V.
Reading edition
V.
Di varie pubblicazioni antisemite.
1º Lettera.
Al chiarissimo sig. Direttore della Civiltà Cattolica,
Firenze.
I primi capitoli di questo mio, qualsiasi, lavoro erano già licenziati alle stampe, allorquando, ricercando nella Civiltà Cattolica i documenti che sapevo esservi stati pubblicati sul preteso uso del sangue cristiano nei riti ebraici, mi accorsi che il coscienzioso indagatore di quei documenti li aveva fatti precedere da alcune sue articole sulle qualità generali degli Ebrei.
All'articolaio suo non risponderei; chè quelle articole non meriterebbero proprio che io sprecassi attorno ad esse tempo ed inchiostro; ma rivolgo la mia risposta alla Signoria Vostra Preclara, perocchè quelle articole non hanno, agli occhi di ogni uomo spassionato, altro valore, da quello infuori che ad esse deriva dall'essere state accolte in un periodico tanto importante, quale è quello, diretto da V. S. Chiarissima.
Io non so quanto siavi di vero nella comune credenza, che asserisce, la Civiltà Cattolica essere l'organo di quella Compagnia, che nei secoli scorsi ha dato all'Italia, nel Padre Lana Terzi, il divinatore delle maggiori scoperte, per cui vada orgoglioso il secolo nostro, e che, nell'età, nostra, ci diede quel Padre Secchi il cui nome, la cui memoria ut sidera fulgent.
Ma appartenga Ella, o meno, alla dotta Compagnia, di una cosa io sono sicurissimo, che cioè Ella risente per essa la maggior stima, e considera le persecuzioni delle quali fu, è, e, pur troppo, sarà, vittima, da una parte, come una prova della malvagità dei tempi, dall'altra, come una grazia specialissima del Signore che vuole, con triboli e persecuzioni immeritate, sperimentare la fedeltà di quei devoti Suoi servi.
Ora, vorrebbe Ella dirmi, riveritissimo signor mio, qual cuore sarebbe il suo se un giorno, aprendo qualche giornale, e non ne mancano, nemico di quella Compagnia, le accadesse di leggervi le seguenti pagine?
“Assurdo è il supporre che i varî popoli si siano data la voce e la parola d'ordine, di odiare, disprezzare e perseguitare così, senza scopo nè perchè, un ordine speciale. Dunque bisogna ammettere in quest'ordine speciale una causa a lui inerente, insita e quasi connaturata, che sempre mostra i suoi effetti ed eccita sempre l'odio, il disprezzo e la persecuzione non evitabile, nè di fatto mai evitata, in pressochè un secolo e mezzo. La qual causa consiste nel suo odio teorico e pratico contro il genere umano non gesuita. E la causa di quest'odio dove si trova? Ossia, come si forma così e si educa l'indole e la natura gesuitica a quest'odio teorico e pratico contro il genere umano? Non per fermo colla legge morale ed educazione religiosa semplicemente cattolica, qual è rivelata da Dio nell'antico e nel nuovo Testamento. Resta dunque, che la Compagnia di Gesù, si sia foggiata una legge, una morale ed un'educazione religiosa novella e non cristiana, che seco si porta in tutti i paesi dove si va ad abitare, e che mai non ha abbandonata per tanti anni, ed anzi andò sempre più perfezionando, ossia corrompendo in teoria ed in pratica, ottenendo così da tutti i popoli e da tutti i tempi quel ricambio di odio, di disprezzo e di persecuzione che essa ha giurato e praticato sempre contro tutti i popoli ed in tutti i tempi. Or questo impasto di veleno, di odio, di immoralità e di empietà che forma ora la regola e la morale, se non sempre pratica, almeno sempre certamente teorica, della Compagnia di Gesù è quello che si chiama Monita secreta.
“. . . . . Del resto, sarebbero ben sciocchi i gesuiti se non negassero anche in tal caso la verità conosciuta. Ma si mostrerebbero molto più accorti e più savî se invece di negare a parole ciò che le loro autentiche e canoniche leggi dimostrano a chi sa leggere i loro libri, negassero invece coi fatti quello che invece pur troppo coi fatti certamente e notoriamente sempre confermarono e confermano ancor presentemente. Senza i quali fatti, conformi alle loro leggi, chi potrebbe mai spiegare quelle sì ognora rinascenti sollevazioni contro di loro di tanti popoli? Le quali non si sono verificate mai contro nessun altro ordine religioso; perchè nessun altro ordine religioso vi ha mai dato somigliante motivo. Giacchè anche qui è vero che nihil fit sine ratione sufficienti. E se la Compagnia di Gesù sola fra tutti gli Ordini religiosi fu sì odiata sempre, convien bene che vi sia in lei insita una sufficiente ragione eccitante questo continuo e comune odio contro di lei di tutte le nazioni. Or questa ragione sufficiente non può trovarsi certamente nella Legge religiosa. È dunque, anche per ciò solo, necessario il supporre che vi sia ora un'altra legge che la regola e governa, ossia la sregola e la sgoverna.
“La quale legge non è altro che i Monita secreta, lambiccati e quintessenza dell'odio e della malizia antisociale ed anticristiana e dei gesuiti cacciati per divino castigo dalle loro sedi, e dispersi tra le genti fino al giorno in cui riconosceranno anche essi il vero Messia: la libertà. Allora avremo forse anche noi salutem ex inimicis nostris et de manu omnium qui oderunt nos. La Compagnia di Gesù infatti, come fu ed è dappertutto influentissima nel male, dopo che abbandonò la vera dottrina di Cristo, così sarebbe stata e sarà senza dubbio, influentissima nel bene quando o non l'avesse abbandonata, o le ritornasse in seno.”
Io sono certo che leggendo siffatto ammasso di banali insolenze, non sorrette da nessuna ragione, non confortate da nessun fatto, da quello infuori, brutalmente vero, delle persecuzioni sofferte, Ella proverebbe un impeto di sdegno.
Ed avrebbe, Riverito Signor mio, non una, ma mille ragioni; perocchè oggi chi studia le questioni sociali e storielle, sopra libri alquanto più seri che non sieno i romanzi di Eugenio Sue, sa, con certezza, che l'invenzione dei Monita secreta è una delle più spudorate calunnie che sieno mai uscite dalla penna di libellista settario.
Ma sa Ella donde ho tratto le pagine surriferite contro la Compagnia di Gesù?
Sono nè più nè meno che quanto si legge nel volume 6º, anno 1881, pagg. 601 e 735 della sua Civiltà; soltanto, non per ricordare anco una volta. a V. S. Ill.ma il noto qui gladio ferit, gladio perit, ma per mero artifizio di polemica, mi son permesso di sostituire sempre e dovunque alla parola ebrei quella di gesuiti, alla parola Talmud quella di Monita secreta (calunnia per calunnia) indicando del resto sempre e dovunque le mie modificazioni con carattere corsivo; buona fede questa alla quale nè i Gesuiti, nè gli Ebrei sono avvezzi da parte dei loro avversari.
Capisco che Ella mi dirà che ciò che si è detto dei Monita è calunnia nera, e verità invece sacrosanta quanto l'articolaio suo blatera contro il Talmud; ma io le risponderò pregandola a rileggere quanto è scritto nei precedenti capitoli e ad esaminare, con serena coscienza, se più sian convincenti gli argomenti miei o quelli dell'articolaio suo; ma siccome in quei capitoli io non pigliavo di fronte uno piuttosto che un altro nemico del giudaismo, e combattevo, non il calunniatore, ma la calunnia, così consenta che in questa mia lunga lettera io risponda a talune delle più impudenti osservazioni dell'articolaio suo.
Abilità miranda, malizia sopraffina od arte infernale, Riveritissimo Signor mio, è invero quella di cui fa prova l'articolaio suo, allorquando a pag. 4 e 5 del vol. V, pretende provare che l'Assemblea dei notabili ebrei, prima, ed il Sinedrio da poi, convocati a Parigi dal primo Napoleone, ingannarono la Francia ed il mondo, e facendo mostra di amore pei Francesi e per gli uomini civili in generale, proclamarono invece altamente il loro odio per tutti quanti non sono Ebrei.
Riassumo l'argomentazione dell'articolaio suo.
Egli dice: Gli Ebrei dichiararono in quelle solenni adunanze, di avere in conto di fratelli coloro che osservano i sette precetti noachitidi. E questo è vero. Ma, prosegue l'articolaio, fra questi precetti vi ha quello di non mangiar carne strappata da animale vivo, e l'altro di aborrire dal culto degli idoli. Ora nessun popolo, tranne l'ebreo, aborre dall'uso di carni strappate da animali vivi e l'ebreo considera idolatri i Cristiani pel culto di latria che rendono a N. S. Gesù Cristo, pel culto di dulia che professano alla Beata Vergine. Quindi gli Ebrei dicendo di aver in conto di fratelli coloro che osservavano i sette precetti noachitidi, venivano, alla fin dei conti, a dire che non avevano in conto di fratelli altro che se stessi.
Non mi affannerò io certamente a provare che il Dio della Bibbia rivelò a Noè ed a' suoi figli i sette precetti che i talmudisti dicono noachitici.
Son fole, indegne che Ella ed io ci perdiamo tempo.
Ma vorrà Ella negarmi che quei sette precetti rappresentino il minimum, per così dire, della morale?
Che vi ha dunque di strano se gli Ebrei dicono doversi considerare fratelli quelli soltanto che quei precetti noachitici osservano?
Per noi, educati alle idee di moderna tolleranza, di quella tolleranza che l'articolaio suo chiama massonica e che io dico cristiana, è infame eccettuare, teoricamente almeno, dalla fratellanza universale il cannibale e l'antropofago; alla S. V. Illma — nel cui giornale si tributano continui elogi alla cattolica Spagna, che non paga di aver bruciato Mori ed Ebrei in casa sua, ha distrutto, quasi, in America, le razze autoctone — alla S. V. Illma, siffatta eccezione deve sembrar naturale quando le sia provato che non si riferisce a' popoli cristiani o maomettani, ma soltanto agli idolatri ed ai cannibali propriamente detti. E questo lo proverò in poche righe, malgrado i sofismi, diremo rabbinici, dell'articolaio suo.
