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Le donne di Nerone

Capitolo VII. Rubea.

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Plauzio Laterano, lasciata Roma fin da giovinetto, erasi recato in Acaja per esercitar la mercatura, ed ivi imbattutosi in una dama di Corinto vedova e giovine, quantunque di due o tre anni a lui superiore, l’aveva sposata, ed un anno dopo il matrimonio nasceva Rubea.

Non essendo la moglie di fibra robusta, Plauzio volle che la bambina fosse affidata ad una nutrice e questa fu la madre d’Atte.

Quantunque il commercio dei grani gli procacciasse sempre nuove ricchezze e l’aria balsamica di Corinto fosse oltremodo salutare a lui ed alle sue donne, si decise a partire e tornarsene in Roma.

E questa risoluzione egli prese, più che per desiderio di lasciar la Grecia, per soffocare in sul nascere il primo amore della sua fanciulla, innamoratasi d’un giovine greco e per condizione e per censo indegno di lei.

Rubea aveva allora quindici anni. L’indole di lei non era di quelle facili a piegarsi, disposta a dimenticare. Non per capriccio, non per passatempo, nè per smania di marito, come il più sovente avviene nelle fanciulle, essa amava il suo damo; ma sibbene per quella vera passione che non si estirpa facilmente dal cuore.

Cercò dapprima d’intenerire il padre; ma quando lo vide inesorabile alle preghiere sue e a quelle della madre, non profferì più detto, non versò una lagrima, e seppellì nell’anima il rammarico del rifiuto, e il dolore della separazione dal giovine amato.

Carattere fiero oltre ogni dire, essa del suo sentimento non aveva messo a parte che i genitori, nessun altro, neppure la sorella di latte, a lei così cara.

Le angosce poi, non confidò ad alcuno.

Giunti in Roma presero dimora in una villa a poca distanza dalla città, non essendo pronto ancora il palazzo, che Plauzio Laterano stava facendo costruire, e che da lui doveva prendere il nome.

Erano arrivati da un anno, e quando Plauzio, vedendo che la figlia mai dell’amante perduto non faceva parola, credeva che lo avesse dimenticato, questa esternò tanto a lui che alla madre un fermo proponimento che li fe’ rimanere di sasso.

Ogni anno alle calende di maggio si celebrava in Roma la festa della Dea Bona, che custodiva la castità, e dava lo spirito profetico.

Erano al rito ammesse le sole donne, che in quella circostanza fingevano avversione per l’altro sesso, e ciò per imitare la Dea, che aveva sempre respinto da lei il marito Fauno.

Era costui un Dio, ma forse un brutto Dio.

Rubea pregò la madre di condurla a quella festa, che si celebrava di notte nel palazzo del Pretore, e la madre, la quale afferrava ogni occasione per distrarre la figlia dalla sua tristezza, accondiscese di buon grado.

Nel mezzo del pretorio sorgeva il simulacro della Dea colla testa coronata di pampini ed attorno ai piedi attorcigliato un serpente, simbolo della vendetta del Dio, che per punirla dei continui rifiuti ai suoi abbracciamenti, l’aveva cangiata in rettile. Davanti alla base era un mellario colmo di vino; e questo doveva ricordare la disobbedienza di Bona, quand’era ancora in terra, alla legge che vietava alle donne di bere vino.

Per questa colpa Fauno l’aveva uccisa con un bastone di mirto, e poi pentitosi, la innalzava all’onore della divinità.

Quel vino veniva chiamato latte, perchè dovendo berne tutte le astanti, s’univa l’idea dell’astinenza all’ubbriachezza che la cerimonia imponeva.

Il pretorio era tutto rischiarato da faci e adornato all’intorno per cura delle Vestali con festoni di fiori freschi e frutta.

V’erano là riunite, matrone, spose, fidanzate e fanciulle, che tutte s’inginocchiarono, allorchè la Vestale Damiatrice e le altre vergini, vestite di bianco, si prostrarono davanti al simulacro.

— Oh come sono belle quelle Vestali, e come devono essere felici! — mormorò Rubea all’orecchio della madre.

— Silenzio, o figlia, — rispose questa, — che la preghiera incomincia.

La somma Sacerdotessa, dopo avere ricordati i repulsi della castissima Dea alle procaci voglie di Fauno, il sangue versato da lei per mantenersi incontaminata, e il premio avuto nello splendore dell’Olimpo, le pregò a tener salde le prische virtù di Roma e renderne il popolo gagliardo sempre ed invitto.

Queste parole, accompagnate da una antichissima cantilena del Lazio, furono ripetute in coro da tutte quelle donne, la maggior parte delle quali non erano certo disposte a seguir l’esempio della Dea.

Terminata la preghiera, la Damiatrice cominciò il sagrifizio, chiamato Damium, da Damia, altro nome di Bona.

