo corno; e Guidon fa lo stesso:
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E fan sapere al perfido Cristierno (Chè così si chiamava quel tiranno) Come egli ingiustamente ha quel governo, Perchè n'ha fatto acquisto con inganno; E che l'aspetta il diavol dell'inferno, Al quale essi tra poco il manderanno; E dicon come intendon di far noto Che la regina non ruppe il suo voto.
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Cristierno a questo dir s'arma di botto, E bestemmia ed infuria come un matto, E dice: Ci mancava questo fiotto: Ma ben voglio levare il ruzzo a un tratto A queste figurine del Callotto, E monta sopra un cavallo ben fatto; Esce fuor della porta, e soffia e sbuffa; Sfida Ulivieri, e tira giù la buffa,
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E dice: Io scendo in campo a mantenere Come la mia cognata ha partorito Non del germano mio, ma d'un straniere. Ed io ti mostrerò come hai mentito, Tutto sdegnato ripiglia Uliviere. Ciò detto, sprona il suo cavallo ardito Verso Cristierno; e si danno tal botta, Che l'una e l'altra lancia resta rotta.
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Metton mano alle spade, e si dan colpi Che a chi stagli a veder metton paura. Dice Ulivier: Razza di lupi e volpi, Obbrobrio e vitupèro di natura, Ancor se' vivo? ancor non ti discolpi Dell'onor tolto a donna così pura? Che aspetti, traditor? chè non confessi I tuoi maligni ed esecrandi eccessi?
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Cristierno non risponde, e dà di taglio Con la sua spada ad Ulivieri in testa, E gli recide, come un capo d'aglio, Del lucido cimier tutta la cresta; E giunse con quel colpo a repentaglio Di terminare in quel punto la festa. A due mani Ulivier la spada prende, E lui fere nel capo, e glie lo fende:
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Onde egli cade, e mugghia come un bove, Quando gli dà il beccajo infra le corna; E così muorsi: e l'alma sua va dove Eterno foco la copre e contorna. Ad Ulivier, siccome al sommo Giove, Tutti fan festa; e di splendore adorna Compare all'improvviso e repentina Avanti a lor con Psiche la regina.
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Or si pensi ciascuno l'allegrezza Che si fa in corte per un tal successo. Vanno a palazzo, e piangon di dolcezza Le genti tutte che si stanno appresso Alla regina, che assai le accarezza, E si rivolge a rimirarle spesso. Gettan Cristierno fra certi dirupi, Perchè sia pasto d'avoltoi e lupi.
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Psiche dopo due giorni partir volle, Non senza pianto d'una e l'altra banda; E col bel viso di lagrime molle Bacia l'amica, e se le raccomanda; Poi s'asside sul cigno, ed ei s'estolle, E spiega il vol per dove ella comanda. Il giorno appresso i paladini ancora Si parton dalla nobile signora,
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Che ha fatto loro apparecchiare in porto Una nave con tanti marinari, Che posson ire dall'Occaso all'Orto Senza timore di venti contrari. Prega Ulivier che pel cammin più corto Condotto venga di Francia ne' mari; E lor promette il capitano esperto Che in otto giorni vi saranno al certo.
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Io già m'accorgo, ancor che niun favelli, Come avete disìo che qualche cosa Di Carlo io vi racconti, e ancor di quelli Che a lui fan guerra acerba e sanguinosa. Ma sapete perchè son vaghi e belli I prati? perchè varia è l'odorosa Famiglia che gli adorna; e i color mille Il piacer son delle nostre pupille.
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Come il pittor, ch'a mosaico si dice, Deve esser il poeta, a mio parere; E quegli è riputato il più felice Che meglio accoppia pietre bianche e nere, E rosse e gialle; e poi di tutte elice Una fera, una donna, un cavaliere: Così deve il poeta, se sa fare, Di varie cose il suo poema ornare.
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Però la Musa mia, come vedete, Non sa star ferma, e fa voli bestiali: Ma non l'abbiate a male, e non temete Che non rivolga ancora a Carlo l'ali. Nel canto, c'ha a venir, la sentirete Sempre intorno a Parigi; e tante e tali Battaglie narreravvi, e sì crudeli, Che vi farà forse arricciare i peli.
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Ma non vi spaventate; anzi v'esorto A figurarvi il mal sempre peggiore. Così soglio far io: ond'è che porto Con molta pace ogni grave dolore; Chè in questo viver nostro così corto, Dove rare del ben scintillan l'ore, E vi s'affollan quelle del martìre, E' bisogna ingegnarsi a men patire.
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Io mi figuro sempre carestìa, E peste e guerre e ladri per la casa, Che quel poco che i' ho mi portin via; E mal maligno, o altro mal che invasa: Ond'è che grave non mi par che sia, Se scarsa la raccolta m'è rimasa, Se muore qualcheduno, od è ammazzato, E se poco peculio m'è restato.
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Però pensate di Carlo la peggio, E che distrutti i paladini sieno. Ma riposiamci; che quasi vaneggio Pel canto così lungo. E mentre il fieno Al caval Pesagéo cerco e proveggio, Perchè batta col piè l'arso terreno, E mi secondi a cantar altre cose, Vado lunge da voi, donne amorose.
CANTO SETTIMO
ARGOMENTO
Lo Scricca tutte le bandiere spiega. Giungono a Carlo i cavalieri erranti. Nella battaglia chi pugna, chi piega. Guida Despina lo stuol de' suoi amanti. Il frate per Climene Iddio rinnega; Vuol finir col capestro i giorni santi. Ricciardetto a Despina s'appresenta; Ella il discaccia, e par che duol ne senta.
1
Fra tanti guai che son sopra la terra, Che son più che le pulci addosso un cane, Non è mica il minor quel della guerra. Tristo colui che assediato rimane, E tristo quegli ancor che gli altri serra. In somma quel menar sempre le mane, Quel darle, quel toccarle ogni momento, Non è mestier che apporti alcun contento.
2
La guerra in fine è composta di boi, Che or son ministri ed or son malfattori Or impiccate, or siete appesi voi; Or ricevete, ed or date dolori. E si fa male, e non si pensa al poi; Il giusto e la pietà stanno al di fuori; Ed è il soldato sì tristo animale, Che a chi vien per far bene, ancor fa male.
3
Ma quello poi ch'io non so ben capire, Si è, che quei che muovono la guerra, Dico i gran regi, e che fanno morire Tanta gente, che spopolan la terra, Si stanno in corte, e si fanno servire; E mentre l'inimico abbrucia e atterra Le città sue, ei si diverte a caccia, E qualunque piacere si procaccia.
4
Ma di Carlo non può già dirsi questo; Chè ancor che vecchio, e ancora che cadente, Va in mezzo del periglio manifesto, Ed uno pare della volgar gente. Ei sale su le mura ardito e lesto, E ancor combatte valorosamente; Ma son ridotte omai le cose a segno, Ch'è per perder la vita insieme e il regno.
5
Già le sue squadre aveano ucciso il Mena, Quei che fece al buon Carlo tradimento; E volta i Cafri omai avean la schiena, Ed eran nel canale entrati drento, Che fuor della città sotterra mena; Quando ogni cosa s'empie di spavento, Perchè a Carlo una spia dice all'orecchia, Come l'oste all'assalto s'apparecchia:
6
E che da' generali e lor consiglio S'è stabilito fra due giorni darlo; E che già se ne udìa qualche bisbiglio. A Dio si volta inginocchiato Carlo, E il prega, per l'amore del suo Figlio, Che voglia in tal pericolo ajutarlo; E me che può rinforza e muri e porte, E cerca dar coraggio alla sua corte.
7
Despina sopra un candido cavallo Armata tutta, dalla testa in fuore, Or correa per l'aperto ed or pel vallo. Nè così vaga è mai d'alcun bel fiore, Nè così corre villanella al ballo, Com'ella affatto si consuma e muore, Perchè cominci la crudel battaglia, E mostri ai Franchi quanto in armi vaglia.
8
Ma quel che a lei dispiace e grava molto, È il saper che lontano è Ricciardetto: Chè se l'uccider lui a lei vien tolto, Spianar Parigi ed ardere il distretto Nulla le par: cotanto sdegno accolto Ha contra l'innocente giovinetto: Pur si lusinga che debba venire, E debba ancora di sua man perire:
9
Ed ha già fatto a ognun comandamento Che non ardisca di pugnar con esso; Ch'ella ha nel core un tal presentimento Ch'abbia a restar dal suo valore oppresso: Con tal pensier consola il suo tormento. Gli amanti che le son sempre da presso: Questi i patti non son, dicon, con cui, Donna gentil, venimmo qui con vui.
10
Ognun di noi qui trasse la speranza D'averti in moglie; e il capo di Ricciardo Esser dovea per te mercè a bastanza. Or se ci neghi d'incontrar l'azzardo, A sperar più per noi che omai ne avanza? Girò Despina amorosetta il guardo; Poi disse: Io non vo' più che l'altrui morte M'apparecchi le nozze ed il consorte.
11
Se voi m'amate, conforme mi dite, Non mancheranvi modi onde obbligarmi: Nè solo degli amanti son gradite L'opre famose che si fan con l'armi; Ma son molte altre cose, anzi infinite, Con cui potete l'anima adescarmi: Ma l'amor non s'insegna; e chi vuol bene, Mille senza pensarvi ne rinviene.
12
Or mentre così stanno ragionando, Lo Scricca suona il corno del consiglio; E per tutta l'armata manda il bando, Che il dì seguente s'ha da dar di piglio All'armi, e con assalto memorando Prender Parigi, e metterlo in scompiglio; E che la gente su l'arme si metta, Chè le vuol dare una rivista in fretta.
