Capitolo XXII. La perfidia di Domizia.
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Un giorno la vecchia Domizia si presentò al palazzo di Britannico, seguita da due schiavi, che portavano una cassa. Questa racchiudeva gli oggetti preziosi d’Ottavia, che Nerone mandava ad Antonina e Britannico.
Domizia erasi dapprima mostrata contraria all’idea di quel dono, ma poi aveva chiesto di portarlo essa stessa. Nerone acconsentiva, senza curarsi d’indagare per quale scopo recondito la vecchia, che odiava Britannico, avesse voluto assumersi quell’incarico.
Antonina era seduta nel suo gabinetto vicina al fratello, che amorosamente le cingeva col braccio il tergo. Atte, si teneva in piedi innanzi a loro, e cantava una melodia greca accompagnandosi sul simikion.
L’occhio esploratore della vecchia Domizia penetrava nel gabinetto mentre l’ancella l’annunziava, e vedendo il tenero abbracciamento mormorò:
— Incestuosi!
Facendo poi dell’ipocrisia, disse ad Antonina e Britannico che s’erano levati in piedi al suo apparire:
— Il vostro amor fraterna è veramente cosa ammirevole.
Britannico, che a quella visita inaspettata s’era fatto cupo, tacque, e la sorella rispose:
— E chi ci amerà, se non ci amiamo fra noi?
— Tu no, per certo, — soggiunse Britannico, — perchè so che odii tutta la stirpe di Claudio, e non sei devota che a quella di Domizio Enobardo, tuo fratello.
— Questa che tu dici, — rispose Domizia, — è cosa non vera. Sono forse sospetti insinuati da coloro che vogliono mantener viva l’inimicizia fra te e Cesare.
La saggia Antonina, temendo che nella risposta il fratello trascendesse a parole inconsiderate, che potevano riuscirgli fatali, dimandò a Domizia quale fosse le scopo di quella visita.
Allora Domizia fe’ portare la cassa, e la offerse loro a nome di Cesare, magnificandone con esagerate iperboli la generosità.
È ciò fece nella speranza che rifiutassero il dono, e Britannico, esasperato dagli encomii di lei, uscisse in imprudenti invettive, ch’ella avrebbe poi riferite al tiranno anche, ove occorresse, esagerandole.
La maligna vecchiarda, là recandosi, non aveva altro scopo che quello di comprometter Britannico, per decider il suo diletto Nerone a disfarsi una volta dal pericoloso rivale.
Britannico, sempre torvo, dimandò ad Antonina:
— E credi tu, che l’accettar qualcosa da chi fece trucidare la sorella nostra non sia un’onta per noi?
— Se punì la moglie, — saltò su Domizia, — quando Aniceto l’accusò d’adulterio, punì poi nella sua severa giustizia l’accusatore allorchè lo scoprì bugiardo.
— Tu però, o Domizia, — rispose Britannico, — che ora esalti la giustizia del tuo nipote, avrai certo approvata prima la sua condotta verso Ottavia, che tu odiavi.
— Io non l’odiava, anzi....
E qui forse voleva far credere loro d’averla amata e compianta, ma la presenza d’Atte, ch’erasi al suo apparire tratta in disparte, e che poteva smentirla, la trattenne, ed aggiunse:
— Era lei, che sempre sdegnosamente mi trattò. Chi ti disse ch’io l’abbia odiata? Sei tu che lo supponi.
— Non io, ma....
— Taci, Britannico, — interruppe Antonina. — Le colpe degli uomini lascia giudicare a Dio. Non si parli d’Ottavia, ma imploriamo per lei l’estrema requie. E tu, Domizia, non spiegar le parole del fratello mio che a senso di profondo dolore.
Per tutta risposta l’altra dimandò che cosa dovesse riferire a Nerone.
— Io m’inchino dinanzi a Cesare, ma rifiuto i suoi doni, — disse Britannico.
— E tu, Antonina? — chiese Domizia.
— Se è persuaso Nerone che a noi spettino i gioielli d’Ottavia, io li accetto.
Ciò non garbava a Domizia, che attendevasi ad un reciso rifiuto, e cercò provocarlo, ferendo l’amor proprio della figlia di Claudio.
— Ignoro, — disse, — la ragione che spinse l’Imperatore a farvi questo dono. Egli forse non volle adornare Poppea con oggetti che non erano suoi.
— Ed oggi le appartengono, perchè tu a mio nome li rimetterai ad essa.
— Dunque tu eziandio rifiuti?