Furono immolate galline d’ogni colore tranne il nero. Dopo di che, le più giovani Vestali immersero delle coppe d’oro nel mellario e le portarono in giro, ricolme di vino, dando da bere a tutte, finchè fu vuotato il vaso.

Allora, la Vergine che aveva compiuto il sagrifizio, gridò:

— Evviva il frutto di Bacco!

A questo grido le più sfrenate e briache si sciolsero i capelli, si strapparono di dosso le vesti, e rimaste con una sola pelle d’animale messa a tracolla, che lasciando nuda una parte del seno, scendeva loro fino ai ginocchi, cominciarono una danza vertiginosa intorno al simulacro accompagnandosi con cimbali, sistri e nacchere.

Naturalmente la moglie e la figlia di Plauzio Laterano, come molte altre, non presero parte a quella danza bacchica.

Rubea non levava mai gli occhi dalle Vestali, che conservando il dignitoso contegno, uscirono a due a due accompagnate dai littori per tornare alla loro casa.

Spuntava l’alba, allorchè la fanciulla e sua madre montarono nel carro.

Durante il tragitto dal palazzo del Pretore alla villa, Rubea non fece che parlare delle giovani Sacerdotesse, chiedendo alla madre quali fossero i loro riti, i loro privilegi; e la madre ingenuamente soddisfece alla sua curiosità tributando encomii grandissimi alle austere vergini.

Due giorni dopo Rubea dichiarò che voleva farsi Vestale.

I genitori, colpiti da questa risoluzione, la osteggiarono più che da loro si potesse. Non avevano che quell’unica figlia, che poteva formare la felicità del più cospicuo giovine patrizio colla sua coltura, colle sue grazie, colla sua splendida bellezza.

Atte aveva detto il vero, asserendo all’Imperatore che Rubea non avrebbe potuto mostrarsi per le vie di Roma senza essere ammirata da tutti.

E quella ricca capellatura castagnina di lei, che sciolta le ammantava tutta la persona, quegli occhi d’azzurro profondo, ai quali facevan cortina lunghe palpebre scure; quella bocca divina, quelle carni che sembravano di trasparente alabastro, quelle forme fidiache, dovevano dunque rimanere tesori nascosti all’amore degli uomini?

La fanciulla così voleva, e gli austeri rifiuti del padre, le tenere espressioni e i consigli materni non valevano a rimoverla dal suo proposito.

— La mia patria podestà può impedirtelo, — diceva Plauzio.

— E vorresti, o padre, — rispondeva Rubea, — togliermi così l’unica felicità che mi sorride nell’avvenire?

— Tu sei, — soggiungeva la madre colle lagrime agli occhi, — il solo bene ch’io possieda in terra, e tu crudele me ne rendi priva.

— Ma il tuo amore, — rispondeva la figlia, — non preferisce di vedermi casta, tranquilla e felice, in quel sacro recinto, piuttostochè avermi qui mesta e sventurata?

La tenace fanciulla vinse, e sua madre, sacrificandosi, come tutte le madri amorose, s’unì a lei nel supplicare il marito ad acconsentire.

Plauzio, prima di cedere, forse per prender tempo, volle consultare un Estispice‍[38] per conoscere se il voto della figlia fosse gradito agli Dei e se sarebbe essa veramente felice.

Con grandissimo rammarico del Laterano, l’oracolo fu favorevole a Rubea, che pochi giorni dopo, indossava la stola ed il carbaso della Sacerdotessa di Vesta.

Aveva allora diciassette anni e ne contava ventuno quando venne a trovarla Atte.

Allorchè si presentò nell’opistodomo tutta vestita di bianco colla fronte stretta nell’infula sacra legata dietro la nuca, dalla vitta‍[39] di cui le scendevano le tenie (o frangie) dietro le spalle, colla candida tunica sotto cui si disegnavano le maestose forme, fe’ rimanere attoniti non solo Aniceto ed Egloga, ma la stessa Atte che la conosceva diggià.

Essa corse verso Rubea, ch’erasi fermata sulla soglia guardandola, e andò per abbracciarla.

La Vestale però le fe’ cenno d’arrestarsi, dicendole sotto voce, perchè gli altri due non udissero:

— Una schiava greca per nome Atte, mandata in dono dal Governatore Gallione, come citarista alla diva Ottavia, divenne l’amante di Claudio Nerone.

A queste parole Atte rimase un poco sorpresa, e muta.

Quindi invitò Aniceto e la Egloga a ritirarsi, e come furono partiti, rivolse a Rubea queste parole:

— E se quella io fossi?

— Allora la Sacerdotessa di Vesta non potrebbe più stringere fra le sue braccia la sua sorella di latte.

— Si vede che tu non amasti mai.

— T’inganni, amai per la prima e l’ultima volta. Seppi sacrificare il mio affetto all’obbedienza. Queste sacre bende ti dicano che seppi anche conservarmi casta.

