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Pro Judaeis

II.

Reading edition

II.

Il Talmud

Tutti hanno udito menzionare, ed anche maledire, il Talmud, questo libro che lo storico Milman (54) chiamava: “monumento straordinario dell'attività umana, della intelligenza umana, e dell'umana pazzia;” molti certamente ignorano cosa esso sia, o ne hanno nozioni assai incomplete; e non vi sarebbe troppo da meravigliarsi se qualche semidotto credesse ancora che il Talmud fosse un uomo, siccome avvenne a quel buon Cappuccino d'Henry de Seyne che ebbe con tutta tranquillità a scrivere: Ut narrat Rabbinus Talmud.

Cercheremo, in brevi parole, di dirne quel tanto che sarà necessario per far chiaro ciò che dovremo dire in appresso.

Fintanto che gli Ebrei rimasero nella Terra Promessa, la Legge scritta, il Pentateuco, fu, per essi, solo codice religioso, morale, politico.

Coloro che eran chiamati ad insegnarlo ed a curarne l'osservanza, ne conoscevano ed applicavano, caso per caso, l'interpretazione tradizionale.

Essi erano, a sentirli, depositari di una tradizione orale trasmessa in buona parte da Dio stesso a Moisè sul Sinai (alachà lemoscè Missinai) (55), da Mosè trasmessa a Giosuè, da questo agli anziani, dagli anziani ai profeti e dai profeti agli uomini della Grande Sinagoga (56).

Agli Ebrei però era allora vietato di raccogliere per iscritto tale tradizione. Il motivo di questo divieto non è noto. Chi crede ne fosse causa il desiderio connaturale ai popoli orientali, siccome ci mostrano la storia dell'India e dell'Egitto, di concentrare in poche mani il monopolio della scienza (57); chi ne cerca ragione nel timore che errori di copisti o volontarie falsificazioni (58) producessero nuovi scismi; chi nel desiderio di impedire che la legge tradizionale acquistasse eguale autorità della scritta; S. D. Luzzatto (59) infine, pensa che tale divieto provenisse dall'aver, gli antichissimi dottori, voluto che la teoria e la pratica della religione rimanessero in buona parte modificabili, giusta i bisogni dei tempi, ragione per cui nulla scrissero e nulla permisero si scrivesse per non scemare ai posteri la libertà di modificare gli insegnamenti dei predecessori (60).

Per quanto incredibile possa ciò sembrare a' giorni nostri, non è meno certo che questi insegnamenti passavano per tradizione orale dall'una all'altra generazione. La memoria sviluppatissima, come è noto, presso i popoli orientali, dovette aver parte grandissima nelle scuole ebraiche (61).

Caduto il secondo tempio e venutane la gran dispersione degli Ebrei, i loro dottori compresero che ove si fosse continuato nell'antico sistema, la tradizione avrebbe molto probabilmente finito coll'andar dispersa.

Pensarono quindi di ridurla in iscritto, e Giuda di Tiberiade, soprannominato il Santo, a causa della sua scienza e della purezza dei suoi costumi, e conosciuto anche sotto il semplice nome di Rabbì, quasi il maestro per antonomasia, compilò, nel primo quarto del terzo secolo, la Mischnà o seconda legge (62).

Che egli poi la scrivesse, come afferma il Maimonide e con lui moltissimi altri, o che invece egli si limitasse ad insegnarla ai suoi numerosi uditori, sicchè essa si tramandasse inalterata per molte generazioni e venisse soltanto dopo lungo tempo posta in iscritto, siccome vogliono con S. D. Luzzatto, il Graetz e molti altri moderni, è questione sulla quale non ci sentiamo da tanto di pronunciarci. Ciò che è certo è che la Mischnà sta al Pentateuco, come il Mitri ai Veda, la Sunnah al Corano e che è qualche cosa di analogo alle Ῥήτραι greche, alla lex non scripta dei Romani ed alla Common Law degli Inglesi.

Nella Mischnà Giuda raccolse tutti i decreti, gli statuti, le sentenze pronunciate dai saggi, diverse massime religiose e morali, tutto ciò che era stato adottato durante l'epoca dei profeti dai membri della grande Sinagoga, tutte le ordinazioni del Sahnedrin e dei tanaim (63), cioè dei dottori più celebri vissuti durante i due secoli anteriori, e ne fece un'opera divisa in sei parti principali, dette ordini.

Ogni ordine è diviso in trattati (letteralmente: contesti), ogni trattato in capi, ogni capo in paragrafi (detti mischnà, nel senso più ristretto della parola). La prima parte od ordine che dir si voglia intitolata delle sementi tratta delle leggi dell'agricoltura e delle decime (64). Vi è premesso un trattato sulle benedizioni quotidiane e su quelle che devonsi pronunciare in varie circostanze. La seconda parte delle Feste tratta delle cerimonie da compiersi nei giorni feriali e solenni. La terza: della Donna o del matrimonio e dei doveri della famiglia. La quarta: dei danni, si occupa della indennità dovuta pei danni che si occasionano altrui ed in generale di tutto quanto si riferisce al giure civile ed al punitivo. Questa parte offre in moltissimi punti una grande analogia col diritto romano (65). A questa parte è aggiunto un trattato di morale che contiene una raccolta di sentenze morali dei padri della Sinagoga. La quinta parte tratta della Santità e dei sacrifizi che si offrivano nel Tempio, che vi è minutamente descritto, e contiene inoltre i precetti sui cibi. La sesta verte sulle purificazioni e sulla purità ed impurità legale.

Lo spirito generale della Mischnà trova la sua migliore espressione nelle parole del suo stesso redattore, che servono quasi di epigrafe alla intiera raccolta: “Siate tanto coscienziosi nell'adempimento dei piccoli precetti quanto dei grandi perchè ignorate la ricompensa che va annessa ad ognuno di essi. Paragonate la perdita temporale che vi occasiona l'adempimento di una legge, colla ricompensa celeste che vi è congiunta, ed il beneficio che risulta dalla trasgressione della legge colla pena che deve seguirla. Per evitare il peccato abbiate sempre presente tre cose: che al dissopra di voi vi ha un occhio che tutto vede, un orecchio che tutto intende, e che tutte le vostre opere sono scritte in un libro” (66).

La Mischnà ha più carattere di codice che di trattato di metafisica. Però essa non trascura l'occasione di inculcare quegli alti principii morali cui deve informarsi la stretta lettera della legge. Nell'esecuzione di un fatto guarda più all'intenzione che all'atto in sè stesso. Chi reclama un diritto, basandosi sulla lettera della legge, ma senza tener conto del sentimento di umanità, che dovrebbe spingerlo a non insistere nelle sue pretese, non è amato nè da Dio nè dagli uomini. Quegli invece che spontaneamente fa buon diritto agli altrui reclami, anche quando la legge non gliene impone l'obbligo, colui, in una parola, che non si ferma alla porta della giustizia, ma che varca la linea della misericordia, guadagna l'approvazione del saggio. “Gerusalemme, vi è detto, non andò distrutta se non perchè in essa si giudicava col rigor della legge” (67). Certi doveri, come, ad esempio, il rispetto ai genitori, la carità, l'applicazione precoce allo studio, l'ospitalità, il metter pace fra nemici traggono seco (68) la loro ricompensa in questo mondo, ma questa non è che un interesse; la vera ricompensa, il capitale, viene pagato nella vita futura. Nella Mischnà non è parola dell'inferno. Oltre le pene sancite dalla legge la Mischnà non minaccia ai peccatori che un solo castigo misterioso e formidabile mandato da Dio, “lo sradicamento;” è lo sterminio (cared) di cui già parla la Scrittura. Le colpe si riscattano generalmente o col pentimento, o colla carità, o col sagrifizio e nel giorno della espiazione; se gravissime, il pentimento giova soltanto a sospendere gli effetti dell'ira divina, ed ove esso continui sino alla morte, questa tutto espia. I peccati commessi contro gli uomini non sono perdonati se la parte offesa non riceve piena riparazione, e non si dichiari soddisfatta. La virtù la più alta consiste nello studio della legge, siccome quello che conduce all'esercizio della virtù (69). Un bastardo istrutto è più onorevole di un gran sacerdote che non lo sia (70).

Esistono due redazioni della Mischnà, le quali non presentano per altro notevoli differenze.

La Mischnà, la quale non contiene generalmente che la decisione finale della tradizione, secondo i pareri dei diversi dottori, fu naturalmente argomento di note, di scolii, di discussioni, nelle due accademie religiose di Palestina e di Babilonia. In ciascuna di queste due accademie si fece più tardi una raccolta di queste discussioni: queste raccolte, molto più voluminose della Mischnà che serve loro di testo, presero il nome di Ghemarà o complemento. La Mischnà e la Ghemarà insieme unite formano il Talmud (71).

Per conseguenza si hanno due Talmud; uno frutto degli studi dell'Accademia di Palestina chiamato Ghemarà di Gerusalemme, l'altro dovuto all'Accademia di Babilonia e detto Ghemarà di Babilonia.

La Ghemarà di Gerusalemme venne redatta a Tiberiade ed ultimata probabilmente verso la fine del iv secolo dell'èra nostra, sotto la direzione di rabbi Iochanan, detto anche bar nappachà, ossia, figlio del fabbroferraio (72). Conteneva i commentarii sulle cinque prime parti della Mischnà, ma quelli risguardanti la quarta parte andarono perduti.

Anche le altre quattro parti contengono taluni trattati incompleti. Questa Ghemarà venne negletta, negli studii delle scuole ebree del medio evo. Essa subì la sorte delle Accademie, da cui aveva avuto origine, e che vennero ecclissate da quelle di Babilonia. Se le edizioni del Talmud gerosolimitano sono meno buone, è perchè ancora non se ne è scoperto un esemplare manoscritto colla cui scorta si possano ristabilire i differenti brani mutilati dai copisti. Inoltre questo Talmud offre molta difficoltà, grazie alla lingua, in cui è scritto, imbarbarita dalla mescolanza di molte voci greche e siriache.

La Ghemarà di Babilonia, la cui autorità prevalse fra gli Ebrei, venne redatta, in una lingua mescolata d'ebraico e d'aramaico, nel corso del quinto secolo, da Aschè, celebre dottore dell'Accademia di Sora (73), da Ravenà suo discepolo e terminata l'anno 500 da rabbi Jossè. Essa è almeno quattro volte più voluminosa dell'altra, quantunque a noi non sian giunti che i commenti a trentasei dei sessantatre trattati, di cui si compone la Mischnà. Le discussioni vi sono più sviluppate, essendo stato chiuso più tardi. Contiene, oltre alle dispute di numerose scuole babilonesi, anche quelle di talune scuole di Palestina.

