DOCUMENTI (continued 2)
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Veduto il conchiuso 29 luglio anno corrente, N. 1424, col quale Giuditta Castilliero fu posta in istato d'accusa, come legalmente indiziata dei crimini di calunnia e di furto contemplati dai §§ 209, 171, 176 ii, b, del Codice penale;
Udite le conclusioni e proposte dell'i. r. Procuratore di Stato Gio. Battista consigliere Meraviglia, e le deduzioni dell'avvocato Alessandro dott. Cervesato patrocinatore di Caliman Ravenna per quanto concerne le ragioni di diritto privato, nonchè le deduzioni dell'avvocato Antonio dottore Farsetti difensore ufficioso dell'accusata Castilliero;
Sentita anche l'accusata medesima che ultima ebbe la parola;
Osservato che Giuditta Castilliero ha incolpato Caliman Ravenna di un crimine, e precisamente di pubblica violenza a termini del § 93 Codice penale, avendo giuratamente deposto alla Pretura di Badia e raccontato a più persone che il detto Ravenna nella mattina della domenica 17 giugno 1855 fra le ore 10 e le 11 la avea tratta nel suo locale terreno ad uso esattoria, e colà lasciata chiusa, sola, senza cibo ed assistenza, all'oscuro, fino alle prime ore antimeridiane del dì successivo, nella qual ora la fece escire, e la collocò in un calesse, ove fu poi tradotta in una città che avrebbe poi inteso essere Verona, e le furono praticati dei tagli come di salassi con effusione di sangue ai polsi al dorso delle mani, ed alle braccia;
Osservato che contro Caliman Ravenna per questa incolpazione datagli dalla Castilliero, fu proceduto a giudiziali indagini, ed al personale di lui arresto, che ebbe la durata di 16 giorni;
Osservato che, data la falsità di detta incolpazione, sorge pel sopra esposto a carico di Giuditta Castilliero il crimine di calunnia definito al § 209, Codice penale;
Osservato che tale falsità risulta manifestamente stabilita:
a) per la confessione della stessa prevenuta Castilliero, la quale ritrattò pienamente l'accusa da lei data al Ravenna, e la riversò dapprima sopra uno sconosciuto signore, poscia sopra ignoto carrettiere, dal quale sarebbe stata sedotta a deporre quanto realmente depose a carico del Ravenna;
b) per le deposizioni delli Brusemini, Vanzetti, Brancaleoni, Gabussi impiegati nella esattoria di Alessandro Levi, condotta da Caliman Ravenna, i quali attestano la loro presenza in quel locale, ed escludono quella della Castilliero nella mattina della domenica 17 giugno 1855 fino dopo le ore 11; confermate tali deposizioni da quelle non dissimili di Luigi Dolcemini, Chiara Margutti, Maria Zanella, Giovanni Parisutti;
c) pel deposto di Antonio Fadin, che due volte ricevette in quella domenica nelle ore pomeridiane in detta esattoria da Caliman Ravenna del danaro per conto del dispensiere signor Spech ed esclude che ivi si trovasse alcuna estranea persona;
d) pel deposto di Felice Mantovani e Filomena Chinaglia che assicurano di aver veduta la Castilliero quella domenica a ore 11 circa antimeridiane dirigersi da Badia verso l'ospitale d'onde si procede per la Bova del Zecchino verso Villabona, indi Legnago;
e) pel deposto di Celeste Tosetto ed Antonio Rizzi, che in ora più tarda la videro passare per la detta Bova, e dirigersi verso Villabona;
f) pel deposto di Maria Massari, Marianna Turcatto, Giovanni Ferragù, Teresa De Stefani-Ferragù, Carolina e Marianna Ferragù, Natalina Scapin, e Gaetano Fantoni, i quali attestano dell'arrivo in Legnago della Castilliero nel pomeriggio della ripetuta domenica, e dell'essersi ella colà trattenuta al servizio della famiglia Ferragù fino alla mattina del lunedì 25 giugno 1855;
Ritenuto che la pravità della intenzione è inseparabile dalla falsità dell'accusa, non potendosi ignorare le funeste conseguenze che derivar ne poteano;
Osservato che quanto all'altro crimine di furto, del quale è pure aggravata la Giuditta Castilliero, la prova della sussistenza e della criminosità, trattandosi di furto commesso da donna di servizio a danno del padrone sopra effetti di un importo eccedente i cinque fiorini, sorge dalle deposizioni del derubato Giovanni Ferragù e suoi famigliari, e la prova di reità desumesi dalla confessione della Castilliero avente tutti i requisiti di legge, e dal possesso delle cose rubate;
Visto quanto alla pena i §§ 34, 210, 178, Cod. pen. e
Ritenuto concorrere gli estremi delle lettere a, b, del citato § 210, quindi stare a carico della prevenuta le aggravanti dell'aver commesso due crimini di specie diverse, dell'aver perpetrato il crimine di calunnia con duplice aggravamento di singolare malizia, e di grave pericolo, l'averlo sostenuto con giuramento, mentre la favoriscono la precedente condotta incensurabile, l'età poco al di sopra dei 20 anni, la patita seduzione;
Ha giudicato:
Essere Giuditta Castilliero di Lorenzo, dell'età d'anni 23, nativa di Barucchella, abitante ai Masi, villica, nubile, colpevole dei crimini di calunnia, e furto previsti dai §§ 209, 171, 176 ii, b, Cod. pen.: e come tale viene condannata giusta i §§ 34, 210, 178, alla pena del carcere duro per anni 6, ed al pagamento delle spese processuali a senso del § 331, e colle riserve del § 343, del Reg. di proc. penale; ommesso di pronunciare sul risarcimento del danno a Caliman Ravenna, avendo il medesimo rinunciato all'azione civile verso l'accusata Giuditta Castilliero; restituiti a Giovanni Ferragù gli effetti in presentazione al medesimo rubati.
Contro questa sentenza la Castilliero ricorreva in Appello, non — vi si badi — per ottenere di essere prosciolta dall'accusa di calunnia, ma soltanto per conseguire una mitigazione di pena. Il risultato dell'appello non le fu troppo favorevole siccome emerge dalla seguente sentenza:
TRIBUNALE D'APPELLO VENETO
(Sessione del 5 novembre 1856).
Avendo la Giuditta Castilliero interposto ricorso non già contro la condanna, ma semplicemente per ottenere una mitigazione della pena, il Tribunale d'appello nella sessione suindicata,
Preso in esame il ricorso per mitigazione di pena interposto dall'arrestata Giuditta Castilliero, nativa di Barucchella, abitante ai Masi, d'anni 23, villica, nubile, contro la sentenza 1º ottobre p. p., n. 4247 dell'I. R. Tribunale provinciale in Rovigo, che siccome colpevole dei crimini di calunnia e di furto, la condannò alla pena del duro carcere per anni 6 e negli accessorii di legge;
Visti gli atti processuali;
Vista la sentenza reclamata;
Sentito il signor Procuratore superiore;
Ritenuto che la inquisita Castilliero non ricorre che per ottenere mitigazione di pena;
Osservato che la pena da infliggersi all'inquisita pel crimine di calunnia era estendibile anche fino a 10 anni di carcere duro, a tenore del § 210, Codice penale, in vista massime della spiegata singolare malizia;
Osservato che il crimine stesso si presenta pur aggravato dalle circostanze del pericolo cui fu esposto l'incolpato Ravenna, e dalle altre tristissime conseguenze che ne derivarono o che potevano derivarne;
Osservato che l'inquisita confermò il calunnioso suo deposto persino anche col giuramento;
Ritenuto che la medesima si presenta colpevole altresì del crimine di furto;
Ritenuta per conseguenza immeritevole l'inquisita stessa di ogni mitigazione di pena;
Respinto il ricorso,
Dichiarava
Di confermare la sentenza 1º ottobre p. p., n. 4247, dell'I. R. Tribunale provinciale in Rovigo.
Il resoconto sommario che abbiam dato di questo processo non sarebbe però completo se non lo facessimo seguire da una importante lettera che il dott. Alessandro Cervesato, di Rovigo, l'avvocato cui il signor Caliman Ravenna, costituitosi parte civile, aveva incaricato di sostenere le sue ragioni contro la sua calunniatrice, indirizzava all'Eco dei Tribunali di Venezia.
Eccola tal quale:
Signor Redattore!
Chiudeasi in quest'oggi il pubblico dibattimento nel confronto della giovine Giuditta Castilliero e questo r. Tribunale dovette condannarla per crimine di calunnia a sei anni di carcere duro, sebbene assistita da circostanze attenuanti e meglio ancora da quelle simpatie che durante il dibattimento avea saputo, a fronte delle più sinistre prevenzioni, destare in suo favore colla pacatezza del contegno, colle misurate parole, colle accorte risposte e con tale un'apparenza d'innocente candore da rendere il più singolare contrasto colla scaltrita malizia della quale seppe usare, e con felice successo, dal principio alla fine per fuorviare le più accurate investigazioni.
Ma se indipendentemente dalle ritrattazioni della Castilliero e la mercè delle più irrecusabili testimonianze, risultava a luce meridiana comprovata la piena innocenza del mio cliente Caliman Ravenna, rimaneasi spiacevolmente delusa la pubblica aspettazione sul punto cardinale di un così interessante processo.
Nessuno può dubitare che la favola dalla Castilliero spacciata in odio del signor Ravenna sia stata la fedele parodia di quella antica calunnia che in tempi d'intolleranza e di barbarie venne scagliata contro i figli d'Israele, e la quale, sebbene percossa dai fulmini del Vaticano, compulsata dagli editti de' principi, e smascherata da cento formali processi, non ha però, mai cessato di riapparire a quando a quando, e sempre o quasi sempre prodromo infausto ed esca di sociali perturbamenti.
