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Il Ricciardetto, vol. I

Volume 1 — IL RICCIARDETTO (continued 4)

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79

E sa da loro, come il buon Guidone Acceso per Climene egli è d'amore, E che lei segue, e che v'è opinïone Ch'ella senta per lui lo stesso ardore: Che, persa il frate la divozïone, Per quella stessa abbia piagato il core; E in somma, che Ricciardo per Despina S'affligga per amor sera e mattina.

80

E narra come Despina è fuggita, Nè si sa dove; e che i miglior guerrieri La van cercando; e come pure è gita Climene, e seco ell'ha di cavalieri, Per ritrovarla, una turba infinita. Orlando rasserena i suoi pensieri A queste voci, e dice sorridendo: Chi pecca per amore, io non riprendo.

81

Ma se mancano a noi tre forti eroi, Spogliato l'inimico affatto affatto (Come sentite) egli è de' campion suoi: Però domane egli sarà disfatto. Io veggo la vittoria ch'è per noi. E disse questo in così nobil atto, E con tanta allegrezza, che ognun crede Già di vedersi l'inimico al piede.

82

Stabilita la cosa in guisa tale, Vanno a dormire, e ciaschedun soldato Fa qualche sogno orribile e bestiale. Ma lo Scricca ancor esso ha ben pensato Per fare a Carlo, quanto ei può, del male; Ma il suo disegno troppo gli ha guastato La fuga della figlia, e con la figlia Il più bel della marzïal famiglia.

83

Il campo egizio ancor sta sottosopra, Perchè Climene in busca di Despina È gita; e mentre in cercarla s'adopra, La forte gioventù seco cammina. Onde convien che scarso valor copra L'armata; e se fortuna ai Franchi inclina Il favor suo, chi riterrà la piena Dell'armi che Vittoria in giro mena?

84

Pure in tre corpi il campo hanno diviso: Uno è tutto di Cafri e di Negriti, Gente d'acerbo e formidabil viso; E tanti son che sembrano infiniti. Lo Scricca lor comanda, e in soglio assiso Ragiona ai capi, e dice: Siate arditi; Chè la fortuna ajuta i coraggiosi, Nemica de' codardi e neghittosi.

85

Un altro è di quei tristi Lapponcelli Nimici capitali di natura. Vanno a brigate come van gli agnelli, Incapaci però di far bravura; Ma di soppiatto, come i ladroncelli, Fanno gran danno, e più se l'aria è oscura. Questi non hanno imperadore o duce, Ma van dove il capriccio li conduce.

86

Il terzo egli è di Egizj e di Persiani: E tanti son, che d'armi e di bandiere Empiono gli alti monti e i larghi piani, E fan, fuorchè a' Franzesi, un bel vedere: E chi ha mazze ferrate nelle mani, Chi torte sciable; e tutti han fosche e nere Le sopravvesti; ed è gente feroce, E molto più che non si spiega in voce.

87

Il suo gran male egli è che s'è smarrita Climene, la sua bella e valorosa E saggia guida; ond'è mezza stordita; E ancor che tanta sia, sta timorosa, Nè puote esser da alcuno incoraggita; Chè i migliori guerrieri l'amorosa Fiamma che li arde per Climene bella, Li ha tratti fuor del campo a cercar quella.

88

Il Consiglio di guerra fu d'avviso, Che il dì seguente non si dia battaglia, Per veder se fra tanto viene avviso Che torni alcun di quei guerrier di vaglia, Che van perduti appresso d'un bel viso. Ma questa volta lo Scricca la sbaglia; E s'avvedrà che cosa si vuol dire O l'essere assaltato, o l'assalire.

89

Già il negro manto suo di stelle asperso Da per tutto disteso avea la notte; E la civetta col suo tristo verso Cantava in cima alle muraglie rotte; E 'l Sonno di papaveri cosperso Usciva fuor delle cimmerie grotte, Per far che l'uomo stanco si ripose Dalle opere del dì gravi e nojose;

90

Quando lo Scricca si pone a dormire, E poi sul far del dì fa un sogno strano, E strano sì, che non lo sa capire. Pargli tener tigre crudel con mano, Che d'uman sangue la vede sitire; Poi scorge un giovin Franco da lontano, Che vàlle incontro; e al suo venir si stacca Da lui la tigre, e col giovin s'attacca.

91

Ma quando pensa che piagato e morto Ell'abbia il Franco, vede che pentita Del suo rigor, non gli fa danno o torto, Ma l'accarezza; e quegli a sè l'invita, E mostra in seco star gioja e conforto: Poi dagli occhi improvvisa gli è sparita; E vede il Franco che pel suo partire Si sente di dolor quasi morire.

92

Quindi in un tratto vede immenso mare, E la tigre che l'onde portan via, E in terra ignota la scorge approdare; Indi la vede che al bosco s'invia, Ed inselvata poi più non appare. Mira alfine che il Franco la giungìa. Che della tigre va seguendo l'orme, E per cercarla non mangia e non dorme.

93

E mentre ei sta guardando il cavaliero, Ecco che vede cinta di catene La tigre, tratta da un gigante fiero; E vede come il Franco a guerra viene Con quel superbo, e che di sangue nero Tinge il suo ferro e quelle asciutte arene; Onde muorsi il gigante; e ch'ei ferito Scioglie la tigre, e poi cade sul lito:

94

E vede che la tigre, come puote, Gli dà conforto; e che, la sua mercede, Da quel subito male ei si riscuote. Poscia un'estrema maraviglia vede, Che l'occhio e l'intelletto gli percuote, E che sognando ancora non la crede: Vede la tigre che con bassa fronte Va con quel Franco ad una bella fonte;

95

E quivi giunta, l'elmo si discioglie Il cavaliero, e di quell'onda l'empie; Indi asperge la fiera che raccoglie L'umore appena in su l'irsute tempie, Che dell'esser di tigre par si spoglie; Nè più d'ugne crudeli, acerbe ed empie Son guernite sue zampe, e donna sembra Di vaghe e belle e grazïose membra.

96

E mentre egli la guata fiso fiso, Si ruppe il sonno, ed il sogno disparve; Lo qual lo Scricca ora egli mise in riso, Chè volentier si burla delle larve; Or da' varj pensieri fu conquiso: Ch'esser la tigre simile gli parve Alla sua figlia; e allor meno comprende Di quel che ha visto, e sonno più non prende.

97

Orlando intanto e gli altri suoi guerrieri Già di Parigi sono usciti fuora, E tutti sono per i lor sentieri; Talchè prima che in ciel la bella Aurora Tutta ornata di rose coi destrieri Compaja, sopra della gente Mora Saranno i paladini; ed improvvisa Côlta da lor, sarà disfatta e uccisa.

