IV.
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IV.
Dell'uso del sangue cristiano nei riti ebraici
Oggi ancora, nell'ultimo quarto del secolo decimonono, abbiamo veduto, in un paese che si dice civile, Ebrei accusati di aver assassinato una fanciulla cristiana, non per scopo di lucro o di libidine, non per vendetta, o per qualsiasi altro dei soliti moventi cui obbediscono gli assassini, ma nell'intento di raccoglierne il sangue, sangue che si pretende necessario agli Ebrei per l'adempimento di tenebrosi loro riti (247).
E mentre il processo si dibatteva in Ungheria, abbiamo veduto in Italia, in Francia, in Germania, nei paesi insomma del continente d'Europa che sono alla testa del movimento intellettuale, pubblicarsi giornali ed opuscoli per sostenere che la religione ebraica impone ai suoi seguaci l'obbligo di valersi del sangue di umane vittime per compiere non sappiamo quali infami riti.
Che più? un professore dell'I. R. Università di Praga, il Rohling, si è persino procacciata una tal qual nomea, facendosi banditore della oscena accusa; e quasi ciò non fosse bastante, il Figaro di Parigi, il giornale certamente più diffuso dell'Europa continentale, e che ha parecchi Ebrei fra i suoi collaboratori, riproduceva, a proposito del processo di Tisza Eszlar, nel suo numero del 15 luglio 1883, un lungo e calunnioso articolo contro gli Ebrei, togliendolo da un infame libello antisemitico, il Paderboner Judenspiegel.
Certamente, di fronte agli scarsi accusatori, sorsero numerosi i difensori degli Ebrei, e fra questi, solleva l'animo il poterlo dire, non mancarono dotti ecclesiastici di tutte le confessioni cristiane.
Certamente gli stessi Tribunali Ungheresi, con tre conformi sentenze, proclamarono l'innocenza degli Ebrei accusati nel famoso processo di Tisza Eszlar; ma è pur troppo nell'indole della natura umana il prestare più facile orecchio a chi accusa che a chi difende, a chi proclama il male che a chi lo nega, sicchè non è a meravigliarsi che uomini di buona fede, liberali sinceri, rimangano oggi ancora dubbiosi di fronte alla strana accusa.
Si fa la grazia agli ebrei, che dimorano nei paesi più colti, di ammettere che abbiano rinunziato al sanguinoso rito, ma si pretende che esso si mantenga ancora rigoglioso in quei paesi dove il progresso della civiltà trova refrattarii ebrei e non ebrei.
I più benevoli arrivano ad accordare che non tutti gli Ebrei pratichino la nefanda cerimonia, ma insinuano che può bene essere sorta in seno al giudaismo, una setta la quale abbia imposto ai suoi seguaci l'obbligo di versare umano sangue e di cibarsene (248).
Insomma, mentre tutti gli onesti provano ribrezzo ad involgere nella orrenda accusa gli Ebrei che conoscono personalmente, quelli che vivono in continuo contatto con loro, non mancano però parecchi che vanno cercando argomenti per persuadere a loro stessi che Ebrei di remote contrade possono bene essere colpevoli.
Noi che scriviamo, conosciamo in Italia fior di onesti uomini che protesterebbero indignati se domani una simile accusa si muovesse ad un loro conterraneo, ad un loro amico ebreo, ma che la trovano invece naturale, naturalissima, quando viene rivolta ad un ebreo ungherese o siriaco (249).
Anzi abbiamo sentito taluno che pretendeva difendere gli Ebrei, non negando la stolta calunnia, ma invocando questa singolare attenuante: che cioè se simili accuse non si muovono più, contro gli Ebrei che dimorano in paesi civili, egli è perchè essi rinunciano all'orribile pratica, non appena cessano di esser fatti segno alle oppressioni di cui furono e sono bersaglio nei tempi e nei paesi meno civili.
Certamente, al secolo nostro, che, più spesso che non convenga, giudica dalle apparenze, ripugna meno l'accusare di una orribile superstizione il lurido ebreo polacco dal classico cafetano e dai ricci bisunti, od il palestinese dal turbante e dalla turchesca zimarra, che non il gentiluomo lindo ed azzimato che si mescola a noi, che vive della nostra vita e che ormai può dirsi in tutto eguale agli altri suoi concittadini.
Ma tutto ciò non è che parvenza.
Vanto precipuo del giudaismo è, che, malgrado le differenze, dalla civiltà e dal progresso create, fra gli Ebrei dei varii paesi, essi mantennero sempre l'unità del loro culto, delle loro credenze; sicchè le stesse pratiche, gli stessi riti si celebrano tanto a Parigi quanto a Bagdad, tanto a Milano od a Boston quanto nell'ultimo villaggio della Ungheria e della Polonia.
Bisogna dunque ammettere che o tutti gli Ebrei, che oggi vivono fra noi, hanno d'uopo di sangue cristiano per le loro cerimonie religiose, o che questo bisogno non fu mai provato da nessun ebreo, in nessun tempo ed in nessun paese.
La religione ebraica non ha sêtte, non ha discrepanze religiose, sicchè è forza accettare questo dilemma: o tutti innocenti o tutti colpevoli.
E per questo noi — che scriviamo in Italia, dove, da ormai trenta anni, non è più sorta nessuna accusa di questo genere contro gli Ebrei — sentiamo il bisogno di insistere su questo argomento per far chiaro che mai, in nessun luogo ed in nessun tempo, gli Ebrei praticarono l'infame rito; perocchè se ci fosse provato che un solo fanciullo cristiano fosse stato ucciso dagli Ebrei per scopo religioso, in qualsivoglia tempo, ed in qualsivoglia paese, dovremmo noi pei primi riconoscere che oggi ancora gli Ebrei di tutto il mondo celebrano l'infame cerimonia.
Eppure la storia ribocca di accuse simiglianti mosse agli Ebrei, eppure è antichissima la asserzione che gli Ebrei sacrifichino vittime umane a non sappiamo quali orribili superstizioni.
Già Giuseppe Flavio confutava l'asserzione di Appione, il quale accusava gli Ebrei d'ingrassare nel loro tempio degli stranieri fatti prigionieri e di scannarli poi, per offrirli in olocausto a Dio (250).
Nei secoli posteriori, specialmente a partire dal XII secolo, l'accusa di cui ci occupiamo si venne tanto spesso ripetendo sotto diverse forme, che gli Ebrei hanno oggi nella loro lingua una parola speciale (gnalilad dam, la calunnia del sangue) per designare questa calunnia loro sempre tanto fatale, parola questa che non è ignorata nemmeno da coloro fra essi che non sanno neppure una sillaba di ebraico, e che risuona sempre ai loro orecchi come il rintocco di una campana funebre.
Ai tempi di Arcadio imperatore (395–408 d. G. C.) ad Imnestri, piccola località situata tra Calcide ed Antiochia, alcuni Ebrei ubbriachi furono accusati di aver attaccato ad una croce un fanciullo cristiano e di averlo ucciso; ne seguì una lotta terribile. Ma questo fatto fu giudicato da Arcadio con equità e furono puniti soltanto i veri colpevoli (251).
Nel 1080 gli Ebrei furono tutti banditi dalla Francia, ed i loro beni confiscati, sotto l'accusa di avere, alla loro Pasqua, sacrificato un ragazzino.
Basnage ci narra (252), come — sotto il regno di Alfonso X il saggio, Re di Castiglia e di Leon (1252–1284), — tre scellerati di Orsona, città dell'Andalusia, gittassero un cadavere nel giardino attinente alla casa di un ebreo ed accusassero poi questi di averlo ucciso. Questa calunnia essendosi diffusa per la città il popolo massacrò tutti gli Ebrei che gli caddero nelle mani.
Parecchi cercarono un rifugio nelle case dei loro amici cristiani, ma siccome ricorreva la Pasqua, nel qual tempo gli Ebrei non mangiano pane lievitato, e come essi non trovavano naturalmente che di questo, nelle case dei loro amici, poco mancò non morissero di fame, perchè preferivano digiunare ad infrangere la prescrizione religiosa. Gli abitanti di Palma imitarono quelli di Orsona e si dettero a perseguitare ed uccidere gli Ebrei, sicchè questi fecero pregare i loro correligionari di mandar deputati alla Corte per impedire un massacro che stava per diventar generale. I persecutori tenner dietro dappresso ai tre deputati Ebrei che erano stati all'uopo designati. Anzi essi giunsero i primi, perocchè gli Ebrei erano stati obbligati a lasciare le vie battute ed a nascondersi in una foresta per paura di cader nelle mani dei loro persecutori. Giuseppe, capo della Deputazione ebrea, parlò in nome di tutti, con tanta eloquenza che venne ammirato da tutta la Corte. Re Alfonso assolse gli Ebrei dall'omicidio che non era mai stato commesso. Gli accusatori insistevano perchè l'ebreo fosse messo alla tortura, per sapere se egli aveva o meno perpetrato il reato, ma egli potè sottrarsi alla dura prova, chiedendo ed ottenendo si aprisse la tomba da cui era stato tratto il cadavere, per gittarlo nella sua casa.
Simiglianti accuse si produssero in Inghilterra. Nel 1226 gli Ebrei di Norvich furono condannati a 20,000 marche di ammenda per aver voluto crocifiggere un fanciullo (253). Egualmente nel 1255 a Lincoln, dove dopo un simulacro di giudizio, diciotto ebrei furono appiccati ed il piccolo Ugo, il crocifisso, canonizzato.
A Northampton, per delitto di crocifissione, se ne appiccarono cinquanta, e pochi anni dopo, nel 1287, gli Ebrei furono espulsi dall'Inghilterra, dove non ricomparvero che dopo aver ricevuto da Cromwell l'autorizzazione di risiedere a Londra e di costruirsi una sinagoga, di rito spagnuolo (254).
Nel 1432 si pretese che Ebrei avessero fatto morire, lardellandolo di colpi di stile, V. Wernher di Bacharach.
Nel 1443 gli Ebrei di Milano, per un'accusa simile, dovettero pagare 20,000 fiorini.
Nel 1475 tre israeliti furono accusati di aver ucciso un ragazzo a Trento, dove la popolazione era stata prima fanatizzata dalle prediche di Bernardino da Feltre (255), e tutti gli Ebrei furono messi alla tortura e spogliati di tutto.
Nel 1490, Giovanni di Passamento fu aggiunto alla lista dei santi spagnuoli per il suo supposto martirio a Guardia.
Nel 1506, a Venezia, un giovane israelita ungherese venne arrestato per sospetto di voler rapire un fanciullo cristiano, ma, da saggi giudici, riconosciuto innocente, tosto posto in libertà.
Questo fatto ce lo narra il Sanuto nel volume sesto (256) dei suoi diarii, e lo diamo nel suo testo originale, poichè le parole dell'illustre storico mettono in più chiara luce e la illuminata giustizia veneta, ed il retto e sano criterio dei nostri padri.
“22 marzo 1506.
“In questo zorno hessendo gran Conseio suso, achadete chel fo retenuto un zudio hongaro, nominato Isaach, qual studiava et stava perhò in questa terra, et venuto zoso Gran Conseio, ser Hieronimo Quirini et ser Antonio Zustignam dotor, Avogadori, lo andono a examinar. Par chel ditto a San Stin (257) in certa calle havesse trovato un puto di anni 2 ½ in zercha, smarito, e lui lo tolse soto la vesta e lo voleva menar via ut dicitur a marturizarlo como fo il bia Simon a Trento et Sebastian Novello a Porto Bufole del 14.. (258), et visto da alcuni, tandem fu preso detto zudio che fuziva e si buttò al aqua. Et cussì li Avogadori fe la soa examination con interprete et formò il processo. Quello seguirà noterò di sotto, unum che la matina in Rialto alcuni zudei dal vulgo fonno batuti et quasi lapidati. Ma judico nulla sia et nulla seguirà et esser cossa falssa.”
“24 marzo 1506.
“In questa matina in quarantia criminal fu rilassato il zudeo retento per cazon del puto, atento nulla erra con effecto, et cussì li Avogadori messeno di rilassarlo e fu preso.”
Così si vedeva e si giudicava in Venezia nel 1506!
Verso il 1530, un ebreo, di Amasia, presso Erzerum, venne accusato dell'assassinio di un cristiano il quale era stato bensì visto entrare nella casa dell'ebreo, ma non era stato visto uscirne. Secondo il solito i correligionari dell'accusato furono coinvolti nel processo. I disgraziati vennero sottoposti alla tortura, e, sotto l'angoscia di inenarrabili sofferenze, confessarono di aver assassinato un cristiano; tutti furono appiccati, ed un medico, Jacob Abiob, bruciato vivo. Ma l'accusa non era che una orribile calunnia ordita da falsi testimoni e la prova non tardò a farsene palese: la pretesa vittima ricomparve. La causa venne allora portata a Costantinopoli, dinanzi al Tribunale di Solimano II, che non soltanto punì i calunniatori, ma ordinò che altre accuse di questo genere, contro gli Ebrei, che potessero riprodursi, dovessero portarsi dinanzi al divano di Costantinopoli, ogni altra giurisdizione esclusa.
Bastò questa disposizione, bastò l'idea di trovarsi dinanzi a giudici relativamente illuminati, perchè, per ben tre secoli, la calunnia non rialzasse più il capo negli Stati del sultano (259).