Cominciamo in amoenis, e cioè dal precetto di non mangiar carni strappate da animali vivi. Nessuna religione, dalla giudaica in fuori, dice l'articolaio suo, ha tale precetto siccome rivelato da Dio; sopra il che ricorda quanto è scritto nei Fioretti di San Francesco nel capo i della vita di Fra Ginepro: “Visitando un frate infermo, domandollo: Possoti io fare servigio alcuno? Rispose l'infermo: Molto mi sarebbe grande consolazione uno peduccio di porco. Disse Frate Ginepro: Lascia fare a me. E va e piglia un coltello, ed in fervore di spirito va per la selva dov'erano certi porci a pascere, e gittossi addosso ad uno e tagliali il piede e fugge lasciando il porco col piè troncato” violando così — prosegue l'articolaio — un precetto noachitico e rendendo indegni sè e il Frate infermo che mangiò il peduccio di porco, della carità universale ebraica.
L'articolaio ha dimenticato che il buon Fra Ginepro ha violato, non uno ma due precetti noachitidi — tanto è vero che i precetti della legge morale sono strettamente connessi gli uni cogli altri — ed ha violato proprio un precetto che Dio ha dato, non soltanto a Noè, ma a Mosè sul Sinai, che la Chiesa cattolica ha conservato fra i comandamenti di Dio, e che i codici penali di tutti i paesi del mondo, non cannibale, hanno accolto nelle loro ampie braccia: Settimo: Non rubare.
Non farò io colpa a Fra Ginepro del furto commesso e della crudeltà di cui si rese colpevole verso quel povero porco; il fervore della carità giustifica colpe ben più gravi che non sian quelle del buon fraticello, ma chieggo a V. S. Illma di indicarmi una nazione civile, un uomo solo, il cui senso morale non sia completamente ottuso, che consenta a recidere un membro ad un animale vivo per cibarsene.
Allorquando i Talmudisti scrivevano non si conosceva morale indipendente; sola sorgente di ogni morale era Dio; se essi posero sotto la salvaguardia di Dio un precetto che Dio non ha certamente rivelato a Noè, ma che ha scolpito nel cuore di ogni uomo, vorrà Ella farne colpa agli Ebrei? E lo potrebbe Ella, pensando con quanto accanimento i giornali di parte sua, e forse la stessa sua Civiltà, perseguitarono la vivisezione, certamente altrettanto crudele quanto l'atto di Frà Ginepro, ma, forse, giustificata dal grande incremento che apporta alle anatomiche discipline?
Creda, creda pure l'articolaio, che il mondo civile intero professa il precetto noachide di non mangiar carne strappata ad animali vivi.
Sed majora premunt. Al dire degli Ebrei, i Cristiani sono idolatri, quindi non osservano i sette precetti noachitidi e quindi sono esclusi da quella che l'articolaio suo chiama, elegantemente, fratellanza giudaica.
Non uso a valermi di altre espressioni, dirò soltanto che in questa argomentazione sono altrettante le inesattezze quante le parole. Gli Ebrei negano la divinità di N. S. Gesù Cristo — se non la negassero, non sarebbero Ebrei — ma ammettono e riconoscono che i Cristiani lo adorano, non come Uomo, ma come Figlio di Dio. Potranno deplorare questo, che per essi è un errore, ma non cadono nell'altro di non comprendere che l'Unità di Dio, il monoteismo, è dogma anche pei Cristiani. Non adorano certamente la Santissima Trinità, non si arrogano di spiegare ciò che è mistero per la Religione cristiana, ma sanno che il dogma della Trinità non esclude il monoteismo. E se il suo articolaio conoscesse almeno di nome la Cabbala e le opere di Knorr, di Rosenroth, di Reuchlin e di Rettangel, non ignorerebbe che nella Cabbala — che gli Ebrei, come Ebrei, non hanno del resto in nessun conto — si trovano parecchie allusioni favorevoli al dogma della Trinità.
Ma senza perderci in questioni cabalistiche, lo stesso articolaio non cita a pag. 732, vol. vi, queste parole del Maimonide? “La concezione, colui che concepisce e chi è concepito sono in Dio tre modi di essere i quali non costituiscono che la stessa essenza, nè formano punto una pluralità.”
Io non mi sento di addentrarmi nel ginepraio di una discussione teologica o filosofica, ma parmi, che queste parole provino abbastanza chiaramente che, nella mente del massimo filosofo e teologo ebreo, il dogma della Trinità non è incompatibile col monoteismo.
Parmi adunque aver dimostrata falsa ed insussistente la calunnia che il suo articolaio addebita agli Ebrei adunati a Parigi di avere, con un abile gioco di parole, manifestato il loro odio verso i popoli non israeliti, facendo credere a sentimenti di fratellanza cui avrebbe repugnato la loro religione. Ma, ad esuberanza, voglio addurre una altra prova.
Il suo articolaio, che a pag. 485 del vol. v enumera abbastanza esattamente i precetti noachitidi, si accorge poi che tutta la sua argomentazione, per provare che, a giudizio degli Ebrei, i Cristiani non osservano quei precetti, claudica, zoppica. Ed allora cosa fa quel bravo signore, che in parecchi luoghi del suo articolo accusa gli Ebrei di aver falsato la Bibbia, con un tratto di mala fede, veramente rabbinica, a pag. 99 del vol. vii, include fra i precetti noachitidi, risum teneatis, la circoncisione! Tantae molis erat provare che gli Ebrei non credono che i Cristiani osservino i precetti noachitidi!!
E passo ad un altro capo d'accusa.
L'articolaio suo è andato ad esumare, dai libri di uno dei tanti Ebrei rinnegati, il Drach, una vecchia, vecchissima accusa contro gli Ebrei.
“Ancora ai nostri giorni, egli dice, un tribunale di tre Ebrei, talvolta i meno civilizzati ed i più ignoranti del luogo, ma che dinanzi alla sinagoga ha piena autorità, si arroga il diritto (noi gemiamo di doverlo dire) di sciogliere i loro correligionari dai loro giuramenti, di annullare le loro promesse ed i loro impegni più sacri, così pel passato, come pel futuro.” Che il Drach fosse un malvagio ed un mentitore impudente, sapevamcelo da un pezzo; che il suo articolaio non conoscesse verbo del Talmud, se non a traverso le opere venali degli Ebrei rinnegati, aveva avuto cura di avvertircene egli stesso con queste parole (pag. 215, vol. vi):
“Alle rivelazioni dei Rabbini convertiti si dee pressochè esclusivamente quella qualunque (assai scarsa!) siasi cognizione in cui ora siamo (parli per sè, il dotto articolaio, chè gli uomini di buona fede sanno attingere ad altre, meno impure, sorgenti) di quella perversa legge (il Talmud).” Ma che nel secolo xix toccasse rispondere, per la millesima volta, ad un'accusa di questo genere, e che quest'accusa fosse riferita dal giornale di una Compagnia meritamente celebre per vastità di dottrina ed acutezza di mente, è cosa che davvero non mi sarei mai aspettato.
Siccome però tengo per assioma il precetto che a qualunque anche stolida accusa convenga rispondere, così rispondo al Drach ed allo articolaio.
Anche in questo caso si verifica il detto volgare, che non c'è fumo senza fuoco, ma è un fuocherello ben piccolo, glielo accerto, in paragone di quello dei roghi che bruciarono tanti poveri Ebrei ed anche, une fois n'est pas coutume, il R. P. Malagrida, che io tengo per altrettanto innocente quanto, quei poveri Ebrei.
Mi stia dunque a sentire, Riverito Signor mio!
È vero che una volta all'anno l'Ebreo si fa prosciogliere dalle promesse non mantenute; ma bisogna distinguere, perchè, come Ella mi insegna: Qui bene distinguit, proximus est veritati.
Non si tratta dunque, come il Drach rabbinicamente insinua, e l'articolaio pecorescamente copia, di promesse fatte a qualsivoglia persona o di giuramenti fatti a privati, a tribunali, a principi; si tratta soltanto di voti religiosi fatti a Dio e non adempiuti per cause indipendenti dalla volontà di chi li ha fatti (325).
Ora giova avvertire due cose: e cioè che se un Cattolico si trova nello stesso caso, ricorre alla Santa Sede, che avendo ricevuto da N. S. Gesù Cristo facoltà di sciogliere e di legare, lo proscioglie dal voto; l'Ebreo, che non ha autorità spirituale, ricorre a tre, che chiamerei probiviri, i quali adempiono ad un atto di carità, tranquillizzandone la coscienza. Oltre a ciò, è a sapersi che gli Ebrei non furono mai troppo teneri dei voti. Nell'Ecclesiaste è detto: “Meglio è che tu non voti, che se tu voti e non adempi” (v. 5) e Rabbi Meir commentando questo versetto soggiunge: “Ma meglio assai non far nessun voto” (326). E forse il buon Rabbi nell'emettere tale parere, aveva presente il versetto 14 del vi dei Numeri, nel quale il Signore comandò che chi ha fatto un voto e lo ha osservato, debba, tra gli altri sacrifizi, offrirne uno in espiazione del peccato di aver fatto un voto.
E se il suo articolaio non fosse convinto e volesse fare un atto di giustizia inconsueto in lui, e che si riassume nel precetto audietur et altera pars, legga la Défense du Judaisme, di Isaac Levy, ed a pag. 62 vi troverà ampiamente confutata la sciocca accusa sulla quale, per mio conto, mi sono anche troppo dilungato.