98

Le sentinelle del campo africano Non posson veder nulla, perchè il cielo È nubiloso: e poi dal basso piano S'alza una nebbia, che d'un nero velo Li copre; nè veder ponno lontano, Non dico mica un gran tratto di telo, Ma neppure una spanna: e tai prodigi È fama che facesse Malagigi.

99

Giunto alle tende de' Cafri feroci, Astolfo fa sonar trombe e tamburi. Lo Scricca e gli altri si armano veloci; Ma i Franchi omai intrepidi e sicuri Comincian la battaglia: e gridi e voci S'odono, e colpi da spezzare i muri. Orlando anch'esso attaccata ha la mischia, E il buon Dudone agli Egizj la fischia.

100

I giganti frattanto hanno abbozzato Il largo e fondo pozzo; e ognun lavora Per far che quanto prima sia formato. Chi lo smosso terreno porta fuora, E chi portato lo mette da lato: In somma molto prima dell'aurora Han fatto un pozzo largo venti braccia. Nè vede il fondo suo chi vi s'affaccia.

101

Sul far del giorno sentono i Lapponi Come anitre cianciar dentro agli stagni, E l'Alba salutar con certi suoni Che sembrano zampogne di castagni. Urlano i due giganti, e sembran tuoni; E con essi urlan pure i lor compagni, Che con le adunche falci in un momento Entrano in mezzo al loro alloggiamento:

102

E mentre van tagliando come fieno E teste e colli e petti e gambe e mani, I due giganti che le reti aviéno, Come gli storni per i larghi piani, Allora che anneriscono il terreno, Prendono a sacchi gli accorti villani: Così prendevan quelli tratto tratto I Lapponi, ch'egli era un gusto matto.

103

E qui correvan subito al gran pozzo, E sbattutili prima in su l'orliccio, Li traevan nel fondo orrendo e sozzo; E tante volte fêro questo impiccio, Che arrivavano quasi fino al gozzo Dello scavato; ond'io mi raccapriccio In ripensare a quella orribil caccia: Quindi è che in fuga ogni Lappon si caccia.

104

Ma non son soli i Lapponi a fuggire; Chè l'esercito Cafro è anch'ei disfatto; Onde allo Scricca infin convien partire; Ma perchè vil non vuol parere affatto, Infra i Cristiani si mette a ferire; Quando ecco Orlando sopraggiunge a un tratto, La cui venuta lo sturbò in tal modo, Che disse: Io scappo, e chi mi segue io lodo.

105

Ma negli Egizj la virtù non langue, E fanno cose in verità stupende. Dudon piagato versa molto sangue, E prigioniero condotto è alle tende. Rinaldo, inteso questo, come un angue Sopra i nimici rabbioso discende: E qui s'attacca una mischia sì dura, Che al sol pensarla muojo di paura.

106

Or lasciam queste guerre maladette; O se pur hassi a ragionar di guai, Ragioniam delle belle lagrimette Che mandan fuori di Despina i rai. Sembrano perle orïentali schiette; Ma di lor hanno più valore assai, Non presso a ciaschedun, ma presso a quello Che de' begli occhi suoi è cattivello.

107

E parleremo in questa congiuntura, Com'è dover, del miser Ricciardetto, Che si dispera, e dassi alla ventura, Tanto è l'aspro dolor che chiude in petto, Per lei seguir, che il fugge e il cuor gli fura. Ma prima andiamo a cena, e poscia a letto; Chè con voglia di fame e di dormire Ben si può sbadigliar, ma non già dire.

CANTO NONO

ARGOMENTO

Lasciato il bel Ricciardo in grande arsura, Despina al lido naufraga sen viene: Ferraù più di Cristo non si cura; Cade, e si storpia per seguir Climene. Astolfo è presso a un'aspra impalatura, Da cui Dio scampi ogni anima dabbene. Fioretta abbraccia la Fede cristiana. Ferraù per miracolo risana.

1

Udito ho dir da certi saputelli, Che dan di naso alle fatiche altrui, E mezzi buoi e mezzi somarelli Hanno del tutto gl'intelletti bui; Che le Muse son peste de' cervelli; E che chi vuol far bene i fatti sui, Fugga Apollo più ratto, che non feo La ritrosetta figlia di Penéo.

2

A costoro, che han l'anima per sale, Acciocchè lor carnaccia non si guasti, Che non sanno che cosa è bene o male, Rispondere io non voglio; ma sì guasti Gli uomini sono nell'universale Di giudizio, che ognor fanno contrasti Contro chi delle Muse è innamorato, Che a dir pur qualche cosa io son forzato.

3

Nè parlo in mia difesa; che non sono, Mia sventura, ad Apollo accetto e grato: Parlo per qualcheduno ingegno buono, Dalla natura a gran cose formato, Che non potendo chiuder sì gran dono Entro i soli confin dell'Inforziato, Or con le Muse in Pindo si consiglia, Or va tra filosofica famiglia:

4

Ed or le greche, or le latine carte Volgendo a lume d'olio o pur di sole, In sè raduna le sentenza sparte Per le romane e l'ateniesi scuole; E appresa del ben dir ciascuna parte, Guida gli uomini poscia ovunque vuole. Questi, che spende i giorni in tal fatica, Per detto di costor s'ha stimar cica?

5

E stimerassi uom saggio, e a' sommi onori Quei s'alzerà, ch'averà meglio in mente Il Ridolfino e simili dottori? E chi cantando dolcissimamente Di sua man Febo adornerà d'allori, Sarà mostrato a dito dalla gente, Come uno sciocco, come un spensierato, E come uom a far nulla in terra nato?

6

Tal ha le carte in mano e giorno e notte, Perch'è un somaro, ed il latin non cape, E non è posto fra le genti dotte, E sol di curia un qualche poco sape. Non gli son dalle lingue aperte e rotte Le vesti, e posto infra le menti sciape, Se ne fa conto; e sol guai a colui Che non giuochi, ma canti un verso o dui.

7

Altri servo è d'Amore, altri dell'oro: Quegli piange perchè madonna è cruda, E questi perchè fa poco tesoro: Quei, per piacere alla sua bella druda, Ogn'impiego acciabatta, ogni lavoro; Questi per guadagnar s'affanna e suda; E compatito è quei, questi invidiato, Ed il poeta solo è biasimato.

