Capitolo III. Le insinuazioni d’Aniceto e i suggerimenti di Seneca.
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Non fu sola Ottavia che quella notte vegliò fino a tarda ora per aspettare Nerone; per la stessa ragione vegliò anche Agrippina. L’una attendeva per vederlo tornare a lei a chiederle amore, l’altra per vederlo pentito chieder perdono. L’una aspettava dolente, l’altra sdegnosa.
Ma Nerone, invece di scendere nella propria coscienza, e riconoscere i suoi torti, uscito dalle stanze della madre, chiese, com’era solito, all’arte l’oblio delle male azioni commesse in quel giorno.
Seguito da uno schiavo, che portava la citara, scese nel giardino, e sedutosi tra le piante del gestazio[16] si mise a cantare.
Le foglie, leggermente agitate dalla brezza di primavera, il chiarore della luna, che avviluppava in un’aureola d’argento gli alberi, i fiori e lo sterminato palazzo, il silenzio che regnava dintorno, tutto quel tesoro di pace, col quale la natura lenisce le miserie umane, raddolcirono il travagliato spirito di Cesare.
Cessò dal canto, depose la citara, e pensò, tornando suo malgrado ai teneri ricordi.
Vide come in eterea visione la soave figura d’Ottavia; rammentò le dolcezze di lei, i suoi vezzi, quasi infantili, la sua beltà che, al dir d’Agrippina, tanti gl’invidiavano, e impetuoso, com’era in tutti i suoi sentimenti, non resistette al desiderio di veder la moglie, e balzato in piedi rientrò nel palazzo e mosse verso le stanze di lei.
Come si vede, i nobili sentimenti cercavano ancora di lottare in esso contro il malvagio istinto. Ma erano pur troppo le lotte estreme.
Egli entrò a pian passo nel cubiculo, e fattosi presso il letto, stette a contemplare la giovane sposa, che dormiva supina, facendo delle nude braccia sostegno al capo. La temprata luce del licno[17] che pendeva dal soffitto, dava alla bella dormente eterea forma.
Nerone, chino su lei, stette per qualche tempo a contemplare quel seno palpitante sotto la sottilissima veste, quella fronte d’avorio e quelle labbra, che parevano schiudersi ad un sorriso, lasciando travedere i denti.
Come se fosse cosa nuova per lui, non resistette a lungo, e le diede quel premuto bacio che la destò.
Ottavia, riconoscendo il marito, mandò un grido di gioia, e gli cinse il collo colle braccia, dicendo:
— O Claudio, dunque la Dea m’esaudì.
— Di qual Diva tu parli?
— Della Viriplaca.
E qui gli narrò come si fosse recata a sera ad intercedere da lei la concordia coniugale.
— Fu Venere invece che mi condusse a te, — soggiunse Nerone.
— E non Cupido? — chiese sorridendo Ottavia.
— Sì, Venere, Cupido, Volupia,[18] e sopratutto un irresistibile desiderio di te.
E svestita, così dicendo, la lunga tunica, che lo ricopriva, s’adagiò nel letto al fianco di lei, che accarezzandogli i capelli e baciandolo, gli chiese se fosse a lei dedicato quel canto, che aveva udito prima d’addormentarsi.
— Come! — esclamò Nerone con aria di compiacenza, — la mia voce giunse fino a te! Eppure io non la spiegava del tutto, perchè l’aveva stancata col gridare in questo dì nefasto: eppure da due giorni non ho tenuto sul petto la lastra di piombo, per renderla chiara e sonora. Vedi dunque tu stessa che la mia voce è potente, e posso sfidare qualsiasi cantore, e lo stesso mio maestro Terpno.
E la presunzione nell’arte gli faceva quasi dimenticare l’ardore dei sensi, che Ottavia nella sua pudica riservatezza non cercava di tener desto.
La lascivia però non tardò a riprendere il disopra sull’arte, e quella notte il talamo imperiale nulla ebbe da invidiare al letto geniale in cui la prima notte del matrimonio l’aveva condotta la Pronuba.