Un'altra accusa che trovo nel vol. vi, pag. 605, è la seguente:
“I giudei poi non accettano la testimonianza dei non giudei; perchè non si dee credere a chi è sospetto di delitti. E tali sono tutti i non giudei. E perciò, anche secondo il Talmud, nessun ebreo dee porre una sua bestia da soma, o qualsiasi altra nelle stalle dei non giudei, nè lasciar sola con essi una loro donna, e neanche rimanere egli stesso solo con loro, per sospetti espressi chiaramente nel Talmud; ma che bello è il tacere (e più bello il non accennare, in omaggio al proverbio: non parlar di corda in casa del... padre Sanchez). “Sospettano dunque, gli Ebrei di tutto il genere umano non ebreo, e credono birbanti ed infami tutti fuorchè loro: e ciò notisi bene in forza della loro legge e per precetto religioso.”
Sicuro; gli Ebrei ed i loro Rabbini avevano, nel secolo V in cui fu scritto il Talmud, il gran torto di non fidarsi di chi non professava la loro religione; ma di grazia, a che sentimento si ispiravano i Padri del vi Concilio d'Adge e del Concilio Epaonense, vietando ai Cristiani di non mangiare cogli Ebrei? (327). A che sentimento si inspirava papa Benedetto XIII, per tacer d'altri, vietando agli Ebrei di formare società coi Cristiani, di esercitare la medicina, di aver domestici cristiani, ecc., ecc. E quei predicatori che, al dire di papa Martino V (328), che cristianamente ne li biasima, vietavano persino ai Cristiani di cuocere pane per gli Ebrei, obbedivano, di grazia, a che sentimento?
Ma Ella mi dirà che, verso l'Ebreo, empio e spregiatore di ogni legge umana e divina, la diffidenza non è mai troppa, ma che l'Ebreo, sempre trattato amorevolmente dagli altri popoli, aveva obbligo di avere verso di loro la maggior confidenza.
Le storie tutte attestano di questa amorevolezza con cui eran trattati gli Ebrei, ma a me basta spigolare pochissimi fatti, che non sono però fatti isolati, per mostrare quanto torto avessero gli Ebrei di diffidare di coloro che professavano altre religioni, anche se queste imponevano come obbligo, la carità e l'amore verso l'uman genere.
A Beziers nella settimana santa era permesso ai Cristiani di pigliare a sassate gli Ebrei (329).
Ma pigliarli a sassate non basta, e nelle Assise di Bretagna nel 1239, si trova una disposizione che vietava di procedere contro chiunque avesse ucciso un ebreo (330).
E questi empi Ebrei, così ben protetti dalle leggi dei popoli fra cui vivevano, osavano iscrivere nei loro libri religiosi, massime di precauzione contro i loro persecutori!
Perchè, invece, non affidarsi alla pietà di questi? Perchè non invocare, per esempio, l'appoggio di quel buon Ugo, cappellano del visconte di Rochechouart, di cui voglio narrarle le gesta, ad edificazione dell'articolaio suo.
È quasi certo che Ella sa, e che l'articolaio suo che nulla sa, ignora, che una di quelle sante leggi del passato, di cui l'articolaio invoca parecchie volte il ripristinamento, disponeva che gli Ebrei di Tolosa dovessero ricevere uno schiaffo alla porta del maggior tempio, cerimonia piissima ed edificante, che durò fino al principio del xii secolo (331).
Ora quel buon cappellano..... ma val meglio lasci la parola ad un autore non sospetto di soverchia benevolenza verso gli Ebrei: “Quo tempore Ugo, capellanus Americi vicecomitis Rocacardensis, cum eodem seniore suo Tolosæ adfuit in Pascha: et colaphum judaeo, sicut illic omnis Pascha semper moris est, imposuit et cerebrum illico et oculos ex capite perfido ad terram effodit. Qui judæus statim mortuus, ad synagogam judæorum de basilica Sancti Stephani elatus, sepulturæ datus est.” (332).
E badi, Riverito Signor mio, che questi perfidi Ebrei avevano tanto maggior torto di diffidare di questi mitissimi avversari, in quanto la legge li tutelava così bene, che al piissimo cappellano Ugo non fu torto un capello!
Ma che vado io cercando esempi nel tanto calunniato medio evo (come si suol dire nel suo giornale), per provare il torto grandissimo che avevano gli Ebrei di non fidarsi dei loro nemici?
Lo stesso suo articolaio mi fornisce un argomento prezioso. È noto, lippis et tonsoribus, che la Spagna, fra tutte le nazioni europee, è quella che gode la maggior simpatia di V. S. Ill.ma e dei redattori del suo giornale, tanto è vero che a pag. 456 del volume v la trovo chiamata “la più cavalleresca ed anche forse la più cattolica di tutte le nazioni.”
Ora, il suo pio articolaio visto, che se i tempi non volgono propizi agli arrosti, non sono neppur adatti a ristabilire la colafizazione di Tolosa, appena sente che il Governo spagnuolo si mostra disposto a richiamare gli Ebrei, scrive queste precise parole:
“Poco si fidano gli Ebrei dell'ospitalità spagnuola. E non hanno torto. Tanto più che la Spagna passa ora per avere le finanze sì pubbliche e sì private un po' ammalate. E quando gli Ebrei vi avessero seco portati i loro milioni, non si sa se poi qualche moto antisemitico non dovesse ricacciare gli Ebrei dalla Spagna, ritenendo i milioni. Sono cose già accadute, e che il presente dominio liberalesco non può che rendere sempre più facili a riaccadere.”
Lascio a parte l'insinuazione contro il dominio liberalesco; non oppongo l'osservazione che Ferdinando ed Isabella, che cacciarono gli Ebrei, ebbero dalla storia un nome che, grazie a V. S. Ill.ma, ed a pochi suoi accoliti, significa l'opposto di liberale; ma chieggo, a chiunque abbia pratica di arguzie rabbiniche, se dalle linee che ho testè riferito, non appare chiaro il desiderio del pio articolaio suo, che avvenga ciò ch'egli ipocritamente finge di temere, che cioè la cattolica e cavalleresca Spagna scacci cavallerescamente gli Ebrei, e ne ritenga, altrettanto cavallerescamente, i milioni, dato e non concesso che milioni ci sieno?
E quando oggi ancora, in pieno xix secolo, esistono pie persone come l'articolaio suddetto, come il Rohling, come il sucido falsario dell'anonimo opuscolo di Prato, come quel rinnegato di tutte le nazioni e di tutte le religioni che si fa chiamare Osman bey, vi è di che meravigliarsi se gli Ebrei del v secolo avevano ricorso a qualche provvedimento precauzionale contro i loro nemici?
E qui giunto alla fine mi nasce, Riveritissimo Signor mio, un dubbio.
Valeva egli la pena di discutere coll'articolaio suo che mi dà prove luminose di dottrina, collocando Damasco in Egitto (vii, 476); facendo di S. E. il generale Menabrea un ebreo (vii, 238), quando sanno anche i bimbi che quell'egregio uomo di Stato fu tra i fondatori dell'Armonia, ed infine mettendo, come già ebbi a rilevare, la circoncisione fra i precetti noachidi? Ma istruire gli ignoranti è opera di carità, ed io non rimpiangerei le mie parole se non temessi che l'articolaio in questione, fosse fra quegli ignoranti che non vogliono essere istruiti.
Come si fa per esempio ad ammettere la buona fede, altrimenti che spiegandola colla crassa ignoranza, dello scrittore che a pag. 736 del vol. vi, scrive queste parole:
“Polemicamente poi si manifesta la reazione religiosa ebraica con quell'informe ammasso dei loro libri, tutti diretti contro quanto non è ebreo. Più celebri fra questi, perchè più empî e più blasfematorî, sono il Toldos Jescou ossia la generazione di Gesù, e il Maase Talony, ossia Storia dell'impiccato. Ma gli Ebrei si vantano ancora di possedere tre Nizacchi ossia Libri vittoriosi contro i Cristiani e contro il Vangelo, composti l'uno dal Rabbino Matatial, l'altro dal Rabbino Lipman, ed il terzo dal Rabbino Giuseppe Kimchi.
“. . . . . Orribili veramente sono quei libri: ma però necessari a conoscersi da chi vuol sapere ciò che veramente pensano dei Cristiani gli Ebrei.”
Apra l'articolaio il Dizionario storico degli Autori Ebrei, opera di quell'eccellente sacerdote cattolico che fu il prof. De Rossi, a pag. 152 del vol. 2º, e troverà che il Toledoth Jesù ed il Maasse Jésù o taluì sono un libro solo con due titoli diversi, e quanto poi al farne colpa agli Ebrei vedrà che il celebre Mendelssohn protesta “che è uno di quei libri che nessun ebreo di buon senso legge o conosce” e che lo stesso De Rossi conviene che “tutti i più savi e dotti Rabbini sono talmente persuasi della sua impostura che non ne trovo veruno di tanti che hanno scritto di controversie, e difesa la loro religione contro de' Cristiani, che abbia osato citarlo per genuino, per antico, per autorevole.”
Mi è impossibile riportare intiero il capitolo del De Rossi, ma lo legga l'articolaio, e vedrà che l'autore del libercolo è ignoto e non è neppur provato che esso sia un ebreo; sicchè volerne far colpa all'intiera nazione giudaica, sarebbe come dire che tutti gli Europei sono empî, perchè in Europa fu pubblicato, se pur fu pubblicato, il De Tribus impostoribus. Quanto a quelli, che in gergo romanesco-giudaico, l'articolaio chiama Nizzacchi, legga il De Rossi ed all'articolo Matatia, e non Matatial, come sproposita l'articolaio, troverà che questo Rabbino d'incerta età e luogo, è autore di un libro polemico manoscritto, noti l'articolaio manoscritto, contro il Vangelo, intitolato: Nitzachon, o Libro della Vittoria.
