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Il Ricciardetto, vol. I

Volume 1 — CANTO DECIMO

Reading edition

ARGOMENTO

Invisibil Despina in barca appare Al suo Ricciardo, e scioglie le ritorte. Buttano l'empio Fiorentino a mare. Nalduccio ed Orlandin frustan la Morte. Despina giunge in tempo a liberare E Climene e Guidon da dura sorte. Risponde Carlo all'amara imbasciata. Scende Orlando nell'isola incantata.

1

Quei gode lieta e avventurosa sorte, Che vive in parte solitaria ed erma, Nè sa che cosa sia cittade o corte; Nè ora si distrugge, ora s'inferma Per van desìo di viver dopo morte; Nè le sue voglie ognor stringe e rafferma A' cenni altrui; nè tra speme e timore Misero invecchia, e più miser si muore.

2

Quel piacer che si cerca, e che si crede Che stia ne' gran palazzi e in grembo all'oro, Tempo è che ignudo alla superna sede Rimenò delle Grazie il santo coro; E delle spoglie sue rimase erede Per nostro scherno il barbaro martoro, Il qual vestito de' suoi lieti panni, Chiunque lo ritrova, empie d'affanni.

3

Solo tra' boschi e le romite ville L'allegra del piacer dolce famiglia Alloggia, e gode l'ore sue tranquille: Ed ei spesso dal cielo il cammin piglia Verso le selve, ed or nel cor di Fille, Ora alberga di Nice in su le ciglia; Quindi ritorna a rallegrar le stelle, Ne fa distinzïon tra Giove e quelle.

4

Ond'è che in verno si lusinghi e spere Unire a signorìa vero diletto, Chi tien parte del mondo in suo potere; Chè acerbe cure egli ha a covare in petto, E d'ogni cosa sempre ha da temere: E con ragion, perchè il Fabro perfetto, Che con peso, con numero e misura Fa il tutto, in questo pose ancor gran cura.

5

Povero sì, ma dolce e saporito Il cibo diede al rozzo villanello; E gli diè sonno placido e gradito, Se letto non gli diede ornato e bello. Nè per quanto sia grinzo e incanutito, V'è chi lo brami chiuso in un avello, Per dar di mano all'oro ed all'argento, E poter dissiparlo a suo talento.

6

La vecchierella alla più fredda bruma Si siede al fuoco con la sua conocchia, E le dita filando si consuma, E tien la nuora in luogo di sirocchia; Talchè lite fra lor non si costuma: Nè v'ha chi scaltro ed amoroso adocchia La donna altrui; chè al villano par bella La propria, e amor per altra nol martella.

7

Non s'odono per quelle amene spiagge Furti, veleni e sporchi tradimenti; Nè chi, presente voi, vi palpi o piagge, E poi lontan vi laceri co' denti, E vostro onore e vostra fama oltragge. Puri costumi in somma ed innocenti, Contrarj affatto alla vita civile, Albergan sempre in quella gente umìle.

8

Ma questa conoscenza più m'accora; Chè son costretto in così chiara corte A stare infin che non avvien ch'io mora. Deh, perchè non trovai chiuse le porte, Roma superba, in quel punto e in quell'ora Che a te guidommi la mia trista sorte! Chè ritornato indietro allor sarìa, E vivrei lieto in qualche villa mia.

9

Chè sebbene m'hai dato onore e robba, M'hai messo ancora un grave peso addosso; Onde forza è che con la schiena gobba Vada, e mi dolga ciascun nerbo ed osso: Chè quel destrier che più s'orna e s'addobba Di briglia d'oro e di pennacchio rosso, Par, ma non è, di più felice stato Di quei che sciolti corron per lo prato.

10

Ma che ha da far con questa nostra istoria Il mio travaglio e la disgrazia mia, Che quasi m'ha levato di memoria Quel che cantar di Ricciardo volìa? Il qual sul lido s'affligge e martoria, Mentre Despina sua fugge e va via. Torniamo dunque a lui; e ognun frattanto Su' mali suoi versi in segreto il pianto.

11

Se vi sovvien, lasciammo Ricciardetto Che s'affannava intorno alla marina; Chè del suo caro ed amoroso oggetto Ne fêro i venti subita rapina. Or mentre ei piange e si percuote il petto, Piccola barca al lido s'avvicina, Ma spogliata è di vele e di nocchiero, Ed era anche un po' rotta, a dire il vero.

12

Il giovin che non vede altra per l'onde Nave aggirarsi, per quanto egli guardi Di qua di là fino all'estreme sponde Dell'orizzonte, senza altri riguardi Vi monta sopra, e s'addrizza là onde I suoi desiri fervidi e gagliardi Lo van spingendo, fermo d'affogare, O la sua donna per tal via trovare.

13

Ma che far puote senza remi e vele, E senza chi per quelle ondose vie Lo guidi? O germe nobile, e fedele Amatore! io vorrei in men d'un die Condurti a lei che ti fugge crudele: Ma poco ponno in mar le forze mie: Però, se non ci veggo altra maniera, Poco ti scosterai dalla riviera.

14

Or mentre Ricciardetto si tapina, E del flusso e riflusso il moto prende, Ch'or l'allontana ed ora l'avvicina Alle spiagge, di cui tanto s'offende, Che pria vorrebbe una tigre vicina; Preso dal sonno sul legno si stende; E quando dorme, ecco una fusta inglese Di pirati, che lui e il legno prese:

15

E perchè veggon ch'egli è ben disposto Della persona, con cento catene Lo legano, e gli stanno anche discosto. Appena egli dal sonno si rinviene, Che muover non si può punto dal posto In cui l'han messo; e ne sente tai pene, Che fa fuoco per gli occhi, e dalle labbia Gli cola giù la bava per la rabbia.

16

Despina intanto da Silvano ha inteso Cose stupende, e segreti sì belli Ella ha da lui e da sue figlie appreso, Che ne san meno certo i farfarelli. Ad essa egli donò di leggier peso Una pietra che spezza i chiavistelli; E di ferro non è catena o toppa, Ch'ella non rompa come un fil di stoppa:

17

Ed altra le ne diede ancor più rara, Che invisibile fa chi tienla in mano; E può passar (vedi che cosa cara!) Con questo sasso certamente strano Ovunque vuol, nè alcun glie lo ripara; Chè come spirto rende il corpo umano: E questa pietra non è l'Elitropia, Che nasce ne' deserti d'Etïopia;

18

Ma è una pietruzza gialla, liscia liscia, Ch'ora nasce nel cuore, or nella testa D'una feroce e velenosa biscia, Che come un gallo in capo ell'ha la cresta, E suona un campanello quando striscia, E va correndo dentro alla foresta. Ma queste cose tutti non le sanno; Nè tutti che le bramano, pur l'hanno.

19

Le diede ancora in una scatoletta Erbe diverse, che col tatto solo Fan medicina subita e perfetta; Di modo che trattengono nel volo L'alma, quando d'uscir da noi s'affretta. Ma de' morti quando un scritto è nel ruolo, Non han virtù di farlo tornar vivo: Nè dico cose false, e non le scrivo.

20

Di queste alcune fanno addormentare; Altre col solo odor tengono in vita. Ma a tempo suo l'udirete contare; Ch'or non importa. Or dunque sì arricchita Despina d'erbe e di pietre sì rare, Nella capanna sua lieta e romita Lascia Silvano con le sue figliuole, Dopo aver fatto insieme assai parole;

21

E torna al lido, e vede in su la riva De' naviganti; onde in mano si pone La gialla pietra, e in mezzo a loro arriva; Ma non intende l'anglico sermone: E monta in barca, che del tutto priva Era di gente, in fuora che al timone Vi stava un marinajo, e al destro lato Del legno vide un uomo incatenato.

22

S'accosta, e vede ch'egli è Ricciardetto; E per pietà si mette a lagrimare: Ma pur chiudendo il suo dolor nel petto, A consiglio miglior vuolsi appigliare. Prende quell'erba del sonno perfetto, E fa il nocchiero tosto addormentare; E poi taglia le gomene, e discioglie Le vele; ed il naviglio se la coglie.

23

All'impensato caso i marinari Si gettaro nel mar tutti di botto; Ma i venti freschi i due leggiadri e rari Amanti si portavano di trotto; Ond'essi ritornaro afflitti e amari Al lido, affatto privi di biscotto. Ma di costoro non m'importa un fico; Però li passo, e nulla più ne dico.

24

Despina, poichè fu molto inoltrata Nell'ampio mar, s'accosta a Ricciardetto; E fisso fisso sì dolce lo guata, Che par che l'esca l'anima dal petto. Egli intanto sospira, ed aspra e ingrata Chiama sua sorte e il destin maladetto, Che lo conduce a morte sì crudele, Lontano dalla sua donna fedele.

25

Despina non volea farsi vedere; Ma finalmente si levò di mano La pietra gialla c'ha tanto potere, E lui scoperse il suo bel volto umano. Se Ricciardo di ciò n'ebbe piacere, Sel pensi pure ogni fedel Cristiano. Io credo che ne avesse tanto e tale, Ch'è impossibile al certo averlo eguale.

26

Poi con la pietra spezza-chiavistelli Gli ruppe le catene tutte quante, Come fossero state vermicelli. Vistosi sciolto il fortunato amante, Di Despina negli occhi accesi e belli Volse la faccia sua tutta tremante, E disse: Non se' già, vaga Despina, Morta, e fatta su in ciel cosa divina?

27

Chè nel viso e nell'opre e in ogni cosa Non serbi più della natura umana. Ed ella a lui, ridente e grazïosa, Dice: Ancora non sono un'ombra vana; Ancora in questo velo sta nascosa L'alma, ed ancora è per amore insana, Nè la posso guarire a te d'appresso; Tanto l'amor di te m'ha il core oppresso.

28

Nè l'ombra nera del german tradito (Da te tradito, o dolce mio Ricciardo) Nulla m'ha l'aspro incendio intepidito, Nel quale ognora io mi consumo ed ardo. Cercai fuggirti, e roppe il legno al lito; E quando men ci penso, ecco al mio sguardo Amor di nuovo, e Fortuna ti mena, Perchè non abbia fine unqua mia pena.

29

Ricciardo umìle le si getta al piede, E dice: Traditore io non fui mai. Despina lo conforta, e che gli crede Soggiunge, e dice: Poniam fine a' guai, Parliam di noi; giacchè, la Dio mercede, Siamo qui soli, e siam lontani assai Da' nostri alberghi; e giuriam, se ti piace, Sempiterni fra noi amore e pace.

30

Ma perchè senza remi e senza guida La navicella va dove la mena Il mare, al quale è pazzo chi si fida, L'erba che fa svegliar, sul viso mena Del marinajo, ed alto il chiama, e grida. Quegli si sveglia, e risvegliato appena Non sa dove si sia; tal maraviglia Gli occupa il cuore, e confonde le ciglia.