13
I Cafri in tutto eran dugentomila, Trecentomila i perfidi Lapponi; D'Africa e d'Asia ancor v'era una fila, Che ci vorrieno computisti buoni Per numerarla. Ognun le sciable affila, Prende l'aste, polisce i morïoni; E chi ferra cavalli, e chi raggiusta Sella, sproni, stivai, redini e frusta.
14
Fra' cavalieri in armi più famosi V'è il re de' Cafri, benchè un po' maturo; I due giganti, chiamati i Pelosi, Che disfan con un pugno un grosso muro. Di cuoja di serpenti velenosi Coperti sono, e di colore oscuro; Hanno baston ferrati e così fieri, Da mutar le cittadi in cimiteri.
15
L'un si chiama Falcon, l'altro Sparviere; E soli trïonfar ponno di tutti. Vi sono ancor le due leggiadre arciere; Despina dico, che seco ha condutti Tanti campion di grido e di potere, Onde i Cristiani resteran distrutti; E Climene d'Egitto, che ancor ella Forse quanto Despina è forte e bella.
16
V'è il fior dell'armi, il forte e bello Oronte, Re tributario al Persico signore; E v'è di Tracia il fiero Alcimedonte, Che ha pochi eguali in arte ed in valore; E v'è di Nubia l'aspro Serpedonte, Che non conosce che cosa è timore; V'è fra' Negriti poi il Fiacca e il Ficca, Che sono i consiglieri dello Scricca.
17
Ve ne sono altri ancor su questo andare, Ma li saprete quando fia bisogno; Chè la memoria or non mi vo' straccare, E dir ch'io non li so, me ne vergogno. Que' di Francia si posson raccontare; Chè son sì pochi, che mi pare un sogno Com'abbian resistito infino ad ora A tanta gente, e sieno vivi ancora.
18
I guerrier scelti e d'esimio valore Son cinque o sei fra tutti i paladini. V'è di Zerbino il figliuolo maggiore, Detto Lurcanio, che come pulcini Schiaccia con l'asta sua le genti more, Speme di Francia, orror de' Saracini; V'è Malagigi con la sua magìa, Ed ha l'inferno tutto in sua balìa.
19
V'è un fratello d'Avolio, uno d'Ottone: Mario quegli, e Scipion questi s'appella, Che son due spade veramente buone, E guastan spesso a' Turchi le cervella. L'altre son genti avvezze alla tenzone, Capaci ancor di far qualch'opra bella; Ma non vi si può far su fondamento, E mandarne un di loro incontro a cento.
20
Se a tempo tornan quelli che son fuora, Come cred'io che torneranno presto, Molto non riderà la gente mora; Chè son persone da darle un tal pesto, Che le budella le trarranno ancora. Narrare io v'ho voluto tutto questo, Perchè sappiate, quando io ne ragiono, Questi guerrieri che persone sono.
21
Or mentre a far l'assalto ognun s'appresta De' Saracini, e Carlo ancor s'adopra Per ripararsi da sì gran tempesta, Terrapiena le porte, e monta sopra Le mura, e aggiusta quella cosa e questa, E non tralascia diligenza ed opra, Ritorniamo ad Orlando, il qual passato Ha i Pirenei, ed è già in Francia entrato;
22
E seco è Ferraù cinto d'acciajo, E sopra l'armi porta la pazienza, Perchè pensa nel prossimo gennajo, Soccorso Carlo, rifar penitenza; Chè di peccati egli ha più d'un migliajo, E son peccati tutti di semenza, Voglio dir con la coda; e ci vuol molto Perchè un ne sia veracemente assolto.
23
In una grotta, conforme s'è detto, Vicino al mar, di qua da Cartagena, Ritrovò l'armi il frate benedetto, Che stavan sotterrate nella rena: Ruggine non avean nè alcun difetto, E v'era l'asta d'osso di balena; V'era la spada che fecero i diavoli, Che i ferri taglia come rape o cavoli.
24
Orlando tosto un suo scudiere invìa A Carlo, acciò gli dica ch'è vicino, E che d'un giorno al più tardar potrìa; Ch'entrare ei vuole assai di buon mattino In Parigi. Ricolma d'allegrìa Carlo questa novella; ed il divino Ajuto, quanto può, ringrazia; e vede Che andran le cose sopra un altro piede.
25
Ma più s'accrebbe in Carlo l'allegrezza, Quando sentì ch'è Ferraù cristiano, E che seco ha di sterminata altezza Due giganti, appo i quali Orlando è nano; E che Rinaldo ripien di fortezza È seco, e il buon Ricciardo e Astolfo umano, Ed altri armati di spada e di lancia, Venuti tutti per soccorrer Francia.
26
Or mentre sua vecchiezza egli conforta Con sì buone novelle, un altro messo Da Ponente gli viene, che gli porta Come a Parigi egli ha lasciato appresso, E che saranno ormai giunti alla porta, E forse entrati in quel momento stesso, Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone, Che han mano e petto e fronte di lïone,
27
Quando in Parigi si sparse la nuova Che i tre son entro, e gli altri non son lunge, Della città la faccia si rinnova, Nè tema nè dolore alcun la punge. Carlo esce fuora, e a quanta gente trova, Parla di loro; e alle parole aggiunge Lagrime di dolcezza e di conforto, E dice: Or non mi cal, se sarò morto.
28
Ma vien la notte, del gran dì foriera, Che dar si dee l'assalto generale. De' Turchi ognun sotto la sua bandiera Si pone, e fan lo Scricca generale. Climene armata a centomila impera, Gente crudele, orribile, bestiale: La sopravveste ha di color di brace, E v'è scritto: Da me niun speri pace.
29
Despina anch'essa ha il diavol nella pelle, Nè ritrova la via d'andare a letto: Or riguarda le briglie, ora le selle; Or si prova l'usbergo, ora l'elmetto. Un manto d'oro fregiato di stelle Si pone; e scritte di dietro e sul petto V'eran queste parole: Un sol m'importa, E il voglio ucciso, o resterovvi morta.
30
Comando ella non vuole, e sol co' suoi Amanti brama andar dove le piace. Ma già l'aria rosseggia, e i forti eroi Arde di Marte la terribil face. Chi si veste di duri e grossi cuoi Di tigri e d'orsi, come è l'uso trace; Chi di piastra e di maglia, e chi spogliato Monta a cavallo siccome egli è nato.
31
L'esercito de' perfidi Lapponi, Che son trecentomila, non s'è mosso; Ma per le ville se ne va gironi, E ammazza e ruba, e poi si reca addosso Quanto può di galline e di capponi; Indi si mette dentro a un qualche fosso, E divora così le altrui fatiche; E sembra un'adunata di formiche.
32
Sovra d'un colle a Parigi vicino Cinque o sei miglia, giunge a mezza notte Orlando, e seco ogni altro paladino; E vede tante genti insiem ridotte Sotto Parigi al prossimo estermìno: Pensa e bestemmia chi l'ha lì condotte. Vede pennacchi, e andar bandiere attorno; Chè la luna lucea come di giorno.
33
Fan consiglio fra loro se sia bene Entrar dentro Parigi, o starsi fuora; E star fuora da tutti si conviene. Orlando, Astolfo e Ricciardetto ancora Staranno insieme e attaccheran le schiene Alla diritta della gente Mora: Rinaldo alla sinistra con Leone; E così fare qualche diversione.
34
In mezzo Ferraù co' due giganti Attaccherà con tutta sua potenza; E gli altri paladini poi pe' canti Inquieteranno quella rea semenza. Per vie sicure un uom mandano avanti A Carlo, acciò, venendo l'occorrenza, Li ajuti, e sappia ciò che voglion fare, Credendo ch'egli debbalo approvare.
35
Ode Carlo il messaggio, e il tutto approva, E fa consiglio con i suoi baroni; E vuol far cosa inaspettata e nuova. Io penso, dice, sopra i torrïoni E su le mura, ove in ozio si cova La forza e il fiore de' miglior campioni, Poca gente lasciarvi, e quella ancora Che al mestier di pugnar venne pur ora;
36
E in tre corpi partir le nostre genti; E quando l'oste ad assalir ci viene, Tutti e tre per tre strade differenti Andargli addosso, come si conviene. Così a Orlando sarem corrispondenti; E spero che la cosa anderà bene. Piace il consiglio a tutti; e ad Ulivieri Dà il primo corpo ed i miglior guerrieri;
37
Il secondo a Scipion, l'altro a Selvaggio: Carlo resta in Parigi alle bisogna. Già moveva il suo lucido vïaggio La bella stella; e tinta di vergogna L'Alba venìa, che le vien detto oltraggio, Perchè d'amor per vecchio sposo agogna; Quando fiero e terribile rimbomba Là il corno Moro, e qui la Franca tromba.
38
Come il turbato mar l'onde sue spezza, E le solleva fieramente in alto, Biancheggiando alla riva, e con prestezza Vengon l'una appo l'altra, e tutte a salto Sembran destrier che rotta han la cavezza; Così per dare a Parigi l'assalto Veniva in vista più superbo e atroce Il saracino esercito feroce.
39
Ma come appunto, allor che il lido tocca, Lo strepitoso mar perde sua forza, E torna indietro, e si chiude la bocca; Così l'ardire in un tratto s'ammorza In quella tanta gente Mora e sciocca, Vedendo che a combattere la sforza Il Cristiano già fuora delle mura; Onde si ferma, e s'empie di paura.
40
Grida Climene, e bestemmia lo Scricca, E fa il diavolo a quattro ancor Despina; E di là il Fiacca, e di qua corre il Ficca Per tener la milizia in disciplina. Orlando intanto dietro lor s'appicca, E con la spada tutti li rifina. Astolfo e Ricciardetto fan lo stesso; Ed hanno un monte già di morti appresso.
