Capitolo XXVIII. La viltà di Cesare.
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Alla prima notizia che dal vicepretore Vindice venivano sollevate le Gallie, Nerone aveva dimostrato somma indifferenza, e a quelli che gli presagivano la perdita del potere, rispondeva scherzando ch’ogni articella trova recapito in qualunque parte del mondo, e che dell’arte lautamente vivrebbe.
La ribellione di Galba era stata per lui, come vedemmo, colpo più fatale, ed erasi dato in preda alla disperazione e all’abbattimento.
Purtuttavia faceva il sordo ai consigli di coloro che lo spingevano a recarsi egli stesso alla testa delle legioni per conquistare le provincie perdute.
Fatto uccider Seneca, ch’era fra quelli che più lo molestavano a questo riguardo, sperava d’imporre silenzio agli altri, e viver beato nella sua ignavia, lasciando alle legioni il cómpito di combattere i ribelli.
Non tardò però, ad accorgersi come andasse crescendo il malcontento del popolo. I suoi fidi gli riferivano che dappertutto si biasimava apertamente la condotta di lui. Anche i Padri Coscritti a lui così devoti, si mostravano severi nel giudicarlo. La sua coscienza gli diceva d’essere caduto in grande discredito; ma più che alla voce della coscienza gli giovava prestar fede alle parole d’Aniceto, che per acquistare ascendente sempre maggiore, lo incoraggiava nella pusillanimità, e lo esortava a non allontanarsi da Roma, dove la sua presenza era necessaria. Lo assicurava poi essere per lo meno esagerate le notizie, che gli riferivano circa il contegno del popolo.
— Dagli pane e spettacoli, — diceva l’impostore, — e il popolo sarà felice che tu non parta.
Nerone non dimandava di meglio, e ricominciarono i giuochi del Circo, gli spettacoli sulle publiche vie, le feste notturne. Ma tutto ciò valse invece a persuaderlo che Aniceto non aveva detto il vero.
Un giorno ch’egli recavasi in gran pompa al circo Massimo guidando i dieci cavalli, la plebe, che da molto tempo lo lasciava passare senza acclamarlo, e guardandolo con aria di sprezzo, cominciò a reclamare ad alta voce le provincie perdute.
— Prendi il gladio, — gli si gridò. — Va, combatti! Combatti! — Abbandona gli ozii, conduci le nostre legioni alla vittoria! — Parti per le Gallie! Rendi a Roma le sue provincie. — Parti! Parti!
Udì anche qua e là acclamare a Sergio Galba, e tornò al Palatino pieno di sdegno contro tutti, quantunque la coscienza gli dicesse che le turbe avevano ragione.
Finalmente un giorno si sparse la voce che l’Imperatore aveva ordinato d’armare una legione, aumentata da un corpo d’ausiliari e da un distaccamento di cavalleria, e ch’egli sarebbe partito alla testa di quei diecimila soldati.
Venne di fatto bandito il decreto che il popolo, tribù per tribù, si presentasse a dare il nome, e giurasse d’obbligarsi alla milizia.
Pochi obbedirono; e forse erano quelli che avevano meno gridato.
Nerone allora, quasi volesse vendicarsi della plebe e dei patrizii, che volevano costringerlo a partire, impose a tutti i capi di famiglia di cedergli un numero di schiavi, e i migliori che avessero, ed i più idonei, non eccettuati nè i Dispensatori nè i Cancellieri[117]. All’ordine dei Senatori e dei Cavalieri ordinò che concorressero alla spesa con parte delle loro entrate.
I forestieri costrinse a pagare al Fisco subito le pensioni d’un anno, esigendo da essi monete coniate di nuovo argento coppellato, e d’oro affinato e puro.
Contro siffatte angherie molti si ribellavano, dicendo che se Nerone aveva bisogno di denaro, doveva farsi rendere quello pagato ai suoi satelliti, alle sue spie.
Questi, ed altri più gravi biasimi, s’udivano nei publici ritrovi. Isidoro Cinico, che altra volta aveva mancato di pagar cara la sua audace franchezza, ed era stato perdonato per uno di quei tanti capricci di generosità, che saltavano al pazzo tiranno, continuava nelle sue imprudenti diatribe.
Era però giusto ne’ suoi apprezzamenti, e mentre biasimava le estorsioni di Nerone, fatte in un momento in cui tutti soffrivano per la grande carestia, criticava il popolo, che aveva tanto gridato per la grandezza di Roma, per la riconquista delle provincie perdute, e poi al decreto di Cesare, che lo invitava a presentarsi per formar la legione, nessuno obbediva.
— Perchè non ci fidiamo di lui, — rispose un giovine Cavaliere ch’era dei più violenti. — Credete voi ch’egli sia veramente deciso d’imitare l’esempio dei gloriosi suoi antecessori? Credete che andrà a combattere per riconquistare le Gallie e le Spagne?