All'articolo Lipman, troverà che costui compose nel 1399 un altro Nitzachon in cui confuta gli atei, i sadducei, i caraiti, e specialmente i Cristiani, ed esamina tutti i testi della scrittura da loro prodotti per provare i loro dogmi; all'articolo Kimchi Giuseppe, troverà accuratamente notati i varî titoli delle opere anticristiane di questo dottissimo Rabbino spagnuolo del xii secolo, il quale, al pari degli altri due scellerati Rabbini sunnominati, ha avuto il torto di scrivere dei libri in difesa della religione che professava senza chiederne il permesso all'articolaio suo.
Ed il suo articolaio può rabbrividire ed inorridire e raccapricciare quanto vuole nel ricordarli, ma deve sapere che le opere, quasi tutte inedite, del Kimchi, per dir di questo solo, vennero ritenute dal celebre Michaelis, dal Bruns, dall'anonimo autore delle Effemeridi di Gotha, e da altri letterati moderni, valentissimi nella filologia orientale e sacra, tanto utili per il progresso della medesima e di tanto pregio e importanza, che vivamente desiderarono che venissero ricercati con diligenza e dissotterrati e pubblicati.
Un'ultima osservazione ed ho finito. L'articolaio suo accusa gli Ebrei (vol. x, pag. 611) di aver sostituito al precetto biblico: “Ama dunque il Signore Iddio tuo con tutta l'anima tua e con tutto il tuo maggior potere” l'altro che Dio non si dee amare ma soltanto temere.
Se fossimo ancora nei tempi in cui la lingua ebraica era ignota ai Cristiani, se i riti e i costumi degli Ebrei fossero avvolti nel più profondo mistero, simile accusa potrebbe forse comprendersi; ma essa riesce, oggigiorno, peggio che inesplicabile.
Tutti sanno che gli Ebrei hanno una speciale preghiera, lo Sceman, che devono ripetere almeno due volte al giorno, e che è per loro il simbolo della loro fede, ciò che il Credo è pei cattolici, sicchè tutti i martiri ebrei, morirono collo Sceman sulle labbra.
Ora i primi versetti di questa preghiera, di questo credo, sono testualmente i versetti 4–9 del libro vi del Deuteronomio, e quindi le parole: Ama dunque il Signore Iddio con tutta l'anima tua e con tutto il tuo maggior potere, che non sono altro che il 5º versetto del libro citato del Deuteronomio, forman proprio parte di questa preghiera quotidiana.
Ma non basta; chè gli Ebrei aggiustano tanta importanza a questo versetto, che secondo l'articolaio avrebbero invece posto in non cale, che oggi ancora pronunziandolo “all'oggetto di concentrare la loro attenzione sopra questa verità fondamentale della Religione, usano, dietro l'esempio di un antico dottore della legge, coprirsi gli occhi colla mano destra” (333).
Come ella vede a farlo apposta l'articolaio per una delle poche volte che ha accusato gli Ebrei, senza riprodurre calunnie trite e ritrite, ha avuto proprio la mano felice!
E chiedendo scusa a Lei, della lunga cicalata, depongo la penna, pregandola di credere che è con sommo dolore che devo dar posto ad uno scrittore della Civiltà Cattolica fra un Rohling ed un Osman bey.
Gradisca, ecc.
Corrado Guidetti
Dottore in lettere.
2º G. B. Borelli.
La questione semitica e la sua possibile soluzione.
Un senatore del Regno, l'on. G. B. Borelli, si è occupato dell'argomento che ci preoccupa in un opuscolo intitolato: la Questione semitica e la sua possibile soluzione. Il Borelli, diciamolo subito, conviene con noi che oggi la questione semitica è questione sociale non religiosa, e nemico come egli si addimostra di tutte “le superstizioni religiose e di tutte quelle modalità materiali di culto che isteriliscono ed ammorbano il sentimento religioso” vede la soluzione della questione nei matrimoni misti.
Alieni siccome siamo da ogni pregiudizio religioso, non proviamo nessuna ripugnanza per la soluzione proposta dall'on. Borelli. Gli osserviamo però che egli manca di logica.
Poichè egli ammette che il fanatismo religioso non entra per nulla nella persecuzione degli Israeliti, poichè egli ammette che gli Ebrei sono perseguitati “perchè assorbono e monopolizzano molti interessi commerciali ed industriali e sono in via di impossessarsi della maggior parte di essi” a che cosa crede egli di rimediare coi suoi matrimoni misti?
Se l'on. Borelli legge i giornali, egli vedrà che oggi il partito che aspira al sovvertimento sociale ha messo in pratica il principio della divisione del lavoro.
In quei paesi dove le maggiori ricchezze sono nelle mani dell'aristocrazia, giornalisti, indegni di questo nome, vanno racimolando nella storia tutto quanto può servire a gittar l'onta ed il discredito sugli eredi dei più grandi nomi storici; dove l'aristocrazia è povera, e perciò non odiata, e l'industria potente, sono gli industriali che si designano alle ire del popolino come sanguisughe efferate, come sfruttatori dei loro operai, ecc., ecc. Là infine dove gli Ebrei sono più ricchi è contro di essi che si eccitano le malvage passioni della plebe ignorante e fanatica.
Metta in pratica l'on. Borelli la sua panacea del matrimonio misto, vada anche anche più in là se vuole, converta tutti gli Ebrei al Cristianesimo, li copra magari della cocolla del cappuccino o li ascriva al terz'Ordine di San Francesco, e la questione muterà forse nome, ma resterà intatta.
Se tutti i membri della famiglia Rothschild si unissero in matrimonio con Cristiani, ciò non scemerebbe punto il numero degli invidiosi della loro fortuna.
E la questione sociale, come la questione semitica, è fatta di invidia.
Ora creda pure l'on. Borelli che l'invidia non si attutisce coi matrimoni misti.
Ciò che occorre, ciò che è necessario, è che i perseguitati di ieri, come i perseguitati d'oggi, come quelli di domani, tutti coloro insomma che hanno qualche cosa da perdere, si stringano in un fascio, che tutti concorrano a dissipare le calunnie che gli interessati vanno sobillando or contro una casta, or contro una Corporazione religiosa, or contro i seguaci di una credenza.
Il pericolo che minaccia gli uni, minaccia gli altri e l'Ebreo che ridesse delle persecuzioni che contro il clero cattolico si organizzarono in taluni paesi, non sarebbe meno insensato del Gesuita che plaudisse agli eccessi che i degni successori degli Unni, commettono in Ungheria.
Gli uni e gli altri riderebbero del trionfo dei loro nemici!
3º L'Antisémitique (giornale) — Montdidier.
Abbiamo sormontato quel disgusto che ad ogni uomo onesto ispirano la menzogna la più impudente e la calunnia la più schifosa, ed abbiamo letto, con scrupolosa attenzione, i primi dieci numeri dell'Antisémitique che vede la luce a Montdidier collo scopo apparente di combattere gli Ebrei, collo scopo reale di combattere le convenzioni ferroviarie proposte dal ministero francese, e di farsi gettare nelle fameliche fauci un'offa dal Barone di Rothschild.
Il nostro coraggio nel leggere il giornale-libello non vogliamo sia inutile, sicchè daremo ai lettori nostri una breve recensione dell'immondo fogliaccio.
A dimostrare la sciocchezza e l'ignoranza crassa dei redattori di quel giornale, addurremo tre prove soltanto.
Nel suo sesto numero, annoverando gli Ebrei che occuparono altissime cariche in Europa, pone fra questi, non lo si indovinerebbe in mille, il cardinale Antonelli! E quasi ciò non bastasse, nel numero 8, ribadisce la strana asserzione con queste precise parole: Le feu cardinal Antonelli qui était juif de sang et de naissance.
Come meravigliarsi dopo ciò che lo stesso giornale che tratta da ebreo un cardinale di Santa Chiesa, affermi, con sicumera tutta propria, che gli Ebrei esalano un odore speciale? e come meravigliarsi che difetti a tal segno di logica, da pubblicare, nel suo numero 9, una lettera d'un tal di Hervilly, — che pare voglia farsi credere letterato e poeta — il quale si lagna di tre scortesie ricevute dal conte di Larochefoucauld duca di Bisaccia, uno dei capi del partito cattolico francese, dalla duchessa di Magenta, la cui severa pietà è universalmente nota, e dalla principessa Riccardo di Metternich e trova che la colpa è, risum teneatis, degli Ebrei, che hanno bandito di Francia la cortesia francese!!
Parmi bastino questi tre esempi, a dimostrare che l'organo magno dell'antisemitismo francese è redatto da idioti; uno solo basterà a provare che è redatto da malvagi e lo trarrò dal solo articolo del giornale in cui non sia discorso di Ebrei.
È inserito nel numero 10 del giornale ed è tutto rivolto contro gli inglesi. E l'immondo libellista osa proporre che — in caso di guerra tra la Francia e l'Inghilterra — la Francia, calpestando i trattati che seguirono la guerra di Crimea, ristabilisca le lettere di marca e, per danneggiare la nemica potenza, si valga dell'opera infame dei corsari!!
Davvero che vi è da arrossire di dover, nell'ultimo quarto del xix secolo, occuparsi di tali sanguinose aberrazioni.
Noi toccheremo dunque di questo giornale, soltanto perchè pur troppo, nel secolo nostro che pur si vanta illuminato, non vi ha voce, per quanto uscita da infame luogo, che non possa produrre le sue conseguenze.
E ce ne occupiamo anche perchè nell'Antisémitique troviamo la conferma di parecchie fra le asserzioni che siam venuti mettendo innanzi nel corso di questo lavoruccio.
Abbiam detto che l'antisemitismo è una delle tante manifestazioni di quel mostro proteiforme che è il radicalismo, e nel numero 7 dell'Antisémitique troviamo a proposito del famoso processo di Tisza Esslar e dell'equanime contegno di quel procuratore del Re, sig. Szeyffert, le seguenti parole:
“Nous ne sommes pas surpris d'apprendre que tous les membres du barreau presque tous des démocrates et des ennemis déclarés du cléricalisme sont indignés de la partialité du procureur du roi Szeyffert.”
