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Il Ricciardetto, vol. I

Volume 1 — IL RICCIARDETTO (continued 2)

Reading edition

25

Già che tu non hai altro, io mangerò E l'uva e' fichi, amato Ferraù. E a' piedi della cassa si assettò; E il frate con le man fece Gesù, Benedicendo il cibo; e divorò Rinaldo sì, che nella cassa più Da mangiar non rimase; e fuor po' uscì, E bevve a un fonte ch'era su di lì.

26

E quindi ritornato nella cella: Orsù, comincia adesso la tua storia, Che mi figuro che voglia esser bella. Ed egli per svegliare la memoria Grattossi il capo, e scosse le cervella, E disse: Sia di Dio tutta la gloria; Chè tutta è grazia sua, tutto è suo dono, Se quel che un tempo fui, or più non sono.

27

Hai dunque da saper, forte Rinaldo, Che quando sì d'Angelica mi accesi, Che non fu ferro al fuoco mai sì caldo, Quant'io era, sua mercede (O male spesi Pianti e sospiri! O mal costante e saldo Amor, per cui lo mio Fattore offesi! Ma il fatto è fatto, e non si può disfare; E spero in Dio che se n'abbia a scordare);

28

Feci per lei, se ben te ne sovviene, E teco e con altrui battaglie strane; Ed uccisi tanti uomini da bene, Che a narrarli non bastan settimane: Ma la crudel non volsemi mai bene, E strapazzommi sempre come un cane: Alfin fuggissi in India con Medoro; Che quando il seppi, io caddi di martoro;

29

E mi prese tal voglia di morire, E terminar così la mia disgrazia, Che nel Cattai mi risolsi d'ire, E colà guadagnarmi o la sua grazia Con le belle opre o col lungo servire, O disperato in fine lei far sazia Del sangue mio. E così stabilito, Vo cercando di navi in ogni lito.

30

Una ne trovo al porto di Valenza, Che andava proprio al regno di Cattai, E conduceva quantitade immenza D'uomini e donne, e d'altre cose assai. Il nocchiero mi accorda la licenza Di salir sopra; e il nolito fermai: Il dì dipoi si sciolsero le vele; E il mare or fu benigno, ora crudele.

31

I tuoni, le procelle e le tempeste Non ti so dire, ed i mortai perigli: Ma per me tutte erano gioje e feste; Chè aveva di morir mille consigli: E sol talora m'erano moleste; Chè ricreare un'altra volta i cigli Avrei voluto col mirar quel viso, Che mi pareva proprio un paradiso.

32

Nè nulla ti dirò dei fieri mostri Che vanno errando per quelle marine: Non sono punto somiglianti ai nostri; Chè hanno più teste e più pungenti spine: E le balene, che pe' mari vostri Sembran grandi, appo lor son piccoline. Basti di dir, che spesso là rïesce Equivocar tra un'isola ed un pesce.

33

Un dì che irato il tridentier Nettuno Tentò rapirci nel suo sen profondo, Cozzò la nostra nave all'aër bruno 'N un'isola, e si aperse, e quasi al fondo Ella ebbe a andare; e ne temette ognuno. Scendemmo in terra, e d'ogni grave pondo L'alleggerimmo, e rassettammo appresso; E più dì stemmo in su quel luogo stesso;

34

E, come si costuma, immenso foco Si accese per cibar tanta genìa Che scesa dalla nave era in quel loco: Quando ecco l'isoletta che va via, E la nave va seco; e a poco a poco Ci accorgiam come cosa viva sia. Per entrar nella nave ognun si affolla, E pel timor chi affoga e chi si ammolla.

35

Dopo due ore di ravvolgimento L'orca spietata ci mostrò la fronte, E poi l'immensa bocca, e il brutto mento. Alta e larga così, che arco di ponte Non vidi mai (e n'ho visti da cento Su le fiumane più famose e conte); E di sopra e di sotto acuti e spessi Denti ella aveva a guisa di cipressi.

36

Il nostro capitan disse: Siam morti: Ecco che tutti ella c'ingolla crudi, Nè v'è chi ci difenda e ci conforti; Chè qui non servon nè lance nè scudi, Nè cavalieri generosi e forti, O coperti di maglia o affatto ignudi. In un boccone, in un serrar di bocca Nel suo gran ventre la nave trabocca.

37

In questo mentre, a guisa di ranocchio, Presa un'antenna in man, gli salto sopra La testa, e glie la pianto in mezzo a un occhio. L'orca per lo dolor urla, e s'adopra Di trarsi fuor quel gambo di finocchio; Ma io non perdo mica il tempo e l'opra: Ne prendo un'altra, e fo il medesimo atto, E la bestia crudele accieco affatto.

38

Così ci liberammo quella volta. Or vedi come son quei pesci grossi. Giunsi in fine al Cattai, e in fretta molta In verso di Baldacca il piede io mossi; Baldacca, dove ogni bellezza è accolta, Che feo varj terren di sangue rossi: Tanti erano i desìi, tante le voglie, Che aveva ciaschedun di averla in moglie.

39

Entro in Baldacca, e trovola dogliosa Per la morte del principe Medoro; E la sua corte oscura e tenebrosa. Di Angelica dimando ad un di loro; E mi risponde, com'è lacrimosa, E come strappa i suoi capelli d'oro, E come chiusa in solitaria stanza Odia ogni festa, ogni gioja, ogni danza.

40

Ma che il suo vecchio padre Galafrone Pensa a trovarle un novello marito, Il qual sia in armi un celebre campione; Perchè è signor d'un popolo infinito, Ed ha nemici c'han grosso rognone, E lo potrebber porre a mal partito: E disse che volea spedire a posta Al conte Orlando, e fargliene proposta.

41

Risposi: Vanne a Galafrone, e dilli Che non spenda monete nel corriero; Chè Orlando ha pien la testa ancor di grilli, Ed è per tutti i capi un pazzo vero: Ma che c'è un tal, che fuora è de' pupilli, Perfetto spadaccin, perfetto arciero; Uom che solo potrebbe, e disarmato, Tutto quanto difendere il suo Stato.

42

Ebbe a scoppiar quell'uomo dalle risa, Udendomi parlar di cotal modo; Ma pur disse: Farò come divisa La tua persona, che per franca io lodo; Ma non so poi se nella stessa guisa L'opre saranno alle parole che odo. Poca uva fa la vigna pampinosa; E il dire e il far non son la stessa cosa.

43

Io, che mai non conobbi pazïenza, Nè vo' che mi si replichi parola, Vedendo che al mio dir poca credenza Mostra colui, lo prendo per la gola, E glie la stringo con tanta potenza, Che l'alma dal meschin tosto sen vola. Corre tutta la piazza a questo fatto, E mi son sopra più di mille a un tratto.

44

Io con quello strozzato ancora in mano Lo giro a tondo, e mi faccio far lato; Poi lo scaglio da me tanto lontano, Che Galafron, ch'era al balcone andato, Udendo quel tumulto così strano, Ebbe a restarne quasi sfragellato: E lo spezzava appunto come un vetro; Ma lo colpì con le parti di dietro;

45

E disse: Corpo del nostro Apollino, Chi fa volar sì in alto le persone? Non soffia già Scirocco nè Garbino, Nè gli uomini son foglie o polverone, Che facciano per l'aria il lor cammino: E manda in piazza il duca del Cordone, Onde s'informi di quella faccenda; Ed il chirurgo intanto lo rammenda.

46

Arrivato non era ancora in piazza Il duca, che, snudato il fiero brando, Aveva ucciso ormai di quella razza Più di un migliajo; e pur ferìa scherzando: Onde slargossi il cerchio; e, Ammazza, ammazza, Diceano da lontano, e ancor tremando. Il duca, nel veder sì gran macello, Mi fe' un saluto, e si cavò il cappello;

47

E disse: Generoso cavaliere, Perchè avvilirti con questa canaglia? La quale, se t'ha fatto dispiacere, Non ha viva nè morta come vaglia A soddisfarti conforme è il dovere. E prega seco che in palazzo io saglia; E mi assicura che il re Galafrone Mi vederà con gran soddisfazione.

48

La cortesìa fra l'armi non disdice, Io dissi a lui, e rinfodrai la spada. Fra tanto al re corre un staffiero, e dice, Come io per girne a lui preso ho la strada. Galafron vienmi incontro, e maledice Il punto e l'ora nella quale io vada A ritrovarlo; pur compone il viso, Meglio che puote, a contentezza e a riso;

49

E mi abbraccia, e mi bacia nella fronte, E vuol ch'io sieda sotto il baldacchino; Nè v'è baron, nè v'è marchese o conte Che mi parli, se non col capo chino. E dettomi di lodi un mare, un monte, Mi chiese s'i' era Franco o Saracino. Saracino, risposi; e men compiaccio, E adopro per Macon la spada e il braccio.

50

Quindi gli presi a dir, come a Parigi Fui qualche tempo, e d'ogni paladino Provai le lance, e vi feci prodigi; Nè tu, nè il tuo sì celebre cugino Abbatter mi potero, e Malagigi, Ancorchè avesse i diavoli in domìno: In fin gli dissi, come Amor mi prese Della sua figlia, e di lei il cor mi accese;

51

E ch'appunto venuto era al Cattai Per vederla di nuovo, e poi morire. E in ciò dicendo, di pianto bagnai Le gote, e fei quel vecchio impietosire; Talchè mi disse: Forestier, che hai? D'ogni male si può sempre guarire, Toltane morte; però ti consola, Che per moglie averai la mia figliuola;

52

E con essa vo' darti in dote il regno, Giacchè Lucina l'altra figlia mia, Da noi fuggendo, fece un atto indegno. Rinaldo disse allor: Non molta via È da noi lunge, e consorte ben degno Ha seco, e sono bella compagnìa. E tutta a lui narrò la varia istoria Di quegli amanti, degna di memoria.

53

Poi gli disse: Ripiglia il tuo racconto; Chè l'ora passa, e il moccol si consuma. Rispose Ferraù: Sempre son pronto; E se questo si estingue, altro si alluma; Chè di cera non tengo molto conto. Ho di molte api; e nell'orrida bruma, Quando l'aria è più fredda e più crudele, Io mi diverto in far delle candele.

54

Ferraù, tu mi fai strasecolare, Disse Rinaldo, e si battè su l'anca. Tu prima non volevi che trescare In bordelli e in taverne, e su la manca E su la dritta ed in giro trottare; Ed or ti metti a far la cera bianca? Ma tu non mica puoi durarci assai; Chè il pel si cangia, e 'l costume non mai.

55

La grazia del Signor qui mi tien forte. Ma ritorniamo al nostro Galafrone, Che mi vuol dar la figlia per consorte. Quando egli tanta grazia mi propone, Mi diè per lo piacer quasi la morte; E feci sul terreno un stramazzone, Che fui creduto morto; ma ben presto Ritornai in piedi vigoroso e lesto.

56

Intanto egli spedito alla sua figlia Aveva un messo, acciò venisse in fretta: Quando che io vedo (o rara maraviglia!) Farsi l'aria più quieta e più perfetta, E splender tanto, che strigner le ciglia, Per non vederla, l'alma fu costretta: Alfin le apersi, e le apersi in quel punto Che il bell'idolo mio era lì giunto.

57

Non ti so dir quel che mi parve allora La bella donna: certo mortal cosa Non la credetti, e non la credo ancora. Sotto un oscuro velo era nascosa; Ma di lei parte ne apparìa pur fuora, Siccome sul mattin vermiglia rosa, Che tutta non si mostra e non si cela, O come il Sol che per nube si vela.

58

Apparivan di fuor la bocca e il mento, L'eburnea gola e il delicato seno; Ma il vel sì non copriva il bel di drento, Che fuor non tralucesse il bel sereno Degli occhi suoi, benchè tal poco spento Dal duolo, onde il suo cor era ripieno: Ma rugiadose ancor, sempre son belle In cielo le vivaci e chiare stelle.

59

Ma perchè teco la beltà di lei Cerco adombrar, che n'hai notizia tanta? In somma riguardandola perdei E voce e moto, e rimasi qual pianta Un dì restò sopra il Penéo colei Ch'ora è mercede a chi gentil più canta. Volli parlare, e non formai parola; Chè la voce restommi entro la gola.