— Non ho rifiutato, accettai; ed essendo ora padrona di disporre a mio piacimento di quelle gemme, ne faccio un presente alla sposa di Cesare. Sulla bellissima persona acquisteranno più vivace splendore. A me ora più non siedono bene che le gramaglie.
E Domizia uscì seguita dagli schiavi, che portavano la preziosa cassa, e tutta lieta per l’esito della sua missione.
Così pensava tra sè:
— È astuta costei, quanto scemo di senno il fratello. Questa volta però credo che l’orgoglioso fanciullo non isfuggirà alla vendetta dei Domizii Enobardi.
Costoro odiavano Britannico perchè credeva vituperare Nerone chiamandolo col nome d’Enobardo, come fosse nome abietto e spregevole. Volevano vendicarsi di lui, istigando a suo danno la ferocia di Cesare.
La circostanza era propizia e la vecchia volle approfittarne.
Essa, riportando i gioielli, esagerò oltre misura le parole sdegnose, colle quali Britannico aveva rifiutato il dono, inventò frasi vituperevoli, che il giovine non aveva pronunziate, fece una menzognera descrizione della guardatura di lui, ora d’insolenza che sfidava, ora torva e minacciosa; e sapendo come Nerone nutrisse una profonda simpatia per Antonina, volle destarne l’ira gelosa e terminò con queste parole:
— Il presuntuoso villano neppure si lasciò persuadere dalle esortazioni d’Antonina, che voleva accettare la tua offerta. E a questa resistenza non mi sarei mai attesa, sapendo come egli arda per lei di fiamma incestuosa, e dopo averlo visto, allorchè entrai, stringerla in amplesso alla presenza della citarista Atte.
— Atte è con loro? — chiese Nerone con voce cupa.
— Essa cantava un’amorosa anacreontica, e forse si consola con Britannico del tuo abbandono.
Uno dei passatempi giornalieri di Nerone era quello d’assistere al bagno di Poppea.
Quando era l’ora, una schiava veniva ad avvertirlo, ed egli si recava nella rotonda, in cui dal lucernario pioveva luce sugli affreschi lascivi, sulle statue, sulle suppellettili d’oro e sulla vasca di marmo frigio incrostata di pietre dure e ripiena di latte, che sessanta asine, custodite nei presepi del Palatino, fornivano ogni giorno pel bagno dell’elegante Imperatrice.
Deliziandosi in quell’atmosfera pregna dei profumi più acuti, tra i fiori, di cui era ripiena la stanza, Nerone attendeva che l’affascinante sua sposa si presentasse col corpo velato dalla veste di coa, i capelli raccolti in reticella gemmata e i piedi chiusi nei calceoli.
Allora egli stesso la denudava e l’aiutava ad entrare nel candido lavacro.
Ma quello che più lo esaltava era il vedercela uscire grondante latte dai rilievi del seno, dal tergo, dalle anche poderose. Era il veder la pioggia d’acqua tiepida profumata, che versatale sulle spalle dalle schiave alipte[96] ravvolgeva in leggiero vapore odoroso, copriva di cristallo la bella persona e si cangiava come in stille di rugiada là, dove non discendevano mai le axisie delle Alipile.
Quindi altre due bellissime alipte s’avanzavano spiegando finissimi lini e cominciavano ad asciugarla.
Poppea, da esperta etèra, contorceva il bel corpo in atteggiamenti, che ne facevano risaltare le forme procaci, e di tratto in tratto volgeva languidi sguardi all’affascinato consorte.
Anche le due schiave, denudate fino alla cintola, avevano nel compiere il loro ufficio leggiadre movenze, e formavano coll’augusta signora un gruppo animato da dar le vertigini al più austero filosofo. Nerone in fatto usciva da quella stanza ebro di voluttà.
Ma quel dì che Domizia gli aveva dato discarico della sua missione, assisteva al bagno, muto, torvo, distratto, talchè Poppea, terminato il lavacro, e rimasta sola con lui, gli dimandò qual cura lo rendesse preoccupato in tal modo.
— Quella di punire l’audace Britannico.
— E che ti fece egli mai?
— Offese la generosità di Cesare, rifiutandone il dono. Deve pagar cara la sua tracotanza.
— Mediteresti forse un nuovo delitto?
— Non immischiarti nelle opere tenebrose; resta nel tuo splendore.
Poppea cercò ridurlo a più miti propositi, ricordando come il giovine avesse addimostrato sempre somma riservatezza.
— So ch’egli congiura contro di me.
— Ne sei tu certo?
— Ma tu lo difendi.
— No, lo compiango.