41
Rinaldo e il fier Leon menan le mani Spesso così, che sembrano su l'aja Battere la saggina, oppure i grani. I due giganti n'han morti migliaja, E nel campo hanno fatto di gran vani; Chè quelle reti non sono una baja, Perchè ne prenderan mille alla volta, E poi con essi van girando in volta.
42
I Saracini assaliti davanti, Vanno fuggendo indietro pel timore; E quelli offesi indietro, vanno innanti: Onde nel mezzo si fa tal romore E stretta tal, che da sè stessi infranti, Or l'uno or l'altro illanguidisce e muore. Lo Scricca, che perdente omai si mira, Con quei pochi che puote si ritira.
43
Fa Carlo anch'esso sonare a raccolta, Ma i paladini non l'odono ancora; E là dove l'armata ella è più folta, Fan correre di sangue un'ampia gora. Sol Ferraù l'amica tromba ascolta, Ed esce tosto di battaglia fuora; E nell'uscir s'incontra con Climene: Ella in vederlo il suo caval trattiene;
44
Indi lo sfida a singolar tenzone In parte dall'esercito discosta. Ferraù che la reputa un campione, Accetta allegramente quella posta. Ella si muove, ed entra in un vallone: Ferraù l'accompagna costa costa; E quando soli sono in un bel piano, Alle lancie ambidue danno di mano.
45
Climene Ferraù colpisce in fronte, E Ferraù Climene in mezzo al petto. Braccio più forte Orlando e Rodomonte Non hanno, disse il cavalier eletto. La donzella a quel colpo par che smonte Dal destrier; così duro fu in effetto: Pur si rafferma in su la sella; e intanto Le rotte lancie lor metton da canto,
46
E dan di mano alle spade taglienti, E sembran fabbri in su la forte incude. Diluviano le punte ed i fendenti; Ma nïun de' due, benchè molto sude, Impiaga l'altro. Serra bene i denti Il frate, e pien di voglie acerbe e crude Mena un colpo su l'elmo alla donzella, Che se la coglie in pieno, la sfragella.
47
Per sua fortuna la prese da parte, E tanto ne tagliò, quanto ne prese: Ed ecco biondeggiar le chiome sparte, E folgorar due belle luci accese D'ira e vergogna, da piagare un Marte. Rimase il frate con le braccia stese, Apre la bocca e spalanca le ciglia, Attonito per tanta maraviglia.
48
Così talora il pellegrin, dolente Per povertade, e rotto dal cammino, Vinto dal mal della fame presente Non sa che farsi, e se ne sta tapino; Ma se a sorte col piede di repente Urta in qualche moneta d'oro fino, La guarda, e pel piacere si scolora; Tale in quell'atto fêssi il frate allora.
49
Getta la spada a terra e le s'inchina; E le chiede perdono del mal fatto; Indi al destriero suo ei s'avvicina, E la prega a discendere ad un tratto. Placata allor la barbara regina Discende, e il guarda assai cortese in atto; E dice lui di vergogna dipinta: Tu se' il mio vincitore, io son la vinta.
50
Ferraù gentilmente le risponde, Che vincitor di donne non fu mai. Ella raccoglie le sue trecce bionde In aurea rete, e co' suoi dolci rai Guata il guerrier, che alquanto si confonde, E si sente nel cor del foco assai. La donzella lo prega che si scioglia L'elmo; chè di vederlo in viso ha voglia.
51
Ferraù l'ubbidisce; e su l'erbetta Stracchi ambidue si mettono a sedere. Climene di suo stato e di sua setta Gli parla; ed ei l'ascolta con piacere. Amore intanto nel cor lo saetta, E lo riduce tutto in suo potere; Onde strappa il cappuccio e la pazienza, Nè vuol più cella, nè più penitenza:
52
E comincia sott'occhio a riguardarla, Ed a scusar la fragile natura; E con le mani innaspa, mentre parla. Tenerlo addietro Climene procura, E dice: Cavalier, ragiona e ciarla Quanto tu vuoi; ma tieni alla cintura Coteste mani. Ed egli le ritira, E borbotta fra' denti, e poi sospira;
53
E quanto più la guarda, più s'imbroglia. S'alza Climene; ed ei si raccomanda, Che seco un altro poco seder voglia, E ch'egli metterassi più da banda. Proposito d'amanti è come foglia, Dice la donna, che il vento tramanda: S'io ti siedo vicino un'altra volta, Tosto il cervello tuo torna a dar volta.
54
Pur voglio compiacerti, e veder quanto È il tuo valore; e di nuovo s'assetta. Astolfo errando sopra un colle intanto È giunto, e vede i due sopra l'erbetta; Onde s'accosta loro, ed in un canto Si pone, e la leggiadra giovinetta Riguarda spesso e il cavaliero scaltro; Ma conoscer non può l'una nè l'altro.
55
Alfin s'accorge ch'era Ferraù, Quell'eremita santo e benedetto, Quel tanto innamorato di Gesù, Che poneva le spine sopra il letto, Nè voleva del mondo saper più; E sente come tutto pien d'affetto Prega la donna che gli abbia pietade, E che gli voglia ben per caritade:
56
E le comincia a dir cento bugìe, Com'egli è re di Murcia, e che la vuole Prendere in moglie. Ed ella: Un altro die Ci rivedrem; chè il capo ora mi duole; E poi le sacrosante leggi mie, Che tutto Egitto riverisce e cole, Non vo' prevaricar. Tu se' Cristiano; Ed io non credo che nell'Alcorano.
57
Se ti facessi Turco ancora tu, Forse allor mio consorte io ti fare'. A Climene si volge Ferraù, E la riguarda, e dice: O santa Fè, Soffrilo in pace: io non ne posso più. E dice: Io mi farò, donna, per te Tutto quello che vuoi. Ed alza il dito, E grida: Ecco un novello convertito.
58
Astolfo allor di santo zelo avvampa, E scappa fuora, e dice: Frate porco! Si vede ben che sei di mala stampa. Chè non s'apre la terra, e giù nell'orco Non piombi, pasto dell'eterna vampa? O ve' che anima sozza e core sporco! E con la spada addosso se gli serra, E principian tra loro un'aspra guerra.
59
Vista Climene attaccata la zuffa, Si slontana da loro, e fugge via. Vedendola fuggire, il frate sbuffa; Ma Astolfo il batte con gran gagliardìa, Chè i pensieri d'amor gli guasta e arruffa; Chè se col capo nulla si disvìa, Si sente su le spalle e su le rene Colpi che il fanno tritolar, ma bene.
60
Ferrautte nell'armi era più destro D'Astolfo, e più robusto e nerboruto; Ma per allora Iddio fece maestro Il buon Inglese contra quel cornuto, Che di lussuria portato dall'estro, Fece di Cristo il perfido rifiuto: Talchè ferillo, ed a terra gittollo; Poi gli andò sopra per tagliarli il collo.
61
Miserere di me! tutto piangente Il frate disse; e detestò sua colpa; E giurò che alla vita penitente Sarìa tornato, ove virtù s'impolpa, E il vizio smagra e ritorna a niente. Astolfo allor s'impietosisce, e scolpa Il suo fallir; ma dice: Fratel mio, È un gran peccato rinnegare Iddio.
62
Poi gli cura la piaga, e glie la fascia; Ed era piaga da guarirne presto. Indi si parte, e soletto lo lascia, Per girne a Carlo. Addolorato e mesto Ferraù cade in così grande ambascia, Che disperato si forma un capresto Della cavezza del cavallo, e gira Con gli occhi, per veder se un arbor mira;
63
Chè, parte per orror del suo peccato, Parte in pensar che Astolfo l'avrà detto, Onde da ognun sarà villaneggiato, Gli venne quel pensiero maledetto. E già sopra una quercia egli è montato, E ricerca d'un ramo il più perfetto Per legarvi la corda; ed un ne trova, Che non si romperà certo alla prova.
64
Quivi il capestro suo lega di botto, E sta su l'orlo di gettarsi a basso: Quand'ecco appunto appunto all'alber sotto Si trova Orlando nell'andare a spasso; E sentendo per aria questo fiotto Del frate che si dava a Satanasso, Si volge; e visto Ferraù in quell'atto, Disse: Romito mio, non se' già matto?
65
Io non son matto, disse Ferrautte; Sono un malvagio tinto in cremisino; Ed ora voglio mie nequizie tutte Finir, morendo come un assassino. Di mal seme son queste male frutte: Non son nè Cristïan, nè Saracino, Nè son soldato, nè son penitente, Nè in questa vita son buono a nïente.
66
Orlando si strabilia, e dice: Frate, Tu fai cosa per certo iniqua e ria; Ed anderai tra l'anime dannate, Se tu finisci per sì trista via. Una sono dell'alme disperate, Egli ripiglia, e sol la morte mia Può raggiustarmi. E in questo dir, si pone La corda al collo, e va giù penzolone.
67
A dirla, in quanto a me, s'era nel conte, Per Dio ch'io lo lasciava sgambettare, E forse forse con le mani pronte Lo stirava pe' piedi a tutto andare; Come ho veduto costumare a Ponte, Quando qualcuno è dato a giustiziare: Tanto più che nessun m'avrebbe visto, E avrei levato dalla terra un tristo.