60

Alzato in fine l'odïoso velo, Guardommi, e parve serenarsi in parte; Ma ritornaro tosto in quel bel cielo Più nuvolette, benchè rare e sparte. Quindi, qual fior che sul nativo stelo O l'aura tocca, che d'Africa parte, O lieve pioggia, od altro avvenimento, Che si vede mancare in un momento;

61

Così, nel veder me, tutte ad un tratto Le sovveniro le cose di Francia; E di Medoro suo, d'Orlando matto Rammemorossi, e impallidìo la guancia; E venne meno in un baleno affatto, Quasi percossa da colpo di lancia. In braccio me la reco, e la conforto; E a darsi pace, quanto so, l'esorto.

62

Vengon le donne, e la pongono a letto, E il medico si chiama; e incontanente Le tasta il polso, e negli omeri stretto, Dice: Qui l'arte mia non fa nïente; Che Angelica mi par morta in effetto; Chè non vede, non ode e nulla sente. Ciò detto, s'alza un pianto sì crudele, Che fino al ciel ne vanno le querele.

63

Pensa, Rinaldo mio, come restassi: A quella vista mi volli ammazzare; E poco andò che allor non mi gettassi Da una finestra; e si potea ben fare; Ch'era alta almeno cinquecento passi: Ma Iddio, che voleami riserbare A questa vita santa e luminosa, Mi mise in testa un'altra miglior cosa:

64

E fu di ritornare al mio paese; Giacchè fortuna m'era sì contraria. Dunque con Galafrone io piansi un mese; Poi quando a intiepidir cominciò l'aria, Presi una nave tutta a proprie spese; Chè andar con gente molta e gente varia Mai non mi piacque; ed alfin salvo e sano Un giorno mi trovai sul lito ispano.

65

Rinaldo, riguardandolo in cagnesco, Gnaffe! gli disse, tu la festi grossa: Angelica trattotti da Tedesco; Ch'ella non morì mai; chè bianca e rossa Vive, ed un altro amante have al suo desco. Tu mi faresti ritornar la tossa, Ferraù gli rispose; e Dio ringrazia, Che ho voto di far bene a chi mi strazia.

66

Senza voto, darestimi di barba Due dita, e un poco più sotto le rene, Disse Rinaldo con la faccia sgarba. E Ferraù: Gli è Cristo che mi tiene In pace; onde il demonio non mi sbarba Del mio proposto di farti del bene; Ma mi faresti il bel servizïone A non mi porre nell'occasïone.

67

Io non ti levo, e non ti pongo in essa, Disse Rinaldo; ma vo' dire il vero: Angelica con te sempre è la stessa, E t'odia più, che lepre un can levriero. Cotesta barba tua sì folta e spessa, Cotesto viso smunto, giallo e nero, Cotesto corpo vôto di carname, Ti pajon cose da piacere a dame?

68

S'una donna trovassi a te simìle, Che dovessi per forza avere in moglie, Seppellir vivo in mezzo d'un porcile Mi farei prima, e patire' altre doglie. Angelica sì bella e sì gentile, Ove ogni grazia certo si raccoglie, Avea trovata la bella ventura A pigliar sì terribile figura.

69

Di' pur, fratello mio, ch'io ti perdono: E presa Ferraù la disciplina, Batteasi forte sì, che parve un tuono. Disse Rinaldo: Sino a domattina Per me séguita pur cotesto suono. Ma quella fune è troppo piccolina: S'io fossi in te, o Ferraù beato, Mi frusterei con un bel coreggiato.

70

Io ti vorrei corregger con modestia, Se si potesse, disse Ferraù; Ma tu sei troppo la solenne bestia; E, a dirla giusta, non ne posso più. Disse Rinaldo: Disprezzo e molestia, Sofferta in pace, è grata al buon Gesù. Ma tu sei, per la Vergine Maria, Romito falso, e più briccon di pria.

71

A quel dir Ferraù gli diè sul grugno La disciplina sua cinque o sei volte; E Rinaldo affibbiògli un cotal pugno, Che gli fe' dar dugento giravolte. Dicea Rinaldo: Frate, s'io t'augno, Le tue basette non saran più folte. Ferraù non risponde, e intanto mena A Rinaldo la frusta in su la schiena.

72

Prende Rinaldo il frate pel cordone, E sì lo tira, che quasi l'ammazza. Un zoccol Ferraù nel pettignone Scaglia a Rinaldo, e a terra lo stramazza, D'onde sorge, e ritorna alla tenzone. Ma nel mentre che ognuno urla e schiamazza S'ode un gran picchio all'uscio della cella, Che introna a' combattenti le cervella.

73

E grida Ferrautte: Ave Maria; E mena intanto un pugno al buon Rinaldo. Gridano, Aprite, quelli della via; Ma niun si muove, ed in pugnar sta saldo. Pur Ferraù dall'oste si disvìa, E sbuffando per l'ira e per lo caldo, S'affaccia al bucolino della chiave; Poi spranga l'uscio con pesante trave;

74

E grida: Aprir non voglio a gente armata. Risposer quei di fuora: Con le nocca Questa porta t'avrem presto sfasciata. Rinaldo, che ode il frate che tarocca, Ogn'ingiuria da lui presto scordata, Apri pur, disse, a questa gente sciocca; Chè assai ben presto li farem pentire Di tanta lor baldanza e tanto ardire.

75

Aperse il buon romito; e dentro entraro Quattro soldati forti e nerboruti. Or, belle donne, voi avreste a caro Saper chi ên questi, e perchè qui venuti. Abbiate flemma, e non vi sembri amaro, Se mi riposo; e se il Signor ci ajuti, Nell'altro canto voi saprete il tutto, Qual forse forse non parravvi brutto.

CANTO QUARTO

ARGOMENTO

I paladini, ritrovato Orlando, Lo tornan savio col pestargli il corio; Trovan Rinaldo che si sta sgrugnando Con frate Ferraù nel romitorio. Carlo è assediato; e intanto essi incappando Dentro la rete, cantansi il mortorio. Ferraù i due giganti a Dio converte: Con le ragazze Astolfo si diverte.

1

Amore ed il vajuol sono due mali, Che tristo quei che gli ha fuor di stagione: Pe' giovinetti son medicinali, Chè migliorano lor la complessione; Ma pe' vecchi son critici e mortali; Chè un gli ammazza senza discrezione, E l'altro ognora a tal pazzìa li mena, Che li fa di ciascun favola e scena.

2

Quando si giugne ad una certa età, Ch'io non voglio descrivervi qual è, Bisogna stare allora a quel ch'un ha, Nè d'altro amante provar più la fè: Perchè, donne mie care, la beltà Ha l'ali al capo, alle spalle ed a' piè; E vola sì, che non si scorge più Vestigio alcun ne' visi, dove fu.

3

Nè uomo avanzato a giovinetta acerba Pensi piacere, ancor che lo mostri ella; Chè sempre pasce volentier più l'erba, Quando verdeggia, la vezzosa agnella, Che il fieno che pel verno si riserba: Nè smanigli, nè vezzi o molte anella, Che tu le doni, il cor le fanno lieto, Sì ch'ella non ti abborra in suo segreto.

4

Ma perchè la natura v'ha formate, Donne mie vaghe, come le cipolle, Cioè di mille scorze v'ha cerchiate, Che non vien fuor quel che dentro vi bolle; Con gran facilitade c'ingannate: E tal per vostro amor s'alza e s'estolle, Che voi l'avete in odio; e tal condanna Vostro rigor, che amor per lui v'affanna.

5

Felice il nostro senator romano, Io dico Orlando, se a questo pensava, Quando invaghito del bel viso umano D'Angelica, per lei sì sospirava, Ch'era sentito le miglia lontano; E se ben era una persona brava, Amor di lui non dimostrò temenza, Ma lo trattò con somma impertinenza:

6

Perchè gli tolse di modo il giudizio, Che matto eguale a lui non ebbe il mondo. Mandò Provenza e Spagna a precipizio; E in Gibilterra delle vesti il pondo Lasciato, in mar gettossi, e prese ospizio D'Africa opposta nel lido infecondo; Dove morto restava certamente, Senza l'aita della Franca gente:

7

Perchè, come narrai nel primo canto, Udito Carlo sì strano successo Del suo buon conte, si disfece in pianto, E voleva cercarlo da sè stesso; Ma da' baroni, che gli erano accanto, In modo alcuno non gli fu permesso; Ma tutti si offeriron di cercarlo, E, o pazzo o savio, a casa rimenarlo.

8

Si uniro insieme il valoroso Alardo, Come s'è detto sopra, e il duca Astolfo, E ne venne per terzo il buon Ricciardo; E l'arrivaro allora che pel golfo Di Gibilterra senza alcun riguardo Iva sì presto, che di nitro e zolfo Pieno per l'aria non volò mai razzo, Come vide per l'acque andar quel pazzo.

9

Lo trovaron disteso in su l'arena Con poca forza: e ciò fu buona cosa; Perchè lo cinser di forte catena, E lo portaro in fresca grotta ombrosa, Ove del collo gli apriron la vena; E venne il sangue in copia prodigiosa, E parve allor che migliorasse a un tratto: Ma non sì presto si guarisce un matto.

10

Cinquanta bastonate a ciascun'ora Gli davano i pietosi paladini, E pane asciutto ed acqua della gora: Rimedj in vista barbari e ferini; Ma senza lor sarebbe pazzo ancora; Sicchè quei furon rimedj divini: E ritornaro Orlando in sanitate Molt'acqua, poco pane e bastonate.

11

Altri cantò, che in corpo della luna Astolfo ritrovò quelle anguistare, Ove il cervel de' pazzi si raduna; Ma fu menzogna bella e singolare; Chè nel suo grembo non v'è cosa alcuna: Ma il mangiar poco e il molto bastonare È l'anguistara sì miracolosa, Che fa tornare il senno ad ogni cosa.

12

Venuto dunque in sanitade Orlando, Guardò fisso nel viso a tutti tre, E disse: Ove siam noi? e dove e quando Io venni qua, e voi siete con me? Dissegli Astolfo: Non star domandando, Ed umile ringrazia il sommo Re, Che liberato t'ha da un gran malore, Da cui son rari quei che n'escon fuore.

13

Ma qui volendo sapere il suo male, Gli disser come egli s'era ammattito, E fatta aveva una vita bestiale; E che da Carlo sì gran caso udito, Spedita avea la corte baronale Per ritrovarlo. Onde in volto arrossito Disse Orlando: Amor dunque iniquo e fello Tolto m'aveva tutto il mio cervello?

14

Or mentre stavan essi in gioja e festa, A loro venne di Francia un araldo Con nuova acerba, dolorosa e mesta, Che per pioggia, o sereno, o gelo, o caldo, Di Spagna ripigliassero la pesta; E chiese, se fra loro era Rinaldo; Perchè Carlo assediato orribilmente Era da immensa saracina gente.

15

Udito ciò, si posero in cammino Subitamente i forti cavalieri: Ma non sapendo il sentier più vicino Per terra (e a riva non v'eran nocchieri), Si dieder nelle mani del destino; E camminato da due giorni interi, A sorte s'incontraro una mattina Entro una selva insieme con Lucina,

16

La qual sedeva appresso a suo consorte Lieta così, che non si può ridire; E ciarlava e rideva tanto forte, Che lo stesso vederla era un gioire. Orlando intanto e sua pregiata corte Le sono avanti, e la fanno arrossire; Perchè la salutaro umìli, ed ella Risalutolli grazïosa e bella;

17

E richiesta da lor, s'ella sapea Novella di Rinaldo, essa rispose, Ch'obblighi eterni al suo valore avea; E come spesso pugnando le pose La vita in salvo, che fortuna rea Volea levarle; e poi fra l'altre cose Disse, che il terzo giorno era compito, Che Rinaldo da lor s'era partito:

18

E con la mano mostrò lor la via Ch'esso intraprese, e con calde preghiere Ingiunse loro, che quando avvenìa Di ritrovarlo, le fesser piacere D'un saluto ripien di cortesìa, Come mertava un tanto cavaliere; E che dicesser lui, che sempre saldo Nella sua mente starebbe Rinaldo.

19

Intanto Orlando guardava in cagnesco Quella donzella, e disse a Ricciardetto: Andianne, perchè son savio di fresco, E quel mostaccio mi riscalda il petto. Intese Astolfo, e gli disse in francesco: Or taglio un palo, e presto presto il netto; E ritorniamo a quella medicina, Che noi ti demmo appresso alla marina.

20

Orlando chinò il capo, e partì via; E gli altri tre gli vennero poi dreto, E trovâr camminando una badìa In mezzo d'un freschissimo lecceto. Eran monachi di San Geremìa; Mangiavan erbe, e bevevano aceto: A tal che Orlando in vedergli pranzare, Disse: Oh questi son pazzi da curare.