Dove adunque potea la povera villica ed ignorante attignere quell'assurda fola? Chi le apprese a vestirla con tanta sembianza di vero e con sì minute ed abbaglianti descrizioni di persone, di luoghi, di oggetti da essa indubbiamente non mai veduti ed ignorati? Chi per acquistarle fede maggiore le ha praticate quelle varie incisioni alle braccia, ai polsi, alle mani a modo da imitare i più perfetti salassi? Chi la indusse a propalarla, a deporla in giudizio, a confermarla con suo giuramento? Per quale scopo ve la indusse, se il signor Ravenna non aveala tampoco mai veduta, s'egli non saprebbe indicare un suo personale nemico, se in Badia, ove soggiorna da ben diciott'anni, ha sempre goduto di una intera fiducia e della più conclamata generale estimazione? Chi potea finalmente inspirarle tanta forza di spirito, tanta pertinacia di volontà, e tanta annegazione di sè medesima, nel tenerne occulto l'autore morale, resistendo ad ogni maniera di legittime coartazioni e sfidando, sarei per dire, colla indomata rassegnazione di un martire la vindice spada della giustizia?...
In tali incognite si racchiude il mistero del dramma; dramma tenebroso e che nessuna luce ha ricevuto da un processo, avvegnachè condotto con sì circospetto e paziente amore del vero.
Quale patrocinatore del danneggiato signor Ravenna, ammonito di dovermi attenere a quanto fosse di mestieri per la giustificazione delle sue ragioni di privato diritto, io mi trovai collocato in assai difficile condizione; perchè da un canto il signor Ravenna non volea a patto nessuno associarsi all'accusa nemmanco coll'apparenza di coltivare basse ed illusorie vedute di materiale interesse; e perchè dall'altro canto io non potea spiegare quella più ampia difesa che reclamata quasi era dall'onore di lui e di tutti gl'Israeliti sì crudelmente intaccati da quella falsa imputazione, non che dalla viva rimembranza del corso pericolo da parte del volgo contro essi esasperato; e ciò nella speranza che sì solenne giustificazione avesse potuto farla una volta per sempre finita con un pregiudizio assurdo, immorale e cotanto vituperoso ad un'êra della più progredita civiltà com'è la nostra.
Ella, o signore, conosce assai meglio di me che nessun rito rabbinico ha mai permesso l'uso del sangue, e che anzi gli Ebrei ne hanno in ogni tempo provato tale un abborrimento da tenersene contaminati al solo toccarlo. È notorio che, ben lungi dal cibarsene, respingono essi con orrore le carni degli animali non isgozzati giusta la prescrizione della loro legge, per la tema appunto che una qualche stilla di sangue ne sia rimasta nei visceri o tra le fibre; ond'è che nessun altro popolo ha mai come l'ebreo servito a rigore di lettera il precetto che Dio tramandava per la bocca di Mosè — non verserete sangue; non vi ciberete di sangue; il contravventore perisca. —
Non potrebbe sospettarsi tampoco che quella pratica feroce sia un avanzo di vetuste superstizioni redate dagli Ebrei ne' loro contatti co' gentili cui fossero abituali i riti di sangue, e che sia sorta dal supposto lor odio contro i seguaci di Cristo, mentre depongono in contrario le storie ed i formali processi in più occasioni istituiti.
Ci narra Tertulliano che nei primi tempi di Nostra Chiesa e duranti le persecuzioni ordinate dagl'Imperatori contro i Cristiani, veniano questi accusati di immolare vittime umane, di beverne il sangue, di mangiarne le carni e che quell'ignominiosa incolpazione fu per ben tre secoli l'incentivo di persecuzioni ognora più crudeli. Ma nella storia di quei tristissimi giorni non abbiamo pur cenno che altrettanto siasi detto o sospettato degli Ebrei, sebbene all'imperversare di quella grande rivoluzione religioso-morale dovessero trovarsi in massimo grado inaspriti gli animi, e più facili e sicure le vie della calunnia.
Ella sa pure, o signore, assai meglio di me che, soltanto nel secolo xiii apparve per la prima volta l'accusa che gli Ebrei in date loro solennità versassero il sangue di un innocente Cristiano quale simbolo di espiazione, o ne usassero quale filtro portentoso. Ma se gli Ebrei non hanno infierito contro i Cristiani quando più vivi ed operosi erano gli odii, e quando deboli e percossi i Cristiani dalle ricorrenti persecuzioni avrebbero potuto farlo impunemente, come ammettere in buona logica che sieno stati osi di adottare quella pratica inumana, allorchè di fronte al Cristianesimo per tutto trionfante avrebbero posta in compromesso quell'unica protezione sociale che loro era rimasta in una legge di tolleranza? — Mirando alla coincidenza degli avvenimenti ed all'agitazione religioso-sociale a que' giorni inferita dal bando della crociata per cui pareva che tutto Occidente dovesse, a modo d'immensa valanga, rovesciarsi sopra Oriente, saremmo indotti a sospettare che un qualche fanatico od un qualche ambizioso, a parodia di quel gigantesco movimento siasi pensato di bandire una specie di crociata anche contro gli Ebrei; e nel fatto ebbe la storia a registrare il nome di un certo Rodolfo uomo di gran seguito in Lamagna, il quale pel primo appunto avrebbe tentato in Colonia, Spira, Magonza e Strasburgo di levare la croce contro gli Ebrei. Senonchè Gregorio IX, durante il suo pontificato, con tre Bolle ha proclamata l'innocenza del popolo ebreo, condannando quell'insensata calunnia. Lo stesso Pontefice con suo Breve ne ammoniva i principi cristiani perchè si stessero a buona guardia e non vi prestassero fede. Anche i papi Innocenzo IV ed Alessandro VII fecero altrettanto e dottori della Chiesa e santi insigni presero le difese del calunniato Israele. S. Bernardo tra gli altri scrivendo ad Enrico arcivescovo di Magonza protestava contro il diffondersi di quella vergognosa calunnia e ne deplorava le funeste conseguenze.
È notabile il fatto che tale diceria non sia mai sorta nella Spagna, mentre tutti sanno che in nessun altro paese di Europa furono gli Ebrei sì duramente perseguitati come ai tempi di Ferdinando ed Isabella in quella contrada.
Anche i principi secolari se ne occuparono seriamente, e forti delle decisioni pontificie vollero con formali processure quella calunnia sventare e punire. Abbiamo i bandi dei duchi di Milano e di Mantova, abbiamo gli editti imperiali di Federico III, di Carlo V, di Massimiliano II, abbiamo le decisioni dei senati di Casale e di Venezia; documenti tutti che comprovano la malvagità di quella calunnia per non dire delle molte sentenze proferite in casi particolari da giudici imparziali e competenti e che sono tuttora negli archivi nostri e forestieri. — E qua cade in acconcio rammentare il voto che sopra ricerca del Re di Polonia veniva pronunciato dalla Facoltà teologica di Lipsia nell'anno 1714; voto che, ridondante di dottrina e di erudizione, respinge fin anche il sospetto che con quella pratica brutale siansi mai disonorati gli Ebrei. Io son dell'avviso, che ov'Ella, signore, ne facesse dono a' suoi molti associati in appendice al processo che sta pubblicando colle stampe, non solo presterebbe un ottimo servigio alla verità, ma recherebbe ben anche un raggio di luce a quelle parti del processo che non emersero a sufficienza chiarite.
S'io avessi potuto su questo terreno allargare la difesa, avrei forse conseguito il vantaggio di paralizzare più compiutamente ogni sinistra prevenzione e di rettificare qualche torta idea nei menoveggenti a maggiore presidio e conforto di una casta sociale per molti rispetti onorevole e per illustri notabilità benemerente.
Sarà forse credibile appena dai lontani che in un secolo di tanto senno, di tanta tolleranza e di tanta umanità siasi agitato, e qui tra noi, un processo di quella fatta: tra noi, che governati da sapientissime istituzioni, tolto ogni privilegio di classe e di stirpe, siamo tutti uguali in faccia alle leggi e quasi altrettanti figli di una sola famiglia. — Giova sperare però che le Autorità competenti non vorranno desistere da ulteriori indagini, mentr'è nell'interesse del pubblico ordine e della pubblica sicurezza che l'occulto motore della Castilliero venga scoperto.
Eccole, o mio buon signore, i poveri cenni che le ho promessi quasi a compimento della difesa del signor Ravenna, sarò ben lieto se si compiacerà di usarne a suo grado.
Suo dev. servitore
Allessandro dott. Cervesato.
A questa dotta lettera dell'egregio avv. Cervesato, il direttore dell'Eco dei Tribunali che era, piace il ricordarlo, quel valoroso pubblicista e fervido cattolico che oggi dirige la Gazzetta di Venezia, Paride Zajotti, faceva seguire queste considerazioni sue:
Compiuto il resoconto del dibattimento, col pubblicare l'appendice fattavi dal chiarissimo avv. Cervesato, coi due importantissimi documenti (360) che ne formano per così dire necessario supplimento, resterebbe che ancor noi scendessimo nell'arringo, come, con soverchia fiducia, avevamo promesso nell'imprendere questa pubblicazione.
Ma, obbligati a rimanere entro quella ristretta cerchia che chiamasi la questione legale, non potremmo estenderci a quelle considerazioni e dimostrazioni, che sono suggerite e richieste dalla questione sociale, di cui questo processo non è che un passaggiero fenomeno, senza correre grave pericolo o di entrare in un campo a noi straniero, o di nuocere alla cosa stessa, parlando con un riserbo incompatibile colla fermezza delle nostre convinzioni.
Perciò crediamo più savio partito il tacere, e lasciar parlare per noi l'eloquenza dei fatti, accertati con tutto il rigore delle forme processuali e con quella scrupolosa esattezza, di cui tu testimonio chiunque assistette allo svolgersi di questo dibattimento.
I fatti parlano da sè. Ed è fatto incontrastabile che il primo racconto della Castilliero fu provato falso nel modo più luminoso che si potesse. Diciamo nel modo più luminoso, perchè, lasciando da parte la manifesta sua inverisimiglianza, la falsità ne fu dimostrata oggettivamente e subbiettivamente.