31

Despina il guarda, e gli chiede chi sia. Ed egli disse: Io sono un Fiorentino, Che andava in mare a far mercatanzìa, Perchè, annojato d'esser poverino, Volli tentare la fortuna mia. Io feci da ragazzo il vetturino; E per nulla tacervi, alta signora, Io feci l'oste, e feci il birro ancora.

32

Ma que' nostri paesi son sì tristi, Che non si può rubare anco a volere: Onde bramoso un dì di fare acquisti, Incominciai del mar l'aspro mestiere; Ma mi fecero presto il repulisti D'ogni guadagno mio, d'ogni mio avere I padroni di questo navicello, Che in non vederli mi gira il cervello;

33

Chè tu stavi legato, e tu non v'eri; E te veggio, e non loro, e tu disciolto: Onde fan l'arcolajo i miei pensieri, Nè capisco l'ingergo o poco o molto. Disse Ricciardo: Di questi misteri Nulla capisco anch'io. In lieto volto Riprese allor Despina: Il ciel cortese Ad oprar sì gran cose egli m'apprese.

34

E qui raccontò lui una per una La virtù delle pietre sì stupende, E dell'erbe qual ha forza ciascuna. Il Fiorentin, che tali cose intende, Prestare non le vuol fede veruna, Se non le vede; e schiamazza e contende. E dice che son ciance e be' trovati Di romanzieri pazzi e spiritati.

35

Ma non sì tosto Despina si pone Nella man destra la pietruzza gialla, Che via dispare; e per quanto tentone La ricerchi Ricciardo, ognor gli falla Il pensier d'incontrarla. Si ripone Il sasso in seno, ed ecco torna a galla: Ritorna, dico, a farsi rivedere La giovinetta con suo gran piacere.

36

Aveva ancor di marmo bianco e schietto Una figura ignuda; e questa pure Era d'un pregio sì raro e perfetto, Che non si trova nell'altre figure. S'uno covava dentro l'intelletto, Contro di chi l'avea, torti e sciagure, La bella figurina in un momento Cangiava in nero il suo color d'argento.

37

Il Fiorentino a tal vista sorpreso Della pietra che fa sparir la gente, Di desìo di rapirla fu sì acceso, Che cominciò a rivolger nella mente Pensier crudele, e in Scizia appena inteso, Di dare in capo la notte veniente Prima a Ricciardo, e dopo lui a Despina, E far la bramatissima rapina.

38

Ma sua sventura, e la bontà di Dio, Che l'innocenza protegge da vero, Fece andar male un così reo desìo; Chè il marmo dato a lui diventò nero: Onde Despina: Uom malvagio e rio, Ho ben compreso ciascun tuo pensiero; E rivolta a Ricciardo, disse: A questo Bisogna dare in capo, e dargli presto;

39

Chè nera questa pietra non diventa, Se non in man di chi ci vuol far male. In questo dir Ricciardo se gli avventa, E dice: Infame, ti vo' porre in sale; E dalla barca fuor lo scaraventa, Come fatto averebbe d'un boccale. Cade il meschino, e van subito a quello Pistrici ed orche, e ne fanno macello.

40

Ricciardo liberossi volentieri Dal Fiorentino con fargli da boja, Perchè molto impediva i suoi piaceri: Chè non è cosa che guasti la gioja Di due bei cuori innamorati veri, Che un terzo sciocco apportator di noja; Anzi non credo che al mondo si dia Tormento più crudel, pena più ria.

41

Rimasti soli i due fedeli amanti, Donne gentili, che vi dice il core? Quai credete che fosser lor sembianti? Voi mi direte, che mel dica Amore. Ma io saper non voglio ora più avanti; Chè vo' tornare a Carlo imperadore, Che in un momento libero si vede D'assedio sì crudele, e appena il crede.

42

Qual fosse l'allegrezza ed il piacere Del nobil vecchio e di tutto Parigi, Il non più rimirare aste e bandiere, Nè afflitti udir ognora i bianchi, e bigi, E neri frati struggersi in preghiere; Sel pensi chi di questi aspri litigi Ha qualche prova, e da vicino ha visto Il ceffo della guerra orrendo e tristo.

43

Si fecer feste per ogni contrada, E in ogni piazza v'eran giochi e balli. Di frondi e fior coperta era ogni strada; E in vece del nitrito de' cavalli, E suon di trombe che sì poco aggrada, V'eran di bianco avorio e bossi gialli Flautini così dolci e delicati, Che appo lor gli usignuoli son men grati.

44

D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni stato Si rallegra la gente parigina: E non vedendo più veruno armato, Esce del bosco fuor la contadina Con monsù Menco e monsù Gianni a lato, Che van ballando una minuettina; E in poco tempo per il regno tutto Si volge in riso il trapassato lutto.

45

Degli amanti storpiati e affatto morti Si scordano le vaghe damigelle, E van girando i lor begli occhi accorti Per fare in luogo lor prede novelle. V'è chi vaghi li vuol, chi li vuol forti, E chi di bianca e chi di fosca pelle; Chi li vuol rozzi, e chi complimentosi, Chi senza un pelo, e chi tutti pelosi.

46

Alla corte ogni dì si fa banchetto, E vi si mangia e vi si beve bene. In somma da per tutto erra il diletto; E i passati travagli e l'aspre pene S'affogano in un mare di claretto: Chè dell'oblìo le favolose arene Hanno men forza assai di quel liquore, Onde sale Avignone in tanto onore.

47

Ma perchè il vino è padre delle risse, E di tragiche cose e dolorose, Come in più luoghi quel gran Savio scrisse; Di Carlo a mensa più donne vezzose Erano un giorno; e in lor tenendo fisse Orlandino le luci dispettose, Orlandino d'Orlando il primo figlio, Disse: D'Amor non sarò mai famiglio.

48

E Rinalduccio, il figlio di Rinaldo, Rispose acerbamente motteggiando: Tu farai bene ancor; chè il troppo caldo Non fa gran bene alla schiatta d'Orlando, Che aver suole il cervello poco saldo. A questo dire diè di mano al brando Orlandino, e lo stesso l'altro fece, Fatti per ira neri come pece.

49

Carlo, in vedere si strana baldanza, Diè nelle furie, e li cacciò di corte, E lor diè bando da tutta la Franza Sotto pena d'infame e trista morte; Di che s'allegra Gano di Maganza. Il dì seguente all'aprir delle porte, Fatta pace tra loro, i due cugini Si misero pel mondo pellegrini.

50

Avevano venti anni i giovanetti, E quanto i padri loro avean valore: Eran poi belli come due angioletti; L'un bionde avea le chiome, e l'altro more: Leggiadri in tutti i moti e in tutti i detti, E pieni l'alma di desìo d'onore; Talchè, se avranno vita, io spero certo Che adegueranno dei lor padri il merto.

51

Ma prima d'uscir fuor della cittade, Spediron messi per mare e per terra Ai padri loro per tal novitade: Dico a' due lampi, a' due fulmin di guerra, Rinaldo e Orlando, onor di lance e spade. Or mentre vanne così sola, anzi erra Questa coppia gentile e valorosa, Si oscura il cielo in foggia spaventosa,

52

E comincia la grandine e la piova; Talchè s'intimoriro i lor destrieri: Quando Orlandino una gran buca trova Nel monte nominato de' Sparvieri: Discende da cavallo, indi si prova D'entrare in essa, e v'entra volentieri: Chè stavvi asciutto; e Rinalduccio chiama Che venga a lui, se di star bene ei brama.

53

V'accorse Rinalduccio; e con del fieno Accesero un bel foco e s'asciugaro. In questo mentre a guisa di baleno Una luce lontana rimiraro Dentro del monte: onde Orlandin ripieno D'ardire, e seco Rinalduccio a paro Vanno in quel verso, e giungon finalmente Là dove usciva la fiammella ardente;

54

Per cui la grotta sì chiara appariva, Come di mezzo giorno, o poco manco. Da una porta di ferro il fuoco usciva, E v'era scritto in un bel marmo bianco Sopra la stessa in lettera corsiva: Chi non è fuor di modo ardito e franco, Non s'accosti a quest'uscio, e fugga via; O pur s'aspetti morte acerba e ria.

55

Letti appena que' versi, ambo ad un tratto Snudâr le spade, e percosser la porta, La qual s'aperse prestamente affatto; Ed una mummia ed una cosa morta Venne su l'uscio col corpo rattratto, E disse loro: Qual diavol vi porta A questo albergo, a questa sepoltura, Dove or ora morrete di paura?

56

Se nol sapete, in questa buca, in questa Alberga Morte e la sua corte acerba. Rinalduccio la guarda, e in su la testa Le dà col ferro, e come un filo d'erba Glie la divide; e il colpo non s'arresta, Ma va più oltre; onde orrida e superba Esce fuor Morte con la falce in mano, E grida: Morto sei, guerrier villano!

57

Ma le mena Orlandino un tal roverso Su quelle dita secche, e bestïale, Che le cade la falce per traverso, Sopra di cui fa tanto capitale. Allor la brutta il ceffo reo converso Ai giovani, pigliar volle uno strale Dalla faretra, e stenderli ad un tratto; Ma, come volle, non le venne fatto;

58

Perchè mentre Orlandin la falce fura, Rinalduccio al turcasso dà di mano. Pensate se allegrosse la Natura In veder Morte che s'arrabbia in vano, E d'ammazzar perduta ha la bravura! Ond'ella in suono più cortese e umano Lor chiese in grazia la falce e gli strali, Che fanno ed hanno fatto tanti mali;

59

E giura loro di lasciarli stare; E che saranno fuor di suo domìno, Se quel che lor dirà vorranno fare. Favella dunque (le disse Orlandino), Acciò possiamo i detti tuoi provare. Ed ella: In questo avello a me vicino Ci sono due armature così fatte, Che il mio stral contra loro in van combatte.

60

Aperse Rinalduccio il chiuso avello, E trovò l'armi, e due lance e due spade; E vestitele presto il giovin bello, Disse al compagno: E tu che fai? che bade, Che non vesti quest'altre? Ed ei: Bel bello, Ch'io non vo' che costei ci assalga e rade La testa, mentre stiamo attenti altrove. All'uom di senno sempre amico è Giove.

61

Vestito Rinalduccio, prestamente Armossi ancora il nobile Orlandino D'un'armatura sì bella e lucente, Che pareva d'un oro schietto e fino. Morte, di sdegno e di vergogna ardente, Gridò: Tornate al mio primo domìno La falce e i dardi. Ed Orlandino: Fuora Esciamo, e avrai li tuoi stromenti allora.

62

Ed ella: Io qui li voglio. E corse addosso A Rinalduccio; ed Orlandin le mena Un colpo in fronte, che le smuove ogni osso; E Rinalduccio le batte la schiena. Onde, se far poteva il viso rosso, Fatto l'avrebbe allor, sì per la pena, Sì per vedersi far da due ragazzi In casa propria così gran strapazzi.