Albeggiava di già quando si separarono.
Ottavia, nell’esuberanza del contento, discese dal letto, indossò la sua tunica bianca, e prima di chiamar le ancelle, uscì sopra il meniano (o terrazzino) per salutar con un sorriso di gioia l’aurora.
Il cielo era limpidissimo. Come se fosse un riflesso dell’anima sua, vide il Campidoglio, il Tabellario, il tempio di Castore e Polluce, e i più eminenti edifizii di Roma avvolti nella tinta rosea del mattino, e rimase a contemplar lungamente il sublime spettacolo.
Passò poscia nella stanza del bagno, e s’immerse nell’odoroso lavacro. Sedette quindi nel cubiculo, e dalla famula, a ciò destinata, si fe’ quel giorno acconciar con cura maggiore. Si fece inanellare i biondi capelli, lasciandoli cadere dietro le spalle, e tenendoli raccolti sul capo con una vitta[19] di seta azzurra. Tra le sue gemme scelse due orecchini di grossi elenchi.[20] Cinse il braccio sinistro con ricco spintere[21], l’altro con braccialetto, formato da anelli a spirale; e avvolse sotto il seno una mamillare[22] trapunta.
Benchè sempre elegante ed accurata, essa non aveva mai dimostrata la ricercatezza di quel giorno nel farsi più bella.
Teneva a rendersi seducente, si proponeva di porre in opera tutti i suoi vezzi, assoggettarsi a qualsiasi sacrifizio pur di conservare il riconquistato affetto del marito.
Era ingenuo proposito il suo, perchè ignorava da quale impetuoso turbine di lascivia foss’egli agitato.
Nerone, abbandonato il talamo, e rientrato nel suo appartamento, trovò il suo antico pedagogo.
Costui aveva nome Aniceto, ed era il suo confidente, il suo complice, la sua spia, il più abbietto de’ suoi cortigiani, l’uomo infine che per avidità di lucro era pronto a qualsiasi malvagia azione.
Madre natura, che lo aveva così mal dotato nel morale, non era stata più generosa nel fisico.
Sopra un corpo magrissimo e allampanato si posava la testa coperta di radi capelli rufi, misti ad incipiente canizie, quantunque non toccasse ancora i quarant’anni. Dalla faccia giallastra e rasa, si sporgeva in fuori un gran naso aquilino, e sotto enormi sopracciglia, rufe come i capelli, erano sepolti due occhietti piccoli e chiari, ma che avevano guardatura furbesca e cattiva.
Nerone, che per quel mostro non aveva segreti, lo condusse nella zotheca[23] e là adagiatosi sopra un lettulo coperto da una pelle di pantera, gli narrò tutte le cose occorsegli il dì innanzi, il rancore provato contro Ottavia per causa della citarista greca, la scena avuta colla madre, e le delizie coniugali di quella notte nei più sconci particolari, deridendo la goffaggine, con cui Ottavia rispondeva ai suoi trasporti.
— È bella, — egli aggiunse, — è soave, ma non è quella ch’io cerco.
— Al divo Cesare, — rispose il cortigiano, — non sarà malagevole trovar dovizia d’altri amori, se quelli del cubiculo coniugale lo tediano, senza ricorrere all’incesto.
— Oh fu quella l’aberrazione d’un momento, prodotta dai fumi del falerno. Oggi ne provo ribrezzo, come mi pento d’aver oltraggiata mia madre. Ma credi tu, Aniceto, che Aulo Plancio sia l’amante di lei?
— Non so.
— Indaga.
— Obbedirò.
— Hai null’altro a riferirmi?
— Anneo Seneca è in questo momento nelle stanze dell’Imperatrice Agrippina, che lo fece chiamare.
— Sarà per querelarsi contro di me, — osservò, sorridendo, Nerone. — Vorranno ch’io dimandi venia alla madre oltraggiata, e a questo sono pronto.
— Forse qualcos’altro si esigerà dal divo Cesare.