Oggettivamente per mezzo di tutti quei testimoni, i quali coabitando col Ravenna, e dovendo necessariamente aver avuto qualche sentore del fatto, se qualche cosa di somigliante fosse colà avvenuto, esclusero ad una voce qualunque circostanza che potesse avervi anche remota allusione; e per mezzo principalmente della deposizione di Antonio Fadin, che fu nel locale stesso in cui la Castilliero voleva essere stata rinchiusa, e nelle ore in cui doveva essa pure esservi stata; deposizione suffragata e da dichiarazioni d'altri testimoni e dalle corrispondenti annotazioni, fatte, a caso vergine, nei registri dell'Ufficio postale.
Subbiettivamente, per quella serie sterminata di testimoni tutti concordi, benchè appartenenti a varie condizioni della società ed a differenti paesi, i quali con tanta precisione ci attestarono la presenza della Castilliero, ora qua ed ora là, appunto nei varii giorni, in cui secondo il primo suo esame essa voleva essere stata in quella fantastica fortezza, in cui si entra e da cui si esce, di giorno e di notte, in carrozza chiusa senza incontrare una guardia di polizia o di finanza che chiegga conto dei misteriosi passeggieri. E fu savissimo intendimento del Tribunale quello di citare al dibattimento tutti quei testimoni, benchè deponessero su circostanze affatto secondarie, dopo tanta luce di prove, affinchè il numero stesso delle persone, la loro qualità di Cristiani, la franchezza di tante svariate deposizioni, ma tutte coincidenti nell'argomento che interessava, valesse a persuadere i più testerecci.
Dopo tutto questo, che cosa importa se la Castilliero, a cui il parlare a nulla personalmente avrebbe giovato, dacchè il fatto rimaneva in ogni modo ed in ogni caso una calunnia, si chiuse in un inviolabile silenzio, e volle farla da romanzesca eroina, dicendo — nessuno fuorchè lei sapere come la cosa fosse stata — oppure calcolò sui frutti del suo silenzio? Che cosa occorre di più, oltre la prova che il fatto era una menzogna? La spiegazione delle cause, che indussero la Castilliero, e pongasi anche, la condanna dei correi, non avrebbero nè provato maggiormente la falsità dell'accusa, nè persuaso nemmeno uno solo di quelli che credono a tutto, fuorchè a quanto fu provato in questo processo.
Anzi, la specialità delle circostanze che accompagnarono questo caso, ci dà una notevole guida per giudicare di altri fatti consimili in addietro processati, specialmente nei tempi in cui dominava in tutto il suo rigore il sistema inquisitorio. Secondo la massima parte delle leggi, ne' secoli scorsi la deposizione del danneggiato, appoggiata ad una prova qualsiasi del fatto in genere, bastava per applicare all'imputato la tortura; ora qui si aveva la deposizione della danneggiata, che esclusa l'inverosimiglianza del fatto per se stessa, era improntata di tutti i caratteri della veridicità; si aveva una specie di prova del fatto in genere nella sparizione, nei primi momenti inesplicabile dell'odierna imputata, e nelle tracce della scalfitura alle mani ed alle braccia; ora se fossero stati altri tempi ed il signor Ravenna fosse stato messo sull'eculeo, noi vorremmo fortemente dubitare che, frammezzo agli strazi della tortura e col progressivo accrescersi del martirio, egli non avesse, come gli Ebrei di Damasco, tutto affermato pur di sottrarsi agli spasimi.
E quale argomento per la sussistenza del fatto, qual prova si avrebbe potuto dedurre dalla sua condanna? Questa conclusione, a cui è pur forza di venire, fa che, per noi, questo processo, in cui sulle prime le stesse Autorità furono tratte in inganno dal racconto della Castilliero (tanto da ordinare l'arresto del Ravenna), assuma un'importanza storica immensa.
Per chi volesse di più, basti il fatto che in questo processo, il Presidente del dibattimento non reputava nemmeno meritevole di discussione la questione in massima, ed il Pubblico Ministero qualificava l'oggetto dell'accusa della Castilliero quale pregiudizio del volgo.
Paride Zajotti.
XX.
Dichiarazione del R. Procuratore generale prussiano di Aquisgrana.
(Stadt-Aachener Zeitung, N. 82).
Un caso, testè avvenuto nel mio circondario d'Ufficio, e che destò gran chiasso e porse argomento a diversi articoli di giornale, m'induce a pubblicare la seguente notificazione ufficiosa.
Il 6 corrente una donna fece in Jülich a quel funzionario della polizia giudiziaria la denunzia che la sua figliuolina novenne, da lei mandata il mattino a Broich verso le sette, per mendicarvi un po' di pane, era stata assalita per via da un Ebreo e maltrattata nel modo più orribile. La ragazza, colla massima consonanza con un suo fratellino di sei anni, che l'avea accompagnata, depose in ripetuti esami, apparentemente nella massima commozione di animo, che quando fu dietro la contrada di Broich, le venne incontro l'Ebreo di Broich, si siedette, l'afferrò improvvisamente, se la pose sui ginocchi, e poscia, dopo aver estratto un coltello ed averle alzate le gonne, le diede un colpo al bassoventre.
Ed in realtà quelle parti del corpo, ove, secondo l'attestazione della ragazza, sarebbe stato dato il colpo, erano lorde di sangue.
Poco dopo aperta l'investigazione di polizia, condotta con molta diligenza ed avvedutezza, la ragazza, asserentesi maltrattata, vide una coppia di Ebrei che passavano pel mercato di Jülich, e facendo mostra d'essere quasi fuori di se stessa, gridò: “Questo è colui che m'ha ferita!”
Gli Ebrei furono tosto arrestati, e nel confronto coi ragazzi furono riconosciuti da questi colla massima precisione per gli autori del fatto.
La donna ebrea, della quale originariamente non era stato fatto alcun cenno, secondo una nuova dichiarazione della ragazza, le avrebbe coperto il viso, sicchè non potè gridar bene. Nel corso degli ulteriori esami, quei ragazzi deposero altresì che alle loro grida era accorso un vecchio, il quale era stato ammazzato dall'Ebreo col suo coltello, e che gli Ebrei aveano presa la fuga soltanto all'avvicinarsi di altre persone.
Giuntimi gli atti, feci avviare un'istruzione giudiziale, al quale scopo un giudice istruttore ed un procuratore di Stato si recarono il 12 corrente a Jülich.
Il risultato dell'istruzione assunta fu il seguente:
“Una ispezione personale, assunta con tutta esattezza da un impiegato medico giudiziario, coll'intervento anche di un altro medico, sul corpo della ragazza asserentesi ferita, non lasciò scoprire nè una ferita, nè una tumefazione, nè una infiammazione delle parti che secondo la sua dichiarazione sarebbero state lese.
“Gli Ebrei arrestati erano forniti di passaporti in piena regola; essi sostennero di non essere stati in Broich, o sulla via, che da Broich conduce a Jülich, ma di avere dormito nella notte dal 5 al 6 corrente in Aldenhoven (in direzione affatto diversa di Jülich) e di essersi di là diretti a Jülich per la strada postale.
“Tutto ciò fu confermato pienamente dalla deposizione delle gente (cristiana) presso cui volevano avere pernottato e di due gendarmi, i quali nella mattina del 6 aveano scortato degli arrestati da Jülich ad Aldenhoven e per via incontrarono i coniugi ebrei, che provenivano nella direzione di Aldenhoven. Un confronto dei diversi tempi dimostra che gli imputati, al momento dell'attentato loro addebitato, si trovavan distanti dal luogo, ove esso sarebbe stato commesso, per lo meno un'ora, ma con somma verosimiglianza, più ore.
“L'uomo, che i ragazzi indicavano essere stato ammazzato dall'Ebreo, fu rinvenuto facilmente. Egli non aveva alcuna lesione e dichiarò di avere incontrato quei due fanciulli sul luogo dell'asserito maltrattamento, ove piangendo si lagnarono con lui di quanto dicevano essere loro accaduto; egli però, al pari delle altre persone indicate dai ragazzi, assicurò di non avere assolutamente veduto in quel luogo alcuna persona sospetta.”
XXI.
Ignazio von Döllinger.
Da un discorso tenuto nella solenne seduta dell'Accademia delle scienze a Monaco, il 25 luglio 1881, dal presidente Ignazio von Döllinger, ed intitolato, Gli Ebrei in Europa, togliamo il seguente brano che chiaramente dimostra quale concetto abbia il dotto teologo tedesco sulle accuse che si muovono agli Ebrei:
. . . . . . Abituati ad immaginarsi che ogni Ebreo fosse il nemico nato ed il debitore dei Cristiani, i popoli ritenevano gli Ebrei, in un'epoca in cui si prestava fede volentieri anzi con avidità a cose crudeli e soprannaturali, capaci di qualunque delitto, anche dell'inverosimile ed impossibile. Dopo il 12º secolo corse la fola che gli Ebrei abbisognassero di sangue Cristiano, gli uni dicevano per la loro festa Pasquale, gli altri, come rimedio contro un segreto male ereditario; perciò furono accusati di uccidere ogni anno un ragazzo. Inoltre si diceva ch'essi crocifiggevano ogni anno un Cristiano per oltraggiare il Salvatore.
Se si rinveniva in qualche luogo un cadavere con traccie di violenza, un bambino morto, l'assassino doveva essere stato un Ebreo, e si poneva alla tortura finchè confessava. Seguivano allora crudelissimi supplizi ed in parecchi casi una strage in massa dell'intera popolazione ebrea della città e della campagna. Non c'era neanche idea d'una regolare procedura giudiziaria. I giudici e le Autorità stesse tremavano dinnanzi all'ira del popolo imbestialito; poichè c'era la convinzione che si potessero attendere le più infami azioni da un ebreo. Talvolta era anche un'immagine di Cristo che un ebreo avrebbe trafitta con un coltello o mutilata, ciò che era il segnale d'una strage. Dopo il 1200 si aggiunsero le voci di ostie oltraggiate e miracolosamente sanguinanti. Da Parigi, dove era accaduto il primo caso, la nuova fiaba si diffuse nei paesi vicini, ben presto si volle possedere anche altrove una tale reliquia, e sembrò che gli Ebrei, presi da demonìaco delirio, credessero e non credessero ad un dogma della Chiesa e contemporaneamente desiderassero una morte tormentosa tanto spesso essi cadevano vittime di questi delitti immaginarii.