63

Ma quando Morte non ci può ammazzare, Diviene una buffona, una sguajata. Or ella che si vede malmenare, E teme di restare disarmata, Lor dice: A vostro modo io voglio fare; E perchè siete una coppia garbata, Vi voglio dire che queste armi sono Fatte su in cielo, e date a Marte in dono.

64

Ed egli una ne diede a sua sorella. Ma venuti una volta quaggiù in terra Per l'orrenda di Troja acerba e fella E per tanti anni sanguinosa guerra, Io feci in modo che a Pallade bella Rapìi la sua; e mentre al sen si serra Marte la Dea che al terzo cielo impera, Ancor l'altra rubai presta e leggiera,

65

Per timore che in man d'alcun mortale Non giungessero mai, ed io restassi Schernita, e senza forza ogni mio strale. Ma contro il Fato prevenire i passi, Od altra cosa fare, a nulla vale. E in questo dire dagli oscuri sassi Escono fuora, e dan, conforme il patto, La falce e i dardi all'aspra Morte a un tratto.

66

Ed essa, per mostrar che disse il vero, Vibrò rabbiosa uno strale puntuto Del gentile Orlandino nel cimiero, Che si fe' in pezzi; e un pezzo io n'ho veduto A Brava in casa d'un buon cavaliero, In un museo che raro è assai tenuto, E v'è scritto: Frammento d'uno strale Di Morte, che a Orlandin non fece male;

67

Indi nel masso si tornò a riporre: E i giovinetti allegri oltre misura, Certi che Morte non li può più côrre, A ricercare ogni strana avventura Si miser, qual destrier che al palio corre; E verso Tramontana in dirittura Preser la via. E noi lasciamli andare; Chè d'altre cose or mi convien parlare.

68

Il buon Guidon da Carlo avea già preso Il suo comiato; e la bella Climene Avea dell'amor suo Parigi acceso; E giunti già su le marine arene, Egizia nave scarica di peso Aspettavano, ond'essa a vele piene Li trasportasse, a guisa di saetta, Dal mar di Francia a quel d'Alessandretta.

69

Venuto il legno, vi saliron sopra, Ed ebbero la solita tempesta, Ed al solito il mare andò sossopra: Ma giunsero alfin salvi; e con gran festa Fur ricevuti dal Soldan che adopra Ogni gran gentilezza manifesta; Ma nel suo cor maligno altri raggira Pensieri acerbi, e tutti colmi d'ira.

70

Il vedersi disfatto il campo intero, E che la figlia n'è stata cagione, Che, donate ad amor voglie e pensiero, E accesa morta d'un Franco barone, Per godersi l'amato cavaliero Avea lasciato il regio padiglione; Gli fêr venire un barbaro desire Di far la figlia e il cavalier morire.

71

E senza dirne ad alcuno parola, Mentre la notte dorme il giovinetto, In una stanza separata e sola Legar lo fa da quattro uomini in letto, E gli fa porre un canapo alla gola; E legato in tal guisa stretto stretto Lo fa condurre in un castello forte, Per dargli a tempo suo condegna morte.

72

Ed a Climene pur fa far lo stesso; E in un castello a quello dirimpetto Chiuder la fece senza altro processo. Ella si strappa i crini, e graffia il petto; Ed il suo padre, lagrimando, spesso Chiama tiranno e spogliato d'affetto. S'ode frattanto per l'egizia corte, Come gli sposi son dannati a morte;

73

E che fra dieci giorni moriranno Per man di boja, come traditori. Ma non vi date mica alcun affanno, Gentili donne e cortesi uditori; Chè questa acerba morte scamperanno: Chè a gioventù non mancan protettori. Io non lo so di certo, ma lo dico; Chè troppo son di crudeltà nimico.

74

Le donne d'Alessandria e i cavalieri Vestiti a bruno andaro dal Soldano, Perchè mutasse gli aspri suoi pensieri, E divenisse più dolce ed umano: Perchè Guidone co' begli occhi neri Era piaciuto ad ogni cor pagano; E Climene, oltre all'esser lor signora, Era gentile e molto bella ancora.

75

Ma l'aspro vecchio, fisso in suo decreto, Si chiude a tutti; e nella gran platea Già s'alza il palco, ed egli solo è lieto, Mentre tutta Alessandria egra piangea. E già il decimo giorno cheto cheto, Il giorno funestissimo giungea, Anzi era giunto; e fuor de' due castelli Uscivano gli amanti cattivelli.

76

Climene in rimirare il suo consorte Così legato, e sì presso al morire, Diede un sospiro tanto caldo e forte, Che fece ogni aspro core intenerire; Poi con le luci e con le labbra smorte In questa guisa ella gli prese a dire: Guidon, i Dei lo san, se ho parte alcuna In questo colpo di crudel Fortuna.

77

Ma quando i Fati il lor decreto han fisso, Fuggire non lo possono, e nol sanno Consigli umani: e lo guardava fisso. Ed egli a lei: Mi pesa un tanto danno, Lo qual ti opprime: e se a me sol prefisso Avesse il laccio il perfido tiranno, Morrei contento; ma non so soffrire Come tu debba, anima mia, morire.

78

Mentre così ragionano gli amanti, E s'alzan da per tutto e pianto e strido, E al nero palco omai sono davanti, Ecco che giunge una barchetta al lido Senza piloto e senza naviganti; Alla cui vista d'allegrezza un grido Subitamente da ciascun si diede, Perchè un ottimo augurio esser si crede.

79

Questa è la nave dove vanno a spasso Il buon Ricciardo con la sua Despina, Che a tempo giunse a render vano e casso L'aspro disegno, e salvar sua cugina; E si presero ancora tanto spasso, Come udirete, in quella gran mattina, Ch'ebbe Alessandria per le maraviglie Ad impazzire e dar nelle stoviglie.

80

Primieramente senza esser veduti S'accostaro all'orecchie de' prigioni, E disser loro: Il nostro Dio v'ajuti: Noi siam vostri parenti e amici buoni. E dissero i lor nomi e le virtuti Ch'avean con seco; onde a' due bei garzoni Tornò tanta allegrezza nel bel viso, Che Angioletti parean del Paradiso.

81

Il giustiziere al boja aspro si volge, E dice: Mena sul palco costoro. Despina intanto l'erba a' ferri avvolge, E tutto si conquassa quel lavoro, E la macchina affatto si sconvolge. Vanno a terra le forche; e per lo foro Grida ciascuno: Evviva l'innocenza, Che Iddio protegge con la sua potenza!

82

Ma il Soldan, che ciò vede dal balcone, Ordina che lor sia tolta la vita Con la sciabla; ma nel fodero pone L'erba Despina, e tutto il ferro trita: Onde fuora di senso e di ragione Riman la gente attonita e stordita. Ma quello che li fe' trasecolare, In modo certamente singolare,

83

Fu quando in mano a Guido ed a Climene Miser le pietre gialle, e insieme stretti Minuti più delle minute arene Divennero, nè fur più d'occhio oggetti. Perchè quando con man la man si tiene Di chi ha la pietra di sì rari effetti, Invisibile anch'egli fassi allora: E chi nol crede, vada alla malora.

84

Il popol nel veder cosa sì strana, Corre rabbioso al palazzo reale Per ammazzar quell'aspra ed inumana Persona, veramente empia e brutale, Che uccider volle l'innocente e umana Sua figlia, e un cavalier di valor tale, Qual era il buon Guidone: ma non vuole Climene, e di suo padre assai le duole;

85

E grida non veduta: Io son placata; E niuno offenda il dolce padre mio. Nel viso l'uno con l'altro si guata; E v'è chi dice ancor: Poffareddio! Oggi Alessandria ell'è tutta incantata. A que' prodigi fassi umile e pio Il Soldan fiero, e perdono domanda Alla figliuola, e le si raccomanda.

86

Ma mentre che presa è da maraviglia Tutta Alessandria, Orlando e il pro' Rinaldo Gettan fuoco dal naso e dalle ciglia (Tanto hanno il cuor di sdegno e d'ira caldo), Perchè fatto abbia contro lor famiglia Carlo un decreto sì iniquo e ribaldo; E giuran non veder più Carlo in viso, Nè forse ancor guardarlo in Paradiso.

87

E perchè non si ponno immaginare Qual sentiere abbin preso i lor figliuoli; Orlando tener vuol la via del mare, E Rinaldo di terra; e vanno soli. Astolfo ed Ulivier ponno pregare; Chè niun de' due avviene che consoli Le lor preghiere; chè son risoluti D'andar pel mondo raminghi e perduti.

88

E scrive Orlando a Carlo due versetti, Ma saporiti, ne' quali gli dice, Che degl'ingrati veri e più perfetti Egli è capo, egli è corpo, egli è radice; Ma che s'altri fa mal, ben non aspetti, E ch'egli non sarà sempre felice: Ed altre cose sopra questo andare, Che lo potranno certo disturbare.

89

E datala ad Astolfo, dalla Giara Si parte sopra un pinco catalano, Che ad andar in Egitto si prepara. Rinaldo sopra un vascelletto ispano Sale, che torna alla sua patria cara: Che di là pensa sul lido africano Andare prestamente: che altre volte Ha fatte quelle vie dure ed incolte.

90

Or mentre i padri cercano i lor figli, I figli fanno cose da stordire. Nell'isola chiamata de' Conigli, Tra la Svezia e Norvegia a vero dire, Scesero i due garzoni; e rose e gigli Avean nel viso, che facean stupire: Onde all'aspetto lor l'isola tutta Arse d'amore, e ne restò distrutta.

91

Ma più d'ognuna fur prese e piagate Due figlie del signor di quel paese, Ch'erano anch'esse belle e dilicate: L'una era detta Argea, l'altra Corese. Ma quell'anime a Marte consacrate Difficilmente Amor vinse e si prese: Pur vinse alfine, ed Orlandino Argea, E Nalduccio Corese si godea.

92

Il che saputo da due rei giganti, Signori di certe isole vicine, Sfidan con fieri ed orridi sembianti I due garzoni; chè voglion por fine Ai loro affanni, che son tanti e tanti, Col toglier loro queste due regine: E vennero con armi così fatte, Che avrebber torri, anzi città disfatte.

93

Orlandino ridendo disse loro, Che l'offerta battaglia ricevea; E Nalduccio con grazia e con decoro Disse a Corese sua, che già piangea: Non disperarti, dolce mio tesoro; Chè fortuna per noi non sarà rea; E rivolto ai giganti similmente, Disse ch'era di pugna impazïente.

94

I giganti in veder que' due ragazzi Sottili di persone e senza barba, Disser: Per Giove, costoro son pazzi. Ma a queste donne che piace e che garba In que' lor mostaccini da pupazzi? Per Macon, che son pazze; e non si sbarba La pazzìa da' lor capi per ragione, Ma vuolvi sdegno, disprezzo e bastone.