Anche nel secolo nostro simili casi si riprodussero sovente, troppo sovente per un secolo che ha la pretesa di essere quello dei lumi. Pur tacendo di altri fatti, ricorderemo come a Damasco un rispettabile e venerando cappuccino italiano, il padre Tommaso, ed un suo domestico, scomparissero nel febbraio 1840. Un barbiere ebreo e sette mercanti ebrei furono arrestati sotto l'imputazione di averli uccisi per compiere un sagrifizio rituale. Il processo venne istruito in modo, che, lord Palmerston, nella seduta della Camera dei Comuni inglesi del 22 giugno 1840, ebbe a dichiarare “esempio di barbarie e di atrocità inaudite nel nostro secolo, e quali non potevansi aspettare in un paese che è in relazione col mondo civile (260).” Atroci tormenti strapparono agli sventurati accusati una specie di confessione che smentirono energicamente dopo. Il console d'Austria, signor Merlato, tentò invano di calmare l'emozione popolare. Una sollevazione dei cristiani siriaci ne seguì, e, malgrado i passi fatti al Cairo, da sir Moses Montefiori e da Cremieux, in favore dei loro correligionari, malgrado che il Vicerè d'Egitto, Mohammed-Ali, prosciogliesse gli Ebrei da ogni accusa, il popolaccio non fu meno convinto, e lo è ancora adesso, che il padre Tommaso venne sacrificato in obbedienza ai riti talmudici delle feste pasquali.
Quasi contemporaneamente, a Rodi, sorgeva una simile accusa, sempre contro gli Ebrei, ma, il 20 luglio 1840, il Consiglio di giustizia della Porta, che aveva avocato a sè la trattazione dell'affare, assolse tutti gli Ebrei dalla accusa portata contro di loro dai Greci, di essersi impadroniti di un fanciullo greco, al solito intento di scannarlo e di servirsi del suo sangue per la Pasqua. Nè pago di ciò, il Governo turco, per dimostrare tutto l'orrore che gli inspiravano le inumane sevizie usate dal pascià di Rodi contro gli Ebrei accusati, lo destituì da ogni sua carica ed il sultano Abdul-Medjid, con un suo firmano, in data del 13 Ramazan 1256 (7 novembre 1840), che si leggerà fra i documenti, pose in piena luce l'innocenza degli Ebrei accusati a Damasco ed a Rodi.
Pochi anni dopo una cittaduzza italiana, Badia, in provincia di Rovigo, vedeva svolgersi un importante processo, di cui pubblicheremo più innanzi i documenti, processo che finì coll'assoluzione dell'ebreo imputato e colla condanna della sua calunniatrice.
Ricorderemo ancora un processo che ebbe luogo or sono venti anni a Saratoff, l'ultimo, crediamo, nel quale gli Ebrei venissero, malgrado le proteste delle autorità civili e militari, e dello stesso ministro di giustizia, condannati, e ciò, in seguito a testimonianze di persone peggio che equivoche e malgrado che la tortura non fosse giunta a strappare la menoma confessione a nessuno dei pretesi rei.
È troppo recente, e troppo presente alla memoria di tutti, un fatto accaduto due anni or sono ad Alessandria d'Egitto, perchè vi spendiamo sopra ulteriori parole.
Non possiamo però resistere al desiderio di fare qualche breve osservazione sul conto dello stranissimo processo che si svolse non ha guari in Ungheria. A Tisza Eszlar — paese situato, è bene notarlo, nella circoscrizione elettorale che inviò alla Tavola dei deputati il famoso antisemita Geza-Onody, — una ragazza quindicenne, di religione protestante, a nome Ester Solymossy, essendo sparita, gli Ebrei furono accusati di averla assassinata per scopo rituale. Mancava ogni base giuridica all'accusa; nelle acque del Tibisco si era persino ritrovato un cadavere che, quantunque deformato, appariva, indubbiamente, dagli indumenti che portava, quello della infelice scomparsa; sul cadavere non si riscontrava nessuna lesione che potesse far sospettare se ne fosse cavata una sola goccia di sangue; malgrado tutto ciò si voleva il processo; ed il processo, ad eterno disonore dell'Ungheria, ebbe luogo.
Non ce ne rammarichiamo noi; perocchè quel processo è la più fulgida testimonianza dell'innocenza degli Ebrei, confermata da tre conformi sentenze pronunciate, malgrado le esorbitanze di una folla briaca d'odio e sitibonda di sangue, fanatizzata dalle mene degli antisemiti.
Solo argomento a sostegno dell'accusa era, orribile a dirsi, la deposizione di un ragazzo quattordicenne, Maurizio Scharf, figlio ad uno dei principali accusati (261). Come si giungesse a costringere un figlio a calunniare il proprio padre, ce lo dica una corrispondenza che il Figaro di Parigi riceveva da Vienna in occasione del processo.
“Per slegare la lingua a quel Maurizio Scharf, il Deus ex macchina di quel processo, il ragazzo quattordicenne che, con accanimento singolare, si era fatto accusatore del proprio padre, il cancelliere giudiziario Peczely, quel fenomeno di magistrato che nel corso del processo si seppe aver passato quindici anni della sua vita in galera per tentato assassinio, ricorreva ai seguenti mezzi: gli somministrava schiaffi e pugni in buona dose, gli anneriva il dorso con colpi del suo scudiscio da caccia e gli minacciava di fargli finire i suoi giorni in una oscura cella, talmente sucida che neppure un cane vi accetterebbe un pezzo di pane. Al contrario gli prometteva mari e monti nel caso in cui si decidesse a parlare.”
Nè diversi erano, sempre secondo la citata corrispondenza, i mezzi usati cogli altri imputati. Ora venivano gettati in qualche cella umida e fredda, ora si esponevano ai raggi del sole, quel sole della Pusztah che ha i suoi quaranta gradi al minimum, e quando si lagnavano di aver sete, si versavano loro nella gola torrenti d'acqua che li soffocavano. Del resto il knut non riposava gran fatto.
Più efficace ancora è la descrizione che, dei mezzi usati contro gli imputati di quell'iniquo processo, ci fa un eminente scrittore francese, il Cherbuliez — che mal si cela sotto il pseudonomo di Valbert — nella Revue des deux Mondes del 1º agosto 1883: “Il giudice d'istruzione (262), non potendo cacciar nulla dall'imputato Vogel, dopo avergli applicato un ceffone, chiamò i suoi sgherri, e minacciò di bastonarlo: rispose che quanto si voleva fargli dire era falso, siccome potevano confermare ventiquattro testimoni che desiderava si citassero. Tre pugni fortemente appiccicatigli sulla mascella ne fecero sgorgare il sangue; rifiutò di confessare. Gli si fece allora inghiottire tanta acqua che fu costretto a lasciarsi cadere a terra per poterla recere; quando l'ebbe rigettata, lo si costrinse a bere tre bicchieri di acqua salata. Rifiutò di confessare. Gli vennero allora legate le mani dietro il dorso, il commissario lo prese per uno dei ricci dei suoi capelli, un altro per l'altro e tirarono così forte che i due ricci restarono loro nelle mani. Rifiutò di confessare. Lo si spogliò, lo si fece coricare sulla paglia minacciando di appiccarlo pei piedi. Rifiutò di confessare. Poi lo si obbligò a correre sino ad Eszlar dinanzi al cavallo d'un panduro. Il calore era soffocante ed egli non si reggeva più, ma ricusò di confessare. Si finì col rinchiuderlo in una oscura cella. Vi dimorò tre settimane e vi cadde gravemente malato sempre chiedendo, invano, che si sentissero i suoi testimoni.”
Dopo queste narrazioni di scrittori e di giornali autorevoli nessuno oserà meravigliarsi se il governo ungherese, in una corrispondenza di origine evidentemente iperofficiosa, in data 3 luglio 1883, pubblicata nella République française, è obbligato a lasciarsi strappare questa preziosa confessione:
“Mentre l'Ungheria è governata da una legislazione eminentemente liberale — una fra le più liberali d'Europa — la magistratura ungherese non ha quasi subìto nessuna trasformazione, nessuna riforma, ed è rimasta ad un dipresso tal quale era il secolo scorso”.
Malgrado tutto ciò, malgrado l'eloquenza ed il talento grandissimo che il Szalay, avvocato della parte civile, aveva posto al servizio di questa iniqua causa, tre conformi sentenze posero in luce la piena innocenza degli accusati (263).
Nella impossibilità in cui eravamo di riferire tutti i fatti calunniosi di questa natura addebitati agli Ebrei, siam venuti scegliendo imparzialmente tanto fra quelli che terminarono colla condanna dell'innocenza, come fra quelli in cui l'innocenza finì per trionfare.
Ma, di fronte all'odiosità di questi processi, ci piace porre la testimonianza di coloro che si adoperarono a scagionare gli Ebrei dalla iniqua accusa.
E tra questi vogliamo citare, fra i primi, molti ebrei che abbandonarono la religione avita per abbracciare il cristianesimo. Si sa che in generale coloro che abbandonano una religione od un partito ne divengono i più fieri avversari, sicchè questi neofiti, se avessero avuto conoscenza dell'infame rito, non avrebbero mancato di denunziarlo e, per dovere di coscienza, sopratutto, ed anche forse un pochino per astio verso gli antichi correligionari. Invece non uno fra essi (264) si fece propalatore di simili accuse. L'abate Ratisbonne, i fratelli Lehmann di Lyon, nati ed educati nella religione ebraica, e divenuti più tardi zelantissimi sacerdoti di Cristo, non ne fecero cenno, ma anzi la smentirono. Eisenmenger — fiero nemico degli Ebrei — nel suo Giudaismo svelato ci tiene parola di un Tommaso neofita, il quale, nell'anno 1413, interpellato da un re spagnuolo per conoscere cosa vi fosse di vero in questa accusa, che il Vescovo di Madrid muoveva dal pergamo agli Ebrei, ne proclamò altamente la falsità adducendo prove in contrario. Un altro neofita, Gerolamo di Santa Fè, confessò a Papa Benedetto VIII nulla esservi di vero in questa accusa che si vuol fare agli Ebrei. Aloisio di Sonnenfels (265) pubblicò in Vienna un dottissimo opuscolo: Ripugnanza degli Ebrei contro il sangue ossia il Giudaismo accusato, inquisito ed assolto dal preteso uso del sangue cristiano innocente nel quale, con copia di irrefutabili argomenti, scagiona gli Ebrei dalla orrenda accusa. Fra i documenti, che vanno uniti al presente libercolo, si troverà la solenne dichiarazione fatta a Vienna dal predicatore di Corte, Veit, nel 1840, colla quale solennemente proclamava dal pergamo la innocenza dei suoi antichi correligionari. A questi si debbono aggiungere, sempre tra i neofiti, il dott. Alessandro M. Caul (266) in Londra che nella opera “Reasons for Believing ecc.”, dedicata alla sua Graziosa Sovrana, dimostra come i sacrifizi umani ed il versar sangue stieno in aperta contraddizione coi principii fondamentali del Mosaismo. Ed a questo libro va unita una dichiarazione firmata da 35 ebrei, convertiti al cristianesimo, i quali, unanimemente, dichiaravano essere l'accusa di cui ci occupiamo una vile e diabolica menzogna. Anche un altro ebreo convertito, il dott. Augusto Neander (267) rilasciò nel 1840 una dichiarazione contro quest'accusa e del paro il dott. Biesenthal di Berlino (268) ed il dott. Tugendhold di Varsavia (269) hanno, nei loro scritti dimostrato nel modo il più rigorosamente scientifico, come tale accusa altro non sia che una orribile menzogna (270).
A questi autori, che appartengono tutti alla categoria degli Ebrei convertiti, convien aggiungere due scrittori tedeschi, il Wagenseil e l'Eisenmenger, già citato, autori, il primo della Tela ignea ed il secondo del Giudaismo svelato, entrambi accaniti nemici degli Ebrei, ma abbastanza onesti per non calunniare scientemente i loro avversari.
Il primo chiama l'uso falsamente attribuito agli Ebrei del sangue cristiano spaventevole menzogna che ha privato degli averi e della vita tante migliaia di persone innocenti (271).
Il secondo scrive: Da ciò puossi giudicare che in questa cosa si fa torto agli Ebrei, particolarmente dacchè è severamente vietato nei libri di Mosè.
Si noti che entrambi questi autori avean fatto profondi studi sul Giudaismo ed avevano avuto parte alla conversione di moltissimi Ebrei.
Un italiano, Chiarini, uno dei più feroci nemici del giudaismo, a pag. 161 della sua introvabile Teoria del Giudaismo, scrive: che dopo aver fatto il più maturo esame della legge mosaica si viene necessariamente a concludere che: 1º l'amore del prossimo vi è comandato sempre e verso tutti; 2º che l'avversione che vi s'inspira contro i riti e i costumi degli altri popoli non cade sopra le persone, ma non è che una cautela che Mosè dovette usare per impedire agli Ebrei di darsi alla idolatria alla quale erano sì inclinati; 3º che infine l'odio comandato contro i Cananei, gli Amaleciti, ecc., fu una conseguenza necessaria del rigore dell'antico diritto di guerra e di rappresaglia provocata contro di sè stessi da quegli stessi popoli; odio perciò di nazione e passeggiero e voluto soltanto per quei dati popoli designati dalla legge (272).