A Londra gli Ebrei furono uccisi perchè volevano incendiare la grande città.
La gran peste che desolò e spopolò nel 1348 tutta l'Europa fu subito attribuita soltanto agli Ebrei. Il fatto che quel popolo intelligente e che conduceva vita regolare n'era colpito molto meno dei Cristiani, cambiò la supposizione in certezza. Essi avevano avvelenato dappertutto in seguito ad una cospirazione, i pozzi e le sorgenti, e perfino i fiumi. In una città si volle aver rinvenuto realmente del veleno in un pozzo. Posti alla tortura, alcuni Ebrei confessavano il delitto. Scoppiò allora una tale esplosione di fanatismo, di bramosìa di vendetta e di volgare avidità, quale l'Europa non aveva mai veduto prima, nè vide mai dopo. Le vittime in alcune città, si contarono a migliaia. Molti prevennero il furor popolare suicidandosi. Invano il Papa Clemente VI dichiarò in due bolle gli Ebrei innocenti. Coloro che si salvarono con una rapida fuga trovarono un asilo soltanto nella lontana Lituania.
XXII. *
Professore dott. Nöldecke di Strasburgo.
È assolutamente deplorevole che oggi ancora debba esser necessario di respingere sul serio l'accusa che l'ignoranza e la malvagità muovono agli Ebrei di far uso nelle loro solennità di sangue umano e specialmente cristiano. Non soltanto quest'accusa manca di ogni fondamento, ma tale barbarie ripugna a tutti i principii del Giudaismo, sicchè gli Ebrei che avessero commesso un tale misfatto dovrebbero essere assolutamente esclusi dalla Comunità religiosa.
Coloro che credono e divulgano tali fiabe, dovrebbero sapere che siffatte accuse di misteriosi sagrifizi umani, di uso rituale di sangue umano, e di altre simili mostruosità si facevano già in Oriente in tempi antichi ad altre sêtte religiose per ragione di odio confessionale, o per cupidigia di nefando lucro.
Cristiani lanciarono tali accuse verso sêtte cristiane, e dagli scritti sacri dei Mandei (cristiani di San Giovanni) si ricava una orrenda descrizione dei misfatti che i Cristiani in generale commettevano per celebrare la S. Comunione.
Colui che afferma gli Ebrei adoperare sangue cristiano per una solennità rituale si pone al livello degli orientali più abbrutiti dall'odio di religione e dalla superstizione.
Herren Alb (Foresta Nera), 20 agosto 1882.
Dott. Th. Nöldecke
Prof. ordinario nell'Università
Imperatore Guglielmo in Strasburgo.
XXIII. *
Professore Dott. A. Merx di Heidelberg.
Essendosi in questi ultimi mesi ripetutamente parlato in diversi luoghi e segnatamente a Dresda ed a Berlino dell'uso che si farebbe dagli Ebrei del sangue cristiano per festeggiare la Pasqua (Pessach) e tale voce essendo stata diffusa per agitare le plebi ignoranti, venni invitato a dichiarare se un tale delitto, designato col nome di assassinio rituale, sia prescritto dalle leggi della religione ebraica. Dichiaro perciò:
1. La legge ebraica proibisce l'assassinio in generale e assolutamente: “Il sangue di colui che spanderà il sangue dell'uomo sarà sparso dall'uomo” (Gen., ix, 6) “Non uccidere” (Es., xx, 13).
2. La legge ebraica proibisce l'uso del sangue in generale ed assolutamente: “Chiunque ne mangerà (sangue) sia sterminato” (Lev., xvii, 14). Questo precetto è la principale ragione del rito con cui gli Ebrei uccidono gli animali allo scopo di sbarazzare completamente la carne dal sangue. Da ciò risulta assolutamente falso che gli Ebrei adoperino sangue per preparare la loro focaccia di Pasqua, in caso contrario il precetto generale dovrebbe essere annullato da un precetto speciale.
3. Nella legge sulla festa di (Pessach) Pasqua (Es., xii, 13) non si trova tale precetto speciale e non può trovarvisi, giacchè allorquando fu data questa legge non esistevano fanciulli cristiani; ma al contrario non era permesso uccidere, come pretende la vieta calunnia, nè fanciulli, nè adulti di altra religione. Nell'intiera legge non vi è neppure una parola sulla uccisione di uomini.
4. Nella legislazione della Bibbia non è prescritto per la festa di Pasqua l'uso del sangue di fanciulli cristiani. Nessuno potè trovare un solo passo, il quale provi che l'assassinio rituale sia prescritto.
5. In seguito a ciò l'affermazione, sorta del resto dopo il xv secolo, che gli Ebrei adoperino sangue cristiano per la loro festa di Pasqua, risulta non vera, e non può appoggiarsi a nessun testo della legge ebraica. Quello che la ripete senza addurne prove, ciò che del resto gli riescirebbe assai difficile, e quello che in riunioni pubbliche pretende dimostrare che è basata su fatti, deve essere condannato come un miserabile calunniatore, col quale si deve adoperare il Codice penale.
San Remo, 10 ottobre 1882.
D. A. Merx.
Professore di Esegesi del Vecchio Testamento
nell'Università di Heidelberg.
XXIV. *
Prof. dott. Carlo Bernardo Stade di Giessen.
Colui che afferma gli Ebrei adoperare sangue cristiano per una solennità rituale, dà saggio di ignorare assolutamente la storia ed il carattere della religione ebraica.
In qualsiasi modo sia per finire il processo di Tisza Eszlar è fin d'ora sicuro che non potrà mai venir invocato nè contro la religione ebraica, nè contro l'indole degli Ebrei, i fatti di cui sono accusati i macellai di quel paese, essendo ripugnanti all'indole degli Ebrei, e detestati dalla religione ebraica.
Giessen, 10 ottobre 1882.
Dott. Carlo Bernardo Stade,
Professore ordinario.
XXV. *
Facoltà teologica dell'Università di Amsterdam.
La facoltà teologica di Amsterdam è riconoscente ai Rabbini che, adunatisi in Buda Pest il 5 luglio di questo anno, (1882), deliberarono di invitarla a dare il suo parere sopra una vecchia accusa che ora viene nuovamente scagliata contro gli Ebrei.
Essa si crede perciò obbligata di far pubblica la sua disapprovazione contro la diffusione di una asserzione altrettanto infondata quanto pericolosa, ed unendosi al giudizio di tutti gli uomini competenti in siffatta materia, si dichiara profondamente convinta, che in nessuno dei libri religiosi degli Ebrei si contenga la prescrizione di adoperare, per iscopi rituali, sangue umano ottenuto da un assassinio.
La Facoltà teologica dell'Università di Amsterdam,
P. D. Chantepie de la Saussaye, praes.
J. G. D. Martins, cancelliere.
XXVI. *
Professore Dott. Carlo Siegfried di Jena.
Chiunque ha voglia di aprire la Bibbia può convincersi che l'accusa che gli Ebrei adoperino sangue cristiano non è che una invenzione di malvagi, accolta soltanto dagli imbecilli, poichè nei cinque libri di Mosè nulla è più severamente vietato agli Ebrei dell'uso del sangue. (Genesi, ix, 4. — Levitico, vii, 26, 27. — Deut., xii, 16, ed altri).
Siffatta accusa, spessissimo ripetuta dall'odio di religione e di razza, non venne in nessunissimo caso provata; anzi coloro che sostennero le polemiche più accanite contro il Giudaismo, o, non appena cominciarono a conoscere gli usi ebraici, lasciarono cadere l'accusa, o, come dice Wagenseil, riconobbero l'impossibilità di sostenerla.
Ogni nuova ripetizione di tale accusa dimostra una imbecillità ed una impertinenza grandissime e costituisce una vergogna pei popoli cristiani che la permettono, una vergogna pei giornali cristiani che ne rimangono spettatori, o mal celano dietro frasi pietose i loro istinti di Caino.
XXVII. *
Professore Francesco Delitzch.
Nella questione di sangue venuta nuovamente a galla in seguito al fatto di Tisza-Eszlar ho dato già due attestati che saranno arrivati in Ungheria da Colonia e da Berlino; però non voglio lasciar senza risposta anche il di lei invito giacchè una triplice corda si rompe meno facilmente.
In quei due pareri ho minuziosamente provato il fatto, che nei due Talmud non soltanto non si trova nessuna prescrizione, che ordini o raccomandi l'uso rituale di sangue umano non ebraico, ma che anche nella legge rituale non si può scoprire assolutamente nessun appoggio per questa insinuazione. Essa è una pura immaginazione, un'idea senza fondamento, un parto dell'ignoranza, dell'astio e della menzogna.
La Civiltà Cattolica dell'anno 1881, pag. 731 infinocchia ai suoi lettori, che l'uso del sangue sia una tradizione segreta, che non esiste che a voce e precisamente quale segreto ereditario fra i discreti e fidati. Questo è un nuovo tentativo di salvare la causa ormai perduta dell'accusa, volendo far credere che quello non si può provare quale Halaca (precetto scritto) sia un Minhag (uso) conosciuto solamente dagli iniziati. Ma anche questo tentativo è un peccato contro il comandamento: “Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.”
In causa della mia relazione colla missione degli Ebrei ho fatto conoscenza da 50 anni con un certo numero di proseliti, ma posso assicurare dinanzi a Dio, che nessuno sapeva qualche cosa di quell'uso assassino. — Tutti dichiararono unanimi una pura invenzione l'incolpazione di sangue.