Questa Ghemarà, al paro della Gerosolimitana, è composta di due parti principali: la parte rituale, detta Alachà, in cui si discorre anco dei riti che divennero impraticabili dopo la distruzione del tempio e una parte non rituale, detta Agadà che contiene narrazioni, leggende, allegorie, proverbi, regole di vita sociale, dottrine morali e sentenze (74). Morale, metafisica, giurisprudenza, astronomia, medicina, tutte le scienze trovano luogo nel Talmud (75).

Le nozioni, che sopra ognuna di esse vi si leggono, sono certamente ben lungi dal raggiungere la perfezione, ma, a traverso gli errori moltissimi che danno a quel libro l'impronta dell'epoca in cui fu scritto, appare che, sin da allora, esisteva presso gli Ebrei il germe della Enciclopedia umana. E ciò è tanto vero che l'Etheridge, scrittore certamente non favorevole al giudaismo, si lascia scappare questa confessione: “Quando il Talmudismo come sistema religioso sarà scomparso, il Talmud non cesserà perciò di essere una preziosa miniera di leggende divertenti e di lezioni inapprezzabili che resteranno vere per tutti i tempi futuri” (76).

Quanti scrissero del Talmud notarono il disordine con cui è redatto. L'Alachà e l'Agadà vi si incontrano promiscuamente, senza sistema nè ordine, sicchè un illustre scrittore disse sembrar quasi che i dottori, minacciati dalla dispersione, agissero come uomini che in un incendio salvano tutto quanto loro viene sotto mano, lasciando ad altri la cura di tirare più tardi il miglior partito da quanto venne sottratto alle fiamme (77).

Questo disordine non deve recar meraviglia. Chi non sa che, malgrado gli sforzi di Triboniano, il Digesto abbonda in germinationes, leges fugitivae, errativae? Gli stessi famosi capitolari di Carlo Magno, o meglio dei Re Franchi (Capitula Regum Francorum), non sono, se si considerano colle idee dei nostri tempi anzichè con quelle dell'epoca in cui vennero scritti, che una indigesta e disordinata farraggine (78). Eppure i Capitolari son di vari secoli posteriori al Talmud.

Una questione importante a risolversi sarebbe quella di conoscere, se il disordine che tanto si lamenta nel Talmud, sia una ripercussione di quello che avrebbe sistematicamente regnato nelle discussioni delle accademie ebraiche; ma l'esame di tale questione ci porterebbe fuori del ristretto campo di questo modestissimo libercolo, sicchè contentiamoci di averla accennata.

Il miscuglio però dell'Agadà coll'Alachà ci viene spiegato da un aneddoto che troviamo narrato nel Talmud stesso, e che ci piace riferire anche perchè vale a render ragione delle iperboli esagerate che spesso si riscontrano nel Talmud, e di cui si fecero un'arme coloro che vollero denigrarlo, senza tener presente l'aureo consiglio di Goëthe, che chi vuole comprendere un poeta deve recarsi nel paese dove egli visse. Un vecchio maestro, narra adunque il Talmud, accorgendosi un giorno che i suoi scolari sonnecchiavano durante la lezione, si interruppe d'un tratto per dire: “Vi fu una volta in Egitto una donna, che diede alla luce seicentomila uomini.” Si può di leggieri immaginare l'effetto prodotto da questo meraviglioso racconto. “Era, continuò tranquillamente il maestro, Jochebed, la madre di Mosè, il quale valeva da solo i seicento mila uomini d'arme che uscirono dall'Egitto”; e rieccitata in tal guisa l'attenzione dell'uditorio, continuò la sua lezione. Chi conosce l'indole immaginosa degli Orientali comprenderà come i maestri, per tener desta l'attenzione degli uditori, dovessero spesso ricorrere a tale sistema, mescolare la leggenda divertente e fantastica col precetto rigido e positivo.

L'Agadà fu spesso segno a motteggi, ed è sempre o quasi sempre di essa che si parla, allorquando si discorre di fantasticherie rabbiniche, o si scaglia contro gli Ebrei il vecchio insulto: Lex Judaeorum, lex puerorum (79).

Niun miglior giudice però dell'importanza che devesi annettere ad un'opera, dello stesso autore; ora nel Talmud stesso troviamo questo giudizio che può fare apprezzare l'importanza che gli stessi rabbini annettevano all'Agadà: “Colui che la trascrive non avrà la sua parte nell'altro mondo, colui che la spiega sarà bruciato e colui che l'ascolta non riceverà ricompensa” (80).

Ogni popolo ha le sue leggende, ma non accade sovente di vedere i contemporanei giudicarle coll'indipendenza d'opinione di cui dà prova questo rabbino.

Ed è veramente strano il vedere che, malgrado siffatta indipendenza di giudizio, si sia potuto da taluno asserire che gli Ebrei di ogni paese si sarebbero obbligati con patto solenne ad accettare il Talmud nella sua integrità, a non aggiungervi ed a non togliervi una sola parola. Con ben maggiore ragione un illustre professore tedesco scrisse: “che i Talmud non hanno essenza dogmatica, che persino i risultati scientifico-legali sono soltanto opinioni individuali e provvisoriamente valevoli, che la sinagoga non li sanzionò mai, e non riconobbe mai in essi l'autorità di decretali riconosciute e generalmente valevoli.” (81).

Infatti il Talmud non fu mai accettato dalla nazione, in assemblea generale o speciale. Le sue decisioni legali, come quelle che emanavano dalle più alte autorità teologiche del Giudaismo, formarono certamente la base della legge religiosa, la norma di tutte le decisioni future. Ma è probabile, per non dir certo, che egli non deve la autorità di cui gode, che ad una causa non prevista dai suoi stessi autori. Durante le persecuzioni contro gli Ebrei, che ebbero luogo nell'impero persiano sotto Ysdegerd II (440 d. G. C.), Peroze e Cobade, le scuole furono chiuse per quasi ottant'anni. Lo sviluppo permanente, continuo, della legge che era lo spirito del Giudaismo fu violentemente interrotto; ed il libro ottenne una autorità suprema, che era ben lungi dalla mente dei suoi autori.

Ma qual sia questa autorità, ce lo dice Samuel Naghid, il dottissimo ebreo spagnuolo che fu nell'xi secolo segretario di un re di Granata, e che è autore di una introduzione al Talmud, tenuta in tanto conto dagli Ebrei, che forma oggidì parte integrante di tutte le edizioni del Talmud stesso:

“Tutto quanto si trova nel Talmud, e che non abbia rapporto con la legge rituale dicesi Agadà; nè da questa devesi trarre altro insegnamento se non quello che persuade. È da notarsi eziandio che quello che i dottori fissarono essere dottrina rivelata a Mosè sul Sinai deve ritenersi come legge fissa ed immutabile, mentre le deduzioni da essi fatte coll'appoggio di commenti a testi biblici, son cose fatte a seconda delle esigenze, delle circostanze e delle proprie idee; per cui mentre devesi ritenere quanto in questi ultimi insegnamenti vi ha di persuadente, il resto non è cosa su cui si abbia l'obbligo di appoggiarsi.” Se così scrivevano gli antichi non meraviglia che con eguale indipendenza il rabbino Hurwiz di Londra abbia scritto nella sua opera Hebrew Tales: “Sono lungi dal sostenere che il Talmud sia un libro irreprensibile, sono disposto ad ammettere che contiene molte cose, che ogni spirito illuminato, ogni israelita pio desidererebbe non vi fossero mai state o vi fossero, almeno, state tolte da molto tempo.” (82).

Se piacque dunque a taluno, dice, ben a ragione, il dottissimo Bedarride (83) di porre a paro le prescrizioni del Talmud con quelle della legge di Mosè, questa dottrina non è mai stata ammessa dagli Ebrei siccome articolo di fede. Nelle cerimonie del culto giudaico è il Pentateuco che il ministro della religione presenta ai fedeli dicendo: “Ecco la legge che portò Mosè ai figliuoli di Israello.” Se il Talmud avesse formato un tutto colla legge di Mosè non si sarebbe mancato di unirlo a quella in siffatte funzioni.

“Negli articoli di fede del Maimonide, che ottennero l'approvazione di tutti gli Ebrei, si legge: “Tutta la legge che è oggi nelle nostre mani ci è stata trasmessa da Mosè.” Anche qui evidentemente non può trattarsi che del solo Pentateuco.

“Infine, in tutte le epoche, i più dotti rabbini si sono espressi liberamente sul conto del Talmud, ciò che non avrebbero osato fare se fosse stato parte della legge rivelata.

“Così Judas Levy, che fiorì nell'undecimo secolo, dichiara nel Cozri, che vi sono nel Talmud cose che già ai suoi tempi non si sarebbero scritte (84).

“Maimonide, nel Morè hanevohim, critica numerosi brani del Talmud, ed allorquando taluni zelanti vollero scomunicarlo, una folla di dotti ebrei alzò la voce per adottarne e difenderne le opinioni.

“Così Aben Ezra, Giuseppe Albo, e gran numero di altri dottori che meritarono il nome di sapienti, pur rendendo alle tradizioni, che si trovano nel Talmud, il tributo di rispetto che meritano, non hanno esitato a dichiarare che vi si contengono cose che non è possibile ammettere.”

Non si creda però che noi intendiamo invocare quanto siamo venuti finora dicendo per sostenere che dal Talmud non si può desumere un sicuro criterio per giudicare della moralità degli Ebrei. Lungi da noi siffatta idea.

Volemmo soltanto dire che coloro i quali asseriscono avere gli Ebrei egualmente autorevole il Pentateuco ed il Talmud sono in grande errore, siccome errerebbe chi asserisse che, pei Cristiani, il Vangelo e la Summa di San Tommaso hanno eguale valore.

Certamente non mancan Cristiani che non curano o non comprendono i sacri misteri della loro fede per correr dietro alle stupide fole di Maria Lateau (85) come non mancano Ebrei che trascurarono quasi il Pentateuco e le opere sublimi dei loro filosofi, dei loro pensatori per perdersi nelle quisquilie del Talmud.

Ma questo, ci si permetta dirlo, non prova nè contro gli Ebrei, nè contro i Cristiani, prova soltanto, per la millesima volta, una verità antica quanto il mondo: che ogni religione, come ogni nazione, come ogni partito conta infinito numero di... spiriti deboli.