21

Disse Astolfo: Per Dio, ci manca il meglio, Io voglio dire un pezzo di bastone. Alzossi allora dalla mensa un veglio, Ch'a guardarlo movea devozïone, E disse: In noi, siccome in chiaro speglio, Guardate voi, che a vana opinïone Andate appresso, e il vero non vedete, E vi par d'esser saggi, e non sapete.

22

Questa vita mortal, siccome fiore, Inlanguidisce presto e si vien meno; L'alma non già, ch'eterno è il suo vigore; Che, se ben fece, al suo Fattore in seno Lieta ritorna, e cinta di splendore; Ma se scotendo di ragione il freno, L'offese, e poi non pianse, in duro loco Misera sempre è condannata al foco.

23

Or noi per isfuggire un male eterno, Soffriam con pace questa vita acerba: Acerba a voi però, a quel ch'io scerno; A noi non già; che più ci disacerba Il gran pensiere del profondo inferno, Che 'l caldo e 'l gelo e 'l mangiare un po' d'erba. Quanto meglio fareste, o sventurati, A depor l'armi, e vestirvi da frati!

24

Orlando disse: Non ci possiam fare; Chè in Francia andiamo a difender la Fede: E poi noi ci vorremmo un po' pensare; Chè tutti l'Evangelio non richiede, Che per salvarsi s'abbino a infratare. Se questo fosse, in ciel solo una sede Vi sarebbe, e sol una abitazione; E questo è contro a ciò che Dio propone.

25

Disse l'abate: Ben discorri, o figlio (E avea sua faccia d'alma luce accensa), Che altra cosa è il precetto, altra il consiglio; Ma chi sul serio alla salute pensa, E vede quanto è pieno di periglio Il viver nostro, e che il ben che dispensa Il mondo, è ben fallace; facilmente In questi chiostri scampa dalla gente.

26

Gran tempo vissi anch'io, seguì l'abate, Trastullo e gioco di fortuna e amore; E su le prime giovanili entrate Mi fecero ambidue gran festa e onore Con belle donne d'ogni grazia ornate, E con possente, illustre, alto signore; E or questi, or quelle sì mi favorivano, Che gli altri dall'invidia si morivano.

27

Ma assai ben presto si mutò la scena. Colei ch'io amava tanto fedelmente, Ed ella del mio amore era sì piena, Che di me parea morta veramente, D'altri si accese, e volse altrui serena La faccia sua, e in verso me spiacente: In somma, mentre che per lui sospira, Me fugge ed odia, ed ha in dispetto e in ira.

28

Dall'altra parte poscia il signor mio, A cui pensava d'esser così grato, Ogni altro sollevare ebbe in desìo, Che me, il qual sempre voleva al suo lato; Ed in cacce ed in giostre era sol io Tra tanti e tanti a seguir lui chiamato; Ma le cariche pingui e le migliori Donava sempre a' suoi servi peggiori:

29

Talchè compresi gli amorosi inganni, E ch'è sciocchezza il servir nelle corti, Dove i signori son sempre tiranni. Per non soffrir cotanti ingiusti torti, Fuggii qua dentro, e mi cangiai di panni; E i caldi e lunghi, e i nubilosi e corti Giorni consumo in laudi alte e divine, Con la speranza d'un beato fine.

30

Nè vi prenda stupor, se ci vedete Abitar fra la gente saracina, Senza che alcun di lor ci affanni o inquiete: Perchè il Fattore e la grazia divina, Che assai più val di tutte le monete, Ci assiste sempre, e nostre opre incammina; E fa che sopra ancora de' Pagani Miracolose sien le nostre mani.

31

Così non mai da lor volendo nulla, E noi facendo ognora a lor vantaggio, Siccome è fama che a bella fanciulla Il lïonfante non arreca oltraggio, Ma l'ire ammorza, e seco si trastulla; Così ci danno libero il passaggio, E ci donan talvolta delle cose Nelle stagion più afflitte e bisognose.

32

Qui l'abate si tacque; e i guerrier Franchi, Mangiati in piede in piede due bocconi, Dissero: Padre, dal cammin siam stanchi; Ed egli diede loro de' sacconi; Ma non v'eran coperte o lenzuol bianchi; E disse: Qui in Dio, forti campioni, Riposate sicuri; e d'acqua santa Gli asperge due o tre volte, e poi li pianta.

33

Un sonno intero almen di dodici ore Dormiro i paladini; e poi svegliati, Chiesta licenza all'abate e al prïore, Per la lor via si fûro incamminati; E vïaggiaron con tanto vigore, Che dalla notte furono chiappati Presso alla cella, dove si sgrugnavano Rinaldo e il frate, e i menti si pelavano.

34

Come si disse, dunque entraron drento I guerrieri; e veduto scarmigliato Rinaldo, e pien di graffi il viso e il mento, Disser: Co' gatti forse ti se' dato, O con la scimia, o simile stromento? Rise Rinaldo, e disse: Ho un po' scherzato Con sto padre per fare ora di cena; Chè stare in ozio m'è di somma pena.

35

Ma quando lor diè conto del romito Rinaldo, e disse ch'era Ferraù, Restò dallo stupore ognun smarrito, E ad una voce gridaron: Gesù! E tutto il caso e tutto il fatto udito, Disse Astolfo: Non vo' sentirne più: Se si salva costui, e va tra' Santi, Una gran speme hanno avere i furfanti.

36

Ma lasciam questi nella santa cella; Chè mi conviene ritornare in Francia, Dove ogni buon guerrier si è posto in sella; E provvisto di spada e forte lancia, Meglio che può col nemico duella. Sol Ganellone si gratta la pancia; Chè gode di veder Carlo in periglio Di prigione, di morte, o pur di esiglio.

37

Una turba infinita di Lapponi Era venuta co' Cafri e Negriti, Con animo di far tutti prigioni I celebrati paladini arditi. Quei di Cafria parevano torrioni, E tali mazze avevano fra' diti, Che un vecchio pino talvolta è più corto: Carlo in vederli egli ebbe a cascar morto.

38

Ma i Lapponcelli fûro i più dannosi, Perchè il più grande t'arriva al ginocchio: Son però forti, grossi e setolosi, Ed agili in saltar come un ranocchio; Lunghe han le braccia, i diti mostruosi, Larga han la bocca, e piccinino han l'occhio; E portan corta spada e corta lancia, Qual piantano a' cavalli nella pancia.

39

Poi tra le gambe della fanterìa Con quelle ugnacce fanno prese strane; E non ci è modo di cacciarli via: Talchè di Carlo in poche settimane Era finita la cavallerìa, O almeno poca assai glie ne rimane; E di più li suoi miseri soldati Tutti tornaro a Parigi castrati.

40

E fûro tai lamenti e tali doglie In fra tutte le femmine francesi, Che avrìano dato certo l'altre spoglie De' lor mariti, fuor che quegli arnesi. Inutile al marito era la moglie; E sarebbe finita in pochi mesi L'alta franzese inclita nazïone, Se più tardava la proibizione;

41

Chè Carlo divulgar fece un editto, Che di Parigi alcuno non uscisse, Quantunque fosse cavaliere invitto; Ma che su' muri ciascuno salisse, E come palo su vi stèsse fitto, E che con archi e balestre ferisse; E su tutto ferisse i rei Lapponi, Che i galli trasformavano in capponi.

42

I Cafri ed i Negriti, che giganti Erano tutti, corsero alle mura; E con le mazze loro aspre e pesanti Empiro gli assediati di paura. In Parigi pregavan tutt'i Santi Le verginelle dalla mente pura. Carlo fece la distribuzïone Di dieci paladini per torrione.

43

Spuntava in ciel la mattutina stella, E l'aria intorno le si fea vermiglia; E la rugiada che piovea da quella, Confortava la terra a maraviglia, Che vie più s'arricchìa d'erba novella. In somma d'Iperïone la figlia (Io voglio dir l'Aurora) venut'era, E al suo venir fuggìa la Notte nera:

44

Quando s'odon, non già trombe o tamburi, Ma gridi orrendi e strepiti di corna; E girano con questi intorno a' muri, Finchè chiaro per tutto non si aggiorna. I paladini intrepidi e sicuri Miran con strali dove più lor torna, E di quei monti orribili di carne Un precipizio a terra fan cascarne.

45

Ma come avvenir suol ne' tempi estivi, Quando di mosche la casa è ripiena, Che se mille di lor con mano arrivi, E lor scofacci la testa o la schiena, Son tante l'altre che restan tra' vivi, Che la mancanza vi si scorge appena; O come quando il suol pieno è di foglie, E l'arbor miri, e par non se ne spoglie;

46

Così, benchè non gisse dardo in fallo, Non parea che mancasse alcun di loro. Erano a piedi; chè non v'è cavallo Che mai possa portar un di costoro, Benchè fatto abbia a grosse some il callo, E ancor che fosse stato Brigliadoro. Su gli elefanti toccan co' piè terra, E così sempre a piè fanno lor guerra.

47

Sedici braccia e qualche cosa meno È fra di loro la giusta misura: Uno di dieci per nano l'avriéno. Ora giunser costor presso alle mura, Pensando ch'elle fossero di fieno; Ma si avvider com'eran cosa dura, E per andarvi sopra con un salto, S'accorser che quel muro era troppo alto.

48

Così fanno consiglio, e si conchiude Che porti un Cafro un altro a cavalcione Armato tutto, e sol le cosce ignude, Ma dalla parte di dentro il calzone, Per non far mal con quelle maglie crude Al collo del compagno suo bestione; E quando il muro i due non agguagliassero, A' due un terzo, e un quarto anco innestassero.

49

Così canna talor congiunge a canna, Per far cadere i più lontani frutti, Il villanello; e se indarno s'affanna, Ponvene un'altra, e sì li atterra tutti, Fatti già del suo core esca tiranna. Ma spero in Dio che rimarranno brutti I Cafri, più di quello che non sono; E vedran che l'innesto non fu buono.

50

Al torrion che si dice della Senna, Comandava un nipote di Zerbino: A quella volta di venire accenna Un drappello di Cafri; e a lui vicino Uno monta su l'altro, e non tentenna. Ma perchè vi correva anche un tantino, Su i due il terzo monta; e allor le mura Gli giungon per appunto alla cintura.

51

Con quella mazza orribile e tremenda Dà un giro attorno, e cento uomini uccide: Poi salta sopra il muro, e con orrenda Voce in tal guisa egli schiamazza e stride, Che tutta la città forza è l'intenda: Poi guarda il campo, indi sogghigna e ride. Ed il compagno suo prende per mano, E a sè lo tira; e gode ogni Pagano.

52

Di Zerbino il nipote e un suo fratello Lor vanno addosso con pesante lancia, E fanno tutti due un colpo bello; Perch'uno glie la immerse nella pancia, L'altro in un fianco. Cade morto quello, Questo non già; ma contro lui si slancia, Ed un colpo gli tira con la mazza, Che se l'arriva, di certo l'ammazza.

53

Ma il giovinetto si tirò da parte, E il colpo non andò dove indrizzollo Quell'animal che non avea grand'arte; Qual piegossi col colpo, e diè tal crollo, Che cadde al suol su la sinistra parte. Allora gli andò sopra a rompicollo Il Franco, e gli ficcò per la visiera La spada, e fèlla del suo sangue nera.

54

In questo mentre un sasso sterminato È tratto verso quel torrion di carne Da Malagigi col braccio incantato; Sì che avviene che nel capo s'incarne; E cade, ed è dagli altri accompagnato. Freme il campo contrario, e vuol mostrarne Il dispiacere insieme e la vendetta; E van tutti alle porte con gran fretta.

55

Di sopra i paladin scoccano strali, Gittano pietre e merli dalle mura. Ma sono tanti e sì forti animali, Che non sentono morte, o n'han paura. Le porte in fine, come vetro frali, Sono spezzate; e quei che n'hanno cura, Non han più forza a ritener la piena. Carlo sospira, e muorsi dalla pena.

56

Così talora turba di villani, Quando il cielo è più rotto e più piovoso, Su l'argin corre per frenar gl'insani Flutti del fiumicel fatto orgoglioso; E con sterpi e con sassi a piene mani Or qua or là rassetta il periglioso Argin che piega; ma cresce sì l'onda, Che apre la ripa, e i vicin campi inonda.