La pacificazione della Sinagoga colla Chiesa è stata sempre la mèta principale dei miei desiderii. Tanto più antipatico mi riesce ogni tentativo di aumentare l'abisso esistente per mezzo dell'odio di razza antisemitico, ed il vantaggio che gli antisemiti vorrebbero trarre per la loro causa dalla sorte tuttora ignota di Esther Solymossy, il di cui assassino, se essa fu assassinata, sarà non solamente dal punto di vista cristiano, ma anche dal punto di vista ebraico, un mostro che offende il nome di Dio.
Se ella vuole pubblicare questa mia testimonianza, sarò lieto se gioverà a domare la furia scatenata dell'odio che si fa arma di una bugia.
Lipsia, 13 ottobre 1882.
Devotissimo suo
Professore Francesco Delitzsch.
XXVIII. *
Lettera di S. E. Illma e Revma Monsignor Giorgio Kopp vescovo cattolico di Fulda al Rabbino provinciale della stessa città Dott. Chaan.
Fulda, 4 novembre, 1882.
Pregiatissimo signor Dottore,
Assecondando il di lei desiderio, non esito a ripeterle in iscritto la dichiarazione che già varie volte le ho fatto, doversi ritenere una maligna bugia la supposizione, che gli Ebrei abbiano mai usato sangue cristiano per iscopi rituali: tale supposizione non si può provare nè con la religione ebraica, nè con la storia, sicchè devesi respingere ogni accusa di questo genere su qualunque base fosse fondata.
Con perfetta stima, ecc.
Kopp. Vescovo di Fulda.
XXIX. *
Ernesto Renan (361).
Parigi, 16 novembre 1882.
Fra tutte le calunnie, generate dall'odio e dal fanatismo, la più assurda è certamente quella per cui si incolpano gli Ebrei di commettere assassinii allo scopo di aver modo di compiere riti sanguinosi. Uno dei tratti più caratteristici della religione ebraica è la proibizione del sangue quale nutrimento dell'uomo. Questa precauzione che era in altri tempi assai adatta ad inspirare il rispetto della vita, venne osservata dal Giudaismo con tutta coscienza, anche quando i tempi e le condizioni della civiltà ne rendevano assai penosa l'osservanza, ed ora si pretende che il pio ebreo, che morrebbe di fame e affronterebbe il martirio piuttosto che inghiottire un pezzetto di carne non del tutto monda di sangue, si nutrisse proprio di sangue in un'agape religiosa! È questa una orribile sciocchezza. Sono convintissimo che non uno dei racconti che parlano di pasti pasquali con sangue ha base reale; se un tal delitto fosse stato commesso, direi che il miserabile che ne fu autore ha violato tutti i precetti dell'Ebraismo; ma io vado più in là e non credo che simile delitto sia mai stato commesso. L'immaginazione umana non è molto fertile nell'inventare calunnie. La fiaba di pasti misteriosi conditi con sangue umano fu sempre artificio tratto in campo per combattere coloro che un cieco pregiudizio voleva rovinare. Questa stessa calunnia fu in altri tempi occasione a deplorabili persecuzioni contro i Cristiani. Eppure è ben certo che la Sacra Cena dei Cristiani non venne mai insozzata da tale misfatto. Altrettanto innocenti sono certamente le pasque ebraiche. Sarebbe degno della cristianità impedire che da questa miserabile bugia, per la quale in altri tempi ebbero tanto a soffrire i Cristiani, si traesse profitto contro altri.
XXX.
Discorso dell'Em. Cardinale E. O. Manning Arcivescovo di Westminster.
Abbiamo detto che gli avversari sistematici degli Ebrei non devono cercarsi nel partito che comunemente si designa col nome di clericale; il seguente discorso pronunciato dall'Em.mo Cardinale Manning (362), in un meeting tenuto a Londra per protestare contro i maltrattamenti cui son fatti segno gli Ebrei della Russia, è la più eloquente conferma delle parole nostre.
Mylord, Signore e Signori,
Ho spesso dovuto proporre mozioni in assemblee simili a questa, ma non ricordo di averne mai proposto alcuna con una convinzione più perfetta della mia ragione, e con un più completo assenso della mia coscienza. Prima di continuare sarà forse miglior consiglio leggervi questa mia mozione. Essa è così concepita:
“Questa Assemblea, pur riconoscendo di non aver nè diritto, nè desiderio di ingerirsi negli affari interni di un altro paese, e pur desiderando che le relazioni le più amichevoli tra l'Inghilterra e la Russia vengan continuate, crede suo debito manifestare l'avviso, che le leggi della Russia che risguardano gli Ebrei, tendono ad avvilirli agli occhi della popolazione cristiana, e ad esporre gli Ebrei russi ai furori di una ignoranza fanatica.”
Io non ho bisogno di dirvi che noi non siamo qui adunati per uno scopo politico. Se vi fosse la menoma traccia di politica, io non sarei qui. È perchè io credo che noi siamo ben al disopra delle passioni e delle lotte politiche, che noi siamo nella serena regione delle simpatie e della giustizia umana che oggi io mi trovo qui. Posso anche dichiarare che nulla è più lontano dalle mie intenzioni — sono convinto che voi siete del mio avviso — che di far cosa che fosse come una infrazione a quelle leggi di pace, d'ordine e di mutuo rispetto che uniscono le nazioni fra di loro o di tentare d'intervenire o d'ingerirsi nella legislazione interna della Russia (applausi). Io sono anche costretto a dichiarare che partecipo di tutto cuore ai sentimenti di venerazione espressi dal nobile Conte [di Shaftesbury] verso la Famiglia Imperiale di Russia. Non si può aver osservato quella famiglia durante questi ultimi anni, non si può pensare alla posizione dell'Imperatore attuale senza provare una profonda simpatia che ci impedisce ogni intenzione di usare una sola parola che possa ferire l'animo dello Czar (applausi). Io posso adunque dichiarare in modo assoluto che non una delle mie parole — e credo poter parlare in nome di voi tutti — si scosterà intenzionalmente dalla venerazione dovuta ad una persona gravata d'una responsabilità così pesante come quella che è toccata in sorte all'Imperatore di Russia. Di più posso dire, pur non volendo toccare alla questione della legislazione interna della Russia, che esistono leggi più forti di tutta la legislazione russa, leggi che sono egualmente imperative a Londra, a Pietroburgo ed a Mosca, — le leggi della umanità, della natura e di Dio, che sono il fondamento di tutte le altre leggi; e se in una legislazione qualsiasi esse sono poste in non cale, tutte le nazioni dell'Europa cristiana, tutta la comunione degli uomini civili e cristiani, avranno all'istante il diritto di protestare apertamente contro di essa (applausi).
Ed ora bisogna che io tocchi un argomento che, lo confesso, mi ha recato molto dolore. Noi abbiamo tutti seguito durante un anno ciò che in Germania si chiama il movimento antisemitico. Io provo, guardandolo, due sentimenti: prima un sentimento d'orrore, perchè tende a rovesciare i fondamenti della vita sociale, poi un sentimento grandissimo di paura, perchè può tendere ad eccitare ancora l'odio che ha già fatto esplosione in Russia e che potrebbe estendersi maggiormente. Ho letto con molto dispiacere un elaboratissimo articolo, pieno, non vi ha dubbio, di osservazioni esatte, scritto in Prussia e pubblicato nel Nineteenth Century, in cui si descrivono le animosità sociali, le gelosie e le rivalità che dominano ora in quel paese. Leggendo questo articolo, il mio primo sentimento fu il dolore di vedere che il potere e la forza dell'Antico Testamento, sieno nel Ducato di Brandeburgo così superiori al Nuovo. Io sono afflitto vedendo che una società imbevuta di razionalismo non abbia abbastanza cristiana dottrina, cristiano potere, cristiano carattere e cristiana virtù, per rendere impossibile che il popolo ebreo per quanto sia colto, raffinato, laborioso ed energico, faccia tremare la società cristiana di quel grande Regno. Ho letto, del pari con dolore, le narrazioni sulla condizione degli Ebrei russi e le accuse di cui sono l'oggetto. Se vi accenno prego i miei amici israeliti che mi ascoltano di credere che le respingo con incredulità e disgusto. Leggo che la causa degli avvenimenti in Russia, è che gli Ebrei fanno dei mestieri infami, che sono usurai, immorali, demoralizzatori e non so che altro ancora. Leggendo quelle accuse io mi chiedevo: l'oltraggio è forse un rimedio? Si potranno forse guarire con l'oltraggio, l'assassinio, le abbominazioni di ogni specie? Non imitano essi quelli che dovrebbero insegnar loro una morale più alta? E dato pur fosse vero, locchè non credo, che essi fossero in queste condizioni, non gravitano forse su di loro leggi deplorevoli? Vi ha cosa che maggiormente avvilisca gli uomini che il precludere alla loro energia, alla loro intelligenza, alla loro industria, tutte le carriere onorevoli della vita (applausi). Vi ha cosa che maggiormente degradi od irriti l'uomo che il dirgli: “voi non potete andar oltre questo limite — voi non potete accostarvi a più di quindici miglia da questo confine; — voi non potete dimorare in questa città — voi siete costretto a dimorare in questa provincia?” (applausi). Non so se vi sia qualcuno che possa credere che tutta la popolazione non sia colpita in fondo all'anima da tali leggi, e se è possibile il renderla peggiore questo è certamente il modo di riescirvi. Si fanno questi rimproveri agli Israeliti russi. Perchè non si fanno anche agli Israeliti tedeschi? Gli autori del movimento antisemitico confessano essi stessi che gli Israeliti in Germania sono superiori ai loro concittadini (applausi). Perchè simili accuse non si muovono contro gli Israeliti francesi? (applausi). Vi ha una carriera di utilità pubblica, una via di onore civile o militare nella quale gli Israeliti non abbiano camminato a fianco dei loro concittadini? Se queste accuse si fanno agli Israeliti della Russia, chi vorrebbe farle a quelli d'Inghilterra? (vivi applausi). Per rettitudine, coltura, generosità, carità, per tutte le grazie e per tutte le virtù insomma che abbelliscono l'umanità, dove si troveranno, io lo domando, esempi più brillanti, più pieni della vera grandezza umana, che in questo ramo della razza ebraica? (Applausi immensi. Una voce grida: Grazie!).
