Capitolo XXVI. Il delatore.
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L’ignominioso abbattimento in cui era caduto Nerone, più che alla morte della figlia, più che alla maledizione di Agrippina, più che al dolore delle perdute provincie, doveva ascriversi all’età di Sergio Galba.
Questo ribelle, che minacciava di sostituirsi a lui nell’impero, aveva settantatrè anni e l’oracolo d’Apolline gli aveva detto che si guardasse dall’anno settantatrè. Egli dunque erasi ingannato nell’interpretazione di quel responso? Dunque la sua ruina era prossima?
E dava in ismanie e piangeva per dolore e per rabbia.
La moglie, ristucca e nauseata per tanta pusillanimità, esclamò un giorno, quasi indignata:
— Ma dove andò il fiero Nerone, che così gran fede aveva nella sua fortuna, che tutti sfidava? Tu dici di non sapere cosa ti resti a fare? Ebbene, io te lo insegno: segui l’esempio de’ tuoi antecessori, impugna la spada dei Cesari, chiama alle armi le tue coorti, e va tu stesso a riconquistare le perdute provincie, a punire i ribelli.
Nerone la fissò per lungo tempo in silenzio, aggrottando le ciglia, poi disse:
— Può essere questo che tu mi dai, saggio consiglio, ma siede male sulle tue labbra.
— Perchè?
— Perchè sposa affettuosa non può desiderare che il marito vada lontano da lei, e si esponga ai pericoli della guerra. Preferisci esser sola?
— Sì, preferisco esser sola e saperti conquistatore glorioso, piuttosto che avere dinanzi a me il miserando spettacolo d’un Imperatore romano che piange e che trema.
— Poppea, guardati dai miei sospetti.
— Rimani dunque con me a perdere vergognosamente il trono e fors’anco la vita.
E uscì dalla stanza.
Malgrado il sospetto geloso, le parole di Poppea avevano prodotto impressione nell’anima di Nerone, che fe’ venire l’astrologo Babilo, e gli ordinò di consultare gli astri circa la spedizione, che gli veniva proposta.
Babilo obbedì, e come quegli che trovava giusto il consiglio dell’Imperatrice, interrogò il firmamento, ma gli fece rispondere quanto voleva.
Tornò dunque all’indomani coi più felici pronostici.
— Ma tu sai, o maestro, — disse Nerone, — che l’oracolo d’Apolline m’esortò a guardarmi dall’anno settantatrè, ch’è l’età di Sergio Galba.
— E tu, o divo Cesare, che non credi ai Numi, ti dai tanto pensiero d’un ambiguo responso. Quello degli astri fu chiaro, e deve dissipare ogni tuo dubbio. Va, affronta i Duci traditori, e vincerai.
Questa predizione rialzò un poco l’abbattuto spirito di Cesare, ma non lo decise a condur l’impresa. Pensava l’infingardo che si potevano riconquistare, senza il suo concorso, le Gallie e le Spagne, come s’era domata Alessandria, ed in quei giorni stessi l’Armenia e l’Anglia.
Continuava così a dibattersi tra l’ambizione di mostrarsi risoluto e forte, e la paura di capitar male; tra il desiderio d’onorare Poppea Augusta, seguendone il consiglio, e l’idea che questo potesse nascondere un tradimento, quando dal liberto Doriforo gli venne annunziato Aniceto, che aveva a comunicargli cosa di grave momento.
Nerone, che nella sua eccitazione ogni cosa temeva, ordinò che fosse introdotto sull’istante, e come lo vide prima che l’altro parlasse, gli chiese trepidante che fosse avvenuto.
— Divo Cesare, — rispose Aniceto, — tu risparmiasti la mia vita, ed io vengo a salvare la tua.
E qui narrò, come pranzando in una taverna della Suburra, avesse inteso certo Milito, liberto del Cavaliere Flavio Sverino, dire che le provincie ribelli tornerebbero tra poco sotto il dominio di Roma, riconquistate da un grande cittadino che succederebbe a Nerone.
Aveva allora atteso che uscisse, e raggiuntolo per la via, erasi unito a lui, e fingendosi acerrimo nemico di Cesare, lo aveva supplicato di palesargli il nome di quel cittadino, che libererebbe Roma dallo scellerato Imperatore.
L’altro lo aveva riconosciuto e rifiutavasi di parlare. Ed egli, smessa la menzogna, gli aveva intimato di dir tutto, se non voleva che gli venisse strappato il segreto colle torture, promettendogli nel tempo stesso larga mercede se avesse svelata ogni cosa.