8

Ma perchè non m'offusca sì la vista La difesa ch'io prendo de' poeti, Ch'io voglia porre in così chiara lista Subito quei che la marina Teti Sanno nomare, e la palude trista D'Averno, e di Vulcan le industri reti; E sanno dir begli occhi ed aureo crine, Fronte d'avorio e labbra coralline;

9

Io dico chiaro, che nessuna stima Ho di chi solo accozza tanto quanto Quattordici versacci con la rima. Il gran poeta non l'annaso al canto Unicamente, ma vo' che m'imprima Un non so che di nuovo, che d'incanto Abbia sembianza; e voglio che in lui sia Una bella e divina fantasìa.

10

Vo' che le umane e le divine cose Sappia, quanto saper puote un mortale; E con le vaghe idee e luminose Per l'aëre più puro ei batta l'ale; E della terra nelle parti ascose Entri, e discorra come l'acqua sale In cima a' monti, e come perdut'abbia Il sal che avea nella marina sabbia.

11

In somma, quando io dico un buon poeta, Dico una cosa rara e pellegrina, Che grazia di natura e di pianeta A nascere fra noi raro destina: Ma non vo' già che dall'alba a compieta Diguazzi ognor nell'onda caballina; Nè che ad ogn'or sul Menalo e 'l Permesso Riposi, sol contento di sè stesso.

12

Chè quasi in ogni età fûro ben molti E sommi duci e sommi imperadori, Che in braccio ancora delle Muse accolti Bella vittoria coronò d'allori: Anzi d'april non son sì spessi e folti Per le campagne i leggiadretti fiori, Come gli uomini illustri che del paro Trattâr la penna ed il fulmineo acciaro.

13

E quanti fur, che con la toga in dosso In mezzo ai Padri nell'ampio senato Il poetico foco da sè scosso, In grazïoso sermone e posato Dier salute alla patria, ed il già mosso Periglio a' danni suoi fu dissipato? Ma non ho tempo, e Despina non vuole Ch'io spenda qui tutte le mie parole.

14

Se vi sovvien, la povera ragazza, Lasciato il suo amoroso Ricciardetto, Se ne andava, di duolo e d'amor pazza, A tutta briglia per entro il boschetto: E non le importa se casca la guazza, E se un ramo le graffia il viso e il petto; Chè nol sente, e se il sente non le importa: Ch'esser vorrìa sepolta, non che morta.

15

Perchè quando han bevuto daddovero Il veleno d'Amor le poverelle, Non sol non han più voglia nè pensiero Di feste e giuochi e d'altre cose belle, Ma si starìano dentro un cimitero Senza vaghezza di veder più stelle, E saprebber morire: e ne son morte Per troppo amor, ma non già del consorte.

16

Ma la malizia loro è tanta, e tale È la vergogna, che sono capaci Di mostrar odio ferino e mortale A chi consumerebbero co' baci, E di far vezzi a quei che voglion male. Nell'opre in somma e ne' detti mendaci Nascondon così bene il lor desìo, Che appena appena lo conosce Iddio.

17

Così fuggendo il suo piacer, Despina Camminò il resto della notte oscura, E ritrovossi poscia la mattina In un'aperta e fiorita pianura; E visto il tremolar della marina, D'andar al lido, quanto sa, procura. Vi giunge alfine, e vi trova una barca, E tosto con i suoi sopra v'imbarca.

18

Ricciardetto, che andolle sempre appresso (Ma con svantaggio; chè partì primiera), Giunse nel piano in quel momento stesso Che la donzella in barca montata era. Se restasse quel misero di gesso, Il pensi chi d'Amore è nella schiera. Volle gridare: Aspetta, non partire; Ma non potè nè men la bocca aprire.

19

Pur corre a quella volta come puote Speditamente, e vede ancora il legno. Col bianco fazzoletto mille ruote Fa, perchè intenda la crudele il segno. Despina il vede, e si bagna le gote Di pianto, per lasciar giovin sì degno; Ma l'onestade in lei ha tal vigore, Che vincer può la signorìa d'Amore.

20

Onde non solo non ritorna al lido Con la sua barca, ma fa tutte sciorre Le vele, e dassi affatto al mare infido; Sopra il cui dorso non cammina o corre, Ma vola il legno, e dell'amante fido Si cela agli occhi, che non si san tôrre Da quella vista; e piange e si dispera, E chiama ingrata la sua donna e fera:

21

E dice tali e sì triste parole, Che fino i sassi hanno pietà di lui; E le fiere e gli augelli, e l'aura e il Sole Par che mostrin dolor de' casi sui; E il mar, che sordo e barbaro esser suole Alle querele ed a' sospiri altrui, Pur si commosse; ed al lido ogni pesce Corre ad udirlo, e del suo mal gl'incresce.

22

Ma lasciam che si dolga in su la riva, Ed aspetti l'imbarco; chè non voglio Seco star, finchè un legno non arriva; E seguitiam Despina, che l'orgoglio Prova de' venti, e misera e cattiva Si vede aprir la barca in uno scoglio, E il vecchio Adrasto con i due giganti Perire, e tutti gli altri naviganti.

23

Ella sola si salva; chè s'aggrappa A certi sassi, e generosa e franca Meglio che puote dalla morte scappa; Indi cade sul lido, e da man manca Vede un vecchio villano con la zappa. Avea costui una gran barba bianca, Placido in vista e di buone maniere, Quanto permette il rustico mestiere.

24

Ma la bella Climene e il fraticello Mi fanno cenno ch'io ritorni a loro; Però lascio Despina e il villanello, E in man riprendo quest'altro lavoro. Climene, udita di Guidon suo bello La voce, che la trasse di martoro, Fuggì verso di lui, e lasciò in asso Il frate che si dava a Satanasso.

25

Il qual, mentre a seguirla si dispone Acciecato dall'ira e dall'amore, Cade alla peggio in mezzo d'un burrone, Ed ebbe di morir giusto timore. Si ruppe un braccio, e si sciupò un gallone; E fu tal l'acerbissimo dolore, Che perse la favella, il senso e il moto, E restò tra que' sterpi come un voto.

26

Certi pastori poi, che lo trovaro, Mossi a pietade del suo tristo caso, Alla capanna loro lo portaro, Ch'essere il dì potea verso l'occaso. Qui pure in breve tempo capitaro (Ve' se Fortuna gli vuol dar di naso!) Climene con Selvaggio, ed è lor dato Piccol tugurio al buon romito a lato,

27

Che nel vederli si muore di rabbia: E perchè non si puote ruticare, Sta zitto zitto, e si morde le labbia, E di core si mette a bestemmiare. Quei, che tartassa l'amorosa scabbia, Comincian dolcemente a ragionare; E si dicon parole inzuccherate, Che sono al frate tante stilettate.