Ed ora ci si dice che non devesi prestar fede alle narrazioni di quelle atrocità. Io domando se nei giornali del continente si stampassero lunghe e particolareggiate narrazioni di omicidii, di rapine e di altre atrocità commesse nelle parti le più frequentate di Londra, se si asserisse che il Lord Maire vi ha assistito, che la polizia è rimasta inoperosa, che le guardie della Torre hanno fatto causa comune colla folla, voi o Mylord [il Lord Mayor di Londra, che presiedeva all'adunanza], ringraziereste, credo, chiunque vi fornisse occasione di smentire simili racconti. Ebbene io dico che noi, con quanto facciamo, rendiamo un gran servigio alle Autorità ed al Ministero russo, e credo che ciò sarà una consolazione pel gran principe che regna su quel vasto impero (applausi). Ma supponiamo un istante che queste cose siano vere — ed io non appoggio la mia ipotesi della credibilità di quei fatti su quanto ne stamparono il Times o la Pall Mall Gazette che se ne è resa garante. — Io ne ho delle prove in mano (applausi). Donde le traggo? Da un documento ufficiale del Ministro dell'Interno, il generale Ignatieff. Nella mozione che io vi ho presentato si parla delle leggi della Russia rispetto ai sudditi Ebrei. Io non pretendo esser giurista nel diritto inglese ed ancor meno nel diritto russo; io non pretendo decidere ciò che siano su questo punto le leggi della Russia, e non saprei che dire su questa mozione, se non avessi in mano un rescritto di una grande importanza. Spero che non lo si dirà falso. Queste orribili atrocità durarono i mesi di maggio, giugno e luglio. In agosto comparve questo documento. Comincia coll'affliggersi e col desolarsi, ma di che? Delle atrocità forse che furono commesse contro gli Ebrei, sudditi dello Czar? Oh no! ma bensì della triste condizione dei Cristiani nelle provincie meridionali. Poi dice che la principale causa di questi movimenti e tumulti, come li chiama, ai quali la nazione russa era sino ad ora rimasta straniera, è una causa commerciale; continua dicendo che la condotta degli Ebrei provocò delle proteste da parte del popolo il quale manifestò la sua indignazione; ed in che modo? lo si crederebbe? colla violenza ed il saccheggio. Infine il Ministro dell'Interno ci dice che il paese è esposto a dei segreti intrighi, che sono, come è noto, la vera causa dell'agitazione. Se la forma di questo documento è calma, la rettorica e le insinuazioni vi sono incendiarie, ed io duro fatica a comprendere come il popolo Russo, avuto questo rescritto nelle mani, non siasi trovato incoraggiato a continuare nelle sue violenze (applausi). Il documento continua e dice: “Abbiamo nominato una Commissione per eseguire un'inchiesta...” su che? Prima di tutto “sui mestieri esercitati dagli Ebrei che arrecano nocumento agli abitanti delle rispettive località;” in secondo luogo — prego l'Assemblea di volerlo ben notare — “sulle cause che impediscono l'applicazione delle leggi esistenti, che restringono i diritti degli Ebrei di comperare e condurre terre, di darsi al commercio dei liquori ed all'usura;” in terzo luogo “sulle modificazioni da introdursi in queste leggi perchè gli Ebrei non possano più eluderle, e sull'esame delle nuove leggi che sarebbero necessarie per metter fine alla loro perniciosa condotta.” Finalmente oltre le risposte a tali questioni dovevansi riunire notizie: 1º sull'usura esercitata dagli Ebrei nei loro affari coi Cristiani, nelle città, borghi e villaggi; 2º sul numero delle osterie; 3º sul numero delle persone attualmente al servizio degli Ebrei; 4º sull'estensione dei loro terreni ed infine sul numero degli agricoltori ebrei. Ecco dunque le leggi russe concernenti gli Ebrei dell'Impero. Io vorrei chiedere qual rimedio sia possibile per una popolazione sottoposta ad un simile regime. Forse nell'accrescimento delle penalità? o nella incapacità di possedere terreni? o nella proibizione di mandare i giovinetti israeliti negli stabilimenti d'istruzione superiore? Tutto ciò venne fatto. Ma io credo che il rimedio sia in questi due provvedimenti: primo, l'applicazione formale della legge cristiana in tutta la sua intierezza. Non è con simili leggi che i Cristiani hanno guadagnato il mondo ed acquistato il regolare potere di amministrare la giustizia fra gli uomini, e non sarà che con leggi diverse che il gran potere imperiale della Russia riunirà la popolazione dell'impero ai suoi sudditi israeliti (applausi). L'altro rimedio è la condanna severa e rigorosa di tutti i malfattori, unita alla concessione, del paro ferma, di tutti i diritti che la legge naturale e divina accorda ad ogni uomo. Ciò è necessario per proteggere la vita e le persone, la loro sicurezza ed i loro beni, ciò costituisce la libertà umana, tutto ciò — e nulla di meno — è necessario per prevenire i mali di cui si lagna il Ministro dell'Interno.
Voi avete parlato, o Mylord, con gran fiducia dei risultati che vi attendete da questo meeting. Non facciamoci soverchie illusioni. Se ci immaginiamo che esso ponga fine alla questione, sicchè dopo potremo tacere, temo che l'effetto non sarà quale lo desideriamo. Ma non scoraggiamoci neppur troppo. Son d'avviso che in tutta l'Inghilterra, posso dire in tutta la Gran Brettagna, questa Assemblea troverà eco (applausi). Manchester e Birmingham hanno già cominciato e dovunque si parla inglese, si saprà ciò che oggi fu qui detto con tanta eloquenza. Io credo che in questo momento un simile meeting sia adunato a New York (applausi). Ciò che qui si dice verrà tradotto in tutte le lingue d'Europa, e la voce di quanto abbiam fatto varcherà anche i confini della Russia. Nè si potrà trattenerla, più di quanto si possa trattenere la luce e l'aria in qualsivoglia parte del mondo dove sianvi sentimenti umani, le dichiarazioni fatte qui ed altrove troveranno un'eco che contribuirà a por fine a queste orribili atrocità.
Non ho più che una parola a dire. Ho tentato di trattare questa questione con un modo giusto e calmo. Ho parlato della importanza di una giustizia politica eguale per tutti, arrossirei di terminare senza dire una parola di quanto deve risvegliare fortemente le simpatie cristiane. Vi ha un libro, che è proprietà comune della razza di Israello e di noi Cristiani. Questo libro ci stringe in un vincolo comune, ed in quel libro io leggo che il popolo di Israello è il più antico popolo del mondo. La Russia, l'Austria, l'Inghilterra non datano che da ieri in confronto di questo popolo imperituro che — con una inesauribile vitalità, con tradizioni immutabili, colla sua fede in Dio e nelle leggi di Dio, disperso su tutto il globo, passando a traverso il fuoco senza bruciarsi, trascinato nel fango senza insozzarsi — è ancora qui in mezzo a noi, come un testimonio ed un avvertimento. Noi abbiamo con lui un patto di fraternità. Il nuovo Testamento ha nel vecchio la sua base. Gli Ebrei accettano la metà delle credenze per cui noi daremmo volentieri la vita. Confessiamo adunque che essi sono uniti a noi in una simpatia comune. Io leggo in quel libro queste parole: “Io sono infiammato da un gran corruccio contro le nazioni possenti e ricche, perchè io era un po' irritato contro Israele ed essi aumentarono la sua afflizione.” Ciò vuol dire: “Il mio popolo era disperso; ha sofferto disgrazie inaudite ed inconcepibili, e le nazioni che erano potenti, che erano ricche e che avevano il potere, lo hanno colpito ed hanno aumentato l'afflizione di cui già soffriva.” Io spero non vi sia in tutta Inghilterra una persona che si dica civile e cristiana che possa avere il cuore di accrescere con una sola parola le sofferenze di questo popolo così grande, così antico e così afflitto, ma spero che coi nostri sforzi, colla nostra parola, colla nostra preghiera, faremo quanto è in noi per diminuire, se è possibile, quelle atrocità od almeno per non associarvisi mai. (Lungo scoppio di applausi).
XXXI.
Il giornale SION e l'opinione di un Archimandrita greco.
Col titolo di Sion si pubblica da circa quattro anni in Atene, in lingua greca, un importante periodico ebdomadario, il quale si occupa particolarmente di Sacra letteratura, di religione e di scienza biblica. Ne è Direttore il rev. Archimandrita D. Latta, cui, ci si assicura, attende un alto posto nell'episcopato greco-scismatico.
Nel numero 29 giugno (v. s.) 1883 questo giornale conteneva un ammirabile articolo ispirato a vero sentimento di religione e di carità, dove dopo aver posto a nudo le inique trame che dettero origine al mostruoso processo di Tisza Eslar, passa a dimostrare, quanto sieno ingiuste le persecuzioni di cui in ogni tempo furono vittime gli Israeliti e specialmente quelle occasionate dal preteso uso del sangue cristiano nella celebrazione del loro rito pasquale.
“Questa, scrive il succitato giornale, è una grossolana menzogna, una mera calunnia. Infatti sono molti secoli che di quando in quando si sparge la voce che gli Ebrei commettono un tale atto, e quindi si sollevano torbidi, si agitano le popolazioni, si consumano massacri ed uccisioni di Ebrei; ma dopo alcun tempo, succeduta la calma, si prova che tutto non fu altro che menzogna, e la tragica rappresentazione termina col solito vocabolo turco Giaglis (errore).”