Preso dalla paura e lusingato dal premio, erasi lasciato subornare, e rivelava della congiura ordita da Gneo Calpurnio Pisone e i nomi dei principali congiurati.
— E chi son costoro? — chiese Nerone che era diventato livido in volto.
— Ecco la nota, che quel liberto mi portò all’indomani.
Nerone prese il foglio, che Aniceto gli porgeva, e cominciò a leggere.
— Gneo Calpurnio Pisone: l’ambizioso e superbo cittadino. Assisterò io stesso al suo supplizio. Questo spettacolo più d’ogni altra cosa solleverà il mio spirito. Plauzio Laterano: infelice! È l’unico ch’abbia diritto alla vendetta contro di me. Lucio Cassio, Flavio Sverino. Codesti malvagi volevano divorare me e bere il mio sangue dopo aver divorate le mie vivande e tracannati i miei vini.... Ah sono ben felice di leggere questo nome Marco Anneo Lucano. Questo manzer[112] che si spaccia per figlio delle Muse, ed osa credersi superiore a me, finirà d’importunarci coi tronfi versi della sua Farsalia.
E percorsa da capo a piedi la nota, riprese:
— Veggo qui, giovani Cavalieri, cittadini consolari e perfino qualche Senatore; ma un nome mi manca; mi manca un nome; quello d’Anneo Seneca.
Il perverso Aniceto non lasciò sfuggir l’occasione per recare l’estremo danno al suo nemico, e prese a dire:
— O divo Cesare, e chi ti dice che qualcosa di questa congiura, dov’è immischiato suo nipote, non fosse nota anche a lui, e ch’abbia lasciato filosoficamente correr l’acqua per la sua china?
— Vera o non vera che sia la tua osservazione, — rispose Nerone, — io sono stanco di lui, e dopo aver puniti i traditori, offrirò il sangue dello zio ai Mani del nipote.
Era da poco trascorso il meriggio allorchè Aniceto, tutto contento dell’opera sua e con mille nummi entro il marsupio, s’allontanava dal palazzo dei Cesari.
Vide dinanzi a sè Sporo, che scendeva, quasi correndo, il Palatino, e lo chiamò. Ma l’altro finse di non udire, e tirò innanzi, dirigendosi verso il Fornice Fabiano, dove sappiamo che in una viuzza dimorava Menecrate.
Egli si recava sovente dal citaredo, sperando di trovarvi Atte, di cui l’infelice era sempre innamorato.
Teneva a riferirle la denunzia del pedagogo, che aveva udito dalla camera attigua e ciò per farsi merito con lei, sapendo com’essa tenesse a sottrarre delle vittime alla ferocia di Nerone.
La sua speranza, il suo desiderio non furono delusi. Antonina mandava soventi volte Atte a portar soccorsi a Menecrate per lui e per altri poveri cristiani, e quel giorno Atte era presso di lui.
Come intese il racconto del giovinetto, lo ringraziò d’essersi posto con tanto coraggio nel pericolo di provocare l’ira di Cesare, lo baciò in fronte, e partì sollecitamente.
E Sporo tornò alla casa Augustale più contento di quel bacio, che Aniceto de’ suoi mille nummi.
Verso il tramonto Pisone traversava il vestibolo del suo palazzo in compagnia d’un suo figlio adottivo Calpurnio Galeriano, quando si fece loro incontro una donna di prestante persona, avvolta in bruno amitto, e col gesto impose loro d’arrestarsi. Nel tempo stesso sollevò il lembo, che quasi interamente le copriva il volto, e si diè a conoscere.
Era Antonina, che pregò Gneo Calpurnio a tornare in casa, avendo qualcosa a rivelargli.
Come furono soli nell’exedra, essa gli partecipò che la congiura era scoperta, che un liberto traditore l’aveva denunziata ad Aniceto, e questi a Nerone.
— Ma ne sei tu sicura? Da chi lo sapesti?
— Da chi udì la delazione dalla bocca stessa di quel malvagio. Non frapporre indugio, o Pisone, nasconditi, fuggi che forse a quest’ora il tiranno avrà sguinzagliati i gregarj per impadronirsi di voi tutti.
— Io ti ringrazio, o generosa Antonina, d’esser venuta a prevenirmi; ma io devo dividere la sorte de’ miei amici, e rimango.