Nè gli Ebrei potrebbero non aver in gran conto questo libro, che non soltanto fu il legame che li tenne uniti, durante le secolari persecuzioni di cui furono vittime, ma che giovò eziandio a conservare intatta la loro fede. Nessuno infatti potrà negare che questo commento minuziosissimo della legge fosse incontrastabilmente utile al Giudaismo, come quello che lo preservò da quelle grandi discussioni religiose che furono cagione di tanti scismi nelle altre credenze. Le religioni che, o non hanno, come il Giudaismo, un codice particolareggiato, o non obbediscono, come il Cattolicismo, all'autorità indiscutibile di un Supremo Gerarca, sono naturalmente soggette a suddividersi in un numero infinito di chiesuole, come avvenne del Protestantesimo, e come sarebbe avvenuto del Giudaismo, se il Talmud non vi avesse posto riparo, a tutto provvedendo, e realizzando, sin dal V secolo, l'ideale di moderni filosofi: la libertà nell'unità. Sicchè, in questo senso, ben può dirsi giusta e veritiera la parola del Talmud stesso: “Dio non ingiunse ad Israello tante leggi e tanti precetti che per renderlo felice” (86).

Il Talmud, ripetiamolo, è di somma autorità presso gli Ebrei, e noi, dopo aver mostrato che essi, pur avendolo e dovendolo avere in gran conto, apportarono nel suo studio quello spirito di libero esame, innato nel Giudaismo e da esso reso obbligatorio (87), che permette di sceverare il grano dal loglio, vogliamo ancora dimostrare due cose: che il Talmud non è legge di iniquità, siccome pretendono gli stolti, ma legge di amore, di carità, di tolleranza, e che se vi sono nel Talmud dei passi non pochi che contraddicono ed all'intonazione generale dell'opera, ed alla vera morale, ciò è facilmente spiegabile e giustificabile.

Prima per altro di entrare nello spinoso argomento, ci si conceda una dichiarazione. La Chiesa Cattolica ha condannato a parecchie riprese il Talmud (88). Nulla di più naturale che siffatta condanna.

Il Talmud, codice di una fede non cristiana, deve contenere e contiene massime, precetti, argomentazioni contrarie al Cristianesimo. Se altrimenti fosse, gli Ebrei sarebbero Cristiani e la questione sarebbe bella e terminata. A buon dritto adunque la Chiesa Cattolica condannava il Talmud siccome libro pernicioso alla Fede e noi faremmo opera stolta pretendendo scagionarlo da questo addebito.

Ciò che vogliamo provare è che la morale del Talmud non è punto diversa, nè sopratutto peggiore di quella che può trovarsi in qualsivoglia opera umana scritta nelle identiche condizioni di tempi, di luoghi, di costumi; ciò che ci preme constatare, non per artificio di polemica, ma per omaggio alla verità è che la legge talmudica non è legge di odio come volgarmente si crede, e che l'Ebreo non soltanto può restarvi fedele rimanendo in pari tempo ottimo cittadino (89), ma attinge da esso quelle virtù domestiche e sociali che sono base di ogni civile consorzio (90).

E questa avvertenza che qui facciamo, desideriamo che il signor lettore applichi a tutto il contesto di questo lavoruccio. Difendendo l'Ebreo, compiamo opera sociale, non religiosa, non sopratutto anticristiana.

Fra le principalissime accuse che si vanno continuamente movendo al Talmud vi è quella di eccitare l'animo degli Ebrei contro i Cristiani.

Chi si è fatto banditore di queste accuse? Il Talmud, lo sanno anche i bimbi, non venne mai sinora completamente tradotto, i numerosi estratti che se ne hanno sono per la maggior parte opere polemiche e quindi da accogliersi con prudente riserbo.

I traduttori erano in generale o ebrei rinnegati (91) o feroci nemici dell'Ebraismo da una parte, o dall'altra rabbini e dotti israeliti. Una traduzione imparziale non abbiamo e non si avrà mai, perchè nessun dotto, non mosso da spirito di parte o da sentimento religioso, potrebbe accingersi all'improba e semi-inutile fatica.

Aggiungasi a ciò che le diverse edizioni del Talmud sia per imperizia degli amanuensi, sia per ostacoli ed impedimenti frapposti dalle censure politiche ed ecclesiastiche, presentano notevoli differenze e varianti, sicchè il volere ristabilire il testo primitivo sembrò sino ai giorni nostri opera quasi impossibile (92).

Infine lo stile del Talmud è lungi dall'esser sempre piano e facile; le iperboli vi abbondano e se vi si leggono pensieri squisitamente gentili siccome quando per dimostrare come l'uomo sia cosmopolita dice che “la polve con cui fu plasmato conteneva gli atomi più delicati della polvere di tutto il mondo” (93) vi si trovano eziandio frasi siffattamente oscure da doversi ritenere inesplicabili. Queste per esempio: La migliore fra le donne è una maliarda (94), il miglior medico (ebreo) va all'Inferno (95).

Questo linguaggio figurato che domina sovente nel Talmud, e la confusione grandissima nella redazione di cui abbiamo tenuto parola, furon causa che il Talmud fosse spesse volte frainteso.

Si avverta altresì che il Talmud è in gran parte composto di discussioni fra dottori, ognuno dei quali sostiene opposte dottrine (96). Per mostrare quanto sia facile per avversari di mala fede snaturare il concetto di un libro di siffatta natura addurrò un esempio.

Nel 1879, alla Camera francese, il noto radicale Paul Bert sostenne che un celebre teologo e casuista francese, il padre Gury, appoggiandosi alla dottrina cattolica giustificava il furto.

Naturalmente l'asserzione fece chiasso. Il deputato Granier di Cassagnac padre volle andare a fondo della cosa, e cercato il passo incriminato dal Bert trovò che il padre Gury, risolvendo un caso di coscienza, ha proposto il seguente esempio.

Il pastorello Titiro credendosi condannato ingiustamente dal Tribunale ad una indennità verso il suo padrone, ha cercato di indennizzarsi con un furto segreto.

Il padre Gury espone dapprima la tesi di Titiro, conchiudente alla liceità del compenso. Dopo ciò reca la soluzione teologica, decidendo che quella compensazione è illecita, e che Titiro è obbligato alla restituzione. Nulla di più semplice, di più retto, di più naturale. Ma il signor Bert si era limitato a leggere dalla tribuna testualmente la tesi di Titiro, tacendo la soluzione del teologo, ed attribuendo al padre Gury precisamente la dottrina, che il dabben prete condannava.

Se questo fu possibile ai giorni nostri con un libro che come quello del padre Gury è scritto in una lingua accessibile a tutti e che è effettivamente diffusissimo, quanto più facile non sarà falsificare qualche brano del Talmud e fargli dire proprio il contrario di quanto era nell'intenzione dei compilatori?

Due esempi fra mille.

Si pretende che nel Talmud vi sia questo precetto: “Il migliore degli idolatri uccidilo.” Che il precetto manchi di carità e di tolleranza non vorremmo certamente negare, e dato proprio che lo si trovasse allo stato di precetto nel Talmud, non saremmo noi gli ultimi ad invocare i fulmini dell'opinione pubblica contro l'empio libro. Ma esiste proprio questa frase nel Talmud? Possiamo accertare che sì, e che essa si trova nel Talmud gerosolimitano alla fine del trattato dei Kidduscin, accanto proprio a quella testè citata che manda i medici all'inferno, ed a molte altre egualmente strane e bizzarre. Molte ipotesi furono messe innanzi per spiegare questa frase, e l'illustre Zunz concluse che il passo debba intendersi così: “Il migliore degli idolatri (parlando di un ebreo) dice uccidilo.” Ciò che sarebbe stata semplicemente una constatazione delle persecuzioni di cui gli Ebrei erano fatti segno da parte dei gentili, divenne in bocca ai nemici del Giudaismo, un feroce appello all'assassinio ed allo sterminio, fatto da quello stesso libro dove è invece sancita la massima: “Chi alza la mano contro il prossimo, quand'anche non lo batta, è chiamato colpevole (97).” Del resto volere basare una conclusione qualsiasi su qualche brano staccato del Talmud sarebbe cosa impossibile. Nessun uomo imparziale vorrà dire si debba interpretare alla lettera un libro in cui si trovano massime come questa: “Chiunque pronuncia una decisione al cospetto del suo maestro merita la morte (98).”

Un'altra accusa che si muove al Talmud e che è ripetuta, con non ammirabile unanimità, da tutti gli scrittori antisemitici a cominciare dal Wolf nella sua Biblioteca (99) e venendo giù giù fino agli ultimi libellisti, è che il Talmud insegni agli Ebrei: “Voi, voi siete degli uomini, ma gli altri popoli non sono tali.” Senza essere atroce come quello di cui ci siamo testè occupati, anche quest'altro passo sarebbe sufficientemente antisociale e ridicolo, sicchè si sarebbe non poco sorpresi di trovarlo in quello stesso libro dove sono pur scritte queste massime di assoluta tolleranza (100): “Un non israelita il quale si governi dietro la legge di Dio, acquistasi merito, niente meno di un sommo pontefice; imperciocchè la legge dice (101): L'uomo eseguendo le mie leggi si procura la vita; nè dice già i Sacerdoti, i Leviti, gli Israeliti, ma dice Adam l'uomo.”

“Benefica, o Signore, i buoni. I buoni è scritto e non gli Israeliti, i buoni quindi di tutte le nazioni (102).”

Per chiunque sia in buona fede, basta la citazione di questi passi tanto chiari, tanto espliciti, per far comprendere che in quello che nega la qualità di uomini ai non Israeliti deve essere incorso qualche errore di interpretazione; e l'errore c'è, ed evidente.

La proposizione che i non Israeliti non si chiamano uomini, si trova effettivamente nel Talmud (103), ma, isolandola dal suo contesto, la si riduce ad un senso che mai non ebbe nella mente di chi la dettava. Si sa che la legge mosaica (104) colpisce di impurità per sette giorni chiunque sia entrato in una abitazione ove si trovi un uomo morto. Ora un talmudista, volendo alleggerire questa prescrizione, disse che la era da ritenersi unicamente applicabile ai morti israeliti, i quali soltanto generavano impurità col loro contatto; i morti non israeliti non avendosi per gli effetti di siffatta legge a considerare siccome uomini. Questa opinione, tutta individuale, a proposito di una questione affatto bizantina, e rigettata, lo si noti, da tutti gli altri talmudisti (105), bastò, perchè da secoli si vada ripetendo che gli Ebrei, per obbedire al Talmud, devono considerare sè soli uomini ed avere in conto di bestie tutti i non ebrei (106).

Accusa altrettanto assurda e ridicola, quanto quella che si muove al Cristianesimo di aver negata l'anima alle donne, per ciò solo che Gregorio da Tours lasciò scritto nella sua Historia ecclesiastica, come nel concilio di Macon (a. 525) un Vescovo facesse la proposta, respinta dai suoi colleghi, non potersi la donna chiamar uomo, nè formar essa parte del genere umano!

Il Cristianesimo, che ha tra i suoi potissimi vanti di aver dato alla donna la parte che le spetta nel civile consorzio, è accusato di averle negata l'anima, il Talmudismo che eleva a massima il precetto: “Amato è l'uomo perchè fu creato ad immagine di Dio, amore straordinario gli fu manifestato perchè fu creato ad immagine di Dio” (107) è accusato di aver assimilato alle bestie la quasi totalità del genere umano.