— Forse lo sarei stata anch’io, ove altro temperamento m’avesse concesso natura, ove più benigno mi si fosse mostrato il destino. Questo figlio della notte e del caos volle invece che fosse ardente l’anima mia, che fossi una povera schiava, esposta a tutti i perigli, a tutte le seduzioni, orfana, sola, senza appoggio alcuno, venduta come merce, dovendo lottare continuamente per mantenermi incontaminata. Resistetti, ad onta di ciò, perchè non amavo, e perchè, lo confesso, ero superba della mia bellezza, superba dell’arte mia. Finalmente quando l’amore e l’ambizione vidi in me lusingati, fui vinta, perchè non mi sentii capace di combattere. Ho peccato, sì, e so bene che merito disprezzo, che i Dei mi puniranno; ma al gastigo che tu oggi m’infliggi non m’aspettava.

— Eppur dovevi prevederlo.

— È vero, — rispose Atte, con amarezza, — perchè mentr’io non sognava che te, ed attendeva ansiosamente una persona, una lettera, che mi desse notizie tue, tu avevi bandita dalla tua mente la tua sorella, ed ora ti sei ricordata di lei per disprezzarla.

— Non potei darti contezza di me in questi cinque anni, perchè mio padre m’aveva vietato di corrisponder teco, credendoti a torto complice nel misero amor mio. Non fosti però mai dimenticata da me, e allorchè mi nacque il sospetto che la citarista giunta da Corinto, e che divenne l’amante di Claudio Nerone fosse la mia sorella di latte, ne provai profondo dolore, e pregai la Dea perchè risultasse ingiusto il mio sospetto. Invece tu stessa mi confermasti la triste realtà.

— Ed ora mi disprezzi?

— E qual altro sentimento vorresti tu che provasse la Sacerdotessa di Vesta per una cortigiana?

— Il compianto.

Rubea sorrise amaramente.

— Sì, — riprese Atte, — il compianto per una infelice che acciecata dalla passione cadde nell’abisso dell’infamia.

— E perchè almeno non te ne ritrai? Perchè non cadi ai piedi della tradita Imperatrice, e non ne implori il perdono? Perchè non fuggi lontana dal palazzo dei Cesari, e non lavi la tua colpa con una vita d’espiazione?

— Non me lo consentono nè la prepotente passione di Cesare, nè l’anima mia perdutamente innamorata di quell’uomo fatale.

— E non è la tua piuttosto frenesia ambiziosa, che ti fa amare, più che l’uomo, il potente Imperatore?

— Non accusarmi di questo, o Rubea. Ch’io rifuggissi sempre dall’idea di concedere il mio cuore e la mia bellezza ad oscuro mortale, è vero; ma io sognava cospicui sponsali, la mia ambizione era questa. Venni in Roma entusiasmata già dai racconti che udiva in Acaja, sulla grandezza e sulla generosità di Nerone. Il primo dì che lo vidi mi rese libera, m’affascinò col suo magnanimo contegno verso di me, colle sue lodi, col parlar lusinghiero, e fui sedotta, mi copersi d’infamia, e mi preparai un tremendo avvenire.

— Fuggilo dunque.

— È tardi, me ne manca il coraggio, e conviene ch’io trangugi fino all’ultima stilla il calice amaro del mio peccato.

— Disgraziata!

— Tu nata da nobile lignaggio, tu cresciuta sempre al fianco di tua madre tra le carezze e gli agi, non comprendi come possa una fanciulla essere contaminata, com’io fui; ma se invece di vagire in una cuna dorata, le prime tue lagrime fossero cadute su misero vaglio, saresti forse meno severa colla povera Atte.

— Il cuore mi spingerebbe ad essere indulgente, ma il mio sacro ministero m’impone il rigore. T’avrò lo stesso, o sorella, nella mente e nel cuore, e pregherò la Dea che ti tolga dall’obbrobriosa via, in cui ti sei messa, e quando con una vita di virtù avrai espiata la tua colpa, ritorna a me, e la pentita avrà quell’amplesso e quel bacio, che oggi la Vestale deve negare alla peccatrice impenitente. Atte, addio.

E mosse verso la porta d’ond’era venuta.

— Addio, sorella, — mormorò l’altra con voce soffocata dal pianto.

Quando raggiunse Egloga ed Aniceto, quest’ultimo, vedendola mesta ed avvedendosi che aveva pianto, le dimandò come l’avesse accolta la Vestale, cosa le avesse detto.

Essa rispose bruscamente:

— E a te che importa?

E l’altro si tacque.

Atte aveva divisato di nulla riferire a Nerone dell’accoglienza avuta da Rubea, e delle severe parole rivoltele; o per lo meno mitigar l’una e le altre, temendo che Nerone salisse in furore, e per vendicar lei dell’umiliazione ricevuta, punisse la Vestale.

Essa però aveva fatto i conti senza il malvagio pedagogo.

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