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Il Ricciardetto, vol. I

Volume 1 — IL RICCIARDETTO

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NIDALMO TISEO AD ACI DELPUSIANO

Salute e felicità

Non mi sono mai dimenticato, valorosissimo e virtuosissimo Aci, onore e gloria sempiterna d'Arcadia, di quella volta, che io passai da Bologna, che sono degli anni parecchi, dove ebbi la occasione di vedervi, e di trattarvi con tale dimestichezza, che mi lasciai indurre a farvi vedere alcune mie coserelle poetiche; e voi poi le voleste con le vostre lodi far grandi, e di più le faceste comparire alla pubblica luce. Da quel tempo dunque, conforme sapete, infino ad ora v'ho tenuto per mio Maestro; nè ho fatto cosa, che non v'abbia, siccome egli era di dovere, participato. Questa bontà dunque vostra verso di me mi vi ha obbligato di maniera, che stimerei di farvi torto, se vi celassi un accidente, che mi è succeduto di fresco, e per cui sono certo che avrò, in caso di bisogno, tutta la più valida e affettuosa assistenza da voi. E perchè sappiate la cosa tutta, incominciando dall'A. sino al Ronne, vi dirò come trovandomi del 16. di questo secolo 1700 in Pistoia mia patria nel gratissimo tempo dell'autunno; mi portai con tutti di mia casa in villa, per ivi attendere, conforme da ciascheduno si suole, ma da' Toscani specialmente, a diverse sorte così di cacce, come d'uccellari: e perchè la sera tutti i villeggianti di quelle collinette all'intorno venivano a veglia da noi, per essere la mia villa fabbricata quasi affatto nel piano, e quindi radunatisi insieme, alcuni di essi giuocavano, alcuni stavano a vedere. Io, che di giuoco poco o nulla dilettomi, mi tratteneva separato da quelli in un'altra stanza con alcuni eruditissimi giovani; e quivi con esso loro quando leggeva il Berni, quando il Morgante, quando l'Ariosto, con un godimento veramente straordinario. Accadde una sera, che nel prendere qualche riposo dopo una ben lunga lettura, disse uno di que' giovani: Iddio lo sa, quanta fatica sarà ella costata agli autori di questi Poemi, non dico la fabbrica d'un Canto intero, ma d'una dozzina d'Ottave. Certa cosa si è, che quanto maggiore apparisce in essi e la facilità, e la felicità de' versi e delle rime, altrettanto sudore egli è stato sparso da loro. E gli altri che quivi pur erano, lo stesso ad una voce affermavano. Io meno accorto, o senza dubbio più animoso di tutti loro, mettendo la cosa in riso: Affè (dissi) ci avranno sudato essi meno, che voi per avventura non vi credete; avvegnachè nel poetare, se non tutto tutto, almeno più della metà si debba alla natura, e colui, che non sia da essa benignissimamente aiutato ed assistito, può lasciare a sua posta un così nobile e dilettevol mestiere, e darsi a qualche altro esercizio, dove signoreggi più l'arte, che la natura. E perchè le parole non s'infilzano; io, che sono pronto a provarvi co' fatti quanto di presente vi dico, vi prometto portare un Canto domani a sera, mescolato dello stile di tutti e tre, giacchè la natura m'è stata piuttosto liberale, che scarsa de' suoi graziosissimi doni. Fu con lieto volto accettata la mia promessa da tutti, e quello che è peggio, finita la cena, e ritiratomi in camera, puntualmente la mantenni; e la susseguente sera lessi il nuovo Canto, e fu ascoltato con piacere non ordinario.

Qui, gentilissimo Aci, pareva che dovesse terminare questa mia, non so se io dica o prova d'ingegno, o leggerezza di mente; ma di qui giusto ebbe principio, mezzo e fine un Poema di trenta Canti, nel corso di pochi anni, ed a tempi rotti, ed avanzati alle occupazioni più gravi. Teneva dunque questo mio Poema legato rozzamente sopra d'un tavolino, dove per lo più soglio scrivere: quando eccoti un uomo da me conosciuto appena di vista, ma che aveva grido d'esquisitissimo letterato, il quale postomisi a canto a sedere, interrogommi di molte cose; alle quali ho io brevemente risposto, siccome era desiderosissimo di spicciarmene; ed egli che forse si era di ciò avveduto, stava per alzarsi in piedi e partire. Quando dette d'occhio su quel mio benedetto libro, e mi richiese che cosa egli si fosse; ed io sorridendo: Egli è un Poema nuovo (gli dissi) tirato giù in fretta, ed alla peggio, e per puro divertimento da un mio carissimo amico il quale ha voluto piuttosto onestamente spendere in questi dolcissimi studi quelle ore, che gli altri senza valutarne la perdita gettano via, o ne' pazzi amori, o ne' pericolosi giuochi, o nelle inutili conversazioni, ancorchè la malignità de' tempi sia tale, che non si stimi altro tempo perduto che quello solo, che nelle belle arti consumasi. A questa voce egli mutossi subito di colore, e fieramente turbatosi prese di tal maniera a divincolarsi ed a sbattersi, che lo credetti invaso dal fistolo, o tormentato da qualche stravagante malore: e, preso con furia quel disgraziato libro, gettollo sopra il tavolino, e volendo alcuna cosa dire, per la sfrenata rabbia non poteva formar parola, ma a guisa d'un calabrone rinchiuso in un fiasco, o d'un pajuolo che forte bolla, egli era il suono delle sue voci incomposte, talchè mi s'ebbe a gelare il sangue nelle vene per lo spavento. Ma sfogato ch'egli ebbe un tal poco l'impeto dell'ira sua maladetta: Sapete voi (con torvo sopracciglio mi disse) che cosa vuol dir Poema? Ed io a lui, così sbalordito com'era: Lo so, e non lo so (subitamente ripresi) vo' dire, che lo so tanto quanto, da poter anch'io mettere il becco in molle; ma non ne so in modo da farne il maestro, come forse e senza forse lo farete voi. Ed egli con le labbra sbiancate, che gli tremavano tuttavia, come se vi avesse il parletico: Dite pur francamente di punto non saperne; perchè se lo sapeste, avreste lacerato su gli occhi stessi di quel vostro inesperto e semplicissimo amico il libro che egli vi diede; e se foste del temperamento collerico, che son io, gli avereste fatto ancora qualche altro scherzo più tristo. Ed io a lui: Iddio non voglia mai, che si faccia alcuno benchè minimo dispiacere a quel galantuomo, onorato e da bene; anzichè lo possa io vedere ogni dì più prosperato e contento. Ora non sapete voi (seguitò egli sdegnosamente a dire) che il Poema epico è la più grande, e la più bella, e la più ammirabile cosa, che s'abbia la Poesia, ed è l'opera dell'umana mente la più nobile e la più perfetta? Tutta la sublimità degl'ingegni i più stupendi appena può esser bastevole a sopperire di tutto ciò che abbisogna ad un Poeta eroico. La difficoltà sola di trovare un giudizio, una fantasia, un sangue così ben temperato di caldo e di freddo, cioè d'impeto e di posatezza, cagionano la rarità di questo carattere, e di questa mescolanza felice, che fa il Poeta perfetto. In somma per ben riuscire in un Poema, ci vuole un giudizio sì saldo, un discernimento sì fino, una cognizione così intera della lingua nella quale si scrive, uno studio così costante, una meditazione così profonda, una estensione di capacità così vasta, che gl'interi secoli appena possono produrre un ingegno atto alla tessitura d'un buon Poema: ed è, a dirvela in due parole, una impresa di tanto ardire e di tanta malagevolezza, che ella non può venire in mente ad alcuno senza atterrirlo e spaventarlo. E voi mi dite, che questo è un Poema? e che è stato fatto in pochi anni, e per puro divertimento? e quello che è più strano, d'avanzugli e di ritagli di tempo, come de' menomi scampoli de' sartori le povere vesti loro i baroni si fanno? E qui tornò a strapazzare il mio libro, ed a sbatacchiare le mani sul tavolino con sì poca grazia, che buttommi il calamaio e il polverino per aria, che poi tornato all'ingiù capivolto scarabocchiommi delle scritture parecchie. Nulladimeno sembrando a me, che egli avesse ragione da vendere, stetti chiotto chiotto, e tacitamente meco mi rallegrai di non essermegli scoperto per autore di quel benedetto Poema. Quindi per non parere d'essere un piccione di quei di gesso, o d'aver lasciato la lingua al beccaio: Per verità io non credeva (gli dissi) che ci volesse tanto per essere un bravo tessitor di poema. Ed oh non avessi aperto mai bocca, che egli a questo mio dire diede la stura alla piena, e m'ebbe ad affogare; massime allora, che messe ambe le sue mani su le mie braccia, e con la testa sua quasi toccante la mia, ferocissimamente esclamò: Non ho neppure cominciato a dire quello che vuolci, per fare un vero e perfetto Poeta. Imperocchè vuolci, oltre a ciò, che poco fa dissi, una mente che esca affatto da' limiti dell'ordinario, ed uno spirito che abbia più del celeste, che del terreno; acciocchè possa muovere gli affetti, e cagionare que' trasporti d'ammirazione che si aspettano dalla vera Poesia. Nè questo per avventura egli è il tutto: avvegnachè due fini si abbia da proporre il Poeta, cioè uno di arrecar diletto, l'altro di apportar giovamento. E qui sorgono due spaventose montagne, che quasi niuno giunge a salirle; e dove ancora i nobilissimi ingegni per mancanza di senno si perdono; e sovente alle radici delle medesime, dopo d'averne sormontata gran parte, vergognosamente precipitano. La vera maniera dunque del dilettare consiste nella mozione degli affetti; imperocchè quel movimento egli è cosa gratissima all'anima, che gode della mutanza degli oggetti, per compiacere alla immensità de' suoi desiderj: e quindi, per ciò più facilmente ottenere, si serve del numero e dell'armonia, anima i suoi ragionamenti con maniere ed espressioni vivissime, permette alla sua immaginazione una pienissima libertà, e tutto quello che dice, lo dice con ornamento e vaghezza, formandolo da tutto ciò, che gli è più aggradevole nella natura degl'Idoli graziosissimi; de' quali nel Poema quanto la frequenza è maggiore, egli tanto più viene a riuscire dilettevole e grato. In fine ella, ad oggetto di piacere, è grande nelle sue idee, sollevata nelle sue espressioni, ardita nelle parole, appassionata ne' suoi movimenti, e si studia di comparire in qualunque sua parte tutta colma di bellezze, di grazie, di fiori e di leggiadrie. E questo diletto tanto più si dee riputare degno di stima, quanto che il buono e costumato Poeta lo fa servire a rendere la virtù (la quale ha sempre a prima vista dell'austero e dell'aspro) oltremodo grata e soave; distinguendosi in questo ancora la Poesia dalle altre Arti, le quali senza punto pensare al dilettevole, pongono tutta la cura loro nell'ammaestrarci nell'utile e nell'onesto: lo che essa facilmente ottiene col proporci spesso diversi esempi di grandissime virtù, e d'enormissimi vizj, incitando gli uomini per tal via all'amore ed alla imitazione di quelle, ed all'odio ed alla fuga di questi. Ma una tal maniera di dilettare ella è delle più scabrose cose, e delle più difficili della Poesia. Imperocchè consistendo principalmente il diletto nella novità, che è madre della maraviglia, e questa per lo più nascendo dal finto, conciossiacosachè non vi può essere cosa alcuna mirabile, se non fuora del corso ordinario della natura, ed il finto avendo obbligazione di comparir verisimile, cioè, non discordante dall'opinione comune; chi non vede la grandezza e la malagevolezza dell'opera? Mentre egli così diceva, vi giuro, Aci, per i monti, per i boschi, e per i fiumi più sacri e più rinomati di Arcadia, che m'era già tirato il miserabile mio Poema sotto del tavolino, e messomelo fra le gambe con animo deliberato di strapparne ora uno, ed ora un altro foglio (come le donne, dopo che hanno tirato loro il collo, s'arrecano in grembo o le galline, o l'anitre per pelarle) e di non parlare giammai più di lui, come d'una memoria se non infame, almeno infelice. Nientedimeno come i padri de' figliuoli o storpi, o scempiati sono sempre padri, e di mala voglia s'arrecano a strapazzarli; così ancor io andava a rilento a fare in brani quella mia ancorchè goffissima creatura; quando m'avvenne cosa, che (conforme udirete) mi fece mutare a un tratto di sentimento, e mutare in modo, che sarei pronto a far questione con chi volesse lui torcere un sol capello.