Anche Giovanni Hornbeck, olandese, e non certamente amico degli Ebrei, come lo prova il solo titolo del suo libro: De convertendis Judæis (1655), scrive a pag. 26 dei prolegomeni:
“Bisognerebbe sapere se è vero ciò che nelle storie si legge comunemente per irritare gli Ebrei contro i Cristiani o piuttosto questi contro quelli, cioè, che ogni anno alla preparazione della pasqua, questi Ebrei sacrificano barbaramente un fanciullo cristiano ch'essi hanno furbescamente involato, e che fanno questo per deridersi della pasqua del Cristo che si celebra in quell'epoca istessa: io non voglio nè posso affermarlo, sapendo bene che nei tempi in cui si inventarono simili racconti e specialmente dopo che il Tribunale dell'Inquisizione fu stabilito dal papismo, mille di coteste fandonie vennero inventate e gli storici di quei tempi non cessarono di pubblicarle. A dir il vero, io non ho ancor letto alcuna relazione che mi provi esser veri quei fatti. Tutto si fonda su delle donnicciolate popolari sempre molto incerte o per lo meno raccolte alla meglio dalla bocca di qualche monaco inquisitore, senza calcolare poi la cupidigia delle spie che tutto si facevano lecito per rendersi padroni dei beni degli Ebrei e se non padroni, almeno riscuotere buon premio del loro spionaggio. Ciò è provato da quanto si legge nel 1º libro delle costituzioni di Sicilia, titolo vii. L'imperatore Federico ci dice: Si vero Judaeus vel Saracenus sit, in quibus, prout certo perpendimus, Christianorum persecutio minus abundat ad praesens, etc., cioè: Se poi vi sia Ebreo o Saraceno, in cui come certamente sappiamo che la persecuzione dei cristiani meno abbonda al presente, ecc. Questo fa supporre che i Cristiani sono sempre più o meno animati contro gli Ebrei, che se però questa volta è avvenuto per caso che un Cristiano è stato ucciso da un Ebreo, non si è per questo in diritto di asserire che gli Ebrei ogni anno si fanno un obbligo di uccidere un bambino cristiano, e ciò che Tommaso Cantipratensis nel suo ii libro, capitolo 23 assicura, cioè esser noto a tutti che ogni anno ed in ogni Provincia gli Ebrei tirano a sorte il borgo od il villaggio o la città che deve fornir loro l'olocausto, (cristiano, s'intende, dice lui), non è che una di quelle menzogne, di quelle calunnie, e di quelle fandonie, di cui ha pieno il suo libro.”
Giuseppe De Maistre, scrittore cattolico ed ortodosso se ve ne fu uno, un omino che dava gloria ai suoi fratelli e non viveva, come altri, della gloria che il fratello riflette, sopra di loro, Giuseppe De Maistre, dico, ha scritto un Trattato sui sacrifizi che fa seguito alle Serate di Pietroburgo. Ora in quel trattato non soltanto non si fa menzione del preteso rito di sangue addebitato agli Ebrei ma si viene indirettamente a scagionarli con queste parole che leggonsi a pagina 368 (Ed. di Lyon, 1836): “Una esperienza di quaranta secoli ci apprende che dovunque il vero Dio non sarà, in forza di una esplicita rivelazione, riconosciuto e servito, l'uomo immolerà sempre l'uomo e spesso lo divorerà.”
Citiamo ancora, fra i moltissimi, due sacerdoti cattolici. Il padre Riccardo Simon dell'Oratorio, che in occasione del processo di Raphael Levy, bruciato vivo a Metz il gennaio 1670, sotto l'accusa di aver assassinato un fanciullo cristiano, ne scrisse una splendida difesa (273); ed il R. P. Bonaventura du Maine dell'ordine dei Minori Conventuali, che discorrendo, nel 1865, al Congresso Cattolico di Malines (si noti: al Congresso Cattolico) dello orribile assassinio del padre Tomaso, accaduto nel 1840 a Damasco, ebbe a dire che questo reato “non può essere imputato che ai suoi assassini, giacchè nessun uomo serio crede più oggi che in nessun luogo di questo mondo, gli Ebrei si credano autorizzati dalla loro religione ad immolare dei Cristiani” (274).
Anche principi secolari e Pontefici, spesso si adoperarono a purgare gli Ebrei dalla indegna calunnia.
Bona e Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, con particolare decreto 19 maggio 1470, che si troverà fra i documenti, non esitarono a dichiarar l'accusa falsa e calunniosa.
L'imperatore Carlo V, con editto del 3 aprile 1544, dannava tali imposture e proclamava, che, in forza delle dichiarazioni papali, quanto viene imputato agli Ebrei, necessariamente non può sussistere ed impartiva disposizioni a tutela degli innocenti calunniati.
Una pubblica sentenza, pronunciata in Verona, l'ultimo febbraio del 1603, proclamò l'innocenza dell'imputato Giuseppe Ebreo, all'appoggio, più che d'altro, del divieto di Sommi Pontefici di prestar credenza a tali accuse, la quale osservanza condusse i giudici a provare falsi e calunniosi tutti i testimoni intervenuti nel processo.
Nel 26 luglio dello stesso anno Vincenzo I duca di Mantova e Monferrato, illuminato dalla pietà di Monsignor Vescovo e del Padre Inquisitore, per levare, come si esprime, la suddetta vana e falsa voce che s'era levata in odio agli Ebrei, proibì persino di parlarne sotto comminatoria di 200 scudi d'ammenda commutabili, per chi non li pagasse, in pene corporali ad arbitrio nostro.
Tullio Carreto, vescovo di Casale, con pubblica sentenza, 27 luglio 1611, resa d'accordo con frà Benedetto Ruota, inquisitore generale di Casale e d'Alba, proclamò l'innocenza di un'infelice donna israelita, accusata dell'immaginario reato. Federico III, Massimiliano II e Leopoldo, dietro l'esempio dei predecessori, ed appoggiandosi alle Bolle dei Sommi Pontefici, bandirono la falsità dell'accusa, e tutelarono gli imputati con ogni sorta di leggi e di penalità.
E, invocando finalmente l'autorità dei Sommi Pontefici, esporremo:
Che un Gregorio IX, sulle orme apostoliche di Calisto, Eugenio, Alessandro, Celestino, Innocenzo, Onorio e tanti altri, pronunciò scomunica contro gli autori e propalatori dell'iniqua calunnia, e con particolar Breve, in data 9 settembre 1236, che comincia Lacrimabilem Judaeorum, vi rese palese, anche ai Principi secolari, la pia e retta sua intenzione (275).
Che il pontefice massimo Innocenzo IV, con suo Breve 5 luglio 1247, scrisse ad arcivescovi e vescovi di Francia e di Germania, ingiungendo alle persone ecclesiastiche, ed ai principi, nobili, secolari e cittadini di astenersi dal supporre negli Ebrei la colpa di cui trattasi, Breve che comincia: Archiepiscopis et episcopis per Alemaniam constitutis. Lacrimabilem Judaeorum Alemaniæ recepimus questionem, ecc. (276).
Che analoghe dichiarazioni ebbero a fare Clemente VI nel 1342, e Sisto IV;
Che il sommo pontefice Alessandro VII infine, nel settimo anno del suo pontificato, con suo Breve od Editto, fu pietosamente indotto a condannare siffatte calunnie contro gli Ebrei.
Basterebbe davvero la concorde testimonianza di tanti autori, di tanti principi, di tanti pontefici a ridurre al silenzio ogni uomo di buona fede (277).
Pure non è così; e noi che vorremmo schiacciare per sempre la testa all'idra della calunnia, siam costretti ad abusare della cortesia e della pazienza dei lettori ed a soffermarci troppo su di un'accusa che Sir Robert Peel, nella seduta della Camera inglese del 22 gennaio 1841, dichiarava indegna di ogni attenzione (278).
Ma siamo obbligati a farlo dalla malizia, o, diremo meglio, dalla malignità dei nemici degli Ebrei, la quale non ha limiti.
I papi, come si è visto, hanno più volte scagionato gli Ebrei dalla stolta calunnia. Un giornale cattolico ed onesto, l'Unità Cattolica di Torino, aveva, pochi anni or sono, ripetuta l'accusa, ignorando quanto i Papi avevano scritto in proposito. Ma bastò che un dotto israelita facesse avvertito il Teologo Margotti dell'errore, perchè questi nel N. 112 del 1872 della sua Unità pubblicasse la seguente leale dichiarazione:
“Nella vigilia del giorno natalizio del nostro Santo Padre Pio IX, vogliamo emendare un articolo sugli Ebrei pubblicato nel nostro numero 106, discorrendo dei tumulti di Smirne e del supposto sagrifizio di un fanciullo. Ed è nostro debito il dichiarare che già ab antico fu apposta agli Ebrei questa calunnia, ma ne vennero purgati dai Papi medesimi, tra i quali vogliamo annoverare principalmente Gregorio IX ed Innocenzo IV. Noi abbiamo voluto vedere in fonte i documenti e, consultati gli Annali del Baronio continuati dal Raynoldo, nel volume ii, a pag. 395, vi abbiamo letto le seguenti parole che tradurremo dal latino:
“Fu tocco Papa Innocenzo IV dalle dolorose lagnanze degli Ebrei che in Germania ed in Francia piangevano oppressi da gravissime ingiurie e mali. Imperocchè correndo attorno la falsa voce che essi nelle feste pasquali si mangiassero, a guisa di sacra comunione, il cuore di un ucciso fanciullo, questa calunnia loro si appiccò talmente, che per la più lieve causa venivano spogliati dei beni, gettati in carcere ed anche colpiti, senza forma alcuna di giudizio, di ingiustissima e crudelissima morte. Per proteggerne l'innocenza e liberarli da quel feroce zelo di Principi e popoli, il Pontefice scrisse agli Arcivescovi e Vescovi di Germania che resistessero al furor popolare, perchè non si straziassero in sì crudel modo gli innocenti, dovendosi colla massima prudenza riflettere che dal sacro loro archivio ci venivano quasi i testimoni della fede cristiana. Ecco la lettera di Innocenzo IV: “Agli Arcivescovi e Vescovi costituitisi per la Germania. Abbiamo ricevuto lagrimose lagnanze dagli Ebrei di Germania perchè non pochi Principi sì ecclesiastici come secolari ed altri nobili potenti delle vostre città e diocesi per rapire ed usurpare i loro beni, macchinando contro di loro empi disegni, fingendo varii e diversi casi, non considerando saggiamente che dalle origini loro quasi provennero le testimonianze della fede cristiana nè che la divina scrittura tra gli altri precetti dice: — Non ammazzare — e agli Ebrei vieta nella solennità pasquale qualunque omicidio, falsamente li accusano che nella stessa solennità essi si comunichino col cuore di un ucciso fanciullo, credendo di ubbidire alla stessa legge, mentre ciò è a questa legge medesima affatto contrario, e malignamente a quelli imputano l'uccisione di un uomo se loro accade di scoprire in qualche luogo un cadavere. E per questa ed altre molte finzioni incrudelendo contro di essi nè accusati, nè confessi, nè convinti e contrariamente a' privilegi loro benignamente concessi dall'Apostolica Sede, li spogliano, contro Dio e la giustizia, di tutti i loro beni, e li opprimono colla fame, la prigionia, e tante molestie e sì grandi tormenti, infliggendo loro diversi generi di pene, e spessissimo condannandoli a turpissima morte, che gli stessi Ebrei, trovandosi quasi sotto il dominio dei predetti Principi, nobili e potenti, in peggiore condizione di quel che fossero i loro padri sotto Faraone d'Egitto, sono costretti a miseramente esulare da' luoghi abitati da essi e da' loro antecessori da tempo immemorabile: laonde, temendo il proprio esterminio, stimarono di dover ricorrere alla prudenza della Sede Apostolica.
“Non volendo adunque che siano ingiustamente vessati i predetti Giudei, la cui conversione aspetta il misericordiosissimo Iddio; credendosi per testimonianza del Profeta, che saranno salvi i loro avanzi; mandiamo che, mostrandosi ad essi favorevoli e benigni, qualunque delle predette cose avete trovato essersi temerariamente tentata contro gli stessi Ebrei dai predetti prelati, nobili e potenti, legittimamente rivocando qualunque ordine, non permettiate che essi per l'avvenire siano indebitamente molestati intorno alle dette ed altre simili cose. Dato a Lione, III nov. dell'anno V. Questa lettera fu altresì mandata ai prelati della Francia”.
“Il chiarissimo professore Giuseppe Levi, direttore dell'Educatore Israelita di Vercelli, ci indicò il documento riferito più sopra; e noi dopo averlo consultato negli annali del Baronio, continuato dal Raynaldo, non tardammo a tradurlo e pubblicarlo. Aggiungiamo pure di non aver saputo trovare nel Talmud nessun testo che comandi o consigli agli Ebrei l'uccisione di bambini cristiani per celebrare la Pasqua. Francesco Domenico Guerrazzi nel 1857 stampava nel suo Asino questa calunnia. Protestammo, scrive il professor Levi, e, dopo lungo carteggio, convinto delle nostre ragioni, Guerrazzi disdiceva nella seconda edizione il già detto, e ci scriveva da Genova nel 20 luglio 1857: Non mi resta che a congratularmi con voi dell'essere rimasti soddisfatti dell'ammenda fatta, e di avermi porta occasione di raddrizzare un errore il quale, certo contro la mia volontà, vi recava gravame”.