28

Se ode a ventura rompersi una frasca, O nulla nulla tremolare il palco, Subitamente pare che s'irasca, Come destriero al suon dell'oricalco. Climene intanto si leva di tasca Uno specchio, che fatto era di talco, Per ricomporsi il crine, e farsi ognora Più bella per colui che tanto adora.

29

Il qual dice: Climene, il nostro amore E' non è nato, come gli altri, in terra: Ha principiato in ciel: che assai poche ore I tuoi begli occhi al cor mio fecer guerra. Appena appena il mattutino albore Apparve in cielo, allor che Cloride erra Presso Zeffiro suo, che ci guardammo; E poco dopo, come sai, ci amammo.

30

Dolce mia vita, ho sempre avanti agli occhi Quel giorno lieto, quel dolce momento, Che da sì grato amor noi fummo tocchi. Ma quando mi farai, bella, contento? Il frate allor (come fulmin che scocchi Da nera nube spezzata dal vento), Non mai, rispose, infin ch'averò vita; E a questo dire si morde le dita.

31

Si riscosse Climene a quella voce. Guidon, che il vede in sì misero stato, Chi t'ha posto, gli dice, a cotal croce, Che mi rassembri un spirito dannato? Il romito, che amore ed ira cuoce, Lo guarda con un occhio stralunato, E non risponde; e pare un pipistrello, Quando un lo affligge con lo zolfanello:

32

Che il naso e i labbri move in forme strane: E se non fosse fracassato tanto, Adoprerìa più volentier le mane. A cui Guidone, Un uom, come te, santo, E superiore alle miserie umane, Disse, dovresti con letizia e canto Sopportare cotesta tua disgrazia, Che a' buoni è cara più, quanto più strazia.

33

Disse un pastore: Il pover uomo ha rotto Il destro braccio e fiaccata una coscia. Seguir tu mi dovêi con minor trotto, Disse Climene, e più pensare al poscia; Chè adesso tu non sei sì giovinotto Da poter faticare senza angoscia. Allora Ferrautte disperato Urla, che sembra proprio un spiritato,

34

E le dice: Crudel, perchè m'insulti? Vanne col vago tuo, dove ti piace, E lascia me per questi orridi e inculti Luoghi a cercar la mia perduta pace. E perchè pare a lui che lieto esulti Guidon di quel tormento che lo sface, Gli dice: Se avverrà ch'io mai risani, Vedrai quanto è il valor di queste mani.

35

Guidon, che stima questo tempo perso, A piè del letticciuolo del romito Sopra del fieno stesosi a traverso, Alla sua donna fa cortese invito, Ch'ivi pur venga; e nel piacere immerso Canta, che pare un musico perito; Ma termina in sospiri il dolce canto, In acerbe querele e largo pianto;

36

Perchè Climene in conto alcun non vuole Far cosa che a donzella si disdica; E sopra ciò gli dice più parole, Che sono al buon Guidon spina ed ortica. Gli dice ben, che pria fia nero il sole, E salirà su in cielo una formica, Ch'ell'ami altri che lui; e che in consorte Lo accetta, e lo terrà fino alla morte.

37

E lo prega d'andar seco in Egitto, Ove già al padre ella ha spedito un messo, E di questo amor suo a lungo ha scritto: E certo tien che le sarà concesso, Sendo egli figlio di Ruggieri invitto. Di cui il Soldano have il ritratto appresso; E dì non passa ch'ei non ne favelle Or con queste persone, ora con quelle.

38

E tanto sa ben dire e consigliare, Che Guidone s'acqueta e s'addormenta. Lo stesso pur Climene viene a fare; E de' begli occhi l'alma luce spenta, Vicino al frate si lascia cascare: Lo quale tanto il diavoletto tenta, Che le voleva fin col braccio rotto Darle, non so in qual parte, un pizzicotto.

39

O vizio maledetto della carne, Che di senno ci spoglia e d'ogni cosa! Felice chi ti fugge, e chi può starne Lungi, come da peste mostruosa! Nè sì dal falco fuggono le starne, Come da donna bella e grazïosa Fuggir dovrebbe chi brama conforto In questa vita, e dopo ch'egli è morto.

40

Ora in quel moto al misero romito Uscîr di sesto l'ossa un'altra volta, E mugghiava come un toro ferito. Ma per quanto egli gridi, niun l'ascolta; Tanto era dolce il sonno e saporito Della gente che quivi era raccolta. Pur si sveglia Climene, e lo richiede Di che si dolga; ed ei grida: Mercede!

41

E le mostra pendente il braccio destro: Ed ella che sapea di chirurgìa, Glie lo raggiusta proprio da maestro, E lo lega con tanta leggiadrìa, Che preso il frate di dolcissimo estro, Su la man, che d'avorio par che sia, Dà un bacio, e dice: Suora, Iddio vel merti, E suoi don sopra voi sien sempre aperti.

42

Ma già per più spiragli entra la luce Nella capanna, e cantan gli augelletti. Guidone, il forte e generoso duce, S'alza, e prega con dolci e grati detti Il frate (giacchè a tale lo conduce La sua fortuna) che a guarire aspetti; E gli promette mandargli tra poco E medici e chirurgi, e servi e cuoco.

43

E per man presa la bella Climene, Parton dalla capanna allegramente; E appena usciti, veggono che viene In verso loro un nano egro e dolente. Ma della guerra più non ti sovviene? (V'è chi mi dice disdegnosamente). Me ne sovviene; e se aspettavi un poco, Vedevi ch'era giunto ora il suo loco.

44

Dietro allo Scricca, che il diavol sel porta, Va Orlando e seco gli altri paladini; Giacchè tutta è disfatta e quasi morta L'Egizia gente. Il Cafro, che vicini Ode i nimici, al mare si trasporta, Ove ha sue navi; ed ancore ed uncini Fa tagliare in un attimo, e si parte Con tutte l'ampie vele all'aura sparte.

45

Sopra Franco naviglio entrano anch'essi, E dan la caccia alle fuggenti vele: Ma già per l'aria spaventosi e spessi I nuvoli appariscono, e crudele Minaccian pioggia; onde umili e dimessi Pregano i naviganti che si cele La nave lor nel sen d'un'isoletta, Ch'è nominata l'Isola Perfetta.

46

Questa era l'isoletta della Giara, Conforme scrive il nostro Garbolino, A' signori di Scozia un dì sì cara, Finchè non cadde nel crudel domìno Di Manganoro e di sua gente amara, Tutta quanta del rito Saracino; Il qual la fece con ripari assai Sicura sì, da non pigliarsi mai.