Aberrazioni dell'odio e dell'intolleranza. Per aggiungere poi un'altra prova della spudorata mala fede di taluni avversari degli Ebrei, e della supina ignoranza di altri, dirò, che allorquando oggi ancora, si vogliono citare i due passi del Talmud, dei quali siamo venuti sinora discorrendo, si suole in entrambi tradurre la parola goim che vale idolatri o gentili, coll'altra cristiani, siccome fece anche poche settimane or sono un sedicente abate Chabauty nelle colonne dell'Antisémitique (108). Dimostreremo ora che la parola goim non deve mai intendersi applicata ai Cristiani ma, prima di farlo, vogliamo avvisare il signor Chabauty che i due passi incriminati, di cui ci siamo venuti sinora occupando, sono scritti entrambi nella prima metà del secondo secolo dell'èra nostra, in una epoca, cioè nella quale non si parlava ancora nè di Cristiani, nè di Cristianesimo, ed in cui le due religioni di Mosè e di Cristo confondevansi quasi ancora in una sola; e sono scritti appunto da quel Simeon ben Johai che, condannato a morte dalla tirannia pagana, si tenne per quattordici anni nascosto in una caverna, nutrendosi di erbe e di radice.

Se questo sapeva il signor Chabauty, traducendo goim per cristiani die' prova di impudente mala fede; se non lo sapeva, di supina ignoranza, perocchè, lasciando anche in disparte l'osservazione, certo non trascurabile, della poca importanza che in quell'epoca aveva il Cristianesimo, non occorre davvero grande acume per comprendere che se Simeon ben Johai si lasciò trasportare dall'odio, è ben naturale che i suoi strali fossero diretti agli atroci suoi persecutori e non a coloro che in quei tempi dividevano cogli Ebrei i dolori del martirio.

Parrebbe quindi sprecata ogni parola per dimostrare che, egli almeno, colla parola goim non potè alludere ai Cristiani (109).

Siccome però questa parola, che alla lettera significa stranieri, viene usata nel Talmud, anche da scrittori ben più moderni che non sia Rabbi Simeon ben Johai, e non mai in senso di benevolenza, così ci converrà soffermarvici sopra alquanto, per dimostrare falsa e calunniosa l'opinione di quei nemici degli Ebrei che sostennero doversi questa parola tradurre con quella di cristiano.

Se si ammettesse questa interpretazione sarebbe facile scavare nel Talmud non poche massime e sentenze dove si parla del goi, e farsene un'arma per dimostrare l'ebreo nemico delle popolazioni in mezzo a cui vive.

Sventuratamente pei sobillatori l'interpretazione che essi vorrebbero dare alla parola goi (plur. goim) non regge alla critica.

Il Talmud, considerato nello spirito che lo informa, non è intollerante, neppur verso la idolatria: “Gli stranieri fuori di Palestina non sono idolatri, ma essi seguono semplicemente i costumi de' padri loro.” (110), e, come corollario di questa massima, l'altra: “L'esercizio della carità e della giustizia son le uniche condizioni che il Giudaismo impone per l'eterna salute” (111). Tanto meno quindi esso può essere intollerante verso i monoteisti a qualunque religione appartengano, ed effettivamente i dottori del Talmud fanno enorme differenza fra idolatri e monoteisti. È idolatra chiunque non rispetti i sette precetti imposti da Dio ai figliuoli di Mosè (112):

1. Costituirsi tribunali.

2. Non bestemmiare.

3. Non servire ad idoli.

4. Non fornicare.

5. Non versare sangue.

6. Non rubare.

7. Non mangiar carne strappata da un animale ancora vivente.

Chiunque invece ottempera a questi precetti si chiama giudeo: “Chi rinnega l'idolatria si chiama giudeo” (113). Precetto questo che basterebbe a far chiaro qual concetto di alta tolleranza abbia il Giudaismo per tutte le religioni monoteistiche. Basta non essere idolatra per meritarsi quel nome di giudeo, di cui la stolta malignità delle plebi fece una ingiuria, ma che è, naturalmente, la più grande espressione di benevolenza che si possa trovare nel Talmud. E tanto differenziano gli Ebrei fra idolatri e monoteisti che Maimonide, il massimo fra i loro filosofi, potè ridurre ad assioma il principio, essere il Cristianesimo e l'Islamismo mezzo di preparazione all'êra messiaca.

Da quanto si è fin qui detto parrebbe già evidente non doversi mai in nessun caso la parola goi applicare ai Cristiani, ma ne piace far più chiara siffatta dimostrazione, esaminando la questione sotto un altro aspetto.

La Mischnà annovera tra le feste dei Goim le Calende ed i Saturnali. Ci volle davvero nel Bustorfio singolar mala fede, per tradurre nel suo Lessico Talmudico (colonna 2043), in questa guisa le parole della Mischnà. Haec autem sunt festa Christianorum (!) Calendæ, Saturnalia, Quadragesima. Che le Calende ed i Saturnali non siano state mai feste cristiane sanno anche i bimbi, nè vi ha chi ignori come i primi scrittori cristiani stigmatizzassero con santo zelo gli osceni riti dei saturnali pagani.

Come adunque supporre che la Mischnà abbia potuto dire essere feste dei Cristiani quelle che notoriamente erano dai Cristiani riprovate? Goim, in questo caso come sempre, non può tradursi con Cristiani, ma con Pagani o Gentili.

Nè si obbietti che se i Saturnali o le Calende sono feste pagane, è la Quaresima essenzialmente cristiana; poichè a questa obbiezione si risponde che l'introduzione della parola Quaresima in questo passo è un parto della immaginazione del Bustorfio, il quale non seppe, o non volle, trovare nella lingua greca il vocabolo misnico Kratesein. Questa festa è ritenuto dai Talmudisti essere la solennizzazione anniversaria del giorno in cui Roma ha preso l'impero e l'antico lessico talmudico, detto Aruch, dice essere voce greca. La voce è accorciata da Κρατησίμαχος vincitore in battaglia, ed indica la festa istituita in commemorazione di qualche solenne vittoria, qual era, per es., presso i Romani il giorno degli Idi di aprile, consecrato a Giove vincitore od alla libertà. E ben a ragione il Perengero tradusse questo vocabolo: Dies Κρατησίμαχος, sive memoria subjugati alicujus imperii.

Spiegato per tal guisa che nel passo, citato dal Bustorfio, non si parla di alcuna festa cristiana, ma bensì di tre feste pagane, sarà d'uopo convenire che allorquando nel Talmud si incontra la parola goim converrà renderla con quelle di gentili, pagani, idolatri, ma non mai con quella di cristiani.

Ma, si dirà, sien pure gli idolatri quelli che il Talmud designa col nome di goim, non è però men vero che egli inculca l'odio ed il disprezzo verso di loro, ciò che è sempre contrario ai precetti di carità e di tolleranza.

Obbiezione questa giustissima in bocca di coloro che, conoscendo i santi precetti del Vangelo, vorrebbero che ogni libro di ogni religione a quelli si informasse.

Ma il Talmud non è il Vangelo, ed errerebbe a partito chi volesse confrontare l'uno coll'altro. Il Vangelo è, come il Pentateuco legge rivelata, il Talmud è legge tradizionale. Nei primi è Dio che parla, nel secondo è l'uomo, con tutte le sue debolezze, con tutti i suoi difetti.

Ed il Talmud, non dimentichiamolo, fu composto, quando le persecuzioni, atroci, efferate dei Romani contro gli Ebrei, imperversavano ancora. Il Talmud è il libro di una gente oltraggiata nella sua fede, cacciata dalla sua patria, conculcata nella sua nazionalità, libro umano e non divino, sicchè se lascia talvolta trapelare l'odio dell'oppresso contro l'oppressore, non si può biasimarlo, senza involgere nello stesso biasimo ogni grido di dolore, ogni imprecazione che esca dal petto di una nazione oltraggiata, vilipesa, martirizzata.

Leggiamo le opere dei primi Cristiani che ebbero comuni cogli Ebrei i patimenti e le sofferenze, e vediamo se, malgrado le massime di sublime carità, bandite dal Vangelo, non rivelano l'odio verso il Pagano oppressore e tiranno.

Perdonare agli oppressori, lambire la mano che vi schiaccia, sono atti di virtù eroica, ma appunto perchè tali sarebbe assurdo il far colpa a chi non se ne sente capace.

Ciò che importa notare è che la legge giudaica non fa espressa distinzione dallo israelita al non israelita (nochrì) in alcuna di quelle leggi che la giustizia e l'umanità hanno suggerite a tutti i popoli civilizzati. Per esempio i precetti: Non commettere omicidio, non commettere adulterio, non rubare, sono espressi in modo illimitato ed assoluto; e questi misfatti sono indistintamente proibiti, sia che si tratti di commetterli a danno di un israelita o di un non israelita. Ciò fu chiaramente enunciato dal rabbino Eliezer figlio di Natan, vivente in Magonza verso il 1140, e fratello ad un genero di Rascì (114).

Ed anche i Talmudisti, se talvolta si lasciarono sfuggire qualche espressione di ira verso gli oppressori, non mancarono però di inculcare il perdono delle offese, una delle più sublimi fra le virtù evangeliche.

“Perdona a chi ti ha maltrattato, e dà a quello che a te ha rifiutato; se tu cerchi di vendicarti lo rattristerai e ti pentirai del male che avrai fatto. Se invece tu perdoni e ti mostri liberale, te ne rallegrerai in ogni tempo ed in ogni momento” (115).

Ed altrove:

“Sii sempre pieghevole come giunco (benigno con tutti), nè essere mai inflessibile come un cedro (inesorabile verso chi ti offese)” (116).

E più chiaramente:

“Coloro che umiliati da altri non ne anelano la rivincita, che ingiuriati non hanno un pensiero di vendetta, la di cui religione è amore di Dio, che con tacita rassegnazione soffrono le sventure di questa vita, vengono dalla sacra scrittura designati lorchè leggiamo (Giudici, v. 31): Quelli che amano il Signore, sieno come quando il sole esce fuori nella sua forza” (117).

Oppure:

“Se offendesti il tuo prossimo ti sembri grave l'offesa; se facesti il bene, lieve il beneficio. All'incontro se il tuo prossimo ti rese un servizio stimalo grandissimo; se verso te si permise una ingiustizia dimenticala come di poco momento.

“Apprendi a soffrire paziente e perdonare le ingiurie” (118).

Molti poi fra i precetti talmudici, che i nemici del Giudaismo interpretarono come eccitamento all'odio verso i gentili, non erano in fatto che precetti precauzionali intesi a guarentire la vita e gli averi degli Ebrei, dalle popolazioni, loro infestissime, frammezzo alle quali vivevano.