E quasi ciò non bastasse, l'Antisémitique ci prova le strette relazioni che passan fra esso e la Massoneria francese, e nel numero 5 ne apprende che les franc-maçons antijuifs sont innombrables (334) e nel numero 6 che le nombre des maçons antisémites est légion. Dichiarazioni queste di grandissima importanza, e perchè non contraddette dalla Massoneria francese e perchè scritte in un paese dove, chi ha un po' di memoria, non ha dimenticato gli aiuti che la Massoneria, col pretesto di porsi mediatrice fra la Comune ed il Governo di Versailles, ha prestato alla prima.
Abbiam detto che i persecutori dei Gesuiti sono ad un tempo i persecutori degli Ebrei e l'Antisémitique ci porge, anche di questo prove abbondanti.
Nel num. 2 in una lettera ai suoi corrispondenti dichiara, parlando degli Ebrei: “Noi sapremo renderli in esecrazione al mondo intiero facendoli conoscere” e poche righe prima non ha trovato ingiuria più grave da scagliare contro gli Ebrei di questa: Association jésuitique. Notiamo, per semplice curiosità, e per mostrare più a nudo i sicari della penna che abbiam preso a smascherare, che essi nella stessa lettera si appropriano l'odiosa massima il fine giustifica i mezzi, che attribuita, a ragione od a torto, ai Gesuiti, fu meritamente stigmatizzata dalla coscienza di tutti gli onesti.
Non è infatti Rodin, od il padre d'Aigrigny, e non è neppure un ebreo, che esclama nell'articolo già citato: Qu'importent les moyens quand le but est loyal!
Nel numero 6 per eccitare l'odio verso quella eccellente, e veramente caritatevole Associazione che è l'Alliance Israélite Universelle, dice che essa si compone d'autant de Jésuites et de Bonapartistes que de Juifs e rincara la dose nei numeri seguenti, e specialmente nell'8º, dove, in una corrispondenza da Londra, accusa due reverendi Padri della Compagnia di Gesù, di essersi legati in complicità con dei banchieri ebrei per commettere, non sappiamo qual grossa frode finanziaria, a proposito di un prestito della repubblica di Honduras!!
Infine abbiam detto che gli antisemiti attuali, non hanno che fare colla Chiesa cattolica e con nessuna Comunione cristiana, ed il nostro compiacente libellista prova anche più di quello che noi avevamo asserito.
Esso vien pubblicando dei così detti studi sulla Bibbia, dove, attingendo a piene mani agli scritti di Voltaire e di Pigault Lebrun, volge in ridicolo il Libro che è egualmente sacro ai Cristiani ed agli Ebrei, e che entrambe le Religioni hanno siccome rivelato. Una sola linea tolta da quel lavoro basterà a darne un concetto esatto. La tolgo dal num. 3: “Les gens grossiers qui construisirent la Bible.”
Nel num. 10 poi lo stesso giornale ci dà la notizia che la società dei Liberi Pensatori di Orléans ha deciso di escludere dal suo seno gli Ebrei, per ciò soltanto che sono Ebrei. Alla grazia di quei Liberi Pensatori!
Ho dimostrato che l'Antisémitique non è soltanto idiota e malvagio, ma che è radicale, massone, persecutore dei Gesuiti, irrisore della Bibbia, negatore di ogni religione rivelata, libero pensatore.
Dopo ciò è difficile a spiegarsi che tre giornali cattolici abbiano annunziato con favore il giornale-libello.
Certamente tre in confronto di tutti i giornali cattolici che vedono la luce in Europa, non è gran cosa e questo numero scema di importanza ancora, quando si sappia che a comporre quel numero concorre un ridicolo giornaluccio di Modena, e l'Univers di Parigi, che non seppe mai serbar misura in nessuna questione e che è l'organo del fanatismo il più cieco. Addolora invece trovare fra i giornali che accolsero favorevolmente il libello di Montdidier, l'Ateneo di Torino, giornale cattolico nel buon senso della parola, e scevro da ogni fanatismo; e tanto più ci addolorano le parole che il giornale cittadino indirizzava nel suo numero del 10 giugno 1883, al libello di Montdidier, in quanto le vediamo accompagnate da una tenera ammonizioncella, che dimostra proprio il desiderio dell'Ateneo di ricondurre il figliuol prodigo sulla buona strada.
Mettiam pegno che il 10 giugno l'egregio e reverendo teologo Biginelli non era in Torino, e che il saluto mandato dall'Ateneo all'organo dell'antisemitismo e della pirateria è opera dello scaccino della parrocchia.
4º Osman bey. — Gli Ebrei alla conquista del mondo, ix Edizione Internazionale (sic) italiana, aggiuntevi Rivelazioni sull'Alleanza Israelitica universale. Venezia, Favaj 1883.
Allorquando un amico mi mandò da Venezia questo libricciattolo, conoscevo già di nome l'autore. È un grafomane, mezzo turco e mezzo russo, mezzo osmanli e mezzo cristiano, mezzo bey e mezzo gentiluomo, semibovemque virum, semivirumque bovem. Ho perciò lungamente esitato prima di dar luogo in questo mio lavoruccio ad una qualsiasi risposta, ed ho esitato specialmente, perchè, pei gentiluomini non turchi, vi è qualcheduno di più sacro della donna, del bimbo, del vecchio, del prete — queste quattro debolezze — ed è il soldato che tollerò, paziente, sanguinose offese.
Dopo che un signor prof. Ottolenghi di Venezia, rispondendo a questo signore, ha potuto scrivere impunemente queste parole: “Se osaste ripetermi in faccia che l'Italia s'è fatta coll'oro, getterei le mie scarpe nelle immondizie dopo aver loro fatto fare la vostra conoscenza” pare davvero poco decoroso l'occuparsi di questo bey.
Ma lo stesso amico che mi inviò l'opuscolo, mi previene ora che si è trovata nel Veneto una accolta di persone, non so se più imbecilli o maligne, per acquistare molte copie dell'opuscolo del bey e diffonderlo a larghe mani; è dunque forza occuparsi di questo libricciattolo e lo faremo.
Chi è Osman bey? La sua grafomania lo ha spinto a rivelarcelo egli stesso in un libro che col menzognero titolo: Gli Inglesi in Oriente (335), non è che la storia sua e della sua famiglia. In quell'opuscolo il bey gitta a piene mani l'oltraggio sulla nobile figura di suo padre, il dottor Giulio Millingen, egregio medico e pubblicista inglese dimorante in Oriente, e su una sua stessa sorella, di cui tutta Venezia onora la profonda pietà, l'intemerato carattere, la contessa Evelina Millingen ne' Pisani.
Il bey è un rinnegato di tutte le nazioni, di tutte le religioni. Nato inglese, lo troviamo poi or turco, or russo; anglicano dapprima, poi cattolico e conte del papa, poi musulmano, ed ora crediamo greco-scismatico, il bey fu sin dalla sua prima infanzia il protagonista di un dramma religioso (336).
Adesso lo troviamo animato da un odio veemente, implacabile, contro gli Ebrei.
Duplice è la causa di quest'odio.
Il povero bey ha due nobili passioni nel cuore. Detesta, esecra la sua famiglia e la sua patria: l'Inghilterra.
Ora, sua sorella, costretta da lui ad una lite assurda, temeraria, affidò le sue ragioni ad un avvocato ebreo, l'illustre comm. Diena, onore del veneto foro, che ebbe anche l'impudenza di vincerla.
Apriti cielo; il bey impugna la sua penna e scrive, in sua favella, queste belle parole (337).
“Che una dama ultra-cattolica sia ridotta a farsi difendere da un israelita, non è la minore anomalìa che abbella codesto dramma.”
Questo per la famiglia.
Ma non basta, che un ebreo abbia osato assumere contro di lui la difesa di una sua sorella; egli vede “in Inghilterra il giudaismo onnipossente, mercè la sua alleanza con la Gran Brettagna. Interessi comuni stabilirono un cordiale accordo fra quelle due nazioni commerciali,” egli vede, o sogna, che il giudaismo mette a disposizione dell'Inghilterra, “l'influenza finanziaria di cui dispone ed il suo concorso commerciale” e raccapricciando, egli inglese, scorge che, “intanto che l'Inghilterra e la Russia si contendevano il primato sulla Turchia, il giudaismo servì d'ausilio alla prima facendo una guerra inesorabile alla Russia.”
Acciecato dall'odio pel suo paese, — nobile sentimento invero — il bey volle fulminare colla sua penna d'oca, molto d'oca, gli Ebrei che egli crede gli alleati dell'Inghilterra e lo fece con tanto acume, con tanto buon senso, che, dimenticando di avere scritto i brani che ho finora citato, scrive a pag. 55, del suo povero opuscolo, queste parole: “Quando l'Inghilterra e la Francia erano arbitre dell'Europa, il giudaismo si basava sulle loro influenze... dopo il 1867 disertarono la bandiera tricolore e la croce di San Giorgio.”
Ma perdoniamo al bey queste sue contraddizioni; perdoniamogli anche la sua ignoranza assoluta della nostra lingua che gli fa scrivere, come a pag. 63, questa pretesta per questo pretesto, o come a pag. 64, ciurma di intrighi invece di non so che; ed occupiamoci alquanto del suo opuscolo.
Prima però completiamo, con due citazioni dell'opuscolo stesso, il ritratto morale dell'autore. Il bey fu militare, e pose, è lui che lo dice, la sua nobile spada al servizio di un generale che proteggeva i briganti (pag. 5). Fu forse al servizio di questo generale che egli imparò la lealissima arte di polemica, di cui parla a pag. 75. “Fu necessario che io mi recassi a Parigi per impossessarmi (leggi: rubare), di trofei negli stessi uffici dell'Alleanza Israelitica.”