Ci è impossibile riprodurre l'intiero articolo, che consta di ben cinque compatte colonne, ne daremo quindi soltanto un altro brano:
“La Sion compie un dovere cristiano esortando i Cristiani tanto Greci, quanto Rumeni, Russi ed Ungheresi ed in generale i Cristiani di qualunque nazione, a cessare da queste odiose calunnie contro gli Ebrei. Fu già epoca in cui gli stessi Cristiani trovavansi presso i Romani in una condizione di avvilimento simile a quella in cui si trovano oggi gli Ebrei rimpetto ai Cristiani! Sapete che cosa fecero a quell'epoca gli idolatri per isterminare i Cristiani? Calunniarono questi presso l'imperatore Antonino, di scannare uomini, mangiarne le carni e berne il sangue nelle loro cene. Ed appoggiarono la loro calunnia sulla voce sparsa che i Cristiani raccogliendosi per adorare il loro Dio fanno sacrifizi e mangiano del corpo e del sangue del loro liberatore Gesù Cristo.
“Intorno a quell'ingiusta calunnia che valse ad eccitare l'ira dell'Imperatore contro i Cristiani, e che costò un numero considerevole di Martiri, San Giustino, filosofo e martire, scrisse un'apologia all'Imperatore, nella quale prova l'insussistenza di questi pretesi sagrifizi umani che a carico dei Cristiani furono denunziati. A quest'apologia dell'insigne filosofo cristiano, noi rimandiamo chiunque desiderasse conoscere i particolari della ignominiosa accusa. Ma se gli idolatri agivano in tal guisa contro i Cristiani d'allora, è forse lecito a noi Cristiani, la generazione eletta, il reale sacerdozio, la gente santa a cui fu commesso di predicare la virtù di Colui che ci chiamò dalle tenebre alla sua meravigliosa luce, è forse lecito a noi ordire tratto tratto simili calunnie, e promuovere scene sanguinose, agitazioni sociali a danno di una nazione, la quale sopportò coraggiosamente ogni male per mantenersi fedele alle sacre sue tradizioni? — E andando più avanti diremo: Lice a noi di sollevarci contro una nazione che fu l'origine della nostra redenzione, che per secoli faticò, pregò, sacrificò per far discendere Iddio all'uomo . . . . . ”
In seguito a questo articolo il Rabbino Maggiore di Corfù, un dotto e valente nostro compatriota, il prof. Levi, avendo indirizzato al Rev. Latta alcune parole di gratitudine, ne ebbe in risposta la seguente lettera che riproduciamo, traducendola, da un supplemento del giornale israelitico, Il Mosè, che vede la luce in Corfù:
“Reverendissimo signor Gran Rabbino Levi,
“Abbiamo letto con animo grato e con soddisfazione la lettera del 4 luglio che ci indirizzaste da Corfù, ed abbiamo rese grazie a Dio per il progresso, che, mercè il divino aiuto, ha fatto in questi giorni di luce e di civiltà, il vero spirito di religione.
“Vi siamo cordialmente grati per i sentimenti nobili ed amorosi che, obbedendo all'impulso del cuore, avete manifestato verso di noi, perchè abbiamo scritto un articolo contro le calunnie, notoriamente false, ed assolutamente infondate che vengono diffuse nel mondo cristiano contro la nazione israelitica. Noi, reverendissimo signore, scrivendo in quella guisa non facemmo, sappiatelo, che servire da umili sacerdoti la cristiana religione. La storia della umanità chiaramente prova che molteplici superstizioni secolari, errate credenze, false e bugiarde tradizioni, hanno tanto influito sullo spirito dell'umanità da ridurla per molti secoli bassa e cieca serva di principii falsi e dannosi. Ma il nostro Gesù Cristo ha giustamente proclamato primo e fondamentale scopo della sua venuta in terra, esser la liberazione dell'umanità da questa servitù, liberazione che ha conseguita infondendoci la coscienza della verità. E conoscerete la verità e la verità vi francherà. (S. Giov., viii, 32).
“Ogni superstizione, ogni falsa tradizione, ogni fallace credenza è assolutamente nemica della verità cristiana e tende, per conseguenza, a distruggere il grande scopo che il Cristianesimo si propone di raggiungere in questo mondo.
“È perciò, reverendissimo, che noi, che siamo nelle file dei sacerdoti della religione, abbiamo il dovere di lottare con tutte le nostre forze ed a prezzo di qualunque sagrifizio contro la menzogna e di procurare il trionfo della verità. Ora abbiamo sempre affermato colla parola e colla penna e sempre affermeremo, sino a che avremo vita, esser menzogna, infame, vergognosa menzogna, atta soltanto a dissolvere i vincoli della sociale convivenza quella che si diffonde nella Cristianità, e cioè che gli Ebrei uccidano i figli dei Cristiani per raccoglierne il sangue.
“Vi dichiariamo infine, reverendissimo, che è per noi cagione di vivo e costante dolore il vedere come coll'imperdonabile pretesto di apparenti differenze religiose, si tenti di promuovere dissidii fra due nazioni che si resero egualmente benemerite della umanità, l'una l'ebraica, pregando in Gerusalemme per far discendere Iddio nell'uomo, l'altra la greca, filosofando in Atene per rialzare l'uomo sino a Dio.
“Ci è grato per altro di constatare come, in questi ultimi anni, tali ingiustificabili dissidi sieno divenuti rarissimi e tendano quasi a scomparire.
“Non ci è dato intendere come la fondamentale differenza religiosa che ci separa, e che, come è noto, consiste in ciò soltanto che voi Israeliti proclamate non esser ancora venuto il Messia, possa impedire agli uomini delle due nazioni di vivere d'amore e d'accordo fra loro in qualunque paese si trovino. Questa concordia sembra a noi tanto più necessaria che Dio stesso ha detto agli Israeliti: “Voi mi sarete un tesoro riposto d'infra tutti i popoli . . . . . e mi sarete un Reame sacerdotale e una gente santa.” (Es., xix, 5, 6), mentre poi lo stesso Dio comparso nel mondo sotto spoglie umane disse a noi Cristiani: “Ma voi siete la generazione eletta, il real sacerdozio, la gente santa, il popolo d'acquisto” (i. Pietro ii. 9).
“Facciam voto infine di tutto cuore, reverendissimo, e speriamo lo facciate voi pure che Ebrei e Cristiani, compreso il vero spirito della loro religione, abbandonino per sempre gli imperdonabili odii e rifuggano, con ogni maggior studio, da dar causa a queste lotte, dissidi o differenze religiose vivendo reciprocamente d'amore e d'accordo, siccome conviene sopratutto oggi a popoli che pretendono far parte del civile consorzio.
“E con questo amorevole sentimento vi abbracciamo, reverendissimo, e confidando che i nostri desiderii si realizzino vi confermiamo i sentimenti della nostra considerazione.
“Atene, 11 luglio 1883.
“L'Archimandrita
“Dionisio Latta.”
XXXII.
La questione semitica in Russia esposta dal principe Demidoff di San Donato.
Crediamo non inopportuno dar luogo, fra' documenti, alla seguente memoria del principe Demidoff, sulla questione semitica in Russia.
“Il movimento popolare antisemitico verificatosi in questi ultimi tempi, sotto diverse forme e con notevole insistenza, ha di nuovo messo sul tappeto la così detta questione semitica.
“La nomina di un presidente della Commissione incaricata dell'esame di un così grave argomento, fa sperare che la questione sia per avviarsi verso una soluzione regolare, soluzione che dovrà essere tradotta in atto con lo allontanamento di tutte le condizioni anormali in cui si aggira l'esistenza degli Israeliti, sia sotto il punto di vista politico, sia sotto l'aspetto sociale. Il che costituisce appunto il nodo della questione medesima.
“Uno dei caratteri essenziali e distintivi della situazione fatta in Russia alla popolazione israelitica è l'impossibilità in cui si trovano i sudditi appartenenti alla religione ebraica di trasportare liberamente il proprio domicilio al di là dei confini assegnati per la loro dimora. In virtù di questa legge restrittiva, la quasi totalità del contingente israelitico, che ascende a circa tre milioni di abitanti, si concentra nei Governi del Nord e del Sud-Ovest. E la forzata agglomerazione sopra un territorio relativamente ristretto, nonchè la concorrenza per procacciarsi i mezzi di esistenza, derivata da questa agglomerazione medesima, mettono gli abitanti israeliti in critica quanto penosa condizione, obbligandoli in certo modo a transigere sulla scelta dei mezzi che possono assicurare la loro sussistenza.
“Ognuno conosce la miseria, talvolta straziante, che stringe la grandissima maggioranza degli Ebrei russi; ed è appunto da questa miseria che provengono, come conseguenza naturale, quei fenomeni economici mostruosi, che indignano il mondo civile, quali lo sfruttare con ogni mezzo la popolazione indigena, l'usura e molti altri frutti riprovevoli ed odiosi dei costumi israelitici.
“Qualunque provvedimento repressivo riescirà sempre inefficace a sradicare questi mali, i quali non possono essere soppressi che col mezzo di una non interrotta e coordinata sequela di riforme sostanziali nella esistenza degli sfruttatori, non che in quella degli sfruttati. La diffusione della istruzione, l'impianto del credito rurale, la diminuzione delle imposte e dei balzelli di ogni specie, e nello stesso tempo l'abolizione di quelle leggi antiquate, restrittive e convenzionali, che vietano agli Ebrei la libertà di azione per procacciarsi i mezzi di esistenza, ecco dove bisogna cercare il rimedio ai mali deplorati, con fondata speranza di guarigione.
“Il solo fatto di permettere agli Israeliti, di eleggere il loro domicilio dove meglio loro talenta, basterebbe a rendere più regolari i rapporti anormali fra Ebrei e Cristiani, nei Governi del nord e sud-ovest, inquantochè ciò sarebbe come il lasciare libera l'azione a quella fondamentale legge economica, conosciuta sotto il nome di legge della domanda e della offerta. Tanto più che questa specie di domicilio coatto imposto agli Israeliti non vieta che, in tutto il rimanente del territorio russo, l'usuraio indigeno e nazionale, conosciuto sotto il nome di Kulak, cioè pugno, e che non ha nulla da invidiare all'usuraio ebreo, non compia liberamente le sue alte gesta, quando gli se ne presenta l'occasione.
“I provvedimenti che saranno messi in opera onde garantire il contadino da tutte le forme che riveste l'usura, devono essere di tal genere da condurre seco l'abolizione di questo flagello.