Lasciamo a parte la buona fede del Guerrazzi, che il Levi avrà avute le sue buone ragioni per trovare soddisfacente, e confessiamo che il contegno dell'Unità Cattolica fu così onesto, così leale da giustificare pienamente quanto noi scrivemmo a pag. 15.
Ma, pur troppo, non tutti i giornalisti cattolici son del valore di Don Giacomo Margotti. Un articolaio della Civiltà Cattolica a pag. 234 del vol. vii del 1881 vuole provarsi ad aggiustare il latino in bocca al papa, e vien fuori con questo bel ragionamento che noi, più onesti dell'articolaio suddetto, amiamo riferire per esteso prima di rispondervi:
“Che fra queste pratiche giudaico-talmudiche vi sia anche quella di comunicarsi la Pasqua col cuore di un fanciullo cristiano assassinato questo noi nol crediamo: nè se ne trova a nostra notizia cenno nel Talmud e neanche sappiamo che mai sia stato formato sopra un tale misfatto un regolare autentico processo. Ma quanto alla legge ed alla pratica talmudica di assassinare dei cristiani fanciulli e non fanciulli per servirsi del loro sangue nella confezione degli azimi nelle feste pasquali, questa è legge fondata nel Talmud, e praticata più volte dai Giudei come consta da molti processi anche recenti (ma, articolaio del mio cuore, se è fondata nel Talmud, non dovrebbe constare dal Talmud stesso, anzichè dai processi?) secondo che fu già da molti e sarà anche da noi colla scorta dei processi ampiamente, chiaramente ed indubbiamente dimostrato”.
Che sorta di ciuco sia l'articolaio della Civiltà dimostreremo a luce meridiana in una lettera indirizzata al chiarissimo direttore di quel periodico, lettera che i nostri lettori troveranno più innanzi; ma qui non si tratta di maggior o minor dottrina, ma bensì di spudorate calunnie, tanto più infami, in quanto che scritte su di una imputazione che costò già la vita a molti innocenti e scritte allorquando pendevano processi sull'argomento, coll'evidente intento di esercitare, mercè l'autorità del giornale che le accoglieva, una pressione sull'animo dei giudici (279).
Affermiamo dunque che nel brano succitato sono più le infamie, e le menzogne scientemente scritte, di quello che non siano le parole — e lo proviamo:
1. Che razza di papi, e che razza di uomini, sarebbero stati Gregorio IX ed Innocenzo IV se, sapendo che gli Ebrei avevan per obbligo di uccidere fanciulli cristiani per compiere tenebrosi riti, avessero impiegato la loro parola a scagionare gli Ebrei dall'accusa di comunicarsi col cuore di un fanciullo cristiano? Che la religione mosaica non abbia nulla di simile al Sacramento della Eucaristia sanno anche i bimbi; e quei papi sarebbero stati i peggiori fra i malfattori se, arzigogolando sulle parole, come un volgare scrittore della Civiltà, avessero detto ai Cristiani: Non è vero che gli Ebrei ammazzino i fanciulli per comunicarsi col loro cuore, sottointendendo, con strana restrizione mentale, ma li ammazzano per servirsi del loro sangue nella confezione degli azimi.
Ingiuria più atroce e più insana di questa, verso la memoria di due Sommi Pontefici, non poteva scagliarsi da nessun ebreo, da nessun ateo, da nessun nemico della Chiesa, ed è bello, è istruttivo sopratutto, che l'abbia scagliata un articolaio della Civiltà Cattolica.
2. Assassinare dei cristiani fanciulli e non fanciulli per servirsi del loro sangue nella confezione degli azimi nelle feste pasquali, questa è legge fondata sul Talmud.
Chi asserisce ha sempre avuto l'obbligo di provare. Noi, per esempio, affermiamo qui anche una volta che l'odio dell'articolaio e dei pari suoi contro il Talmud proviene da ciò: che, mentre essi desiderano la immediata conversione degli Ebrei (V. Civiltà Catt., Quaderno 814, p. 487), quel libro tanto esecrato giovò specialmente a confermare gli Ebrei nella loro fede, e, siccome lo affermiamo, lo proviamo subito, citando le parole di un autore ultra-cattolico, il Rohrbacher (280): “Questa raccolta di tradizioni farisaiche (il Talmud) chiosate, predicate dai rabbini, è appunto, siccome pare, il maggior impedimento alla conversione dei giudei”.
L'articolaio invece, asserendo che nel Talmud è fatta agli Ebrei prescrizione di celebrare l'orrendo rito, afferma, ma non prova, e sì che la prova qui era tanto facile e semplice, bastava citare il trattato ed il foglio del Talmud dove si trova imposto agli Ebrei il nefando rito.
Ma questo l'articolaio non potè fare per una ragione semplicissima; ed è che frammezzo alle bellissime cose ed alle matte stranezze di cui riboccano i dodici volumi in foglio del Talmud, non vi è una riga, neppur una, che possa, per quanto torta e ritorta, venire in appoggio alla bieca accusa.
Sa invece l'articolaio cosa c'è nel Talmud?
Legga l'articolaio, se li sa leggere, per tacer d'altri, i trattati Choiln, Keridut, Pesachim, Jebamoth, Zevachim e vi troverà ad ogni pie' sospinto rinnovato il divieto fatto agli Ebrei dalla Bibbia (281) di cibarsi di sangue, e non solo lo troverà rinnovato, ma lo troverà aggravato da tutte quelle siepi che, secondo il detto talmudico, i Rabbini si sono piaciuti a porre attorno alla legge di Dio per renderne più sicura la osservanza. E perciò non soltanto troverà vietato l'uso del sangue di animali, ma troverà minuziose, ridicole prescrizioni perchè i cibi sieno preparati in modo che non vi rimanga la più piccola traccia di sangue, troverà persino fatto divieto all'ebreo di inghiottire il boccone che ha in bocca, se per caso venisse, mentre lo sta masticando, ad uscirgli una goccia di sangue dalle gengive, o di sorbire un uovo nel quale si trovi una goccia di sangue.
Rida finchè vuole l'articolaio di queste minuzie e noi rideremo con lui, e di buon cuore; ma, vivaddio, non accusi coloro che le osservano di pasti da antropofaghi.
Che se poi l'articolaio fosse vago di sapere cosa pensano i padri del Talmud dello omicidio, gli diremo che al tempo delle persecuzioni di Trajano, raccoltisi i maestri del Giudaismo in segreto consiglio, stabilirono: che qualunque ebreo potesse tenersi sciolto dall'obbligo di adempiere i riti religiosi, ognora che ne potesse seguire pericolo di morte; e che solo per sottrarsi a un atto di idolatria, all'omicidio e all'adulterio fosse cosa onorevole e giusta, spendere la propria vita (282).
E questa opinione è cento volte ripetuta nel Talmud dove a tacere d'altri mille passi si legge anche il seguente:
“Chi versa il sangue dell'uomo sarà versato il suo sangue.
“Molti è vero, hanno le mani lorde di sangue umano, eppure muoiono tranquillamente nel letto loro. Ma il loro sangue sarà versato nel giorno del giudizio (283)”.
E se ciò non basta all'articolaio, se non gli basta la dichiarazione dell'Unità Cattolica di non aver trovato nel Talmud nessun precetto che comandi o consigli il nefando rito, ci stia a sentire; non potremo esser brevi, e ne chiediam venia ai lettori, ma vorremmo farla finita una buona volta con questa stolida calunnia.
Vi è all'Università di Praga, un I. R. professore di antichità giudaiche, che dopo essersi fatto una bella fama di cretino sostenendo i pretesi miracoli della stigmatizzata Lateau (284), e coprendo di contumelie i protestanti, ha pensato in occasione del processo di Tisza-Eszlar di riconfermarla, mandando fuori parecchie sue cicalate, intese a dimostrare come gli Ebrei facciano uso pei loro riti di sangue cristiano.
Queste cicalate provocarono le risa di tutti i dotti di Europa, senza distinzione di culto; fu provato che il Rohling è un vigliacco calunniatore, un ignorante di tre cotte, nella migliore ipotesi, un mattoide della più bell'acqua.
Ma tutte queste qualità che rendono il Rohling indegno di esser citato a qualsivoglia persona seria, lo costituiscono invece la più bella, la più luminosa autorità che possa opporsi all'articolaio della Civiltà. Similia similibus.
Ora questo Rohling, in una lettera, scritta il 19 giugno 1883, al famoso deputato antisemita ungherese Geza di Onody, lettera che venne riprodotta il 24 giugno nell'Ungarischer Grenzbotes di Presburgo scrive queste precise parole: “Avevo detto nella mia Antwort an die Rabbinen che io non avevo trovato nel Talmud — per quanto ne conosciamo delle edizioni stampate — nessuna prova dell'assassinio ritualmente ordinato agli Ebrei”.
Mentre quindi l'articolaio, poco civile e meno cattolico, con quella sicumera che si addice alla sua ignoranza, afferma nel 1881 questa legge di sangue fondata nel Talmud, due anni dopo, il suo degnissimo Rohling, professore di antichità giudaiche, è costretto ad affermare che non seppe trovare nel Talmud una riga che facesse al caso suo.
Prevediamo però l'obbiezione che si potrebbe farci. Si potrebbe dirci che la malafede del Rohling è uguagliata soltanto dalla sua crassa ignoranza, sicchè nessun uomo, per poco che si rispetti, è obbligato a prestar fede alle sue parole.
E rispondendo così anche l'articolaio sarebbe perfettamente nel suo diritto e nessuno saprebbe dargli torto.
Ma cosa, risponderebbe, di grazia, alla testimonianza di due principi della Chiesa, emessa in occasione di un recente processo e citata da un giornale non sospetto: la Gazzette de France del 2 luglio 1883? Stia a sentire, l'articolaio:
“In occasione del processo di Tisza-Eszlar il dottor Samassa, arcivescovo d'Erlau, ed il cardinale Luigi Haynald, arcivescovo di Kalocza, non esitarono a dichiarare che in nessuno dei libri religiosi degli Ebrei si contenevano simili prescrizioni.”
Ma taluno a corto di migliori argomenti, ci dirà che se non è nel Talmud stampato, può essere in qualcuno dei manoscritti antichi.
Rispondiamo che cataste di quei manoscritti furono sequestrate in illo tempore, da preti e da frati, in tanta copia che oggi riescono rarissimi, sicchè il solo completo che si conosca è quello della Biblioteca Reale di Monaco. Ora questi preti e questi frati, se vi avessero trovato la nefanda legge, avrebbero avuto l'obbligo sacrosanto di renderla pubblica.
Non l'hanno fatto? segno evidente che non hanno trovato niente.
E siccome conosciamo e disprezziamo il modo di polemizzare dei nostri avversari e non vogliamo servirci dell'arte loro di citar una riga di uno scritto per snaturarne il concetto, così confesseremo francamente che il Rohling, nella lettera citata, prosegue affermando di aver trovato l'obbligo imposto agli Ebrei di far uso di sangue, in un libro stampato nel 1868 a Gerusalemme.
Ma, il degnissimo compare, non sa e non può citare il titolo del libro, perchè egli non ha fatto che copiare una calunnia messa in giro da un immondo libello antisemitico, il Paderboner Judenspiegel, siccome luminosamente dimostra l'illustre Delistsch, un cristiano, professore della facoltà di Teologia di Lipsia, nel Pester Lloyd del 16 marzo 1883.
3. L'ultima infamia che leggesi nelle poche righe dello sconcio articolo, che ci piacque riferire, è nelle parole: che fu già da molti e sarà anche da noi, colla scorta dei processi, ampiamente, chiaramente ed indubbiamente dimostrato.
Siccome infinitus est numerus stultorum, non abbiamo difficoltà ad ammettere che molti abbiano voluto trarre da quei processi una illazione qualsiasi.
I processi in proposito furono molti, moltissimi anzi, e noi ne abbiamo ricordati una buona serqua.
Ma chiediamo, non all'articolaio, evidentemente convinto essere il medio evo il periodo più splendido della storia dell'umanità, ma a qualunque uomo non sia del tutto cretinizzato dal fanatismo, che valore abbiano tutti i processi nei quali gli imputati, ed anco i testimoni se occorre, sono assoggettati alle torture.
Ce lo dica il Fleury, quando narra che ai servi dei primi cristiani si estorceva coi tormenti la confessione dei pretesi infanticidii commessi dai loro padroni.
E se l'autorità del Fleury non basta, adduciamo quella di tale che fu ad un tempo un Santo, ed un Pontefice, San Nicola I (858–867), e perchè non ci si accusi di falsare le citazioni, riferiamo l'opinione di questo Santo Pontefice tal quale come la riferisce uno scrittore, cui, è a sperare, non si negherà fede (285):
“Il papa S. Nicolò I, rispetto all'usanza che avevano i giudici di porre alla tortura i sospetti di alcun delitto, dichiara non ammessa nè dalla divina nè dalla umana legge, vale a dire dalla romana; volontaria, dice, dovendo esser la confessione e non forzata. Per la tortura può un innocente patir eccessivamente senza nulla confessare; e in tal caso la è un'empietà da parte del giudice: o, vinto dal dolore, dirsi reo, quand'anche non sia; empietà, anche allora non minore da parte del giudice.”