Si leggano taluni di questi precetti e si dia torto agli Ebrei di averli inscritti nelle loro leggi, quando si sappia, per dirne una sola, che una legge dei Franchi Ripuarii, non abrogata che qualche secolo dopo, da Lodovico il Pio, vietava, si procedesse contro un cristiano per qualunque delitto, l'assassinio compreso, che avesse commesso contro un ebreo (119)!

“Non si fermi solo un israelita con un idolatra perchè sono sospetti di versar sangue. — Se viene a trovarsi per via, insieme ad un idolatra che cinga spada, se lo metta a destra; se ha il bastone in mano, se lo metta a sinistra. — Se salgono o scendono non sia l'idolatra di sopra e l'israelita sotto, e ad ogni modo se lo metta un po' a destra, mai poi non gli si abbassi davanti. Se gli domanda: dove vai? quando abbia bisogno di andare un miglio, gli dica due miglia” (120).

Un esame particolareggiato del Talmud non è nell'indole di questo nostro lavoro, sicchè mentre non possiamo, nell'interesse degli Ebrei, che far voti perchè siffatto esame sia eseguito da uno scrittore veramente imparziale, ci limiteremo a darne qui taluni brevissimi estratti per far chiaro lo spirito che anima quello, che a buon diritto potrebbesi chiamare, il corpus juris degli Ebrei.

Fu detto, ed a ragione, che tutte le verità del Vangelo potrebbero riassumersi nel precetto: Amate il vostro prossimo come voi stessi.

Nè il fatto che questo precetto che Rabi Akivà diceva essere il più bel precetto della religione (121), trovisi nell'Antico Testamento (Lev. xix, 20), attenua il merito grandissimo del Cristianesimo che, sostituendosi al Paganesimo, mise in pratica il precetto della scambievole benevolenza, in scala ben più larga che non avesse fatto prima il Giudaismo e gli diede la sanzione di un dovere religioso. Ma il merito del Cristianesimo non deve renderci ingiusti verso gli Ebrei che seppero mostrarsi degni del sacro deposito della legge che avevano ricevuto da Dio.

Infatti nel Talmud troviamo:

“Amerai il tuo prossimo come te stesso. È questa la gran legge di tutta la legge. Guai a chi dice: Sono avvilito, sia avvilito anche il mio prossimo, sono maladetto, sia maladetto anche il mio prossimo. Pensi costui chi avvilisce, chi maledice; egli avvilisce e maledice chi porta in sè l'immagine divina” (122).

Ed altrove:

“Un pagano si presentò ad Hillel (123) e gli disse:

“Io sarò ebreo, ma a questo patto; voglio che tu mi insegni tutta la legge in tanto tempo quanto posso tenermi ritto su d'un piede solo. Hillel sorride, accetta la prova, e incomincia in questo modo: Ama il tuo prossimo; non fare ad altri quello che a te spiacerebbe. Ecco, amico mio, tutta la legge. Tutte le altre prescrizioni sono una conseguenza di queste: va e studiale” (124).

In altro luogo due rabbini discutendo sulla base della morale, e sul vero criterio della religione esprimono le seguenti opinioni. L'uno dice che tutto è fondato sul precetto dell'amore del prossimo, l'altro invece sulla unità della razza umana (125).

Nè l'amore del prossimo, tanto filosoficamente espresso in questa ultima massima, è, pei Talmudisti, soltanto un precetto scritto sulla carta e non applicato.

Ognun sa che gli odii religiosi, sempre vivi ed accaniti, lo sono tanto più fra differenti sètte della stessa religione; e sono pur note le dissensioni fra la scuola di Hillel e quella di Shamai, dissensioni che, per dirla colla espressione rabbinica, d'una legge sola ne facevan due.

Ora ecco cosa leggiamo nel Talmud a questo proposito:

“La scuola di Shamai e la scuola di Hillel, in perpetue disputazioni religiose l'una contro l'altra dividevano Israello in due grandi partiti, di cui uno parteggiava pel primo e l'altro per l'altro. Una scuola dichiarava immonde molte cose che l'altra voleva pure; quella dichiarava illegittimi i matrimoni in certi gradi di parentela, che questa credeva permessi. E tuttavia i due partiti e le due scuole vivevano comodamente insieme; non si astenevano dal mangiare l'uno in casa dell'altro, e legavano maritaggi gli uni cogli altri” (126).

Nè questo spirito di tolleranza vien meno, allorquando si tratta di altre religioni. Le prove che potremmo addurre sono tali e tante che ci troviamo obbligati a scegliere.

“La giustizia non è un retaggio particolare, non è di discendenza; solo i sacerdoti sono sacerdoti, solo i leviti sono leviti; chi volesse divenire o sacerdote o levita, non può: tutti che vogliono, possono divenire giusti, anche il pagano” (127).

Ed a confermare il precetto coll'esempio non mancano nel Talmud leggende e racconti, nelle quali, idolatri sono rappresentati come specchio d'ogni virtù! Si legga, a cagion d'esempio, la leggenda del pagano Damo d'Ascalona che riferiamo fra i documenti, giovandoci della bella traduzione datane dal Levi, e ci si dica se, in tutte le letterature antiche, esiste una pagina dove un nemico, un infedele, sia ritratto con così splendidi colori (128).

Ma la tolleranza è, checchè se ne sia detto, virtù essenzialmente giudaica, ed un sereno pensatore, anche ignorando il Talmud, dovrebbe convenire che un popolo non avrebbe potuto sopportare per secoli e secoli, senza trascendere a vendette e ad eccessi quella lunga serie di persecuzioni di cui Milman ebbe a dire “che furono le più schifose e le più continue che possano citarsi fra le nazioni al dissopra dello stato selvaggio” (129), se non avesse trovato nella propria legge il fondamento di ogni virtù, e non avesse succhiato col sangue il precetto dei suoi maestri: “Scopo principale dei religiosi precetti si e l'avvicinamento fra Israello e tutti gli esseri creati” (130).

La carità verso i peccatori è spesso raccomandata dal Talmud. “Non giudicate gli altri senza mettervi al loro posto.” (131).

Ed altrove:

“Tre cose conducono, anzi trascinano l'uomo malgrado suo al male, — l'errore della idolatria, la passione e la povertà.

“Meritano perciò grande compassione gl'infelici che ne sono trascinati, ed è dovere nostro di pregare Iddio per loro” (132).

E come moralità di uno dei tanti apologhi che formicolano nel Talmud:

“Il giusto non deve mai provocare la punizione di Dio sul colpevole” (133).

Nè il Dio degli Ebrei è animato da quello spirito di crudeltà e di intolleranza che i nemici del Giudaismo gli prestano, per poi torcere contro gli Ebrei il noto detto che non Dio ha fatto l'uomo a sua immagine, ma che ogni uomo si foggia un Dio ad immagine sua. Mentre i pagani sono vinti dagli Ebrei, Dio geme e sclama:

“Ebrei e pagani sono opera delle mie mani, potrei io annientare gli uni per far trionfare gli altri?” (134).

Ed altrove:

“Il Signore così protestava a Mosè: Ebreo o gentile, uomo o donna, servo o libero, tutti sono eguali per me; ogni buona opera è accompagnata dal premio” (135).

E questo principio si riscontra, ad ogni pie' sospinto, nel Talmud.

“Giuro pel cielo e per la terra, risponde un dottore, che ebreo od idolatra, uomo o donna, schiavo o ancella, tutti sono giudicati secondo le loro opere e su tutti può scendere lo spirito divino” (136).

E questo giuramento, monumento insigne di tolleranza, e quale difficilmente si troverebbe nei codici religiosi di altre nazioni, trovasi ripetuto nel Tanà Devè Eliau, libro antichissimo dei tempi talmudici, e così autorevole presso gli Ebrei che la pietosa leggenda lo attribuisce al profeta Elia.

Nè, checchè siasi preteso in contrario, questo spirito di tolleranza venne meno negli Ebrei moderni.

Un illustre rabbino italiano del secolo xvii scrive:

“..... E dicono i Rabbini che honorar similmente si deve ogni Vecchio, ben che non sia Hebreo, come Cittadino del mondo di molto tempo, che ha passato molti avenimenti et in conseguenza per esperienza saggio; da Giobbe, cap. 12. In antiquis est sapientia et in multo tempore prudentia” (137).

Un altro italiano, S. D. Luzzatto, è autore di queste parole che noi vorremmo seriamente meditate da coloro, che, non sappiamo per quali satanici intenti, si sforzano a metter zizzania fra Cristiani ed Ebrei: “Chi volesse confutarli [gli scrittori che presero a difendere il Cristianesimo], quand'anche lo facesse per difendere il Giudaismo, commetterebbe una immorale azione, poichè contribuirebbe ad immergere molta parte dell'umana società nella irreligione, essendo quasi impossibile che le nazioni nate fuori dal Giudaismo lo abbraccino... Che se taluno poi pensasse a confutare gli apologisti del Cristianesimo coll'idea di guarentire i suoi correligionari dalla seduzione dei loro scritti, il suo procedere non cesserebbe di esser men che onesto, siccome quello che nuocerebbe a milioni per giovare ad uno o due” (138).

A queste parole di stragrande importanza, e pel valore dell'uomo che le dettava, che fu può dirsi il maestro di tutti i Rabbini oggi viventi in Italia, e per essere scritte in una lettera particolare, non destinata a veder la luce, tanto che rimase inedita per ben quarant'anni, fanno degno riscontro le seguenti del venerando M. Isidore, gran Rabbino di Francia.

“La Religione..... non ha che una missione, quella di raccomandare la concordia e la giustizia e benedire gli uomini di cuore a qualunque culto appartengano, nessuno essa eccettua ed a tutti richiede annegazione e sincerità” (139).

Ad un accanito nemico degli Ebrei, a Paolo Medici, autore di un libro scritto espressamente per provocare l'odio ed il disprezzo contro gli Ebrei (140), la verità strappa queste due preziose confessioni che mostrano, al paro dei passi da noi citati, lo spirito di tolleranza del Giudaismo.

“Nella formola della confessione degli Ebrei in cui chiedono l'assoluzione dei loro peccati è fra gli altri annoverato il seguente: abbiamo altri in abbominazione” (141).

Locchè ci pare provi che se gli Ebrei nutrono odio contro chicchessia, e questo accade naturalmente anche a loro, perchè non sono migliori degli altri uomini, la loro religione però li obbliga ad accusarsene come di un peccato.

E lo stesso Medici ci reca la seguente prova dello spirito di tolleranza de' Rabbini:

“Nel trattato Tahamit, cap. 4 (142), prescrivono i Rabbini e dicono che se alcuno vuol digiunare, digiuni il lunedì, il martedì, il mercoledì o il giovedì, non mai però il venerdì, il sabbato o la domenica... La causa perchè non digiunano la Domenica, dice nello stesso luogo Rabbi Jochanan, per amor di Cristiani” (143).