68
Ma egli in cambio piglia Durlindana, E taglia il ramo e il capestro di netto, E su le braccia con maniera umana Riceve nel cadere il poveretto; E spruzzatol con acqua di fontana, (Spezzato prima il laccio maledetto Che aveva intorno al collo) lo distende Su l'erba; e poi in tal guisa a dirgli prende:
69
Che stravaganza, Ferraù mio caro, È stata questa tua che t'ha sospinto Ad atto contro te sì crudo e amaro? Io veggo ben che tu sei stato vinto Da disperata voglia, onde il tuo chiaro Intelletto ne fu macchiato e tinto. Ma perchè disperarti? e qual mancanza Fêsti, che fuor ti ponga di speranza?
70
Se il grave peso delle colpe tue T'ha indotto a questo, tu se' stato matto, Ed empio insieme col nostro Gesùe; Chè niun peccato al mondo mai fu fatto, Che della bontà sua pesasse piùe, E non fosse col piangerlo disfatto; Chè chi dispera d'ottener pietade, Troppo offende sua immensa caritade.
71
Ferrautte a quel dir si riconforta, E dice: Conte, tu favelli bene; Ma quando in noi santa ragione è morta, O viva malamente si mantiene, Si bada poco a quello che più importa; E s'infosca un così, che là poi viene Dov'egli non vorrebbe esser mai giunto: E suol questo avvenir spesso in un punto.
72
Io m'era messo in un aspro deserto, Senza pensier di veder più cittade, Ma per i boschi e sempre a cielo aperto Passare il rimanente dell'etade; Ch'io ben sapeva, e ben m'era scoperto, Come uom vacilla facilmente e cade Nell'occasione; e da essa lontano Forte si regge, e sta robusto e sano.
73
Ma la vostra venuta, ed il periglio Di Carlo e della Fede mi sommosse, E per mio mal mi fe' mutar consiglio. Quanto era ben, che stato ancor là fosse! Che non m'avrebbe un amoroso ciglio Piagato. E qui fece ei le guance rosse; Qui sospirò; qui diede in un gran pianto; E senza nulla dir si stette alquanto;
74
Poscia riprese: Per mortal bellezza Io giunsi a tal, che rinnegai fin Cristo. O questa, disse il conte, ella è di pezza, E v'è di matto e di briccone un misto: Ma accrescere io non vo' la tua tristezza. Facesti almeno della donna acquisto? Perdei Dio, perdei lei, perdei me stesso; E senza te perdeva l'alma appresso.
75
E' non è stato in vero un mal da biacca, Rispose il conte, questo tuo peccato, Nè un mangiar pollo in cambio di saracca, In tempo che mangiarlo c'è vietato; Colpa pur essa, e che da Dio ci stacca: Ma l'avere il battesmo rinnegato, Fratello, è cosa, a dirla in due parole, La più infame che avvenga sotto il sole.
76
Infino ad impazzare per amore, L'ho fatto anch'io, e lo fan tanti e tanti, E tutti quei che lui tengon nel core: Ma rinnegar per esso e Cristo e Santi, È altro, Ferraù, che pizzicore. Pur se con preghi, con sospiri e pianti Chiedi perdono a Dio, l'avrai per certo; Chè il tesor delle grazie ha sempre aperto.
77
Qui fece Ferraù degli atti buoni: Riprese l'armi, e sopra esse si mise La pazienza e il cappuccio; ed i perdoni Vuol prender di Loreto e quei d'Assise, E far molte altre sante devozioni. Il conte intanto di tacer promise L'opra sua fella; e quando a tempo sia, Farà che Astolfo anch'ei tacito stia.
78
Così a Parigi sen vanno d'accordo; E Ferraù per via sempre singhiozza. Sta lieto, disse Orlando: io ti ricordo Che la pietà di Dio non fu mai mozza, Anzi è infinita. Io merto che sia sordo Al mio pregar, tal feci opera sozza, Ripiglia il frate d'umiltà ripieno, E sempre tiene gli occhi in sul terreno.
79
Giunti in Parigi, del palazzo fuora Gl'incontra Carlo, e fa loro accoglienza. V'era anche Astolfo, e dice a Carlo allora: Ecco il soldato della penitenza, E che sì bene la vigna lavora. Orlando dice: O via, è impertinenza; S'egli ha fallito, n'ha chiesto perdono. E noi che siamo? e gli altri uomin che sono?
80
Carlo s'infinse di non saper nulla; E vanno in corte, e poco dopo a cena; Che prima ch'esca il nuovo dì di culla, Vuol far consiglio in adunanza piena. Climene intanto, la bella fanciulla, Crede a sè stessa e a sua fortuna appena, D'esser fuggita in un tratto di mano Di così forte ed orrido Cristiano;
81
E ride con i suoi, e narra loro Come in un lampo il suo nimico accese Di sua bellezza, e co' suoi crini d'oro Legollo sì, che prigionier sel rese. Se i più forti di me dunque innamoro, E se i men forti al suol mia destra stese (Sorridendo dicea), chi può negarmi (Ed arrossì) ch'io non sia Dea dell'armi?
82
Ricciardetto fra tanto andava in volta Per ritrovar l'amabile Despina, Che la crede un guerriero; e tra la folta Gente trapassa; e ciaschedun l'inchina, Sì perchè la battaglia era disciolta, Sì perchè ben con la spada sciorina: Ma quanto più ne cerca, ne sa meno; S'arrabbia, e par che mastichi del fieno.
83
Alfin s'abbatte in uno che gli narra, Come il guerrier, di cui egli richiede, Di strali armato, d'asta e scimitarra, È donna, ed è di tutta Cafria erede, E che ha le perle ed i rubini a carra, E si può dir felice chi la vede. E qui comincia a dirgli una per una Le beltà che il suo bello in sè raduna.
84
Mescolate di porpora e di giglio, Dice, son le sue guance, come rosa; Sottile il labbro, e molto è più vermiglio Delle guance; la bocca ha grazïosa; Purissima negrezza orna il suo ciglio; Il naso è dritto, che ben siede e posa Gentilissimo anch'esso, e pur sottile, Acciò non sia da' labbri dissimìle.
85
Gli occhi ha grandi, vivaci e risplendenti Di pura luce; e ciò ch'è in lor di nero Non puote esser più nero: i carbon spenti Sono un lontano paragon non vero; Dove biancheggian poi, nevi cadenti Non dicon quanto io chiudo nel pensiero; Nè me lo spiega il latte, nè la brina, Nè la spuma più candida marina.
86
E riceve il bel nero dal bel bianco Vicendevol conforto e leggiadrìa. Crespa la chioma le scende sul fianco, E di giacinti tutta par che sia; La pettinâr le Grazie e Vener anco; Tanto spartita ell'è con simmetrìa. Bianca ha la gola, dilicata e tonda, E bel monil di gemme la circonda:
87
E son le gemme in modo congegnate, Che dicono così: Despina bella. È grande di statura; e ricamate Son d'oro le sue vesti onde s'abbella; E vi son rose di rubin formate, Gigli di perle; ed ha in petto una stella Di topazi orïentali, che arreca Tanto splendor, che gli occhi quasi accieca.
88
Se poi si muove, ha passo corto e breve, E sembra palma ovvero alto cipresso, Quando da un venticel moto riceve: Ma chi lei move non è già lo stesso. Lei move delle Grazie un'aura lieve, Che le van sempre innamorate appresso. Ha bello il seno poi, il qual sospinge, Quanto egli può, la fascia che lo cinge.
89
Ma se la spada impugna, e con cimiero Copre il bel viso, e veste piastra e maglia, Tu vedresti qual sembra alto guerriero, Ed atto quanto ad orrida battaglia. Così dice a Ricciardo il cavaliero: Ei finge che tal cosa non gli caglia, E da lui parte; e in quel punto e in quell'ora Della nemica sua ei s'innamora;
90
Ed alla regia tenda a dirittura Va di Despina, e chiede d'inchinarla. Una sua damigella ivi a ventura Incontra, e del suo amor con essa parla, E la regala: ed ella allor gli giura Che vuol, per quanto puote, a lui piegarla; Ma teme di far poco, e forse nulla, Perchè troppo odia i Franchi la fanciulla.
91
Perchè dal dì che l'empio Ricciardetto Il fratello le uccise a tradimento, Ha cotanta ira, ha cotant'odio in petto Contro voi altri, che vorrebbe spento Il vostro nome: ma del giovinetto Vuole ella di sua mano aver contento Di recider la testa; e a tal riguardo Tanto ha popol con sè forte e gagliardo.
92
Se questo egli è, Ricciardetto rispose. Vanne a Despina, e fàtti dar la mancia; Chè condurre io le vo' per vie nascose Il paladino senza spada o lancia. L'ali a' piè la donzella allor si pose; Vanne a madonna, e dice: Un uom di Francia Vuol ragionarti; e se a grado ti sia, Ti darà Ricciardetto anco in balìa.
93
L'armatura e il cimier già s'era tolto, Nè busto aveva; e il bel candido lino Al seno le tenea stretto ed accolto Un zendado trapunto d'oro fino, Che s'era intorno gentilmente avvolto. Ha nudo un braccio e l'omero vicino; Ma ricoperto egli è da' suoi capelli, Che sembran rai di Sol, tanto son belli.
94
Breve ha la gonna di color cilestre, D'oro il coturno, e il piè vago e gentile. Così Diana in un campo silvestre Si dipinge, la Dea ch'Amore ha a vile. Di gigli e rose e d'aurate ginestre Fregiato un velo avea sottil sottile: Quello si pone intorno al collo bianco, Poi dice che a lei passi il giovin Franco.
95
Ricciardetto era un garzoncel ben fatto, E che sempre alle donne piacque molto. Non era bianco assai, nè bruno affatto; Ma d'un color che gli fea bello il volto; Colore ad un guerriero assai ben atto. L'occhio bruno egli aveva, e in esso accolto Era tutto quel brio di cui son pieni Gli astri d'inverno ai cieli più sereni.