Ed ora vediamo cosa ci sa dire contro gli Ebrei questo rinnegato inglese, questo seida di un generale che protegge i briganti, questo polemista, che va in casa altrui, ad impossessarsi di trofei.
Avverto però che non rileverò le accuse contro gli Ebrei che il bey ripete, se già in altra parte di questo libro io abbia avuto ad occuparmene:
A pag. 13 accusa l'Ebreo di mancare d'amor proprio e soggiunge: “se voi l'insultate non ne farà caso alcuno.” Chi ha vissuto in società sa che vi sono Cristiani ed Ebrei assai suscettibili in materia d'onore, e Cristiani ed Ebrei privi di amor proprio: io, per esempio, conosco un bey, che professò tutte le religioni meno l'ebraica, e che non si risentì quando il prof. Ottolenghi lo minacciò per le stampe di prenderlo a pedate... nel beylicato.
Del resto questo bey ha, fra le tante sue virtù, quella di veder sempre il fuscello che è nell'occhio dell'Ebreo e di non veder mai la trave che è nel suo.
Se così non fosse, come oserebbe questo bey accusare gli Ebrei di essere insensibili ad ogni soddisfazione di amor proprio, e soltanto avidi di denaro, ricordandosi di aver scritto a pag. 216 di un altro suo libello, gli Inglesi in Oriente, queste precise parole:
“La stampa in Londra (dice lui), fu unanime a riscontrarvi dei meriti, (in una sua opera); questa fu la sola soddisfazione e il solo vantaggio, a ricompensa delle mie fatiche, un centinaio di sterline m'avrebbe meglio pagato.”
Ebreo d'un bey!
E se avesse meglio pensato ai casi suoi come avrebbe potuto scrivere a pag. 41 della sua compassionevole catilinaria contro gli Ebrei queste parole: “Gli Ebrei meriterebbero che si stigmatizzassero (sintassi beylicale!) col nome di lupi sotto pelle d'agnello; perchè in fin dei conti, tale è il nome che si deve dare a coloro che pretendono aver in una volta due nazionalità distinte.”
Nessun professore, ebreo o cristiano, potrebbe minacciare impunemente un lupo di pigliarlo a pedate; l'agnello è tipo di mansuetudine; io non farò dunque a quelle brave bestie il torto di paragonarle a chi so io; ma, ti domando, o bey, se chi ha in una volta due nazionalità distinte deve paragonarsi ad un lupo mascherato d'agnello, a che si deve paragonare un bey che — avuta l'immeritata fortuna di nascere suddito inglese — pianta un bel giorno in asso patria e religione e diventa prima diplomatico turco, poi mussulmano, poi ufficiale turco, finchè un bel e giorno, piantata anche la Turchia, offre prima la sua nobilissima spada ai Candioti che non sanno che farsene, e poi la vende, per pochi copecchi, al Governo russo?
Per siffatte palinodie il regno animale non offre paragoni, ma la nobiltà di carattere che le inspira è quella che si suole volgarmente attribuire ai rettili.
Ma questo spaccamontagne di bey ha una faccia tosta tutta sua per asserire senza provare; si vede proprio che le sue imprese militari, al servizio di generali che proteggevano i briganti, non gli hanno lasciato tempo di apprendere il quod gratis asseritur, gratis negatur.
A pag. 30, per esempio, egli mi caccia là l'osservazione che gli Ebrei non hanno mai fatto grande paura ai loro conquistatori, i Romani.
Ecco, dirò: io non sono un bey; io non ho al mio servizio tre o quattro nazionalità diverse ed altrettante religioni, ma un po' di storia, umilmente, l'ho studiata anch'io, e credo che nessuno mi smentirà se dirò che, malgrado le asserzioni di tutti i bey del mondo, gli Ebrei seppero tenere in scacco per lungo tempo dinanzi a Gerusalemme quella potenza romana che pur faceva piegar tutto dinanzi a sè, tanto che Tacito, — sa il bey chi è Tacito? — ebbe a scrivere: Augebat ira quod soli Judæi non cessissent (338). E lo stesso Tacito, a proposito di quegli Ebrei, che il nostro bey taccia di vili o poco meno, dice altrove (339) che non temevano la morte; e lo provarono del resto, in quelle guerre, i difensori di Massada che, anzichè cedere alle armi romane, scannarono prima le loro donne ed i loro fanciulli, poi si uccisero scambievolmente.
Eroismo barbaro, se vogliamo, ma di cui non sono certo capaci i bey mercenari che servono, contro la loro patria, generali che proteggono i briganti.
Ma non creda il grafomane bey che noi vogliamo fargli l'onore di seguire passo a passo la sua tantafera; come pigliar sul serio l'esposizione ad usum bey che egli fa della storia biblica? Aspetteremo ad occuparcene che egli abbia scoperto la storia dei Filistei e quella dei Faraoni, di cui deplora la mancanza e quando egli, dopo averla scoperta ed illustrata, ci avrà mostrato la verità delle sue gratuite deduzioni, allora soltanto consentiremo ad occuparcene.
Intanto gli diciamo una cosa sola: se egli professava nel quarto d'ora in cui scriveva, una religione — questo bey ne cambia più spesso che di camicie — che ammette la Rivelazione, la sua raffazzonatura della storia biblica è empia; se egli non l'ammette, empietà per empietà, leggeremo più volontieri i libri del Voltaire che, almeno, riboccano di quello spirito che manca completamente negli sproloqui beylicali.
Del resto, a che occuparsi degli spropositi storici di questo spaccamontagne cosmopolita, quando essi non son messi là che per provare un asserto incomprensibile?
Ciò che il bey vuoi provare è questo:
“L'interesse costituisce un centro verso il quale convergono le aspirazioni e le ingordigie umane; dunque il suo possesso equivale al dominio universale.”
Se tu, o bey, sei maggiore come scrittore, compiango i briganti che tu dovevi proteggere per ordine del tuo degno generale.
Più ho letto quel periodo, e meno l'ho capito. C'è un suo sopratutto che non posso capire a che cosa si riferisca, e sì che bramerei saperlo, perchè saprei allora cosa occorra possedere per ottenere, secundum bey, il dominio universale.
Un'altra accusa, tu, o bey, fai agli Ebrei. A tuo poco illuminato giudizio, essi hanno eretto ad assioma il principio dell'antagonismo perpetuo fra gli uomini. Stammi a sentire, o bey. Un certo Plauto, che nel Miles gloriosus ha fatto la satira ad un bey del suo tempo, ha lasciato scritto in un'altra sua commedia: homo homini lupus, e Plauto non era ebreo, che io sappia. Un sommo pensatore francese che, anche senza esser bey, aveva pure qualche valore, ha scritto un intiero capitolo col titolo: Le proufit de l'un est dommage de l'aultre (340), e Montaigne non era ebreo.
Ai tempi nostri una scienza è sorta per mostrare agli uomini che il loro ben inteso interesse consiste nell'armonia, una scienza che, indagando le ragioni del progressivo sviluppo dei popoli, ha posto in chiaro la falsità degli apotemi del commediografo pagano e del pensatore francese; e questa scienza, che è l'Economia Politica, conta fra i suoi maestri molti, moltissimi Ebrei e nessun bey; tanto è vero che nell'Antisémitique del 27 ottobre u. s. un tal Joseph Roland, in mezzo a molte serque di spropositi, ebbe a scrivere questa verità sacrosanta: La science économique est juive.
E già che ho nominato l'Antisémitique, me ne valgo per opporlo ad un'altra tua asserzione. Non sono inglese, ma provo un certo gusto a far combattere le bestie.
A pagina 34 tu scrivi: “La solidarietà ebraica è tale, che se voi toccate un ebreo, gli ebrei delle cinque parti del mondo si levano ritti come un sol uomo.”
Leggi, o deliziosissimo bey, un articolo pubblicato nell'Antisémitique del 26 ottobre intitolato: Les juifs peints par eux-mêmes, e firmato da un tale che si dice Ben Joudi, e che probabilmente è tanto Ben Joudi quanto tu sei bey, che finisce con queste parole: “Récompense honnête à qui pourra me dire où reste ce bel adage: Tous les juifs se soutiennent entre eux.”
Mettetevi d'accordo, dirò anch'io col Giusti, e per non far al diavolo di troppo brutti augurî, non finirò il verso.
Del resto, o simpatico bey, tu hai un modo di argomentare tutto tuo. Quando ti conviene mostrare che gli Ebrei dominano dovunque nella politica, tu scrivi che Arnim è un semita, ciò che è falso; che Castellar è un semita, ciò che è falso; che Thiers, Odilon Barrot, Jules Simon, Léon Say, sono semiti, ciò che è falso, falsissimo, arcifalso. Non posso provarti che tutti coloro che ho nominato sono cristiani, ma dal momento che tu li qualifichi di semiti sta a te a darne le prove. Pel solo Say ti dirò, che chiunque ha occupato il suo tempo altrimenti che penetrando nelle altrui case per impadronirsi di trofei, sa che Léon Say discende da una nobile e gloriosa famiglia di protestanti svizzeri.
Ma per te, o bey, che consideri arte lecita di polemica l'impadronirti di trofei, la menzogna è peccato veniale; per ciò mi limiterò a farti odorare, col tuo beylicale naso, un'altra sola delle sozzure che tu hai seminato nel tuo libricciattolo.
Tu dici che Blanc, il celebre fondatore del Casino di Montecarlo, è un ebreo. Menzogna altrettanto spudorata, quanto quella di certi giornali che vanno insinuando esser la casa di giuoco di Montecarlo sorretta dai Gesuiti. Blanc non fu mai ebreo; è un cristiano cattolico apostolico romano, come potrà fartene fede tutta Parigi. E ciò dico non per far ricadere la colpa della speculazione del Blanc su tutti i suoi correligionari, perchè questo modo di argomentare non è lecito che ad un bey, ma pel gusto di darti una volta di più del mentitore sfacciato.
Un'altra sciocchezza, un'altra menzogna tu dici nel tuo libricciattolo.