— E che mai?
— Venendo qui, m’imbattei nel cavedio in una fanciulla di splendida bellezza accompagnata da Egloga. Al liberto Lucio Azzerino, che la seguiva, chiesi chi fosse quella giovine.
— Era Atte per certo, — interruppe Nerone infiammandosi in volto. — E che ti disse il liberto di mia madre?
— Essere una citarista e cantatrice di Corinto, mandata in dono da Gallione all’Imperatrice Ottavia, e che Agrippina vuole assolutamente che sia da te, o Imperatore, allontanata dal palazzo Augustale.
— Per Giove, — esclamò Nerone, balzando in piedi; — questo non l’otterranno mai. Io, che cerco l’ebbrezza dell’arte e dell’amore, non acconsentirò certo a separarmi da quella figlia d’Acaja, che colla bellezza m’innamora, e mi rapisce col canto. Oh no!
E camminava agitato per la zotheca.
Aniceto, l’umile pedagogo, che nella coscienza della propria inferiorità odiava Seneca, e non lasciava sfuggire occasione senza lanciar contro di lui qualche maligna insinuazione, uscì in queste parole:
— Non adirarti, o Cesare; qui solo imperi, e non devi permettere che altri ti detti legge, non devi permettere che il tuo maestro abusi del potere, che tu gli concedi.
— Lascio che Seneca e Burro s’occupino degli affari di Stato, perchè ciò mi giova; ma delle mie azioni sono arbitro io solo. Di questo voglio dar prova sul momento.
E lasciato Aniceto, si recò nella stanza della madre.
Seneca era ancora con lei.
La severa faccia del calvo filosofo dall’occhio ampio e bruno, dallo sguardo espressivo, non si turbò affatto, vedendo comparire Nerone.
Invece le pallide guancie d’Agrippina, sorpresa per quella improvvisa apparizione, si tinsero d’un leggiero incarnato.
Il figlio piegò un ginocchio davanti a lei e le disse:
— Pentito dell’offesa che ti recai, vengo a chiedertene venia.
Agrippina levossi in piedi, e rialzatolo, lo strinse fra le braccia e lo baciò in fronte.
Quella spontanea ammenda del figlio la lusingava e le faceva rinascere la speranza di non aver perduto del tutto il suo ascendente su lui.
Gli disse poi:
— La Dea Viriplaca ti ricondusse ad Ottavia, il Sommo Giove t’ha ricondotto a me. Del nefasto giorno di ieri più dunque non si parli.
— E poichè venisti, o Nerone, — aggiunse Seneca, — lascia ch’io ti parli invece di più gravi faccende.
L’altro, pensando che si trattasse d’Atte, sentì ribollire il sangue, e stava per respingere la proposta prima che venisse fatta.
Riuscì però a trattenersi, ed attese che il maestro parlasse.
I Senatori meno facoltosi ringraziavano Cesare per aver accordato loro un assegno mensile di cinquecento sesterzi (dodicimila cinquecento scudi). Era stata approvata la gratuita distribuzione di grano ai soldati pretoriani mese per mese.
Per evitare la falsificazione dei testamenti era intenzione del Senato di emanare l’ordine che venissero suggellati e marcati con tre fori, entro i quali si passasse per tre volte una cordicella, e che le prime parti del testamento, dov’erano scritti i primi e secondi eredi, fossero note soltanto a coloro che dovevano suggellarle e sottoscrivere col nome del testatore; che i notai non potessero scrivere sè medesimi eredi per alcuna porzione.
Quanto alle nuove cose edilizie ideate dall’Imperatore, il Senato approvava il progetto di costruire dei portici fra i casamenti isolati, e intorno alle altre case per garantire i cittadini dagli ardori della canicola e dalle intemperie del verno; ma trovava per ora di difficile esecuzione il protrarre fino ad Ostia le mura di Roma, e per un canale condurre il mare fino alle mura vecchie di questa città.