Ora, dopo avere dimostrato come un Papa del ix secolo la pensasse, in materia di processi istruiti col mezzo della tortura, invitiamo l'articolaio a por mente che tutti i processi, che ebbero esito fatale per gli Ebrei, furono istruiti mercè quel mezzo, che egli probabilmente deplora in cuor suo di non poter applicare all'autore di queste pagine. E quasi questa infamia della tortura non bastasse a togliere ogni valore a questi processi, è opportuno ricordare che in molti fra essi, e specialmente nei primi, cioè in quelli che più degli altri giovarono ad accreditare lo stolto pregiudizio contro gli Ebrei, la prova della loro pretesa colpabilità fu ottenuta mercè il giudizio di Dio. Così avvenne, per esempio, a Blois nel 1171. L'unico testimonio che accusava gli Ebrei fu posto sul fiume dentro una barca ed essendo egli riescito a salvarsi, la sua accusa venne tenuta per vera.
Ed è sulla base di tali processi che l'articolaio vuole ampiamente, chiaramente, indubbiamente dimostrare?
Non è difficile che, in mancanza di altri argomenti, ci si opponga l'antichità della accusa, il numero grande delle vittime, e dei relativi processi, l'universale diffusione della accusa; i soliti argomenti, insomma, di tutti quelli che non ne hanno di migliori.
Rispondiamo:
Quale colta persona crede oggi giorno che vi sieno mai state persone capaci di diffondere ad arte pestilenze e morbi?
Eppure le storie riboccano di processi contro i pretesi untori; ed oggi ancora una grave epidemia non si manifesta in un paese, senza che la plebe non accusi questo o quello di diffondere il morbo, e nella prima metà del nostro secolo ancora, Parigi, il cervello d'Europa, vide dei pretesi avvelenatori uccisi a furor di plebe (286).
Chi crede oggi alle streghe, ai commerci col demonio, a tutto quanto farneticavano, su questi argomenti, i nostri buoni nonni?
Eppure le storie abbondano di processi contro streghe, le quali furono, non soltanto convinte di reati impossibili, ma persino confesse; eppure le vecchie biblioteche sono ingombre di volumi in cui si tracciano ai giudici le vie da seguire per giungere alla scoperta di delitti che il progresso della umana ragione dimostrò non poter accadere; eppure non sono tanto remoti i tempi obbrobriosi nei quali un sacerdote cattolico, Urbano Grandier, veniva accusato di aver stregato diciassette monache di Loudun, in cui si costringeva un'altro curato, il Gianfredi, a confessare che aveva soffiato il diavolo nel corpo di Maddalena Lapallu ed in cui si vide il gesuita Girard sul punto di essere condannato al rogo, per aver gittato un sortilegio sulla Cadière.
Se i processi contro gli untori, se quelli contro le streghe, non bastano a farci persuasi che un uomo possa diffondere una pestilenza senza esserne la prima vittima, che una donna possa attraversare dozzine di leghe, a cavallo di una scopa, perchè i processi contro gli Ebrei avranno, soli, virtù di persuaderci che essi facciano uso di sangue cristiano nei loro riti?
Nè maggior autorità dei processi, ha la antichità della accusa. Ciò che forma il principale pericolo di ogni calunnia è questo appunto: che per quanto luminosamente smentita dai fatti, e dalla ragione, essa persiste sempre in talune menti più ottuse, sicchè, quando sembra completamente vinta e debellata, la si vede poi ogni qual tratto rinascere più viva e rigogliosa che mai.
Circa all'esser stata questa accusa mossa agli Ebrei in tempi e luoghi diversissimi, locchè può parer prova della sua veridicità, rispondiamo subito che, in tempi ed in paesi diversissimi, si credette agli untori ed alle streghe; che la chiromanzia ebbe seguaci fra i greci antichi e fra i moderni francesi; che all'astrologia credettero, per tacer d'altri, gli antichi Caldei, gli Arabi del medio evo, e gli uomini più colti di tutti i paesi sino a pochi secoli or sono; e che oggi noi ridiamo di tutte queste cose, e ci faremmo beffe di chiunque invocasse, sul serio, l'argomento dell'universale diffusione che ebbero in passato queste credenze per persuaderci della loro verità.
La progredita civiltà dell'epoca nostra non impedisce poi che anche oggi perdurino talune incredibili superstizioni. I montanari di Scozia credono ancora che un tale e tal lago abbia il suo kelpie e il suo caval d'acqua; nel fondo di certe provincie di Francia i contadini son lungi dal negar fede al lupo mannaro; e qui, nella nostra Italia, il romano, per non dir d'altri, crede ancora al cattivo occhio e gli ospedali di Napoli ricevono, ogni anno, qualche infelice martoriato da malvagi superstiziosi, che pretendono ottenere in tal guisa i numeri del lotto.
Un'ultima osservazione ci rimane poi a fare circa il preteso valore dei numerosi processi che si fecero, con esito diverso, contro gli Ebrei.
L'articolaio stesso osserva, che man mano che un paese va incivilendosi, i processi di questo genere divengono più rari, mentre sono tanto più frequenti, e hanno esito peggiore per gli Ebrei, quanto più avvengono in epoche remote ed in paesi meno civili.
In Inghilterra, dacchè gli ebrei vi furono richiamati dal protettore Cromwell, non ebbe più luogo nessun processo di tale natura. In Francia non se ne ebbe nessuno, dopo la sentenza del parlamento di Metz che dannò a morte Raphael Levi (16 giugno 1670), sentenza che è riconosciuta da tutti come un errore giudiziario e contro cui si scagliò un venerando ed illustre sacerdote cattolico, il padre Simon dell'Oratorio.
In Italia l'ultimo processo, che terminasse con una condanna, risale al 1480. Vi furono bensì, varie volte dopo, dei tentati ammutinamenti contro gli Ebrei, come a Casale Monferrato nel 1611, a Mantova nel 1824, per pretese sparizioni di fanciulli che poi vennero trovati vivi e sani.
Un immondo libello pubblicato l'anno scorso a Prato, libello al quale non è certamente estranea la mano dello articolaio della Civiltà, col titolo Il sangue cristiano nei riti ebraici della moderna sinagoga reca un lungo elenco di pretesi assassinii rituali commessi dagli Ebrei; ora da quell'elenco stesso desumiamo che nel corso di questi due ultimi secoli nessuno di questi assassinii fu commesso in Francia, Inghilterra, Italia o Germania; tutti i segnalati hanno per teatro la Polonia, l'Ungheria, la Russia e l'Oriente.
Abbiamo già dimostrato che una è la religione mosaica in tutti i tempi ed in tutti i paesi, sicchè dal fatto che simili processi divengono impossibili nei paesi civili, non è lecito dedurre la conseguenza che gli Ebrei di questi paesi si astengano dal compiere quello che, secondo i loro nemici, sarebbe per essi un dovere di coscienza; ma ben piuttosto è logico l'argomentare che il progredire della civiltà renda impossibile nonchè il condannare neppure l'iniziare processi sopra una così stolida accusa. E persino in Germania, la terra classica dell'antisemitismo e dei processi inverosimili, se crediamo al seguente fatto narrato mesi sono dai giornali, pare, o articolaio diletto, che il tempo cessi d'esser propizio agli arrosti.
“Sino dal 22 gennaio 1883, a Skurz, paese di due mila abitanti, nella Prussia occidentale, presso Danzica, fu rinvenuto il cadavere mutilato di un ragazzo di 15 anni. La voce popolare accusò del misfatto gli Ebrei, asserendo che essi avevano assassinato il ragazzo per servirsi del suo sangue ne' loro riti religiosi. Un ebreo, certo Josephsohn, come sospetto dell'orribile delitto, fu subito arrestato. Malgrado precise deposizioni di testimoni, che dichiaravano di aver veduto ed udito tutto, non si poterono ottenere prove sicure contro di lui. Adesso la direzione della polizia di Berlino ha spedito a Skurz un valente commissario di polizia, il quale ha potuto fare la luce su lo strano avvenimento e scoprire il vero autore dell'assassinio nella persona del macellaio cattolico Giuseppe Behrendt. Costui, più di tutti, aveva gridato contro gli Ebrei e con minaccie era riuscito a indurre uno de' principali testimoni del misfatto a deporre di aver veduto sul luogo l'ebreo Josephsohn. Il Behrendt è stato, sul momento, tratto in arresto” (287).
Dopo ciò, — con buona venia dell'articolaio, passiamo ad occuparci di altro, lieti di avergli dimostrato:
1. Che ha calunniato due papi.
2. Che ha mentito, tirando pei piedi quel povero Talmud, che probabilmente non conosce neppur di vista, e che c'entra in tutto ciò quanto la Civiltà ed il Cattolicismo nei suoi articoli.
3. Che i processi su cui si appoggia contano giusto altrettanto quanto la sua scienza talmudica, e la sua critica, perocchè nessun uomo di senno presta fede ai processi nei quali, come ebbe a dire il poeta:
La torture interroge et la douleur répond
a processi che giustificherebbero quasi il detto di Voltaire: “Giudizio tanto più cristiano, quanto più sprovvisto di prove”.
Giunti a questo punto potremmo credere di averla finita coll'increscioso argomento, se non ci rimanesse ad indagare quali sieno le origini di questa abbominevole calunnia, quali le ragioni per le quali potè diffondersi ed acquistar credenza, a carico specialmente di un popolo che avrebbe dovuto esser l'ultimo a venir fatto segno a così stolida accusa.
L'ingegno umano non è tanto ferace in maligne invenzioni quanto comunemente si crede, e questa, del servirsi del sangue umano per riti tenebrosi, non è stata rivolta contro gli Ebrei soltanto, ma contro molte altre sette, molte altre persone.
Ed è naturale; perocchè l'identità del sangue e della vita fu per tutta l'antichità assioma quasi indiscusso; da cui derivò per processo naturale l'idea che il cielo irritato contro gli uomini non potesse placarsi che col sangue. L'ostia sanguinosa domina la religione, come la storia, della antichità. Nella storia di Roma il sangue di Lucrezia caccia i Tarquinii e quello di Virginia i decemviri (288).
Siffatte idee che dominarono intiera l'antichità non poterono non lasciar traccia nello spirito dei popoli, sicchè la superstizione che il sangue giovi a forzare la volontà divina fu attribuita ora a questi ed ora a quelli.
I primi Cristiani, per non risalire ad epoche più remote, erano già stati, con egual verità, accusati della orribile pratica. Ecco cosa dice a questo proposito il Fleury (289); di cui ci piace riferire un lungo brano, perchè si veda, colla scorta di un autore non sospetto, come tutte le accuse che oggi si muovono contro gli Ebrei erano pure rivolte contro i primi Cristiani.
“Questo segreto dei misteri non cessava di essere un grande argomento di calunnie contro i Cristiani (290), perchè si suole più sovente nascondersi per fare il male che per fare il bene..... I cattolici poi avevano degli schiavi pagani, ai quali la paura dei tormenti faceva dire contro i loro padroni tutto ciò che volevano i loro nemici. (Oh! Cosa diventano dopo ciò i processi coi quali l'articolaio voleva ampiamente, chiaramente, indubbiamente dimostrare ciò che non ha mai esistito?) Così si diffuse la favola che i Cristiani nelle loro assemblee notturne uccidessero un fanciullo per mangiarlo, dopo di averlo fatto arrostire, copertolo di farina, ed aver immerso il loro pane nel suo sangue; ciò che manifestamente traeva origine da una mala interpretazione del mistero dell'Eucaristia. Si diceva anche che dopo il loro pasto in comune, in cui mangiavano e bevevano con eccesso, gittavano un'offa ad un cane che era legato al candeliere, in guisa che il cane saltellando rovesciava il solo lume che li rischiarava, sicchè dopo col favore delle tenebre quanti erano uomini e donne si mescolavano assieme indifferentemente come sogliono le bestie.
Gli Ebrei furono i principali autori di queste calunnie (291), e per quanto assurde esse fossero, il popolo vi credeva, sicchè si era pur costretti a giustificarsene seriamente (292).
“Si accusavano ancora i Cristiani di esser nemici del genere umano . . . . La carità che avevano gli uni per gli altri era una congiura odiosa . . . Le persecuzioni stesse di cui erano vittime erano un argomento di odio contro i Cristiani, venivano ritenuti colpevoli perchè dovunque erano come tali trattati e dal tremendo rigore dei supplizi si argomentava della enormità dei loro delitti; erano considerati come gente destinata alla morte, al rogo, alle forche, e se ne componevano loro sopranomi ingiuriosi (293). Ecco ciò che rendeva i Cristiani così odiosi al popolo ed agli ignoranti, ecco il fondamento di quanto, seguendo l'opinione comune, ne dicono Svetonio e Tacito. Svetonio dice che Claudio imperatore “cacciò da Roma gli Ebrei che istigati da Cristo (294) intrigavano senza posa”, quasi che Gesù Cristo fosse ancor vivo e fosse divenuto capo di parte fra gli Ebrei. Annovera fra le buone azioni di Nerone l'aver fatto soffrire supplizi ai cristiani, genti, soggiunge, di una superstizione nuova e malefica (295). Tacito (296) parlando del fuoco che Nerone fece appiccare a Roma per divertirsi, dice che egli ne accusò genti odiose pei loro delitti che il popolo chiamava cristiani (297); poi aggiunge: Questo nome veniva da Cristo che Ponzio Pilato aveva fatto giustiziare, imperatore Tiberio. E questa perniciosa superstizione allora formatasi (298) si rialzava di nuovo non soltanto in Giudea sorgente del male, ma anche a Roma dove tutto quanto vi ha di nero e di infame nel mondo si riunisce e si pratica (299). Si presero dapprima coloro che confessavano, poi dietro le loro deposizioni una gran moltitudine fu convinta non tanto dell'incendio quanto dell'odio verso l'uman genere. Più innanzi li tratta da colpevoli, e da gente che meritavano gli ultimi esempi.”