95

Uccisi che avrem noi questi puttelli, Vo' che noi le trattiamo come cagne, O come son trattati i somarelli. E piangan pure, e ciascuna si lagne, E s'attristi e s'accori e s'arrovelli, Chè tenderanno a' bufali le ragne. Così l'un dice, e l'altro con la testa Conferma il detto, e ne dimostra festa.

96

La notte che del giorno era foriera Della battaglia, Corese ed Argea Piangevan le meschine di maniera, Ch'era cosa a vederle orrenda e rea: Ed or facevan ambedue preghiera Al Dio d'Amore ed alla santa Dea, Che salvasser dagli orridi giganti I lor sì belli e grazïosi amanti;

97

Ora le braccia ognuna al suo consorte Gettava al collo: e per molto sermone Che lor faccia Orlandino, e le conforte, Regolar non si lascian da ragione: E tutte addolorate e mezze morte Passan la notte in somma afflizïone; Ma quando il sole appare nella stanza, Allor sì che non hanno più speranza.

98

Intanto s'ode il corno spaventoso Che suonano i giganti in su la piazza. Orlandino si veste furïoso, E Rinalduccio grida: Ammazza, ammazza. Le due donzelle col viso doglioso Li seguono, e ciascuna è di duol pazza. Stanno i giganti con due travi in mano Lunghe e nodose, e d'un invito strano.

99

Onde Nalduccio, ch'era testa amena, Vi salta sopra con la spada ignuda. Il gigante lo scuote e lo dimena, Ma staccar non lo puote, e invano suda. Egli intanto s'accosta, ed a man piena Con la sua spada, sì tagliente e cruda, Gli percuote la trave e glie la incide. Cade la trave in terra, e Naldin ride.

100

Poi lo colpisce in su la gamba manca, E glie la mozza subito di netto. Quella bestia, che prima era sì franca, Rovescia a terra; ed ei gli passa il petto; Onde al gigante la faccia s'imbianca: E Corese ripiena di diletto Si stringe al seno il vincitor che adora; E poco va che di piacer non mora.

101

Ma non istà così l'alma d'Argea, Che vede il fier gigante inferocito, Perchè morto il compagno si vedea. Orlandino però saggio ed ardito, Mentre alza egli la trave acerba e rea, Gli corre sotto subito e spedito, E fatto un salto gli taglia la gola. Ei perde il capo e perde la parola.

102

Or qui pensate voi se va in dolcezza Il cuor d'Argea, che sè chiama felice, Mentre ha un marito di tanta prodezza: E lo stesso Corese di sè dice; E fansi un baciucchiar ch'è una bellezza; Ma tra marito e moglie il tutto lice; Sebben non era matrimonio fermo; Chè molte cose lo faceano infermo.

103

Nulladimeno un matrimonio egli era All'uso di quell'isola pagana. Ma questa vita dolce e lusinghiera Ad Orlandino sembra molto vana. Gloria lo punge a più nobil carriera: Ed a Nalduccio pur, che ha mente sana, Non piace nel più bello della vita Far da stallon 'n un'isola romita.

104

E fra di loro, un dì ch'erano andati A caccia, tennero un savio discorso D'abbandonare i letti dilicati, E gir pel mondo, e principiare un corso Tutto di fatti nobili e pregiati. Avevan solamente ambo rimorso D'abbandonar quelle due giovinette Tanto fide in amore e tanto schiette.

105

Onde risolvon di far lor palese Quel c'hanno risoluto voler fare; E o condurle di Francia nel paese, Se insiem con loro vi vorranno andare; Od in sembiante placido e cortese, Se non vorran venir, lasciarle stare: In somma fare quel ch'esse vorranno, Purchè alla gloria lor non sia di danno.

106

Ed aperto il segreto alle donzelle, D'andar con essi si mostraro pronte; E preso molto argento e gioje belle, Di fino acciajo si coprîr la fronte; E quando il cielo sparso era di stelle, Fatto abbassar del porto il nobil ponte, Entraro in una nave ben guarnita, Ch'era nomata la Guerriera ardita.

107

Questa creanza, quest'atto amoroso Che han fatto alle lor donne i due garzoni, A me che alquanto ho l'animo pietoso, È piaciuto in estremo. Eroi scorzoni Son quelli che dolente e lagrimoso Rendon quel viso che li fe' prigioni; E per mostrar che prezzano virtude, Lascian su i lidi le donzelle ignude.

108

Intanto giunti eran di Carlo in corte Astolfo ed Ulivieri; e a Carlo in mano Dato il biglietto Astolfo, fece smorte Carlo le guance a quel linguaggio strano: Poscia infierito il nobil vecchio e forte Disse: Me chiama ingrato ed inumano E assai s'inganna; ch'io son giusto e pio, Com'esser dee chi sta 'n luogo di Dio.

109

Chè se la sua virtù ci ha liberato Dall'assedio crudele, abbiasi pure, Quando che il voglia, mezzo questo Stato. Ma se il suo figlio ed ei medesmo pure Offende nostre leggi, il braccio armato Della giustizia e la tagliente scure Sfuggir non deve: e chi il contrario afferma, Ben dimostra d'aver la mente inferma.

110

Ma perchè la giustizia esser dovrìa Spesso temprata da misericordia, E l'opra buona snerva assai la ria, Per rïunirmi con questi in concordia, Voglio che il bando rivocato sia; E ripostasi in pace ogni discordia, Tornino i figli coi lor padri in corte; Ch'io vo' l'emenda lor, non la lor morte.

111

E ciò detto, spedir fece corrieri Per ogni banda; ma il signor d'Anglante Scorrendo per i liquidi sentieri Del mar, trovossi ad un'isola avante Ripiena tutta d'alber grandi e neri. Questa isola detta è del Negromante: E tristo chi discende a quella proda; Chè tosto il mago con reti l'annoda;

112

Ciò che sapeva bene il marinaro: Onde in alto condur volle il naviglio; Il che parve ad Orlando troppo amaro, E disse: Andare a terra io vi consiglio. Assai, signor, ci costerebbe caro (Gli rispose il nocchier con mesto ciglio); Chè non giunge persona a quella riva, Che per un giorno vi rimanga viva.

113

In quell'isola alberga un fiero mostro, Stregone esimio e di forza tremenda, Che a tutto impera il sotterraneo chiostro. Greggia di tigri, spaventosa e orrenda, Siccome noi d'agnelli all'aer nostro, Guida ed alberga sotto nera tenda; E serpi e draghi che vomitan tosco Errano a sua difesa per il bosco.

114

Ha poi di vaghe e nobili donzelle Ripiena un'alta ed afforzata torre. A chi lo sprezza trae viva la pelle, E delle tigri alla fame soccorre Con quelle carni fresche e tenerelle: Ond'è che spesso per lo mare scorre, E di donne di Scozia e d'Inghilterra Già più di mille in quella torre ei serra.

115

E quanti hanno voluto, o per amore Che avevano a qualcuna prigioniera, O pur per voglia di mostrar valore Scendere armati su quella riviera, Ci han lasciato con danno e con rossore E vita e nome in una sola sera. Però non ti stupir, s'io m'allontano Da questo lido infame ed inumano.

116

Orlando disse: L'eterna giustizia Non sempre dorme; e quando un men sel crede, Allor punisce la nostra malizia. In quell'isola io voglio or porre il piede. Il nocchiero ripieno di tristizia, Non far, grida, signor, prestami fede. Ma giacchè lo conosce così fermo, Monta, gli dice, sopra il palischermo.

117

Almeno fuggi la parte del bosco; Chè all'aperto farai maggior difesa; E poichè tanta in te virtù conosco, Se vuoi por fine a così grande impresa, Scendi sul lido all'aer bruno e fosco; E quando tutta di porpora accesa Appare in ciel l'Aurora, e tu t'accosta Colà, dove vedrai la tenda posta.

118

Egli verratti incontro disarmato; Ma avrà tra mano qualche abete o pino, E cento tigri condurrassi allato, Che nel vederle resterai meschino. Se tutte tu le uccidi, o te beato! Ma pur non fuggirai lo tuo destino; Perchè verranno i draghi e l'altre bestie, Che ti daranno l'ultime molestie.

119

Ma se queste tu vinci, oimè! ti resta L'impresa più difficile e tremenda. Quel negromante si pone una vesta Cui spada esser non può che rompa o fenda; Di maglia così dura ella è contesta. Orlando ride, e dice: Vo' s'intenda Urlar questa bestiaccia sì lontano, Che l'oda il Franco e l'oda il lido Ispano.

120

E così detto, salta d'ardir pieno Sul palischermo, ed al lido s'accosta; E vôlto il viso inverso il ciel sereno, Rammenta a Dio il sangue che a lui costa L'uomo sanato dal mortal veleno; E dice che sa ben come disposta È sua pietade a chi glie la domanda; E a quella, quanto sa, si raccomanda.

121

E mentre così prega, eccolo giunto Alla crudele e spaventosa sabbia. Io non ti sono amico, nè congiunto, Orlando mio; e mi treman le labbia, E il sangue mi si gela in questo punto, Pensando a tanto strazio e a tanta rabbia Cui tu ti esponi di quel traditore. Ah! torna indietro, e frena il tuo valore.

122

Ma i' canto a' sordi, e mostro a' ciechi il Sole: Eccolo sceso in su la trista arena. Per verità ch'io perdo le parole; Tanto di lui mi prendo affanno e pena; E so che ancora a voi, donne, ciò duole, E ritenete il largo pianto appena. Ma non ci disperiamo così presto, Ancorchè sia il periglio manifesto.

CANTO UNDECIMO

ARGOMENTO

Sen fugge via con la testa tagliata Per man d'Orlando il re degli stregoni: E lo scolar con la pietra affatata Scopre gli occulti ipocriti bricconi. La gelosa Climene addolorata Altrui dicendo va le sue ragioni. Ancor Dorina a lei narra le trame E l'opre inique della vecchia infame.

1

Ciascun si duol perchè deve morire; E n'ha ragion; che il vivere diletta: E quel dovere ad un tratto basire, E star sepolto in una fossa stretta, E presto presto tutto inverminire, E in poca ritornar polvere schietta, Ell'è mutazion sì dolorosa, Che fa perdere il gusto ad ogni cosa.

2

Ma vi è di peggio, che dopo la morte Bisogna render conto alla minuta Al tribunal di Dio, che giusto e forte Al fuoco eterno i malvagi deputa, E chiama i buoni a sua celeste corte. Ond'alma che quaggiù male è vissuta, Esce di trista voglia; chè ha timore Di giù piombar nel sempiterno ardore.

3

Io però volentier mi sottoscrivo A questa legge: e quando non ci fosse, Me ne dorrebbe; chè mi vedrei privo D'un gran piacer: che le tombe e le fosse (Quando accolgono in loro un uom cattivo, Che per amici, o per oro, o per posse Facea tremar qualunque era men forte) Mi danno gusto che ci sia la Morte.