I Greci soli (riprese egli in un tuono veramente grave e sonoro) hanno spianata questa difficoltà; perchè essi unicamente appresero per se stessi, ed insegnarono agli altri l'arte maravigliosissima di tessere il finto col verisimile, e cagionare per esso tutto quell'incredibil diletto, che dall'ammirabil deriva: e per non divagarmi e confondermi nella moltiplicità degli esempi, vi ridurrò a memoria quel terribile cangiamento della afflittissima Niobe in sasso; mutazione la quale (come vedete) esce fuora del tutto dal corso della natura, ma che però nel medesimo tempo non ha cosa alcuna d'inverisimile, conciossiacosachè la potestà di cangiamento sì strano ad un celeste nume si ascriva. Ma non così hanno pensato, nè in così fatta maniera (a dirla chiaramente fra di noi) si sono regolati i nostri Poeti Italiani, e l'Ariosto in primo luogo, il quale in questo genere ha così sconciamente mancato, che quel suo Poema dell'Orlando Furioso non si merita altro nome, che d'un confuso ammassamento d'immaginazioni pazze e stravolte, non di Poeti ingegnosi, ma di ammalati frenetici, le quali spogliate affatto d'ogni colore verisimile, muovono piuttosto a compassione, che a diletto gli uomini d'erudizione e di senno. In quanto a me che l'ho letto e riletto non ho saputo mai capire, come per esso si sia non solo per tutta l'Italia, ma per tutta la Francia, e per la Spagna ancora alzata una nominanza sì celebre; nè come mai egli s'abbia per queste nobilissime nazioni avuto tanti imitatori, di modo che per esso si è guastata e perduta, e tra loro e tra noi, tutta l'arte del ben poetare; quando per altro non sarebbe mancato loro per esempio d'un ben fatto Poema l'Italia liberata del Trissino, che a mio giudizio è l'unico fra noi, il quale s'accosti alla perfezione del Poema. Imperocchè in esso e vi sono moltissime di quelle cose, che egli debbe avere, e nessune di quelle, delle quali doverebbe esser privo: avvegnachè nè vi sono gli anelli, che rendono altrui invisibile; nè i gigantoni ben tarchiati e paffuti; nè le femminelle, che vestite di piastra e di maglia facciano mirabilia con lancia e con spada; ed altre simiglianti bestialità per le quali ne va sì pettoruto e sì gonfio quel buon Messer Lodovico, il quale è tanto lontano dal meritarsi nella savia e ben purgata opinione degli eruditi il nome di buon Poeta, che essi appena appena gli accordano quello d'un Versificatore felice.

Nel mentre che egli così pazzescamente bestemmiava, non vi potrei dire, riveritissimo Aci, le strane cose che mi passarono per la mente. Pensai infino di mettergli le mani addosso, e col temperino che aveva lì pronto per acconciare le penne, fargli un brutto sette sul viso, per insegnargli per un'altra volta a parlare con più giustizia delle persone di merito. Ma pure per non guastare così in un subito i fatti miei, repressi gl'impeti del giusto sdegno, e con sembiante tranquillo: Signore (dissi lui) che cosa avete detto mai? Per verità tutt'altro mi farete voi credere, che quello che è stata vostra intenzione di persuadermi. Io vi meno buono, quanto avete detto di grande e di sublime intorno all'epica Poesia; e vi meno buono altresì, che rarissimi siano quegli ingegni, che possano tessere un bel Poema; e conchiudo con esso voi, che i due fini principalissimi dell'epica Poesia sono il dilettare e il giovare; anzi v'aggiungo, che quel Poema sarà il più bello ed il più perfetto, che sarà più ripieno di cose, che diletteranno e saranno giovevoli insieme: ma per questa ragione appunto io non solamente mi discosto, ma del tutto mi divido dalla vostra, non so se invidiosa e maligna, ma certissimo stravolta opinione, che avete conceputa dell'immortale, ed in ogni tempo celebratissimo Ferrarese; e siccome, mentre avete voi favellato, non siete stato giammai da me interrotto, così usate meco altrettanto di cortesia nell'udire le ragioni, per le quali pretendo che voi siate in un manifestissimo errore. Nè dubitate che io sia per dilungarmi troppo; perchè (conforme vi è noto) il vizio, o forse la necessità d'essere oltre modo prolisso, egli è per ordinario il solito rifugio di tutti coloro, che conoscendo di avere il torto, si lusingano di oscurare la verità con le ciarle. Voi avete detto, che nel dilettare principalmente consiste la bellezza del Poema epico, e che la novità e la maraviglia, il verisimile e il finto ben regolati e ben tessuti, cagionano una soavità ed un piacere così maraviglioso nelle menti degli uomini, che li leva affatto fuora di se stessi, e li conduce dovunque aggrada all'ingegnoso Poeta: ed in prova di questo raro mescuglio di mirabile e di verisimile, avete portato il cangiamento di Niobe in sasso; cosa rara, come ognun vede, e perciò maravigliosa, ma fattibile, perchè operata da un Dio, e perciò verisimile. O siate mille volte benedetto! e udite pazientemente quello che sono per dirvi. Se quel Poema sarà il più bello ed il più compiuto, che arrecherà diletto maggiore; bisognerà pure che voi confessiate, che il Poema dell'Orlando Furioso sia sopra d'ogni altro bellissimo e perfettissimo. Ma voi crollate la testa, e sorridete? L'Ariosto (al vostro dire) con le sue fantasie ed immaginazioni bestiali si è tirato appresso tutta l'Italia; que' suoi Ippogrifi, quegl'incantesimi, que' sogni d'ammalati frenetici, che fanno compassione agli uomini di senno, si leggono da ogni genere di persona, non solamente senza nausea e senza ribrezzo, ma con una incredibile avidità e piacere. Alle mense de' gran Signori si cantano per rallegrarli le sue leggiadrissime Ottave; ne' ridotti degli uomini letterati, chi recita l'impazzamento d'Orlando, chi le querele d'Isabella, chi le smanie di Mandricardo, chi il tradimento di Olimpia, e chi altro simile avvenimento. Ma che spendo più parole, e parlo di letterati e di signori? I marinai, i vetturini, le donnicciuole stesse, mentre quelli viaggiano, e queste tessono, scemano il peso delle fastidiose lor cure col cantare i versi dell'Ariosto; là dove del vostro Trissino, per nobilissimo Poeta ch'egli si sia, come spogliato di quel saporitissimo dolce, che tanto piace, non è alcuno che ne parli, ma viene egli consumato dalla polvere e dalle tignuole, e lasciato non altrimenti in un canto, che dagli amorosi giovani nelle strepitose feste di ballo alcuna curva vecchierella e bavosa. A che dunque, per vita vostra, attribuirete voi questa sfrenata voglia, che accende gl'Italiani tutti di leggere, o di udir leggere l'Ariosto, e quella avidità insaziabile di vederne, se essi potessero, il fine senza punto d'interrompimento? Non ad altro certissimamente che a quell'infinito piacere, che inonda gli orecchi e gli animi di tutti coloro, che lo leggono; il quale piacere (come voi pure diceste poco fa) è di tanta possanza, che ha tirato a se con la dolcissima sua violenza non solamente gl'Italiani, ma gli uomini ancora di là dall'alpi e dal mare: cosa appresso di me cotanto mirabile, che non ho parole da spiegare la stima e la venerazione, che io ho per quel gloriosissimo e divino Poeta. Poter di Giove! Quale bellezza mai Greca o Latina, vista e rivista dagli uomini, avventò così gran copia d'amorose fiamme ne' petti loro; come poco o nulla veduto (per così dire) ha di se l'Ariosto invaghito la maggior parte, e la più coltivata d'Europa? Imperocchè, toltine noi altri Italiani, e quelli tra di noi d'un gusto più raffinato nelle lettere, chi vi è o Francese o Spagnuolo, che possa mai essere un ottimo conoscitore delle tante bellezze, che fanno bellissimo l'Ariosto? Certa cosa si è che per molto studio che si faccia da noi in una lingua forestiera, non si giunge mai a penetrarne quell'ultima bellezza, che vi sanno conoscere solamente quelli, che in essa nascono, ed in essa si studiano di comparire. Se dunque i nudi segni, e senza bellezza di contorno, senza varietà di colori, senza aria, senza gradazione, e senza quella simmetria, che risulta dal tutto, hanno potuto tanto in quelle straniere nazioni, che maravigliosi amori avrebbero in esse risvegliato, se li potessero vagheggiare, siccome noi, nella loro perfezione e nella loro propria veduta? Ma discendiamo al particolare, e vediamo se veramente quelle, che voi chiamate stravaganze e bestialità nell'Ariosto, sono tali. Voi dite che quegl'Ippogrifi non li potete soffrire; ma non mi dite il perchè. Patite voi forse di vertigini? e quello immaginarvi di volare vi conturba forse e spaventa? Se questo egli è, purgatevi, e prendete a bere del vino amarissimo, dove abbia bollito per molto tempo l'assenzio: che così confortato di testa potrete leggere con quel piacere, che leggo io il volo del fortunato Ruggiero con la sua bellissima Angelica in groppa. Ma se poi vi dispiace come una finzione non verisimile; per questo motivo avete il torto, sì perchè appresso i Poeti è antichissimo il cavallo Pegaseo, sì perchè il forte Perseo assai prima di Ruggiero aveva liberata, stando sopra d'un alato cavallo, Andromeda legata al duro scoglio. L'anello, che rendeva invisibili tutti coloro che sel tenevano in bocca, l'armi fatate, i palagi incantati, e cose simili, voi li chiamate sogni e delirj d'ammalati frenetici. Non è così? Ma ditemi per vita vostra: per qual motivo ho io da lodare come bellissimo il ritrovamento di cangiare Niobe in sasso, e debbo vituperare tutte queste altre invenzioni dell'Ariosto? Perchè (dite voi) nel cangiamento di Niobe vi ebbe mano alcun Dio. Ed io vi soggiungo, che nelle cose straordinarie dell'Ariosto vi hanno avuto mano ben parecchi Demonj, la potestà de' quali ella è infinitamente maggiore di quello, che noi possiamo pensare. Sicchè nè pure per questo capo si rende l'Ariosto spregevole. Vi danno fastidio i giganti? Ma forse temete voi di essere condannato a rivestirli, e fare loro le spese? Sono essi forse un ritrovamento dell'Ariosto, di modo che solo abbiamo avuto notizia di costoro per mezzo suo? Essi (come ben sapete) sono antichissimi, ed è di Fede, che sonvi stati. Ma (direte voi) non così grandi. State zitto, che hanno bevuto più grosso di noi i nostri antichi; e basti per convincervi quel solo gigante, chiamato Encelado, che tiene il capaccio sotto il Vesuvio, la sterminata pancia nel mare, e le grandissime cosce co' mostruosi piedi sotto Etna: che se siete buon Geometra, voi vedrete che egli è un gigante da non misurarsi col passetto, ma con la scala de' gradi a maniera delle provincie. Ora di questi l'Ariosto non solo non n'ha veruno, ma a mettere tutti i suoi giganti insieme per largo e per lungo, non prenderebbero tanto spazio, quanto vi corre dal bellìco all'inforcatura di questo sol gigantaccio. Ma che accade, che io più mi distenda sopra di ciò; quasi che voi non sappiate che sorta di smisurati bestioni fu quella, che mosse la formidabile guerra a Giove; dalle mani de' quali uscivano sassi così sterminati, che se cadevano in mare, formavano l'isole, e se cadevano su la piana terra, formavano i monti. Tutte cose, padron mio garbatissimo, da fare sbalordire un mulino a vento che sempre gira, non che un uomo di qualche senno; e pure sono migliaia d'anni, che sono state dette, e forse credute, e nessuno fino a qui si è preso collera, nè si è voluto sbattezzare per causa loro, conforme per molto meno mi avete cera di volere far voi.

Della bravura poi delle Bradamanti e delle Marfise, che a voi pare sì stravagante, e che vi rivolta lo stomaco, e v'amareggia il palato, io non voglio parlarvene; perchè non merita riguardo alcuno questo vostro dispiacimento, essendoci state infinite donne, e nella destrezza delle persone, e nel valore dell'armi celebratissime. Ma penetriamo un poco la materia più a dentro, e vediamo che cosa hanno preteso i Poeti con queste loro invenzioni.