57

Così in Parigi entrati ancor sarièno; Ma un largo fosso e fondo costruiro I Franchi, e quindi alzâr molto terreno Intorno al fosso, e di canne il copriro, Che d'erba fresca vestito l'aviéno. I Saracin che a ciò non avvertiro, Ciascun, com'era dallo sdegno mosso, Cadde precipitoso in mezzo al fosso.

58

E gli altri che venivan loro appresso, Vi cadder pure; ed era quasi affatto Ricolmo il fosso. Così al modo stesso Il lupajo formar suole l'agguatto O presso un orno, o un abete, o cipresso Al tristo lupo: onde gli cade a un tratto La terra sotto, e vi riman prigione; E il cacciator l'ammazza col bastone.

59

Que' di Parigi, senza far dimora, Della gran fossa corrono alla proda; E se qualcun mette la testa fuora, La tentan col baston siccome è soda. Così, sendo io fanciul, sovvienmi ancora, Traendo di balestra con mia loda, Se dal mio lago uscivano i ranocchi Col capo fuor, lor tirava negli occhi.

60

Ma si fe' notte; e i Saracini al campo Tornaro; e i Franchi richiuser la porta, Dio ringraziando, che lor diede scampo. A Carlo intanto uno spïon riporta, Che d'Egitto è venuto, come un lampo, Popolo immenso; e come seco porta La figlia del Soldan che usbergo veste, Porta cimiero, e non ghirlande o creste;

61

E che al campo african giunta pur era Despina, che a vederla un Sol parea; E che in abito anch'essa di guerriera, Di sdegno e d'ira ne' begli occhi ardea. Carlo si gratta il capo e si dispera, E si strappa que' pochi ch'egli avea Capelli bianchi; e vecchiezza gli duole, Chè non puote più far quello che vuole.

62

Ma ritorniamo alla beata cella, E lasciamo il buon Carlo nelle peste. Orlando dalle risa si smascella, Vedendo Ferrautte in quella veste. Dolgono agli altri i fianchi e le budella, E gli dicono il nome delle feste. Ferrautte divoto e penitente A occhi bassi non risponde niente.

63

Ma come grosso can di macellajo De' cagnoletti l'abbajar non cura, O ch'egli parta, o ritorni al beccajo; Così il romito non si prende cura Dei detti loro; e, qual lepre al rovajo, Nel suo covaccio più si ferma e indura: Così ascolta, sedendo sopra un scanno, Ferraù tutto quel che dir gli sanno.

64

E quando parve a lui ch'abbian finito, Disse: Fratelli, a che gioco giochiamo? Il Cristianesmo non è il vostro rito? Rispose Orlando: E che vuoi tu che siamo? S'io nol sapessi, riprese il romito, Foglie vi crederei d'un altro ramo, E tralci d'altra vite che di quella Con cui sè Cristo e i suoi fedeli appella.

65

Burlar chi fa del bene è brutta cosa; Ancor che chi fa ben, fèsse del male. La carta ch'è sì candida e vistosa, Fu pria sporca camicia, o fu grembiale Di qualche vecchia putrida e bavosa, O fu strumento forse da pitale: Così chi lascia il vizio e torna a Dio, Diventa bello, e tal son forse or io.

66

Orlando disse: Lasciata ogni ciancia, Sia benedetto il nostro Salvatore, Il qual ti aperse con sua forte lancia La chiusa mente e l'indurato core, E ha dato un nuovo campione alla Francia, In tempo che la misera si muore Oppressa dal furore e dalla possa D'Africa e d'Asia, che vêr lei s'è mossa.

67

E se, come cred'io, ardi di zelo Di Chiesa santa, e la Fede ti preme, Lascia questa tua cella e questo cielo, E nosco in Francia te ne vieni insieme. Questo, con cui mi vesto orrido pelo Dal collo infino all'ime parti estreme, Disse il romito allor, mi vieta, Orlando, Di trattar lancia, o maneggiare il brando.

68

Sorrise il conte, e disse: Ancora i frati Cingon la spada, quando si combatte Contro de' Turchi e contro i rinnegati; E i monaci che mangian uova e latte; E quei che i ceci ed i pesci salati; E quelli che non portano ciabatte: In somma tutti, o col cappuccio o senza, Per queste guerre il papa li dispenza.

69

Com'egli è questo, disse Ferrautte, Verrò con voi: ma ritorniamo in Spagna; Perch'io nascosi le mie armi tutte In certa grotta tenebrosa e magna, Detta in spagnuol la cueva di Margutte, Cui un granchio marin nelle calcagna Mordendo uccise; ed evvi opinïone Che il seppellisser dentro a quel grottone.

70

Ognun fu lieto di sì bello acquisto; E dice Ferrautte nel partire: Passar si deve per un luogo tristo, Se ad un porto di mar noi vogliam ire, Che di navi star suol sempre provvisto. Dice Orlando: Con ciò, che vuoi tu dire? Noi di lïoni infra le forti branche, Noi passerem de' diavoli fra l'anche.

71

Già del vostro valor non mi sconforto, Riprese Ferraù; vi dico bene Che grande è questa impresa, ove io vi porto, Dove e senno e valor molto conviene; E, più che forte, è d'uopo essere accorto. Del monte in parte a rïuscir si viene, Dove la strada è stretta, ed è tant'alta, Che un dì ruotola il monte chi la salta.

72

Dalla sinistra parte e dalla destra Di questa tanto perigliosa via Vi son due massi, che mano maestra Ridusse a torri, qual dicon che sia Sul celebrato mar, per la finestra, D'onde d'Ero la fiaccola apparìa, Doppio castello che le navi affrena; Tal fanno quelli al passeggier catena.

73

Quando uno arriva in mezzo a' due castelli, Come fa pescatore in alto mare, Gettan questi terribili fratelli Una rete, che sembra da pescare; Ma son di acciajo i congegnati anelli; E mille libbre in circa può pesare. Se tu restassi sotto questa, Orlando, Che ti varrebbe la fortezza e il brando?

74

Ma voglia ancor benigna la fortuna, Che non incappi in questa brutta rete; A mezzo dì ti mostreran la luna, Quand'essi, chiusi nel duro parete, Con pietre, che una macina è ciascuna, Ti faran chierche che non porta il prete; E quando tu resista ancora a questo, Tu ben conosci che il più duro è il resto;

75

Ch'ambi ad un tratto scapperanno fuora; E tu co' due allor che far potrai? Verrem noi forse a darti ajuto allora: Ma quanto è il cammin stretto, tu ben sai; E chi lo sbaglia, egli è forza che muora. Rispose Orlando: Non pensiamo a guai. Mi par mill'anni d'essere là sopra Quell'erto monte, e por le mani in opra.

76

Partono, e avanti a lui va Ferraù, Masticando Ave ed altre orazïoni; E parlan gli altri del meno e del più, Conforme si dan qui le occasïoni. E a mezzo dì si trovan giunti su Dell'alto monte, e veggono i torrioni. Orlando si sofferma, e fa consiglio Di chi deve andar prima a quel periglio.

77

Il più forte di tutti è il conte Orlando, E dopo lui è il sir di Montalbano, Ferraù il terzo; ma nè pure ha brando: Gli altri son dita d'una stessa mano. Il conte dice: Io sarò il primo; e quando Io perda, e vinca il barbaro Pagano, Rinaldo, accorri, e porgimi conforto; Chè, come sai, non posso restar morto.

78

Ferraù resta addietro a tutti quanti; Chè altro ci vuol che zoccoli e cordone A prender briga con que' due giganti; Ma segue a snocciolar delle corone, E prega Dio con tutti quanti i Santi. Ed ecco Orlando vicino al torrione; Eccolo giunto al periglioso passo; Ecco che piomba la gran rete abbasso.

79

Come pernice, come starna o quaglia, Che il cane a un tratto ferma al suo signore Tra l'erba fresca o nella corta paglia, E circonda con rete il cacciatore; Ch'alza il volo, ma subito s'incaglia, E si perde nel filo traditore; E quanto più s'affanna per l'uscita, Quel più s'intriga, ed è quel più impedita;

80

Così sotto la rete il forte Orlando Cerca co' piè, co' denti e con le mani Di svilupparsi, e più si va imbrogliando. Corre Rinaldo, e grida: Brutti cani, Uscite fuora; e mette mano al brando, E dà sopra la rete i colpi vani; Chè ha così forti e così duri anelli, Che più gentili ha il diavolo gli ugnelli.

81

Ma mentre ch'ei fatica e che tarocca, Ecco che piomba ancor sopra di lui Un'altra rete da quell'altra rocca, E restano prigioni tutti dui. Son tratti in alto, e per un'ampia bocca, Che ogni castello apre ne' fianchi sui, Son messi drento, e son cacciati al fondo, Privi del lume che fa bello il mondo.

82

Alardo e Ricciardetto disperati Si fanno avanti; e Ferraù si lagna, E piange e incolpa i molti suoi peccati, I quali han fatto ai paladin la ragna, Onde vi son restati avviluppati; E giù si butterìa dalla montagna: Ma non lo fa per tema di dannarsi, Perchè niuno da sè deve ammazzarsi.

83

Quand'ecco l'aria che di nuovo fischia, E cadono le reti su i guerrieri: Nè tordo sì su la frasca s'invischia, O nella gabbia il credulo pittieri, Come s'imbroglia in quelle maglie, e mischia L'uno e l'altro de' presi cavalieri. Astolfo che ciò vede, all'impazzata Va verso loro con l'asta fatata.

84

Questa è la lancia di cui tanto parla Il divin Ferrarese, tutta d'oro, Che non si rompe mai e non si tarla. Non v'è scoglio nel mare o promontoro, Nè armatura che nel sol toccarla Non cada; tal potenza ha il suo lavoro. Con questa Astolfo mena le man bene, E spezza delle reti le catene;

85

E gl'intrigati paladini scioglie. Un de' giganti con orribil trave Esce fuor colmo di sanguigne voglie: Ma Astolfo vagli incontro, e nulla pave; E nel bellìco con l'asta lo coglie; Ed egli cade, e sembra una gran nave, Quando il vento ed il mar, pieni d'orgoglio, L'urtan rabbiosi in terra o in qualche scoglio.

86

L'altro che sente questo precipizio, Esce a difesa; ed Astolfo lo tocca Con l'asta appena (Oh vedi che artifizio!), Che in terra dà il gigante della bocca. Gli salta Astolfo sopra l'occipizio, E con la rete sì lo stringe e blocca, Che mover non si può punto nè poco; E quindi all'altro fa lo stesso gioco.

87

Ferraù resta a guardia de' prigioni: Entrano gli altri nella forte torre A cercare de' due prodi campioni; Ma non san dove sieno, e male apporre Sen ponno; in su e in giù per i torrioni Vanno, come andar sogliono a raccorre I grani che giù cadon dalle ariste, Delle formiche le sì lunghe liste.

88

Ma nel girar che i paladini fanno, Non perde tempo il saggio Ferraù; Ed a' giganti, che legati stanno, Spiega la legge e i dogmi di Gesù. Parla lor della gioja e dell'affanno, C'hanno i beati o i miseri laggiù; E parla loro della prima colpa Che c'infettò lo spirito e la polpa.

89

E mostra come è perfido Macone, E che un nume da burla è Apollino; E tanto dice, che in conclusïone La mente loro un bel raggio divino Rischiara, e fanno la professïone Di Cristianesmo; e il rito Saracino Rifiutano ambidue, e han voglie pronte Di battezzarsi alla primiera fonte.

90

E per mostrar che dicono da vero, Dissero: Amico, que' due cavalieri In parte stanno, ove non è sentiero Per ritrovarli: in così cupi e neri Fossi stan posti, e in carcere sì fiero. Però, se tu mi sciogli, volentieri Anderò io a trarli di laggiuso; Nè temer che ti faccia alcun sopruso.

91

Disse il romito: La prudenza insegna Che non si creda presto alle persone. Io son senz'armi, e in voi tal forza regna, Che far non puossi fra noi paragone. Dimmi tu il luogo, e, come puoi, mel segna. Disse il gigante: In fondo del torrione È il carcer tetro; ed un masso lo copre, Intorno a cui è in van che tu ti adopre.