A pagina 38 tu scrivi: che fra le differenti industrie cui si dedicarono gli Ebrei non havvene una che abbia contribuito al benessere sociale.
Quale sia stata l'influenza economica degli Ebrei, ho dimostrato alla gente seria, in un precedente capitolo, con argomenti serî.
Ora voglio dimostrarlo con argomenti tratti dal tuo ridicolo libro.
Non ti dirò che la più disonesta fra le industrie degli Ebrei è migliore di quella dello sgherro di ogni tirannide, del sicario della penna, dell'agente segreto del Governo russo, ma domanderò, non a te che scrivi senza capire ciò che ti si fa scrivere, ma a chi ha un dito di buon senso, come è conciliabile tale tua asserzione con quanto scrivi a pag. 50 “gli ebrei si dedicarono alla medicina, alla letteratura, all'istruzione pubblica, al giornalismo.”
Capisco che tu non debba ammettere che la medicina contribuisca al benessere sociale; tu devi dirti che i medici dell'ospedale di Salerno, che hanno salvato la tua vita, che non vale una buccia di fico, giovano assai meno al benessere sociale del veterinario che guarisce un somarello che vale cinquanta lire; capisco che per un dotto della tua specie letteratura, istruzione pubblica, giornalismo, sieno arti improduttive; ma non capisco come tu non comprenda che se gli Ebrei, come tu stesso confessi a pag. 39, infestavano gli Stati italiani quando questi erano prosperi e ricchi è perchè, checchè tu ne blateri, gli Ebrei sono fattori di prosperità e di ricchezza e tutti gli esempi che tu adduci in quella pagina provano contro di te: non è che gli Ebrei calassero, come cavallette voraci, nei paesi prosperi e ricchi per divorarli, perchè, in quei tempi di cui tu invochi il ritorno, gli Stati non accoglievano gli Ebrei se non ne avevano bisogno, ma è che colla loro attività e con quelle virtù che tu stesso, esagerando perchè ti fa comodo, riconosci loro, concorrevano potentemente a creare questa prosperità, questa ricchezza.
E passo ad altro, scorrendo il tuo libro senz'ordine, ma come vien viene, perchè davvero non merita di più.
A pagina 70 tu hai l'impudenza di venirla a fare da maestro a noi italiani e di rimproverarci, perchè nelle nostre assemblee legislative è fatta agli Ebrei una parte troppo preponderante.
Potrei risponderti che in Italia scegliamo i nostri deputati ed i nostri senatori basandoci sul valore morale ed intellettuale delle persone e senza preoccuparci della loro religione e, sopratutto senza darci il menomo pensiero di ciò che ne pensa il più sconclusionato di tutti i bey.
Ma preferisco risponderti con un argomento ad hominem. Come tra gli Ebrei vi sono dei bricconi, così anche tra i bey ci sono delle persone ammodo. Ed una di queste, il comm. Paternostro-bey, fu prima deputato e poi senatore del Regno d'Italia. Ti parrebbe logico se qualcuno ragionasse così: in Italia non ci sono che due bey, Osman Seify bey, che non osa portare il suo vero nome ed il suo vero titolo di Conte Millingen, e Paternostro-bey, fior di gentiluomo, che si è sempre chiamato così. Ora due bey sopra 28,459,451 abitanti, non hanno diritto a nessuna rappresentanza, per ciò la presenza di un bey fra i legislatori italiani è contraria al diritto costituzionale.
Io non so cosa tu penseresti di chi ragionasse così, so che noi italiani lo chiameremmo un matto.
Un'ultima gemma però voglio rilevare nel tuo libricciattolo. A pag. 42 tu scrivi: “Crémieux e Armand Levy, due celebrità israelitiche del nostro tempo, hanno categoricamente dichiarato ch'essi sono fieri di esser ebrei fino all'estremità delle unghie. Evidentemente, siccome al di là dell'estremità delle unghie non vi è gran che, la nazionalità francese deve trovarsi molto incomoda in simili individui.”
Bisognava proprio che tu li insozzassi colla tua immonda bava, perchè io pigliassi a difendere il Crémieux, che come repubblicano non mi è punto simpatico, il Levy, che come comunardo mi è addirittura odioso; ma qui non facciamo della politica.
Sicchè ti ricordo che un illustre patrizio e letterato italiano, il conte Tullio Dandolo, abbiatico di un ebreo battezzato e padre di quei due Dandolo, il cui nome è legato alla eroica difesa di Roma nel 1849, aveva assunto per divisa: “Prima sono cattolico e poi italiano”; e nessuno pensò mai che in Dandolo la religione fosse ostacolo alla nazionalità. Ma tu che hai avuto il merito di far sì che il professore Ottolenghi potesse vantarsi di minacciare di pedate, nella tua persona, cinque o sei religioni e cinque o sei nazionalità diverse, certe cose non le puoi sapere.
Ed ora prendo commiato da te perchè, pur intendendo discutere le tue calunnie contro l'Alliance Israélite Universelle, non intendo di mescolare il tuo nome a quello di cose serie; ti do per altro un ultimo salutare consiglio: se mai il Governo russo ti sopprime il backscich, va in Ungheria; fra gli eredi degli Unni potrai far fortuna: ma in Italia abbiamo abbastanza dei matti di casa per pigliarci cura dei matti forestieri.
Senza rancore, bey!
* * *
Nel 1860 venne fondata a Parigi l'Alliance Israélite Universelle col triplice scopo:
1º Di lavorare dovunque per l'emancipazione e pel progresso morale degli Israeliti;
2º Di prestar un appoggio efficace a quanti soffrono per la loro qualità di Israeliti;
3º Di incoraggiare ogni pubblicazione adatta a produrre questo risultato.
A questa società si vanno muovendo dagli antisemiti le più atroci e sconclusionate accuse; le si rimprovera di non aver in nessun paese esistenza legale, di essere una società segreta, di costituire uno Stato nello Stato, di creare fra i suoi affigliati una incompatibilità fra i doveri di cittadino e quelli di socio; e perchè la nota allegra non debba mancare le si rimprovera persino il suo emblema, che consiste in una figura allegorica rappresentante il globo sormontato dalle tavole della legge, quasichè l'Alleanza aspirasse al dominio dell'Universo.
Non so davvero quale persona seria potrebbe far colpa ad una associazione, di un emblema che significasse il desiderio di condurre il mondo all'osservanza del decalogo. Cristiani ed Ebrei abbiamo tutti egualmente sacra quella divina legge che il Redentore è venuto a perfezionare, non a mutare, sicchè le tavole della legge prese ad emblema altro non significano che la speranza nel trionfo della legge di Dio senza allusione a nessuna speciale confessione.
Ma le tavole della legge poste sopra il globo nel suggello dell'Alliance, significano proprio tutto ciò o non piuttosto che quel sodalizio, fedele al suo titolo di universale, vuole estendere la sua azione dovunque vi sia un Ebreo da proteggere e da educare?
Ed inteso così nel suo vero senso l'emblema e lo scopo dell'Alliance, qual più severo indagatore troverà in essa qualche cosa da biasimare?
Ogni religione ha sodalizi propri intesi a propagare la sua fede, a difendere i suoi addetti.
Il cattolicismo ha la sua Société pour la propagation de la foie, che non va confusa colla Propaganda fide di Roma; il protestantesimo ha le sue Società bibliche e le une e le altre rendono immensi servigi alla causa della civiltà e maggiori ne renderebbero se anzichè combattersi tra loro consentissero ad esercitare la loro azione in paesi differenti.
Il mosaismo, più modesto, ha la sua Alliance che non si propone scopo di propaganda, ma soltanto di difesa, di protezione, d'educazione.
In molti e molti paesi le condizioni morali dell'Ebreo sono lungi dall'essere prospere; per quel circolo vizioso cui abbiamo accennato altrove, l'Ebreo dove è più umiliato e maltrattato è anche meno civile, meno adatto a fondersi colle popolazioni tra cui vive.
Gli Ebrei di Francia, d'Italia, d'Inghilterra, del mondo civile insomma, potevano fare opera più nobile che costituirsi in sodalizio per proteggere questi loro sventurati correligionari, per educarli, per renderli migliori e preparare così quell'auspicato giorno, in cui, compiuta dovunque l'opera d'incivilimento degli Ebrei, cadranno di necessità le barriere che li separano dai loro concittadini?
L'Alliance che si è prefissa il generoso intento agisce alla piena luce del sole; i suoi bollettini regolarmente pubblicati fanno fede che i mezzi da essa impiegati sono: l'istituzione di scuole, la diffusione di buoni libri, i soccorsi ad intraprese di colonizzazione o di emigrazione, tutti quei mezzi insomma che condur possono allo scopo surriferito.
Tacciare l'Alliance di società segreta è mostrare di ignorare o cosa essa realmente sia, o cosa significhi società segreta.
Accusarla di non aver esistenza legale in nessun paese è sciocchezza e peggio. Italiano, scrivo in Italia e per italiani, e fra noi, tutti sanno che nessuna società ha d'uopo di avere esistenza legale se non si propone di acquistare beni stabili. Perchè dunque l'Alliance si esporrebbe a spese inutili per essere legalmente costituita in ente morale quando pei suoi scopi non ha nessun bisogno di fare uso dei diritti che da questa costituzione scaturiscono, tanto più quando è notorio che se domani una ragione qualsiasi le imponesse di farsi giuridicamente riconoscere, essa non incontrerebbe il più piccolo ostacolo?
Ma l'Alliance tratta da paro a paro coi Governi, essa invia dei memorandum ai ministri che si permettono persino di risponderle, essa crea uno Stato nello Stato.
Ricordiamo che ai tempi di S. M. Re Carlo Alberto il Magnanimo, la figlia di un ex-diplomatico olandese passò in Torino, malgrado la volontà paterna, dalla religione protestante alla cattolica.