47

E voltata la prora a quella via, Tanto fêro, ch'in tempo v'arrivaro, E scampâr da procella iniqua e ria. La notte entro del porto si fermaro In una bella e comoda osterìa. Venuto il giorno, lieti si levaro; E quale andò per l'isola a diporto, E qual volle fermarsi dentro il porto.

48

Astolfo pose il piede in un boschetto, E andò tant'oltre, che smarrì la strada. Ritornò verso il mare, e un ruscelletto Vede sì chiaro, che molto gli aggrada La sua vista, e di gioja gli empie il petto: E mentre all'erba, ed ora all'onda ei bada, Vede un angiol del cielo addormentato Su quell'erbetta; ed ei gli siede a lato.

49

Donzella sì gentil non fe' natura, Com'ella era costei; onde l'Inglese Ringraziando la sua buona ventura, Senz'altro dire in braccio se la prese. Ella svegliata, colma di paura, Grida: Villano! e fa le sue difese. A quelle grida vengono infiniti Uomini d'arme e cavalieri arditi.

50

Astolfo, ch'era lieve di cervello, S'era levato l'elmo, ed in disparte Posta la lancia per parer più bello; Onde assalito poi per ogni parte, Cesse al destino suo crudele e fello; Nè gli valse virtù, vigore ed arte; Chè colto all'improvviso e in quel contrasto Ercole ancora vi sarìa rimasto.

51

Egli dunque restò preso e legato, E condotto davanti al Saracino, Che Manganor per nome era chiamato. V'era Fioretta sua, che 'l paladino Avea di sottomettersi tentato, La quale se ne stava a capo chino. Giunto davanti al Turco il cavaliero, Quei più dell'uso dimostrossi altero;

52

E disse: Brutto traditor villano, Tu porre insidie al mio reale onore? Tu di mia figlia ardisti, iniquo e insano, Macchiare il puro e virginal candore? Or ti voglio impiccar di propria mano, E aprirti il petto, indi strapparti il core. Ma non è da capestro il tuo peccato; Vo' che di dietro un pal ti sia ficcato.

53

Quindi ordina che sia condotto in piazza, Ed impalato all'usanza turchesca. Astolfo guarda la gentil ragazza, E pietà chiede in favella moresca; Ma di parole anch'ella lo strapazza, E dice: Come vuoi che mi rincresca Di vederti far male, se testè Tu volesti far male ancora a me?

54

Singhiozza Astolfo, e le dice fra' denti: Poter di Giove! i nostri mali sono, Bella Fioretta, troppo differenti. Io mi pensai di farti un dolce dono, Dono che seco non avea tormenti; Ma tu mi lasci al boja in abbandono. Deh! almeno non voler, bella Fioretta, Che m'impalin costor con tanta fretta.

55

Muori pur, disse la cruda donzella, E dal balcone vo' starti a vedere. Or mentre seco Fioretta favella, Egli è tratto da' birri a più potere Nella gran piazza in maniera aspra e fella; E quivi il boja gl'ignuda il messere, Ed a' ginocchi poi le man gli lega. Sospira Astolfo, e tutti i Santi prega:

56

E chiede per pietade un quarto d'ora Per Dio pregare; e il sir glie lo concede: Ma quel palo in veder tanto lo scuora, Che d'apprensione pria morir si crede. Pensa all'entrata, e come ha da uscir fuora: Già per la gola passar se lo vede, E dice, vôlto al cielo, umile e queto: Domine, non vorrei quel palo dreto.

57

Ma se le colpe mie sì gravi e spesse Meritan questo sì crudel martoro, Le voglie mie ho nelle tue rimesse: Vissi Cristiano, e da Cristiano io moro. Non ho colpa di boria o d'interesse: Sopra la carne ho fatto un reo lavoro. Signor, riguarda a tua bontà infinita, Non alle colpe di mia trista vita.

58

Ma il quarto è già passato, e dalla loggia Fa cenno Manganor ch'egli s'impali. Tratto è per aria in aspra e crudel foggia Il mesto Inglese da due funi eguali; E il boja dietro il palo omai gli appoggia; Quale in sentirlo diede in smanie tali, Che legato com'era fece un moto, Che il messer per allor gli restò vôto:

59

E faceva sì bene all'altalena, Che il boja non potea far ben l'offizio. Or lo tocca col palo in su la schiena, Nelle cosce or, nè mai nell'orifizio. Tutta rideva la di popol piena Ritonda piazza a sì strano esercizio; Quand'ecco il buon Rinaldo ed ecco Orlando Che van slargando la folla col brando;

60

E giunti dove Astolfo era pendente, Lo sciolser presto presto, ed un macello Fecer di quella saracina gente. Poi van dove del rege era l'ostello; E Manganoro, già di sdegno ardente, Lor viene incontro armato d'un martello, Che dove batte, stritola e rovina, Se fosse una colonna adamantina.

61

Fioretta anch'essa del padre in soccorso Manda la gente in arme la più chiara. Rinaldo verso il rege a tutto corso Si move, e con la sua nodosa e rara Lancia lo fere; ma, come ape all'orso, Fu quel suo colpo al sire della Giara, Il quale tira a lui tal martellata, Che n'ebbe quasi a fare una frittata.

62

Cade Rinaldo, e sembra come estinto: Orlando piange sotto dell'elmetto; Poi trae la spada, e verso il re si è spinto, E grida: Hai morto il mio cugino eletto; Ma tosto fia che del tuo sangue tinto Io vegga il suolo, e il corpo tuo negletto. Ed in ciò dir gli dà colpo sì strano, Che il martello gli fa cader di mano;

63

E con un altro gli taglia la testa; Quindi torna a Rinaldo, e si consola, Chè vede come ancora in vita ei resta. Sen fugge l'altra gente, anzi sen vola Al rudo aspetto di sì rea tempesta, E lasciano Fioretta sola sola; Alla qual corse Astolfo, e disse in fretta: Bella mozzina, chi la fa l'aspetta.

64

Io voglio impalar te con quello stesso Palo con cui tu me impalar volesti. Piange Fioretta, e con volto dimesso E con accenti dolorosi e mesti Lo prega che non dia 'n un tale eccesso; Chè non mancan mannaje nè capresti. Quando ei voglia usar seco sua sevizia. E fare un'apertissima ingiustizia.

65

Rispose Astolfo ripieno d'orgoglio: Non ragionar di forca o di mannaja; Hai da morir di palo: io così voglio, E godo che ciò asprissimo ti paja: E per non perder tempo, già ti spoglio. Fioretta allora, come una ghiandaja Grida, ed un morso appicca su le mani Ad Astolfo, che fallo dare a' cani.