96
Grande era di statura, ma non tanto Ch'egli uscisse da' limiti del giusto: Era forte, era allegro e magro alquanto, Ma ben piantato, ed agile e robusto. Se l'udivi parlare, era un incanto; Che nell'arte del dire avea buon gusto. Era affabile ancora, era cortese, Com'esser suole ciaschedun Franzese.
97
Giunto avanti a Despina il giovinetto, Vuol salutarla, e perde la parola; E il cor gli batte forte forte in petto, Nè gli escon che sospiri per la gola: Pur prende lena, e in suono languidetto Dicea: Donna in bellezza al mondo sola, Ho sentito di voi ragionar molto; Ma più mi dice adesso il vostro volto.
98
E intendo or come le parole elle hanno Forza minor degli occhi e del pensiero; E per molto che dicano, non sanno E non possono mai giungere al vero. Tante ricchezze in voi raccolte stanno, Che ben si vede che in voi sola impero Han le Grazie ed Amore e il sommo Giove; Onde nova beltà sempre in voi piove.
99
Ma pur queste bellezze, onde splendete, L'innamorata mente alquanto intende: Ma chi potrà discernere le mete Della luce che sì chiara vi rende? Luce onde l'alma vostra ornata avete, E che di fuor sì ben traluce e splende, Come facella che traspar per velo, E come il Sol per nubiloso cielo.
100
Veggio nel lume de' begli occhi vostri Folgoreggiare il vostro bello interno, O bella donna, onor de' tempi nostri, E alle future età dolore eterno; Degna che tutti i più pregiati inchiostri Parlin di voi, se il giusto ben discerno. Spero che forse non avrete in ira, Se il mio core per voi piange e sospira.
101
Io so che in odio avete il nome Franco, E che morto bramate Ricciardetto; Ma viemmi ognor bella speranza al fianco, Nè vuol ch'io spenga il principiato affetto. Io vi darò senz'armi e prigion anco Lo sfortunato incauto giovinetto; Chè pur ch'io ottenga il vostro dolce amore, Non mi cal s'io divento un traditore.
102
Despina, mentre seco egli favella, Lo guarda fisso in viso, e divien rossa; E in quel suo rosseggiar divien più bella; Poi gli risponde: Cavalier di possa, Non sdegno chi mi loda e chi m'appella Vaga e gentil; chè affronto, nè percossa È questa per chi il ciel fe' nascer donna, Ancorchè lasci per pugnar la gonna;
103
Ma di Ricciardo al pari, Amore ho a sdegno. Solo ti posso dir per tuo contento, Che niuno appresso a me mai giunse al segno Che tu giungesti; chè per te mi sento Cor men feroce e men crudele ingegno: E se altro duce a me, che il tradimento, Ti guidava, saresti oltre più giunto; Ma mi spiacesti, e t'abborrìi in quel punto.
104
Ti torno a dir che Ricciardetto avrai, Rispose il Franco; nè, come ti credi, Sarò chiamato traditor giammai. E qui piangendo se le getta a' piedi, E dice: Avanti a te quel perfido hai, Quel Ricciardo di cui la testa chiedi; Quel Ricciardo a' cui danni ti se' mossa, Tutta menando l'africana possa.
105
E se tu vuoi che per tua mano io cada, Qual morte sarà mai più fortunata? Indi denuda la sua propria spada Per darla a lei, che in viso assai turbata, A quel che le dice or, nulla più bada; Ma dolce dentro, e di fuor aspra il guata, E dice: Traditore empio e villano, Tu se' quel che uccidesti il mio germano?
106
Fuggi dagli occhi miei; fuggi, crudele; Sarà mia cura il ritrovarti in campo. Nè così presta in mar, sciolte le vele, Nave si fugge, o disparisce il lampo, Come ella tutta lagrime e querele Parte da Ricciardetto, che niun scampo Vedendo all'amor suo, tristo e pensoso Torna a Parigi, e di morir voglioso:
107
E dice tra sè stesso per la via: Che fia di me, se m'odia la mia vita? Se la mia speme è la nimica mia? Amore, a te mi volgo; a te di aita Bisognoso ricorro in così ria Tempesta, che tu sol puoi far finita. E mentre così prega, una colomba Ecco che sopra lui s'aggira e romba.
108
Onde felice augurio egli ne prende, E tempra in parte il giusto suo dolore; Entra in Parigi, ed in palazzo ascende, E si rassegna a Carlo imperatore; Poi vanne al quartier suo, nè foco accende; Chè non vuol cena. Pien di tristo umore Vassene a letto; ma non dorme mica; Chè gli sembra giacere in su l'ortica.
109
Despina anch'essa non ritrova pace; Chè l'è piaciuto Ricciardetto molto; Ma pur come nemico le dispiace: Or prigion lo vorrebbe, ora disciolto; Ora piagato a morte, ora vivace; Ora i begli occhi e il grazïoso volto Del giovinetto in lei lo sdegno ammorza; Or lo raccende, e l'ardor suo rinforza;
110
E sembra madre in mezzo a due figliuoli, Ambo feriti, ambo vicini a morte; Che appena avviene ch'un di lor consoli, Che piange l'altro, e vuol che lo conforte: Ond'ella, acciò non restino mai soli, Stringe l'un, guarda l'altro, e la lor sorte Deplora, e in un la sua; e in questa guisa, Perchè ama entrambi, stassi in due divisa.
111
E che dirà, dicea, raccolta insieme Africa, e il padre e l'ombra del germano, Quando vedrà che Amor mi calca e preme Col suo piede, non sol per uno strano Nato d'Europa nelle parti estreme: Ma, quel che monta più, per un Cristiano, Per l'uccisor di mio fratel, per cui Condussi armata in Francia Africa e lui?
112
Che dirà il fior de' giovan saracini, Verso l'ardor de' quai fui sempre un gelo, Quando saprà com'io mi pieghi e chini All'amor d'un per cui gli uomini e il cielo Pregai contrarj e i suoi e i miei destini? Ah! pria ch'io stenda un così nero velo Su le bell'opre e sul candor degli avi, Subita morte le mie luci aggravi.
113
Ma che potrò far io? e quale schermo Trovare in tanta mia miseria estrema? S'io lo sfido a battaglia, il core infermo Già prima di sfidarlo in sen mi trema; S'io non lo sfido, e tengo saldo e fermo Fuggirlo, il campo per leggera e scema Terrammi, e forse timida e da nulla, E che son veramente una fanciulla.
114
O sommo Amore, onnipotente Dio, Or di te il tutto credo; ora conosco Che niun può contrastare al tuo disìo. Tu i pesci in mare, e tu le fere in bosco, Tu per l'aria gli augelli, e quanto uscìo Dal caos fuora inordinato e fosco, Tu Giove in cielo accendi, e gli altri suoi Numi; e giù nell'inferno ancor tu puoi.
115
Cedo alla forza tua, cedo al valore; Ed Africa ragioni a suo talento. Ma sarà vero, ed avrò tanto core D'amare un che il germano, aimè! m'ha spento? Un germano, non vinto per valore, Ma per insidie e infame tradimento? Ah che dentro dell'anima mi sgrida L'ombra sua, e m'appella iniqua e infida.
116
Sorella infida, e barbara Despina, Dell'omicida mio perduta amante! Sarai tu dunque, ahi! più ch'onda marina, Più che foglia volubile e incostante? Tu dunque stringerai sposa e reina Una destra del mio sangue grondante? E sarà la tua gioia e il tuo conforto Un ch'odia i nostri Dei, un che m'ha morto?
117
Ove sono i sospiri e i lunghi omei Che alla trista novella di mia morte Spargesti? e dove i voti a' sommi Dei Di vendicarmi vigorosa e forte? Troppo di me scordata tu ti sei, Ma più di te; nè in ciò colpa ha la sorte: Tutto il peccato è tuo. Amor non puote Sopra alma grande che da sè lo scuote.
118
Così lo spettro del germano estinto Seco ragiona: e l'afflitta donzella Or ha di morte il viso suo dipinto, Or di Ricciardo la sembianza bella La riconsola, e il superato e vinto Suo spirto allegra, come suol facella, Quando di quell'umore che le manca, Altri le porge, e sua virtù rinfranca.
119
Passò tutta la notte in tristi e vari Pensieri, e finalmente in un si ferma, Qual è, soletta di passare i mari, E girne in parte solitaria ed erma, Finchè il nemico a disamare impari, E sana torni di piagata e inferma; E chiama Adrasto, il vecchio suo scudiero, E gli apre questo suo strano pensiero.
120
Resta il vecchio a quel dir stupido affatto, Nè le sa dare, nè le può risposta. Pur dopo essere stato un lungo tratto Muto, le dice: Che folle proposta È quella che mi fai? Fuggir sì ratto Dal padre, ancor non sai quel che ci costa? A te costerà infamia, a me la morte; Benchè per tua cagion ciò non m'importe.
121
E quando veramente ferma sia Di volerti partir, deh! lascia almeno Che vengan con noi due in compagnìa Lo Sparviere e il Falcone, in cui non meno Alberga fè che ardire e gagliardìa. Africa ed Asia in tutto il lor terreno Non han giganti simili a costoro. Disse Despina: Or vanne dunque a loro.
122
Adrasto cerca e trova i due giganti, E dice loro, come vuol Despina Averli seco; chè certi arroganti Cristiani porre a morte ella destina; Ma che del partir loro a niuno avanti Parlin; chè l'opra ha esser repentina. E seco alla regina li conduce, Quando appunto del dì venìa la luce.