4

E così facess'ella il proprio offizio Com'ella deve; e dèsse in capo a quelli Che sono la sentina d'ogni vizio; E non aprisse, che tardi, gli avelli Agli uomini dabbene e di giudizio; Ch'io le vorrei con marmi e con pennelli E con inchiostro farle elogi tali, Che uscirebbe dal numero de' mali.

5

Ma ell'è una secca stravagante e pazza, Che va menando la sua falce in giro: Onde senza saperlo i buoni ammazza; E color che di sangue e pianto empiro, E di lussuria ogni albergo, ogni piazza, Lascia invecchiare: ond'io ne vo deliro, E attaccherei per rabbia e impazïenza Un pocolin la santa Provvidenza,

6

Se non vedessi in quale uso gli adopre, Mostrandoci ad ogn'or ch'ella li serba In vita, e spesso da morte li copre, Perchè a pena più cruda li riserba: E con le infami loro ed indegne opre, E con la naturaccia lor superba Raffinan degli eletti il santo coro, Come per fuoco si raffina l'oro.

7

Nè sempre è vero ancor, che lor capelli Veggan canuti gli uomini tiranni; Ch'io n'ho veduti molti ne' più belli Morire, e ne' più freschi e più verd'anni: Perchè costoro son come i flagelli Che il padre adopra de' figliuoli a' danni; Che corretti che sono, egli li frange Avanti agli occhi del fìgliuol che piange.

8

A questo fine ei diede il memorando Valore e il cuor magnanimo e feroce Sopra ciascuno al valoroso Orlando, Di cui non morirà giammai la voce, Nè del fatale suo terribil brando, Dall'onda Caspia alla Tirintia foce; Perchè gl'iniqui togliesse di vita In loro età più ferma e più fiorita.

9

E se al mondo fu mai sopra ogni esempio Un uomo scellerato, un uomo infame, Fu senza dubbio quel negromante empio, Che chiuso aveva il fiore delle dame In una torre, e di lor feane scempio, Gettando delle oneste il bel carname Alle tigri, e sfogando brutalmente Con le men caste la sua brama ardente.

10

Ma l'ora è giunta che fia posto fine Alla tua crudeltà, mostro nefando. Come io vi dissi, nell'onde marine Già il biondo Sol s'era tuffato, quando Pose il piè su le spiagge empie e ferine Dell'isola ch'io dissi, il conte Orlando; E si moveva a passo grave e lento, Sempre con l'occhio e con l'orecchio attento.

11

Ma la notte si fece oscura tanto, Che pensò di fermarsi in su la spiaggia; Quand'ei s'accorse che lontano alquanto Per angusto forame un lume raggia: Onde in quel verso egli si muove; e intanto Ch'egli guardingo e tacito viaggia, Vede una face, e vede la gran torre, E lo stregon che in lei vassi a riporre.

12

Egli spedito allor corre, e si porta Alla torre medesima, e si pone Dal destro canto della stretta porta, E qui sta fermo con intenzione Di far la lunga bestia a un tratto corta, Quando esca fuor del chiuso suo grottone: E mentre ei sta così, sente di drento Un doloroso femminil lamento.

13

Crudele (udiva dir da una donzella). Strazia pur queste membra, e fammi in brani; Ch'opra non farò mai sì brutta e fella: E tutta pria mi mangeranno i cani, E mi trarranno i corvi le cervella, Ch'io mai secondi i desir tuoi villani. E il negromante le dicea: Tra poco Su la tua pelle io drò principio al gioco.

14

E quindi un grido, un misero lamento S'udìan dell'altre sventurate donne. Orlando pieno allora d'ardimento. Quale Sanson le filistee colonne, Scosse l'uscio, l'aperse, e v'entrò drento; E vide in mezzo a femminili gonne Lui, che nudata aveva una donzella, Di cui certo non fu mai la più bella;

15

E distesala sopra un rozzo banco, Le voleva la pelle trar di dosso; Quando sopra lui viene il baron Franco, E gli si serra in un attimo addosso. S'intimorì quell'empio, e fessi bianco; Ma dal timor non s'era alcun riscosso, Quando il buon conte con molta tempesta Gli tira un colpo, e gli taglia la testa.

16

E o nova, o fiera, o strana maraviglia! Non cade il tronco busto, anzi si china, E la recisa testa in mano piglia, E le scale discende, e s'incammina Verso la porta. Stupide le ciglia Orlando tiene, e dietro lui cammina. Così fuor della torre al verde piano Esce quel mostro con sua testa in mano:

17

Indi si ferma, e dalle labbia fuora Il mozzo capo un sibilo tramanda; E si veggon venire in men d'un'ora E serpi e tigri e mostri d'ogni banda. Il tronco busto scaglia in alto allora La testa, e forse un miglio in su la manda: Quindi egli cade; e le tigri e i serpenti Gli van sopra, e lo laceran co' denti.

18

Intanto torna giù l'orribil testa; E quasi fosse un giuoco di pallone, Come in Siena talor fassi per festa, Per l'aere vano la fanno ir girone: Poi nojati del giuoco ognun s'arresta De' fieri mostri. Orlando non s'oppone A quelle bestie, e riguarda con ozio Come abbia a terminare quel negozio.

19

Quand'ecco d'improvviso che si rompe La terra, ed esce fuora un fumo nero Misto a gran fiamma che l'aer corrompe. Indi Pluton, che men dell'uso è altero, Senza l'usate sue deformi pompe Quasi lieto s'accosta al cavaliero, E gli dice: Signor, grazie infinite Ti dà dell'opra il Regnator di Dite.

20

Tu col dar morte al brutto negromante, Tornato m'hai al mio supremo soglio; Perchè costui avea virtù bastante, Che non valeva il mio dirgli: Non voglio. Me stesso ei si facea venir davante; E pien di tirannìa, pieno d'orgoglio, Or mi cangiava in pianta ed ora in sasso, Ora in cane, ora in volpe ed ora in tasso.

21

E senza spirti quasi era rimasto: Perchè questa isoletta, come vedi, Tutta colmò quell'animal da basto Di spiritelli; onde da capo a piedi Tutta quanta è di diavoli un impasto: E queste stesse ch'esser tu ti credi Tigri, son diavoletti; e i pini e gli orni Sono pur tutti demonj coi corni.

22

La torre ancora di demonj è fatta: E quanti sassi son, quanti mattoni, Tutti son spirti della stessa schiatta; I gangheri e le porte son demoni, Demonj i topi e demonia la gatta, Demonj i palchi, i tetti e i cornicioni, Demonj i chiodi, demonj il solajo; Or vedi se n'aveva più d'un paio.

23

E intanto possedea questa divina Virtude, a cui per forza era io soggetto, In quanto la mia dolce Proserpina, Venuta un giorno al mondo per diletto, In quest'isola scese alla marina; E slacciatasi un poco il bianco petto Per prender aria, le cadde dal seno Un mio biglietto scritto in pergameno;

24

In cui io m'obbligava strettamente, E più che in forma cameræ i Romani, D'ubbidire alla cieca, immantinente A' suoi comandi; e fossero pur strani: E sì il cervel m'avea tratto di mente Amor, ch'anco i demon fa sciocchi e insani, Che qualor nominasse ella il mio nome, Tosto farei per lei e rome e tome.

25

Or non s'accorse la mia bella moglie D'aver perduto quel mirando scritto: E mentre erra pel lido, e che raccoglie Chiocciole e nicchj, da un porto d'Egitto Questo stregon le vele sue discioglie, E con la prora appunto dà diritto In quel luogo ove il breve caduto era Alla mia troppo semplice mogliera:

26

E perchè sapeva egli molto bene Le nostre cose, ne fu sì contento, Che saltò per piacer su quelle arene. Poi mi comanda che il porti qual vento Colà, dov'era il mio unico bene (Ch'il breve avea il suo nome, e fuora e drento); E vistol, se n'accese, e in mia presenza Tentò l'infame farle vïolenza.

27

E perchè non voleva per niun patto La giovin compiacerlo, egli in vigore Di quel mio troppo misero contratto M'astrinse a fargli agevole il favore; Ond'ei rimase appieno soddisfatto, E in me doppiossi l'affanno e il rossore: Chè, benchè nell'inferno io peni assai, Come quel dì non fui misero mai.

28

Ed allor fu, signor, la volta prima Che m'apparver le corna in su la testa, Le quai subito rasi con la lima, Perchè l'opra non fosse manifesta. Ma il mondo egli n'empì da fondo in cima; Onde pensa se ognun ne fece festa; E quindi fui, di corna il capo cinto, Sculto ne' marmi ed in tele dipinto.

29

Quindi egli sempre più resosi certo Della virtù che il breve nascondea, Ad ogni infamia il varco s'ebbe aperto, E nessuno resistergli potea; Chè altrimenti da lui era diserto, Nè nuova più di lui se ne sapea, Onde grazie ti rendo, o baron forte, C'hai data or a costui condegna morte.

30

Nè ti maravigliar, se tu l'hai visto Andare in giro con la testa in mano; Perchè un folletto il più malvagio e tristo Gli misi addosso; ed in modo sì strano S'era con esso avviticchiato e misto, Che non l'avrìa scacciato alcun Piovano. Or morto lui, rimase quel folletto. Che dell'anima in lui facea l'effetto.

31

Ciò detto, trema il suolo, il ciel s'oscura, S'apre la terra, e le tigri e Plutone Vi cadon dentro, e ogni altra bestia impura. Fuggon le piante, e dispare il torrione, E l'isola riman senza verdura: Le donzelle che stavano in prigione, Si trovano disciolte e liberate; Di che altamente son maravigliate.

32

Quei della nave, al comparir del sole, Veggendo il lido d'alberi spogliato, Persero i sensi e perser le parole; Tanto restò ciascun di ciò ammirato. Ogni donzella intanto adora e cole Con laudi ed inni il cavalier pregiato; Ed ei fa cenno con un bianco lino Al legno che si faccia a lui vicino.

33

Viene il naviglio colmo di piacere, E d'udir vago il fin di tanta impresa: E sceso il duce con ciascun nocchiere, Ebbero appena la grand'opra intesa, Che commendato il forte cavaliere, Mostrò ciascuno la sua voglia accesa D'andare in Inghilterra, e là far chiaro Un fatto così bello, inclito e raro.

34

Ed Orlando restò con le donzelle, Le quai rivolte umilemente a Dio Giurâr di conservarsi verginelle In chiuso loco, onesto, santo e pio. Le loda il conte infino all'alte stelle, E dice lor: Sarebbe il parer mio Che vi chiudeste in questa isola stessa; Ed io vi troverò breviarj e messa:

35

E scelse il luogo presso alla marina, E disegnovvi un orto grande grande, Dove fossero erbette e insalatina, E varj fiori da intrecciar ghirlande: E perchè sien sicure da rapina, Vuol che il convento da tutte le bande Con torri, con fortezze e baluardi Da gente armata sempre si riguardi.