I pochi ed oppressi seguaci della vera Fede essendo, col progresso dei tempi divenuti possenti e numerosi, la calunnia cessò di esercitarsi contro di loro, ma non scomparve per questo, rimase anzi intatta e solo mutarono le vittime, probabilmente altrettanto innocenti.
I Luciferiani ed altri eretici ebbero a subire le conseguenze della stessa calunnia.
Ad essi si addebitavano tenebrose conventicole nelle quali si calpestavano le leggi della morale e del più elementare pudore. I bambini, nati in seguito a queste tenebrose orgie, erano solennemente immolati pochi giorni dopo la loro nascita, il loro sangue raccolto con cura, il loro corpo bruciato, e le ceneri mescolate col sangue s'adoperavano a formare un pane che serviva all'eucarestia dei settarii (300). Questa accusa fu applicata anche ai Bogomili della Tracia ed agli Euchiti, di cui uno dei rami sembra essersi fuso coi Templari. Essa fu egualmente posta a carico dei Templari, con una variante però, che era per ottenere l'olio che doveva servire a consacrare l'idolo (Bafometto) che avrebbero avuto luogo i sacrifizi di bambini rimproverati ai Templarii: “Un enfant nouvel engendré d'un Templier et d'une pucelle estoit cuit et rosti au feu et toute la graisse ostée, et d'icelle estoit sacrée et oint leur idole (301)”. E sempre, nell'età dimezzo sopratutto, la fantasia popolare farneticava ora di bambini immolati, ora di bagni di sangue umano, adoperati come rimedio d'incurabili malattie cutanee. E di questo farnetico, se ne trovan tuttora le traccie nelle fiabe e ne' racconti tradizionali; onde sbuca fuori di quando in quando: ed il sospetto o l'odio del volgo attribuisce l'atto nefando, ora al tiranno esoso, ora a questo, ora a quello. Veggasi fra le Ducento Novelle, di Celio Maleyuni (Venezia 1609), quella intitolata Matrimonio di Filenia, figliuola del Re d'Egitto.
E nel Cunto de li Cunte, il trattenimento della Giornata iii, Rosella, di cui ecco l'argomento: “Lo Gran turco, pe' farese no vagno de sango de signore, fa pigliare 'no prencepe. La figlia se ne 'nnamora; e se ne fujeno. La mamma l'arriva e le so tagliate le mano da lo Prencepe. Lo Gran Turco ne more de crepantiglia. Ma jastemmata la figliola da la mamma, lo Prencepe se ne scorda, ma, dopo varie astuzie, fatte da essa, torna a memmoria de lo marito e se gaudeno contente.”
Nè mancano monumenti che ci abbiano portato le prove di siffatta credenza. Il sacrificio di un bambino è rappresentato infatti su certi monumenti del medio evo, ma queste scolture portano dei segni evidenti della dottrina gnostica delle emanazioni, che non ha nulla a che fare cogli Ebrei (302).
In uno dei lati d'un cofanetto trovato presso Volterra, e che fece poi parte della collezione del duca di Blacas a Parigi, si vede raffigurato un fanciullo colla testa e le braccia pendenti nell'abbandono della morte: due uomini sono occupati a lavare il cadavere immerso per metà in una vasca. L'altro lato rappresenta questo cadavere posato su di un rogo le cui fiamme l'inviluppano. Uno degli assistenti volge la testa e se la nasconde fra le mani con un gesto di pietà e di orrore. Su un lato opposto del cofanetto è rappresentata la purificazione del cadavere.
Indubbiamente queste scolture rappresentano un rito religioso nel quale viene sacrificato un fanciullo.
Ma a chi apparteneva quel cofanetto? Ad Ebrei certamente no. Ed a noi basta quindi averne accennato l'esistenza per dimostrare come, questi riti sanguinosi sian forse stati, per lo passato, praticati da sêtte che cogli Ebrei non ebbero nulla di comune, e lasciamo ad altri il decidere se il cofanetto di Volterra appartenesse ai Templari, ai Gnostici od a qualsivoglia altra setta.
Anche un papa, Innocenzo VIII, fu accusato di aver fatto rapire de' fanciulli per sgozzarli e bagnarsi nel loro sangue (303), e la stessa accusa fu ripetuta quasi un secolo dopo contro un re di Francia, Francesco II, il marito della bella ed infelice Maria Stuarda, come ne fa fede il seguente brano della Histoire Nationale de Paris et des Parisiens, par H. Gourdon de Genouillac (tom. ii, 1882, pag. 3–4):
“Il y eut un certain nombre de gens pendus, vers la fin du 1559, pour avoir répandu une calomnie contre Catherine de Médicis et son fils; voici le fait: Le jeune roi s'étant trouvé malade à Fontainebleau, les médecins l'envoyèrent a Blois pour y respirer l'air natal, mais les gens du pays, prétendirent que ce n'etait pas de la fièvre quarte, comme le prétendaient les médecins, dont souffrait François, mais bien de la lèpre, et on raconta que plusieurs enfants avaient disparu depuis l'arrivée du roi, que ces enfants avaient été mis à mort pour que le roi pût prendre des bains de sang, remède qui convenait d'autant mieux au royal malade, que sa mère ne l'avait conçu que lorsque, d'après l'ordonnance du premier médecin Fernel, elle s'était décidée, après dix ans de stérilité, à ne remplir ses devoirs d'épouse que pendant certaines époques, où d'ordinaire les femmes s'en abstiennent. Ce bruit, habilement semé par les calvinistes, trouva vite de l'écho; des bords de la Loire il arriva à Paris, où il fut colporté partout, et le parlement dut sévir contre ces propagateurs; ce fut un prétexte tout trouvé pour arrêter et envoyer à la potence le gens suspects. On ne négligea pas de s'en servir, et plus d'un Parisien bavard alla réfléchir au Châtelet au danger qu'on court lorsqu'on a la langue trop longue.”
Malgrado la severa lezione, qualche secolo dopo la calunnia ricomparve in Francia, non più contro un re, ma vaga ed indeterminata; si accusarono delle sparizioni, pur troppo reali, di vari giovani, ora una principessa che si dilettava di bagni di sangue, ora, naturalmente, gli Ebrei; chi fossero i colpevoli ce lo dica il seguente brano delle Mémoires tirés des Archives de la Police de Paris, pour servir a l'histoire de la morale et de la police depuis Louis XIV jusqu'à nos jours, par I. Peuchet (Paris, Levavasseur, 1868, 6 vol. in-8. Tom. i, pag. 144 e segg.):
“Eran già varî anni, dacchè il signor de la Reynie copriva, con soddisfazione generale, l'ufficio di luogotenente generale di polizia, allorquando nei principali quartieri di Parigi si diffuse repentinamente un grave panico occasionato da straordinarie sparizioni di persone.
“Nello spazio di circa quattro mesi, ventisei giovani, il più giovane dei quali aveva raggiunto il diciasettesimo anno, ed il più vecchio non toccava il venticinquesimo, sparirono, lasciando le rispettive famiglie inconsolabili per la loro perdita. Voci misteriose e contraddittorie circolavano a questo proposito nel sobborgo Sant'Antonio, che aveva in questa guisa perduto quattro o cinque bei giovani, figli di ebanisti e di mercanti di vecchi mobili. Le donnicciuole pretendevano che una principessa, la cui vita era posta in pericolo da una malattia di fegato, lottasse contro il male tuffandosi tutti i giorni in un bagno di sangue umano. Altri affermavano che gli Ebrei, per odio al Dio crocefisso, crocefiggessero di quando in quando dei Cristiani. Questa pazza opinione fortunatamente non prevalse. Ad ogni modo però Parigi era in preda al terrore ed alla desolazione. Il duca di Gêvre ne parlò al Re, e questi, quando il luogotenente di polizia si recò da lui, per l'ordinaria relazione, si lagnò vivamente che si tollerasse un simile succedersi di rapimenti che, senza dubbio, erano seguiti da morte violenta, perchè nessuno degli scomparsi aveva mai fatto ritorno.
“La Reynie, disperato pel malcontento espressogli dal Sovrano, se ne fece ritorno a Parigi; appena giuntovi chiamò a sé un agente abilissimo della sua amministrazione, certo Lecoq, di cui fino a quel giorno egli si era non inutilmente servito in tutte le occasioni difficili. Lecoq comparve ed il luogotenente di polizia gli manifestò il suo imbarazzo, parlò del malcontento del Re e fece tali promesse di ricompense che Lecoq, cedendo ad un sentimento di avidità, esclamò:
“— Andiamo! monsignore, vedo bene che per togliervi dall'imbarazzo dovrò rinnovare il sacrificio d'Abramo.
“Lecoq non si spiegò maggiormente ed il signor de la Reynie, che lo considerava come il suo migliore agente, lo congedò con un gesto col quale gli trasmetteva i poteri più estesi. A quei tempi negli uffici di polizia era in uso un linguaggio di cenni muti, specie di telegrafia la cui chiave non era nota che ad un piccolo numero di iniziati.
“Ecco il complemento indispensabile di questo singolare aneddoto.
“Una accolta di gente, predestinata al patibolo ed alle galere, si era costituita in associazione di malfattori. Il capo della banda procedeva in questa guisa. Una ricca inglese, moderna Messalina, che egli aveva reclutata nei suoi viaggi, serviva di richiamo ai giovani. Questi infelici, dopo aver appagato le voglie di quella femmina impudica, erano dati in preda agli assassini. Venivano uccisi e la testa separata dal busto. Questo era venduto agli studenti di chirurgia e la testa, probabilmente disseccata ed imbalsamata, serviva allora in Germania agli studi di una scienza, che ebbe di poi uno strano sviluppo. Intendiamo parlare della scienza di cui Gall e Spurzheim furono fra noi i propagatori.
“Il governo temette il divulgarsi di una tal serie di misfatti; furono presi provvedimenti per la punizione pronta, severa ed occulta dei colpevoli. Tutti furono impiccati. Anche la donna doveva essere dannata nel capo . . . . . ma il destino dispose altrimenti” (304).
Un altro fatto simile ebbe luogo anche a Parigi quasi nello stesso tempo; precisamente nel maggio 1750.
Ecco come viene narrato dal Quillet, Chronique de Passy (Tomo ii, pag. 114). Anche questa volta traduciamo testualmente.
“Un agente di polizia, nella speranza di estorcere del denaro ad una sventurata madre gli rapì il figliuolo. Questa ne divenne furiosa; i suoi lagni furono così amari, i suoi gemiti così strazianti che tutto il quartiere ne fu commosso.
“Altre madri si unirono a lei; la voce corse che quel fanciullo non era il solo ad esser stato rapito ma che migliaia d'altri lo erano stati al pari di lui, e che il Re, novello Erode, stava per ricominciare la strage degli innocenti. Si giunse persino a dire che quei rapimenti avevano per oggetto l'esecuzione di prescrizioni mediche che ordinavano bagni di sangue umano, e del più puro, per guarire taluni gran signori sfiniti dalla lussuria e dai disordini.
“Queste voci sinistre, aggiunte ai gridi strazianti delle desolate madri, infiammarono gli spiriti. Parecchi uomini si aggiunsero loro e divennero furiosi. La sommossa ebbe principio nel sobborgo Sant'Antonio, ma ben presto i disordini si estesero in tutti i quartieri di Parigi. Ogni agente di polizia che cadeva in potere dei tumultuanti era messo a brani. Il popolaccio si dirigeva al palazzo del luogotenente di polizia, e non avrebbe tardato ad investirlo. Il luogotenente di allora, Berrier, che si era reso odioso per la sua aria dura e il suo procedere tirannico, fuggì. Qualcheduno dei suoi dipendenti, meno timido, fece aprire le porte. Questo colpo ardito intimidì i più furiosi; credettero si volesse loro tendere un agguato, e che una voragine stesse per aprirsi sotto i loro piedi e restarono immobili. Intanto le guardie francesi e le guardie svizzere si radunarono. Si aggiunsero loro due compagnie di moschettieri della guardia e diversi corpi della Casa del Re. Le orde indisciplinate dei tumultuanti furono circondate. Si mise la mano sui più accaniti dei quali la forca fece giustizia, gli altri fecero giudizio.
“Qualche mese dopo venne l'epoca del viaggio che il Re faceva annualmente a Compiègne. Per recarvisi si passava abitualmente da Parigi. Luigi XV non volle onorare colla sua presenza una città che aveva osato rivoltarsi, qualunque ne fosse stata la causa, e fece costruire in tutta fretta una strada fra Versailles e Saint Denis in modo da potersi recare al suo destino senza dover attraversare Parigi. È questa la strada che dicesi le chemin de la Révolte.”
