Capitolo XXXI. L’ultimo amore.
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Alla dimane della novendiale, Menecrate s’incontrò coll’Apostolo Paolo nell’ospizio di Salvidieno Orfido, e a lui riferì le parole dettegli da Nerone dopo la cena, nelle quali aveva rimpianto il passato, aveva ricordata la potenza che Atte esercitava su lui, e parlando del palazzo d’Antonina, aveva mormorato che forse là ritroverebbe la pace.
— Indovino, — disse l’Apostolo, — la sua intenzione; forse egli pretende che a Poppea succeda Antonina; ecco la pace ch’egli cerca. Ma la sorella d’Ottavia e di Britannico non ricambierà mai l’amore del tiranno che li ha trucidati.
— E sei tu sicuro, o maestro, che si tratti di Antonina e non d’Atte?
— Sia dell’una, o dell’altra, ch’egli intendeva parlare, preghiamo, o Menecrate, che Dio tenga lontana da loro la sventura.
Credè prudente di non ripetere alle due donne le rivelazioni del citaredo. Antonina ne sarebbe rimasta sgomenta, e Atte forse commossa, con grave rischio della riconquistata virtù.
Quando Nerone ebbe superata la perniciosa, e furono scomparse le spaventose visioni, si tranquillizzarono i suoi rimorsi, e tornando alle amorose fantasie, andò avvalorandosi in lui il proposito di sposare Antonina.
Questo desiderio di Cesare non tardò a propalarsi fra i cittadini, e allo stesso Apostolo lo ripeteva un giorno Salvidieno Orfido, che lo aveva udito in una tonstrina[135].
Allora stimò opportuno di renderne avvisata Antonina, che ne fu sinistramente colpita.
— Quell’uomo mi fa paura, — essa disse.
— E a me fa pietà, — rispose Atte ch’era presente.
E qui narrò che Menecrate le aveva ripetute le parole dette a lui dall’Imperatore, esternando il sospetto che questi avesse rivolto i suoi pensieri sopra Antonina. Per sentimento di delicatezza non aveva osato farne parola alla sua padrona. Parlava adesso, poichè il maestro glie ne dava l’esempio.
Aggiunse inoltre, che imbattutasi quella mattina stessa nel giovinetto Sporo, questi le aveva descritti i deliri spaventosi e le fisiche sofferenze di Cesare, l’abbattimento di spirito, in cui si trovava, e la speranza d’udire una voce che non fosse quella di scellerati consiglieri.
Atte terminò dicendo:
— Ecco, mia adorata signora, perchè io dissi che Cesare m’inspirava pietà.
Con siffatta dichiarazione essa voleva distruggere ogni sospetto, che sul conto di lei potesse nascere in Antonina, e Paolo pel suo pietoso sentimento verso il tiranno.
— O figlia, — le disse Paolo, — non proviene forse la tua pietà dall’aver inteso che Cesare si ricordò di te e con rimpianto? Rispondi colla franchezza d’un’anima onesta.
— Credi tu, o maestro, ch’io possa conservare un resto d’affetto per l’uccisore della divina Ottavia, la sorella della mia generosa padrona, e di suo fratello Britannico? No, ho compassione dell’Imperatore, come l’ho per qualunque altro che sia colpito dalla sventura. Se sapessi che la mia voce e le mie parole potrebbero confortarlo, e per giovare a tutti, indurlo a frenare d’ora innanzi, gl’istinti malvagi, non avrei difficoltà alcuna di presentarmi a lui, tanto sono sicura di me, tanto mi sento purificata dalla nuova fede. E poi, quand’anco tutto ciò non bastasse, sappiate ch’io amo, riamata, Menecrate, che ho speranza di potermi presto chiamare sua sposa, e che nessuno al mondo mi indurrebbe a tradirlo. Ora palesai interamente la verità e dovete credermi.
— Sì, ti credo, o Atte, e tutto farò perchè tu sii felice.
— E tu, o maestro? — chiese Atte a Paolo, vedendo ch’egli taceva.
— Vorrei, — rispose, — esser certo che tu non faccia troppo a fidanza colla tua forza d’animo, e ti direi: va, e qualunque sia l’uomo che tu credi poter confortare e fors’anco redimere colle tue esortazioni, compi coraggiosamente la tua missione.