92

Scioglimi adunque; e per la nuova Fede Io ti prometto sicurezza e pace. Il romito or gli crede, or non gli crede, E la barba si liscia, e pensa e tace. Astolfo intanto dal castello riede Afflitto, e su i giganti, qual rapace Lupo sul gregge delle bianche agnelle, Si scaglia e grida, che l'odon le stelle:

93

Rendetemi i compagni, o ch'io v'uccido; Ed in alto rotava il fiero brando. Ferraù disse: All'ovil santo e fido Tornâr costoro, e dier perpetuo bando Al Paganesmo; ma ancor non mi fido Di sciorgli, perchè cerchino d'Orlando, Che mi han promesso di condurlo a noi, Se gli sciogliamo. Or che ne dite voi?

94

Si disciolgano pure uno alla volta. E così fatto, il libero gigante Con gran modestia e riverenza molta Baciò del fraticello ambe le piante. Poscia inverso la rocca il cammin volta; Ed Orlando e i compagni in uno istante Discioglie, e nuovamente li conduce A vagheggiar del Sol la bella luce.

95

Quanto fosse il piacere e l'allegrezza Di rivedersi tutti salvi e sani, Non è da dirsi con tanta prestezza. Ma il piacer crebbe, quando da' Pagani Udîr che il Cristianesimo s'apprezza, E che han fermato di farsi cristiani. Or qui sì, che a Rinaldo e al buon Orlando Le lagrime dagli occhi ivan sgorgando.

96

L'altro gigante dunque ancor disciolgono, E l'aspro monte allegramente scendono. Raggiustano le reti, e le raccolgono I giganti, e su gli omeri le prendono. A mano ancora le lor travi tolgono E grossi cuoi, co' quali si difendono Dalle punte de' strali, che pur sventrano Anche i giganti, se nel corpo gli entrano.

97

Trovano un ruscelletto per la via, E qui lor Ferraù battesmo dona. Ma i nomi lor rimaser quei di pria, Perchè tornavan bene alla persona. Uno era detto in Arabo Skilìa, Che in nostra lingua giusto giusto suona Il Fracassa; e quell'altro Nighibesta, Che nel nostro volgar vuol dir Tempesta.

98

Appena giunti a piede eran del monte Che odon strepito d'armi e di cavalli; E veggon presso d'una bella fonte Tra mille fiori rossi, verdi e gialli Una donzella con afflitta fronte, Ancorchè attorno a lei leggiadro balli Coro di Ninfe: e forse erano Dee, Ed a dir poco, o Drïadi o Napee.

99

Astolfo tosto vuol saper chi sia, E vâlle avanti, e le dice: Signora, Onde provien questa malinconìa? La giovin si riscuote, e in poco d'ora Gli risponde con somma cortesìa: Il mio mal di rimedio è affatto fuora: Perciò séguita pure, o cavaliero, Senza altro più sapere, il tuo sentiero,

100

E vanne presto, che non sia veduto Da quei che m'hanno in guardia, e non sia morto. Astolfo a un sonator toglie il lïuto, E suona, e canta, e balla per diporto. Ciascun per lo stupor si resta muto. Quando di questo un Saracin s'è accorto, Gli viene addosso; e si attacca fra loro Battaglia, qual si fa tra toro e toro.

101

A quel romore corre l'altra gente, E trentamila omai sono i Pagani. Orlando sta alla giovane presente, E qualche volta ancor mena le mani. Rinaldo, ora di punta, or di fendente Tirando, ha dato certi colpi strani, Che dice il Garbolino, e se lo crede, Che partì molti dalla testa al piede.

102

Ferraù sta nel mezzo de' giganti, Che scaglian le lor reti con gran festa, Ed hanno presi de' Pagani tanti, Che vivo poco numero ne resta. Fuggono gli altri. Alla donzella avanti Vengono i paladini. Ella men mesta, Ma non allegra ancor, saluta, e chiede Che la lascin lì sola per mercede.

103

Non sia mai vero ch'a' lïoni e a' lupi Lasciamo esposta sì gentil donzella: Le città grandi, non boschi e dirupi, Albergar denno giovane sì bella. Però lasciate questi negri e cupi Boschi, e venite nosco ove v'appella Miglior fortuna; e ci narrate intanto I vostri casi. Ed ella diè in un pianto;

104

E con un bianco lin che in mano avea, S'asterse due o tre volte i rugiadosi Occhi, co' quali ancor piangenti ardea: Or pensa quando son lieti e giojosi. Ma pria che questa vaga e mortal Dea Racconti i casi suoi tristi e dogliosi, Posiamci alquanto; chè non ho più lena, E il roco canto mio s'intende appena.

CANTO QUINTO

ARGOMENTO

La sconsolata e bella Filomena Narra i suoi casi, e del suo bel Tangile. Carlo è tradito dal furfante Mena, Ch'empie Parigi della gente ostile. Selvaggio e gli altri in corpo alla balena Trovan convento, chiesa e campanile; Usciti incontran Psiche, ed un naviglio Che dentro ha una sol donna ed un sol figlio.

1

Non si può ritrovar, al mio parere, Cosa nel mondo che più bella sia, E che ci apporti più dolce piacere, E sia cagion di pace e di allegrìa, Quanto è l'udire e il dir parole vere, Senza sospetto d'inganno e bugìa; E la data parola e stabilita Mantenere, anche a prezzo della vita.

2

Come al contrario la pace rovina, E del vivere ogni ordine confonde La lingua che col core non confina, Ed una cosa mostra, una ne asconde. La veritade ell'è cosa divina, E in noi dal primo vero si diffonde: La menzogna del diavolo è figliuola, E con esso va sempre ovunque vola.

3

Felici queste selve e questi boschi, U' peste sì crudel non giunse ancora: Qui non si vedon lagrimosi e foschi Occhi, che il vostro mal piangan di fuora, E il piangan solo, perchè tu il conoschi; E poi dentro del cor festa e baldora Faccin de' mali tuoi, conforme fanno Quelli che in mezzo alle gran corti stanno.

4

Qui non sono nè sbirri nè notai, Nè carceri nè funi nè berline, Nè Fiorentini che co' negri sai Menino i malfattori a tristo fine. Ma la fè ch'è di lor più forte assai, Fa sì che niun dal giusto mai decline; E la data fra noi parola basta Più che di protocolli una catasta.

5

Ma più d'ogni altro poi prezzar si suole La fè che tra di lor dansi gli amanti; Che pria vedrassi senza luce il sole, Che pastorelle o pastori incostanti. Niuno di tradimento qui si duole: Dal dì, dall'ora, da que' primi istanti Che d'amarsi l'un l'altra afferma e giura, Quel solo amor sino alla morte dura.

6

Nè, a quel ch'io veggo, così bella usanza Solamente è nelle arcade contrade: La fedeltade ancora in Persia ha stanza, Come udirete, quando che vi aggrade, Se di narrarlo avrò tanta possanza. Le dolorose flebili rugiade Asciugate s'avea la giovin bella, Quando che prese a dire in tal favella:

7

In Bahia io nacqui, città ricca e vaga, Che del Mar Nero in su la riva siede; Gente di mercantar cupida e vaga Là dirizza le vele, oppure il piede. La casa mia era contenta e paga De' beni che fortuna ci concede; Perchè di Persia, toltine ben rari, Niuno avea più di noi terre e danari.

8

Me sola il genitore ebbe, e sol io De' giovani persiani era la brama; E la bellezza ancor del volto mio, Che del vero maggior dicea la Fama, Accresceva in ciascun voglia e desìo D'avermi in moglie; e ciaschedun me chiama Sua vita e suo conforto: e mille e mille, Nol sapendo, d'amor spargo faville.

9

Ma non comprende giovinetta acerba Sì facilmente i segnali d'amore: Onde detta sprezzante era e superba, E che di vivo sasso aveva il core. Ma come angue talor tra i fiori e l'erba Si cela, e morde poi chi coglie il fiore, Così Cupido si nascose un giorno Negli occhi d'un garzon vago ed adorno.

10

E mentre seco parlo, a poco a poco Nascer mi sento un non so che nel seno, Ch'ora mi pare ed or non mi par foco. La solita allegrezza in me vien meno, Nè mi diletta più festa nè gioco; E di desìo mi sento il cor ripieno Di riveder quel giovine, e con esso Ragionar sempre, e sempre averlo appresso.

11

Se quando andava per diporto in mare, Non lui vedeva con la sua barchetta, Il cor nel petto mi sentìa scoppiare, E ritornava al lido in fretta in fretta Di pensieri ricolma e voglie amare. Se in questo mentre poi la benedetta Fortuna lo portava al mio cospetto, Tutto il dolor volgevasi in diletto.

12

Del signor di Darete un figlio egli era, Ricca provincia della Persia, e grande: Una pupilla avea sì vaga e nera, Che più regine fecero dimande D'averlo in sposo, e aggiunsero preghiera. Fra l'altre la regina di Derbande, Che alla Servania impera, ardeva in guisa Per lui, che alfin d'amor rimase uccisa.

13

Tangile era il suo nome; e d'egual fiamma Ardeva anch'esso, e non diceami nulla. Ma come in legno verde a dramma a dramma Entra il foco, ed in fin l'umore annulla, Onde improvviso e subito s'infiamma; Così, sendo ei garzone, ed io fanciulla, Stentammo a prender foco; o, per me' dire, Non lo potemmo che tardi scoprire.

14

Un dì (non m'uscirà mai del pensiero Giorno sì dolce, dilettoso e grato) In un bel bosco per grand'ombra nero Io mi sedeva nel calor più ingrato, Quando viene l'amato cavaliero, E senza nulla dir mi siede a lato. Ci guardammo; e, tacendo, mille cose Si dissero fra lor l'alme amorose.

15

Tutto tremante poi la man mi prese, E sospirando disse: Io te sola amo. Di vivo foco il volto mio si accese, Poi soggiunsi ancor io: Te solo io bramo; Ma non sperar che mai ti sia cortese, E Giove a' detti miei presente io chiamo, Se non mi giuri d'essermi consorte: Altrimenti son pronta a darmi morte.

16

Tangile allora invocò tutti i Numi Del cielo, dell'inferno e della terra, E quei de' mari e quelli ancor de' fiumi; Perchè dice sposarmi; e vuol, s'egli erra, Che co' fulmini il cielo lo consumi, E Nettuno e Pluton gli movan guerra. Ei mentre così parla, dalla gioja Io vengo meno, ed egli par che muoja.

17

Il dì seguente il padre mio ritrova, E senza altro indugiar mi chiede in moglie. Ciò molto in suo segreto il padre approva; Ma son sospette giovinette voglie, E chi lor crede, ingannato si trova. Però ne' suoi pensieri si raccoglie, E dopo assai pensar gli dice: O figlio, Per risponderti io vo' tempo e consiglio.

18

Tu sei signor di ricco e bel paese, E merti moglie a tua grandezza eguale. Da regie vene anche il mio sangue scese; Ma senza Stati signorìa che vale? Onde non posso convenenti spese Far per l'allegro giorno maritale; Nè le fortune mie giungono a segno Di darti quella dote onde sei degno.

19

Soggiunse allor Tangile: Io voglio solo La mia soave e dolce Filomena: (Chè tal m'appello; e or l'assomiglio al duolo, Allora no, ma s'è cangiato scena.) Ella val più che l'uno e l'altro polo Aver soggetto, e l'africana arena, Non che il Mar Caspio; e senza lei mi pare Che fora nulla aver la terra e il mare.

20

Ma il padre tuo, riprese il genitore, Che dirà egli, e 'l popol di Darete? Scusa i figli appo il padre un forte amore, Disse Tangile; e forse voi 'l sapete. Opra non fo che arrechi disonore Nè a me nè a lui; e l'anime discrete Mi daran lode, e chiameran beato, Che m'abbia Amor tanta beltà donato.

21

Silvano allor (chè tale egli si noma Il padre mio) disse: Figliuolo, io voglio Che tu riguardi pria questa mia chioma Che già biancheggia, e pensi al gran cordoglio Che urterà questa mia cadente soma Quel più presto, se mai per te mi toglio La dolce figlia. Ed ei: Tu sempre appresso A lei sarai, e le sarai lo stesso.

22

Tu non comprendi ciò ch'io ti vo' dire. Riprese il vecchio padre: non si puote Far questa cosa, se non col fuggire; Fuggi con Filomena in parti ignote: Io mostreronne dolore e martìre, E bagnerò di lagrime le gote; Poi là verronne dove voi sarete, Arrecator di nuove o triste o liete.

23

Piacque a Tangil la subita proposta; E la notte seguente una peotta Arma di gente sua forte e disposta A girne ove da lui sarà condotta: Poscia soletto a casa mia s'accosta; Mi chiama, io scendo, e per obliqua e rotta Strada mi guida al mare, e c'imbarchiamo; Sciogliam le vele, e il lido abbandoniamo.