Questi draghi fatati, questi incanti, Questi giardini, e libri, e corni, e cani, E uomini salvatichi, e giganti, E fiere, e mostri ch'hanno visi umani, Son fatti per dar pasto agl'ignoranti: Ma voi, che avete gl'intelletti sani, Mirate la dottrina, che s'asconde Sotto queste coperte alte e profonde. Le cose belle, preziose e care, Saporite, soavi e delicate Scoperte in man non si debbon portare, Perchè da' porci non sieno imbrattate. Dalla natura si vuole imparare, Che ha le sue frutte, e le sue cose armate Di spine, e reste, e ossa, e buccia e scorza Contro la violenza, ed alla forza Del ciel, degli animali e degli uccelli; Ed ha nascosto sotto terra l'oro, E le gioje, e le perle, e gli altri belli Segreti a gli uomin, perchè costin loro: E son ben smemorati e pazzi quelli, Che fuor portando palese il tesoro Par che chiamino i ladri e gli assassini, E il diavol, che li spogli e li rovini. Poi anche par, che la giustizia voglia, (Dandosi il ben per premio e guiderdone Della fatica) che quei che n'ha voglia, Debba esser valente uomo, e non poltrone; E pare anche che gusto e grazia accoglia A vivande, che sien per altro buone, E le faccia più care e più gradite Un saporetto, con che sien condite. Però quando leggete l'Odissea, E quelle guerre orrende e disperate, E trovate ferita qualche dea, O qualche dio, non vi scandalezzate: Chè quel buon uomo altro intender volea Per quel che fuor dimostra alle brigate, Alle brigate goffe, agli animali, Che con la vista non passan gli occhiali. E così qui non vi fermate in queste Scorze di fuor, ma passate più innanzi; Che se esserci altro sotto non credeste, Per dio areste fatto pochi avanzi, E di tenerle ben ragione avreste Sogni d'infermi e fole di romanzi. Or dell'ingegno ognun la zappa pigli, E studi, e s'affatichi, e s'assottigli. (Berni, Orlando Innamorato, l. I, c. 25)

Sicchè dunque, per venire alla conclusione, non è poi l'Ariosto un Poeta così triviale, come lo fate: anzi se non volete impugnar la verità conosciuta, egli è senza fallo uno de' primi lumi della volgar Poesia.

Forse soggiungerete: Egli non ha osservate tutte le regole, che sono state poste al componimento del Poema epico, e che però per dolce e soave ch'egli si sia, non gli si debba guardare in viso; anzichè di gran lunga posporlo a qualunque Poemetto arido e disgustoso, ma fatto con regola. Su questo punto io non voglio attaccar briga nè con voi, nè con altri; ma servirà per rispondervi (quando mi promettiate di non averlo per male) la narrazione d'un certo Apologo, che a me pare che al caso nostro mirabilmente egli faccia.

Avete dunque da sapere, che vennero un giorno a lite fra di loro, a cagione del canto, il Rusignuolo e il Cuculo, stimandosi l'uno all'altro d'essere superior di gran lunga. Diceva il Cuculo, che il suo canto era continuato, naturale, e con misura? Il Rusignuolo asseriva aver egli assai più armonia di quella, che qualunque altro uccello s'avesse: e quindi per non venire alle brutte, si conchiuse tra di loro di rimettere il loro litigio al giudizio d'un terzo, qualunque si fosse; e preso il volo, nel passare sopra un verde prato, vi scorsero un solennissimo Asino con un pajo d'orecchi, che erano poco meno di mezzo braccio l'uno. Onde tutto lieto il Cuculo: Non andiamo più innanzi (disse al Rusignuolo) che i pietosi Dei ci hanno fatto dare nel giudice; perchè consistendo tutta la scienza di questa materia nell'udito, chi meglio di lui potrà dare una giusta e ben proporzionata sentenza? E detto fatto, se ne volarono sopra un basso arboscello di pere, e sopra i suoi rami, stretti su l'ale si stettero, e quindi umilmente pregarono l'Asino che dar volesse un incorrotto giudizio sopra la loro quistione. L'Asino, che aveva più voglia di mangiare, che di fare da giudice, appena alzò la grave testa da terra, e ritornolla ad abbassare, e date un pajo di strepitose crollate d'orecchi, fece capire a' due litiganti, che per quel giorno non teneva giustizia: ma essi lo pregarono tanto, che egli per fine levatosi dal pascolare, tenendo alta la testa, e gli orecchioni ritti ritti, a maniera di lepre quando cammina: Cantate via (disse loro) e spacciatevi; che come ascoltati io vi averò, vi dirò subito il mio debole sentimento. Il Cuculo si mise il primo in assetto, e disse: Attendete ben, Signor giudice, alla bellezza del canto mio, che in questo punto udirete; e sopra il tutto badate all'artifizio, con cui lo compongo. E quindi fatto otto o dieci volte cu cu, gonfiatosi alquanto, e scosse tutte le sue penne, si tacque. L'Usignuolo allora senza usare verun proemio, incominciò il suo graziosissimo gorgheggiare, e tanta varietà, bellezza, armonia risultava da' suoi soavissimi versi, che non vi era fiera in quei boschi, che tratta dall'incredibile dolcezza che da loro pioveva, a lui non corresse; e nel mentre che egli s'andava vieppiù nel suo canto ingolfando, il giudice annoiato dalla lunga pruova, mandato fuora un villanissimo raglio: Egli può essere (disse al Rusignuolo) che il tuo canto abbia più grazia di quel del Cuculo; ma quel del Cuculo ha più metodo.

La favola significa. Padrone mio bello, che secondo la sentenza di quel giudice da quattro piedi, io ho tutti i torti, e voi avete tutte le ragioni; e siccome io non m'affanno per aver perduta la causa, così prego voi a non v'incollerire per averla vinta: anzi vi consiglio a darvi pace, e stare allegro, e ad industriarvi a sputar dolce, con tutto che mastichiate del fiele; e giacchè ho preso qualche confidenza con voi, e che a dirvela giusta non mi fate punto paura, vi vo' dire in segreto una cosa che vi farà certamente maravigliare. Quel Poema, che v'ha mosso i vermini, e v'ha fatto tanto scorrubbiare contro di me e contro del mio amico, sappiate ch'egli è farina del mio sacco, opera delle mie mani, e in una parola che l'ho fatto io, e l'ho fatto a pezzi e bocconi, conforme m'è paruto e piaciuto, e sono andato avanti (come si suol dire) a occhi e croce, nè ho pensato più che tanto alle regole, ed a' precetti, ma solamente ho avuto un certo discernimento di non fare qualche cosa di mostruoso, cioè a dire di non fare un corpo con cinque o sei capi, ma con un capo solo, e così dell'altre parti, che, data proporzione, ad un ben fatto corpo convengonsi. Del resto io non ho avuto altro fine, che di piacere, e principalmente a me, e poi di mano in mano a coloro, che forse una volta lo leggeranno. Imperocchè gli uomini, quando sono veramente oppressi o dal peso delle fatiche o dalla malvagità della fortuna, o dalle pubbliche cure, vogliono rallegrarsi: e siccome la maestra natura conduce quasi a mano gli animali tutti a cercare quella sorte di cibo, che loro più si confaccia; così per la medesima siamo internamente mossi nell'avvilimento dello spirito a cercare di conforto e di sollievo, ne alcuno ve n'è più atto, nè più efficace a rallegrarci in un subito, che d'un grazioso componimento poetico. Onde se questa mia operetta verrà mai ad ottenere un fine così discreto ed umano; vi giuro che ne sarò contentissimo, assicurandovi che verun conto non farò mai di quello, che possiate dir voi, o gli uomini, siccome voi, quando fate un giudizio così pazzo e bestiale del più celebre e del più ragguardevol Poeta, che abbiamo. Ciò detto mi tacqui: ed egli ad un tratto nelle sue smanie tornato, senza altro dirmi partissi.

Ed eccovi narrata, Aci reveritissimo, la dolente, ma vera istoria delle mie non pensate avventure. Quello che da questa inimicizia sia per venirmene addosso, io non lo so. Di ragione non avrebbe da farmi altro insulto, che di dir male di me e dell'opera mia; nel qual caso vorrei un poco d'ajuto, perchè io non so veramente, se gli abbia risposto bene o male: e non ve ne maravigliate, perchè oltre al sapere io poco o niente di tutto, e massime di queste materie, e l'essere stato colto da lui all'improvviso, non ho tempo da respirare, non che da mettermi in istato da pormi a tu per tu con gli uomini letterati. Però voi che sapete tanto, e che state in un paese, dove le belle arti e i leggiadrissimi studj hanno preso casa e ci covano, e le muse tutte con sicurezza e con diletto soggiornano, aiutatemi quel più che potete, ed avvisatemi se ho detto cose da non poter sostenere; perchè in quel caso io non m'ostinerò certamente in difendermi, ma confesserò d'avere il torto, massime quando mi venga detto da voi. Subito che potrò, manderovvi questo benedetto Poema, quale voi leggerete con tutta segretezza; e se vi parerà che egli non abbia il viso di dietro, e che possa fare ancora egli la sua comparsa, e noi ne faremo la mostra: se poi ne giudicherete altrimenti, o noi ne faremo un bel falò, o non ci mancheranno buchi dove appiattarlo. Conservatemi la vostra stimatissima grazia, e perdonatemi la confidenza e l'ardire: ma come sapete, il bisogno per lo più ha sempre poca creanza, e la necessità non ha legge; e resto tutto vostro.

RICCIARDETTO

CANTO PRIMO

ARGOMENTO

Il re de' Cafri intima un'aspra guerra A Carlo Mano per placar Despina. Stella insegna ai guerrier nella sua terra Dell'incantato vin la medicina. Rinaldo l'oste e i due giganti atterra: Fa della maga una crudel cucina. Ai cari amanti il primo aspetto rende; E dal corrier la nova guerra intende.

1

E' mi è venuta certa fantasia, Che non posso cacciarmi dalla testa, Di scriver un'istoria in poesìa, Affatto ignota o poco manifesta. Non è figlia del Sol la Musa mia, Nè ha cetra d'oro o d'ebano contesta: È rozza villanella, e si trastulla Cantando a aria, conforme le frulla.

2

Ma con tutto che avvezza alle boscaglie, E beva acqua di rio e mangi ghiande, Cantar vuole d'eroi e di battaglie, E d'amori e d'imprese memorande; E se avverrà che alcuna volta sbaglie, Piccolo fallo è in lei ogni error grande, Perchè non studiò mai, e il suo soggiorno Or fu presso un abete, or presso un orno.

3

E in tanto canterà d'armi e d'amori, Perchè in Arcadia nostra oggi son scesi Così sublimi e nobili pastori, Che son di tutte le scïenze intesi; Vi son poeti, vi sono oratori Che passan quelli degli altri paesi: Or ella, che fra loro usa è di stare, Si è messo in testa di saper cantare.

4

Ma, come voi vedrete, spesso spesso S'imbroglierà nella geografia, Come formica in camminar sul gesso, O sulla polve, o farina che sia; O come quel pittor ch'alto cipresso Nel bel turchino mare colorìa, E le balene poi su gli erti monti: Così forse saranno i suoi racconti.

5

Ma non per questo maltrattar si dee, Nè farle lima lima, e vella vella. La semplicetta non ha certe idee Che fan l'istoria luminosa e bella; Nè lesse mai in su le carte achee, Ovver di Roma o di nostra favella Le cose belle che cantâr coloro Ch'ebber mente divina e plettro d'oro.

6

Ma canta per istare allegramente, E acciò che si rallegri ancor chi l'ode; Nè sa, nè bada a regole nïente, Sprezzatrice di biasimo e di lode, Qual tiranneggia cotanto la gente; Che v'è infino chi l'ugna si rode, E il capo si stropiccia, e 'l crin si strazia, Per trovar rime ch'abbian qualche grazia.

7

Voi la vedrete ancor (tanto è ragazza) Or qua, or là saltar come un ranocchio: Nè in ciò la biasmo, nè fa cosa pazza; Chè dagli omeri infin sotto il ginocchio La poesìa ha penne, onde svolazza, E va più presto che in un batter d'occhio Or quinci, or quindi; e così tiene attente L'orecchie di chi l'ode, e in un la mente.

8

Così veggiamo nel furor dell'armi, Tra il sangue, tra le stragi e le ruine, In un momento rivoltarsi i carmi Ai dolci amori, e quindi alle divine Cose, e parlar di templi e sagri marmi; Indi volare su l'onde marine, E raccontar le lagrime e il cordoglio D'Arïanna lasciata in su lo scoglio.

9

Ma già si è posta in man la sua zampogna, E canta sotto voce, e non si attenta. Non la guardate ancor, chè si vergogna, E come rosa il volto le diventa; Ma presto passa un poco di vergogna: Principiato che ell'ha, non si spaventa; E già incomincia. Or noi dov'ella siede Taciti andiamo ed in punta di piede.

