Capitolo VI. Tiranno che sfida e tiranno che trema.
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Poco mancava al conticinio[33] e le fiamme, lungi dal diminuire, divampavano più forti e s’estendevano. Quelle voci, quel rafforzarsi dell’incendio, decisero Nerone a discendere dalla torre per rientrare nel palazzo, e saper là cosa accadesse mai.
Lungo la via trovò la gente che frettolosamente se ne tornava, mormorando, altri, che fermi in capannelli, lungi dall’acclamarlo, lo guardavano biecamente; uomini e donne che piangevano ed imprecavano.
Egli era tetro e furibondo.
Appena discesi, Atte salì nei cenaculi ove trovò Egloga ed Alessandria che l’aspettavano ansiose, non sapendo cosa fosse accaduto di lei, dove Nerone l’avesse condotta, che significassero quelle grida, donde provenisse quell’incendio, perchè tutti nel palazzo ignoravano l’ordine dato da Nerone ai due architetti Severo e Celere di distruggere col fuoco quei granai.
La giovine greca nulla seppe dir loro. Essa era ghiacciata, affranta, spaventata. Non seppe che dare in questa esclamazione:
— Eterni Dei, cos’è mai quest’uomo che mi fa rabbrividire! Immensamente io l’amo, ed egli mi ricambia d’amore. Ma lo stesso amor suo mi fa paura.
E più non reggendosi in piedi, entrò nella sua stanza e si coricò.
La stanchezza, i brividi del freddo fecero che essa non tardasse a prender sonno, e quando riaprì gli occhi trovò vicino a lei Sporo, questa volta vestito da uomo. Si teneva presso la sponda con un ginocchio in terra e il braccio appoggiato sulla coltre e la guardava.
— Come sei entrato? — gli chiese Atte, sorridendo.
— Trovai l’uscio aperto.
— E che fai qui?
— Ti guardavo a dormire. Sei così bella!
— O giovinetto Sporo, so che tu non m’amavi perchè temevi ch’io ti togliessi il favore di Cesare; so che a malincuore obbedisti allorchè questi t’impose d’indossare abiti donneschi, e di servirmi. Ed ora, perchè vieni a lusingarmi e mi parli, e mi guardi come un innamorato?
Sporo chinò la testa e tacque.
— Mi detesti ancora? — chiese Atte.
— Oh no! — esclamò con impeto il garzone divenuto di porpora.
— E perchè arrossisci allora? È dell’odio che dovevi arrossire. Forse ti sei accorto, che io non ebbi sull’Imperatore quella potenza che tu temevi.
E con ansia attese dall’ingenuità di lui la risposta.
— Il divo Cesare, — disse Sporo, — è ora troppo felice per curarsi di me.
— E ciò t’addolora?
— È appunto la sua felicità, che mi fa male. Tutto il tuo amore è per lui.
— Adesso ti comprendo, o misero Sporo. Tu vorresti di questo mio amore raccorre almeno qualche bricciola, è vero?
— Sì, — mormorò egli, fissandola con occhi languidi.
— Ora dunque sei contento che Cesare t’abbia imposto d’essere la mia ancella. Ma perchè svestisti il peplo, perchè non coroni coll’infula i tuoi ricciuti capelli?
— Non voglio esser donna.
— Hai ragione.
— Ho già sofferto abbastanza quando l’Imperatore mi conduceva in pubblico tenendomi presso di sè travestito a quel modo. Tutti mi chiamavano la moglie di Nerone.
— Ma se tu non l’obbedisci in questo suo capriccio sarebbe capace d’allontanarti da me.
— E vuoi tu ch’egli tema di questa sua povera vittima?
— Tu vittima di lui? Tu che temevi di perderne l’affetto? Smetti l’ipocrisia, o fanciullo, e sii almeno leale nell’ignominia, come lo sono io.
— E schietto ti parlo, o Atte. Perdendo il favore di Cesare non resterebbe a me che la conseguenza de’ suoi feroci capricci. Credeva ch’egli t’avesse raccontato il mio martirio, ma poichè lo ignori, dimandalo a lui, ch’io non ho il coraggio di palesartelo. Tu sei buona, e non ne riderai come ne ridono Pitagora e Doriforo, questi due favoriti spregevoli, ma più di me fortunati. Nulla essi rispettano, e son certo che oggi derideranno anche quei disgraziati di cui in questo momento ardono le case.
— Ma non sono i granai acquistati da Cesare, che ardono? — dimandò la donna sorpresa.
— Insieme ai magazzini il fuoco distrugge case e palazzi vicini. In questo momento è più spaventoso che mai.