123
S'arma da capo a piede la donzella, E nel vestirsi lagrima e sospira; Poi bacia e abbraccia la sua damigella, Ed ora i suoi, or Parigi rimira; E, oh me beata, s'era manco bella! Dice tra sè. La fante si martira, Chè non sa quello che la sua signora Ha dentro il cor, che tanto l'addolora.
124
E perchè teme di sinistro evento, Quanto ella può la supplica e scongiura Che lasci per quel giorno ogni cimento. Despina allora: Non aver paura, Le dice in fioco e tremolante accento; Poi le soggiunse: Alla tua fede e cura Commetto che nascosta ora tu vada A Ricciardetto, e gli dia questa spada;
125
E gli dica: Despina a te mi manda Con questo dono, crudel dono e fiero, Come a nemico; e insiem si raccomanda Alla memoria tua, al tuo pensiero. Questo era il ferro onde sperai ghirlanda Porre d'alloro sopra il mio cimiero, Per la vendetta del germano estinto; Ma in altra parte il core Amor m'ha spinto.
126
La damigella parte frettolosa Verso Parigi, e Despina si move Co' suoi compagni. Tacita e pensosa Esce dal campo, e va, ma non sa dove. Sul mezzogiorno in una valle ombrosa Tutta di piante verdeggianti e nuove Giunge, e s'asside colma di tormento Sopra un ruscel che avea l'acque d'argento.
127
Ma della cetra or s'è rotta una corda, Perchè sonata io l'ho più del dovere. Or mentre la rïarmo, e che s'accorda, Parlate tutti e datevi piacere; Tanto più che allegrezza non concorda Col nuovo canto pieno di spiacere; Ma non per questo vi sarà men grato, Se averò Febo, come io soglio, a lato.
CANTO OTTAVO
ARGOMENTO
Il frate torna a delirar d'amore. Parte Despina, e Ricciardetto trova. Climene fugge dal fratesco ardore, Despina da Ricciardo, e il duol rinnova. Lo Scricca un sogno fa pieno d'orrore, E tutto in fatti poi vero lo prova. Orlando capitano ordina un pozzo, Che s'empie di Lapponi infino al gozzo.
1
La Fortuna è una Dea senza cervello; E però tutto il giorno fa pazzìe: Or questi abbassa, ed ora innalza quello: Delle genti ama sempre le più rie; Ed è della virtù vero flagello: Ha una mano gentil, l'altra d'Arpìe; Quindi è, che sempre ruba e sempre dona, E consola e tormenta ogni persona.
2
E come il Sole, a noi quando compare, Spoglia di luce le lontane genti; E quando torna ad attuffarsi in mare, Rallegra gli altri, e noi restiam dolenti: Così Fortuna appunto usa è di fare; Chè giorni non vi sono, ore o momenti Che sien felici altrui, che quegli stessi Non rendan gli altri di miseria oppressi.
3
Carlo l'altr'ieri era ridotto a tale, Che il regno dato avrìa per tre quattrini; E si formava l'arco trïonfale L'altero Scricca co' suoi Saracini. Ora lo Scricca s'è condotto male Per l'arrivo de' forti paladini; Ma molto più quando saprassi in campo Che Despina è partita come un lampo.
4
La damigella dunque a Ricciardetto Dice quanto le ha detto la padrona: E lo trova che ancora egli era a letto, E che dormiva appunto in su la buona. Gli balzò il core subito nel petto; E guardando la spada, che gli dona La bella donna, cento volte e cento La bacia, e va piangendo pel contento.
5
Poi dona alla donzella cento doppie, E dice: Torna al mio bel sole, e dille Ch'ardo per lei, più che non fan le stoppie, Quando il villan le sparge di faville. Ma ve' che l'ambasciata non mi stroppie: Altrimenti finite son le spille, Finiti gli aghi, le stringhe e gli aghetti, E quanto penso ch'a donna diletti.
6
Lasciate fare a me, gentil signore, Dice la donna, e statevi sicuro. Indi si parte con allegro core; Perchè il danaro è rimedio sicuro Per temperar d'ogni animo il dolore. Giunge alla tenda, e vede in faccia oscuro Alcimedonte e lo Scricca dolente, E il Fiacca e il Ficca e tutta l'altra gente:
7
Ed appena l'han vista, che ad un tratto Voglion saper da lei dov'è Despina. Dice la donna dolorosa in atto: L'ho vista dipartir questa mattina, Di piastra e maglia, e tutta armata affatto. Disse d'andare sopra una collina Per dar la morte a certi masnadieri; Ed eran seco il Falco e lo Sparvieri;
8
E v'era Adrasto ancora: fuor di questo, Altro non posso dirvi. Immantinente Serpedonte di Nubia pronto e lesto Va verso il monte che sta ad Orïente: Alcimedonte doloroso e mesto Vuol prendere il cammino di Ponente; Il Fiacca e il Ficca vanno in altra parte; Lo Scricca bada al campo, e non si parte.
9
Già pel tranquillo ciel fuggivan via Le stelle; e sparsa di color vermiglio L'alma luce di Venere apparìa; E bianco gelsomino, e bianco giglio Ora di grembo, ora di man le uscìa; E già già Clori con ridente ciglio Volava per l'allegro aer turchino, Mossa dal Sol che le venìa vicino:
10
Quando Carlo si desta, e fa sonare Del gran Consiglio la campana; e intanto Si mette con Orlando a ragionare, Come possano alfin portare il vanto Di sì gran guerra, che lo fa tremare. Dice Orlando: Il timor vada da canto; E piuttosto pensiam come assaltarli, E come tutti romperli e disfarli.
11
In questo mentre viene avviso come Gli scanni del Consiglio ên pieni zeppi Tutti di gente c'hanno vinte e dome Province e regni, e messi i regi in ceppi, Non che tagliate a' lïoni le chiome: Gente che di valor su gli erti greppi Seppero camminare in pelle pelle, Sempre facendo opere illustri e belle.
12
Carlo tosto si muove e seco il conte, Ed entrano ambidue nel gran salone. China il ginocchio, e scopresi la fronte, Mentre egli passa, ogni duce e barone. Carlo con cenni e con occhiate pronte Consola tutte quante le persone; Sale alfine sul trono, e là si assetta, E vuol che ognun si metta la berretta.
13
Ma perchè Carlo è un uomo che si spiccia, Non vuole esordio, e subito comincia: Gran tempo egli è che ci confonde e impiccia L'Egizio e il Moro, e ci divelle e trincia Gli alberi, e miete alla stagione arsiccia Le nostre biade; e ogni anno ricomincia Questo fastidio, o più tosto rovina: Onde vuolci ben presto medicina.
14
Venir bisogna a battaglia campale, E snidar tutta questa empia genìa Da' nostri Stati. Io veggo valor tale Ne' vostri petti, e tanta gagliardìa, Che niuna impresa ci anderà mai male. Risposer tutti: Come vuoi, pur sia. E disser ciò con tale alta favella, Che parve un tuono in orrida procella.
15
A queste voci Carlo si compone In lieto aspetto, e poi dice: Mal crede Gente crudel, nimica di ragione, Delle belle opre e della santa Fede, Se in numero infinito a noi s'oppone Per discacciarci dalla nostra sede; E in van fin qui pugnaro, e pugneranno In avvenir, nè danno a noi faranno.
16
Già molto egli è che questi orridi mostri Ci stanno intorno, e nuocer non ci ponno; Ma sazj ben si sono i ferri vostri Del sangue lor, che quasi uomin fra il sonno Uccideste, e mandaste ai negri chiostri; Chè ognun di voi di molti loro è donno: E puote un Franco solo, e lo vedeste, Pugnar con venti, e troncar lor le teste.
17
Chè non torri superbe e forti mura, Non larghi fossi, non fiumi vicini Fan da' nemici una città sicura; Ma la fede e il valor de' cittadini, Che tutti accenda una medesma cura Del ben comune, e non abbia altri fini; E amor di libertà, più che de' figli, Mova il lor braccio, e regga i lor consigli.
18
Però non temo della gente Mora, Nè de' giganti orrendi e smisurati; Temo sol dell'invidia traditora, Che nascer suol tra i capi più pregiati. Chè se tra i capi sarà pace, ancora Sarà concordia tra i minor soldati; Chè l'umor che verdeggia nelle foglie, Convien dalle radici che germoglie.
19
Il conte Orlando ha già passati i segni E i confin dell'invidia; e questi io voglio Che duce sia di cavalier sì degni. Gente non fia tra voi di tanto orgoglio, Che d'ubbidire a tal guerrier si sdegni: E se bisogna, io scenderò dal soglio, E ubbidïente chinerò la fronte Insiem con gli altri al valoroso conte.
20
A lui dunque ubbidite. Molti capi Rovinano le imprese. Un rege solo Voglion fin le dorate ingegnose api, Ed al piacer di lui reggono il volo; Nè fia che alcuna contro lui s'incapi, Altrimenti vien morta, o messa in duolo. Natura è gran maestra, e mai non erra. Qui tacque, e poi fe' pubblicar la guerra.
21
Ma nel mentre che Orlando al tavolino Si mette a immaginar gli stratagemmi, Torniamo a Ferraù, che sta vicino Di principiare i mali suoi dagli EMMI, O d'esser matto, o di morir tapino. Esser vorrebbe in Scizia o fra i Boemmi: Chè lo stare in Parigi lo rïempie Di vergogna dai piè sino alle tempie.
22
Passò tutta la notte in doglie e in pene Pel suo delitto; ma dal cor non gli esce L'amor della bellissima Climene. Non vorrebbe vederla, e glie ne incresce; Ma il pensier glie la pinge così bene, Che al vecchio foco nova fiamma accresce. Volge altrove la mente, ma non giova; Chè in ogni cosa Climene ritrova.