Ogni spirito imparziale converrà, che non è possibile dar prova maggiore di tolleranza che vietare ai seguaci di una religione di far penitenza in un dato giorno, per ciò soltanto che, in quel giorno, i seguaci di un'altra religione celebrano la loro festa.

Se il Talmud è, come abbiamo dimostrato, legge di tolleranza, esso, seguendo il precetto del salmista (xxxiv, 15) “Ritratti dal male e fa il bene” è anche legge di carità e si informa a quella universale pietà ed umanità che formarono in ogni secolo la gloria degli Israeliti. I Siri dopo una battaglia perduta, dicono al proprio Re: noi abbiamo udito dire che i Re della casa d'Israele sono Re benigni (144). I Talmudisti dicono: “Gli Ebrei si distinguono per tre caratteri: essi, cioè, sono pietosi, verecondi e beneficienti” (145); ed altrove: “Chi non ha pietà non è della stirpe d'Abramo” (146).

Ed in altro luogo: “Caratteristica dei discendenti di Abramo è la pietà verso tutti gli esseri creati” (147).

Ed estendendo lo spirito di beneficenza anche ai non israeliti: “Per conservare l'unione e l'armonia che devono regnare fra tutti i membri della famiglia umana è prescritto di nutrire i poveri idolatri al paro dei poveri israeliti, di visitare i malati idolatri al pari dei malati israeliti, di rendere gli estremi uffici tanto agli idolatri morti, quanto agli israeliti” (148).

Ed il Modena constata come questo spirito di carità fosse ancor vivo negli Ebrei dei suoi tempi: “Hanno anco tanto per opera pia il dare elemosina, e sovvenir ogni misero, benchè non sia Hebreo; in particolare a quelli delle città, e luoghi dove abitano; come cosa propria della pietà humana indifferentemente et espressamente lo raccontano i Rabini” (149).

Di questo spirito di carità presso gli Ebrei rende splendida testimonianza un autore non sospetto, l'illustre De-Gerando con queste parole: “Tanta è la forza della legislazione biblica sulla carità, che essa ha conservato tutti i suoi effetti attraverso alle vicissitudini che ha subito questo popolo da tanti secoli. Qualunque siano state le sue disgrazie, fuggitivo, sparpagliato, perseguitato, non si è punto visto i suoi figli ricorrere alla carità pubblica. Anche là dove i diritti civili gli sono stati negati, là dove egli si trovava escluso dai principali rami di industria e dalla facoltà di possedere degli immobili, egli ha trovato nella comunità religiosa e morale, che unisce tutti i membri, dei mezzi sufficienti per sovvenire a' bisogni di quelli fra essi che non poterono sussistere coi loro proprii mezzi” (150).

Ed oggi ancora uno dei più illustri letterati e pensatori francesi, Maxime du Camp, in un notevole lavoro sulla carità (151) può scrivere senza tema di essere smentito queste parole:

“Ho molto viaggiato, e molto osservato, e non ho trovato in nessun luogo razza più benefaciente e più soccorrevole della razza ebraica.”

Dopo un pensatore un romanziere, ed un romanziere alla moda, Ernest Dandet che nel suo Jack scrive:

“Quando un ebreo si mette ad esser generoso la sua carità è inesauribile.”

Se dal frutto si giudica l'albero, da questi concordi giudizi sarà agevole argomentare quali sieno le dottrine giudaiche in materia di beneficenza. Ci piace però raccogliere anche su questo argomento talune sentenze talmudiche e non ci sarà difficile raccoglierne nelle opere di quei dottori che avevan per massima: “Fine della sapienza, esser la penitenza e le buone opere” (152), e che dicevano “lo stesso povero che vive di elemosina non esser dispensato dalle opere di carità” (153), e che insegnavano “principio della divina legge esser la carità; fine la carità” (154).

Ed ecco taluni precetti sull'argomento: “Tieni la tua casa a chiunque aperta e sien i poveri tuoi famigliari” (155). — “Val più la carità che la beneficenza” (156). — “Amare l'umanità equivale ad amar Dio (157).” — “Quattro caratteri vi sono nella beneficenza. Chi dà volentieri, ma non vuole che altri dia, è geloso de' meriti altrui. Chi vuol ch'altri dieno, ma egli stesso non dà, è avaro. Chi dà del suo e vuole ch'altri dieno, è uomo pio. Chi non dà, nè vuole ch'altri dieno, è malvagio” (158).

Si noti però che mentre il Talmud eccita il ricco alla beneficenza, eccita il povero al lavoro dicendogli: “L'uomo che è mantenuto foss'anche dal padre, fosse anche dalla madre e dai figliuoli suoi, non prova mai l'ineffabile compiacenza di chi si mantiene colle proprie fatiche” (159) e dipingendogli la sorte dell'uomo che vive dell'altrui beneficenza usa queste parole che rammentano i famosi versi del nostro Dante:

“Quand'uno trovasi costretto a ricorrere all'altrui beneficenza, egli è come fosse condannato a due supplizi, a quello del fuoco e a quello dell'acqua” (160).

E perciò il Talmud contiene consigli di previdenza così saggia, che nessun economista moderno sdegnerebbe di firmare; questo, per esempio: “Ti costruisci prima una casa, acquista qualche terreno, coltivalo e quindi pensa ad ammogliarti” (161).

Ma ogni legge sulla beneficenza sarebbe incompleta e manchevole, se non consigliasse più il soccorso che permette all'infelice di rialzarsi, mercè la propria attività, che la elemosina pura e semplice, che abbassa il carattere di chi la riceve. Come non plaudire quindi a questo precetto talmudico: “Ha maggior merito chi presta che chi dona”? (162).

E dopo essersi dato tanto pensiero per inculcare la beneficenza, provvedono i dottori del Talmud ad impedire, per quanto sta in loro, che i malvagi sfruttino la beneficenza dei pii: “Chi non abbisognando di vivere di elemosina, pur la riceve, non morrà di vecchiaia se pria non sia stato ridotto alla stringente necessità d'implorare l'altrui beneficenza. D'altro canto, chi oppresso dalla miseria fa ogni onorato sforzo per non accattare il suo pane, perverrà prima di morire a nutrire egli stesso degli sventurati co' suoi averi. È di lui che disse Geremia (xvii, 7) Benedetto l'uomo che si confida nel Signore e la cui confidenza è il Signore” (163).

In questo stesso Talmud, tanto calunniato, si trovano, con grandissima meraviglia, trattate e risolute questioni che nel xix secolo preoccupano ancora lo spirito pubblico.

La questione della pena di morte vi è esaminata (164).

“Se un tribunale, vi si legge, pronunzia ogni sette anni una sentenza capitale, si ha il diritto di chiamarlo crudele. Esso merita questo rimprovero, dice Rabi Eleazzaro, anche se pronuncia una condanna di morte ogni settanta anni. Se noi avessimo fatto parte del gran tribunale (aggiungono Rabbi Tarfon e Akivà), mai nessun uomo sarebbe stato condannato a morte.

“Questo sarebbe, dice un ultimo rabbino, causa che i delitti di sangue si farebbero frequenti in Israello” (165). È a questo stesso Talmud, a questo stesso libro ove sta scritto anche al reo scegli una morte dolce (166) che si è ispirato uno scrittore ebreo dell'xi secolo, Giuda Levi, per scrivere queste parole che nessun moderno criminalista respingerebbe.

L'opera è in forma di dialogo tra un re Cosri ed un Ebreo che rappresenta le opinioni dell'autore:

“Cosri. Le pene imposte pei reati sono forse fissate dalla legge dove è detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ciò che un uomo ha fatto di male ad un altro, deve a sua volta soffrirlo?

“L'Ebreo. Non è detto nello stesso luogo: Chi avrà ucciso una giumenta la pagherà o la compenserà. Vita per vita. Chi colpirà un animale lo prenderà e lo pagherà?

“Questi due casi intendonsi del pagamento del prezzo, perchè ciò non vuol dire: Se qualcheduno ha ferito il tuo cavallo, tu ferisci il suo; ma bensì: Prendi il suo cavallo e pagati. Difatti non vi sarebbe per te nessun vantaggio a colpire il cavallo. Così se qualcuno ti taglia la mano, non è detto tagliagli a tua volta la mano, perchè non vi sarebbe per te nessun vantaggio a tagliargli la mano. È inutile far notare tutto ciò che vi sarebbe di contrario alla giustizia ed alla sana ragione in sentenze pronunziate sulla base del principio: frattura per frattura, ferita per ferita, cattiveria per cattiveria. Difatti come potremmo noi misurare, graduare esattamente tali cose; uno, per caso, muore in conseguenza d'una ferita ed un altro no. Possiamo noi essere giudici esatti del più e del meno? Strapperemo noi un occhio tanto a chi ne ha uno solo come a chi ne ha due? Così uno diverrebbe cieco, l'altro soltanto monocolo. La legge dice: l'uomo sopporterà le conseguenze del male che ha fatto” (167).

Le dottrine giuridiche del Talmud meriterebbero, del resto, da sole, l'onore di uno speciale volume. “Quando è, dice un dottore, che giustizia e benevolenza s'incontrano? Allorquando due litiganti vengono ad un accomodamento pacifico.” Legislatori che tanto prediligevano la conciliazione, non potevano dimenticarsi di reprimere l'avidità di coloro che, troppo spesso, spiegano dinanzi ai tribunali azioni temerarie. “Chi esige ciò che non gli spetta, nonchè veder frustrate le ingiuste sue richieste perde pure ciò che di fatto possiede” (168). Le più minuziose raccomandazioni sono fatte ai giudici, perchè non si lascino in nessun modo influenzare da nessuna delle due parti contendenti: “Non ti costituir giudice, nè del tuo amico, nè del tuo nemico, poichè nel primo non sapresti ravvisare la colpa, nel secondo l'innocenza” (169). Il precetto del Levitico (xix, 15): Non aver riguardo alla qualità del povero, vi è ampiamente sviluppato, e, mentre da un lato si impiega ogni mezzo per impedire che il giudice faccia traboccare la bilancia della giustizia a pro del ricco, gli si raccomanda poi di non lasciarsi vincere dalla compassione verso il povero a scapito della giustizia.

Si direbbe che il motto di Lessing “bisogna esser giusti anche col diavolo,” sia il compendio delle dottrine talmudiche; e se, sventuratamente per la magistratura francese, il famoso motto: “La Cour rend des arrêts et non des services” non venne mai pronunciato (170), i giudici del Talmud si ispirano ad un principio di giustizia ancor più completo: I Tribunali non rendono servigio ai potenti e non beneficano gl'indigenti. Il fatto solo del resto che il legislatore abbia creduto necessario moltiplicare i precetti per mettere in guardia i giudici contro gli impulsi del cuore, troppo facile a favorire l'indigente a danno del ricco ed a scapito della giustizia, mostra di qual tempra fossero, in quei tempi, i giudici in Israello.