10

Io vo' cantare una guerra crudele Che lessi un giorno su certa scrittura, Che non so s'è mendace o pur fedele; So bene che colmommi di paura Il suon delle afflittissime querele Degli assediati dentro delle mura Di Parigi da tanta orribil gente Venuta qui da Levante e Ponente.

11

L'aütore che scrive questa istoria È nomato maestro Garbolino, Il qual la vide e ne tenne memoria, E la scrisse in volgare ed in latino. Il padre mio, che d'aver libri ha boria, Comprolla da un pastor del Casentino, Che in casa nostra venne per caprajo, E diegli in cambio un par di scarpe e un sajo.

12

Narra dunque costui gli sdegni e l'ire D'Africa e d'Asia contro Carlo Mano; E dice che de' Cafri il fiero sire Con l'orrendo Lappone e l'inumano Negrita, ed altri ch'or non voglio dire, Ebbero in cuor di spegnere il cristiano Seme, e ne' sagri venerandi tempj Erger idoli infami, iniqui ed empj.

13

Ma voglio, prima che m'esca di mente, Dirvi, che quando io parlerò d'amore, Non vi cadesse in animo nïente, Che io abbia mai sentito il suo valore; Non so se grato sia, o dispiacente: Libero sempre ebb'io l'animo e 'l cuore Da' lacci suoi; e nel parlar di lui Non dico i casi miei, dico gli altrui.

14

Finita appena era l'orribil guerra Contro di Carlo, tanto nota al mondo, Che l'inferno di nuovo si disserra A' danni suoi, e muove a tondo a tondo I Saracini di ciascuna terra, Per cacciare Parigi e Francia al fondo. Udite or come e da quali cagioni Nacquero queste nuove dissensioni.

15

Lo Scricca, re de' Cafri, aveva un figlio Robusto sì, che un Ercole parea, E di color sì candido e vermiglio Da innamorar la bella Citerea. Costui, vago di risse e di periglio, In Francia andò dove la pugna ardea; E combattendo un giorno a petto a petto, L'uccise finalmente Ricciardetto.

16

Una sorella sua, detta Despina, Che avea per occhi due lucenti stelle, E ch'era col german sera e mattina, E sì l'amava che le genti felle Stimavan che gli fosse concubina; Udendol morto, si graffiò la pelle, Si svelse i crini e si stracciò la veste, E diè bando alle giostre ed alle feste.

17

E tanto seppe dire al genitore, Che a vendicare il figlio si dispose. Nella corte di lei tratte da amore V'eran alme guerriere e generose. Despina a quegli in dono offerì il core, Che con le mani lorde e sanguinose Le avesse fatto dono della testa Di Ricciardetto, a lei tanto molesta.

18

Bulasso, de' Negriti orrido sire, Gigante smisurato e pien di possa, Fece la sua terribil gente unire All'esercito Cafro, e seco mossa La volle di persona egli seguire; Ed ha una mazza più che trave grossa, E scotendola avanti alla regina, Dice: Questa ha da far la medicina.

19

Del Soldano d'Egitto un figlio ancora Vi fu che per Despina era consunto; Il qual partissi subito in quell'ora Per girne al padre, e formare in un punto Gente da guerra che Macone adora: E lo Sgraffigna setoluto e smunto, Che impera alla Lapponia e d'amor geme, Le promise di por sua gente insieme.

20

Di venturieri poi e di cadetti Racconta il Garbolin che fur seimila. Chi raggiusta le selle e chi gli elmetti, E chi per lo timor fa Marco sfila. Si rallegra Despina a questi oggetti; Chè già le sembra di troncar le fila Della vita di lui che il suo germano Le tolse, e diello a crudel morte in mano.

21

In questo mentre, come far si suole Da' villanelli dopo il verno crudo, Che, coronati il capo di vïole, Vanno formando col piè scalzo e nudo Sovra l'erbette amorose carole; Così le acute lance e il grave scudo Aveano appeso i paladini al muro, Tenendo in pace il lor viver sicuro.

22

E chi cantava della Senna in riva, Sedendo all'ombra delle verdi piante; E chi adornato della bianca oliva, Assiso a mensa, di buon vin spumante Di cristal di Muran le tazze empiva; Ed ogni donna col suo saggio amante Stavasi in gioja, e benediva il giorno In cui la pace a lor fece ritorno.

23

Sol Carlo era doglioso per l'avviso Ch'egli ebbe dell'orribile pazzìa D'Orlando; e di cercarlo ebbe in avviso: Ma tutta quanta la sua baronìa Pregollo con gran lagrime sul viso, Ch'ei stesse fermo, e che andato sarìa Ciascun di loro a ricercarlo; e tosto Alla partenza ciascun fu disposto.

24

Chi vêr Levante andò, chi vêr Ponente. Rinaldo volle ir solo; in compagnìa Andaro gli altri, e fur parecchia gente. Di Persia prese Rinaldo la via; Astolfo, Alardo e Ricciardo valente Preser la Spagna, ove credon che sia; Olivieri e cento altri paladini S'indirizzaro per altri cammini.

25

In compagnia di Carlo appena trenta Paladini restaro in arme chiari: Quando dopo due mesi si presenta Alla corte un araldo, e in sensi amari Spiega come lo Scricca gli appresenta Guerra crudele; e però si prepari; E che vuol morto ciaschedun Cristiano, O gli si dïa Ricciardetto in mano,

26

Che diede morte all'unico suo figlio. Rispose Carlo: Al tuo signor ritorna, E digli che crudele è il suo consiglio, E folle insieme, e che equità non orna. Se Ricciardetto fece il suol vermiglio Di quel sangue che il senno a lui frastorna, Ne incolpi la Fortuna, che talvolta Sdegnata e pazza contro i suoi si volta.

27

Ricciardetto non è campion da frode: Pugnò con lui come pugnare è uso Guerrier che merca a sì gran rischio lode; Nè in dirti questo, io mi difendo o scuso: Ciascun de' miei soldati assai più prode È de' suoi Cafri; nè l'orribil muso, Nè le gran membra o la strana figura Agli uomini di Francia fan paura.

28

Digli ch'ei venga pure, e che su' merli Di Parigi vedrà fanciulli e spose, Che su vi monteranno per vederli. L'araldo freme udendo queste cose, E dice: Come falco addosso ai merli Verrà lo Scricca sopra l'orgogliose Genti francesche; e che spera fra poco Veder tutto Parigi in fiamma e foco.

29

Vassen l'araldo; e Carlo fa consiglio Co' suoi baroni, e si parton gli uffizj. Chi ha un impiego e chi all'altro dà di piglio; Chi bada ai muri, e guarda se hanno vizj; Chi pensa della fame al gran periglio, E grani ammassa e vieta gli stravizj; Chi avvisa i paladini con staffette, Che vanno come avesser le pecette.

30

Ma lasciam questi, e seguitiam la pesta Di Ricciardetto, d'Astolfo e d'Alardo, Che van cercando con la faccia mesta Orlando pazzo, il paladin gagliardo, E in ogni parte ne fanno richiesta; Ma avviso non ne trovan se non tardo: A quel però, che ponno immaginare, Credon che in Spagna certo egli abbia a stare.

31

Passano i Pirenei e Catalogna, E presto presto sono in Aragona: Qui senton cosa, che alle lor bisogna Molto confassi, da certa persona Che narrò loro, come in una fogna Ritrovò il conte in su l'ora di nona Presso a Valenza ne' giorni passati, Che urlava peggio degli spiritati.

32

Piegaro su la manca a questo dire I paladini; e, secondo l'intesa, Verso Valenza incominciarno a ire. Un dì nel gran deserto d'Oropesa Più assassini li vennero a assalire, E fecero una nobile difesa: Astolfo sol con la lancia fatata Gittò per terra tutta la brigata.

33

Già il Sol baciava il volto alla marina, E gli alti monti si faceano oscuri; E gli augelletti alla selva vicina Volavano su' rami più sicuri, Timorosi d'insidie o di rapina; E i pigri tassi fuor de' lor tuguri Moveano il piede; e i pipistrelli e i gufi Lasciavan lieti gl'incavati tufi:

34

Quando videro un fuoco non lontano, E s'avvisâr che fossero pastori. Là vanno; e loro viene incontro un nano Che porta in mano tre mazzi di fiori; E da lui salutati in atto umano, Disse: Mi manda a voi, cari signori, La mia padrona, e vi presenta questi Mazzi, che son di mille fior contesti.

35

Questa, se nol sapete, è la più bella Donna che in Spagna mai si sia veduta: Ella ha sotto di sè terre e castella, Ma non cerca marito, e lo rifiuta; Il nome suo egli è madonna Stella: Se canta, un usignuolo si reputa; Se balla, agli occhi di ciascuno appare Clori per l'aria, o Galatea sul mare.

36

Astolfo, a questo dir, si mette in tasca La mano, e trânne fuora un pettin rado, E me' che sa i suoi capelli sfrasca, E si rende pulito come un dado. Ridono i due e dicono: Che frasca È mai costui! egli è del parentado Certamente di Venere e d'Amore, Che ogni donna gli ruba e senno e core.

37

In ciò dicendo, ecco da mille e mille Accese faci che sono incontrati, Giovani vaghe con liete pupille Portano in mano i bei doppier dorati; E con strumenti confacenti a ville Si fan più sinfonìe sopra que' prati; E la padrona poi in mezzo a quelle Viene, e sembra la luna infra le stelle.

38

Era vestita d'un color celeste, E il biondo crin legava un nastro d'oro: Nude le braccia avea, corta la veste; Ma non perdeva grazia nè decoro: Una cetra d'avorio con due teste Di cigni (e Dafne mi parea fra loro) Aveva al collo, che sì bianco egli era, Che latte e neve appresso lui par nera.

39

Ella cantando disse: O dolce, o bella, O santa libertà, quanto sei cara! Per oro, per cittadi o per castella Ben si compra e mal vende così chiara E nobil merce. Libertade è quella Che noi dispoglia d'ogni cura amara: Ella sol basta a fare in ogni stato Un uom, d'afflitto e misero, beato.

40

Ma quella libertà vie più s'apprezza, Che siede qual regina in mezzo al core; Libertà lieta, che dileggia e sprezza Tutt'i legami del crudele Amore. Felice chi da piccolo s'avvezza A non curare questo traditore! Io l'ho sempre fuggito, e nol conosco, Amica sol di questo ombroso bosco.

41

Ma quando a sè vicini ella gli scorse, Ruppe il bel canto, e con gentil sorriso Verso di lor nè camminò nè corse; Ma venne con tal grazia e con tal viso, Che Astolfo i labbri per stupor si morse, E disse: Amici, siamo in paradiso: Sì bel suon, sì bel canto e sì bel muso Delle mortali cose ên fuor dell'uso.

42

E qual fortuna, disse, o cavalieri, Al bosco della Stella v'ha condutti? Se piacer di falconi o di levrieri V'ha stimolati, e a qua venire indutti, Son certa ch'io vi do mille piaceri, Chè a cacce son tutti costoro istrutti; Ma, dalla caccia in fuori, mi è negato Darvi piacer che appaghi il vostro stato.

43

Ninfa del terzo ciel, rispose Astolfo, Non parliam di levrieri e non di falchi, Chè in piaceri di cacce non m'ingolfo; Nè fia che presso alle lepri cavalchi, Quando m'abbatto per lanciato golfo In tal fortuna; chè se tutta io calchi La terra a tondo, non avrò l'eguale Di veder questa tua beltà immortale.

44

E qui diede un sospiro e si fe' rosso. Ad entrar nel suo nobile palazzo Ella gl'invita, e loro avanti ha mosso Il piede; e Astolfo, per amor già pazzo, Le va sì presso, che l'è quasi addosso, E le dice all'orecchie: O ch'io m'ammazzo, O che voi mi guardate in dolce guisa, Occhi, che avete la mia pace uccisa.

45

Tira avanti la donna, e non risponde; Ma sottocchi le astute damigelle Co' labbri chiusi al riso fanno sponde. Mense fra tanto sontuose e belle Apparecchian le giovani gioconde. Astolfo, fiso nelle vaghe stelle Di quel cielo che tanto l'innamora, Non bada a nulla, e quelle solo adora.

46

Ricciardetto lo scuote, ed ei non sente. Fuma la mensa; e madonna s'asside, E gli altri seco; ma Astolfo nïente Si muove, e lei riguarda, e or piange, or ride. Alardo fuor di modo n'è dolente: Donna Stella, che di questo s'avvide, Disse: Guerriero, sta pur di buon cuore, Ch'io guarirollo presto dall'amore.