Di fatto, le fiamme e i tizzoni accesi, trasportati dal vento, avevano appiccato il fuoco negli edifizi vicini. Ma s’eran visti alcuni soldati con stoppa e fascine aiutar l’opera dell’elemento devastatore. Se eglino agissero poi per propria malvagità e sete di bottino, oppure per ordini segreti avuti da Nerone, questo non sapeva Sporo. E quand’anche l’avesse saputo, non avrebbe osato palesarlo.
Dal canto suo Atte, che già presentiva qualcosa di sinistro, dopo le grida udite tornando al palazzo, s’astenne dall’interrogare più oltre, e cercò di rimandare il giovinetto.
Questi però prima d’andarsene, voleva la promessa d’essere riamato da lei.
— O fanciullo, — gli rispose la donna, — tu pensi all’amore, tu che potresti ancora portare la crepundia[34] e baloccarti colla pupa. Fatti uomo e togliti all’ignominia, e troverai oneste giovinette che ti daranno gioie, che io non avrò più, le gioie della famiglia.
— Questa gioia di cui tu parli, io non l’avrò mai, — disse Sporo malinconicamente.
— E perchè?
— Nerone me la tolse per sempre.
— Spiegati.
L’altro allora s’avvicinò a lei, e dopo averle sussurrato alcune parole all’orecchio, fuggì via.
— Infamia! — esclamò la donna, coprendosi il volto colle mani.
E raccapricciava al pensiero che l’amore, ed anco un po’ l’ambizione, l’avessero data in balia d’un uomo così freddamente feroce.
Nerone, tornato dalla torre di Mecenate alla casa Augustale, trovò nel vestibolo i dodici littori dei Consoli, che insieme a Seneca e a Burro lo attendevano nel cavedio, tutti costernati pei gravissimi danni che arrecava l’incendio.
Destati improvvisamente e balzati dai loro letti, venivano a chiedere provvedimenti e soccorsi.
Credevano di vedere l’Imperatore agitato del pari; invece lo videro a tornare colla sua druda, vestito da istrione, imbronciato, ma tranquillo.
Passò loro dinanzi, e salutandoli disse d’attendere ed entrò nei suoi appartamenti.
Come se Seneca fosse responsabile della condotta di Nerone, Burro e i Consoli si rivolsero a lui, meravigliandosi di quello strano contegno, di quel buffonesco abbigliamento.
Seneca stringendosi nelle spalle, rispose:
— Nullum magnum ingenium sine insaniæ mixtura.[35]
Furono, dopo qualche tempo, introdotti in una sala, dove trovarono Nerone, che cangiate le vestimenta, sedeva presso un tavolo, sul quale ardeva ancora la lucerna polimixa, di cui i dodici lucignoli confondevano la loro luce coi primi bagliori del crepuscolo mattutino, uniti al riflesso dell’incendio.
— Che si vuole da me? — chiese egli.
Allora gli riferirono che alcune ville di patrizii, e case d’antichi Capitani, ricche d’arredi guerreschi, e perfino dei templi posti nell’isola stessa dei granai, erano preda alle fiamme; che il popolo esterrefatto correva per le vie e si ricoverava in campo Marzio.
— Non odi tu questo frastuono tremendo?
Di fatto, giungevano fino alla casa Augustale le grida della gente che fuggiva, e il rombo lontano delle fiamme.
— Odo sì, — rispose imperturbato Nerone, — ma tutto ciò non mi fa paura.
Seneca soggiunse che conveniva provvedere subito per domare l’incendio, rassicurar la plebe, e venire in soccorso de’ danneggiati.
Com’ebbe finito di parlare, l’Imperatore rispose, rivolto ai Consoli:
— Voi approvaste che quei magazzini fossero distrutti col fuoco. Se ora, contro le vostre previsioni e le mie, le fiamme si estesero, sta a voi il provvedere perchè l’incendio s’estingua. Claudio Nerone ha bastanti ricchezze per riparare ai danni. Se il Profeta Nazareno voleva distruggere il tempio di Gerosolima, e riedificarlo in tre giorni, io posso incendiar Roma intera, e in poco tempo ricostruirla. Rassicurate dunque, a nome di Cesare, tutti i danneggiati. Le macerie delle loro case da questo momento appartengono a me, e che nessuno osi rimuoverle per rovistarvi dentro. Se qualcuno osasse disobbedire a questo ordine, in luogo d’un compenso avrà una pena.
L’incendio durò sette giorni, distruggendo gran quantità di casupole, di palazzi e di luoghi sacri. La distruzione di questi ultimi suggerì a Nerone, per scagionar sè stesso, l’infame calunnia, che si dovesse al fanatismo dei cristiani l’estensione del fuoco.
Per suo ordine molti di questi infelici furono catturati e messi a morte fra le imprecazioni della plebe.