24

Verso Biserta volgemmo la prora; E già tre notti, e già tre giorni interi Eramo scorsi, quando su l'aurora Ecco due fuste di ladroni neri Che ci son sopra; ed all'usanza mora Ruotan le sciable, e dan colpi sì fieri, Che ognun de' nostri egli è piagato o morto, E ancor Tangile è nel suo sangue assorto.

25

Qual io restassi allor, senza che il dica, Voi vel pensate: presi in man la spada Del mio Tangile per morir pudica: E già mi apriva in mezzo al cor la strada, Quando un Moro mi afferra, ed a fatica Mi tiene, che sul ferro infin non cada. Poi lieti dan per la vittoria un grido, E smontan tutti sul vicino lido.

26

I morti affatto li gettaro in mare, E preser qualche cura de' feriti, Per veder se li possono sanare, E vendergli agli Ardioti ed a' Negriti. Poi la preda si mettono a guardare; Ma di me sono tutti incaloriti: E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole, Vengon tra loro ad acerbe parole.

27

Dalle parole poi vengono a' fatti, E si danno le sciable per la testa: Sicchè si sono omai quasi disfatti. Un drappello di pochi ancor ne resta; Ma questi pur si batton come matti. Che più? con sommo mio piacere e festa Veggo i nemici miei condotti a morte, E il ciel ringrazio di sì bella sorte.

28

Poi chiamo il mio Tangile ad alta voce, E lo cerco, piangendo, in mezzo al sangue; E temo di trovarlo, e al par mi nuoce Il non trovarlo. Talor freddo esangue Un cadavere smovo; indi feroce Il guardo; chè fortezza in me non langue: In questo mentre sospirar lo sento, E chiamarmi con roco e basso accento.

29

Corro a quel suono, e lui veggo cosperso Di sangue, parte suo, parte d'altrui; Che il suo languido ciglio in me converso, Mi disse: O cara, che sarà di nui? Speriam, gli dissi; in ogni caso avverso Manda Giove benigno i doni sui; Quindi gli astergo le ferite e lego, Ed a sperar sorte migliore il prego.

30

Su la nostra peotta io molte cose Torno a ripor, che stavano sul lido; E di balsami e d'erbe prodigiose Prendo un involto, in cui molto mi fido; E bagno le ferite sanguinose Dell'adorato mio marito fido; E ne riceve in breve tal conforto, Che s'alza, e muove il passo inverso il porto.

31

Entriamo in barca; ed egli: O Filomena, Sciogli, mi disse, pur tutte le vele. Lasciamo al ciel di noi la cura piena; Egli ci faccia il mar mite o crudele; Egli il premio ci dia, o pur la pena, Se merta pena il nostro amor fedele, Io fo come egli dice; e in alto mare Ci vediam tosto da' venti portare.

32

Pinoro, re d'Algeri, uomo già fatto, Di nove lustri in circa, era a ventura Venuto in mare, da vaghezza tratto Di predar pesci e alleggerir sua cura. Una sorella sua di gentil atto Era con esso, e di bella figura. Da questi fummo noi veduti appena, Che vennero a incontrarci a vela piena.

33

Or qui comincia il mio sommo dolore, E che per morte solo averà fine. Pinoro nel vedermi arde d'amore, Ed arde per Tangile anche Lucrine La sua sorella: ci fan festa e onore; S'apprestano chirurgi e medicine Pel mio Tangile; e la real donzella Vuole alla cura sua assister ella.

34

Pinoro assegna una stanza vicina A quella ove egli dorme, al mio marito; Dove può, quando vuole, entrar Lucrina, Che fammi a seco star gentile invito. In fine riposati, la mattina Pinoro, da' più nobili assistito, Va da Tangile, e là mi fa chiamare; Che i nostri casi ha gusto d'ascoltare.

35

Tangile francamente espose loro, Come era figlio del re di Darete; E come Amor con la saetta d'oro Ferì noi due, e prese alla sua rete. A questo dire impallidì Pinoro, E si offuscaron le sue luci liete; Lucrina ancora scolorissi, e poi All'improvviso fuggì via da noi.

36

Le navi mie nel mar di Salamina Arser, guari non è, li tuoi navigli, Disse Pinoro; e con furor cammina. Tangil mi guarda, e dice: Quai consigli Prendiam, mia vita? Ed io: Amor si affina, Siccome ogni virtù, ne' gran perigli; Chè alla perfine è facile ogni uscita A chi uscir vuole dall'odiosa vita.

37

Sol temo (e non ti dolga, se ti taccio Di poco amore e di sospetta fede), Temo Lucrina che non sciolga il laccio Che mi ti stringe, e non la facci erede Dell'amor mio, ed io ti sia d'impaccio. La lunga età fa più ch'uomo non crede; Non piglia il primo assalto una cittade, Nè a un colpo sol di scure il pino cade.

38

Ma in fine ora con foco, or con penuria Fa tanto l'inimico, che si arrende; E tanti colpi mena e con tal furia Il villano, che il pin cade e si rende. Tempo verrà che non parratti ingiuria Di fare all'amor mio; e meno orrende Ti saran l'ombre de' traditi Numi, Perdute nel fulgor di que' bei lumi.

39

Ma pria che ciò il destin veder mi faccia, Vo' che la terra ovvero il mar m'ingoi. Qui taccio, e il pianto agli occhi miei s'affaccia. Queta, grida Tangile, i sdegni tuoi; E me' che può m'accarezza ed abbraccia, E dice: A che temer, cara, tu vuoi Di quel che certo non sarà giammai? E s'io parlo di cor, sola tu il sai.

40

Mentre stiam noi così fedeli amanti, E fra noi ci giuriam perpetuo amore, Ecco due fieri ed orridi giganti, Che prendono, un Tangile con furore, L'altro me prende, che mi sfaccio in pianti; E in un carcer profondo e pien d'orrore Messo è Tangile, e in una rocca forte Posta son io; e serrano le porte.

41

Quel che avvenisse poi al mio marito, Nol so di certo, ma me lo figuro; Chè un stesso inganno fu ad entrambi ordito: Udite quale. Al chiaro ed all'oscuro Pinoro a me venìa d'amor ferito; E non lasciava voci sacre e giuro, Per indurmi a volerlo per isposo, Ora in atto crudele, ora pietoso.

42

Ma quando egli s'accorse che tendea Le reti a' venti, e seminava il lido, E che nel mare i solchi suoi traea, Mutò pensiero, e con parlare infido Mi disse un dì, che già ch'egli vedea Ch'io aveva il cor troppo amoroso e fido, Volea lasciarmi, e in fin restituire Al mio consorte, e poi di duol morire.

43

E in fatti il giorno appresso a me portosse, E disse: Filomena, ho stabilito Che doman tu ti abbelli, e vesti rosse Drotti, o celesti, come n'hai appetito; Chè queste che tu hai, son troppo grosse, Nè si confanno a chi vanne a marito. Verrai su cocchio d'oro alla mia corte, Ove sarà Tangile il tuo consorte.

44

Tutta mi rallegrai a questi accenti; E senza sospettare alcuna frode, Mi abbellisco con tutti gli ornamenti Che possano a donzella recar lode. Viene il giorno prescritto; e di concenti Una dolce armonìa per l'aër s'ode. Monto sul carro, e il popolo s'affolla, E di guardarmi niuno si satolla.

45

Giungo a palazzo, e m'incontra Pinoro, Vestito anch'egli a gala ed allegrezza. Di nobili fanciulle un gentil coro Mi pone in mezzo, e lieto m'accarezza. Vanno esse avanti, ed io dopo di loro; E ad un balcone di mediocre altezza Guidata son, di dove il popol tutto Vedea, che nella piazza era ridutto.

46

Domando di Tangile, e mi vien detto Che già veniva; e il rio Pinoro intanto Mi viene al lato pieno di diletto: Ed ecco odo da lungi suono e canto, Ed il marito mio veggo in effetto; Ma veggo gli occhi suoi pieni di pianto; Affilato lo veggio, e mezzo morto; Mi guarda, e grida: Mi offendesti a torto.

47

E pieno d'aspra voglia di morire, Toglie l'arco di mano ad un soldato, E trae, pensando Pinoro colpire; E leggier mi piagò nel manco lato. Poi disperato mettesi a fuggire; E ancora non si sa dov'egli è andato: Manda Pinoro tutti i suoi famigli, E vuol ch'ove si trova, ivi si pigli.

48

Come augellino che per l'aria vola, Se de' compagni suoi il canto ascolta, Si riconforta tutto e si consola, E drizza le sue penne a quella volta; Ma non sì tosto il misero trasvola Pe' verdi rami, che con furia molta S'alza una rete che lo fa morire, E il cacciator rïempie di gioire;

49

Così si volse in pianto il mio piacere, E il barbaro rideva sul mio affanno; E disse: Non udrai mai più preghiere Dalla mia bocca. Chiamami tiranno, Chiamami uomo nudrito in fra le fiere: Parlar di donna non fe' mai gran danno. Tre giorni soli io ti concedo; e questi A te sta che ti sien lieti o funesti.

50

Quindi si parte; ed io fra mille e mille Uomini armati, e con quelle donzelle Vo fuor della città per queste ville, Pensando all'opre niquitose e felle Di Pinoro, e struggendo le pupille In pianto tal da impietosir le stelle. Col canto e il suon le giovani amorose Cercan le pene mie far men dogliose.

51

In questo mentre voi giungeste. Appena Ella pon fine al suo ragionamento, Che con le man legate in su la schiena Venir si vede sopra un vil giumento Un uom ricolmo di gran doglia e pena. Ma m'interrompe questo avvenimento La pietà c'ho di Carlo, il qual si trova Oppresso sempre più da gente nova.

52

Aveva Carlo un certo suo scudiere, Che a parole era un Ercole, un Sansone; Ma se piegavan punto le bandiere, Era sì gran vigliacco e sì poltrone, Che per timor fuggiva a più potere; Vizioso, porco, perfido, briccone; Che sol col pregio di servire in corte, Niuna casa per lui avea le porte.

53

Figliuol d'un contadin di Piccardìa Era costui, e si chiamava il Mena. La mano sua ell'era man d'arpìa, E di gran somaraccio avea la schiena. Gran copia d'oro e gran mercede avìa; Ch'era buffone, ed avea mente amena; Ed entrò in grazia a Carlo di tal modo, Che vi parea confitto con un chiodo.

54

Ora costui vedendo a mal partito Carlo e Parigi, un alto tradimento Macchinò nel suo core infellonito. Si traveste una notte, e all'aere spento Per un condotto, da niuno avvertito, Esce fuor delle mura a salvamento, E dallo Scricca corre a dirittura, E dice: Io vengo per vostra ventura.

55

Io vo' darvi Parigi e Carlo in mano, Che dopo tanti miei lunghi servigi Scacciato m'ha per un sospetto vano Dalla presenza sua e da Parigi. E qui sospira il perfido villano, E si strappa i capelli ed i barbigi. Dice lo Scricca: Se questo succede, Io ti vo' far di mezza Cafria erede.

56

In questa stessa notte, se vi piace, Io condurrovvi dentro alla cittade Pochi alla volta; chè non è capace Il condotto di molti; e sole spade Portar potrete, perchè alquanto giace La bassa volta, ed in angusto cade. Piace al barbaro re questa proposta, E la gente all'impresa è già disposta.

57

Avanti a tutti camminava il Mena, E nella buca subito si caccia. Lo seguon gli altri; ed ei stretta alla schiena Accesa porta una sua lanternaccia, Onde di luce quella fossa è piena. Sbocca in Parigi, e si copre la faccia, Acciocchè alcun nol vegga e nol conosca, Con una mascheraccia brutta e fosca.

58

E già vicini essi erano al palazzo, Quando le guardie si fûro avvedute Del tradimento, e ne fanno schiamazzo. Corron le genti d'armi, e di ferute Si fa per ogni via di sangue un guazzo. La fortuna e il valor gli assista e ajute; Chè intanto che si danno su' cimieri, Io vo' dir qualche cosa d'Ulivieri.

59

Ulivieri, Selvaggio e Dudon forte S'imbarcaro a Calesse, e navigaro Alla man destra che riguarda il Norte; Ed a man manca l'isole lasciaro, Che fûro al navigar l'estreme porte Ne' tempi antichi, quando i buoi parlaro; E nel mar di Norvegia si trovarno, E nol sapendo, in un gran pesce entrarno.