“Ma la questione che esaminiamo ha un altro lato non meno grave e deplorevole.
“Quell'indeterminato sentimento di odio e di disprezzo contro gl'Israeliti che si osserva nel popolo russo, è senza dubbio motivato da quel pregiudizio, tramandato di generazione in generazione, e di secolo in secolo, che si basa sulla differenza della religione, e che al giorno d'oggi, più che mai, ha perduto qualunque ragione di essere.
“E se devesi rimpiangere che nessuno cerchi di sradicare questi pregiudizi, diffondendo nel popolo una razionale spiegazione delle leggende e dei fatti storici, molto più è da deplorarsi che si voglia mantenere questo stato di latente ostilità per mezzo della ineguaglianza civile, che mette gli israeliti in una condizione inferiore a quella di tutti gli altri cittadini dello Stato. Da ogni parte si innalzano mormorii contro lo spirito di corpo e la solidarietà degli Israeliti, contro il loro isolamento dal resto della nazione, contro il loro cocciuto dogmatismo religioso, che li allontana dal consorzio umano, ecc. Ma non è egli anche da chiedersi se possa essere altrimenti, dal momento che si mantengono tutte le condizioni anormali che accompagnano la loro esistenza?
“E questo isolamento degli Ebrei non potrà cessare che se la nostra legislazione si occuperà seriamente di metterli in posizione meno umiliante di fronte a noi, sopprimendo qualunque restrizione ai loro diritti di cittadini; altrimenti non solo l'odio contro gl'Israeliti non verrà sopito, ma dovrà forzatamente scoppiare sempre con crescente violenza.
“L'unificazione reale di tanti e così variati elementi che compongono la popolazione russa, non è possibile se non a patto di vedere istaurato un sistema di grande libertà civile e di assoluta eguaglianza nei diritti e nei doveri di ogni cittadino. È soltanto per mezzo di questi due potenti motivi e livellatori della vita pubblica, che si potranno cancellare le differenze di razza e di religione, differenze che non hanno nessuna significazione per lo Stato; è soltanto con tali fattori che si potrà creare la solidarietà dei pubblici interessi, nonchè l'unione effettiva di tutta una vasta contrada.
“E siccome in questo processo di assimilazione di popoli diversi, la nazionalità che avrà la supremazia sarà sempre quella che si troverà essere la più forte e per il numero e per il grado del suo sviluppo morale, così è da ritenersi per certo che la russificazione effettiva, non quella apparente, di tutti gli abitanti dell'Impero, non potrà aver luogo che quando la Russia saprà atteggiarsi di fronte agl'Israeliti come messaggera di principii nuovi, differenti da quelli che furon loro creati dalla loro esistenza antecedente all'epoca in cui essi furono totalmente allontanati dalla vita pubblica del paese.
“Ecco cosa osserva Macaulay, a proposito della elargizione dei diritti politici e civili agli Israeliti in Inghilterra:
“— Quando la società gode del benessere nella vita, un contratto naturale ed inevitabile fa nascere spontaneo il sentimento del patriottismo nella mente dei cittadini, i quali sanno com'essi devono e il benessere e i piaceri dell'esistenza al luogo che li unisce in un compatto sodalizio. Ma sotto un Governo dispotico e partigiano questa fusione di idee non può avere il significato che avrebbe avuto con un miglior ordine di cose. Gli uomini sono costretti a cercare nel seno del loro partito quella protezione ch'essi avrebbero dovuto trovare nelle leggi del paese loro; questo ha per conseguenza logica e necessaria di far rivolgere verso il partito quei sentimenti che dovrebbero essere dedicati alla patria.”
“Noi, in Russia, abbiamo cura di sequestrare gl'israeliti dal rimanente della popolazione, e poi ci meravigliamo se scorgiamo nei primi una riluttanza spiccata contro ogni tentativo di assimilazione o di unione. La causa della scissura e dell'odio è dunque in noi medesimi, ed è dal nostro seno che bisogna estirparla.
“Se il Governo non vuole riconoscere gli Israeliti quali cittadini proprii ad esercitare tutti i diritti accordati agli altri, e se egli li subisce solamente come un male inevitabile non vi è da aspettarsi, da parte di questi paria, sentimenti diversi da quelli ch'essi nutrono per noi.
“In un caso analogo al nostro possiamo prendere esempio dalla Francia, la quale ci prova come in certe date condizioni gli Ebrei possono divenire, quanto altri mai, membri utilissimi della nazione e del Governo. Essi stanno alla popolazione totale di Parigi nella proporzione di 3 per 100; eppure la questione israelitica è totalmente sconosciuta colà.
“Ci rimarrebbe adesso da trattare un altro punto di vista dell'argomento, quello cioè delle stolide accuse lanciate agli Israeliti, cominciando dalle false interpretazioni con cui si snaturano i libri del loro culto, e terminando coll'addebito che vien loro fatto di servirsi del sangue cristiano per compiere alcuni loro riti religiosi; ma nessuna di queste insulsaggini merita di essere presa in esame e sottoposta alla critica, perciò noi le mettiamo senz'altro da parte prendendo piuttosto in considerazione altre accuse, le quali sembrano a prima vista, non prive di qualche fondamento.
“Si dice per esempio che gl'Israeliti sono incapaci di sopportare qualunque lavoro fisico in generale, ed in ispecial modo quello della coltivazione delle terre; che in qualunque località essi si trovino i loro cespiti di guadagno saranno sempre ricavati dal mestiere di rivenditore, di usuraio, di mezzano, e che per conseguenza, accordando loro il diritto di muoversi liberamente, si mettono a portata della loro capacità, quei distretti ove essi potranno andare a stabilirsi. In queste accuse un solo punto è vero, ed è quello che afferma l'attitudine speciale degli israeliti alla mercatura di ogni genere; e quest'attitudine ch'è infatti una particolarità tipica della razza israelitica, la si deve a circostanze che esistono da migliaia di anni. Ma però non bisogna neppure dimenticare che una parte assai considerevole della popolazione israelitica si occupa di ogni specie di mestieri, senza eccettuare i più faticosi ed i più penosi, come a mo' di esempio, quelli del maniscalco, del fabbro ed altri simili. Ed è altresì accertato che in diverse località gl'Israeliti si dedicano anche alla agricoltura; così nel Governo di Kiew, oltre 10,000 Ebrei di ambo i sessi sono impiegati nella coltura della terra. Secondo i calcoli della decima revisione fatta nel governo di Vilna, apparisce che sopra 61,645 israeliti, 2966 erano agricoltori; nel Caucaso una buona parte di operai agricoli è di razza israelitica; anche nel Libano vi sono più di 100 famiglie delle quali nove decimi lavorano la terra.
“In molte altre località si riscontrano agricoltori israeliti, ma noi reputiamo che gli esempi fino a qui addotti bastino a provare che la razza israelitica non è poi tanto refrattaria al lavoro della terra, quanto comunemente si sostiene.
“E questo fatto è tanto più degno di nota, inquantochè, eccezione fatta dalle colonie sperimentali fondate da Araktcheff, le quali ebbero ad abortire, nessuno incoraggiamento ed appoggio è mai stato accordato a questi tentativi, non solo, ma è provato che ogni sforzo di questo genere ha sempre incontrato difficoltà insuperabili nei regolamenti legislativi. Basterà citare a conferma dell'asserzione il testo della ben conosciuta legge del 1864, con cui viene proibito agli Ebrei di comperar terre dai privati nei governi di Vilna e di Kovno, mentre s'inibiva ai proprietari russi di vendere, affittare od ipotecare agli Ebrei le loro terre.
“Nell'anno 1881 questa legge fu estesa con un articolo addizionale a tutta la popolazione israelitica a cui si vietava la compra e l'affitto di terre in tutto il territorio dell'Ovest. Ciò non di meno, com'è stato detto sopra, la parte predominante della popolazione israelitica costituisce la classe dei mezzani e rivenditori di prodotti delle industrie locali. E se la mediazione rappresenta una delle funzioni vitali nella esistenza economica delle nazioni finchè si mantiene nei limiti necessari, essa diventa una calamità quando nella quantità vi è eccedenza a questi limiti.
“In ultima analisi è appunto sopra questa circostanza che noi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. Ognuno deve sapere che in ogni località, ove siano praticati l'industria ed il commercio rurali, esiste una proporzione matematica fra il numero dei produttori ed il numero dei distributori.
“Eccezione fatta dalle condizioni della produzione locale, vi sono altre cause da cui dipendono le proporzioni sopra indicate. Tali sono il grado di densità della popolazione, i mezzi di trasporto, ed infine tutta una serie di altri fattori, i quali si trovano in rapporto col mercato locale; ma nei governi del nord e del sud-ovest della Russia, le regole di detta proporzione sono assolutamente infrante. Ed è in conseguenza di questa sproporzione che si verifica un eccedente considerevole di forze improduttrici, che escono dai limiti menzionati, ed il cui mantenimento è un penoso aggravio pei produttori. È in queste circostanze che devonsi cercare le cause dei tumulti avvenuti in questi ultimi tempi.
“Accordando agl'Israeliti un'assoluta eguaglianza nei diritti civili ed il concorso di stabilire le loro dimore nei governi della grande Russia, si otterrebbe senza dubbio alcuno per i nostri confini il voluto equilibrio fra i due motori fondamentali della nostra economia locale. In pari tempo, fissandosi colà ove è maggiormente sentita la mancanza dei mediatori per lo scambio dei prodotti, è evidente che una parte della popolazione israelitica riempirebbe in breve tempo questa grande lacuna.
“In questa guisa, sopprimendo le condizioni dannose che obbligano gl'Israeliti ad abitare certe date località, si trasformerebbe un elemento nocivo in un fattore utile alla nostra esistenza politica.
“Nominato membro della Commissione instituita onde esaminare la questione israelitica, ho creduto mio dovere di fare immantinente noto alla Commissione stessa il mio modo di vedere a questo proposito.”