66

Orlando, ch'ode sì fatta contesa, Disse ad Astolfo: Di che si quistiona? Ed egli al conte: La medesma offesa Vo' fare a questa ragazza poltrona, Ch'ella a me fare era pur dianzi intesa. Rispose Orlando: Il Cristiano perdona, E rende ben per male: e spezialmente Quando del fatto il nimico si pente.

67

Ma quando d'una femmina si tratta, Non vedrai libro di cavalleria, Che niuno, se non è persona matta, Esorti a farle affronto o villanìa. Ancor se del tuo sangue ella s'imbratta, La donna è gentil cosa, e non è ria. La bellezza è il suo dono di natura; Nostro è il senno, l'ardire e la bravura.

68

Però non ponno, e non san fare offese, E van del paro con li fanciulletti, Che capaci non sono di difese, Per non aver ben fermi gl'intelletti, E senno tal da maneggiare imprese. Però, se vuoi tra' cavalier perfetti Aver luogo, convienti perdonare. Rispose Astolfo: Io non lo posso fare.

69

Vedi quel palo là di sorbo o fico? Se tu tardavi, d'ordin di costei M'entrava ove si soffia al beccafico. Or questo palo entri un po' dietro a lei: E s'io non faccio questo che ti dico, Di dietro a me ne possano entrar sei. Rispose Orlando: Corpo di san Piero! Astolfo mio, tu se' pazzo da vero.

70

Alla Fioretta poi si volge il conte, E le domanda che gli voglia dire Per qual cagione tali offese ed onte Fêsse ad Astolfo. Ed ella: Eccelso sire, (Disse con bassa e vergognosa fronte) Il padre mio dannò questi a morire, E non già io; se ben l'opere sue Furon degne di morte e ancor di piue.

71

Io me ne stava un giorno per piacere In una selva alla città vicina, Con le compagne mie cacciando fere. In seguirne una, verso la marina Mi trovo, e stracca mi pongo a sedere Su l'erba presso l'onda cristallina D'un fiumicello; e la stanchezza e il loco Mi fêro addormentare appoco appoco.

72

Or quando sono nel sonno più forte, (Vedi, signor, quanto rossor mi tinge Il volto, e pare che a tacer m'esorte; Ma la giustizia a favellar m'astringe) Ecco costui che con maníere accorte M'annoda con le sue braccia e mi stringe: Mi sveglio, e grido, e fo cose di fuoco; E cielo e terra a mio favore invoco:

73

E mentre io mi difendo, ed ei m'assale, Ecco i miei cacciatori all'improvviso Che fan prigion quest'uomo sensuale, Ed un corre a mio padre a darne avviso. Pensate voi se glie ne seppe male. Accesa brace si fece il suo viso: E m'incontra gridando: Figlia mia, Ov'è colui che ti fe' villanìa?

74

Ed ecco in questo dire il baron degno: Ed egli tosto condannollo a morte. Vedi, signor, se un cotal fatto è indegno, E se merito avea di miglior sorte. Orlando ch'ebbe sempre un buon ingegno, Disse a Fioretta: Le tue guance smorte Rallegra pure, e non temer di nulla; Chè oprasti da onestissima fanciulla.

75

Duolmi sol di aver dato acerba e trista Morte a tuo padre, a cui non si dovea. Poi disse a Astolfo: Or vedi che si acquista Per gir dietro a una voglia iniqua e rea? Che bella cosa, degna d'archivista, Sarebbe stata, se in quella platea Eri ammazzato in foggia così brutta, Con tua vergogna e della Francia tutta?

76

Astolfo disse sospirando: Io veggio Che feci mal; ma fu l'occasïone Che il mio giudizio fe' balzar di seggio, E lo mandò in un'altra regïone; Che spesso un vede il bene, e segue il peggio, Nè sempre al senso domina ragione: E s'io potessi disfare il già fatto, Vorrei col sangue disfarlo ad un tratto.

77

Riprese Orlando: Or parli da Cristiano: E perdona anche a lui, Fioretta bella. Rinaldo intanto se ne vien pian piano Là dove il conte ed Astolfo favella; E narrano anche a lui di mano in mano L'opra d'Astolfo temeraria e fella: Onde gridò: Se lo sapeva io prima, Lasciava il corso libero alla lima;

78

Chè daresti di naso a quante sono Donne del mondo, o sieno belle o brutte; E sempre abbiam per te qualche frastuono. Rispose Astolfo con le labbra asciutte: Odi il nuovo Giuseppe: odi in che tuono Parla, contrario all'amorose lutte, Come se al mondo egli non fosse chiaro Che se' peggior d'un gatto di gennaro.

79

Disse Rinaldo: Io non ti dico mica D'aver fatte ad ogn'ora opere pie; Ma usato non ho mai forza o fatica Per far le belle donne tutte mie. Voglion sferze di rose, e non d'ortica Femmine e mule, quando son restìe: Uomo che ha senno, forza non adopra Contro esse, e sol mette il pregare in opra.

80

Finiamola, disse Orlando: non sta bene Parlar così davanti a una fanciulla; E vediam che per noi far si conviene, Ond'ella senta almeno poco o nulla Di tante che le demmo acerbe pene. Fortuna co' mortali si trastulla, E fa nascere il ben dopo alcun male; Chè quando scende l'un quell'altro sale.

81

Onde disse a Fioretta: Il danno fatto Non può disfarsi; ma se utile alcuno Vi possiam far, ve lo faremo a un tratto. Disse Fioretta: Amor m'ha preso d'uno De' miei baroni; ed egli è sì disfatto Per l'amor mio, che uguale a lui fu niuno Nel vero amor: ma per amarmi troppo, Diede il meschino in un crudele intoppo;

82

Chè il padre mio, il qual di ciò s'accorse, Lo mise in ceppi dentro un'aspra torre, Donde non può, nè potrà mai ritorse; Chè un fier gigante, detto Bicciborre, Evvi a sua guardia, e seco son due orse; Ed evvi un fiume a cui simìl non corre Torrente alcuno, e non si può guadare, E non v'è ponte sopra cui passare.

83

Andiamo a questa torre, disse il conte. Andiamci, ch'ella vi è poco lontana (Disse Fioretta con allegra fronte). Questa è la torre detta della Rana; Perchè una Fata di bellezze conte Usciva spesso fuor d'una fontana Con quelle spoglie, e giunta sul terreno Si fea bella fanciulla in un baleno.