Salvidieno Orfido, che sentendosi già in colpa per aver fatto sotto la sua casa tre botteghe, che affittava a forestieri, senza averne ottenuta licenza, dava, come suol dirsi, una bôtta al cerchio e l’altra alla botte, cercando nel tempo istesso di scusar Cesare, e non cadere in sospetto di quelli che frequentavano la taverna, ch’egli dava a fitto, entrò a dire timidamente:
— Io non ne dubito, perchè ha preso per sè l’autorità dei due Consoli, dicendo che l’impresa doveva essere compiuta da un Console solo. Inoltre, i preparativi....
— Di questi non parlare, o Salvidieno, — interruppe Isidoro, — perchè muovono a sdegno. Nessuno dei nostri conquistatori, recandosi a guerreggiare si prese certo la briga di trasportar seco organi ed altri istrumenti musicali, e condurre una schiera di meretrici, cangiate in Amazzoni, coi capelli tosati a guisa d’uomo, e armate di scuri e targhe, come vuol fare costui.
— Ciò prova, — riprese il Cavaliere, — ch’egli anche partendo, farà suonare gli organi, e non le trombe, giacerà invece di combattere, cercherà i piaceri, e non la vittoria.
Il Cinico riprese:
— A questo penseranno le nostre invitte legioni, e Cesare tornerà coperto d’ignominia, e si procaccerà nuovo tesoro d’odio così nelle Gallie che in Roma, tanto più se prima di partire porrà ad effetto i suoi fieri divisamenti.
E qui narrò d’aver inteso, ch’egli, inferocito per essere costretto a lasciare gli ozii della casa Aurea, voleva emanare l’ordine che si spedissero successori ai Governatori delle provincie, e questi messi a morte, come se fossero altrettanti congiurati; che venissero tagliati a pezzi tutti gli sbanditi e i Galli ch’erano in Roma, i primi perchè non avessero comunicazione coi popoli ribelli, gli altri perchè fautori della propria nazione.
Diceva inoltre ch’egli volesse dare le Gallie in preda ai soldati, avvelenare i Senatori, e aprir le gabbie alle fiere, ch’erano ne’ suoi giardini, e sguinzagliarle tra il popolo.
— A tali enormità non posso prestar fede, — osservò il giovine.
— E neppure io, — soggiunse Salvidieno Orfido.
— Io, invece, lo credo capace di tutto, — rispose il Cinico. — Per soddisfare al suoi istinti sanguinarii non s’arresta davanti a qualsiasi scelleratezza, come per accumular danaro, e spenderlo poi in sfrenate grandezze, in piaceri, in bagordi, non ha difficoltà alcuna d’estorcerlo anche a quelli che più ne sono sprovvisti. È generoso talvolta, è vero, ma quando ciò giova a lusingare la sua ambizione.
— Ma con te fu clemente, — osservò Salvidieno, — come lo fu con tanti altri.
— In quel momento forse la sua ferocia dormiva, ed il suo spirito si trovava in condizioni serene. E poi la clemenza nulla a lui costa. La carità invece, che costa danaro, è virtù che poco gli garba. S’adopra forse per alleviare i danni della carestia? S’attendeva ansiosamente una nave partita da Alessandria, e la si diceva carica di granaglie. Invece portava hafe[118] che doveva servire a’ suoi lottatori. La carità di Cesare comincia e finisce ab ego.
Continuarono a discutere calorosamente se avessero ragione o torto quelli che di Nerone non si fidavano e negavano obbedire al suoi decreti, quando entrò nella taverna l’Apostolo, accompagnato da Menecrate.
Dietro alle botteghe v’era nella stessa casa un piccolo ospizio, dove Paolo da qualche tempo aveva preso alloggio, e dove tra gli altri forestieri, greci e latini, dimoravano due cristiani di Efeso, marito e moglie, ed una loro figlia.
A quest’ultima Menecrate insegnava a cantare al suono della cetra.
Salvidieno chiamò l’Apostolo e gli disse:
— Sentiamo l’opinione del saggio cristiano. Qui taluni sostengono che in odio a Cesare non convenga sottomettersi ai suoi decreti.
Paolo, rivolto agli astanti, rispose:
— Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio. Obbedite ai vostri superiori, per quanto siano gravi le loro colpe, e di queste lasciate giudice Iddio.
E senz’altro aggiungere andò innanzi, e scomparve insieme al suo compagno per una porticina, che dalla taverna metteva nel piccolo atrio tuscanico dell’ospizio.
— Il cristiano, — osservò Isidoro quando Paolo fu partito, — ha paura. Egli pensa ai leoni, che attendono nell’anfiteatro dietro i cancelli di bronzo la carne dei nazareni.