23
Se fino pensa alla beata cella, Gli viene in testa di farla cristiana, E poi con essa ricondursi a quella. E non gli par mica proposta insana; Ch'ei non ha voti, e voti non ha ella, E il matrimonio è cosa buona e sana. Onde fa conto d'averla in mogliera; E già già pensa a quella prima sera.
24
Ma quando gli sovvien ch'ella è figliuola Del re d'Egitto, e adora Macometto, Dà nelle furie, e strappa le lenzuola, E pargli avere un coltello nel petto, O qualche grosso canapo alla gola; E per la smania balza giù di letto, E passeggia, e s'arrabbia, e non sa quale Rimedio trovar possa a tanto male.
25
Se puolla avere in moglie, pare a lui D'avere accomodate le sue cose Con Dio, col mondo e con gli affetti sui. Onde, per quanto dure e spaventose Gli vengano davanti a dui a dui Le dure imprese, in core egli si pose Di tentar sua fortuna; e travestito Lascia Parigi, da niuno avvertito;
26
E va cercando della sua Climene; Ma non la trova, ch'è andata ancor ella A cercar di Despina, a cui vuol bene, Ancor che l'una e l'altra sia sì bella: Nel qual caso l'amor di rado avviene; Ma vi è sempre astio, invidiuccia e rovella: E sebbene s'abbracciano e fan festa, Dentro, come si dice, è chi le pesta.
27
Pur gli vien detto che verso del monte È gita; e che seco era un giovin Franco Di bella vita e di serena fronte, Di capel biondo, e color rosso e bianco; E giovin sì, che appena par che impronte La lanugine il volto: e gli dice anco Che non è giorno ch'egli non sia seco, E ch'ella non lo guarda d'occhio bieco;
28
E dice che l'udì nomar per via Guidone, se non erra. A questo dire Ferraù resta, qual chi tocco sia Da fulmin che di dentro incenerire Un corpo suole, e far che intero stia: Poi quando principiossi a rinvenire, Spronò il cavallo in verso la montagna, E gelosìa gli è sempre alle calcagna.
29
Ma lasciam questo frate innamorato, E torniamo alla nostra alma Despina, Che porta di Ricciardo il cor piagato, E sopra un fonte d'acqua cristallina Siede su l'erba a' due giganti a lato. Fuor duol non mostra, e dentro si tapina; Ed ora con Adrasto, or co' giganti Parla di cose dal suo amor distanti.
30
E perchè teme che i giganti suoi, Quand'ella sarà giunta al mare in riva, Non vogliano andar seco: Ancora a voi (Dice rivolta a lor lieta e giuliva) Io vo' narrar, qual mi punga e m'annoi Pensier che in mezzo del mio core arriva; Per cui fuggo Parigi e fuggo il padre, Ed abbandono le mie tante squadre.
31
E torna a lor memoria il giuramento Che in Cafria fe' di uccider Ricciardetto; E come tutta l'ira in un momento Si sentì raffreddar dentro del petto; Talchè ogni odio, ogni rancor fu spento Alla vista del vago giovinetto: E fatto il viso di color di rose, Aperse lor le fiamme sue nascose.
32
E che molto pugnò dentro il suo core, Se amare il suo nimico ella dovea, Oppur fuggendo trïonfar d'Amore: Che infin prevalse quel che men volea, Cioè la gloria e il bel desìo d'onore; Ma che tanto al suo grado si dovea: E infin concluse che così romita Volea passare il resto della vita.
33
S'impietosiro i due forti giganti A queste voci, e le giuraron fede E compagnìa; e che sempre costanti Seguiteranno l'orme del suo piede. Li ringrazia Despina, e vuol che avanti Si vada, perchè il dì mancar si vede. Movesi dunque, e in un bosco vicino Entra; chè vuol celare il suo cammino.
34
Il fin del lor vïaggio egli era il mare; Onde van con la testa inver Ponente, Sicuri che in quel verso egli ha da stare. Frattanto il Sol con sue fiammelle spente A poco a poco agli occhi lor dispare. Adrasto dice allora: Inconveniente Parmi l'andar più oltre, or che s'annotta; E meglio fia l'entrare in questa grotta.
35
Era a man dritta un masso alto e scosceso, Nel mezzo aperto; e caprifichi e lecci Avean messo radice e loco preso Fra pietra e pietra; e fean sì begl'intrecci I rami lor, qual alto e qual disteso, Che parve loro tra que' boscherecci Luoghi il più bello; ed uno de' giganti Entra nel masso alla donzella avanti.
36
Battono il foco, e guardan da per tutto, E veggono più addentro altra apertura; Ed evvi un camerin bello ed asciutto: E dicon: Questo è la nostra ventura; Chè per Despina par proprio costrutto. Raccolgon presto erbetta asciutta e pura, E la distendon sopra del terreno; Giacchè copia non han di paglia o fieno;
37
Ed i tabarri lor vi stendon sopra, E mangian due bocconi in fretta in fretta. Adrasto intorno alla donna s'adopra; E mentre ch'ella per dormir s'assetta, Le dice che stia calda e che si copra, Perchè l'aria là dentro ell'è freschetta, E ci vuol poco a prender un catarro; E le dà, se bisogna, altro tabarro;
38
Poi esce fuora, e accendono un gran foco; Chè avevan freddo, ancor che fosse agosto; E mentre un de' giganti dorme un poco, L'altro passeggia, e sta guardando il posto. Ricciardo intanto in questo ed in quel loco Cerco aveva all'aperto e di nascosto, Dal primo primo albòr fino a quel punto, Della sua donna, e a caso era ivi giunto.
39
L'aperto masso e la notte inoltrata Lo consigliaro a quivi riposarsi; Ma contesa gli vien tosto l'entrata Dal fier gigante, ed ei non vuol ritrarsi; Ma pensa con la lancia alla sfatata Tirare un colpo, e subito sbrigarsi Da quel cimento: e di fatto tirollo, E gli prese la mira in mezzo al collo.
40
Splendea la luna, e del suo puro argento Era bello a veder sparse l'erbette; Quando il gigante pien di reo talento Con la ferrata mazza il percotette; Onde al suol cade; ed ei d'averlo spento Certamente nell'animo credette. Si sveglia a quel romor Despina bella, Ed esce fuor della sepolta cella;
41
E intesa la battaglia, veder vuole L'ucciso cavaliere; e il vede appena, Che si fa del color delle vïole, E quasi cade per soverchia pena. Adrasto vuol saper cosa le duole: Ella non parla, e guarda su l'arena Tutta dolente il morto giovinetto, E dice: M'uccideste Ricciardetto.
42
Adrasto corre subito, e dislaccia La visiera al garzone, e il polso tasta; Ma gli par freddo, e che affatto egli taccia. Despina anch'essa intorno al cor gli attasta; E credendolo morto, indi l'abbraccia, E dice: Senza te dunque rimasta Sarò, Ricciardo mio? E qual gradita Cosa senza di te sarammi in vita?
43
Io per fuggirti, e tu per ricercarmi, Ci avrà Fortuna finalmente estinti? Ah perchè volli meco uomini ed armi? E voi, chi meco a vïaggiar vi ha spinti? Ben teco, Adrasto, ho di che querelarmi, Che le prime mie voglie, i primi istinti Mutar volesti: ch'io te sol pregai A venir meco, e ad altri io non pensai.
44
Troppo fu stolto e barbaro il consiglio Di prendere costoro in mia difesa. Era io pur certa che in simìl periglio L'anima tua sol del mio amore accesa Venuta ella sarebbe; e che vermiglio Avresti fatto alla prima contesa Del tuo bel sangue il suol, Ricciardo amato. Oh quanto costa un pensier mal mutato!
45
So ch'eri forte e ripieno d'ardire. Ah fossi stato nell'ardir men caldo, Che fatto non ti avrìa costui morire! Ma Orlando tu non eri nè Rinaldo; Chè l'età tua ciò non potea soffrire. Col tempo certo ancor di lor più saldo Saresti stato, e allor con tutti quanti Avresti ben pugnato aspri giganti.
46
Or non dovevi, la mia dolce vita, Imprender pugna tanto disuguale. Ma il sonno ha te pur anco e me tradita: Che s'io era desta, non v'era alcun male; Ch'io subito sarei qui fuori uscita; E ravvisatoti a più d'un segnale, Avrìa gridato al custode: Crudele, Questi è Ricciardo, il mio amator fedele.
47
E mentre così dice, il viso bagna Di Ricciardetto con un caldo pianto, Che sempre cresce, e punto mai non stagna. Per quell'umore si risente alquanto Ricciardo, e in suono languido si lagna. Despina in sentir ciò si pon da canto, Ed ordina ad Adrasto che portato Sia nell'antro, e con balsami curato:
48
Poi si ritira nella sua celletta, Tutta speranza che sano egli sia. Adrasto intanto quanto può s'affretta Perchè ritorni tosto in gagliardìa; Quando Ricciardo in voce languidetta Dice: Despina cara, anima mia, Ecco io mi muojo; e ciò lieve mi fora, S'io ti vedeva un'altra volta ancora.
49
Un'altra volta ch'io t'avessi visto, Sarei stato quaggiù tanto beato, Che nè men morte m'avrìa fatto tristo. Ma giacche così scritto era nel fato Ch'io non dovessi di te fare acquisto, Despina bella, o almen morirti a lato, Sola una grazia mi farìa contento In questo estremo mio crudel tormento.
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La sola grazia che qualcun di voi (E rivolse ad Adrasto ed a' giganti Languidi e lagrimosi i lumi suoi) Se alla bella Despina unqua davanti Giungesse, morto ch'io sarò da poi, Le dica: Il più fedel de' tuoi amanti, Il Franco Ricciardetto nel cercarti Restò morto, e vuol morto ancora amarti.