60

Una balena larga dieci miglia, E lunga trenta, entro quell'acque giace: E la sua bocca, quando che sbadiglia, Sembra un porto, ed un porto anche capace. In questo entra Ulivieri e sua famiglia, E si promette sicurezza e pace, Perch'era il mar turbato e tempestoso; E quivi pensa ritrovar riposo.

61

Ma non sì tosto egli entra, che si avvede Che quel porto di mare un pesce egli era, Il qual chiude la bocca, e prender crede Fra' denti i naviganti e la galera; E lor diede vicino un braccio o un piede: Onde i lor volti fecero di cera I paladini afflitti e spaventati, Vedendo che in un pesce erano entrati.

62

Ma, seguitando pure la corrente, Vanno oltre, e son portati in un gran stagno, Dove veggion pescar di molta gente. Su le ripe son piante di castagno, Di lauri e lecci; e popolo frequente Evvi, che compra e vende per guadagno. Guardan più avanti, e veggon case e buoi, Marre ed aratri, come abbiamo noi;

63

Che il sole per gli orecchi e per la bocca Vi passa dentro, e le cose produce. L'uva annegrisce in su la spessa ciocca; Il gran biondeggia, e come oro riluce. La notte la rugiada pur ci fiocca; E la luna i suoi raggi v'introduce. Vi sono uccelli, e lor nidi vi fanno: E chi non lo vuol credere, suo danno.

64

Ma tra le molte cose nuove e strane Rimasero di sasso i paladini, Quando che udiro il suon delle campane, E vider tra i cipressi e gli alti pini Una chiesuola, e carichi di pane Muoversi verso lei due cappuccini: Ond'escono di barca, e come vento Vanno a trovar quel povero convento.

65

V'era guardiano un certo da Pistoja, Che al secol si chiamò messer Francesco. Era buon uom, ma senza salamoja: Giuocar a' dadi, e seder molto a desco Al mondo fu la sua più cara gioja. Diceva a mente sana e a cervel fresco Cose sì pazze e sì spropositate, Ch'era il piacer di tutte le brigate.

66

Stava a ventura sulla porterìa, Quando giunsero i Franchi cavalieri, Quai tosto ad incontrare egli s'invìa, Ed offerisce lor mensa e quartieri. Accettano i campion la cortesìa. Dice il guardian: Ci stien pur oggi e jeri, E jeri l'altro, e quanto che vorranno; Chè ci fan grazia, e spesa non ci danno.

67

Ma sento scucchiarare le forcine, Segno che a cena il cucinier c'invita. Non vi darem nè polli nè galline, Ma vi daremo roba digerita. Ulivier lo ringrazia senza fine, Ed alla bocca si pone le dita; Chè tanto il riso trattener non vale, Che non gli scappi, e il frate l'abbia a male.

68

Entrano in refettorio, e in cima in cima Siedono tra il guardiano e i superiori. Si dispensa il silenzio per la stima, La qual si debbe a così gran signori. Portan di rape una minestra in prima; Poi uova, maccheroni e caci fiori, Ottimi vini, e pan sì buono e bello, Che il papalin non ha che far con quello.

69

Chiede Ulivier, terminata la cena, Al guardiano in che modo ei sia qua drento, E come in corpo a così gran balena Abbiano fabbricato quel convento. La bianca barba sua con la man piena Prende il guardiano, e dice: Io son contento Di dirvi il tutto; e acconcia sua persona, Bassa il cappuccio, ed in tal guisa intuona:

70

La storia è corta corta: giovinetto Mi feci frate; ed andato a Livorno Con quel padre che stammi a dirimpetto, Un dì vedemmo un bel naviglio adorno (Inglese credo, a quel che mi fu detto), Ed era nominato l'Alicorno. V'entrammo per vederlo; e in un momento Dieder le vele i marinari al vento.

71

E dopo un lungo navigare, alfine Giungemmo in questi mari, e fummo preda Di sì gran pesce senza fondo e fine. Ed il convento, per quel che si creda, È molto antico. In lettere latine Sta scritto il tutto; ed acciò che si veda, L'hanno scolpite in marmo: e, sottosopra, Di cent'anni sarà forse quest'opra.

72

Di qui partiamo quando che ci pare, E ritorniamo a nostro piacimento, Conforme entra nell'orca ed esce il mare. Disse Ulivieri: Io son molto contento, Che possiamo di qui presto scappare. Domani all'alba ho di partir talento; Chè in Francia ritornare m'abbisogna; Chè ormai lo più tardar merta rampogna.

73

Riprese un fraticello: Andate presto; Ch'io di là vengo che son pochi giorni. Africa ha messo Carlo fuor di sesto; Francia è piena di timpani e di corni. Disse Selvaggio: Che parlare è questo? Chi ha mosso guerra a que' nostri contorni? Soggiunse il frate: Io non so tante cose; Ma so che vi son guerre sanguinose.

74

Udito ciò, se ne vanno a dormire, E la mattina ritornano in barca; E stanno tutti attenti per uscire, Quando la bestia la gran bocca inarca, E l'acqua con lo mar si torna a unire. Pigliano il tempo; la barchetta scarca Nell'ampio mare trascorre veloce: Ulivier si fa il segno della croce.

75

Ma perchè non han bussola nè vele, Si ritrovano tutti a mal partito; E pensan che se il mar si fa crudele, Il lor pellegrinaggio egli è finito. Non hanno pan, non hanno noci o mele Da cavarsi al bisogno l'appetito. Or mentre stanno in questo gran pensiero, Ecco che l'aere ingombra un nuvol nero,

76

Qual distesosi sopra la barchetta, S'apre, e si muta l'orrido in fulgore. Cinta di luce un'alma giovinetta Veggon che un grande augel tutto candore Porta sul dorso, e il peso gli diletta; E dice lor: La sposa son d'Amore, Che il vo cercando, e non lo so trovare, Perchè fermo in un loco non può stare.

77

Non crediate però che i paladini Si credessero Psiche esser costei; Perchè le Fate han centomila fini Per celar lor persone a questi e quei: Onde non vuolsi or fare da indovini Per dire la ragion che mosse lei A fingersi in tal guisa. Basti questo, Che fu ai baron l'inganno manifesto.

78

Ma facevano il gonzo i corbacchioni Per lo vantaggio, e non pagar gabella. Ed in questo do lor mille ragioni; Chè il guastare per una bagattella I fatti propri è cosa da minchioni. Però la lascian dir come vuol ella; E le fan mille inviti e baciamani, Perchè punto da lor non s'allontani.

79

Scende sul legno, e chiede a' cavalieri, Se san nulla di lui. Disse Guidone: A dirla, noi facciam certi mestieri, Che col toglier la vita alle persone Non si confà gran cosa co' piaceri, Tra' quali il vostro sposo si ripone; Ma guidateci a terra, e cercheremo Di lui quel più, madonna, che potremo.

80

Si pone su la poppa la donzella, E lega i piè del cigno volatore Con un'azzurra e lunga cordicella; E quello verso là dove il Sol muore, Vola e tira con sè la navicella. In questo mentre, per trapassar l'ore, Chiede a Psiche Ulivier, per qual motivo Amor sia un'altra volta fuggitivo.

81

Forse con la lucerna un'altra volta L'hai tu veduto, quando che dormìa? Ed ella tutta in lagrime disciolta: Non caddi più nel grave error di pria; Ma la presenza sua da me si è tolta Mercè i desir della suocera mia, Ch'or per sè, or per gli altri il manda in giro: Ond'è che spesso sola io lo sospiro.

82

Vidi l'altr'ieri il furibondo Marte, Che con la suora sua iva a Parigi; Il quale in fretta chiamommi in disparte, E mi disse che a far certi servigi Per Venere Cupido era ito in parte Ch'Africa è detta, e là farà prodigi; Che ha desìo ch'egli abbruci e che saetti Le africane donzelle e i giovinetti;

83

Perchè nemica alle cristiane genti, Vuol che il furor dell'armi e l'ira atroce Per via d'Amor s'accresca e s'augumenti. Così divien più duro e più feroce Toro con toro in vista degli armenti; Ch'Amor lo punge, lo sferza e lo cuoce Per la bramata e combattuta vacca; E quanto pugna più, meno si stracca.

84

Ma una certa domestica di casa, Che si dice madonna Epimelìa, Stretta di bocca e con l'orecchia spasa, E ch'ogni fatto ed ogni cosa spia, È d'un'altra ragione persuasa, Che cruccia e affanna assai l'anima mia: Mi disse, come innamorato egli era D'una donzella vaga e lusinghiera:

85

E disse, come là dell'Arbia in riva Era nata di sangue illustre e chiaro, E che del terzo lustro appena usciva, Nè le fu il cielo di bellezza avaro; Nel volto giglio e rosa le fioriva: E aggiunse ancor, ch'aveva un dir preclaro, Ed invaghiva ognuno che l'udìa: Tanto era pien di grazia e leggiadrìa:

86

E ch'ella stava di presente in Roma, Acclamata, gradita e ben veduta: Fortuna in man le avea data sua chioma; Ond'è felice qualunque saluta: E disse ancor, come Gingia si noma, E che ha due occhi che fanno feruta; E che il marito mio con sua famiglia Or le vola sul seno, or su le ciglia.

87

Ma il cane che provò l'acqua bollita, Fugge la fredda: ancor così faccio io, Che, per dar fede a ciarle, fui tradita, E caddi in ira al dolce signor mio. Però fo finta non averla udita, Nè il fatto come stia saper desìo; Chè il cercar di saper quel che saputo Accresce duolo, non m'è mai piaciuto.

88

Disse Guidon: Signora, fate bene; Chè son pazzi i mariti e ancor le mogli, I quai cercan di ciò che lor dà pene. Ed io, s'avverrà mai ch'unqua m'imbrogli In queste d'Imeneo sacre catene, Non vo' cercar d'imbasciate o di fogli, E se la mia consorte di soppiatto Fa quel che non vorrei mi fosse fatto:

89

Perchè ho sentito dir da certi vecchi, Che le donne quando hanno fermo in testa Di far gli accorti lor mariti becchi, Se con la pece o con la carta pesta Tu lor stoppassi i luoghi mai non secchi, E lor facessi di piombo la vesta, E le chiudessi ancor con un lucchetto, Avrà il disegno lor sempre l'effetto;

90

E che da questo affronto vanno esenti I consorti discreti e non gelosi. Disse Ulivier: Ancor chi non ha denti Può mangiar i limoni più sugosi. Tu non hai moglie, e però non paventi; Ma gli ammogliati sono timorosi. Così dicendo, omai scopron terreno, E lo veggion di popolo ripieno.

91

Van poco avanti, e veggono un naviglio Coperto tutto d'una tela oscura, Mezzo sdruscito, e che già sta in periglio D'andare a fondo; e morta di paura Vi veggono una donna con un figlio. Più belle cose non fe' mai natura. Psiche la barca a quel naviglio appressa, E la man stende alla donzella oppressa,

92

Qual di subita gioja ebbe a morire, Quando col figlio suo si vide salva. Dal lido intanto si sentìa muggire La gente nel mirar ch'ella si salva. Disse Psiche: La meglio ella è fuggire; Chè l'occasione ha la fronte calva; E se non si prende ora, indarno poi Noi ci dorremo e di lei e di noi.

93

Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone Ebbero a male un sì fatto parere. Psiche in veder la loro intenzïone, Disse: Deh non abbiate dispiacere, S'ora vi tolgo da sì gran tenzone. Io non temo di voi: vostro potere E vostra gagliardìa veggo a più segni; Ma non è tempo di pigliare impegni.

94

Ecco che mosse son già mille navi: Queste verranci sopra, e sol col peso Ci affonderanno, e con balestre e travi: E il picciol figlio come fia difeso, E la sua madre da quegli uomin pravi? A me il fuggir non sarà mai conteso. Che dunque serviravvi una vittoria, Che di duol sempre vi sarà memoria?

95

Così dice d'Amor la bella moglie, E il cigno nuotator volge a man manca, Che sì presto i suoi piè spiega e raccoglie, Che dietro al suo cammino il vento manca. Le navi ostili di vista si toglie La dolente donzella, e si rinfranca: Psiche pietosa la riguarda, e poi La prega a raccontarle i casi suoi.

96

Ma il venticel che increspa la marina, Fa che ondeggi la barca, e noja apporte Alla dolente e bella pellegrina; Onde rispose con parole corte: Giacchè la terra ci compar vicina, Scendiam sopra essa; e poi della mia sorte Narrerovvi il tenore aspro e feroce; Ch'or la marèa mi toglie e forza e voce.