47

E gli diede una noce del Brasile, E disse: Quando nel letto si corca, Con punta di coltel sottil sottile, Trattane pria la scorza nera e sporca, Una dramma ne raschia, e in vin gentile L'infondi e sbatti, e fanne come morca; E con questo gli bagna e bocca e petto, E seguiranne il desïato effetto.

48

La dolce madre mia, che fu sì bella, E che amò tanto il caro suo consorte, Che l'Artemisia in paragon di quella Odiava il suo (or ve' s'egli era forte), Quando il furore della nostra stella Miseramente lo condusse a morte, Per l'acerbo dolor divenne tale, Che a tutta Spagna ne sapeva male.

49

La meschina ridotta in pelle ed ossa Era, e i begli occhi non vedean più lume; Sparute eran le guance, ed una fossa V'avean lasciata, ove correva un fiume Di pianto che m'avea tutta commossa. Or mentre avvien che così si consume, Capita in casa nostra una mattina Un vecchio dell'Olindica marina;

50

E dice: Se d'amor guasta è costei, Io guarirolla; e, presa questa noce, Fe' tutto quello prestamente a lei, Ch'io t'ho narrato: ed ecco che la voce Torna più chiara, e tornan lieti e bei Gli occhi; nè son di lagrime più foce: In fin non era ancor passato un anno, Che tornò come prima, e senza affanno;

51

Perchè ha virtù di far dimenticare La cosa amata; e disse che la fece Próteo per una sua ninfa del mare, Che mentre ama un pastor, che a lei non lece, E per marito non lo può pigliare, In poco tempo tutta si disfece: Onde ei con questa noce rassettolla, Ed ella poscia un giorno a me donolla.

52

Donolla a me, che sopra d'uno scoglio Sedea piangendo il mio crudel destino; Chè bella donna, ma piena d'orgoglio, Amava io tanto, che sera e mattino Mi moriva d'affanno e di cordoglio, Perchè m'odiava lontano e vicino. Ella, mossa a pietà del mio tormento, Mi fe' quel dono; e ne restai contento.

53

Quindi soggiunse che alla vaga Eléna Altra ne diè che, stemprata nel vino, Toglieva ogni dolore ed ogni pena. Agamennon la bevve, e il picciolino Telémaco; e fe' lor bella e serena Tornar la fronte; e l'ire del destino E i passati travagli si scordaro In ber quel vino così buono e raro.

54

Ciò detto, s'alza la gentil donzella Da mensa, e prega la notte felice A ciascuno, e ciascun la prega ad ella. Astolfo a lei pian pian s'accosta, e dice: Ove mi lasci, o desïata Stella? Se parti, io resto misero e infelice. La donna finge non udirlo, e parte; E dice a Alardo non so che in disparte.

55

Prendono in mezzo Alardo e Ricciardetto L'innamorato Astolfo che sospira, E si vuol trarre il cuor di mezzo al petto, E mandarlo a madonna che il martira. Essi ridendo gli fanno dispetto. Ed ebbe dal dispetto a nascer l'ira; Ma temperò lo spirito feroce Il fatto a tempo impiastro della noce.

56

Appena l'incantata raschiatura Toccògli il caldo petto e l'arsa bocca, Che di madonna Stella non si cura, E gli par brutta, attempatella e sciocca; E dice: Non guastiam nostra ventura In soffermarci in questa biccicocca. E' dorme un par d'orette, e pria del giorno Sveglia i compagni suoi a suon di corno;

57

E dice: Si fa tardi; andiamo via; Andiamo a ricercar del nostro conte. Rispose Alardo: Da maggior pazzìa Noi te guarimmo con le grazie pronte Di questa ninfa così bella e pia. Un segno della croce in su la fronte Fassi Astolfo; e non sa che dir si vuole L'oscuro suon di quelle sue parole.

58

Ma per la via noi ti diremo il tutto, Ripreser quelli; ed intanto vestiti Lascian l'albergo, e l'incantato frutto Riportaro a madonna; ed infiniti Complimenti le fêr; che ognuno istrutto Era ne' modi civili e puliti. Ma lasciam questi, e cerchiam di Rinaldo, Di cui non v'è chi in sella stia più saldo.

59

Se vi sovviene, egli partì soletto Vêr Persia, ed imbarcossi alla Rocella; E nell'Eusino con suo gran diletto Giunse sul comparire della stella, Che trasse sul dorato suo carretto L'amato vecchio colà dove bella Ell'è negrezza; io dico in Etïopia; E lì di sè gli fece dolce copia.

60

Sbarca in un porto, e subito domanda Per il destriero suo buon orzo e fava: Più non v'è piazza, osteria o locanda, Dov'ei non chiegga del signor di Brava: Ma nulla di lui suona in quella banda; E quanto cerca più, men ne ricava: Onde d'entrare in terra si dispone, E cercarlo per quella regïone.

61

Fatte ancor non avea diciotto miglia, Che vede in fuga molte vacche e buoi, E una villana candida e vermiglia Che piange, e strappa i rozzi panni suoi, Ed i ricciuti crini si scapiglia, E va gridando: Ahi miserelli noi! Si ferma il paladino; e in questo mentre Vede un serpente lungo e di gran ventre,

62

Che con la bocca aperta insegue e incalza La villanella che fuggendo stride. Allor di sella il cavaliero sbalza Al suolo, e il serpe con la lancia uccide. Ma la veloce pastorella scalza Non si rivolta; nè per quanto ei gride: Morto è il serpente; ferma il piè, fanciulla; Non ode mai, nè volgesi per nulla.

63

Onde egli segue il suo cammino; e intanto Gli si fa notte presso d'un castello; In una casa ode allegrezza e canto, E si figura sia un qualche ostello, E tale è appunto, ma meschino alquanto; Nulladimen la fame gliel fa bello. Smonta Rinaldo: e lieta assai l'accoglie, Dell'ostiero l'allegra e bella moglie.

64

Chiede da cena, e vuol stare in cucina, E dà di mano anche a girar l'arrosto; Chè vuol parer un uomo da dozzina: Ma l'oste che lo guarda di nascosto, S'avvede com'egli ha la pelle fina, Ed è sì ben della vita disposto, Che guerrier sembra da far molte prove, Tutte ammirande, e tutte eccelse e nove.

65

Onde, rivolto a lui, disse l'ostiero: Signor, se corrisponde il valor vostro Alla presenza d'illustre guerriero Potreste fare a questo luogo nostro Un gran piacere, e da un crudele e fero Orribil tanto e detestabil mostro Liberar noi e due gentili amanti, Che tiene questa fera in doglia e in pianti.

66

Disse Rinaldo: Non ho da far nulla, E l'ozio non alligna in casa mia; Dimmi il garzone e dimmi la fanciulla, Che tanto affanna questa bestia ria; E, come dir si suole, dalla culla Narrami questa istoria in cortesia; Chè dolce cosa ell'è fra le vivande Udire narrazioni memorande.

67

Hai da saper che Baccola è nomato Quel castello che sta qui sopra a noi: Questo era d'un signor bello e garbato, E grande e forte come sete voi: Per sua disgrazia pazzamente amato Fu dalla Fata Nera, che de' suoi Begli occhi e delle sue maniere accorte Ardeva sì, che ne correva a morte.

68

Ma egli che donato il core avea Alla Brunetta, che d'un gran villaggio, Ch'è presso al suo, signoria tenea, Presenti, preghi, nè tema d'oltraggio L'indussero a far quello che volea: Onde aspettò nel dì del maritaggio Di far questa crudele opra sì strana Che di simil non v'è memoria umana.

69

Quando vien la Brunetta in bianca vesta, Coronata il bel crin di gigli e rose, E va Baccola tutta in gioja e festa, Ecco la Fata che tra l'altre cose Mostra star lieta, ancor che stesse mesta. Saluta la Brunetta e le vezzose Compagne, e dice: Andate a più bell'agio; Chè lo sposo ancor è dentro il palagio.

70

E vuol che all'ombra di un alto cipresso Aspettin lui, che già venìa cantando; E quando vide che molto era presso Lo sposo a lei, che sola andava amando, Dal negro inferno le comparve un messo, Ch'acqua le diè del Tartaro nefando: D'essa gli sposi la crudele asperse E quella in cagna, in cervo lui converse.

71

E il cervo cominciò tosto a fuggire, E la cagna a inseguirlo; e son dieci anni Che provano ambiduo questo martìre, Nè v'è chi trarre lor possa d'affanni; Chè un erto monte bisogna salire, Erto così, che vi vorrebber vanni; E in cima poi evvi una grossa torre, Dove questa crudel vassi a riporre.

72

Di più vi stanno a guardia due giganti, Uno detto il Traggea, l'altro lo Striscia, Da far paura ancora agli angel santi: Sono vestiti di pelle di biscia, Ma pelle da stivali, e non da guanti; Ed hanno in mano una certa scudiscia, Che in suo paraggio un stollo da pagliajo Parrebbe un manichino di cucchiajo.

73

Or se potessi uccidere costoro, Vincer la rocca, e far colei prigione, Vedremmo usciti fuora di martoro La giovin bella e il nobile garzone, E ritornati alle sembianze loro. Disse Rinaldo: O ve' pretensïone! Che? sono un paladino di Parigi? E sorrideva sotto de' barbigi.

74

Io sono un uomo che non vaglio un fico, Ed ho paura infin dell'ombra mia; O pensa d'un sì orrido nemico, Come di' tu, che quella Fata sia! Io credo che il mio padre Lodovico E la mia madre madonna Lucia Nel generarmi, se mal non m'appiglio, Mangiasser sempre carne di coniglio.

75

E disse all'oste: Quei brutti giganti M'han messo tanto orrore questa sera, Che mi pare d'averli sempre avanti. Oimè, che sozza e spaventevol cera! Non dormo solo, affè di tutti i santi; Ma vo' dormire con la tua mogliera. Rispose l'oste con la faccia arcigna: Il mio non è terren da piantar vigna.

76

E preso in mano un pezzo di bastone, Pagami, disse, e vanne a precipizio. Rinaldo gli si butta ginocchione, E gli chiede perdon come un novizio; E l'oste che lo stima un bel poltrone, Gli affibbia un pugno sopra l'occipizio. A Rinaldo la flemma a un tratto scappa, E le gambe dell'oste afferra e acchiappa;

77

Poi s'alza, e a tondo per la stanza il gira, Come la fionda il giovinetto Ebreo, Con cui tutta fugò la gente Assira, E il gigante fierissimo abbatteo. La moglie di dolor piange e sospira; E tanto in lui il piagnere poteo, Che non l'uccise, ma lasciollo in forma, Che non sa dove sia, e par che dorma.

78

Quindi vanne alla stanza, e ponsi a letto; E al primo albór della vermiglia aurora Lascia le piume, e cingesi l'elmetto, E a piedi e solo dell'ostello fuora Esce, e dà d'occhio a un certo suo libretto, Che diegli in Francia una bella signora Che s'intendeva di stregoneria, Per saper questa impresa come sia.

79

E legge a carte settecento e tre Tutto questo negozio come sta; E che legare la Fata si de', E darle fuoco senza aver pietà; E le ceneri poi portar con sè, E in lunga lista spargerle colà, Dove la cagna e il cervo in su e in giù Vanno correndo, acciò vi passin su;

80

E nel passarvi lasceran le spoglie, Di cagna questa, e di cerviotto quello; E prenderà la sua Brunetta in moglie, E meneralla lieta al suo castello. Ma ve' che non t'inganni e non t'imbroglie; Chè se la sciogli, sei morto, fratello. Chiude il libro Rinaldo, e muove il piede Verso del monte, lo qual già si vede.

81

Un de' giganti che guarda la destra, Vedendo a sè venire il paladino: Vien, che vo' darti il pan con la balestra, Gli va dicendo in suo sciocco latino. E tu per Dio non mangerai minestra, Dice Rinaldo, e gli si fa vicino; A due mani il gigante un sasso prende, E glie lo tira; ed egli si difende,

82

E fa un gran slancio, e sotto se gli caccia, E lo ferisce presso all'anguinaglia Con quella spada che rompe e che straccia Ogni forte armatura, ogni gran maglia. Cade al suolo trafitta la bestiaccia; Mugge così, che irato toro agguaglia. Rimbomba il monte, e corre a quella voce L'altro gigante più di lui feroce.