E continuò a perorare la causa di Britannico, terminando con queste imprudenti parole:
— Forse s’egli fosse deforme non ti cureresti di lui.
— Che vuoi tu dire? — chiese Nerone, accigliandosi sempre più.
Poppea rispose, sorridendo:
— Sii franco, o mio Claudio, egli ti dà ombra, perchè giovine e bello.
Il tiranno a queste parole, pieno d’ira, esclamò:
— Ora sei tu, Poppea, che hai segnata la sua condanna di morte.
Ed uscì, lasciando la moglie sorpresa, esterrefatta.
Essa esclamò tristamente:
— O ambizione, a qual forsennato tu mi desti in braccio!
Quella sera l’orizzonte era buio, come l’anima di Nerone. Le torri, i templi, le aguglie dei sette colli spiccavano su quel nero abisso, come sopra immenso drappo funebre. Un impetuoso vento andava a fendersi tra gli edifizii, e con sibilo acuto irrompeva nelle vie, sollevando nugoli di polvere.
Quei cittadini, che si trovavano fuori, camminavano col corpo piegato per resistere all’impeto della bufera.
Uno di questi, col pileo calcato sulla fronte e il mantello avvolto intorno alla faccia fin sotto gli occhi, preceduto dallo schiavo laternario si dirigeva verso il Velabro.
Come fu presso la casa di Locusta l’avvelenatrice, ordinò allo schiavo di fermarsi e d’attenderlo. Quindi andò innanzi, ed entrato nell’orto, picchiò alla porta della casa.
La vecchia serva, vedendo quell’uomo così imbacuccato, non voleva lasciarlo passare. Nerone però gettò il mantello, tirò la vecchia da un lato ed entrò nella stanza della giudea.
Questa, ch’era nel suo laboratorio, all’apparire di Nerone, continuando a girare il mestolo entro un orciuolo, dimandò, senza scomporsi, cosa bramasse da lei il divo Cesare.
— Un potente veleno, che colpisca come la folgore; ma bada a non ingannarmi come l’altra volta, che invece d’un veleno desti a Britannico un antidoto.
— E chi mi salverà poi, — osservò Locusta, — dalla legge Giulia, che colpisce gli avvelenatori?
— E tu, maestra di veleni, temi quella legge? Credevo che la disprezzassi.
— T’inganni, io seppi sempre con tal fina astuzia condurmi da non incorrere in lei. Quelli che a me vengono, se ignoti, bruscamente respingo, se conosciuti appago, ma atterrisco ad un tempo minacciandoli di malefizii ove osassero accusarmi. Questa volta però è Cesare che viene a me.
— E Cesare, ti salverà non solo, ma saprà largamente premiarti.
— S’egli è così, sarai soddisfatto. Questa letifera mistura, che compongo adesso, avrà i rapidi effetti che tu desideri.
— Ne sei tu certa?
— Ne feci l’esperienza sopra un capretto, ma tardò cinque ore a morire. Allora raddoppiai la dose dell’ingrediente necessario a rendere istantanea la morte.
— E riuscisti?
— Non è pronto ancora.
— E quando lo sarà?
— Tra poco. E se al divo Cesare non dispiace l’attendere, potrò farne in sua presenza l’esperimento.
— L’atmosfera di questo tugurio maledetto mi opprime. Andrò fuori a respirare l’aria libera, e quando tutto sarà pronto, me ne farai avvertito.
Ed uscì nell’orto.
Poco dopo Locusta si presentò sulla porta, annunziando che la funesta bevanda era pronta, e conducendo Nerone in un sozzo recinto, ove stavano ammonticchiati sulla paglia diversi animali, dimandò su quale di questi dovesse fare la prova.
Il prescelto fu un porcellino.
Allorchè fu preso, mandò forti grugniti, che avevano del lamento, quasi prevedesse la sorte che lo attendeva.
Locusta tornò con Nerone nel laboratorio, e fatto portare dalla domestica un pezzo di torta, vi fe’ cader sopra alcune goccie della verde mistura, e la diede all’animale, che dopo due bocconi fe’ alcuni salti e cadde morto.
— Vedo che sono riuscita! — esclamò con aria di trionfo la giudea.
Nerone, impaziente, le chiese di riempire di quel liquido una guastadetta e dargliela a lui.
L’altra rispose che ciò era inutile, poichè chiunque avesse mangiata la carne del piccolo maiale sarebbe morto repentinamente.