97

Ciò detto, verso terra il nuoto prende Il forte cigno: e già boscaglie e prati Si vedono, ed il canto già s'intende De' dipinti augelletti innamorati. Già il cigno è sopra il lido, e giù discende Psiche, e con essa i tre guerrieri armati. La pellegrina col fanciullo al seno Balza lieta ancor ella in sul terreno.

98

E se ne vanno verso una capanna, Che, sendo presso al mar, credo che fosse Di pescatori; e lì sopra una scranna, Giunti che fûro, ognuno accomodosse. V'era un garzon che un zufolo di canna Sonava, e al lor venir tosto chetosse. Or qui la pellegrina stata alquanto, Principiò la sua storia, e Psiche il pianto.

99

Ma vedo già più d'una infra di voi, Donne leggiadre, che spesso sbadiglia; E lo sbadiglio ben sappiam fra noi Che per sonno o stracchezza egli si piglia, O per cosa talvolta che ti annoi: Però l'uom saggio in caso tal consiglia Di prender fiato e rompere il sermone; Se no, si viene in odio alle persone.

100

Però mi cheto, e nel canto venturo Io vi dirò la storia di costei, Della quale or ne sono anch'io all'oscuro, E se potessi, la tralascerei; Chè temo d'alcun caso acerbo e duro, Tutto contrario a' desiderj miei; Perchè mi piaccion le minchionerìe, Non le storie crudeli, inique e rie.

CANTO SESTO

ARGOMENTO

Pinoro ucciso, tutta la brigata S'imbarca, e un'osteria si mangia intera. La ria strega, come asini, legata Manda a Valenza degli eroi la schiera. I due giganti con una pisciata Smorzano un foco grande che acceso era; Castigano la strega, e il fier Cristierno I paladini mandano all'inferno.

1

L'ambizïone e voglia di regnare Accieca sì le menti de' mortali, Che ogni opra più crudel gl'istiga a fare. L'ambizïone ha seco tutti i mali; E tristo quei che non le sa tarpare Su' primi voli suoi le penne e l'ali; Chè quando ha preso punto di vigore, Addio amicizia, addio pietade e onore.

2

Le madri stesse hanno scannati i figli, Uccisi i padri, i fratelli, i mariti, Per dominar lontane da' perigli. Taccio gli amici scacciati e traditi; Taccio le trame e i perfidi consigli, E i tanti inganni all'innocenza orditi Sol per desìo d'impero: empio desìo, Che l'uom fa bestia ingrata al mondo e a Dio.

3

Ho per me tanto questo vizio a noja, Che non domando nulla, e nulla cerco; E il poco quanto il molto mi dà gioja. Coltivo l'amicizia, e non ci merco, E non adulo, e non do mai la soja A' signori, nè fiuto il loro sterco, Perchè mi faccian divenir gran cosa, Onde mi vesta di color di rosa.

4

Un uom dabbene, amico di onestade, Soffre più volentieri un stato basso, Ancorchè oppresso sia da povertade, Che fare il gran signore e lo smargiasso A forza d'ignominie e di viltade, Come fan tanti che han parenti in chiasso: Razza di boja, di sbirri e di spie, Che possan esser pasto delle arpìe;

5

Che col fare il buffone ed il mezzano, Son giunti a tale, che chi vuol salire A qualche onore, ei s'affatica invano, Se con questa canaglia non vuol ire, E non implora lor possente mano, Che possan tutti ad un tratto basire, Padri del vituperio, e peste vera D'ogni bell'arte nobile e sincera.

6

Or questi idoli dunque e questi numi, Che poco fa di fango eran coperti, E le lor vigne eran fontane e fiumi, E i lor pranzi, di starne or ricoperti, Eran per Pasqua cicerchie e legumi; Questi ora dunque co' capi scoperti Sarà forza che adori un uom ben nato, A star con Febo e con le Muse usato?

7

Ma qui lo zelo mi trasporta fuora Del mio cammino, e mi leva di mente La storia, e quel che vi promisi or ora Di dirvi chi si fosse la dolente Donna che fuor della sdruscita prora Psiche condusse frettolosamente: Ben mi rammento, e a tempo suo dirollo; Ma altrove or deggio andare a rompicollo.

8

In Africa convien che presto presto Io torni a rivedere il nostro Orlando, E Filomena e Ferraù modesto Co' suoi giganti, e Astolfo memorando, Con Rinaldo e Ricciardo ardito e lesto; E dir che, mentre stavano ascoltando Filomena, passò davanti a loro Un uom legato e colmo di martoro.

9

A duemila soldati in mezzo egli era Sopra un giumento, e stava a capo chino. A' due giganti Ferrautte impera, Che faccian con le reti il giuocolino; Ed il Fracassa tira la primiera, La seconda il Tempesta a lui vicino; E in due retate prendon tutti quanti (O ve' che pesca!) e cavalieri e fanti;

10

E li portano tutti a Filomena. Guizzano nella rete i prigionieri; Ed or mostrano il viso, ora la schiena, Come i pesci, allorchè scalzi e leggieri I pescator li traggon su l'arena. Ad alta voce domandan quartieri: Ottengon facilmente ciò che vogliono; E presto presto il prigioniero sciogliono:

11

E vedono siccome era Tangile. Filomena vien men per l'allegrezza: Ma si solleva al giovine la bile, E la riguarda pieno di fierezza; E poi le dice con acerbo stile: Donna che amore e fede non apprezza, Ancorchè bella, ancorchè vaga sia, È una furia d'inferno iniqua e ria.

12

Ritorna al tuo Pinoro, e statti seco; Nè testimonio della tua nequizia Voler ch'io sia: ma prima morto o cieco Sarò, che spettator di tua letizia. E qui con volto minaccioso e bieco Si tace. Orlando amante di giustizia: Sbagli, disse, o Tangile; la tua donna È di vera onestà salda colonna.

13

E qui raccontò lui cosa per cosa: Talchè pianse Tangil per lo contento; Ed abbracciata la sua cara sposa, Baciolla in fronte cento volte e cento. Con gente intanto armata e numerosa Vien Pinoro ripien di mal talento. S'arma Tangile; ed uno de' giganti Si pon qual torre a Filomena avanti.

14

Astolfo adopra la sua lancia d'oro, Orlando Durlindana, e con Fusberta Rinaldo si fa largo infra di loro; E il gigante l'esercito diserta; Chè cento almeno prende di coloro Con la sua rete non affatto aperta, E poi li gira con le forti braccia, E gli abbacchia sul suolo e gli scofaccia.

15

Così si legge che del mare in proda Si pon la volpe libica a sedere, Ed immerge nell'acqua la sua coda; Onde i gamberi su vi vanno a schiere, Che non temono alcuna insidia o froda: Quando ecco esce dal mare, e a più potere Batte la coda in questo sasso e in quello, E de' gamberi fa crudel macello.

16

Ricciardetto fa cose da stupire; Ferraù, che non ha spada nè lancia, Tira de' sassi, e si spassa a colpire Or quello in testa, or questo nella pancia: Filomena, ripiena di gioire, Gli dice: Frate, ti vo' dar la mancia; Ti voglio dare un orïuolo d'oro, Se nella fronte tu côgli Pinoro.

17

In questo dire Orlando un colpo mena Sovra Pinoro così bestialmente, Che la testa gli parte, e collo e schiena, E lo divide in due veracemente; Poi passa sul cavallo, e non si affrena L'impeto orrendo di sua man possente: Parte il cavallo, e ficca nel terreno La spada dieci palmi, o poco meno.

18

Visto colpo sì strano, i Saracini Fuggiron come cervi o caprïoli Che s'odono latrare i can vicini: Talchè restati i paladini soli, Orlando disse: Pria che s'avvicini (Non so s'io dica fratelli o figliuoli) La notte, andiamo a ritrovare il mare, E vediamo se alcun naviglio appare;

19

Ch'io sto sopra le spine, infin che giunto Non sono in Francia, e Carlo mio difendo. Rinaldo anch'ei d'onore e gloria punto: Andiamvi pure; io d'ira già mi accendo, Soggiunge; e al suo parer non va disgiunto Quel di Ricciardo e d'Astolfo tremendo; Tremendo per la sua lancia fatata, Che sola trïonfar può d'un'armata.

20

Tangile anch'esso e la sua Filomena Di ritornare in Persia hanno desire. Cavalcan dunque in su la molle arena; E quando il sole s'accosta al morire, Veggion l'onda del mar cheta e serena, E da lungi cominciano a scoprire Una nave che porta una bandiera All'uso Perso, mezza bianca e nera.

21

Tangile, più degli altri desïoso, Sprona il cavallo, e giunge prestamente Sul margine del mare strepitoso; E vede omai del legno ancor la gente: Onde co' cenni e co' moti voglioso Mostra come vorrebbe immantinente Che la lor nave s'accostasse a lui, Pria che s'annotti, e l'aëre s'abbui.

22

Onde i nocchieri volgono la prora In verso il lido, e v'arrivano presto; E giungono alla riva alla stessa ora I paladini e il fraticel modesto, Che ragiona di Dio con la signora. A terra smonta vigoroso e lesto Un forte vecchio; ed è disceso appena, Che, Ecco mio padre, grida Filomena.

23

E tosto corre, e gli si getta a' piedi. Tangile fa lo stesso: e qui tra loro È gioja tal, che nelle elisie sedi Egual non sente il più felice coro Dell'alme illustri e del piacere eredi; Nè forse Giove, allor che in tazza d'oro Il nèttar beve, e Ganimede il mesce, Che tanto a Giuno sua spiace e rincresce.

24

Terminati alla fin gli abbracci e i baci, Narrò Tangile a' nobili guerrieri Chi fosse il vecchio, e i marinari audaci Che sapevan del mar tutti i sentieri. Disse Orlando: Signor, se ti compiaci, Dacci imbarco; chè abbiamo di mestieri D'andare in Spagna. E rispose Tangile: Io condurrovvi ancor di là da Tile.

25

Ciò detto, senza por più tempo in mezzo, S'imbarcan tutti, e sciolgono le vele. Vêr Mezzodì vanno correndo un pezzo, E con piacer; ch'è il mar cheto e fedele. Poi vêr Ponente si muovon da sezzo, E in poco tempo già son sopra de le Isole di Majorca e di Minorca, Dove corser pericol per un'orca;

26

La qual gittò dall'orride narici Tal fiume d'acqua dentro della nave, Che stiè per affondarla e farla in brici. S'affatica ciascun perchè si cave L'onda che fa le merci natatrici, E si raggira per le parti cave Del legno; e con la lancia Astolfo intanto S'è quell'orcaccia levata da canto.

27

Dopo questo timor, che non fu poco, Giunsero il dì seguente a Denia in faccia. Orlando disse: Eccoci giunti al loco Dove sbarcar vorremmo, se vi piaccia. Disse Tangil: Voi vi prendete gioco Di noi; e lo si accolse tra le braccia. E mentre al porto la nave si appressa, Tutta di duolo è Filomena oppressa;

28

E sospira, e si affanna, e si lamenta, Chè lasciar dee sì nobil compagnìa. La Franca baronìa pur si sgomenta, Ch'era invaghita di sua leggiadrìa, E starne senza molto la scontenta. Ma disse Orlando: Bisogna andar via; E saltò primo su la rena asciutta, E fe' lo stesso poi la gente tutta.

29

La nave in alto mare si ritira; E Filomena piangendo saluta I cavalieri, e fissa li rimira; E quella par che in rupe si trasmuta, Quando uccisi i suoi figli a' piè si mira. Ciascun de' paladin la risaluta; Ma il vento gonfia sì tutte le vele, Che convien che la nave al fin si cele.

30

A dirittura vanno all'osterìa I paladin, che crepano di fame; Entrano a mensa, e in due boccon va via Quanto c'è sopra d'uova e di carname. L'oste che vede tanta ghiottornìa, E che si mangian l'uova col tegame, Disse: Il Signor mantengavi la vista; Chè d'appetito avete assai provvista.

31

L'ostessa in questo mentre ch'è in cucina, E serve a desco i due forti giganti, Grida, che sembra a punto una gallina Che ha fatto l'uovo, e invoca uomini e Santi; E grida: Fuora, razza malandrina, Se non, ci mangerete tutti quanti. Di questo la ragion era, che in due S'eran mangiati una vitella e un bue,

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