— Per la memoria del fratello mio, che tanto amasti, ascolta il mio consiglio, cedi alle mie preghiere, vieni con me, io ti celerò nel mio palazzo in luogo ove nessuno ti troverà.
— La gente Calpurnia non fugge.
— Ma tra poco saran qui.
— Vengano pure, ma non riusciranno ad impadronirsi di me.
A sua volta esortò Antonina a non lasciarsi cogliere sotto quel tetto, ed essa, dopo aver tentato ancora invano di dissuaderlo, tornò a calar sul volto l’amitto, strinse le mani di Pisone, ed uscì desolata.
Quella che seguì fu lugubre notte.
I vespilloni, che accompagnavano le vittime della pestilenza, s’imbattevano per le vie in drappelli di soldati, che trascinavano carichi di catene i congiurati, colti nel sonno, e strappati dal seno delle loro famiglie.
Al sorriso del cielo, tempestato di stelle, rispondeva la terra con voci di pianto, con grida disperate ed imprecazioni.
Nerone intanto, chiamati i Consoli, li aveva aspramente redarguiti, dicendo:
— Poichè voi, o Consoli inetti, dormite nelle vostre sedie curuli, mentre si cospira contro il trono e la vita di Cesare; poichè un pedagogo fu più solerte di voi, spogliate la trabea, deponete lo scettro, ed io sarò Imperatore e Console, e veglierò sulla sicurezza mia, come su quella di tutti i cittadini.
E non permettendo loro di replicar parola, li rimandava.
Rimase levato e in grande agitazione fino all’ora del conticinio, che vennero a dargli rapporto di quanto le soldatesche avevano operato durante la notte.
Quasi tutti i congiurati, di cui Milito aveva dato ad Aniceto i nomi, erano stati tradotti nel carcere Mamertino.
Qualcuno però, prevenuto forse del pericolo, era riuscito a fuggire.
— Forse Lucano? — chiese concitato Nerone.
Il pedagogo, che adoperandosi per riacquistare viemmaggiormente la benevolenza di Cesare aveva voluto assistere all’ingresso dei colpevoli nel carcere, rispose:
— Esso è prigioniero, o divo Cesare. Mancano soli cinque, tra cui Plauzio Laterano.
— Godo che il padre di Rubea sia salvo. Gli avrei perdonato lo stesso. E Gneo Calpurnio Pisone?
— È morto.
— Morto!
Il Pretore, che conduceva il drappello, narrò che lo aveva trovato nel suo cubiculo disteso sul letto, tutto bagnato di sangue. Genuflesso, vicino a lui piangeva il figlio adottivo; ed eransi impadroniti del giovinetto.
— A che pro? — disse Nerone: — lo si rilasci in libertà. E gli altri sappiano che sono condannati all’estremo supplizio, ed io deciderò quando dovranno morire. Soffrano intanto i tormenti dell’agonia.
— O divo Cesare, — entrò a dire Aniceto, — vuoi tu che si facciano indagini per iscoprire chi prevenne i fuggiaschi?
Il Pretore soggiunse:
— Seppi dall’ostiario dei Laterano che poco prima di sera la citarista Atte erasi recata nel loro palazzo.
— Atte! — esclamò accigliandosi Nerone. — La si vada a prendere e la si conduca alla mia presenza.... No, — soggiunse poi ravvisandosi, — sia rispettata la casa d’Antonina. Penserò io stesso ad interrogarla. Andate.
E come gli altri furono usciti, si recò negli appartamenti di Poppea, che dormiva ancora.
Nello splendido cubiculo il roseo chiaror dell’aurora si confondeva colla luce delle quattro lucerne del licnoco deposto al piedi del letto, e di cui i lucignoli odorosi ardevano fiocamente, ma spandevano ancora profumo soavissimo.
La bella dormente giaceva supina, nudi il seno e le braccia, le mani conserte sotto la nuca, la capellatura raccolta nelle maglie d’oro del reticolo.
Nerone entrò pian piano, e ritto presso la sponda, rimase ad ammirarla in quel provocante atteggiamento.
Poi si decise a destarla, deponendole un bacio sui bianchissimi denti, che spiccavano attraverso le porporine labbra semichiuse.
— Desto di già? — chiese Poppea.
— Vegliai tutta notte.
— In preda forse alle solite tetre fantasie?
— No, mentre tu placidamente dormivi ignara del disastro che ci minacciava, io vegliava per scongiurarlo.
E qui le narrò della congiura scoperta, come il periglio fosse evitato, e come i cospiratori fossero caduti in suo potere.