Ciò dette luogo a proteste diplomatiche dell'Olanda non solo, ma di tutti gli Stati protestanti. Ora è evidente che se l'Olanda in questo caso agiva, indipendentemente anche da ogni idea religiosa, per difendere l'autorità paterna di un suo suddito, di un suo rappresentante, gli altri Stati protestanti non avevano nessuna veste per intervenire nella questione, da quella infuori della loro qualità di protestanti.
Che meraviglia dunque se gli Ebrei che non hanno nessun Governo che li rappresenti officialmente, pensarono di costituire un sodalizio il quale colla sola forza della persuasione, dell'appello alla pubblica opinione, tuteli i loro interessi religiosi?
E chi non sa che nel secolo nostro la forza delle associazioni è tale, che ogni sodalizio, per poco importante che sia, ha facile mezzo di far pervenire ai Governi le proprie rimostranze. Sono Stati negli Stati, le società geografiche e commerciali, i sodalizi operai e quegli altri infiniti Corpi morali che non si peritano di indrizzare memorie a Governi e Parlamenti, forti della coscienza di aver solidali nelle loro domande tutti gli ascritti al sodalizio?
Perchè gli Ebrei soltanto dovrebbero essere esclusi dal diritto di associarsi per la tutela dei loro interessi religiosi quand'anche i Governi che più combattono il così detto clericalismo, permettono le società per gli interessi cattolici?
Prevediamo un'obbiezione desunta dal carattere internazionale dell'Alliance; ci si dirà: l'Alliance ha carattere essenzialmente internazionale, accoglie soci di ogni paese ed in ogni paese esercita la sua azione; chi vi è ascritto, chi ne è protetto specialmente, rimane in certa guisa suo suddito e partecipa quindi quasi di una doppia sudditanza.
È la stessa sciocca accusa che si muove agli ordini religiosi, sicchè non mi meraviglierei che qualcuno parodiando la celebre frase, pronunciata contro i Gesuiti nel Procès de tendance del 1825, dicesse che l'Alliance est une épée dont la poignée est a Paris et la pointe partout.
Questo modo di argomentare proviene da un residuo involontario di vecchie idee che ormai hanno fatto il loro tempo. Si credette che lo Stato avesse diritto anche sulla coscienza del cittadino; da qui gli sforzi brutali dei Governi per conseguire l'unità della fede, perseguitando i protestanti come in Francia ed in Ispagna, i cattolici come in Inghilterra ed in Isvezia.
Ammesso il principio della libertà di coscienza, si capisce che un inglese può obbedire alla Santa Sede in tutto quanto concerne le questioni religiose, pur rimanendo tanto buon inglese da poter essere come Lord Ripon, vicerè delle Indie.
Ma si noti che l'Alliance non avendo altri scopi che quelli infuori che ho accennato, non impone ai suoi soci il più piccolo dovere, tranne quello di pagare una quota annua di sei lire; quanto alla protezione che essa accorda a tutti gli Ebrei, sieno o non sieno ascritti al suo sodalizio, essa non può esplicarsi che nelle forme e nei modi consentiti dalle leggi dei diversi paesi, sicchè è tanto assurdo il voler dire che l'Alliance costituisce un pericolo per gli Stati anche i più deboli, quanto il credere che l'Inghilterra possa veder indebolita la sua potenza dagli scritti di un Osman bey.
Intendiamoci però bene, l'Alliance non è un pericolo per nessuno Stato, ma essa, come tutti i sodalizi che si propongono uno scopo retto ed onesto, ha, dietro di sè l'opinione pubblica e questa anche da sola e senza il soccorso dell'Alliance finisce per trionfare di tutto quanto si oppone al vero progresso.
E certamente non fu per paura dell'Alliance, ma per paura dell'opinione pubblica, che Coloman Tisza, il Presidente del Consiglio dei ministri ungheresi ebbe a dichiarare al suo collega della giustizia che il famoso processo di Tisza Esslar, in cui figuravano ex-galeotti divenuti giudici, avea reso la Hongrie la risée de l'Europe.
5º Il sangue cristiano nei riti ebraici della moderna sinagoga. Rivelazioni di Neofito ex-Rabbino, monaco greco, per la prima volta pubblicato in Italia. Prato, 1883.
Il signor lettore si tranquillizzi, chè, prendendo a pretesto quest'opuscolo, non rientreremo nell'esame della calunnia già da noi, forse con soverchia abbondanza, discussa in altra parte del presente lavoro. Vogliamo soltanto spendere poche parole attorno a questo libro per dimostrarne il nessun valore (341).
L'opuscolo, stampato, duole il dirlo, coll'Imprimatur della Curia ecclesiastica di Prato, consta di 97 pagine; ma colla pagina 39 finisce la parte di cui intendiamo occuparci, il resto non essendo che una copia testuale delle articole della Civiltà Cattolica.
Le prime 39 pagine dunque contengono le pretese rivelazioni di un Rabbino moldavo convertito al cristianesimo e da lui pubblicate nel 1803.
Secondo queste rivelazioni gli Ebrei farebbero un uso così frequente di sangue cristiano, che, se fosse vero, avrebbero dovuto finire collo spopolare il mondo.
Ma di ciò, ripetiamo, non vogliamo occuparci. Vogliamo soltanto far rilevare che il preteso Rabbino non ha mai esistito.
Infatti si comincia dall'editore stesso, col dire che tutte le traduzioni di questo libro sono rarissime, perchè fatte sparire dall'oro ebreo!
Ciò sarà verissimo; ma, di grazia, perchè non cominciare dal dirci dove fu stampata l'edizione originale che, alla fin fine, non rimonta, secondo l'editore, che al 1803?
Si sarebbe perduta persino la memoria della città, dove avvenne la pubblicazione?
Quale era il nome ebraico dell'autore? L'editore non lo sa, o sapendolo, non lo dice.
Quale era il suo nome da cristiano? mistero egualmente insoluto; Neofito non essendo un nome proprio ma significando soltanto un convertito al cristianesimo.
Ora queste pretese rivelazioni, non avendo altro valore da quello infuori che deriva dalla affermazione dell'autore che dice di aver veduto, è necessario per aggiustarvi fede, sapere il nome dell'autore ed aver sottocchi l'originale sua deposizione.
Invece lo stesso editore non ha mai veduto l'originale, non ne conosce che delle traduzioni, posteriori di 30 anni alla pretesa edizione originale, e non soltanto non sa dirci il nome dell'autore, ma non può nemmeno farci sapere in che paese sia stata stampata l'edizione originale.
Non occorre davvero essere nè un Magliabecchi, nè un Muratori per riconoscere in tutto ciò i caratteri di una delle più volgari mistificazioni che mai siansi tentate nel mondo bibliografico. Ma quasi ciò non bastasse il libro stesso ci porge le prove le più evidenti che l'autore, non soltanto non era un Rabbino, ma ignorava i riti e i costumi degli Ebrei.
A pagina 22 il preteso Rabbino dice gli Ebrei soggetti a malattie speciali. Oggi, nelle scuole, nei collegi, nelle caserme, nelle carceri, negli ospedali, ebrei e cristiani sono mescolati e nessuno ebbe mai contezza di tali malattie speciali. L'affermarne l'esistenza è prova certa che l'autore non fu mai ebreo, ma che invece partecipava a tutti i pregiudizii che il volgo nutre contro gli Ebrei.
A pagina 27 afferma che “quando tra gli Ebrei si celebra il matrimonio, si preparano i contraenti con un digiuno rigoroso per ventiquattro ore, astenendosi perfino dall'acqua fino al tramonto del sole” e ciò pure è falso, falsissimo, come può affermarsi da chiunque conosca i riti degli Ebrei.
A pagina 34 è detto “Quando io pervenni alla età di 13 anni, nella quale gli Ebrei sogliono imporre in capo ai loro figliuoli una corona che chiamano corona di fortezza...” Ed anche questo è falso. L'ebreo compiuti i 13 anni è religiosamente maggiorenne, ma le corone di fortezza non esistono che nella mente dell'autore.
Ho scelto per citarle tra le molte falsità addotte dall'autore quelle soltanto che provano la sua ignoranza, non la sua mala fede, perocchè basta la sua ignoranza dei riti ebraici a provarne che l'autore non è un ex-Rabbino, e neppure un ex-ebreo.
L'astio, l'interesse o qualsiasi altro motivo può spingere un neofita, Rabbino o no, a calunniare i suoi antichi correligionarii, ma egli si guarderà bene, a proposito di cose indifferenti, ed a tutti note dal cadere in inesattezze che non giovano al suo scopo, ma nuocono togliendo credito alle altre sue affermazioni.
Ed un'altra di tali inesattezze voglio segnalare:
L'autore ignora che gli Ebrei usano tuttora il calendario lunare. Dice (pag. 29) che gli Ebrei piangono la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta per opera di Tito, il 9 luglio e (pag. 30) che solennizzano l'anniversario del trionfo di Ester il 14 febbraio. Ora, invece, essi celebrano il primo di questi due anniversari il 9 del mese lunare di ab, ed il secondo il 14 del mese di adar; date che non si riproducono mai in uno stesso giorno dell'anno solare. Le pretese rivelazioni del Neofito essendo state, a quanto si dice, pubblicate nel 1803, abbiamo voluto verificare in qual giorno questi due anniversari cadevano in quell'anno e nell'anno precedente ed abbiamo trovato che nel 1802 il 9 di ab cadeva l'8 agosto, ed il 14 di adar il 18 marzo, e nel 1803 il primo il 28 luglio, il secondo l'8 marzo.
Questo preteso Rabbino ignorava dunque persino il calendario ebraico!
Da queste poche osservazioni ci sembra, a luce meridiana, provato che il preteso Rabbino Neofito, non ha mai esistito e che le pretese sue rivelazioni non sono che l'opera di un falsario il quale foggiò nel 1834 la traduzione di un libro che non fu mai scritto ed il cui autore non è mai vissuto. E credo che basti.