Nè men bella è la disposizione talmudica che mentre eccettua talune classi di persone dal deporre in giudizio, dispone poi che tutti indistintamente possano esser sentiti nelle cause criminali, ma unicamente come testi a difesa. Le stesse formalità di cui è circondata la pena di morte, che vedemmo del resto eseguirsi assai di rado, mostrano quanto rispetto, anco in quelle epoche di ferrea giurisprudenza, avessero i dottori del Talmud per la vita umana.

Prima di lasciare questo argomento ci si permetta notare un'altra disposizione del Talmud, che mostra quanto quei dottori avessero nettamente tracciata la distinzione tra la legge religiosa e la civile. I Tribunali non potranno costringere chicchessia all'osservanza di un precetto affermativo, quando la legge divina abbia sancito un premio per l'osservanza di tale precetto.

E, come nelle dottrine giuridiche, così anche nelle sociali, il Talmud precorreva i tempi. Nessun libro, crediamo, del medio-evo, inculca ed esalta tanto i beneficii dell'istruzione quanto il Talmud.

Se la bella massima del Salmista, che la sapienza cristiana volle sempre sotto gli occhi degli studiosi: Initium sapientiae timor Domini non è espressamente scritta nel Talmud vi è in compenso quest'altra, prova dell'infinita tolleranza dei Talmudisti anche in materia di dottrina; “Chiunque pronuncia qualche sapiente parola, anche se idolatra, è sempre savio” (171).

Frequentissime sono nel Talmud massime come questa: “Chi istruisce il compagno sarà ben accolto nel cielo. — Chi istruisce la plebe, la sua preghiera sarà sì potente, da volgere in suo favore i divini giudizi” (172).

Oppure: “Chi istruisce le masse ha ugual merito di chi offre sacrifizi” (173).

E quest'altra, in cui all'amore dell'istruzione si congiunge il sentimento della vera democrazia: “Curate l'istruzione dei poveri, che da essi sorgeranno i veri cultori della scienza. Perchè ordinariamente i dotti escono di mezzo a loro? Perchè non si creda che la scienza sia un'eredità” (174).

Nè l'istruzione deve essere soltanto religiosa, ma anco professionale. “Come è dovere del padre di istruire il figlio nella religione, così egli è obbligato a fargli apprendere una professione. Chi non fa apprendere a suo figlio una professione è come se lo indirizzasse per la via dell'assassinio” (175).

E, cosa strana, pel libro di una religione che fu accusata di trascurare la donna, non mancano nemmeno, nel Talmud, precetti per raccomandare l'istruzione della donna: “Ogni uomo è obbligato ad insegnare la legge a sua figlia” (176).

Del resto se la parte assegnata alla donna nel mondo giudaico non è al tutto conforme alle idee del nostro secolo, sarebbe ingiustizia il negare che il Talmud curò con ogni mezzo di rinserrare i vincoli di famiglia, di innalzare la dignità morale della donna. Valgano queste massime a dimostrarlo.

“Dicono i savii, chi ama la propria moglie come se stesso, e la onora più che se stesso, e chi indirizza i suoi figli e le sue figlie nella via retta, e colloca questi quando sono giunti all'età del matrimonio, di lui è detto: e riconoscerai che è pace nella sua tenda” (177).

“Chi ripudia la sua prima moglie, persino l'altare versa su di lui lagrime” (178).

“Sempre dee esser l'uomo attento di non addolorar sua moglie perchè le sue lagrime essendo pronte, anche la pena è pronta.

“Sempre deve essere l'uomo attento di onorare sua moglie, perchè la benedizione non si trova in casa dell'uomo che in grazia della moglie” (179).

“Per merito delle donne pie furon liberati gli Ebrei dall'Egitto” (180).

“Augusta ricompensa serba Dio alla donna. Rav diceva a Rabì Hiyà, grande è il merito della donna, comecchè dessa sparga i primi più efficaci semi della religiosa educazione nei teneri petti de' fanciulli, dessa accuratamente veglia alle domestiche cose, mentre il marito s'occupa degli affari e degli studi religiosi” (181).

“L'uomo deve nutrirsi d'alimenti che sieno al dissotto della sua fortuna, vestirsi come la sua fortuna gli consente, ma provvedere ai bisogni di sua moglie e dei suoi figli al dissopra della sua fortuna, perocchè questi ultimi dipendano da lui, egli dal Creatore dell'Universo” (182).

“Se la tua sposa è di bassa statura, e tu ti china per udirne il parere” (183).

“Ogni perdita può ripararsi, eccetto che quella della donna del nostro cuore. Il marito non muore che per sua moglie, e la donna che per suo marito” (184).

Il Talmud del resto non è estraneo a nessuno di quei gentili sentimenti dei quali la età nostra sembra reclamare il privilegio.

Fin dal xvi secolo il già citato Modena scriveva:

“Per effetto di pietà si guardano molto anco di non tormentare, nè maltrattare, nè far morire crudelmente niun animale irrationale, e da che tutte son cose create da Dio, dalle parole del Salm. 144. Et miserationes eius super omnia opera eius” (185).

Ed infatti non mancano nel Talmud precetti che sembrano articoli staccati dal regolamento di qualche moderna società zoofila, e che farebbero balzare dalla gioia il cuore di qualunque vecchia pulzellona protestante di Londra e di Boston:

“È proibito all'uomo di prendere alcun cibo, sino a che non abbia dato da mangiare ai suoi animali” (186).

“Il divieto di maltrattare gli animali è divieto della divina legge” (187).

“Deve l'uomo tenere per buon augurio, il vedere le proprie bestie mangiare e saziarsi” (188).

E chiudo questa, troppo lunga, serie di citazioni con questa altra, che basta da sola a provare, il concetto dell'uguaglianza degli uomini dinanzi a Dio non essere monopolio esclusivo di nessuna religione:

“Presso di noi, il povero è spesso respinto mentre il ricco è ascoltato. Ma dinanzi a Dio tutti gli uomini sono eguali; egli ascolta i ricchi ed i poveri, le donne e gli schiavi” (189).

Altre citazioni non faremo, perchè queste bastano a dare un'idea esatta del Talmud a quelli che non apportano nessuna idea preconcetta nell'esame delle questioni.

Quanto agli altri, anco se moltiplicassimo queste citazioni all'infinito, non mancherebbero di opporci che abbiam citato i brani del Talmud che fanno onore a chi li scrisse, ed abbiamo taciuto gli altri.

E certamente, lo abbiamo già detto, lo ripeteremo, e lo grideremmo, occorrendo, anche sopra i muricciuoli, vi sono nel Talmud dei brani che sono lungi dal deporre in favore di coloro che li dettarono.

Ma prima di tutto convien osservare che essi si trovano in quella parte del Talmud che dicesi Agadà e che non è obbligatoria per gli Ebrei (190).

Ma, dato pure e non concesso, che l'Halahà, cioè quella parte del Talmud che racchiude le prescrizioni rituali, contenesse qualche precetto che non fosse intieramente in armonia colle idee larghe e liberali del secolo, ogni uomo veramente imparziale dovrebbe incolparne, più che gli autori del Talmud, i tempi e le condizioni, in cui scrissero.

Ciò che ogni Cristiano, ogni uomo ha il diritto di conoscere, sono i criteri coi quali gli Ebrei d'oggigiorno applicano il Talmud, e questi criteri ce li dà il più illustre Rabbino italiano del nostro secolo, il più volte citato prof. S. D. Luzzatto, di Padova.

“Del resto qualunque proposizione e qualunque racconto, che potessero trovarsi nel Talmud o negli altri scritti talmudici, i quali fossero in opposizione coi sentimenti di universale umanità e giustizia, insinuati dalla natura egualmente e dalla Sacra Scrittura, debbono riguardarsi non già come dettami della Religione, e nemmeno della Tradizione, ma siccome sgraziati suggerimenti delle calamitose circostanze e delle pubbliche e private vessazioni e sevizie cui gli Ebrei andavano esposti nei secoli di barbarie” (191).

Riassumendo tutto quanto siam venuti dicendo, concluderemo:

1º Il complesso delle dottrine del Talmud è ispirato a principii di tolleranza, carità ed amore;

2º Vi si riscontrano per altro dei brani, frutto di opinioni individuali, che ripugnano ai principii moderni.

3º Questi brani sono rigettati dagli Ebrei moderni, siccome il portato naturale delle condizioni di altri tempi; sicchè sarebbe altrettanto vano ed odioso far colpa ad essi di siffatte teorie, che solennemente ripudiano, quanto far colpa alla Chiesa Cattolica di certi brani del Molina, dell'Escobar e del Sanchez o delle espettorazioni stupide e calunniose di quel sacerdote Rohling, di cui, sormontando il ribrezzo che ispirano i rettili, dovremo occuparci più tardi.

Non faccia poi meraviglia il vedere che non abbiamo parlato dell'accusa che si muove al Talmud di eccitare gli Ebrei a frodare coloro che non professano la fede mosaica, questo argomento si connette tanto strettamente all'altro dell'usura che assieme li verremo svolgendo nel futuro capitolo; paghi per ora di por fine a questo, con un'ultima citazione, che ci pare abbastanza espressiva: “Chi commette ingiustizia verso il forestiero è come la commettesse verso Dio” (192).