— Confida in me, — riprese Atte, — sotto l’usbergo della fede e dell’amore la mia virtù si sente invulnerabile. Sono pronta ad andare, ove la mia diletta signora me lo consenta.
— Anzi io stessa t’invio, — disse Antonina, — perchè tu indaghi se veramente l’audace Enobardo nutre il proposito di chiedere la mia mano.
— Grande vantaggio, — soggiunse l’Apostolo, — e grande consolazione sarebbe pei cristiani il veder sulla tua fronte la diadema imperiale, e se Nerone, di cui le passioni non ammettono ostacoli, acconsentisse a sposarti anche cristiana, tu....
— Rifiuterei lo stesso, — interruppe Antonina, — rifiuterei, perchè mi parrebbe un oltraggio ai Mani d’Ottavia e di Britannico.
Paolo riprese:
— Comprendo la tua ripugnanza; ma pel bene dei nostri fratelli in Gesù Cristo dobbiamo essere pronti a sacrificare tutti i materiali interessi, come i sentimenti del cuore. Tu sei forse destinata da Dio a far dell’efferato tiranno un giusto, e vorresti rinunziare a quest’opera santa?
— Sii certo, o maestro, che non avrò occasione di compire sagrifizii, nè merito di convertire Nerone; poichè questi, nell’odio suo contro i cristiani, s’è vera la voce che si sparse, o rinunzierà al suo progetto o vorrà costringermi a ritornar pagana. Non c’illudiamo, o maestro, non è la grandezza che m’aspetta, è forse la sventura. Quando questa mia fida liberta, — ed additò Atte, — tornerà dalla casa Aurea, vedrò da quanto essa mi riferirà, cosa mi resti a fare, se cercare uno scampo o prepararmi al martirio.
— Della vita nostra non è arbitro che Dio. Allorchè non v’è più mezzo di salvarsi, è bello il sacrificarla per la fede. Nessuno però per vanagloria deve affrontare il martirio, quando è pronto lo scampo.
Alla sera Atte s’avvolse nella calyptra e si diresse verso il palazzo di Cesare.
Stava questi adagiato sopra una cattedra, presso un desco sul quale ardeva una lucerna polimixa e suonava sul liuto una malinconica melodia, quando venne il liberto Doriforo ad annunziargli la citarista.
— Atte! — esclamò Nerone sorpreso.
— Atte! — ripetè Sporo, che seduto sopra uno sgabello ascoltava la musica.
E balzato in piedi, corse verso la porta, e condusse entro la zotheca la donna, stringendole con trasporto la mano.
Ma, con grave suo disappunto, venne tosto mandato fuori; e dovette accontentarsi di passeggiar sospirando davanti alla porta, e di tratto in tratto orecchiando.
— Atte, — chiese Nerone alla donna come furono soli, — che vuoi da me? Vieni forse a ricordarmi le gioie del passato o a rinfacciarmi i delitti?
— No, divo Cesare, io ti seppi mesto e infelice, e mossa da pietà, venni a portarti conforto.
— Ti son grato d’essere venuta, poichè colla tua presenza mi richiami alla memoria giorni più felici. Però la tua pietà non accetto: io voglio essere temuto, amato, ma non compianto. Una sola persona in Roma vorrei che fosse pietosa con me, ma quella tu non sei.
Atte comprese di chi si trattasse, ma non volle nominare Antonina.
— La donna, di cui parlo, io l’ho offesa, crudelmente offesa, e non oso sperare da lei pietà. Essa, appagando i miei desiderii, potrebbe far di me un uomo felice, redimere l’anima mia dai vizii e dai delitti, e cangiare il perverso tiranno nel più giusto e magnanimo del Cesari. Un suo rifiuto invece mi renderebbe di nuovo demente, inesorabile, formerebbe la perdizione mia, la sventura di Roma. Codesta divina creatura è Antonina.
Tutto ciò aveva detto Nerone nella certezza che la citarista lo ripeterebbe alla sua Signora. Sperava così di trovare questa più mite e benigna allorchè egli andrebbe ad offrirle la diadema imperiale.