Dovendosi poi trattare in Senato altre riforme riguardo ai Consoli ed ai Questori, s’attendeva che l’Imperatore designasse il giorno per assistere alla discussione.
Tutte queste cose riferì Seneca, senza che Nerone facesse osservazioni di sorta.
Egli aspettava che si venisse a parlare d’Atte.
Ma su di lei non pronunziarono motto nè Seneca nè Agrippina.
Di questo silenzio fu meravigliato Nerone.
O il liberto Azzerino aveva mentito ad Aniceto, o qualcosa si nascondeva sotto l’apparente indifferenza della madre e del maestro.
Spinto dal desiderio di porre in chiaro la cosa, dopo il jentaculo (o colazione) si recò nelle stanze della moglie.
Essa non v’era, e dalle ancelle seppe ch’era discesa nell’orto assieme ad Atte.
Ciò accrebbe in lui la sorpresa.
Dopo la gelosa ostilità addimostrata il dì innanzi, come poteva Ottavia condur seco a diporto la schiava greca?
Senza frapporre indugio le andò a raggiungere, sempre più impaziente di sapere se si tramasse qualche cosa a sua insaputa.
Trovò Ottavia in un ombroso viale seduta sopra sedile di marmo, e Atte ritta in piedi davanti a lei.
L’Imperatrice, come lo vide, andò ad incontrarlo e gli dimandò se venisse, com’era suo costume, a declamar sotto quelle piante qualche nuovo componimento.
— No; — rispose l’altro, — avendo inteso ch’eri qui colla tua citarista, credevo che questa stesse allietandoti col suo canto, e voleva dividerne il piacere con te, mia bella Ottavia.
Questa disse che aveva fatto chiamare la greca per condurla con sè a diporto nella villa, e farle narrar le vicende della sua esistenza passata.
— Povera fanciulla, — soggiunse poi, — essa pretende che la sua stirpe da alto lignaggio sia discesa alla misera condizione degli schiavi.
— E in qual modo? — chiese Nerone rivolgendosi ad Atte.
— Questo ignoro, — rispose la citarista; — quanto esposi alla diva Imperatrice, udii sovente ripetere nella mia famiglia.
Ottavia, ferma nel proposito di mostrare a Nerone come fosse scomparsa in lei ogni sinistra prevenzione contro quella giovine, e mostrare invece per essa interesse grandissimo, soggiunse:
— Conviene, o Claudio, aiutarla a rintracciare una sua sorella di latte, che moltissimo l’amava, e che da alcuni anni lasciò Corinto per trasportarsi in Roma colla famiglia in un suo palazzo.
— E chi eran costoro? — dimandò l’Imperatore.
— Dei ricchi mercanti. Il capo aveva nome Plauzio Laterano.
— Forse quello che fece testè edificare un palazzo presso la porta Celimontana?
— Lo ignoro.
— E la fanciulla ha nome?
— Rubea.
— E ti sta veramente a cuore il rintracciarla?
— Quanto una vera sorella.
— E non ti scrisse mai?
— Ahimè, no!
— E se tanto ti portava affetto, come avviene ch’essa non siasi più curata di te?
— Temo sempre che le sia accaduta sventura, e l’anima mia è piena di dolore, e piango per quella cara, ne’ miei sogni, la piango vegliando nelle mie canzoni.
— Oh, per gli Dei, — esclamò Nerone con forza di parlar concitato, — conserva, o bella greca, la tua voce celeste, conserva le armonie del tuo simikion a più sublimi amori.
— E perchè, — entrò a dire Ottavia, — non vuoi tu che questa buona fanciulla rimpianga l’amica sua e desideri di rivederla? Essa mi pregò d’intercedere perchè se ne faccia ricerca, e tu, o Claudio, quasi rifiuti.
— Non rifiuto; anzi lascio che l’Imperatrice dia ordine ai Consoli di fare indagini e scoprire se codesta famiglia Laterano soggiorni ora nella vastissima Roma.