84

Questa s'accese un dì d'un cavaliero (Come dice l'istoria del paese), E parmi il nome suo fosse Ruggiero; E tanto affetto e tanto amor gli prese, Che temendo cangiasse un dì pensiero, Fe' quella torre in meno assai d'un mese; E vi pose quelle orse e quel gigante A guardia, e il fiume rapido e sonante.

85

Or chïunque alla torre s'avvicina, Scappa un'orsa, l'acciuffa e dentro il porta: Ma pure egli fuggissi una mattina Su l'ali d'un augel, senza aprir porta. Onde cadde d'affanno la meschina; Poi mangiò d'erbe una certa sua torta, Che fa dormire; e quindici anni sono, Che tien tra il sonno i sensi in abbandono;

86

Chè negato il morire egli è alle Fate: Onde dormendo, il male suo non sente. V'ha dentro damigelle assai garbate, Che trattano i prigioni gentilmente. Astolfo allor le disse: Che mi date, Se dello sposo vi faccio un presente? Chè questa impresa a me solo appartiene, Nè ad altri mai potrebbe avvenir bene.

87

Rinaldo guarda Orlando, indi sogghigna, E dice: Astolfo s'è scordato presto Del mo' che qui si tiene in palar vigna. Poco fa tu non eri sì rubesto, Gli dice il conte. Ed Astolfo digrigna I denti, e dice: In questa lancia e in questo Braccio vedrete voi quel ch'io so fare. Ed ecco omai che la gran torre appare.

88

Rinaldo vanne il primo; e giunto a riva, Ecco un'orsa che vienlo per ghermire. Ei si ritira a tempo, e quella schiva; Poi con Fusberta la cerca ferire: Ma par di senso quella bestia priva; Chè niun de' colpi suoi mostra sentire: Or mentre con quest'orsa egli combatte, Eccoti l'altra dietro che l'abbatte;

89

E come lupo che s'arreca in spalla La pecorella, e nel bosco sen fugge; O come il ragnol porta la farfalla Nelle sue reti, e po' il sangue le sugge; Così pel fiume, come fosse galla, Va l'orsa col prigion che d'ira mugge. Ma null'altro può fare; chè perdute Son tutte le sue forze e sua virtute.

90

Orlando a questo fatto estranio tanto Si ferma un poco, e dice: Ho fatto male, Quando si tratta di cose d'incanto, A lasciarvi ir Rinaldo. Astolfo vale Contra il demonio; non perchè sia santo, Ma per quell'asta che a tutte prevale Incantagioni di qualunque sorta; Tanta seco virtù quest'asta porta.

91

Ordina dunque ad Astolfo che vada A quella impresa; ed ei vi va di botto. S'affaccia al fiume; e mentre l'orsa il guada, La prende in mira a guisa d'un merlotto, Senza dubbiar che al primo colpo cada. Uscita l'orsa di serrato trotto, Vien per la ripa incontro Astolfo, il quale La tocca; ed ella muor senz'altro male.

92

Al cader della prima, immantinente Viene l'altra orsa orribile e feroce; Ma cade quella ancora similmente, E nel cader diè un urlo tanto atroce, Che fe' tremar la più lontana gente. Quand'eccoti il gigante che a gran voce Grida; ed era tanto alto e smisurato, Che con un salto il fiume ha trapassato.

93

Nelle mani ha una trave grande e grossa, Che alber di nave è scarso paragone. Astolfo dice: Una mezza percossa M'avanzerebbe di questo bastone. Però lo schiva con tutta sua possa, E con l'asta lui fere nel tallone Leggier leggieri; e subito trabocca Quel gran gigante, e si rompe la bocca,

94

E muore anch'egli. Ma che serve questo, Ripiglia il conte, se il guadar ci è tolto? Astolfo dice: Or noi faremo il resto; Chè s'il fiume è per incanto raccolto, Io lo rasciugo, conte, presto presto: E nel fiume che rapido era molto, Immerge l'asta d'oro; ed oh portento! Fugge la ripa e il fiume in quel momento.

95

Lo stesso accade alla torre incantata, Che vanne in fumo per virtù di quella Asta, abbastanza non giammai lodata Nè si vede alcun paggio o damigella, Ma v'è di cavalier molta brigata; E veggon sul terreno una donzella Con una face accesa, e morta sembra, Sì forte sonno lega le sue membra.

96

Ma non sì tosto l'Inglese la tocca, Ch'ella si sveglia, e tiensi per tradita, Non più vedendo gigante nè rocca: Onde ponsi a fuggir pronta e spedita. La segue Astolfo; ma quella trabocca Nel fonte, ed èssi in rana convertita. Torna Astolfo a' compagni, e narra il fatto Strano sì, che qualcun lo tien per matto.

97

Fioretta già si stava con Aliso, Il suo vago e pregiato giovinetto; E spesso spesso scoloriva il viso, Mentre per man se lo teneva stretto. Orlando disse lor con un sorriso: Del piacer vostro, amanti, io n'ho diletto; E già che sì v'amate, egli è ben giusto Che onestamente vi pigliate gusto.

98

Ma voglio prima una grazia da voi, Che abbandoniate la fè saracina, E in quel crediate, che crediamo noi. E qui si mise a fare la dottrina Orlando, capo de' famosi eroi; E convertito Aliso e la regina, L'isola diede loro; ma con patto Che mandassero ogni anno a Carlo un piatto.

99

Ma giacchè la mia Musa è in braccio a' venti, E quasi Galatea corre pel mare, Di Ricciardetto i miseri lamenti, O di Despina vogliam noi narrare? O del re Cafro le vele fuggenti Vogliamo a tutta forza seguitare? O fermati co' due diletti sposi, Nell'isola goder dolci riposi?

100

Ordine vuol di bella cortesìa, Ch'ogni altro io lasci, e ritorni a Despina, Che nella sua sventura acerba e ria Un vecchio vede che a lei s'avvicina, Il quale con maniera onesta e pia La chiama a nome, e l'appella regina; Talchè restò, per la cosa impensata, Tutta da capo a' piè fredda e gelata.

101

Ei fischia intanto, e discendono al basso Due leggiadre e modeste villanelle, Che balzando venìan di sasso in sasso Come cervette o caprïole snelle. Un dardo aveano in man, dietro un turcasso, Corte le trecce e corte le gonnelle, E d'un color sì candido e vermiglio, Che tal rosa non sembra unita a giglio.

102

Giunte a Despina queste forosette, La salutaro e la pregaro insieme, Che salir voglia per quell'aspre e strette Valli ad un colle che nebbia non teme, Dove son lor capanne poverette, Ma dove mai nessun sospira e geme; Tale è la pace, e tale è l'allegrezza, Che si ritrova in quella loro asprezza.