Atte rimase per un istante dubbiosa e sgomenta, ma poi, fedele agli ordini ricevuti, cominciò ad adempiere alla sua missione, cercando di distorre il tiranno dal suo progetto.
— La mia Signora, — essa disse, — è così buona e generosa che non conosce odio, ch’è pronta sempre a dimenticare le offese e a perdonarle. Se rifiutasse la tua generosa offerta dovresti ascriverlo soltanto al desiderio di pace, alla sua avversione a tutto ciò ch’è pompa e grandezza.
— E che ne sai tu? Parli forse per gelosia?
La donna melanconicamente rispose:
— O divo Cesare, io qui venni per farti del bene, e tu mi compensi con ingiuriosi sospetti. Di qual cosa, di chi mai vuoi tu ch’io sia gelosa? Ora non lo sono che della mia virtù e del mio fidanzato.
— Fidanzato! — esclamò Nerone accigliandosi, — e chi è costui?
— Menecrate.
— Così quella che fu un giorno tanto amata da Cesare, discende oggi ad un citaredo.
Atte riprese:
— Da un amore impuro, che mi costò la vergogna, ad un amore santo, che mi renderà felice.
— Taci: non irritarmi.
— E perchè t’irriti, o divo Cesare? Sono io forse Antonina?
— Hai ragione. Son pazzo. Or bene, poichè venisti, come tu dici, per darmi sollievo, prendi il mio liuto, temprane le corde e canta, e la tua voce calmi l’anima mia trambasciata, come l’arpa di David calmava i furori del Re israelita.
Atte obbedì, e Nerone rimase ad ascoltarla assorto nelle memorie del passato.
La dolce rassegnazione d’Ottavia, le notti d’ebbrezza voluttuosa, le feste, i banchetti, gli spettacoli del circo e dei teatri gli si schieravano dinanzi alla mente e lo forzavano a rimpiangere le delizie perdute, e a viemmaggiormente desiderare nuove future gioie.
Come la citarista ebbe finito, le disse:
— È ben soave la tua voce. Se io ti dicessi: Atte, abbandona Menecrate e torna a me, oseresti tu rifiutare?
— Dovrei osarlo a rischio di provocare il tuo sdegno.
— Rassicurati, — riprese Nerone sorridendo, — io non ti farò simile proposta. Un’altra immagine mi sta scolpita nella mente e nel cuore, di un’altra Dea dev’esser tempio la casa Aurea. E per addimostrarti che io non parlai da senno, e che non sono geloso del tuo matrimonio, voglio offrirti un regalo di nozze.
Così dicendo, levossi, e passato nell’attigua stanza, ne ritornò poco dopo portando una cintura di cammei, chiusa in scatola d’argento lavorata a cesello.
Con quest’atto generoso l’astuto Imperatore voleva rimediare a quell’impeto di gelosia, a cui s’era lasciato andare pel matrimonio della citarista, impeto che poteva compromettere le sue aspirazioni per Antonina.
La donna rese grazie del dono, e poi attese d’essere congedata.
Nerone però la trattenne ancora lungo tempo, parlandole della sua padrona, e cercando informarsi quale esistenza menasse, quali fossero le sue abitudini, quali le persone che frequentavano la casa.
Atte, nell’intento di distorlo dal suo progetto, descrisse, esagerandola alquanto, la vita solitaria d’Antonina, che trovava la sua felicità negli studii, nei lavori e nelle occupazioni domestiche.
— È troppo giovine e bella, — interruppe Nerone, come indispettito, — per starsene a casa a filar lana. E chi la spinge a questo? Forse quel Saulo, quel cristiano intrigante?
Atte s’affrettò a distruggere codesta supposizione, perchè non incorresse l’Apostolo nell’ira di lui, asserendo che l’istinto, e forse le sofferte sventure, inducevano Antonina a prediligere quell’esistenza.
— Non cale, — riprese Nerone, — la frequenza di quell’uomo in una casa pagana mi dà sospetto, e saprò indagare la ragione che ve lo conduce. Porta intanto il mio saluto alla tua Signora, e dille che si prepari a regnare, che la mia volontà è questa, e che alla volontà di Cesare non v’è ostacolo che possa opporsi. Vale.
E la congedò.