36

Ed ecco intanto che biancheggia il mare Per le gran vele che vi corron sopra; E d'Irlanda e di Scozia e d'Anglia appare La flotta, che il mar sembra che ricopra. Sul viso delle vergini compare Tanto piacer, che le manda sossopra; E batton palma a palma, ed alla riva Corron veloci, e gridan tutte: Evviva.

37

Chi il padre abbraccia, chi il dolce fratello; Chi discorre del mago e chi del conte: Chi narra il colpo fortunato e bello, Che privò il mostro dell'altera fronte: Chi dell'amica l'orrido macello; Chi descrive le tigri al mal sì pronte; Chi le serpi, chi i draghi e chi gli affanni Che soffersero in carcere molti anni.

38

Poi rïavute da tanta allegrezza, Scoprono ai lor parenti il buon desire Che han di sacrare a volontaria asprezza La vita loro, e di voler servire Al sommo Dio in verginal mondezza. Questo parlar li fece impietosire, E piansero un tal poco; ma alla fine Disser ch'eran di sè donne e regine,

39

E ciò facesser che a grado lor era: E chiamati ferraj e legnajuoli E muratori, e tutta quella schiera D'uomini che non possono oprar soli, Dieron principio ad una mole altera, Che uguale non fu vista fra i due poli; Chè lungo trenta miglia, e largo venti Fu quel convento, gloria de' conventi.

40

Fui da tremila e più le monacelle: Vestivan lana bianca e lana negra; Nè lino più toccava lor la pelle. Giovani tutte, e con la faccia allegra, Vaghe, gentili, grazïose e belle, Che in sol vederle il cuore si rallegra. La più vecchia fra lor fecer prïora, Che a diciotto anni non giungeva ancora.

41

Questo convento fammi uscir di via, E tralasciar la storia incominciata; E fammi ritornar a casa mia, Dove ho di nipotine una brigata, Che mettono al pan bianco carestìa: E mi ritrovo una certa cognata Che ogni anno ne fa una: onde, se dura, Vo' là mandarle a tentar lor ventura.

42

Perchè in Pistoja noi stiamo a quattrini, Siccome San Cristofano a calzoni. Ma il mal è, che sebben siam poverini, Vogliamo fare da ricchi Epuloni: Vogliam giuocare, vogliamo festini, Vogliamo vesti belle e buon bocconi; E spesso spesso facciamo in un mese Anticipate d'un anno le spese.

43

Il maladetto lusso da per tutto Entrato è sì, che un angolo non resta Del mondo, il più meschino ed il più brutto. Che messo non si sia in gala e in festa: Onde ciascuno ne riman distrutto; E chi ha da dare, si gratta la testa; Ma per contrario quegli che ha da avere, Si può a sua posta grattar il messere.

44

Ma nelle gran città quest'atra peste Fa maggior male e più rovina assai. Lo stato d'una casa una sol veste Costa talor, chè son banditi i sai: E tra nastri, tra maniche e tra creste Si van spendendo piastre e doppie a stai, E tra svimeri, sterzi, stufe e cocchi I poveri mariti spendon gli occhi.

45

Le stalle piene e gli argenti infiniti Non per la mensa sol, ma per lo cesso, E per gli sputi marci e inverminiti Chi può narrare? E raccontare appresso Le perle ed i diamanti, onde guarniti I membri sono del femmineo sesso? Ah sciocchi noi, ed esse pazzarelle, Che godono esser più ricche, che belle!

46

Ma ritorniamo all'isola del mago; Chè mia mogliera non darammi spesa; E s'io sarò di spender punto vago, Non ho timor di ritirarmi in chiesa, Ed isfogar con qualche sacra immago Quell'apra doglia che m'aggrava e pesa. Con una chierca mi sono aggiustato, Tanto c'ho in tasca la Fortuna e il Fato.

47

Fatto il convento, e cinto intorno intorno Di forti rocche e d'afforzate mura, Stiè con loro alle grate più d'un giorno Il conte Orlando contro sua natura; Chè monache non mai volle d'attorno: E rammentando loro la clausura, La castitade e l'uffizio divino, Su la sua nave riprese il cammino.

48

Ma tempo è omai che torniamo a Climene, Che non veduta col padre favella; Ed a Guidone che pur mille scene Or fa con questa dama, ora con quella. Ad una batte bel bello le schiene, Ad una il mento, ad una una pianella; Ma questo giuoco a lungo andar non piace A Climene, e perturbale la pace;

49

Perchè tra l'altre dame della corte Una ve n'era bella a maraviglia: Onde Climene, ingelosita forte, Se la tocca lo sposo, si scapiglia, E le viene il sudore della morte. E appunto appunto con questa si piglia Il suo busto Guidone; ma non crede D'offender punto la giurata fede.

50

Lidia si nominava la donzella: Vaga era tutta, ma sopra ogni cosa Avea la bocca sorridente e bella. La man Guidone sopra quella posa, E lieve con un dito la flagella; Per che Climene venne sì sdegnosa, Che, senza altro pensar, dal balcon fuore Trasse la pietra di tanto valore;

51

La qual diè in capo a un povero studente, Che dal terreno la raccolse appena, Che agli occhi di ciascun sparve repente. Di cercatori la piazza è ripiena, Per ritrovar la pietra sì valente: Ma se non voglion ire a pranzo e a cena, Prima che non la trovino, staranno Tanto senza mangiar, che si morranno.

52

Senza la pietra di sì raro effetto Climene a ciaschedun visibil fue, E con essa Despina e Ricciardetto: E sorte fu ch'era già rotta in due; Onde a Despina restonne un pezzetto Per gran conforto alle bisogne sue. La loro apparizion tanto improvvisa Empì la corte di piaceri e risa.

53

E Lidia nel vedere il giovin bello, Che invisibil le fe' burle cotante, Arder di dentro si sentì bel bello Di quel leggiadro angelico sembiante. E Guidone, che pure era un monello, La riguardava con occhio d'amante; Di che Climene accorta si tapina, E verso le sue stanze s'incammina,

54

E da guerrier 'n un attimo si veste; E scritto di sua mano un lungo foglio, A Guidone lo manda: e v'eran queste Note di sdegno e note di cordoglio: Crudel, ti lascio, e per erme foreste Misera errare infino a morte io voglio; Giacchè per altra omai ti veggo acceso, Ed io ti son forse d'affanno e peso.

55

E datolo a una sua fedele ancella, Partissi, e ancor non so per qual sentiero. Guidone, udita sì strana novella, Perchè l'amava molto e daddovero, Piange, sospira, e sè infelice appella; E la corte par fatta un cimitero; Tanto silenzio e cotanta tristizia Si scorge in essa, ed orrida mestizia.

56

Despina e Ricciardetto fanno core Allo smarrito giovine dolente; E tutti e tre si trovan d'un umore Di ricercar la donzella piangente, E così terminare il suo dolore, Ch'ebbe alla fine origin da nïente; Ma l'aspra gelosìa leva il cervello, E un bruscol fa parere un travicello.

57

Il Soldano l'approva; e detto fatto, Partono d'Alessandria quella notte. Ma intanto d'allegrezza quasi matto Lo scolare che avea le scarpe rotte, Trovato avendo a così buon baratto La sua fortuna, l'adunanze dotte Tralascia, e sempre con quel sasso in mano Il tutto tenta, e nulla tenta in vano.

58

Amò un tempo costui, per sua disgrazia, Una moglie d'un certo sacerdote, Di quei che il tempio d'Iside ognor sazia. Era di fresche e ripienette gote, E colma di beltà, colma di grazia; Ma fredda più dell'Orsa di Boote Sempre mai dimostrossi allo scolare; Onde convenne a lui lasciarla stare;

59

E la credeva un'onesta Sibilla, Sì spesso la vedeva entrar nel tempio. Un ago solo, un capo sol di spilla Che prendesse ella mai non v'era esempio: E dir solea che nè per terra o villa, Nè per regno averìa mai fatto scempio Dell'onor suo, che solo ella pregiava In questa vita, e null'altro curava.

60

Ora in casa costei di primo salto Va lo studente all'aria bruna e denza, E trova com'ell'abitava in alto: Chiusa è la stanza; ed ei senza licenza V'entra, e la vede in amoroso assalto Con un uom che al Soldan fa la dispenza. Partito quei, si ferma lo scolare, Ed ecco in breve un altro che compare.

61

Era questi lo sguattero del cuoco, Ma del cuoco di corte; e mezzo bue Portolle in don dell'amoroso giuoco. Ma che più ciarlo? Infino a ventidue Un dopo l'altro vennero a quel loco, E portava ciascun chi men, chi piùe. Ma quel che fece rider lo studente (E n'aveva ragione certamente)

62

Fu, che stavan famigli e damigelle Alle finestre, alle porte, alle scale A far da vigilanti sentinelle, Ed avvisare in tempo, quando sale Il prete, che le avrìa tratta la pelle (Ve' s'eran tristi e sguazzavan a sale!) Se avesse avuto il menomo sospetto Che macchiar gli potesse il santo letto.

63

Onde gli amanti sciocchi e sempliciotti Si credevan ber latte di gallina, E mangiare fagiani e perniciotti; Ma, come dir si suol, beveano orina, E trangugiavan bocconi mal cotti D'una carnaccia d'antica vaccina: Perchè una donna, quando ella comincia A vender carne, per tutti ne trincia.

64

Pure egli venne, e postosi a dormire, Udì che 'l prete sghignazzando forte, Alla mogliera sua sì prese a dire: A quante bestie della nostra corte Hai tu levato l'altura e l'ardire? Ed ella: Dato ho lor la mala sorte, E fatigati io gli ho di tal maniera, Che non tutti verran domani a sera.

65

Gnaffe! (le disse il prete) tu se' lesta; Ma fammi un poco il novero dei doni. Il paggio del Soldan diemmi una cresta, Lo spenditore pollastri e piccioni, Il fornajo di pane una gran cesta, E il cantinier di vini scelti e buoni Due barilozzi, e di casa il maestro Un bel vestito dentro d'un canestro.

66

Gli altri poi tutti mi dieder danaro: Ma mi vien sonno, e sono molto stracca. Dormi (rispose il buon prete cornaro), Che per Giove tu se' una buona vacca; E me felice, se n'avessi un paro. E sì dicendo, al sonno anch'ei s'attacca. Lo scolar si strabilia, e appena crede A quello ch'egli ascolta, a quel che vede.

67

Indi si parte, ed entra in un gran chiuso Che i penitenti d'Iside racchiude. Questi han per disciplina, hanno per uso D'andare a piedi, e con le piante ignude: Tengon la fronte, e tengon gli occhi in giuso; Mangian pan secco ed erbe amare e crude, E veston setoluto orrido sacco, Inimici di Venere e di Bacco.