83

Un lampo, un tuono, un fulmine parea; E venne addosso al cavalier sì ratto, Che volendo fuggirlo, non potea; E, quella trave sua alzata a un tratto, Tirògli un colpo, il qual se lo giungea, L'avrebbe certo in polvere disfatto; Ma Rinaldo lo sfugge, e fere lui Su' polsi, e li recide tutti dui.

84

Stride il gigante, e con i moncherini Vuol seguir la battaglia; ma ben presto Rinaldo il mena agli ultimi confini Del viver suo: onde il gigante lesto Dassi alla fuga come i malandrini Che han timor di galera o di capresto. Rinaldo il segue, ed in un tempo stesso Entrano nel castel l'un l'altro appresso.

85

E, nello entrar, ne' fianchi egli gl'immerge La spada, e grida: Traditor, se' morto. Parte cade il gigante e parte s'erge; Infin nel sangue suo, misero! assorto, Muor l'infelice. Ei la sua spada terge; Poi va più avanti, e vede in un bell'orto Una donzella che piange e sospira, E il cavalier tutta pietà rimira.

86

Non era ignuda e non era vestita, Candida sì, che il candido alabastro Sarìa paruto come calamita; I biondi crini non legava nastro, Ma givan tutti sciolti per la vita: Nè sì il notturno, nè il mattutin astro Fan bello il ciel col lume lor diviso, Come gli occhi di lei il suo bel viso.

87

Rinaldo a lei si accosta, ed ella trema, E tremando si fa più bella assai. A poco a poco s'infiacchisce, e scema Nel guerrier l'ira al lume di que' rai. La donna allora di malizia estrema Lo guarda, e manda fuori un flebil ahi, E dice: Cavalier d'alto valore, Abbi pietà del giusto mio dolore.

88

Rinaldo, a quel parlar tutto commosso, Si fe' di pietra, e gli cadde la spada: Allor la maga gli si lancia addosso; Nè più dagli occhi suoi cade rugiada, Ma esce un foco affumicato e rosso. In sè ritorna il paladino, e bada A sì gran mutamento, e si ricorda Del libro, e dà di man presto alla corda.

89

Quindi la lega, come il contadino Lega le frasche, quando le affastella; E, avvoltala ad un albero vicino, Le recide la bionda treccia bella: E allor, come mostrava il libriccino, Non parve più vezzosa verginella, Ma una vecchiaccia sporca e puzzolente, Bavosa, tutta grinze e senza un dente.

90

Rinaldo allor di legne una catasta Le pone intorno, e le dà fuoco; e in alto Il fumo sale, e con l'aria contrasta. Stride la vecchia, e far vorrebbe un salto, Quando sente la fiamma che la tasta; Ma sta legata, e muore al primo assalto Della fiamma vorace che la strusse, E in cener 'n un momento la ridusse.

91

Presto presto Rinaldo allor raccoglie Il cenerume, ed obbedisce al libro; Poi verso quella via il passo scioglie, Dove gli afflitti d'un stesso calibro Denno arrivar per loro affanni e doglie: E là giunto, riponlo in picciol cribro, E di sparger la strada s'apparecchia Del cener secco dell'infame vecchia.

92

Le terre più vicine avean veduto La morte de' giganti, e come entrato Era Rinaldo nel castello acuto, E n'era uscito come v'era andato, Libero e sano senz'alcuno ajuto; Corsero a lui, e fu da lor lodato: E in questo mentre ecco il cervo e la cagna, Che menan quanto posson le calcagna.

93

E nel passar sul cenere che fanno, Riprendono ambeduo la lor figura, E mille abbracci infra di lor si danno. Rimbomba il monte, il colle e la pianura Del miracol che veggiono; e non sanno Come andata si sia cotal ventura; Ma lor narra il guerrier cosa per cosa, E lui ringrazian lo sposo e la sposa;

94

E l'invitano a star con esso loro. In questo mentre ecco giunge un corriero, Che viene da Ponente, e di martoro Par nunzio; chè vestito egli è di nero. Rinaldo il guarda, e dice: Questi è il Moro Che vien di Francia. Ed egli: Alto guerriero, Carlo ti chiama; chè gli ha mosso guerra Il Saracino, e con assedio il serra.

95

Udito ciò, sen corre all'osterìa; Monta a cavallo, e ad imbarcar si torna Il buon Rinaldo, e dice: In fede mia, Vo' fiaccare a que' barbari le corna; Ma pria che giunga là dove desìa, Più d'un impresa nuova lo frastorna. Ma pria ch'io metta mano ad altre cose, Conviene che respiri e mi ripose.

CANTO SECONDO

ARGOMENTO

Rinaldo, per salvar Lucina bella Legata all'orno, i due gran rospi assale: Per la bocca entrò ad un nelle budella, E uscì dal culo senza farsi male. Arde Rinaldo ai begli occhi di quella; Ma il raffrena il timor del temporale. Trova ella nella grotta il suo Lindoro: Crede Rinaldo non star ben con loro.

1

Il cuor mi trema tuttavìa nel petto, Perchè ho timor d'aver cantato male, Nè avervi dato tutto quel diletto, Che avrìa voluto, al vostro merto uguale: Ma Febo non mi schiara lo intelletto, Nè con lo santo suo furor l'assale; Chè allor sarebbe il canto mio gradito, E sare' forse anch'io mostrato a dito.

2

Ma non andate via; solo ancor questo Novello canto udite; e fate poi Quel più vi piace, ch'io non vi molesto. Tutte le cose, siccome ancor noi, Han tenero principio, e presto presto Divengono fortissime da poi: Così crescendo questa storia mia Averà forse grazia e leggiadrìa.

3

Rinaldo, come detto si è di sopra, Udito Carlo Mano imperatore, E che tutto Parigi va sossopra, Di andarlo a ritrovar si mise in cuore; Ed in cercare una nave si adopra: Ne trova una di un veneto signore, Che passa in Grecia, e di Grecia in Ponente; Ond'ei vi sale, e parte immantenente.

4

Dopo una buona navigazïone, Ecco tempesta orribile e crudele, Che i nocchier mette in tal confusïone, Che senza alberi omai e senza vele Correvan tutti a certa perdizione. Chi prega Cristo, chi l'Angel Gabriele, Che cessar faccia l'impeto de' venti; E chi tarocca e bestemmia fra' denti.

5

In fin si calma l'orrida marina, E si trovano presso a Barberìa. Dice Rinaldo: Alla terra vicina Guidatemi, chè scendere vorrìa. E così fanno; e quando il Sol declina, Discende il fior della cavallerìa Nell'africana arena, e seco scende Il suo caval, che co' venti contende.

6

Parte la nave, ed ei solo rimane; Se solo si può dire un uomo forte, E che ha il demonio proprio nelle mane. Uomo temuto infino dalla Morte; Tai fece imprese memorande e strane. In giro mena le sue luci accorte, Ma non vede nè uomini nè case; Onde pensoso alquanto si rimase.

7

Splendea la luna, e gli usignuoli e i grilli, Chi sopra il buco e chi su gli arboscelli, Facevan dolci canti e dolci trilli: Quand'egli fra scoscesi burroncelli, Ove le acque divise in più zampilli Facevan grati mormorìi, tra quelli Spinse il suo fiero e nobile cavallo, Che niun de' quattro piè mai pose in fallo.

8

Camminando, alla fin gli si fe' giorno: E lungo tratto si trovò lontano Da Marocco in un largo prato adorno. Dove in mezzo del vago e verde piano Era un cotale e sì terribil orno, Che venti miglia e più dell'aër vano Prendea co' rami, e fea con l'ombre sue Riparo a mille bovi, e forse piùe.

9

A piè di questa smisurata pianta Vide legata una gentil donzella, Che i crini d'oro con la man si schianta, E si affligge e si affanna e si arrovella; Ma, come dir si suole, ai sordi canta: E, quel che par più cosa atroce e fella, Le vide star da dritta e da sinestra Due bestie, lunghe un tiro di balestra.

10

Eran questi due rospi velenosi, Grossi così, sì sporchi e disadatti, Che avrìan fatto di loro timorosi Non pur la donna degli angelici atti, Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi, E se altra è fera che in bosco si appiatti; Chè ognun di loro egli era fatto in guisa, Che avrìa co' morsi una balena uccisa.

11

Rinaldo biancheggiar vide all'oscuro La bella donna, come neve bianca, O come gelsomin candido e puro, La cui bianchezza per ombra non manca; E disse: Questo non mi par sicuro Cibo da bestie; e con la man non stanca Dà subito di piglio alla sua lancia, Ed un rospo colpisce nella pancia.

12

Hai tu visto, lettor, per gli spedali, Quando il chirurgo va col gammautte A tagliar porri, fignoli e cotali Morbi, che fanno gonfiature brutte; E giù la marcia piovene a boccali, Onde si ammollan le lenzuola asciutte? Tale ti pensa a giusta proporzione Il rospo aperto sopra il pettignone.

13

Fece un lago di marcia assai più vasto, Che non è quel di Biéntina o Fucecchio; Ed annegato vi sarìa rimasto, Ma in sì gran spazio non alzossi un secchio. La fera intanto per quell'aspro tasto Rabbiosa sollevò sopra l'orecchio Due lunghi corni; chè un sì fatto arnese Hanno i rospacci di quel reo paese.

14

E ritta su le due zampe di dietro, Con la bocca più larga di sei forni, E con gli occhiacci lustri come vetro, Lo qual di dietro una gran face adorni (Ma face da mortorio e da ferétro), Con urli che parean campane e corni, Lo aggraffigna e lo inghiotte (ahi caso crudo!) Col cavallo, con l'armi e con lo scudo.

15

Pensate or voi, se si rimase brutto Il povero Rinaldo a quel boccone: Fortuna che trovò il corpaccio asciutto Per quella piaga sopra il pettignone: Pur si rinfranca, e, invigorito tutto, Il suo buon Vegliantin batte di sprone, E corre a tutta briglia la gran pancia, E pel cul gli esce il paladin di Francia.

16

Si volse a rimirar ciò che stato era, Il rospo; ed in quell'atto nella fronte Gli diè Rinaldo tal percossa fera, Che fe' di sangue altro che fiume o fonte; E restò morto. Ma dell'altra fera Chi dirà l'ire e i fieri oltraggi e l'onte? Ella ha una pelle grossa un braccio e piùe, Tutta d'acciajo: guardilo Gesùe!

17

La giovinetta misera e dolente, In parte rallegrata in veder morta La spaventosa belva puzzolente, Or che vede in quest'altra esser risorta La morta suora, e far lei più possente, Si tapina, si affanna e si sconforta; E teme con ragion che non prevaglia Il suo campione in quest'altra battaglia:

18

E fa preghiere e voti ad Apollino, Che salvi lui in così dura guerra. Rinaldo intanto sovra l'acciar fino Dà con Fusberta, e colpo mai non erra. Ma che far può senza ajuto divino? Opra questa non è da un uom di terra; Onde ascolta dal ciel voce che dice: Sbarba, campion di Dio, quella radice

19

Che ha poche foglie, e statti al destro lato; E quando apre la sua terribil bocca, E tu la scaraventa nel palato, E subito vedrai che così tocca, Verralle un sonno sì spropositato, Che non la desterìa cannon di rocca: Allor le immergi la pungente spada Nell'occhio manco, e non più stare a bada.

20

Rinaldo corre presto alla radice, La svelse, ed a quel rospo l'accostòe, E fece come l'Angelo gli dice: Giù pel palato la scaraventòe. Si addormenta la bestia, e fa felice Col suo dormir Rinaldo, che montòe Sopra il gran rospo; e valoroso e franco La spada gli cacciò nell'occhio manco.

21

E subito morì quella bestiaccia Tanto crudele, dolorosa, infame. Rinaldo allor prende le belle braccia Della donzella, che gli muovon fame: Ella sospira, e da sè lungi il caccia, Dicendo: Ancor tu puzzi di letame; Ancor tu porti, o mio campione, il viso Di quello sterco sporcamente intriso.

22

Rise Rinaldo, e corse al vicin fonte; E, toltasi di dosso l'armatura, Da' piedi si lavò sino alla fronte; Poi rivestissi: e mentre con sicura Speme si accosta alle bellezze conte, Ecco venire per la gran pianura Due giganti sì vasti e sterminati, Che parean refettoríi di frati.

23

Eran questi Bafusse e la Cagnasca, Marito e moglie, e de' rospi parenti: Han piena di saette una gran tasca, E coperti ên di cuojo di serpenti. Mal chi con essi o s'imbroglia o s'infrasca; Chè costor non fan mica complimenti; Han pini in mano cento braccia lunghi; D'uopo è del prete, ov'è che il colpo aggiunghi.