— O divo Cesare, io ti ringrazio, — rispose Atte inchinandosi, — e t’assicuro che se Rubea è qui, la sua bellezza non sarà certo sfuggita agli occhi dei cittadini.
E qui fece così entusiastica descrizione di lei, che Nerone la interruppe dicendo:
— Se per una giovine amica han tanto bagliore i tuoi occhi, han tanto fuoco le tue parole, che sguardi appassionati, che sublime eloquenza dev’essere la tua parlando ad uomo amato.
— Quest’uomo non lo conobbi ancora.
— Asserisci il vero?
— Lo giuro per la memoria dei miei poveri morti. Come poteva un’infelice schiava illudersi d’essere amata, come d’esserla io sogno?
— Lo sarai adesso ch’io ti diedi la libertà.
L’ingenua Ottavia ascoltava e taceva, non sospettando che il marito parlasse per conto proprio, dopo l’affettuosa riconciliazione della scorsa notte, e non osando fare osservazione di sorta, per non essere costretta di ricorrere nuovamente alla Dea Viriplaca.
Atte fu rimandata nelle sue stanze, e Nerone si mise a passeggiare sotto le piante, cingendo col braccio le spalle della moglie e cercando d’investigare qualcosa sul conto di quanto il liberto d’Agrippina aveva detto ad Aniceto.
Vedendo di non riuscire, prese, come suol dirsi, il toro per le corna, e dimandò:
— Franca rispondi, Ottavia mia, spiace a te che io abbia annoverata la citarista tra i famigli tuoi, che dimorano entro il palazzo?
— E perchè dovrebbe spiacermi? Ciò piace a te, e basta.
— Ma i tuoi sospetti, i tuoi rimproveri, il tuo cruccio di ieri?
— Non ricordarmeli, o Claudio! Ne feci ammenda al simulacro della Dea. Vedi tu stesso com’oggi sia cangiata, poichè a quella figlia d’Acaja tanto m’interesso.
— Saprai forse che l’Imperatrice Agrippina vorrebbe revocati gli ordini miei.
— Lo so, perchè stamane mi chiamò per dirmi ch’io doveva assolutamente esiger questo da te, per non compromettere la concordia rinata fra noi.
— È questo cómpito indegno ch’ella si assunse presso di te! — mormorò Nerone facendosi livido e digrignando i denti.
— Calmati!
— E tu che rispondesti?
— Che i desiderii di Cesare eran legge per me, che la sua volontà doveva esser fatta, e che del resto io m’affidava alla protezione degli Dei.
Si scorgeva da queste parole che l’anima d’Ottavia non era del tutto rassicurata sulla sua sorte avvenire.
Ma Nerone non le badò, e rientrò nei suoi appartamenti, fantasticando sempre sulle intenzioni della madre.
Se questa non aveva parlato, lo si doveva alla sagace filosofia di Seneca.
Egli fece osservare a lei che Nerone non era più il docile giovinetto d’un giorno e che tal focoso temperamento, tale ferrea volontà s’erano manifestati in esso, da rendere impossibile il dominarlo, ed anche ben malagevole il renderlo deferente ai consigli altrui. Conveniva, per averlo più mite, non osteggiare le sue velleità d’artista, e mostrarsi indifferente ai suoi capricci erotici. Se essa non si fosse opposta a farlo istruire negli studii della filosofia, forse oggi comprenderebbe da sè stesso quale cosa sconveniente sia il farla da istrione. Ma volendogli dimostrare adesso codeste verità si correrebbe rischio di trascinarlo, per ostinazione, a maggiori volgarità. Così, volendogli imporre lo sfratto della giovine greca, si esporrebbero a sicuro rifiuto e andrebbero incontro a più gravi scandali. Se, come assicurava Agrippina, il figlio erasi già innamorato di quella schiava, movendo guerra al sentimento di lui, non si farebbe che accrescerlo, perchè la cosa vietata acquista in chi la desidera pregio maggiore.
— Ma se quella donna, — osservò a sua volta Agrippina, — esercitasse poi sull’animo di Cesare quell’impero, che Ottavia non ebbe mai, chi giungerà a distruggerlo?