103

Si rallegra Despina a questi accenti E segue le sue liete condottiere; E dopo gran fatiche e lunghi stenti Entran, finito l'orrido sentiere, In un gran prato d'erbette ridenti, Rotte da chiare e limpide riviere, Che ornate avean le rive d'arboscelli Per fronde e frutte estremamente belli.

104

Là vacche e tori, e qui bianchi capretti, Qui pecorelle candide, là more Vede; ma non già vede in quai ricetti Guidate sieno da verun pastore, Nè forti cani a lor custodia eletti Per guardarle dal lupo traditore. Vanno esse a lor talento, e ciascheduna Dorme ove vuole, quando il ciel s'imbruna.

105

Del suo maravigliar Leucippe accorta (Una di quelle due Ninfe vezzose) Le disse: Arturo qui verno non porta, Ma a sempiterni autunni ed a odorose Primavere il buon Pan apre la porta: Nè lupi, nè altre bestie insidïose Sono per questi boschi e questi prati; Però non è chi il gregge osservi e guati.

106

Nè s'ascolta fra noi quel duro detto: Questo gregge egli è mio, mio questo armento; Ma ciascun bever puote a suo diletto Il latte, e pigliar puote a suo talento Vitella, agnello o tenero capretto. Nè per amor qui alcun piange scontento; Chè di venir qua su nè gelosìa, Nè l'empia infedeltà sanno la via.

107

E Niside seguìo (l'altra sorella): Leucippe mia la non t'ha detto ancora Quello che più soggiorno tale abbella, E i nostri giorni del continuo infiora: Ma giunta che sarai, Despina bella, Al nostro albergo, e giungeremvi or ora, Tu lo saprai; e n'avrai tal diletto, Che questo dì per te fia benedetto.

108

Or mentre van costoro alla capanna, Udiam un po' ciò che racconta il nano: Il nano, che nel dir piange e s'affanna Alla vaga Climene ed all'umano Guidon, che chiama sua stella tiranna, Perchè dar non gli vuol, se non la mano, La sua sposa leggiadra, e vuol che aspetti A fare il resto ne' paterni tetti.

109

Disse il nano: Regina, il nostro campo Egli è disfatto; e quei che non son morti, Sono fuggiti come razzo o lampo In verso il mare, pe' sentier più corti. I guerrieri migliori al vostro scampo Pensaro un pezzo, e contrastâr da forti; Ma Rinaldo ed Orlando e due giganti Li fecero morire tutti quanti.

110

L'esercito Lapponio anch'esso è spento; I Cafri son fuggiti a rompicollo. Però venuto a voi ratto qual vento Sono, e qual vedi, di sudor ben mollo, Nunzio infelice di sì tristo evento; Perchè, se il cielo ancor non è satollo Di tanto sangue, ancora il tuo non versi; Chè allora sì che noi saremmo persi.

111

Bagnò di belle lagrime le gote A questo annunzio la real donzella. La consola lo sposo in dolci note, E promette in Egitto andar con ella: E perchè del gran Carlo egli è nipote, Vuole che seco la sua donna bella Vada a Parigi; ed ella non disdice A ciò che il suo Guidon di voler dice.

112

Giunti a Parigi, Guidon non si scorda Di mandar al romito i due giganti, Ch'ei fe' cristiani, e tolse dalla lorda Setta de' Saracini empj e furfanti. V'andò un dottore, detto Tiracorda, Ed un chirurgo con unguenti tanti, Che basterìan per un ampio spedale; Tanto a Carlo di lui sapeva male.

113

Giunti costoro al mesto Ferrautte, Lo trovaro che presso era al morire; Nè serviva lancetta o gammautte, O impiastro alcuno per farlo guarire. Bestemmiava il meschino a labbra asciutte; Onde il dottore lo volle ammonire, E disse: Signor mio, questa è la pena Di chi nasce, che nato ei muore appena.

114

Bisogna sopportar con pazïenza Il mal che Dio ci manda. E questo stesso I giganti dicean con riverenza. Al dottore, che stavali più appresso, Diè Ferrautte con somma potenza Nel viso un pugno, che restògli impresso Il segno infin che visse; ond'ei comanda Che lo leghin ben ben per ogni banda.

115

Quindi per certo fraticello invìa, Che stava a far del bene in quel deserto. Giunto all'albergo, dice: Ave Maria: E gli è subitamente l'uscio aperto. Vieni pur col malan che Dio ti dia, E come certamente fia il tuo merto, Ferraù grida, e si morde le labbia, E getta spuma per l'insana rabbia.

116

S'accosta il buon padrino al letticciuolo, E gli dice: Fratel, morir bisogna. Io compatisco il vostro affanno e il duolo; Ma tanto è il bene al qual da noi s'agogna, Che a patir tutti i mali un uomo solo Sarebbe meno che un tagliuzzo d'ogna, In paragon del guiderdone immenso, Che Dio ci dona, ignoto al nostro senso.

117

I mali di quaggiù son lieve cosa. Ferraù, che si sente lacerare Dalla infiammazion sua tormentosa, Rinnova il suo tremendo bestemmiare, Che sembra al frate cosa mostruosa; Onde si pone ginocchioni a orare, E prega Dio che ravveder lo faccia, E gli renda salute, ove gli piaccia.

118

In questo mentre che il romito prega, Si disacerba molto il suo dolore; Onde in sè ritornato, il capo piega Pentito al crocifisso suo Signore: Ed il medico allor lieto lo slega. Circonda il padricello almo splendore, Il qual con quella luce alzato in piede, E colmo il petto d'una viva fede,

119

Comanda a Ferraù ch'esca di letto: Ed egli n'esce risanato in guisa, Che a' suoi giorni non fu mai sì perfetto. Poi con voce che l'alme imparadisa, Gli fece uno strettissimo precetto Di ritornare alla montagna Elisa, Dov'ei faceva prima penitenza Con una esemplarissima astinenza.

120

Ferraù gli si getta ginocchioni; E la sua confessione generale Fatta ch'egli ebbe con molti atti buoni, Vestitosi da Fra Conventuale, Gettata la camicia ed i calzoni, Partissi, come a' piedi avesse l'ale, Verso il monte d'Elisa; e vangli avanti Ambo i suoi dilettissimi giganti.

121

Or vanne, fraticello, al monte sacro, E là ti scorda della tua Climene Con digiun aspro, onde diventi macro; E con cilizi e nerbi in su le rene Fàtti di sangue proprio un bel lavacro; E fa talora anche per me del bene, Chè n'ho bisogno. Ma tempo ben parmi, Donne gentili, omai di riposarmi.

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