24

Rinaldo dà un'occhiata alla donzella, E ridendo la stringe; e poi si volta Verso i giganti, e ben si chiude in sella; E correndo vêr essi a briglia sciolta, Bafusse sventra, e gli escon le budella; Indi si mette in resta un'altra volta, E la Cagnasca per lo mezzo spacca; Poi scende, e Vegliantino all'orno attacca.

25

Indi tornando là dove splendea, Benchè languido ancora, il dolce lume Di quella, dir non so se donna o Dea, Tutto ripieno di gentil costume, Con voce che di amante esser parea, Che dolcemente Amore arda e consume, Disse: Donna gentil, vostra sventura A voi certo è crudele, acerba e dura;

26

A me dolce cotanto e tanto cara, Che immaginar non sonne altra migliore; Perchè per essa Amore mi prepara Un nobil troppo, e troppo bello ardore. Chè se la voglia assai rapace e avara Di chi vi tolse al caro genitore Restava spenta da benigno fato, Quando stato sarei sì fortunato?

27

Quando veduto avrei un sì bel viso, Un sì bel petto, e membra sì ben fatte, Che miglior non si fanno in Paradiso? Qual rosa che pastor ponga sul latte, Rosseggiò della donna il bianco viso; E a lui rivolta: Intemerate, intatte Fa che sian queste membra, e non volere Alla onestade mia far dispiacere.

28

Rinaldo le promise; ma, sciogliendola, D'aver promesso gli venne rammarico; Chè sì pienotta e candida vedendola, Disse: Ho promesso, è ver; ma se prevarico, Ed il volere al peggio inclina e pendola, Dalla bellezza tua vien tutto il carico. E in ciò dire, le ha sciolto e piedi e mano; Ed ella tosto va da lui lontano;

29

E prese un par di foglie di quell'orno, Ch'erano larghe almen dodici braccia, E se le avvolse tutte tutte attorno. Sì che di nudo non ha che la faccia. Rinaldo la riguarda, e vàlle intorno. Ed or parla, or sospira ed or minaccia; E mostra a mille segni il fuoco acerbo Che gli arde ogni osso, ogni vena, ogni nerbo.

30

E in fatti verso lei corre veloce, Più che barchetta quando l'urta il vento: Ma s'ode intanto un'indistinta voce Che l'aere introna, e quindi a cento a cento Fanti e cavalli, e gente in viso atroce. Rinaldo, al quale ignoto è lo spavento, Lascia la donna, ed a color va incontro, E domanda chi sieno al primo scontro.

31

Gente siam noi dell'isola Grifagna, Che tanto tempo sotto di Bafusse L'oppresse di dolore una montagna; Chè questi ognor ci dava delle busse, E fece al nostro onor sempre magagna: Basta che noi e il nostro aver distrusse Per mantener due rospi suoi figliuoli, Che nati appena parevan fagiuoli;

32

Poi crebbero ogni giorno in guisa tale, Che in un mese si feron come case; Ed in un anno tanto madornale Si fe' ciascun, che in fin si persuase Bafusse di mandarli in tale quale Luogo, ove fosser le campagne rase, A crescere a lor modo; e tutti noi Condannò per cibarli in vacche e in buoi.

33

Or che per vostra man, signore invitto, Giacciono al suolo i perfidi tiranni, Venite a noi, ed a vostro prescritto Tutti vivremo; e de' passati affanni Ristorerassi l'isolano afflitto. E qui lo scettro, e di purpurei panni Vesti gli diero, e lo acclamaro Augusto. Disse Rinaldo: A questo non ho gusto:

34

Ritornatevi tutti a casa vostra, Chè or non mi piace aver qui compagnìa; E con la man la strada lor dimostra, Perchè scorciare possano la via; Poi si rivolta alla donzella, e, O nostra, Disse, bella tiranna acerba e ria; Ti sei mutata punto di parere? Ed ella a lui: Per nïente, messere.

35

Non sai tu come io nacqui alta regina, Figlia di Galafron, re di Baldacca, Che tutta l'Asia e l'Africa domìna? E se fortuna avversa mi distacca Dal regio soglio, e a basso mi rovina, Di questo non mi calse, o cale un'acca: Ho dentro del mio cor, ch'unqua non trema, E regno e scettro e soglio e dïadema.

36

Come se accade mai che in campo aperto Vegga da lungi il cacciator la cerva, Cerca appressarsi a lei cheto e coperto, E di sua morte gran letizia serva: Ma quando poi s'accorge che un bel serto D'oro il collo le cinge, e lei preserva, Si astiene dal ferirla, e mesto e lasso Rivolge indietro l'affannato passo:

37

Così torna Rinaldo in sua ragione, Da poi che l'esser della donna intende; E le dice: Quand'io ebbi intenzione Di quel che Amor ne invoglia e istiga e incende Pel vostro bello le nostre persone, Io non pensai che dentro a regie tende Voi foste nata, e che foste regina; Ma vi credetti donna da dozzina.

38

Or ditemi, signora, se v'aggrada, Come andò questo fatto così fiero; Perchè io su questa lancia e questa spada Vi giuro vendicarvi da dovero. La donzella di flebile rugiada Bagnò le gote, e disse: Cavaliero, Ben è dover che tu sappia ben tutte Le mie sventure spaventose e brutte.

39

Amor fu la cagion de' miei tormenti. Or odi come: In Asia le donzelle Stan chiuse tanto agli occhi delle genti, Che appena veggion Sol, veggiono stelle; Nè fia che regia culla alcuna esenti: Solo un giorno dell'anno le più belle Vanno al tempio ove Venere s'adora; Ed io v'andava con mille altre ancora.

40

Tre anni sono (ed ahi perchè non era Io morta prima di quel dì fatale!) Tra molta e molta gente forestiera, Giovane tutta e tutta quanta gale, Il figliuolo del re della Riviera Vi venne; ed era bello, appunto quale Ganimede dipingesi, o Narciso; Ma vie più bello ancora era il suo viso.

41

C'incontrammo con gli occhi, e in un baleno Io mi sentìi ben divampare il petto; Ed egli dimostrommi arder non meno. Tutto quel giorno (ahi giorno maledetto!) Nostre pupille senza guardia o freno Fermate e fise nel soave aspetto Non vider altro, insino che non giunse L'invida notte, ed ambedue disgiunse.

42

Quando tornai nella mia usata stanza, Pensa s'io piansi e s'io mi disperai; Chè nutrir non potea tanta speranza Da rivederlo un'altra volta mai. Ma che non puote la somma possanza D'Amore e de' pungenti almi suoi strai? Trovò maniera il giovin tutto fuoco Di venirmi a trovar nel chiuso loco.

43

Presentossi al mio padre Galafrone Vestito ad uso delle donne d'Ida; E disse, come aveva intenzïone Di esser una di mie ancelle fida. La bella faccia del gentil garzone, Sempre modesto, o che parli, o che rida, Non fece sospettar di alcun inganno. Così per serva il mio bel Sol mi danno.

44

Ciò che seguisse poi, bello è il tacere. Basta che in poco tempio io venni donna: M'ingrossò il ventre; e s'alto dispiacere Io n'ebbi, il pensa. Nè la lunga gonna Potea più ricoprir l'opre mie nere: Ond'egli, Ne' perigli chi si assonna, Mi disse, non ha spirito regale; Nè vi è senza rimedio al mondo male.

45

Noi fuggirem, se ti dà il cuor, Lucina (Chè tale è il nome mio), da questo albergo, E nel mio regno tu verrai regina. Diamo, gli dissi, pure al padre il tergo; Lasciam Baldacca e l'ampie sue confina: Nè il mio fuggir di poco pianto aspergo; Perchè dove tu sei, vago Lindoro, È il mio padre, il mio regno, il mio tesoro.

46

Aspettiamo una notte tenebrosa, Orrenda per le piogge, lampi e tuoni (Che non fa donna quando ella è amorosa!); E giunta, andiamo per sentier non buoni, Ed entriamo in un bosco; e quivi ascosa Seco mi stetti tra tigri e lïoni Due giorni. Indi partimmo in verso il mare; Ma legno alcun sul lido non appare.

47

La notte, ecco una fusta di pirati Che viene a terra per cercar conforto; Da' quai fummo in un subito legati, E l'amor mio piagâr sì, che fu morto. Me poi donaro gli uomini spietati A quel gigante che tu festi corto; E quei mi diede poscia in guardia a quelle Belve cotanto mostruose e felle.

48

Or eccoti narrati i casi miei, Che muovere a pietà dovrìano il cielo. Dimmi ora tu, forte campion, chi sei. Rispose allor Rinaldo: Sebben celo Il nome mio, e ad altri nol direi, A te, bella Lucina, ecco lo svelo. Io son Rinaldo, il sir di Montalbano, Degno cugin del senator romano;

49

Ed in Baldacca ti rimeneròe Alla barba d'Apollo e di Macone, E con tuo padre ti raggiusteròe. Ma se Lindoro è morto, e non si pone In dubbio; se felice esser potròe O per amore o per compassïone, Io ti prego, Lucina, di pigliarmi Per tuo marito, e voler sempre amarmi.

50

Eh! non è tempo di parlar di nozze (Disse Lucina, e fecesi più bella): Le bionde trecce scarmigliate e mozze, La faccia oscura troppo e abbronzatella, E queste vesti anche a vil donna sozze Odiano d'Imeneo l'alma facella. Aspetta un po', non esser così caldo; A casa mia ti sposerò, Rinaldo.

51

Il sir di Montalbano a quel parlare Fece del viso una strana figura, Com'uomo il quale mettasi a mangiare Mela cotogna, o sorba non matura; E disse: Proverommi ad aspettare; Ma io m'attacco al ben della natura; E ciò che l'arte aggiunge al vostro bello, Io non lo stimo un marcio ravanello.

52

Però, se tu non sei d'oro vestita, E non ti han fatto le camicie i ragnoli, Senza capelli, nè molto pulita, Non è che io di ciò dolgami, o ne sguagnoli; Chè la salsiccia allora è più squisita, Che ci metton più lardo i pizzicagnoli: Ma pur, se vuoi che aspetti, io non ricuso; Dico sol ben che questo è un cattiv'uso.

53

In così dire, uscîr della foresta. Era Rinaldo sopra Vegliantino; Lucina una giumenta assai modesta Va cavalcando sempre a lui vicino: Quando s'ode per aria una tempesta Di lampi e tuoni, che il furor divino Conoscere facea lontan le miglia: Onde a Rinaldo s'inarcâr le ciglia;

54

E cominciossi a percuotere il petto, E domandar perdon de' suoi peccati; E si doleva d'esser sì soletto, E non poter trovar preti nè frati, Per far de' suoi peccati un fardelletto, E porlo a piè degli uomini sacrati. La donna nel vedere atto sì strano, Disse: Che è questo? Ed egli: Io son Cristiano.

55

In questo mentre vedono una grotta, E vi s'insaccan entro tutti due. Il cielo intanto mormora e borbotta, E ogni momento s'annerisce piùe; Ed Austro ed Aquilon fanno alla lotta, E i fulmini e le grandin cascan giùe. Lucina spaventata stringe al collo Rinaldo, ch'era gallo, e parve un pollo;

56

Perchè di queste cose avea paura Il paladino, e non arebbe fatto Mezzo peccato in quella congiuntura; Benchè poi dopo si diede del matto In ricordarsi quella positura: Ma quando un uom si trova sopraffatto Dal timore, riman tanto avvilito, Che non ha forza pur di alzare un dito.

57

Venne la notte, e cominciò Lucina, Poichè cessati fûro i lampi e i tuoni, A interrogar Rinaldo, se confina La legge e le cristiane funzïoni Con i riti e la setta saracina; E quai sono fra lor le distinzioni. Disse Rinaldo: Io credo in Cristo al certo: Del resto poi io non son troppo esperto;

58

E studiai poco più dell'alfabeto; Chè diei la santacroce in capo al mastro; Poi corsi armato alla fortuna dreto, E soffersi più d'uno aspro disastro: Onde non so dove ci dian divieto; So ben che l'erbe in terra, in cielo ogni astro Ha fatto il nostro Dio; e che vuol solo Seco i Cristiani, e i Saracini in duolo.

59

E cominciava a dir qualche altra cosa, Quando sentono smuovere una pietra, Indi apparire una luce dubbiosa; Onde la donna e il cavalier s'arretra: Ed ecco uscir con faccia dolorosa Uom che gli occhi volgea sovente all'etra, Per veder se finita era la pioggia, Che cadde il giorno in così dura foggia.