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E qui divenne un gelo, ed oscurosse, Qual Sol per nuvoletta il suo bel volto, E d'un freddo sudor tutto bagnosse; Talchè del viver suo temette molto Despina, e verso lui ratta si mosse, In lagrime amorose il cor disciolto: E mentre è intenta a sue mortali angosce, Ricciardetto apre gli occhi, e la conosce.
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Qualor la faccia del sereno cielo Austro di nubi portator confonde Con largo troppo e tenebroso velo, Onde a noi Giuno la pioggia diffonde; Se Bórea sparso il crin di neve e gelo, Bórea che il vago piè trattiene all'onde, Gli esce contro improvviso, in un baleno Fuggon le nubi, e torna il ciel sereno;
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Così tornaro serene e tranquille, Al comparir della bella Despina, Dell'amoroso giovin le pupille; E per soverchia gioja si rifina, E vuol parlare, e mille volte e mille Si prova; e quando a' labbri s'avvicina, Per cominciare la prima parola, Il timor glie la torna nella gola.
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Despina anch'essa lui riguarda, e tace, Nè sa, nè può formare un solo accento; Ma or s'arrossisce come accesa brace, Or trema come canna esposta al vento; Or gode d'esser seco, or le dispiace; Or piange per dolore, or per contento: In somma non si sa quel che si voglia; Chè or una impera ed ora un'altra voglia.
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In fine i chiari spirti e generosi Tutti raccoglie; e in maestà composta, Gli dice: I casi tuoi son sì pietosi, Che ad usarti mercè m'hanno disposta; Mercè che a te convenga e a' glorïosi Natali miei, ancorchè in parte opposta All'ombra invendicata del germano, Che contro te mi pose il ferro in mano.
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Fora ben giusto ch'io tornassi al campo Col teschio tuo reciso, or che mel porge Fortuna in dono, e niun conforto e scampo, Come tu vedi, al tuo fuggir si scorge. Ma vivi; che sebbene io d'ira avvampo Contro di te, ragione e pietà sorge A tuo vantaggio, e vuol ch'io sia cortese Con un che in foggia sì crudel m'offese.
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Indi esce fuora della grotta oscura, Monta sul suo cavallo, e fugge via; E con le mani la bocca si tura Per non dar segno della doglia ria Che il cor le spezza, e l'anima le fura; E la sua gente appresso a lei s'avvìa. Ricciardo nella grotta resta solo, Pieno di maraviglia e in un di duolo.
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Pur, come può, rimonta sul destriere, E vuol seguirla; ma tanto è lontana, Che di giungerla è forza che dispere. Ma lasciamlo ire, e lasciam che inumana Chiami Fortuna, ed empia a più potere; E ritorniamo al frate, che l'umana Amabile Climene va cercando Per l'erto monte, e sempre sospirando.
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Sorte benigna glie la fa trovare In mezzo a cento lupi, e quasi morta; Chè contro tanti non si può ajutare. Infra que' lupi il romito si porta, E con la spada in mano fa un tagliare Di lor, che la metà quasi n'ha morta. Fuggono gli altri: resta il frate ed ella Soli in un bosco. O ve' che cosa bella!
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Qui senza porla molto in sul lïuto, Le disse Ferraù candidamente, Come Amor del suo bel l'avea feruto, E in moglie la volea sicuramente; E in caso di strapazzo o di rifiuto, Ch'era disposto allora immantinente, Col testimon di un leccio o d'un cipresso, Del corpo suo di prendere possesso.
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Climene a quel parlar restò di pietra; Poi preso spirto, Cavalier, gli disse, Dal tuo il mio voler già non si arretra; E quel sarà di noi che il ciel prefisse. Ma senza canto e senza suon di cetra, Tra queste di augelletti antiche e fisse Case fronzute ed alberghi di fiere, Proverem d'Imeneo l'almo piacere?
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Salghiam quel colle ove un pastore alberga: Ivi sarai mio sposo, io tua consorte. E par che in così dire ella si asperga Tutta nel volto di color di morte, E che il romìto nel piacer s'immerga; E dice: A quel cammin le vie son corte; Andiamvi pure. E la prende per mano, E glie la stringe il furfanton pian piano.
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Per via frattanto gli dice Climene: Giacchè la vita da te riconosco, E d'Imeneo mi stringon le catene All'amor tuo che sì grande conosco, Fammi un piacer, signor, se mi vuoi bene. Finiam la nostra vita in questo bosco. Rispose Ferraù: L'Angel di Dio T'ha mostrato sicuro il desir mio;
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Chè ad altro io non pensava che al ritorno Della mia cella in Spagna. Ma che importa Che in Francia o in Spagna sia nostro soggiorno? Ma come la tua mente si conforta A star ne' boschi, e non andar attorno A feste, a giuochi, come l'uso porta Delle cittadi? Ed ella: S'io son teco (Ve' s'era furba!), a nulla ciò m'arreco.
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Mentre van ragionando in questa guisa, E fa smorfie al romito la donzella, E di sangue di lupi tutta intrisa, Gli dice, e ride: Oh questa veste è bella! E pare proprio di nozze divisa; S'ode una voce che Climene appella. Climene a quella voce a sè ritira La mano, e il frate co' morsi martira.
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Come suol cagnolino che tra via Perduto abbia il padrone, e fame il morda, Al primiero che gli usa cortesìa, Fa festa e salta, e a seco gir s'accorda; Ma se ode il fischio usato, a quel s'invìa, Nè del nuovo signor più si ricorda; Anzi, se vuol fermarlo, d'ira ardente Rabbuffa il dorso, e a lui digrigna il dente;
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Così del caro suo Guidone amato Sentendo ella la voce, a lui s'indrizza; E fugge sì, che cervo spaventato Sembra pe' campi, o giostrator per lizza. Rimane Ferraù strasecolato Alquanto; poi ripien d'ira e di stizza Le corre appresso. Or noi che far vogliamo? Seguirli, oppure a Carlo ritorniamo?
68
Torniamo a Carlo, e ragioniam di guerra (Chè il favellar d'amor sì di seguìto Viene a fastidio); e mentre gira ed erra Dietro a Climene il cupido romito, Miriamo la battaglia e il serra serra, E il parapiglia e il popolo infinito Di combattenti tra Mori e Cristiani, Che menan tutti due bene le mani.
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Conforme io vi narrai, preso il comando Dell'armi, il conte si diede a pensare Al luogo, al tempo, alla maniera, al quando S'ha a dar battaglia, e come s'ha da fare. Se aspetta l'inimico, oppur col brando L'assale in campo; e questo a lui ben pare Miglior consiglio, ancor che molti intoppi Ci sien; ch'essi son pochi, e quei son troppi.
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Ma la virtude ed il valor sovrasta Al numero di molti. Adunque ei ferma Che allo spuntar del dì, di spada e d'asta S'armi ciascuno; e la per anni inferma Gente in Parigi che sarà rimasta, Vuol che salga su i merli, e lì stia ferma Per apparenza, e per mostrare in vista Che di soldati è la città provvista.
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Ordina poscia che Astolfo conduca Cinquemila cavalli; e vuol che tutti Vestan di un color d'oro che riluca; E son da lui della maniera instrutti, Che han da tener tosto che il giorno luca. Sotto Rinaldo poi solo ha ridutti Cento guerrieri; ma di valor tale, Ch'Africa tutta manderìano a male.
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Di ventimila fanti dà l'insegna Al buon Dudone: ad Ulivier commette Un drappello di gente eletta e degna, Che vuol che vada ove più gli dilette; A' due giganti poscia egli consegna Della più bella gioventude elette Forse due mila; e di falci da fieno Gli arma, e di zappa da scavar terreno;
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Perchè vuol che costor contro i Lapponi Vadano, quando vederanno accesa La pugna con lo Scricca e suoi campioni, E che Dudon si troverà in contesa Co' fieri Egizj e con gli altri baroni; Perchè vuol che l'entrata sia contesa A coloro nel campo, perchè fanno Troppo crudele e non previsto danno.
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E loro ha poste quelle zappe in mano, Perchè facciano un fosso alto e profondo, Dove andranno i giganti a mano a mano Scaricando le reti del lor pondo; E con le falci in modo acerbo e strano Andran mietendo, col menarle a tondo, E gambe e pance e colli di que' mostri, Degni di star giù ne' tartarei chiostri.
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Egli poi col figliuolo di Zerbino, E con quegli altri paladini illustri Terrà dal campo lontano il cammino, E per boscaglie e per luoghi palustri Dietro allo Scricca si porrà vicino; E sarà pensier suo, come s'industri D'attaccarlo nel tempo e la stess'ora Che Astolfo attaccherà la gente Mora.
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Cercato han di Guidone e del romito E del buon Ricciardetto; ed han timore Che ciascuno non sia morto o ferito. Imperocchè l'immenso lor valore Non sfuggirebbe un così dolce invito A bella gloria, a sempiterno onore, Qual è quel di difender da' nimici I parenti, la patria, e in un gli amici;
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E dopo gran ricerca, vien lor detto Che sono stati visti dalle mura Uscir; ma che ciascuno iva soletto, E in cor chiudea non so qual aspra cura; E che v'era talun che avea sospetto D'un qualche tradimento o di congiura. Orlando grida: Questo esser non puote; Chè per lungo uso l'opre lor son note.
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Nulladimen, perchè la cosa è grave, Ed importa saperla veramente; Chè talvolta di dove men si pave Ne viene la sventura di repente, E son le umane menti tanto prave, Che ben fa chi non fidasi nïente; Fa molti a sè chiamar di quei spïoni, Che de' nemici osservano le azioni: