Note (61) — II.
Reading edition
Lo stesso accade agli Indiani: una parte della loro letteratura non fu conservata che per tradizione orale: “Non si può farsi un'idea, dice Max Müller (Op. cit., pag. 501), delle potenti facoltà che acquista la memoria in un organismo sociale tanto differente dal nostro, quanto i Parishad indiani lo sono dalle nostre Università. La forza della memoria, quale noi la vediamo e l'intendiamo, mostra come le nozioni che noi abbiamo dei limiti di questa facoltà siano del tutto arbitrarie. La nostra memoria fu da tempo remotissimo sistematicamente indebolita. Oggi ancora che i manoscritti non sono nè rari, nè cari, i giovani bramini non apprendono i canti dei Veda, i Brâhmana ed i Sutra se non per tradizione orale e mandandoli a memoria.” A queste osservazioni dell'illustre professore di Oxford aggiungeremo che oggi ancora nei paesi dove gli Ebrei studiano il Talmud non è difficile trovare giovanetti che lo sanno quasi intieramente a memoria, sicchè possono a prima vista trovare, in quella immensa e disordinata farraggine, il brano che da loro si richiede; sei o sette anni or sono tutti i giornali parlarono di un giovane ebreo di 25 anni, David Rosenfeld, di Minsk in Russia, che non soltanto sapeva tutto il Talmud a memoria e poteva indicare in qual pagina si trovasse ogni frase che gli si accennava, ma aveva nello stesso modo presenti alla memoria i due vasti commentarii di quell'opera: Rascì e Tossafot. Ciò del resto non deve far meraviglia allorquando si pensa che nella Legge di Mosè sta scritto: “Tu li ripeterai ai tuoi figliuoli, e ne parlerai con essi, stando in casa, camminando per la via e coricandoti ed alzandoti.”