60

La donna fe' un starnuto; e cadde il lume Per la paura all'uomo ch'io vi ho detto. Rinaldo, ch'ebbe sempre un bel costume, Disse: Sgombra il timore dal tuo petto, Chïunque sei, che di duol ti consume; E dicci, se non t'è noja o dispetto, Perchè chiuso stai qui tra questi massi, Misero imitator di volpi e tassi.

61

Diede un sospiro quell'uomo infelice, Che avrebbe dato moto a una galera; Poscia singhiozza, e risospira, e dice: Bench'io faccia una vita qui da fera, Bevendo acqua e mangiando erba e radice. Regia culla mi accolse, e culla altera; Ch'io nacqui il primo, e posso ancor, se voglio, Mutar questa spelonca in regio soglio.

62

Ma qual vaghezza mai d'illustre trono Aver può chi nemico è d'ogni spasso? Fortuna e Amor mi fêro un dì tal dono, Che un regno e cento egli è un confronto basso, E tutto il mondo, se a lui il paragono. Esse fêr di bellezze un ampio ammasso, E poscia ne formaro una donzella, Di cui non fu giammai cosa più bella;

63

E mi amava colei tanto di cuore, E cotanto di cuore amava io lei, Che non fu mai un sì perfetto amore, O vogliate fra gli uomini o gli Dei: Ma Fortuna, che varia a tutte l'ore, Sparse di fiele i dolci piacer miei, E mi tolse in un giorno il mio tesoro; Per che mirabil cosa è, s'io non moro.

64

Lucina, a pietà mossa di tal caso, Chè lo trovava al suo molto simile, Chi sei? gli disse; ed egli: Dall'Occaso All'Orto, o corri pur da Battro a Tile, Uomo, qual sia in odio più rimaso Alla Fortuna, e sè più tenga a vile, Di me non troverai; però mi lascia Ignoto sospirare in tanta ambascia.

65

Ma la donna, che fatta è da natura Piena di voglie e di curiositade, Quanto ei più nega, ed ella più procura Di sapere il suo nome e sua cittade: Ond'egli: Benchè ciò mi è cosa dura, Io lo dirovvi; abbiatemi pietade: Questo sepolto in grotta così nera, Egli è il figliuol del re della Riviera.

66

Il disse appena, che Lucina un grido Diede, e poi disse: O mio dolce Lindoro! O sospirato mio marito fido! O perduto finora almo tesoro! O cara grotta, o di delizie nido! Aimè, che per dolcezza io manco e moro! Ma come vivi, e come qui venuto Se' tu? con quale scorta e quale ajuto?

67

Allora ei le narrò come un pastore Piagato lo trovò su la marina, Che dell'erbe sapea l'alto valore, E alle ferite sue fe' medicina; Onde lo spirto rïebbe in poche ore, E risentissi sano la mattina; E pel dolor di non averla seco, Disperato si chiuse in quello speco.

68

Rinaldo, che informato era di tutto, Fece i conti che meglio era partire; Già ch'è un cattivo stare a dente asciutto, Quando si vedon gli altri assaporire Totani e sfoglie fritte nello strutto, Che hanno un odor che ti farìan guarire Un'ora dopo ancor degli olj santi. Partissi dunque, e lasciò lì gli amanti.

69

Or qui s'incominciò la bella festa Fra i lieti amanti e le dolci parole, Che a narrarle sarìa opra molesta: Tanto più che da me non mai si vuole Parlar di cosa all'onestade infesta. Eh parliam di Rinaldo, che si duole Di aver perduta ogni speranza, e cheto Fugge pel bosco, e piange in suo segreto.

70

Cavalcò fino a giorno, e al far del die Si ritrovò nel mezzo a due montagne, Alte così, così perverse e rie, Che non le avrian salite o volpi o cagne; Ed eran tutte ricolme di Arpìe, Di quelle che si chiamano grifagne. Or qui comincia una guerra crudele: Ma vo' per poco ora raccor le vele.

CANTO TERZO

ARGOMENTO

Su per le schiene d'orrida montagna Col ferro mille Arpìe Rinaldo uccide. Al suo morto destrier nella campagna Alza un sepolcro, e un epitaffio incide. Trova ricovro, dove beve e magna; E d'un romito strano assai si ride. Sopra Angelica alfin venne alle brutte Col reverendo padre Ferrautte.

1

Chi campa, si ritrova a cose strane; E niuno sa com'ella ha da finire. Se oggi si ride, si piange domane; Se oggi ti trovi in tasca cento lire, E avanzeratti a mensa il vino e il pane, Un altro dì ti sentirai morire Per la gran fame; e sì delle altre cose Avvien, ch'ora son liete, ora dogliose.

2

Ho visto, e non son vecchio, a' tempi miei Gente vestita tutta quanta d'oro, Con gran staffieri e belle mute a sei Andar per Roma con tanto decoro, Che detto avresti: O questi sono Dei, O cardinai che vanno a concistoro; E quei stessi veduti ho pur meschini Chiedermi per mercè pochi quattrini.

3

In somma la virtù sol non vien meno, E non si cangia per quella sguajata, A cui del male e ben diè in mano il freno La turba de' mortali sconsigliata; Dico Fortuna, che in men d'un baleno La vedi in mille guise trasformata: Fortuna, femminaccia di bordello, Che sempre muta o con questo o con quello.

4

Rinaldo, che fu sempre spelacchiato, E non ebbe due soldi al suo comando, E quando gli ebbe, non fu misurato, Chè gli spese or bevendo, ora giocando; Pur, perchè di valore ei fu dotato, Di Fortuna si rise col suo brando; Quel brando fatto dalle streghe in fretta, Che ferri e marmi, come rape, affetta.

5

E se mai ebbe d'uopo d'esser forte, E di saper menar le mani bene, Fu questa volta, in cui presso alla morte Sarìa ridutto; chè, se vi sovviene, Da Lucina partito, e suo consorte, Entrò ben tosto in un gran mar di pene; Perchè appena ammezzata ebbe la via Dell'aspro monte, che il vide un'Arpìa;

6

E tosto sopra lui calò di piombo, E diede segno all'altre sue compagne; E come falco che aggraffia il colombo, Se avviene che dagli altri si scompagne; Così, facendo un spaventoso rombo, Cadder sul cavalier le Arpìe grifagne; Il qual, sentendo stringersi la testa, Disse: Poffariddio! che cosa è questa?

7

Ed alzate le mani in un istante, Sentì le zampe e le ugnacce ferine; E presane una con forza bastante, Le tirò il collo come alle galline; Poi con la nuda spada e fulminante Si mise a dar dei colpi senza fine; Ed a chi il becco, a chi l'ali tagliava; Nè colpo in vano mai da lui si dava.

8

E già d'intorno s'era fatto un monte Di artigli e penne, e di bestiacce uccise. Ma che pro, se un migliajo ei n'ha alla fronte, E mille a tergo e d'avanti divise? Cento e più mila, che poi furon conte, Eran le Arpìe con le quali si mise A pugnar solo il povero Rinaldo: Ora pensate voi, s'egli ebbe caldo.

9

Fortuna ch'egli avea l'armi fatate, E non poteansi rompere per nulla; Altrimenti le avrebbero spezzate, E morto lui come un bambin di culla. Vegliantino, scordato dalle Fate, Fu fatto in pezzi. Or pensate se frulla Il cervello a Rinaldo, che si vede In tal periglio, e di più messo a piede.

10

Ma pur con la fatica a lui la lena Sempre si accresce, e fa de' colpi belli: Parte un'Arpìa per mezzo della schiena, Ne sfonda un'altra, ed esconle i budelli; Un'altra senza capo in su l'arena Getta, e ad un'altra pota ambo gli ugnelli. In somma morîr tutte; e le ferite Furon diverse, e fur quasi infinite.

11

Dopo un sì strano orribile macello, Cadde Rinaldo stracco in su la terra; E poscia rïavutosi da quello, Che mi val, disse, da sì dura guerra Esser uscito con onor, se il bello E forte mio destriero ito è sotterra? Se Vegliantino mio è ucciso e morto, Vegliantin mio compagno e mio conforto?

12

E qui raccolse le sue membra sparte, E rïunille al meglio che potette; E fatto un fosso, dove in due si parte Un monticel che ha mille varie erbette, Dentro vel pose: e ciò fe' con tal arte, Che parve intero; e poscia vel chiudette Con spine, sassi e terra; e in fin si messe Inginocchioni, e un bacio su v'impresse.

13

E perchè non svanisse in modo alcuno La memoria di bestia sì gradita, Pensò Rinaldo di vestirsi a bruno, E andare a piè per tutta la sua vita, E di ciò dirne la ragione a ognuno; E perchè vuole che resti scolpita La sua fama in eterno, queste note Scrisse, bagnando di pianto le gote:

14

Qui giace Vegliantin, caval di Spagna, Orrido in guerra, e tutto grazie in pace: Servì Rinaldo in Francia ed in Lamagna, Ed ebbe ingegno e spirto sì vivace, Che averebbe coi piè fatto una ragna: Accorto, destro, nobile ed audace, Morì qual forte e con fronte superba: O tu che passi, gettagli un po' d'erba.

15

Scritto questo epitaffio sopra un sasso Col sangue delle Arpìe e con la spada, Seguitò il suo cammino passo passo; Ma non sa dove sia, nè ove si vada: Quando vide da lungi a piè di un masso Un uom che fiso in verso il ciel sol bada; A lui s'accosta, e lo vede vestito Di rozzo sacco a guisa di romito.

16

Avea Rinaldo ancora la visiera, Chè teme pure di qualche altra Arpìa; Ed armato così, la buona sera Dàgli; e il romito dice: Avemmarìa; E narra come un peccatore egli era. Rinaldo: Vorrei farvi compagnìa, Disse, stanotte. Ed ei: Ne son contento; E così nella cella entraron drento.

17

E in levarsi la pesante armatura Narrògli come affatto avea distrutte Quelle Arpïacce che gli fêr paura. Il buon romito le pupille asciutte Non tenne pel piacer di tal ventura, E disse: Cavalier, son morte tutte? Morte son tutte, e le ho morte sol io. Ed ei: Campione, ringrazianne Dio.

18

E dissero un Te Deum sì scimunito, Che non storpiaron tanto Vegliantino Quegli uccellacci dall'artiglio ardito, Quanto essi quel bel cantico divino; Perchè Rinaldo non ebbe appetito In vita sua di volgare o latino; E l'altro l'ebbe a noja a' giorni suoi: In conclusione egli erano due buoi.

19

Finito il prego, Rinaldo gli disse: Chi siete, padricello? Ed ei: Non posso Dirlo a veruno; ed ho fatto più risse Per occultarmi: e qui si fece rosso. Rinaldo aveva in lui le luci fisse; Nè al buon Rinaldo levava d'addosso Il romito le sue: e in questa guisa Stati un poco, poi dieder nelle risa.

20

Ed esclamando il sir di Montalbano, Disse: La volpe vuol ire a Loreto. Ferraù frate? Ferraù pagano? Deh! sciframi per Dio questo segreto; Ch'io non so se mi sia in monte o in piano, In una cella, o pur 'n un sughereto. Tu col cappuccio, e con la fune ai fianchi? Tu, Ferraù, percotitor de' Franchi?

21

Ma se tu sei del buon umor di pria, Costerà caro a queste pastorelle Cercar funghi, o passar per questa via; Chè se avesser di piombo le gonnelle, Tu le alzaresti con gran leggiadrìa: Lo san di Francia le madamoselle, Che fûro il segno della tua lussuria; Onde ora v'è di vergini penuria.

22

Rinaldo mio, io son già morto al mondo, E più non penso a queste porcherie, Che danno gusto, ma mandano al fondo Del brutto inferno, ove son altre Arpìe, Che quelle del cui sangue festi immondo Il vicin monte: v'ên bestie più rie (Rispose Ferraù modesto in viso): E i lascivi non vanno in paradiso.

23

Io questo ben sapea ch'era tantino, E il numero dicea delle peccata: Onde il maestro davami il santino (Disse Rinaldo). Ma tu qual chiamata Avesti per passar da Saracino Alla greggia di gente battezzata? Ed egli a lui: La storia è un po' lunghetta. E Rinaldo: Di' pur, chè non ho fretta.

24

Ma meglio fia che noi mangiamo un poco, Avanti che cominci il tuo racconto. Ferraù disse: Io non accendo foco; Vino non bevo, e non mangio dell'onto, E la spesa risparmiomi del cuoco: Con lo digiuno le mie colpe sconto; Ma se vuoi fichi secchi ed uva passa, Io n'ho di molti dentro a quella cassa.

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