E i poveri cittadini, colpiti dalla sventura, perdettero tutto quello che di prezioso avrebbero potuto dissotterrare dalle macerie. Furono largamente ricompensati, è vero, ma in gran parte col loro stesso denaro.
Dall’effimera generosità s’erano lasciate abbacinare le stesse donne di Nerone.
Agrippina, ch’era ritornata da Bauli, intenta sempre a riconquistare il cuore del figlio, andò quella stessa mattina a congratularsi con esso, e i suoi elogi furono accompagnati da sì artifiziose moine, da render gelose la moglie e la concubina.
Ottavia difese l’operato del marito contro le censure, che Menecrate aveva udite e ripeteva a lei. D’una sola accusa quell’anima gentile non lo difendeva, il massacro dei cristiani.
Atte infine, benchè inorridita ancora dalla rivelazione di Sporo, si mostrò ammirata per quell’atto magnanimo, e ne diede all’amante ampia mercede amorosa.
Le donne innamorate volontieri dimenticano, scusano e perdonano.
Ma i biasimatori, di cui aveva parlato Menecrate, erano di molti, e le loro censure esprimevano in tutti i modi pubblicamente in prosa e in versi, che venivano divulgati nei pubblici ritrovi.
La plebe però non ci badava, ed entusiasmata del suo Imperatore, lo acclamava tutte le volte che si mostrava per le vie.
Contento di ciò, Nerone non si dava per inteso nè delle critiche nè delle satire.
Avvenne un giorno quello che Menecrate gli aveva annunziato.
Una mattina tornava in gran pompa al palazzo dei Cesari su cavallo riccamente bardato. Lo accompagnavano la moglie, la madre, Seneca, Burro, i due Consoli, i Senatori ed altri dignitari della Corte e dello Stato.
Pressochè tutti addimostravano in volto grande preoccupazione.
Il turbolento popolo d’Alessandria non cessava dal ribellarsi al dominio romano, malgrado la sanguinosa repressione subita sotto Giulio Cesare l’anno 47 avanti G. C.
S’era finalmente stabilito di spedire altre milizie in Egitto, per domare nuovamente i ribelli, e Claudio Nerone doveva porsi alla testa delle legioni.
Questa spedizione non gli sorrideva; ma aveva finito per cedere alle esortazioni del Senato.
La notte, che precedette il giorno destinato alla visita dei templi per implorare il patrocinio dei Numi, i sonni suoi erano stati turbati da visioni spaventose, talchè, balzato dal letto, aveva chiamato i liberti, e benchè fosse ancora notte chiusa, ordinava loro di condurgli l’astrologo Babilo.
Costui venne di fatto, e credendo di fargli cosa grata, dichiarò nullo il significato di quei sogni, assicurandogli il favore degli astri.
Nerone avrebbe preferito oracolo diverso. Fece però buon viso a sorte avversa, e si recò nei templi.
In quello di Giove lo attendeva il Pontefice Massimo circondato dai Sacerdoti, dagli Auguri, dai Flaminii, dagli Aruspici ed altri assistenti.
Pregò lungo tempo, stando in piedi davanti alla statua del Nume colle braccia distese verso il cielo, le palme aperte e avvicinate l’una all’altra, come usavano i romani nel precatio.
Dopo altri luoghi sacri andò al tempio di Vesta, e sedette davanti al delubro su ricco solio tra quelli della moglie e della madre.
Le Sacerdotesse col carbaso (corta tunica di lino), la stola, il bianco suffibulo delle cerimonie, formato da un lenzuolo di panno, che loro copriva la testa, ed era appuntato sotto la gola con una fibbia, stavano aggruppate entro il delubro rischiarato dalla fiamma del sacro fuoco.
Nerone, nel levarsi in piedi, per cominciare il precatio si sentì trattenuto indietro.
Si fe’ pallido in volto e ricadde seduto.
Il lembo della veste s’era impigliato in un fregio del solio.
Come se questo presagio non bastasse a preoccuparlo, altro accidente gli occorse subito, che accrebbe in lui lo spavento.
Liberata da quell’impaccio la veste, tornò ad alzarsi, ma con stupore grandissimo degli astanti lo si vide rimanere immoto, a premersi la destra sugli occhi, appoggiando la sinistra sulla spalla d’Ottavia.
— Claudio, che hai? — mormorò questa tutta commossa.
— Un velo davanti agli occhi. Più nulla discerno. Usciamo dal tempio.
E mosse verso il pronao.
Ottavia lo sosteneva sempre, Agrippina gli era accanto, gli altri seguivano aggruppati insieme, e dimandandosi a vicenda cosa fosse accaduto.
Uscirono anche le Vestali, alcune delle quali passarono a poca distanza da Atte, che insieme alle due nutrici di Nerone era venuta a veder la cerimonia.