68

Fuggon le donne, qual dai falchi fugge La starna intimorita e la colomba, E come vacca da leon che rugge. Ove son feste, ove allegrezza romba, Niuno appare di loro. Il popol sugge Da' labbri lor, che degli Dei son tromba, Mel di precetti, ed impara da loro A seguir povertade e sprezzar l'oro.

69

A questi corre il credulo Soldano, Qualora il Nilo si racchiude e serra Nelle sue ripe, e non inonda il piano: A questi il villanello, a cui fa guerra Verme crudel che gli divora il grano: E balza appena dalla nave in terra Il nocchier che sofferse aspra tempesta, Che a questa gente egli ricorre, a questa;

70

E parte appende delle rotte vele Intorno intorno alle sacrate mura; E dipinge in un quadro il mar crudele, E sè co' suoi ricolmo di paura; E pinge in aria il soccorso fedele E questa gente penitente e pura, Che mentre s'apre il legno, a tempo giunge, E placa il mare, e il fesso ricongiunge.

71

In somma quel che i santi fraticelli In grembo fanno della vera Fede, Vuole il demonio ancor che faccian quelli, E mostrino di fare a chi lor crede. Ora tra questi santi romitelli Lo studente non visto pone il piede; E vede cose tanto infami e sporche, Che pare un chiuso di verri e di porche.

72

Delle lussurie non vo' dirvi nulla: Tanto son scellerate e infami tanto. Che fin l'abate vuol far da fanciulla, E sempre dorme col novizio accanto. Un altro con la ciuca si trastulla, L'altro col mulo che porta il pan santo, Cui fan limosinando i cercatori, Tozzolando alle porte de' signori.

73

E chi imbrïaco in suo vomito involto Giace nel tempio, e russa come un porco; E chi nel giuoco s'affatica molto, E nello stesso è barattiero sporco; E chi men empio con donnesco volto Stassi in suo letto rannicchiato e corco: E questi forse egli è il miglior campione Ch'abbia tra' suoi beati il rio Macone.

74

Altri crepa d'invidia, altri di sdegno; Tutti uccide la pazza ambizïone. In somma egli era un conventaccio indegno, Di vizj pien, non di religïone; E in Alessandria non v'era un ingegno Che avesse pur tanta distinzïone Da conoscer un po' quella canaglia, Che sembrava oro, ed era strame e paglia;

75

Pagliaccia e strame che arderà in eterno Nel foco acceso per l'ipocrisìa, Ch'ella è un inferno dello stesso inferno; Perchè al mondo non c'è peste più ria Di quei che sembran angeli all'esterno, Ed hanno dentro una tigre, un'arpìa, Un demonio per anima; e non visti Son fuor di modo scellerati e tristi.

76

E di costoro abbonda il secol nostro, E Italia nostra più che Egitto assai; C'hanno il core più nero dell'inchiostro, E non credono in Dio, nè credêr mai; E vaghi solo d'ammantarsi d'ostro, O d'altri ricchi e venerandi sai, Si fingono Macarj e Ilarïoni, E son Decj, Caligoli e Neroni.

77

Lascia costoro, e in corte se ne passa, E lì ci trova cotanta nequizia, Che di là dal credibile trapassa. Ne' ministri è ignoranza ed avarizia; Misera geme, e chiusa in una cassa La Fede, l'Innocenza e la Giustizia: Il Merto rode gli ossi come i cani, E sguazzano gli adulteri e i ruffiani.

78

Esce di corte, e dovunque s'aggira, Vede ogni cosa piena di lordure; Onde uscir di cittade egli sospira, E trovar terre più innocenti e pure. Così pel nuovo Sol mentre respira E l'aura e il cielo e i colli e le pianure, Esce non osservato fuor di porta Della città che in ogni vizio è assorta.

79

Climene intanto sospirando è giunta A una spelonca, dove una donzella Vede di fame e di dolor consunta, Che aveva un figliuolino alla mammella, Che la succhiava; ma di latte smunta Era pur troppo ed avvizzita quella; Ond'ella mira con pietoso ciglio Presso al morir la madre in un col figlio.

80

E dolce la saluta e la consola Meglio che puote; ed a sperar la invita Sorte miglior, bench'ella così sola Dar non le possa salute compita. Quella infelice senza far parola Lei guarda, come attonita e smarrita; Indi le dice: O tu, che a me ne vieni, Angel forse di Dio dai ciel sereni;

81

Se vuoi veder la mia bramata morte (Che se di cuor la bramo, i Dei lo sanno), Giungesti a tempo; chè omai su le porte Stassi l'anima mia, e senza affanno Già rotte ha quasi tutte sue ritorte Che la tennero in me per ventun anno; E aspetta sol che il dolce mio figliuolo Sciolga prima del mio il suo bel volo.

82

Climene, Ah non voler, bella fanciulla, Morir sì presto, piangendo le dice. Ed ella: Il viver non m'importa or nulla; M'importò quando fui lieta e felice. Or che di me Fortuna si trastulla, E si rallegra in vedermi infelice, Odio la vita, e non posso gioire Se non pensando al mio vicin morire.

83

E perchè rimembrare il ben perduto Fa più meschino lo stato presente, E l'animo al morir più risoluto, Io ti dirò la storia mia dolente, E il caso acerbo e forse non creduto, Che mi avvenne per una fraudolente Che mi tolse il marito, e fu cagione Che or muojo sola in questa regïone.

84

In Spagna io nacqui, ed i parenti miei Fur di sangue real, se non fur regi. Piccola ancora i genitor perdei; Ma due saggi tutori, onesti, egregi Ebbi in lor luogo; e già sei anni e sei Avea compiuto; e di beltà nei pregi (Ancorchè a dirlo a me bene non stia) Cedeva ognuna alla bellezza mia.

85

Il sire d'Aragona aveva un figlio Detto Leon, che per fama s'accese Di mia persona, e con savio consiglio Cacciando un giorno a casa mia discese. Avanti a lui vo con modesto ciglio; E il mio tutore non riguarda a spese Per alloggiare un ospite sì grande, E fa un banchetto di scelte vivande.

86

Il giovine mi guarda e mi riguarda, E si scordò di bere e di mangiare; Poi perchè l'ora si faceva tarda, Volle al proprio palazzo ritornare. Ma piagato l'avea con sì gagliarda Saetta Amor, che lo fece infermare, E giunse in pochi giorni in tale stato, Che i medici lo fecer disperato.

87

Il re dolente e mesta la regina Non lasciano di far ampie promesse A chi lo sanerà per medicina, O per altra maniera che sapesse: Quando egli, sospirando una mattina, Da sè medesmo il suo bisogno espresse; E disse al caro padre a solo a solo, Che l'uccideva l'amoroso duolo:

88

E che sarebbe morto senza fallo, S'ei non aveva me Dorina in moglie. Onde il re stesso montato a cavallo Corse ben presto alle mie patrie soglie, Che appena appena avea cantato il gallo; E a' miei tutori racconta le voglie Del principe che m'ama, anzi m'adora; E come egli di già m'accetta in nuora.

89

Entro il giorno seguente in Saragozza, E il popol tutto si rallegra e gode; E v'è chi pel piacere ancor singhiozza. Là suon di cetre, e qua di flauti s'ode; E per le strade s'aduna e s'accozza Gente infinita, e mi dà molta lode, Mentre ch'io passo; e con pallida faccia Lo sposo mio al suo balcon s'affaccia.

90

In pochi giorni si rimise affatto Il principe in salute, e pien di gioja Senz'altro indugio vuol sposarmi a un tratto. Giorno felice, onde convien ch'io muoja, Come diverso mai or ti se' fatto Da quel d'allora! Una superba gioja Legata in un anello egli mi diede, In testimonio d'amore e di fede.

91

Otto anni stemmo dolcemente insieme, Nè fu mai fra di noi mezza parola. Me suo piacer chiamava, io lui mia speme: Nè Sol, nè Luna mai mi vide sola, Ma sempre seco. Ah perchè l'ore estreme Non mi colsero allor? perchè sua spola, Ove avvolto era il filo di mia vita, Morte allor non troncò presta e spedita?

92

Ch'io sarei certo un fortunato spirto Nel bel regno d'Amore; e fra gli Elisi Coronata anderei di rose e mirto; Ch'or di neri cipressi e fioralisi Ghirlanda avrò su l'arruffato ed irto Capel, perchè di man propria m'uccisi; E anderò con Didone e l'altre a paro, Che per tradita fede s'ammazzaro.

93

Or mentre in così lieto e dolce stato È l'amor nostro, di Granata arriva Un cavaliere nobile e pregiato, Di bello aspetto e di faccia giuliva. Si conduceva una sorella a lato Bella così, che pareva una Diva. Accolgo l'uno e l'altra volentieri, E fo lor, quanto so, grazie e piaceri.

94

Fernando quegli, Emilia essa si appella, Di sangue illustre, e noto a tutta Spagna: Leggiadro l'un, l'altra modesta e bella. Ma come il tarlo che il legno magagna, Che regge il palco e la casa puntella, Onde conviene che alla fin s'infragna, E rotto poi, rovina in un momento Tutta la casa, e quanti vi son drento;

95

Così la gelosìa, verme d'Amore, Entrò nel mio e nel cuor di Leone. A me mordeva per Emilia il core, Ed a Leone per lo bel garzone. Se Emilia egli guardava, aspro dolore I sensi m'occupava e la ragione; Ed ei s'impallidiva e si struggea, Se a Fernando talor gli occhi io volgea.

96

Or egli me, ed io dannando lui Di poco amore e di tradita fede, Nacque in breve tant'ira infra di nui, Che un dì Leon di Saragozza il piede Fuora ne trae con pochi de' sui; E ch'io seco non vada mi richiede, Anzi ancor mi comanda. Io resto, e intanto Fo sì che egli abbia mille spie d'accanto:

97

E riferto mi vien ch'ei stassi in villa, E che seco è Fernando con la suora. Allor la gelosìa in me non stilla Veleno a gocce, qual fe' sino allora; Ma come il tino là di ottobre spilla Il villano, e di vino apre una gora, Così m'inonda la tiranna il petto Del suo tossico acerbo e maledetto.

98

E giunse a tale il mio crudele affanno, Che vedutomi tolto il mio consorte, Quel volli far, che i disperati fanno: Cioè tutto tentar, poi darmi morte, Se a vuoto affatto i tentativi vanno. Così una donna vecchia assai di corte Da me si chiama; e venuta, si prega Che alcun mi trovi o fattucchiere o strega.

99

Questa al principio ed increspa le ciglia, E i labbri aguzza, e rannicchia le spalle, Ed alza ambe le man per maraviglia: E vuol mostrar quanto m'inganni e falle A prender lei di quella rea famiglia; Che imperar puote alla Tartarea valle: Nè vidi io mai (dice con bassa voce) Di Benevento la terribil noce.