Il tiranno amava Antonina, ma non di quell’amore che aveva portato a Poppea. Ora, vedendo la difficoltà della conquista, vi si univa l’amor proprio, ed era deciso a trionfare ad ogni costo.
Antonina attendeva ansiosamente il ritorno d’Atte, che giunse tutta agitata, e le disse che purtroppo era tolto ogni dubbio, che Cesare voleva dimandar la mano di lei, e si mostrava fermo nella sua risoluzione.
— Sono certa, — aggiunse, — ch’egli non tarderà a presentarsi, e se riceve un rifiuto, sa Dio che cosa accadrà.
— Avvenga ciò che può, — rispose Antonina, — io farò ciò che devo.
— E lo respingerai, quand’anco acconsentisse a sposarti benchè cristiana?
— Sì, e rispondo a te quello che risposi a Paolo. Se l’interesse della nostra chiesa m’imponesse il dovere di sacrificarmi, sposando un uomo che mi fa ribrezzo, non me lo consentirebbe la mia onestà.
— E non pensi a fuggire finchè ne hai tempo per non affrontare l’ira sua?
— Sarebbe una viltà. Se prega, io cercherò benignamente di persuaderlo ad abbandonare il suo progetto, a cercare l’amore d’altra donna. E se volesse impormi l’esecrato imeneo colla minaccia, allora eluderò in qualche modo la sua ostinazione.
Nè si smentì allorchè alcuni giorni dopo venne Nerone a chiederla in sposa adoperando i più lusinghieri blandimenti per convincerla ad accettare.
Disse essere essa la sola donna capace di renderlo ormai felice e saggio, di cangiare la sua malvagia natura, e far di lui un Principe adorato e rispettato.
— Pensa, — aggiunse, — che se tu rifiutassi l’aureola di tanta gloria commetteresti una colpa.
Antonina, nascondendo l’interno turbamento sotto mentita calma, rispose con tutta dolcezza.
— Ma io, o divo Cesare, non m’illudo sulle mie attrattive. Queste non sono tali da ottenere quello che non ottennero la soavità d’Ottavia e la bellezza di Poppea, che tu amavi assai, ed aveva impero grandissimo sull’animo tuo.
— Di ciò lascia giudice il mio cuore, e non la tua modestia. È da lungo tempo ch’io t’amo, ed ora è giunto il giorno in cui l’amata di Cesare deve abbandonare l’oscura esistenza per gli splendori della reggia.
Dopo aver fatto indarno nuovi tentativi per persuaderlo a rivolgere altrove le sue aspirazioni Antonina finì per esclamare:
— È impossibile!
— Non v’è impossibilità che non debba cedere davanti alla volontà di Cesare.
Sotto l’umile vello cominciavano a spuntare le unghie del leone.
— E vorresti espormi alle giuste censure di Roma intera, che vedrebbe con raccapriccio la sorella d’Ottavia e di Britannico tra le braccia di Nerone? E tu stesso potresti sacrificare il tuo amor proprio, la tua dignità, sposando una donna che non potrà mai amarti?
— Tutto ciò non mi trattiene. Lascia la cura a me di far tacere i censori e di conquistare il tuo cuore.
— T’illudi. Due ombre sanguinolenti mi difendono e mi terrebbero sempre lontana da te. Abbandona il tuo progetto, ch’è meglio.
— No, — gridò con forza Nerone, — devi essere mia. Così voglio, così comando.
— Ebbene, v’è un ultimo ostacolo di cui non ti parlai finora perchè il rivelarlo può costarmi la vita. È una barriera formidabile, che sorge fra noi.
— Apparterresti forse ad un altro? Perchè se ciò fosse, di codesta formidabile barriera io riderei.
— Non crederlo, — disse Antonina, a cui in quel momento terribile oscillava ogni fibra.
— Confessi dunque che appartieni ad altri?
— Sì.
— Il nome del mio rivale.
— Cristo.
Così dicendo, mostrò a Nerone una croce che teneva nascosta sotto il peplo.
A questa rivelazione le furie del tiranno si scatenarono.
Gridò, stringendo le pugna:
— Cristiana! Cristiana! Ah, per gli abissi, avrei dovuto prevedere l’opera del galileo impostore.