Dopo aver mirato una di quelle vergini, strinse convulsamente il polso d’Egloga mormorando:
— Numi possenti! Mi par dessa.
— Chi? — dimandarono Egloga ed Alessandria.
— Rubea.
Appena uscito all’aperto sparì il momentaneo turbamento di Nerone, che rimontò a cavallo e si diresse verso il palazzo dei Cesari.
Ecco le ragioni per cui tutti se ne tornavano imbronciati.
Lungo il tragitto, il popolo che accorreva da tutti gli sbocchi delle vie per vedere il corteo, acclamava all’Imperatore, e ad alte grida dimandava d’udirlo cantare prima della sua partenza.
Questo bastò per rasserenare il divo Cesare, che ringraziava volgendo la testa a dritta e a manca, ed esprimendo con dei sorrisi la promessa di soddisfare a quel desiderio.
Le due Imperatrici fingevano d’essere contente per fargli piacere, ma gli altri assumevano aspetto più severo che mai.
Tornato in casa, e preoccupato dai sinistri presagi, non fidandosi più di Babilo, fece venire Simone il mago, pel quale nutriva ammirazione grandissima.
Questo ciurmadore, nato nel Borgo di Gitton in Samaria, dopo essersi fatto battezzare dal Diacono Filippo, dimandava all’Apostolo Pietro cosa si pagasse per aver il dono di parlare tutte le lingue. Pietro malediceva lui e la sua offerta[36] ed egli, lasciata la Samaria, aveva cominciato a viaggiare, meravigliando le turbe co’ suoi prodigi; ed era venuto in Roma, dove aveva conquistato l’animo di Nerone, mercè nuove ciurmerie e millanterie, tra cui la promessa di volare un giorno alla sua presenza.
Quando comparve, Nerone gli disse:
— O Simone, può la tua magica potenza con qualche esorcismo scongiurare i sinistri presagi?
Il furbo, che aveva già inteso dire come a Nerone poco andasse a genio quel viaggio, chiese dapprima di quali presagi si trattasse, e come ebbe inteso dei sogni spaventosi e dell’incidente occorso nel tempio di Vesta, rispose:
— Non valgono esorcismi atti a combattere la volontà degli Dei. Questa chiaramente s’espresse, e se vuoi, o divo Cesare, sottrarti a conseguenze funeste, conviene che tu rimanga.
Il mago ebbe larga ricompensa per questa risposta, che riescì gradita non solo a Nerone e alla sua famiglia, ma eziandio agli altri amici.
Anneo Seneca, e lo stesso severo Burro convennero esser prudente consiglio il rimanere.
Atte, più di tutti, ne fu lieta, e quand’essa si trovò sola con Nerone, mostrò giubilo così grande, ch’egli entusiasmato per tanto amore, esclamò:
— A te, a te, il diadema imperiale, o divina creatura.
Sentendo poi, come a lei fosse parso di riconoscere Rubea tra le vergini Vestali, le promise, benchè a malincuore, che avrebbe mandato Aniceto ad assumere informazioni.
Atte chiese in grazia d’andar essa stessa insieme ad una delle due nutrici, temendo che Nerone dimenticasse la promessa, come non aveva tenuta quella di far ricerca della famiglia Laterano.
Non l’aveva dimenticata il suo amante, ma a lui spiaceva, per gelosia, che Atte ritrovasse Rubea, sospettando nell’anima sua depravata qualcosa di turpe nella loro amicizia.
Quel giorno però pensò fra sè:
— Se Rubea è Vestale nulla più temo.
Ed accondiscese.
Al mattino seguente la citarista, accompagnata da Egloga e da Aniceto, si presentò all’abitazione delle dodici Vestali.
L’Ostiario, ch’era un vecchio soldato e che stava lavando alcuni arredi destinati al culto, rispose alla loro dimanda esservi veramente una Sacerdotessa di questo nome tra le vergini, che nel primo decennio apprendono le cose attinenti al loro ministero.
Chiesero di vederla e l’altro dimandò chi fossero.
Atte, che teneva al piacere d’essere riconosciuta dalla sua sorella di latte,
— Ditele, — rispose, — che l’attende un’amica a lei dilettissima.
E siccome il vecchio esitava, Aniceto colla burbanza del cortigiano, gli ordinò d’ubbidire, venendo essi mandati da Cesare.
L’Ostiario passò nell’interno del recinto, e dopo lungo attendere, li condusse nell’opistodomo[37] dicendo loro che fra poco si presenterebbe la vestale Rubea.
Atte giubilava al pensiero di riabbracciare l’amica del suo cuore.
Misera! A quale doloroso disinganno era serbata.