— Il tempo, la sazietà, ed altre donne.
Queste teorie, alquanto ciniche, ma giustissime del filosofo, poco garbavano all’Imperatrice Agrippina. Ma pure si lasciò persuadere a non pronunziare più col figlio il nome d’Atte, tanto più che Ottavia stessa, ch’era in questa faccenda la più interessata, si rifiutava di chiedere al marito il congedo della citarista.
Quello stesso giorno, durante il pranzo (o merenda) e durante la cena, Nerone si mostrò verso la moglie e la madre oltremodo cortese. Non si curò affatto del giovinetto Sporo suo favorito, e fu affabile più dell’usato verso il cognato Britannico, che non alloggiava nel palazzo, ma era sovente invitato a cena insieme ad Antonina sorella di lui e d’Ottavia.
Terminato il banchetto verso l’ora quinta dopo il meriggio, uscirono tutti dal triclinio e passarono nell’exedra rischiarata dal raggi del sole, che volgeva al tramonto. Sedettero in circolo, e Nerone, rivolto alla moglie, le chiese di permettere che la sua citarista venisse a deliziarli col canto. Intanto sottecchi guardava la madre per osservare il contegno di lei a questa proposta.
Ma la furba Agrippina, memore dei suggerimenti di Seneca, fu pronta e disse:
— Oh, sì, permettilo, Ottavia, poichè a me non venne fatto ancora d’udirla cantare.
Ottavia, non meno sorpresa di Nerone per questo improvviso cambiamento, ordinò che Atte venisse.
E questa apparve poco dopo bellissima colle sue ricche chiome disciolte e la bianca tunica, che stretta ai fianchi da cingolo azzurro, faceva risaltare mirabilmente i rilievi del seno.
Si fermò in mezzo alla stanza sotto il compluvio[24] dal quale pioveva su lei lo splendore del sole, avviluppandola in un’aureola dorata.
Se l’astuta fanciulla l’aveva fatto apposta per mandare in visibilio l’Imperatore, otteneva pienamente l’intento. Nerone rimaneva così estatico a guardarla, che non pensava più allo scopo per cui l’aveva chiamata.
Ottavia, non riuscendo a nascondere interamente l’interno rammarico, dimandò alquanto concitata al marito perchè non la facesse cantare.
— Ella t’appartiene, — rispose Nerone, — sei tu che devi comandarlo.
— Canta dunque, — le disse l’Imperatrice, — canta... dell’amica che cerchi.
Atte fece un inchino, e dopo alcuni accordi temprò sul simikion un’elegia, dando alla sua voce così mesta intonazione, che ogni nota sembrava un gemito uscito dal cuore.
Terminato il canto, Nerone rimase assorto, Britannico applaudì, Ottavia, sinceramente commossa, lodò la citarista, e Agrippina rimase muta, accontentandosi d’approvare con un moto del capo.
Essa s’acconciava a non osteggiare le fantasie del figlio; ma non voleva lusingarle troppo.
Allorchè venne congedata, Atte risalì nei cenaculi[25] dov’era la sua cella, sita tra quella delle nutrici e la stanza di Sporo.
Era notte inoltrata e tutto buio e silenzio nella casa Augustale.
Atte mezzo spoglia e avvolta in un amitto, sedeva presso la piccola mensa rotonda, ch’era presso il suo letto e sulla quale ardeva entro lampada di bronzo l’ellinio.[26]
Ella erasi bene accorta del sentimento inspirato a Nerone, di cui l’avevano profondamente colpita il carattere ardente e la generosità.
Doveva ritrarre il piede dalla china fatale, o lasciar che si realizzassero i sogni suoi d’amore e di grandezza?
Stava assorta in questi pensieri quando fu picchiato all’uscio.
Balzò in piedi atterrita e dimandò chi fosse.
— Son io, — si rispose al di fuori.
— E chi sei tu?
— L’Imperatore.