— L’opera fu interamente dell’anima mia, — interruppe Antonina.
— Ebbene, l’anima tua abjurerà la nuova fede per tornare all’antica, perchè io così voglio. Non già per essermi questa più a cuore dell’altra. Cristo e Giove sono per me ugualmente miti risibili. Ma la figlia di Claudio, la nuova Imperatrice di Roma dev’essere pagana. Intendi?
Antonina, ferita nella sua dignità dall’imperiose parole, levò la fronte altera, dicendo:
— Così parla ai tuoi schiavi.
— Egli è in tal guisa che Cesare deve parlare a quanti si ribellano alla sua volontà. Preparati, ti ripeto, ad abjurare la nuova fede per accettare da me la mano e il trono.
— Da te non voglio nè posso avere che la morte. Rimango fida al mio Dio, e son pronta al martirio.
— Non lo sperare. Altri l’avranno in vece tua, e tu sarai mia, tuo malgrado.
— Dio mi difenderà.
— Non tarderò a mostrarti ch’io sono più potente di lui.
— Per non udirti più oltre ti lascio, poichè discacciarti non posso.
Ed uscì dall’exedra.
Nerone voleva seguirla, forse colla prava intenzione di trarre all’istante su lei una turpe vendetta. Ma poi si ravvisò, e tornò al Palatino ripetendo tra sè:
— Mi vogliono di nuovo tremendo, e tremendo m’avranno.
Fe’ venire Aniceto, e gli ordinò di penetrare quella stessa sera a viva forza con alcuni satelliti nel palazzo d’Antonina, rapirla e condurla nella casa Aurea.
— Ordinerai nel tempo stesso al Tribuno Granio Silvano di scoprire la dimora dell’Apostolo Saulo.
— Io so dov’egli alloggia, e tu non lo immagineresti mai, o divo Cesare. Egli è con altri cristiani presso Salvidieno Orfido, il quale, non curando il divieto, ha fatto della sua casa un ospizio.
— Ebbene, Salvidieno Orfido sia appeso alle forche davanti la sua stessa casa, e Saulo e tutti i cristiani che si trovano nell’ospizio, vengano tradotti al carcere Mamertino.
Quella notte Nerone vegliava agitato, mentre il pedagogo e il Tribuno si recavano ad eseguire i suoi ordini.
— Essa forse, — ripeteva fra sè, — chiederà grazia pei cristiani e forse per ottenerla si mostrerà più rassegnata ad obbedirmi.
La luce del primo diluculo penetrava già dai balconi e i due messi non tornavano ancora.
Nerone, in preda a nervosa agitazione, s’aggirava per le stanze, parlando fra sè, mentre conserte le braccia, stringeva convulsamente nel pugno le maniche della tunica.
Il primo a giungere fu Granio Silvano, e disse che gli ordini di Cesare erano stati eseguiti, che tutti i cristiani dimoranti nell’ospizio erano stati tradotti nel carcere, che Salvidieno aveva già subita la condanna, e che l’Apostolo veniva catturato quando tutto polveroso e stanco rincasava.
— Ora a noi, superba Antonina! — esclamò Nerone con aria di trionfo.
Ma erasi troppo affrettato a cantar vittoria.
L’impresa di Aniceto aveva fallito. Meno un vecchio ostiario infermo, che pieno di spavento era venuto ad aprire, nessun’altra anima viva era rimasta nel palazzo d’Antonina. Ne avevano visitato i più reconditi luoghi, ma invano. Tutte le stanze erano buie, mute, deserte.
Il tiranno diede in urli selvaggi d’imprecazione, senza attendere che Aniceto continuasse il racconto.
Quando però questi gli disse che il vecchio, dietro la minaccia dei tormenti, aveva detto che uscito di là l’Imperatore, era venuto l’Apostolo; che poco dopo tornava a uscire accompagnato da Antonina e dalla citarista; che gli schiavi se n’erano iti anch’essi per ordine della Signora; e ch’egli non aveva potuto obbedire perchè la vecchiezza e le infermità non gli consentivano di muoversi.
— Quel Galileo parlerà, — gridò Nerone, — o tacerà per sempre. Che mi sia condotto innanzi.