100

Ma tanto io le so dir, la prego tanto, Che mi dice d'aver certa sua amica Che sa far mirabilia per incanto, E discendere fa senza fatica Per la sola potenza del suo canto Dal ciel la Luna, e il corso al Sole implica: Fa d'inverno fiorire i praticelli, E d'agosto gelar fonti e ruscelli:

101

E che questa verranne a mezza notte. Indi si parte, ed all'ora prefissa Viene, e mi guida a certe antiche e rotte Case, u' sepolta dice esser Melissa, Tanto stimata dalle maghe dotte: E, fatto un cerchio, in mezzo a quello fissa Un piede scalzo, e disciolta i capelli, Gira con l'altro, e chiama i farfarelli.

102

E perchè da timor presa io non sia, Vuol che mi scosti; indi in meno d'un'ora Ritorna e dice: Alta signora mia, Fatto è l'incanto; e voi di dolor fuora Presto sarete, e fuor di gelosìa, Come Plutone m'ha promesso or ora; Ma vuolci pur, che dalla parte vostra Facciate quello che l'arte mi mostra.

103

La guardo in viso, e veggo ch'ella è dessa La vecchia che negommi il suo mestiero. Sorrido, e dico che mi faccia espressa La sua sentenza; chè ubbidirla io chero. Ed ella dice: Di tua mano stessa Devi trar sangue, e porlo in un bicchiero, Dalla parte del cuor di tuo marito; Se non, l'incanto non fia mai finito.

104

E darotti una polvere sì fatta, Che quando il tuo Leon l'averà presa, Resterà con la mente stupefatta, E porrassi a dormire alla distesa. Questa picciola spada allor tu tratta Di sotto alla tua gonna, lieve offesa Gli farai nella parte che t'ho detto: Poi seguiranne il desïato effetto.

105

E la polve mi dona, e il ferro ancora. Io torno alle mie stanze, ella alle sue, Che appunto in cielo spuntava l'aurora. Ma colei (come poi detto mi fue) Di Fernando fu balia e della suora; E tanto amore aveva a questi due, Che si credette con la mia rovina Far d'Aragona Emilia sua regina;

106

E andonne al mio Leone a dirittura, E le disse all'orecchio (ahi malandrina!) Signor, la morte tua cerca e procura Per ogni via la tua moglie Dorina, Che in Fernando posto ha sua mente e cura. Da te verranne forse domattina; Faratti festa, e mostreratti affetto, E comune vorrà la mensa e il letto.

107

Ti darà certa polve, e tu la piglia; Chè non è cosa che offender ti possa. Presa che tu l'avrai, chiudi le ciglia, E vanne a letto, e mostra nella grossa Di dormir dolcemente a maraviglia. Allora ella di sen con somma possa Trarrà un coltello per farti morire. Tu t'alza a tempo, e mostra senno e ardire.

108

Ordito questo infame tradimento, Parte la vecchia; e il credulo mio sposo, Perduto il naturale avvedimento, Di quanto ha udito non istà dubbioso, Ma il crede certo, e ne aspetta l'evento. Io, che fra tanto il cor mi sento roso Da gelosìa, mi pare un'ora mille Che il sangue pel rimedio egli distille:

109

E vollo a ritrovar la stessa sera, E lo mando a pregar che mi perdoni, Se manco in parte a quello ch'ei m'impera: Che più dei regi e di tutti i padroni Amore è forte; e chi è di sua schiera, Non può non ubbidire a' suoi sermoni. Però, s'egli mi nega che a lui vada Per ricercarlo, Amor mi spinge e istrada.

110

Finge d'esser placato, e tutte obblìa L'ire, gli sdegni e le passate offese. Ceniamo entrambo in dolce compagnìa; E in un certo boccon la polve prese; E subito sbadiglia, e me ricrìa, Chè la virtù di lei veggo palese. Andiamo a letto; ed ei dorme profondo, Sicchè del tutto par fuori del mondo.

111

Io prendo il lume con la man sinistra, E con la destra tengo il ferro; e appena Vo' l'opra cominciar tanto sinistra, Ch'egli si sveglia, e la mia mano affrena, Che di sua morte egli credea ministra, E chiama aita: in un attimo piena È la stanza di donne e cavalieri, E di paggi con torce e con doppieri.

112

Come il ladro rimane sbigottito, S'egli è côlto su l'opra dalla corte, Che parte del tesoro che ha rapito (Certa cagion di sua vicina morte) Tiene anche in mano, e tien (tanto è stordito) I ferri ancor con cui spezzò le porte; E in mezzo alla sbirraglia che l'infuna, Non si difende, o dice cosa alcuna;

113

Tal io restai con la spada tagliente Nella man destra, e nell'altra col lume; Nè dissi allor, nè potei dir nïente. Persero gli occhi miei l'usato lume; Il color mi disparve immantinente. Il re, la corte e ognuno mi presume Per micidial del mio proprio marito; E son mostrata da ciascuno a dito.

114

Il re comanda che con nero ammanto Mi ricopran dal capo insino a' piedi; E a un fido suo ministro impera intanto Che una gran nave egli ponga in arredi: Indi mi guarda, e poi non senza pianto Dice: Crudel, l'ultima volta or vedi Il tuo marito che t'amò sì forte, E tu pensasti, ingrata, a dargli morte.

115

Volli dirgli: Signore, io fui tradita; Ma l'affanno mi tolse la parola. In questo mentre, ecco ch'io son rapita Da gente armata che non va, ma vola. Allor pensai di terminar mia vita O con laccio, o con ferro nella gola: Nè questo mi dolea; sol mi dolea D'esser creduta tanto iniqua e rea.

116

Ma son condotta alla spiaggia marina, E messa dentro d'un forte vascello. Il capitano piangendo m'inchina, E poi dice: Signora, di coltello A voi Leone la morte destina; Ma perchè siete gravida, ed il fello Peccato è vostro, e non di quella prole Che ancor visto non ha raggio di sole,

117

Vuol che per mar vi guidi infino a tanto Che voi non partorite. Io piango e dico E giuro per lo più divino e santo Ch'abbiano i cieli, e giuro pel pudico Amor che pel marito avere io vanto, Che non ebbi pensier crudo e nemico Contro il mio sempre caro e amato sposo; Ma fu d'amore, e fu d'amor geloso.

118

Il capitano allor soggiunge: Assai Chiaro è, signora, il tuo crudel talento: Chè se la vecchia, a cui confidato hai L'opera indegna, non faceva attento, Nè rilevava i suoi vicini guai Al buon Leon, tu l'averesti spento. E qui narrommi allor, cosa per cosa, Ciò che disse la vecchia maliziosa.

119

Rodrigo (io dissi allor; chè tale egli era Il nome di quel fido capitano), L'anima mia in foco eterno pêra, Se ferro alcuno mai strinsi con mano Per dare al mio Leon morte sì fera. Mi fece Emilia l'intelletto insano Per la gran gelosìa ch'ebbi di lei: E s'io mento, lo sanno i sommi Dei.

120

Ma la perfida vecchia ella fu solo Che m'indusse a far quello onde fui presa (Come credesti) in manifesto dolo: Perchè facil le fue, a donna accesa D'amore, e strutta da geloso duolo, Persuader sì temeraria impresa Di trar di sangue due o tre gocce almeno Del mio marito dal piagato seno:

121

Che certo impiastro n'averebbe fatto, Che l'amore d'Emilia avrìa disciolto. Rodrigo a questo dire stupefatto Rimane, e di pietà copre il suo volto: E scritto un foglio, invìa quello ad un tratto Al rege, che per ira anco era stolto; E gli scrive la cosa come ella era; Ma una falsa ei mi crede e menzognera:

122

E rispedisce subito, e comanda Ch'io entri in mare, e si sciolgan le vele. Così si fece; e dopo una nefanda Tempesta, ed un mar orrido e crudele, Ci spinse il vento in questa estrania banda, Dove il buon capitano, a mie querele Fatto pietoso, in modo alcun non volle Fare del sangue mio la terra molle:

123

E qui lasciommi sola, ove a ventura Un pastor vecchio mi venne davante, Che si prese di me pensiero e cura: E perchè lo mio parto era in istante, E mi vedea d'affanno e di paura Ricolma, con la sua mano tremante Prese la mia, e guidommi bel bello Al suo tugurio onesto e poverello:

124

E consegnommi alla sua vecchia moglie, Che m'accolse benigna e volentieri. La stessa sera mi preser le doglie, E sopra fieni seccati e leggieri Mi coricai con queste stesse spoglie, Ed in poche ore con affanni fieri Diedi alla luce questo mio figliuolo, Che nel vederlo mi rinnuova il duolo.

125

Tacque ciò detto, e di color di morte Asperse il viso, e cadde sul terreno. Climene allora con maniere accorte Le bagna d'acqua fresca il volto e il seno; Sicchè richiama dalle stigie porte L'anima sua, che ormai senza alcun freno Là s'indrizzava: e tanto le sa dire, Che le promette non voler morire.

126

Or mentre si consolan fra di loro, E Climene le narra il suo tormento, Eguale in parte di Dori al martoro, Nella stessa spelonca entraron drento Una donzella coi capelli d'oro, Tutta vestita di color d'argento, E a sua difesa nobilmente armati Due cavalieri, in vista alti e pregiati.

127

La lor venuta m'ha rimesso il fiato: Così m'aveva la pietà di quelle Da capo a' piedi tutto sconturbato: Chè quanto ho più desìo di bagattelle, E di cantar con allegrezza a lato, Vie più m'abbatto in cose acerbe e felle, In piagnistei, in morti, in tradimenti, E in simili bruttissimi accidenti.

128

Mutiam dunque le corde, e mutiam anco La cetra e il canto, e in lieti modi e belli Cantiamo in avvenir; chè troppo stanco Son d'udir lagrimare or questi or quelli. E tu mi colma di vin nero e bianco, Nice, due nappi, e fasciami i capelli D'edera verdeggiante; e a me discenda Bacco; ed Apollo il lauro suo si prenda:

129

Chè più godo campare un giorno o due, Ridendo con gli amici alla distesa, E nel gregge poetico esser bue, Che dopo ch'io sarò sepolto in chiesa, Mi lodin quanto l'Arïosto e piùe, E sia del nome mio la fama stesa Per ogni parte: chè questo desire È da matti, o da chi vuole impazzire.

130

Ma ve' che Nice vien con due gran fiaschi. Beviamo dunque. Oh che liquor celeste! Felice il loco ove germogli e naschi, Vite gentil! De' tuoi pampin la veste Bacco si faccia, e sopra te non caschi Grandin sonante, e capro non t'infeste. Ma già mi sento rallegrare: or via, Principio al nuovo canto omai si dia.

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