Illustration from Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Notes in this chapter

Note 1 · History of cristianyty from the birt of Christ to the extinction of paganism by Dan H.H. Milmann.Note 2 · Lo stesso fatto si ripete per le tradizioni che servono di spiegazione al Zend-Avesta e che si fanno risalire allo stesso Zoroastro. (Cfr. SNote 3 · Avod, capo I, § 1.Note 4 · Questi, a nostro subordinato parere, dimenticano che il monopolio dello studio della legge non è, e non fu mai nell'indole della religione mNote 5 · Gli Ebrei non sarebbero stati i soli fra i popoli orientali a diffidare dei commentatori. È notevolissimo su di essi, questo giudizio che ciNote 6 · Israelitischen Annalen del dott. Jost, anno 3º, vol. i, pag. 143 et alibi.Note 7 · È un fatto costante l'antipatia degli Ebrei per le leggi codificate. Anche il Talmud, come vedremo, è ben lungi dall'aver forma di legge; è Note 8 · Lo stesso accade agli Indiani: una parte della loro letteratura non fu conservata che per tradizione orale: “Non si può farsi un'idea, dice Note 9 · La Mischnà venne pubblicata con una versione latina del testo e dei commentari di Maimonide e di Bartenora ed accompagnata da note di pareccNote 10 · Tanà è verbo caldaico, corrispondente all'ebraico Scianà che vale insegnare, sicchè Tanaim varrebbe maestri come Mischnà significa insegnameNote 11 · Voglia, signor lettore, notare che la legge orale di un popolo che vedremo più tardi accusato di disprezzare i lavori della campagna, si aprNote 12 · Nelle novelle di Giustiniano la Mischnà è designata sotto il nome di δευτέρωσις (Cfr. Novella 146, 1 e Sant'Agostino, Contra adversar. legisNote 13 · Abot, capo ii.Note 14 · Bavà Metzià, 30, 6.Note 15 · Peà, cap. i.Note 16 · Chiduscim, 40, 6.Note 17 · Ghittin, cap. 5, Mischnà, 8.Note 18 · Il nome di talmud deriva dal verbo lamad apprendere, insegnare, quasi a dire: dottrina, insegnamento.Note 19 · I professori S. D. Luzzatto e Graetz opinano, contro l'autorità del Maimonide, che tanto la Ghemarà di Gerusalemme, quanto l'altra di BabiloNote 20 · Sora, città della Mesopotamia, posta in una regione fertilissima, sui laghi formati dall'Eufrate, e di cui uno appunto era chiamato Sora. RaNote 21 · Heine giudicando, col suo istinto di poeta, il Talmud, che non aveva mai letto, definisce nel Romancero, l'Agadà un giardino, e l'Alachà unaNote 22 · La lettura del Talmud, dice Stern (Ueber den Talmud, Wurzbourg, 1875, p. 21), prova che i suoi compilatori sono a giorno della scienza conteNote 23 · Jerusalem and Tiberias, Sora and Cordova, an Introduction to the study of Hebrew, Literature by J. W. Etheridge M. A. Ph. D.Note 24 · J. Salvador. Hist. des Institut. de Moise et du peuple Hebreu. Paris, Levy, 1862, tome ii, p. 311.Note 25 · Blanqui, Hist. de l'Ec. Pol. Paris, 1860, vol. i, pagina 143.Note 26 · Imparziali sempre, non negheremo che vi siano nel Talmud sciocchezze puerili. Vi si discute quanti peli bianchi può avere una giovenca rossaNote 27 · Trattato Soferim.Note 28 · Franz Delitsch, Gesch. der jüd. Poesie, p. ix.Note 29 · Revue Britannique, 1868, tomo i, pag. 424.Note 30 · Op. cit., p. 451, nota n. 8 al cap. ii.Note 31 · Cozri, discorso iii.Note 32 · Non a caso, fra le stupide fole con cui si tentò, da fanatici imbecilli, disonorare la religione di Cristo, cito questa di Maria Lateau. NelNote 33 · Maccot, cap. iii.Note 34 · Saadia ben Josef, capo dell'Accademia di Sora, ed il più illustre fra gli ebrei del x secolo, nella sua opera Haemunoth Vehadeoth riconosce Note 35 · Nulla, più della storia del Talmud, giova a provare come la violenza sia impotente a combattere le idee. Il Talmud fu proibito in epoche nelNote 36 · Gli Arabi, al tempo della loro dominazione in Ispagna non avevano del Talmud il triste concetto che ne hanno molti cristiani, e ciò per una Note 37 · Il celebre Alfonso de Candolle nella sua Histoire de la science et des savants così parla degli Ebrei: “Se l'Europa fosse abitata da soli EbNote 38 · Usiamo espressamente in questo caso la parola rinnegato anzichè quella di convertito, perocchè altrettanto ci sembrano degni di rispetto e dNote 39 · Il dotto talmudista signor R. N. Rabinowitz di Monaco sta pubblicando un lungo lavoro intitolato Dikdukè soferim in cui riduce alla vera lezNote 40 · Sanhedrin, fol. 38.Note 41 · Soferim, fol. 15, 10.Note 42 · Malgrado questo odio inesplicabile contro i medici il Talmud contiene nozioni preziose di medicina. (Cfr. Ginsburger, Medicina ex thalmudiciNote 43 · Il Talmud stesso deplora talvolta queste discussioni interminabili che fanno considerare la legge come due leggi, ed altrove attribuisce queNote 44 · Sanhedrin, fol. 58.Note 45 · Hiruvim, fol. 63.Note 46 · Tomo 2, pag. 903.Note 47 · Kamà, fol. 38.Note 48 · Si allude qui al passo del Levitico (xviii, 5) dove è scritto: Osservate, dico, i miei statuti e le mie leggi, le quali chiunque metterà in Note 49 · Sifrà, sez. Acharè-Mod verso la fine.Note 50 · Jevamot, 61 a.Note 51 · Numeri xix, 14.Note 52 · Veggansi Tossafod, Jevamod, fol. 61. Smemagheâgn e l'opera del rabbino Mosè Kunchyed, intitolata Ben Jochai, pag. 27.Note 53 · Credo aver provato la falsità della accusa mossa al Talmud, ma se qualcuno riescisse proprio a convincermi, locchè non credo, che gli Ebrei Note 54 · Avod, 3, 19.Note 55 · N. 3 del 16 giugno 1883.Note 56 · Veggasi quanto su questo argomento scriveva tre secoli or sono il dottore Davide de Pomis (De Medico Ebreo, sectio septima): Cfr. Lampronti,Note 57 · Holin, fol. 13 b.Note 58 · Talmud Perck Helek, pag. 105. — Tossaftà, cap. xiii.Note 59 · Sanhedrin, 56 a.Note 60 · Haghigà, 13, 1.Note 61 · Luzzatto, Teol. morale israelitica. Padova, Bianchi, pag. 27.Note 62 · Plantavitius, Florilegium rabbinicum, pag. 216, n. 1428.Note 63 · Talmud, Tahanid, cap. 3. Chi ne avesse agio legga in Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici dal prof. Giuseppe Levi, FirNote 64 · Sabat, i.Note 65 · Abot di Rabbi Natan, xli.Note 66 · Leggi Ripuarie, tit. xlvi; Montesquieu, Esprit des lois, libro xxx, cap. 20.Note 67 · Baraidà deribbi Ismael.Note 68 · Talmud Jerusalmì, Nedarim, ix.Note 69 · Rabot, pag. 28, a.Note 70 · Hillel fu, siccome è noto, illustre caposcuola del tempo di Erode.Note 71 · Talmud, Trattato Sciabad, pag. 31. Cfr. Plantavitius, Flor., p. 261, n. 1393.Note 72 · Berescid Rabbà, cap. 24, Cfr. Genesi, v, 1.Note 73 · Talmud, Jevamot, pag. 13.Note 74 · Talmud, Hiruvim, fol. 41.Note 75 · Vedi fra i documenti.Note 76 · Op. cit.Note 77 · Tanhumà, Sez. Scimini.Note 78 · Avod, ii. 5.Note 79 · Rabot, fol. 225, a.Note 80 · Talmud, Berahot, fol. 2.Note 81 · Talmud, Sanhedrin, 98 b. Cfr., ib. 396 e Meguillà 106.Note 82 · Jalkut, pag. 20, 2.Note 83 · Jalkut, Jeossua, fol. 9, 2.Note 84 · Leon Modena, Rabi ebreo da Venezia. Historia dei riti ebraici, Venetia, mdclxix. Appresso li Prodotti, p. iv e xi, 109 e 110.Note 85 · Lettera inedita di S. D. Luzzatto, Padova, 26 dicembre 1836; in Vessillo Israelitico, ottobre 1876, p. 325.Note 86 · Da una circolare con cui ordina le preghiere d'uso per l'inaugurazione dei lavori parlamentari nell'anno 1876.Note 87 · Paolo Medici, Riti e costumi degli Ebrei confutati. Venezia, Bartoli, mdccxlvi.Note 88 · Medici, op. cit., pag. 101–102.Note 89 · Più esattamente Tahanid, 27, 2.Note 90 · Op. cit., pag. 129.Note 91 · I. Re, xx, 31.Note 92 · Jevamod, fol. 79.Note 93 · Jom Tov, fol. 32.Note 94 · Talmud Betzà, 32, 6.Note 95 · Ghittin, 61, a. Nello stesso trattato è raccomandato agli israeliti di non impedire agli stranieri idolatri di prendere la loro parte di quaNote 96 · Modena, op. cit., parte 1ª, cap. 14, pag. 33.Note 97 · De Gerando. Della beneficenza pubblica, in Bibl. dell'Econ., serie ii, vol. 13, pag. 1599.Note 98 · Revue des deux Mondes, 1º luglio 1883.Note 99 · Berachod, 59.Note 100 · Ghittin, capo i.Note 101 · Sotà, 14, a.Note 102 · Avot, capo i.Note 103 · Smà, 49 b.Note 104 · Talmud Sotà, 14 a.Note 105 · Avot, v.Note 106 · Havod Deribi Nadan, cap. 31.Note 107 · Sothà, fol. 6.Note 108 · Sothà, viii.Note 109 · Sciabbad, 39.Note 110 · Peà v, Cfr. Avot de R. Nathan, iii.Note 111 · Ecco sulle leggi ebraiche un non sospetto giudizio: Patres christiani summopere jura hebraeorum commendarunt et apud Grecos philosophos placNote 112 · Mischnà Macod, capo i, § 10.Note 113 · Sanhedrin, fol. 45, a.Note 114 · Giuda Levi, Cosri.Note 115 · Sothà, i.Note 116 · Cheduvod, capo xiii.Note 117 · Fournier, l'Esprit dans l'Histoire, Paris, Dentu, 1852, pag. 425.Note 118 · Meghilà, 16, 1.Note 119 · Bavà Mezià, 85 a.Note 120 · Havod Deribi Natan, capo 4.Note 121 · Nedarim, 81.Note 122 · Kidduscim, i.Note 123 · Sothà, cap. 3. — Mischnà 4 al nome di Ben Azai.Note 124 · Jevamod, capo v.Note 125 · Ghittin, capo ix.Note 126 · Bavà Mezià, capo 4.Note 127 · Sothà, ii.Note 128 · Berahot, 2.Note 129 · Holin, vi.Note 130 · Bavà Mezià, capo iv.Note 131 · Sanhedrin, ii.Note 132 · Op. cit., parte i, capo 14, pag. 33.Note 133 · Ghittin, 62 a.Note 134 · Bavà Mazià, 118 b.Note 135 · Sifri Sez. Ekev, capo 43.Note 136 · Rabod, fol. 139.Note 137 · Isaac Levy, Défense du Judaïsme. Paris, Librairie Internationale, 1867, pag. 56.Note 138 · Luzzatto, Lezioni di teol. morale Israel. Padova, Bianchi, 1862, pag. 33 e 34.Note 139 · Haghigà, 5.
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