Note 14 — GIOVANNI PROCACCI NICCOLÒ FORTEGUERRI E LA SATIRA TOSCANA DEI SUOI TEMPI
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Che il Venerosi fosse uomo di molto sapere e autorità ce lo provano, oltre questa intimità poetica col Forteguerri, l'essergli stata confidata dal Card. Fabbroni la magnifica librerìa che lasciò alla nostra città. Attesta del suo sapere anche E. Bindi nelle annotazioni alle tre Epistole pubblicate da Luigi Vangucci nel 1851. È, molto probabilmente, sua una canzone a stampa (con le iniziali L. V.) per il Padre Giuliano di S. Agata, Scolopio, che predicava nella nostra Cattedrale nel 1717. Poichè è tanto raro e scarso quel che può trovarsi di questo amico del Forteguerri, ecco, come saggio del suo scrivere, la VI strofa di questa canzone:
A trar dal forte inganno ove riposa Il cieco Mondo nel suo male assorto Per infinito provvido Consiglio Sorgean Profeti, e in voce disdegnosa Lui minacciando del crudel periglio, Spargean d'ira e di morte orridi segni; Ma quale a vendicar l'iniquo torto In sì grand'uopo è sorto Con più bell'ire e più soavi sdegni? E qual temprando il minacciar feroce Con le dolci speranze, in nuovi modi Strinse di più bei nodi E ricongiunse alla Divina Croce Il traviato popol, che in oblio, Se Tal non era, avria se stesso e Dio?
Alla stessa persona del Venerosi così accenna ridendo col suo bel faccione il nostro Niccolò:
..... sei così sparuto e asciutto Che sembri a saltabecche esser pasciuto.
Fu fratello al noto versificatore Brandaligio, chiamato di arcade fama dal Carducci nella Prefazione al Lucrezio del Marchetti, Ed. diam. Barbera 1864.