Come si vede dalle, forse troppo numerose, citazioni che siamo venuti facendo, basta che un bambino sparisca, perchè subito il popolo farnetichi di bagni di sangue umano, di atroci riti religiosi, e si ricusi, sino a che l'evidenza non venga a convincerlo, a cercarne la spiegazione in qualche volgare delitto. Ci si consenta un'ultima citazione per provare la strana vitalità di tale superstizione che il volgo degli indotti e dei semi dotti, accoglie e ripete, per poco che gli accusati, o si elevino come i Papi ed i Re che abbiamo citato, al dissopra del comune per la loro posizione, o si circondino come i primi Cristiani, i Luciferiani, i Templarii di quel mistero che colpisce sempre le immaginazioni popolari.
Una rivista mensile che si pubblica a Mosca, il Messager russe, in un articolo riprodotto in giugno 1819 da diversi giornali francesi (305) ci ha fatto conoscere gli usi di due sêtte ancora esistenti in Russia, i Khlysty e gli Skoptsi (306) (mutilati).
Riti sanguinari, o pretesi tali, furono denunziati allo imperatore Alessandro in una memoria del metropolitano di Mosca. Secondo questa memoria, di cui un giornale di Pietroburgo pubblicò dei frammenti, quando una ragazza incompletamente mutilata concepisce, per opera di un uomo estraneo alla setta, e mette al mondo un ragazzo di sesso mascolino, gli Skoptsi, considerando questa nascita come un avvenimento miracoloso e come una benedizione del cielo, immolano il neonato alla mezzanotte del settimo giorno dopo la sua nascita; lo lavano in seguito nell'acqua tiepida, avendo cura di spremere dalla sua ferita la maggior quantità di sangue possibile. L'acqua in cui il fanciullo è stato immerso si conserva come cosa sacra. Quanto al corpo è deposto in un vaso pieno di zucchero polverizzato dove si giunge a disseccarlo. È in seguito ridotto in polvere, e questa polvere entra nella confezione dei pani consacrati che i settari tagliano a pezzi e distribuiscono agli assistenti alla fine delle loro riunioni. È questo ciò che essi nominano la grande comunione della carne dell'agnello, in opposizione a quella di sangue che si fa con quella con cui la vittima venne purificata. I giornali russi assicurano che questi fatti, denunciati dal metropolitano di Mosca, Mgr. Platone, vennero constatati da una inchiesta ufficiale.
Potremmo citare altri fatti a dozzine per provare che questa accusa di giovarsi del sangue umano pei riti tenebrosi è vecchia quanto il mondo, ma ogni cosa ha un limite e temiamo ne abbia uno anche la pazienza dei lettori che consentirono a seguirci sin qui, sicchè ci limiteremo a citare un ultimo fatto quasi incredibile. Chi vorrebbe credere infatti che un dotto letterato francese, e cattolico di nascita, se non di convinzione, Arsène Houssaye potè, non sono ancora cinque anni, calunniare i cattolici, di epoche a noi vicine, asserendo che sino al xv ed al xvi secolo si massacravano dai cattolici dei bambini per convertire in reliquie i loro ossami?
Traduco letteralmente un brano di un articolo dell'Houssaye, sul museo Basilewski, pubblicato nel Gaulois del 24 dicembre 1879:
“Ecco per esempio uno smalto che rappresenta il Massacro degli Innocenti. Cosa pensereste se io vi dicessi che più di una chiesa in Francia contiene ancora delle cripte in cui si trova il pozzo dei sacrifizi? Si conosce così male la storia che non mi si crederà quando affermerò che, sino al quindicesimo secolo, e fors'anche fino al sedicesimo, vi furono il venerdì santo dei fanciulli immolati. A Caen e a Tournus si trovarono degli ossami che fanno fede ancora di questi sacrifizi umani — perdonatemi il sacrilegio — volevo dire inumani”.
Provata dunque la facilità con cui simili accuse calunniose si riprodussero sempre, e trovarono sempre credenza, qual meraviglia se bastò qualche assassinio isolato e non ispirato certamente a scopo religioso, perchè se ne accusassero gli Ebrei, quegli Ebrei che a Strasburgo, nel Delfinato ed altrove, si erano, ben inteso sotto la tortura, confessati autori della peste, sicchè fu necessaria una bolla del papa che li scagionasse dalla strana accusa (307), quegli Ebrei che dovevano ritenersi capaci di ogni scelleraggine (308) dacchè San Giovanni Grisostomo (309) aveva potuto dire che “le sinagoghe erano case di prostituzione, covili di bestie feroci, domicilio dei Demoni e che non vi si adorava Dio, perchè non vi si adorava il figlio, e che colui che conosce il padre conosce il figlio e che il culto che vi si rende si termina al Demonio perchè Dio l'ha abbandonato.”
Quando personaggi, come San Giovanni Grisostomo, coi loro scritti, rendono siffattamente odiosa una parte della popolazione, non deve recar meraviglia che ogni più strana accusa contro di questa trovi credenza.
Data la facilità con cui il volgo crede sempre ad accuse di questa natura, data l'ignoranza dei tempi, dato il fanatismo contro gli Ebrei, eccitato dal Grisostomo, e dai troppo numerosi suoi seguaci, dobbiamo anzi meravigliarci assaissimo se tutte le volte che furono accusati di aver assassinato un cristiano non furono condannati, ed invece abbiamo già veduto come, in tutti i tempi, uomini imparziali ed onesti, di tutte le credenze, abbiano protestato contro la calunnia di cui eran vittima gli Ebrei.
Ma se è agevol cosa il dimostrare l'assoluta falsità della accusa mossa agli Ebrei di giovarsi di sangue umano per scopi rituali, o magici (310), sarebbe impossibile il dimostrare che qualche bambino cristiano non sia caduto talvolta vittima di un assassino ebreo.
Gli Ebrei erano nei secoli passati universalmente odiati. Quando la Chiesa Cristiana aveva raggiunto nel mondo civile il suo ideale, l'unità della Fede, gli Ebrei soli, razza maledetta e dispersa, restarono a guastare la simmetria ammirabile di questa unità.
In mezzo a popoli che, concordi, piegavano le ginocchia dinanzi al Redentore del Mondo, restavano soli a negarlo i pochi ed avviliti discendenti di coloro che lo avevano trascinato al disonor del Golgota.
Qual meraviglia che perciò soltanto essi fossero oggetto della universale esecrazione? (311) Oppressi, umiliati, fatti segno ad ogni più orrenda persecuzione, gli Ebrei reagivano colle armi dei deboli, e le armi dei deboli non furono mai generose.
Da qui recrudescenza d'odio nei persecutori, e l'odio non partorì mai amore, che si sappia.
Chi potrebbe negare che qualche Ebreo, cacciato dalla patria, insidiato nella sua fede, nei suoi averi, diseredato persino del culto dei propri morti, come troppo spesso avveniva nei tempi più caliginosi del medio evo, imbattendosi un giorno nel figlio di uno dei suoi oppressori, lo abbia sgozzato?
Chi rivangasse gli annali del delitto, in tutti i paesi, vi troverebbe registrate a centinaia storie di innocenti fanciulli uccisi da vigliacchi assassini per vendicarsi dei loro parenti.
E quantunque le statistiche criminali di tutti i tempi e di tutti i paesi ci provino come l'Ebreo rifugga dal sangue, vorremmo, potremmo noi negare, che mai uno di questi assassini sia stato ebreo, una di queste vittime cristiana?
Certamente no; ma la stessa franchezza con cui noi, senza averne le prove — perchè, ripetiamolo, non son prove per noi quelle estorte dalla tortura — pure riconosciamo non impossibile che qualche fatto di questo genere abbia potuto accadere per opera di un individuo ebreo, spinto da un sentimento di vendetta, questa stessa nostra franchezza ci dà diritto ad esser pienamente creduti allorquando recisamente neghiamo che gli Ebrei abbiano per precetto religioso di valersi in certe cerimonie del sangue di un fanciullo cristiano.
Ammettiamo pure una di queste isolate vendette. Nessun processo ne fa fede, perocchè agli occhi dell'odierna critica non hanno valore i processi istituiti sotto il regime della tortura; ammettiamo pure questo caso isolato, che ci gioverà a comprendere, a spiegarci come l'orribile calunnia abbia potuto esser messa in giro la prima volta, ma respingiamo, fino a che non saranno addotte prove categoriche in argomento — e sarà impossibile addurle, perchè non esiste il fatto — ogni accusa generica che si volesse formulare contro gli Ebrei a tale proposito.
Tanto varrebbe, perchè un Umiliato attentò alla vita di San Carlo Borromeo, perchè un prete assassinò un Arcivescovo di Parigi, dire che i frati e i preti cattolici hanno per dovere religioso di ammazzare Santi ed Arcivescovi!
È certo che dacchè esistono Cristiani ed Ebrei qualche ebreo avrà ammazzato un cristiano; è probabile, probabilissimo anzi, che qualche fanciullo cristiano sia caduto vittima di un assassino ebreo, ma non è nè certo, nè probabile, nè possibile che l'assassino sia stato mosso da scopo religioso a compiere il suo misfatto.
Ciò invece che, se non è certo, è però assai possibile ed assai probabile è che, accaduto, per chi sa qual motivo, l'eccidio di un fanciullo cristiano ad opera di un ebreo, i nemici degli Ebrei — quelli stessi che andavano diffondendo contro di loro le più strane ed inverosimili accuse — si siano fatta un'arma di questo fatto isolato per coinvolgere tutti gli Ebrei nella stessa accusa, accusa che, già lo vedemmo, deve essere facilmente accolta dai volghi come quella che fu spesso lanciata or contro l'uno or contro l'altro.
Abbiamo detto però e ripetiamo che se vi era un popolo che dovesse andar immune da questa orribile accusa era certamente il popolo ebreo.
Abbiam veduto come la Bibbia e il Talmud in più luoghi vietino agli Ebrei l'uso del sangue. Ma non basta, chè lo stesso Maimonide ci dice il perchè gli Ebrei abborriscano l'uso del sangue; apriamo il suo libro Morè Nebuchim, parte iii al capo 46 e troveremo: “Sappi che quantunque non vi fosse nel concetto degli idolatri cosa più immonda ed impura del sangue, nientedimeno essi lo mangiavano, perchè stimavano che fosse il cibo de' demoni, e che colui, che di esso sangue si alimentasse, acquisterebbe una qualche famigliarità e stretta comunicazione con essi demoni, sicchè questi dovessero rivelar loro il futuro, secondo crede il volgo che essi demoni sogliono fare. Ad alcuni però tra questi idolatri, tornava difficile mangiare il sangue, cibo per sè stesso all'umana natura ripugnante. Questi, quando scannavano qualche animale, ne prendevano il sangue, lo raccoglievano in qualche vaso e, sedendo attorno a questo vaso, mangiavano la carne di esso animale. Si persuadevano, così, che mentre essi mangiavano la carne, i demoni mangiassero il sangue, loro prediletto cibo, e che in questo modo potessero contrarre secoloro amicizia, famigliarità e fratellanza, perchè tutti mangiavano ad un desco e insieme banchettavano. Credevano inoltre che i demoni dovessero apparir loro in sogno; avvisar loro quel tanto che dovea succedere ed esser loro di grandissimo giovamento.” Fin qui il Maimonide.
Anche lo Zohar, libro a cui taluni ebrei vogliono annettere molta importanza, commentando il capo 17 del Levitico, dice queste parole, parlando degli incantesimi e dell'arte magica esercitata dagli Egiziani: “Quando gli Egiziani si ragunavano per fare i loro incantesimi, andavano al campo in un monte alto assai, facevano una fossa in terra e spargevano sangue intorno ad essa, ragunavano il rimanente del sangue in essa fossa, offrivano i loro sacrifici agli spiriti maligni, e contraevano famigliarmente tra loro in esso monte. Gli Ebrei i quali erano schiavi in Egitto si accostavano a quelli, e preparavano quel sangue e offerivano il sacrifizio, si radunavano questi spiriti maligni, e apparivano loro in figura d'Irchi irsuti e dicevano loro quel tanto che essi addomandavano.”
O ammettere dunque, con San Giovanni Grisostomo, che gli Ebrei adorino il Demonio, o riconoscere che essi non possono aver mai fatto uso di sangue, e tanto meno di sangue umano.
E davvero è strana la persistenza di una simile calunnia contro una religione i cui maestri, i cui dottori predicarono dottrine diametralmente opposte. Mosè Nachmanide che fiorì nel xii secolo in Ispagna e che era considerato come il supremo maestro fra i Rabbini, e chiamato per antonomasia il dottore (312), lasciò scritto nel suo libro dei Precetti: “Ci è ordinato di curare la vita dei Cristiani, salvarla con tutte le nostre forze da pericolo di morte, p. e. quando sono caduti in acqua o sepolti sotto le macerie”. Giuda il Pio, vivente a Ratisbona nel sec. xii nel suo libro dei Pii dice: “Nel trattare coi non Israeliti, studiati di usare la stessa onestà come cogli Ebrei: se un Ebreo vuol uccidere un cristiano dobbiamo assister quest'ultimo; se a te si rifugia un omicida, non gli accordare protezione, anche se fosse un ebreo”.
Come dunque malgrado tutto ciò l'accusa potè diffondersi ed acquistar credenza? Ecco la domanda che molti mossero ed a cui nessuno potè dar risposta soddisfacente.