— E chi sono costoro?
— Degli altri non ti caglia. Essi potevano avere delle ragioni per congiurare contro di noi. Ti dirò il nome d’uno solo, che non avrebbe dovuto portarsi a fellonia siffatta, perchè da te protetto.
— Protetto da me?
— Sì.
— E chi è costui?
— Marco Anneo Lucano.
A questo nome la donna rimase muta. Le si leggeva in volto la sorpresa e il dolore.
Il marito, colle braccia incrociate, e gli occhi sorridenti per maligna soddisfazione, si mise a contemplarla in silenzio.
— È poi vero, — disse Poppea, — ch’egli siasi reso colpevole di tanto tradimento?
— T’è grave il credere che quel tristo abbia così mal corrisposto alla tua benevolenza?
— M’è grave invece il supporre, o Cesare, ch’io sia la causa innocente della sua perdizione, e che i tuoi satelliti abbiano voluto porgerti il destro di liberarti da un uomo odiato, al quale la tua ingiusta gelosia attribuiva pensieri, che non ebbe mai.
— Ti ringrazio, o divina Poppea, poichè parlando così tu rafforzi il mio sospetto, e mi togli dal pericolo d’essere clemente con esso.
— Sei dunque deciso di metterlo a morte?
— Ma non trovi tu che unendosi ai nostri nemici, egli mostrò la più nera ingratitudine?
— Doveva forse esserti grato dei mali modi, che da qualche tempo usavi verso di lui?
— Tu però ti mostrasti benevola sempre con esso.
— È vero.
— Lo dichiarasti in mia presenza il più valente poeta che vanti l’Impero.
— Questa è la mia opinione.
— E pretendi che lo lasci vivere?
Poppea, tornando a posare il capo sul guanciale, rispose bruscamente:
— Uccidilo dunque se l’umano tuo cuore tiene a procurarsi questa gioia.
— Purtuttavia qualcosa voglio concedergli per riguardo tuo. Gli lascerò l’arbitrio di sceglier la morte che più gli aggrada.
Questa crudele ironia esasperò Poppea, che non potè a meno di rinfacciargliela con aspre parole.
L’altro la lasciò dire, e poi, continuando nel tono sardonico, rispose:
— Tu mi chiamasti Genio del male, ma sei così bella nello sdegno, che il Genio del male vuol possederti.
E rimosse le coltri, cominciò a svestirsi.
— No, — gridò Poppea, balzando dal letto.
E il matto Imperatore la fece cader riversa sulla culcita dicendo:
— Voglio che festeggiamo colla voluttà la nostra salvezza.
Ed essa non potè più svincolarsi dall’amplesso violento di lui.
Appena Nerone uscì dal cubiculo, Poppea, sdegnata per l’atto brutale, che in quel momento erale sembrato un oltraggioso scherno, andò ad immergersi nel bagno di latte, e poi raddoppiò le profumate abluzioni, perchè il suo corpo le sembrava contaminato da un contatto che le aveva fatto ribrezzo.
Era inoltre offesa pei sospetti gelosi del marito, per la grazia di Lucano, che le aveva rifiutata, e pei crudeli sarcasmi, di cui l’aveva fatta segno.
Cessato però il primo impeto, si fece a riflettere che se i congiurati avessero raggiunto lo scopo, essa sarebbe stata in quel dì stesso precipitata dalla più sublime grandezza nella miseria o fors’anco nel sepolcro.
Chi l’aveva inalzata agli splendori del soglio, chi la circondava di tutto quel lusso e quelle ricchezze, da cui era lusingata la sua ambizione, chi l’aveva salvata era Nerone, e si sentiva ingiusta verso di lui.
Cangiò dunque internamente opinione, dimenticò le offese, e abbandonò il poeta alla sua sorte.
Ma la superbia non le consentì di addimostrare al marito questo suo ravvedimento, a lei consigliato dall’egoismo.
Nerone, stanco della veglia agitata, erasi posto a dormire sopra un lettuccio.
Come fu desto, venne il liberto Doriforo ad annunziargli la visita di Seneca.
— Sentiamo, — disse, — cosa brama da me questo sinistro profeta. Esso si mostra bene audace, se è vero quanto asseriscono alcuni, ch’egli avesse sentore della congiura. Spero che ciò sia per liberarmi finalmente di lui.
E passò nel gabinetto, dove l’attendeva il maestro sereno e tranquillo.