— O Cinico, — osservò Salvidieno, — tu non la perdoni ad alcuno.
Intanto passavano i giorni, Nerone continuava a profondere denaro negli apparecchi per la spedizione, senza decidersi a partire; e la legione, per la quale venivano imposti così gravi balzelli, rimaneva accampata nelle remote parti di Roma oziosa ed impaziente.
Il malcontento andava sempre aumentando nei cittadini come nei soldati, e minacciava di tramutarsi in aperta ribellione.
Ma l’ignaro Imperatore, lusingato sempre dalle menzognere assicurazioni d’Aniceto, non se ne dava per inteso.
Tutti gli altri lo biasimavano, compresa la vecchia Domizia, la quale acciecata da sviscerato affetto per lui, come lo aveva istigato al delitto per salvarlo da’ suoi nemici, voleva adesso spingerlo all’eroismo per l’onore della sua stirpe.
— Smetti codesta viltà indegna d’un Domizio, — gli disse un giorno la zia: — va, parti, che il popolo freme, fremono i soldati.
— E a te che importa? — interruppe bruscamente Nerone.
— Insensato! Non vuoi tu che mi stiano a cuore la tua gloria, la tua salvezza?
— Sì all’una che all’altra provvederò ben io.
— Vi provvederai forse, — rispose fissandolo con sarcastico sorriso Domizia, — lasciando inoperosi i legionarii, e tu restando neghittoso fra gli amplessi di tua moglie e delle tue concubine. Vuoi che il maledetto Galba venga a sfidarti fin sotto le mura di Roma? Hai dimenticato l’oracolo d’Apolline?
— Udrai fra poco com’abbia saputo renderlo bugiardo colla morte del mio nemico.
— So che per disfarti del tuo avversario, il quale apertamente ti sfida, hai dato incarico segreto a’ tuoi Procuratori di farlo uccidere, invece di correre a debellare le legioni ribelli, e infliggere all’audace la vergogna della sconfitta. Egli però è troppo ben custodito dai suoi fidi, e vive sicuro di succederti al trono.
— Te lo disse forse egli stesso? — chiese ridendo Nerone.
— Me lo dicono i presagi. Me lo dice la profezia in versi d’una pura vergine, che gli fu letta a Cludia da un Sacerdote di Giove, la quale annunzia che un giorno il Principe e Signore del mondo nascerebbe in Spagna.
— Questa è fola.
— Ma che basta a renderlo forte ed ostinato nel suo divisamento. E siffatto vaticinio tu lo ignoravi.
— Sì, — mormorò turbandosi il tiranno superstizioso.
— Quell’Aniceto, che t’avvalora nell’inazione, si sarà guardato bene dal fartene parola, come avrà taciuto che i legionarii, i quali hanno giurato fede a Galba, e poi pentiti volevano tornare all’obbedienza di Cesare, si sono di nuovo sottomessi al Duce ribaldo. I tuoi cortigiani conoscono bene il tuo debole e ne approfittano per farti credere quello che vogliono. Tu dai loro ascolto, e chiudi l’orecchio alle improperie che ti lancia il popolo, e ti compiaci della tua codardia, che ti fa preferire la vendetta vigliacca ad impresa gloriosa.
Nerone, vedendosi così giustamente giudicato, e con tanta veemenza, non avendo ragione da opporre, andò sulle furie e balzato in piedi, esclamò:
— E sei tu che così parli, audace vegliarda, tu che tante volte mi spingesti al delitto?
L’altra, gridando più forte di lui, interruppe:
— Sì, ti consigliai d’uccidere quando eri occultamente insidiato, quando la morte d’un uomo poteva renderti la tranquillità e salvarti il trono, e forse la vita. Ma ora è un esercito che ti provoca, ora si tratta dell’onor tuo, della grandezza di Roma, che tu poni in non cale, esponendoti a cadere vergognosamente.
— Vattene, — urlò il tiranno, — vattene, e più non infastidirmi.
E la spinse con impeto fuori della porta.
— Vile! — gli gridò Domizia, allontanandosi.
Le parole di quella donna, che gli portava così grande affetto, l’insistenza da lei addimostrata nel volerlo decidere all’impresa, l’ira destatasi in essa, e l’accusa di viltà che gli aveva lanciata, lasciarono Nerone sdegnato, ma nello stesso tempo lo fecero entrare in pensiero.