Chi ne cercò la causa nel racconto dell'Esodo dove è spesso menzione di sangue (313); chi in una leggenda rabbinica notissima, secondo la quale, Faraone Re d'Egitto trovandosi colpito dalla lebbra, si impadronì di un gran numero di fanciulli ebrei, affine di bagnarsi nel loro sangue e di guarire. La leggenda aggiunge che in memoria di questo sangue innocente versato, gli Ebrei bevono vino rosso nelle cerimonie della sera di Pasqua (314). L'illustre prof. Oort da Leida, in un discorso tenuto in quella città in occasione del vi Congresso degli Orientalisti, vuol trovare la causa della calunnia nella venerazione che negli antichi tempi i primi Cristiani conservavano pel pane azzimo degli Ebrei, ed intesse su questa ipotesi un lungo ragionamento che non arriva però a convincerne del tutto.
Affaccieremo noi pure una supposizione senza pretendere di aver sciolto il problema.
Nei primi tempi del Cristianesimo, non soltanto gli Ebrei erano in odio ai Cristiani ortodossi, ma molte sette eterodosse professavano un odio speciale non soltanto verso gli Ebrei, ma verso l'Antico Testamento.
La storia delle religioni ci apprende che il principio di un Dio del male, nemico del Dio del bene, quel principio che gli antichi Persiani incarnavano in Ormus e in Arimane, era comune anche a molte sêtte dei primi tempi del Cristianesimo. I Catari, i Bogomili, i Luciferiani professavano siffatte dottrine. Per essi il Dio maligno si rivelava nell'Antico Testamento, mentre nel Nuovo era il Dio buono che si manifestava.
Ecco, dicevano, perchè è scritto nel Nuovo Testamento: “Che Iddio è luce, e che non vi sono in lui tenebre alcune” (315). Il Dio della Genesi crea il cielo e la terra, ma “la terra era una cosa deserta e vacua e tenebre erano sopra la faccia dell'abisso” (316), il cielo e la terra, al paro delle tenebre, sono l'opera di Lucifero. Ecco perchè ancora, secondo l'Antico Testamento, i figli di Dio peccano (317), mentre nel Nuovo è detto: “Chiunque è nato da Dio non ha peccato” (318). “Non è il Dio buono che ha parlato a Mosè, non è il Dio buono che ha guidato il patriarca. Mosè ha ricevuto la legge da un ingannatore, egli stesso era un mago, un ladrone” (319).
Congiungendo questa opinione che taluni eretici avevano del Mosaismo, coll'altra, universalmente diffusa, che il demonio gradisca i sagrifizi umani (320), non sarà fuor di luogo il supporre che da quegli eretici abbia potuto avere origine la prima calunnia.
Un'altra fra le possibili origini di quest'accusa, o meglio fra le cause che poterono contribuire a mantenerla in vigore, ed a confermarla nelle menti volgari, ci è suggerita dall'attento esame, che abbiamo fatto, degli atti del processo che si è svolto non ha guari a Nyiregyhaza. Fra le infantili prescrizioni rituali degli Ebrei ve ne ha una che vieta ad essi di toccare nella sera del venerdì e nel giorno del sabato fuoco e lume. Siffatta prescrizione è, dai veri credenti, osservata così strettamente che essi si fanno scrupolo di portare una lampada da un luogo all'altro, o di rimuovere dal fuoco una pentola che bolla. Siccome però le necessità della vita si impongono agli Ebrei come ai Cristiani, gli agiati fra essi provveggono ai lor bisogni mercè l'opera di domestici di altri culti; i più poveri invece vi provvedono come possono, invocando l'aiuto di un vicino o di un passante. Servigi di siffatta natura si richieggono più facilmente, anche per evitare il ridicolo, a ragazzi che non a persone mature. Qual meraviglia dunque, se come nei tempi di pestilenza basta che un individuo si accosti ad una fontana pubblica, per essere accusato di avvelenarla, od in tempi di assedio basta che uno si aggiri nelle camere del suo appartamento con un lume in mano, perchè venga accusato di far segnali all'inimico (321); qual meraviglia diciamo se sarà bastato il fatto di un ebreo che abbia chiamato a sè un fanciullo cristiano per richiederlo d'uno dei servigi sopra accennati, perchè l'accesa immaginazione del volgo vi ricamasse sopra un preteso tentativo di rapimento, preludio di futuri eccidi (322)?
Ma senza perderci più oltre nella ricerca delle cause che potevano concorrere a far nascere l'orrenda accusa, verremo a dire delle vere, delle sole ragioni per cui essa persistette attraverso i secoli.
Un illustre letterato francese, Dureau de la Malle, nella introduzione alla sua eccellente traduzione di Tacito, ricerca le cause dei delitti inconcepibili commessi dagli imperatori romani; e ne reca una spiegazione che sembra assai plausibile; e cioè che quei sovrani non avendo nè lista civile, nè demanio pubblico e dovendo pur sostenere enormi spese, erano obbligati ad assassinare per procurarsi il denaro di cui avevano d'uopo. E come i malfattori volgari uccidevano per rubare. Questo precetto di governo informa diverse fasi della storia, e dalle proscrizioni di Augusto, venendo giù sino agli eccidi del 1793, ne troveremmo esempi non pochi.
Nel medio evo i ghetti degli Ebrei avevano il non desiderato privilegio di essere la zecca per eccellenza; quando s'aveva bisogno di denaro si accusavano gli Ebrei di avvelenare i pozzi, le sorgenti, le fontane — quasi che gli Ebrei non facessero uso dell'acqua, — di oltraggiare in mille guise il Santissimo Sacramento — che non hanno nessuna ragione di oltraggiare, non riconoscendovi essi nessun carattere sacro — od infine di ammazzare bambini — quasi la religione professata dalla Beata Vergine e da Nostro Signor Gesù Cristo fosse una religione di antropofaghi.
In quei tempi le accuse, assurde o meno, erano sempre egualmente buone. Bastava che un facinoroso qualunque le ponesse in giro, perchè si desse di piglio alle armi, si corresse al ghetto, e si punissero gli Ebrei col saccheggiarne i beni. L'intiero popolo ebreo potè per secoli far sua l'amara esclamazione del romano proscritto. “La mia villa di Alba mi ha perduto.”
Col progresso dei tempi si capì che era assurdo parlare di fontane avvelenate, o di oltraggi al Santissimo Sacramento; ma l'accusa di antropofagia rimase, come quella che oltre a colpire più facilmente le immaginazioni della plebe, sempre avida di racconti di misteriosi delitti, era sorretta da un altro importante fattore.
Per ogni fanciullo che gli Ebrei erano accusati di aver ucciso, la Chiesa cattolica acquistava un martire di più.
E ciò che importa, e che spiega assai cose, un martire che faceva miracoli.
La narrazione di questi miracoli, quali ce li dà un autorevole e moderno scrittore cattolico, Rohrbacher, è troppo interessante, perchè noi, a costo di ripeterci, resistiamo al desiderio di metterla sotto gli occhi dei nostri lettori.
“L'anno 1250 gli Ebrei di Saragozza attaccarono con chiodi contro la parete un fanciullo cristiano di sette anni, gli squarciarono, in odio di Cristo, il costato con una lancia e lo seppellirono di notte sulla riva. Ma in mezzo alle tenebre il luogo era irradiato d'una splendida luce. Accorsivi i Cristiani, trasportarono le reliquie con gran pompa alla chiesa principale, dove accadde un gran numero di miracoli. A quella vista l'ebreo Mosè Albayhuzet, che aveva rapita la vittima innocente, abbracciò il Cristianesimo. Ecco quanto riferisce lo storico aragonese Girolamo Blanca, giusta gli Archivi della chiesa di Saragozza.
“Nel 1255 i principali ebrei di tutta Inghilterra sì adunarono a Lincoln per rinnovare la passion di Cristo su d'un fanciullo di otto anni per nome Ugo. Uno faceva da preside Pilato, altri l'officio di carnefice. Fecero soffrire al giovinetto tutti gli oltraggi che il Vangelo riferisce aver i loro antenati fatto patire al Salvatore del mondo. Lo batterono crudelmente colle verghe, gli conficcarono in capo una corona di spine, lo affissero ad una croce, gli diedero a bere del fiele e finalmente gli trafissero il costato con una lancia.
“Tale fu il loro pasquale sacrificio che solevano immolar ogni anno, se l'occasione lo permetteva, come confessarono dappoi. Per colmo di scelleratezza gli strapparono le viscere per servirsene a magiche operazioni. Nascosero profondamente sotto terra il corpo, per tema che i Cristiani ne venissero in cognizione; ma la giustizia di Dio non lasciò impunito questo misfatto. La terra ogni notte rigettava il corpo della vittima. Gli Ebrei, avendolo così più volte sepolto, finirono col gettarlo in un pozzo.
“Intanto la madre del fanciullo cercava dappertutto il suo figliuolo. Avendo saputo che era entrato nella casa d'un ebreo, vi penetra, fruga per tutto, guarda entro il pozzo e vi scorge il corpo del figlio. Senza dir nulla avverte il giudice; il padrone della casa viene arrestato, confessa tutta la serie delle cose (anche il miracolo dunque?) e viene attaccato alla coda di cavalli per essere squartato. Novanta ebrei sono condotti nelle prigioni di Londra per subirvi il supplizio che meritano. Il corpo del fanciullo cavato dal pozzo è solennemente trasportato, come il corpo di un martire, nella Chiesa cattedrale. Il re Enrico III fa procedere giuridicamente contro tutti gli Ebrei d'Inghilterra, affine di distoglierli col terrore dei castighi dal commettere ancora simili misfatti. Ecco quanto riferisce tra gli altri Matteo Paris, autore del Paese e del Tempo.
“Un ebreo di Germania aveva una nutrice cristiana, chiamata Agnese, la quale insegnava alla moglie di lui le preghiere de' Cristiani. L'ebreo, accortosene, entra in furore, va a trovar la nutrice addormentata, l'uccide con tre colpi di pugnale nel cuore, sotto gli occhi di sua moglie, poscia se ne va alla sinagoga. La moglie, presa da spavento, si chiude nella propria camera. L'ebreo di ritorno non trova più il cadavere della nutrice, e s'immagina che l'abbia trasportato la moglie; questa non trovandolo più, pensa che l'abbia levato il marito. Nè l'uno nè l'altra cerca più oltre. Quaranta giorni dopo passa una donna forestiera che li saluta affettuosamente (splendido, quell'avverbio!!) da parte della nutrice Agnese. L'ebreo allora domanda alla moglie: “Come avviene ch'ella viva? Non l'ho io ammazzata?” La moglie risponde: “Egli è che il Cristo suo Signore è abbastanza possente per risuscitare una defunta. — Ed ecco, ripigliò l'ebreo, quel ch'io ho sempre temuto, che ella non ti faccia apostatare. — ” E tosto legolla e la rinchiuse per due anni in una stanza. Essendo l'ebreo andato lontano, la donna fuggì con due figlioletti ed un terzo ond'era incinta e si rifuggì nella chiesa dove ricevette il battesimo col nome di Geltrude, con grande allegrezza de' fedeli, che sapevano esser lei ricchissima (qui sta il busillis) ed onestissima donna. Ella dimorò nella diocesi di Colonia, dove incontrò la nutrice Agnese che portava tuttora le cicatrici dei tre colpi di pugnale. Essa disse ch'era stata guarita all'istante medesimo, e che erasi sottratta clandestinamente per non accendere di più il furore dell'ebreo. Tutti questi fatti vennero a cognizione di Corrado Arcivescovo di Colonia. Agnese mori l'anno 1265: Geltrude viveva ancora quando Tommaso Cantipratese ne scrisse la storia.
“L'anno 1271, nel borgo o villaggio di Pfortzheim, una vecchia, divenuta famigliare cogli Ebrei, vendette loro, per esser uccisa, una figlioletta di sette anni, che aveva perduti il padre e la madre. La distesero su molti drappi, le posero alla bocca una sbarra, le fecero delle incisioni a quasi tutte le giunture delle membra, ne spremettero a viva forza il sangue ed accuratamente lo raccolsero entro pannilini. Quando dopo questi tormenti, fu estinta, la gettarono nel vicin fiume, e vi ammassarono sopra un mucchio di pietre. Il terzo e quarto giorno la trovarono alcuni pescatori per un braccio levato verso il cielo. Fu riportata nel borgo: il popolo gridava con orrore non altri, che gli Ebrei avere commesso quel misfatto. Il margravio di Baden, che trovavasi nelle vicinanze, vi accorse. Tosto il corpo, levatosi a sedere, stese le mani verso il principe, quasi per chieder vendetta o misericordia, e dopo mezz'ora si ricoricò cadavere. Essendo stati condotti gli Ebrei a questo spettacolo, tutte le ferite cominciarono a bollire ed a sparger sangue in copia. Il grido del popolo levavasi sino al cielo domandando vendetta. Dietro alcuni indizi la vecchia viene arrestata e convinta, principalmente dalla confessione della giovinetta (!!!), che rivelò tutto. Gli Ebrei che avevano messo mano sulla giovane vittima furono presi, arruotati ed appiccati colla vecchia: due di essi si scannarono a vicenda fra loro. Ecco quanto riferisce Tommaso sopracitato, sulla testimonianza di due frati predicatori, Rainieri ed Egidio, che furono a Pfortzheim tre giorni dopo l'avvenimento.”