Note (255) — IV.
Reading edition
Wadding, Annales Minorum, xiv, pag. 132 e segg.
A proposito di questo fatto, il più clamoroso, forse, fra quanti ne vennero addebitati agli Ebrei, ci piace riportare quanto scriveva il dottissimo Francerco Gar, negli Annali del Principato Ecclesiastico di Trento, da lui annotati dall'anno 1022 al 1540, compilati sui documenti da Francesco Felice degli Alberti, vescovo e principe, Trento 1860.
“Noi abbiamo creduto debito nostro di riferire fedelmente ciò che l'Annalista Alberti, canonico e poi vescovo di Trento, registrava, intorno questa orribile tragedia, della quale dai fanatici si sarebbe tentata la ripetizione anche ai dì nostri (alludesi al processo di Badia di cui parleremo più sotto), se a tali feroci delirii non avessero posto freno la voce della ragione e il sentimento dell'umanità.”
A mostrare come tutto quel processo non meriti fede, diremo soltanto come fra le pretese confessioni estorte agli Ebrei dalla tortura siavi anche questa, che essi nell'uccidere il fanciullo pronunziassero queste parole: Tolle Jesse misrà elle parichief elle passussen pegnalem che avrebbero dovuto significare: “Noi facciamo morire questi della morte di Gesù Dio dei Nazareni, che è nullità; così si perdano i nostri nemici per sempre.” Ora, malgrado l'istituzione ordinata da Clemente V di cattedre di lingua ebraica, questa lingua nel 1475, era ancora assai poco conosciuta dai Cristiani, sicchè quelle parole dovettero essere inventate a capriccio mentre è certo che non appartengono nè alla lingua ebraica nè a nessuna delle lingue parlate nel Trentino.
Del resto questo processo sembrò dubbio anche ai contemporanei. Quando col pretesto del fatto di Trento alcuni predicatori vollero suscitare la plebe a fare man bassa sugli Ebrei, anche nel territorio della Repubblica veneta, il Doge e il Senato per reprimere lo scandalo ordinarono ai magistrati di Padova di trattare gli Ebrei come gli altri sudditi, e impedire ogni violenza, perchè quell'accusa sembrava loro una calunnia inventata ad arte per certi fini, che il Senato non voleva indagare. (Ordinanza del Doge Pietro Mocenigo in data 22 aprile 1475).