— Ma sarà poi vero, — diceva fra sè parlando ad alta voce e camminando agitato, — che se io resto, son perduto? Che se non mi decido ad abbandonare gli agi ed i piaceri della casa Aurea per le fatiche del campo e i perigli della guerra, cadrò vergognosamente, come asserì Domizia?.... E non parla essa forse per bocca di Poppea, che mi vuole lontano? Non è un intrigo ordito fra loro a scapito dell’onor mio?.... No... Domizia è malvagia; ma essa m’ama, quanto io la detesto, e a trame contro di me non si sarebbe prestata.... Ma perchè Poppea più non parla della mia impresa?... Essa nè mi trattiene nè mi istiga a partire... È indifferenza la sua, o timore dei miei sospetti gelosi?... Ancor essa in cuor suo m’accuserà di mettere in non cale la gloria e gl’interessi dell’Impero romano, e nel tempo stesso la gloria e gl’interessi della casa Domizia. Forse il suo silenzio nasconde profonda indignazione e disprezzo per me che non ho il coraggio di combattere per lei, per conservare sulla sua fronte il diadema imperiale. Tace per non gridarmi vile come Domizia.... Ah, questo pensiero m’irrita, e m’addolora!... No, non voglio esser vile.... non lo sono.... e se lo fossi, nessuno dovrebbe asserirlo. Corre obbligo a tutti di rispettare, come altrettante virtù, i vizii di Cesare. Chinino il capo, e tacciano.
Ad onta però di codeste spavalderie, la prima a non tacere era la sua coscienza, che gli gridava codardo. Egli avrebbe voluto addormentarla, gettandosi a capo fitto nelle feste e nei piaceri, lusingandola con scuse bugiarde, ma glielo impediva il contegno sdegnoso del popolo romano. In quel momento poi s’era desta del tutto, perchè scossa dal grido della furente Domizia.
Pressochè deciso a partire, mandò per l’astrologo Babilo nella speranza che i pianeti dessero un responso diverso dal primo, che lo spronava all’impresa e gli prometteva la vittoria.
Babilo venne, ed ossequente all’ordine di Nerone, tornò nella sua torre, scrutò negli astri quella stessa sera, e tornò all’indomani alla casa Augustale per riferire l’esito delle sue osservazioni.
— Ebbene? — chiese Nerone.
— Oroscopo ancor migliore, — rispose l’Astrologo. — Avrai facile vittoria. Basterà la tua presenza, la tua voce, per far deporre le armi.
A queste parole Cesare si rasserenò, e poi, come improvvisamente colpito da un’idea, licenziò Babilo, regalandolo di ben fornito marsupio, e si diresse verso le camere di Poppea.
Questa, che avendo già passato il sesto lustro, temeva di perdere la bellezza e la venustà delle forme, e poneva ogni studio per conservarle il più lungamente possibile, era da più giorni d’umore tetro, perchè si sentiva sofferente, e provava sintomi, che le facevano sospettare d’essere nuovamente incinta.
Di questa sua preoccupazione non faceva motto al marito, temendo ch’egli chiamasse a consulto dei medici, e fossero da loro avvalorati i suoi sospetti.
Non gli nascondeva però il malumore.
A sua volta egli non ne chiedeva la ragione, attribuendolo al dispiacere che le cagionava la sua pusillanime condotta di fronte all’audacia dei nemici.
Quella mattina entrò tutto trionfante nel cubicolo di lei, che giaceva ancora in mezzo ai profumi d’aromi e di fiori.
— Smetti il broncio, o divina Poppea, — le disse entrando, — i tuoi voti sono esauditi. Io parto per le Gallie e per le Spagne; parto sicuro della vittoria, che otterrò senza sacrifizi di sangue. Così presagirono le stelle.
— T’ascoltino gli Dei; ma come ciò possa avvenire non giungo a comprendere.
— Lo saprai domani, quando in tua presenza svelerò ai Padri Coscritti il mio disegno. Sei tu soddisfatta?
Poppea, sorridendo, rispose:
— Negando mentirei, affermando correrei rischio d’essere nuovamente offesa da’ tuoi sospetti gelosi.
— Ed è per questo che tu tacevi?
— Sì.
— Ed io invece voleva rimanere per te.
— Per me? — disse, sorridendo, Poppea.
— Ne dubiti forse? M’è grave assai l’abbandonarti.
— Le concubine, che conduci teco, sapranno lenire il tuo dolore.
Nerone, in cui la bella sposa seminuda destava il bollore dei sensi, rispose abbracciandola:
— Amo te sola.
Allorchè trascorsa un’ora uscì dalla stanza, Poppea mormorò tra sè:
— Quale disgusto! Avess’egli almeno distrutta l’opera sua.
Alla dimane l’Imperatore fece invitare i Senatori a recarsi, passato il meriggio, nella casa Aurea.
Terminata la merenda, si presentò loro, che lo attendevano nell’exedra, e rimasero a guardarlo sorpresi.
Egli entrava circondato da mazzieri, e camminava appoggiandosi sulle spalle di due famigliari.
Poppea, che ignorava anch’essa la ragione di quella ridicola andatura, lo seguiva come trasognata.