— L’una cosa e l’altra io voglio, — rispose Nerone. — Come si distruggono gl’insetti, io devo distruggere tutti i miei nemici. Ah vedo bene, Locusta, che tu in quest’arte sei somma, nessuno può eguagliarti, e quando prometti sai mantenere. Non sei di quei bugiardi ciarlatani, che spacciano acqua marcia per filtri miracolosi, ed attribuiscono a sè stessi una potenza magica che non hanno.
E qui entrò a parlare del mago Simone e rammentò il fatto di Rubea ch’egli aveva promesso di darla in braccio a lui addormentata, per influsso della sua magia, e invece le apprestava Dio sa qual filtro, che l’aveva destata delirante e fatta morire. E terminò dicendo:
— Ma per tutte le furie dell’Averno i mille nummi che m’estorse, e l’aver osato ingannare Nerone, gli costarono il carcere. Io gli avevo perdonato se tu fossi riuscita ad uccidere Britannico, ed il tuo veleno fu allora impotente. Questa volta, tra i premi che avrai, vi sarà la liberazione di lui.
— Tu dici, o divo Cesare, d’avergli dato allora mille nummi?
— Sì, mille nummi; e perchè tale dimanda?
— Perchè ammiro la tua generosità.
Invece erasi rammentata ad un tratto che di quella somma, a lei non aveva accusato che la metà, e subito giurò in cuor suo di trarre vendetta della truffa sofferta.
Passò istantaneamente contro di lui dall’affetto all’odio.
— Io gli renderò la libertà, se tu lo desideri ancora, ma alla sua magia non presterò più fede. Converrà ch’egli me ne dia ben altre inoppugnabili prove. Egli asseriva d’aver ottenuta dal suo Dio una potenza non concessa agli stessi Apostoli, quella di librarsi a volo; e chi lo vide mai a volare? È un ciurmadore.
— Credo, — rispose Locusta, che cominciava a preparare la sua vendetta, — che in questo non abbia mentito.
— E perchè non volò via dal carcere Mamertino?
— E tu, divo Cesare, impongli di ciò fare in tua presenza.
— Hai ragione, o giudea. Allorchè avrò provato sul mio nemico l’effetto delle carni avvelenate, m’occuperò di lui. Fino a quel momento non avrà grazia da me. S’egli riuscirà, punirò Paolo e gli altri Apostoli d’averlo calunniato.
All’indomani Britannico ricevette una affettuosa lettera di Nerone, che lo invitava per quella sera ad una cena che dava agli amici. Aggiungeva che ove egli avesse declinato l’invito, come aveva respinto il dono dei gioielli, Cesare si sarebbe convinto d’avere in lui un nemico.
Quell’invito fe’ rabbrividir Britannico e gettò Antonina nella costernazione. Il rifiutare o l’accettare era pericoloso del pari. Quand’anco il tiranno non tramasse contro la vita del fratello, poteva a questi esser nocivo il mal tempo, e l’orgia alla quale era chiamato.
Per lui, che in quei giorni aveva nuovamente sofferto per epilessia, le soverchie libazioni della comissatio[97] potevano riuscire fatali.
Ma non v’era modo d’uscirne, e tra un pericolo incerto, e quello sicuro che si correva col disobbedire alla volontà del tiranno, preferirono d’affrontare il primo, e Britannico decise d’accettare l’invito.
Mentre il fratello si recava alla casa Aurea in lettiga, scortato da varii schiavi armati, Antonina, chiusa nel Larario, pregava, premendo sul petto una croce, ch’essa aveva tirata fuori da un ripostiglio noto a lei sola.
Appena entrato nelle sale, il giovine s’imbattè nel poeta Lucano, che osservandolo gli disse:
— Mi sembri mesto, o Britannico.
— Sì, lo sono, perchè lasciai la sorella diletta in grande angustia. Questo invito di Nerone la rese sgomenta.
— Teme forse un tradimento?
— Teme ch’io sia punito pel dono che ieri respinsi.
— Non lo credo capace per questo di commettere un delitto. So ch’egli non t’ama, e forse da lungo tempo si sarebbe sbarazzato di te, ove nol trattenesse il pensiero d’Antonina, per cui nutre viva simpatia, e alla quale credo non voglia arrecare dolore.
— E non uccise la misera Ottavia, a cui Antonina portava affetto grandissimo?
— È vero, — rispose Lucano. — Sta dunque in guardia poichè tenesti l’invito, e prima di prender cibo o bevanda osserva bene s’egli ne gusta. Altri agguati non temere, perchè qui, oltre di me, hai molti amici pronti a difenderti e dar la vita per te.
Intanto erano entrati nell’exedra dove i convitati attendevano l’arrivo di Cesare.
Com’egli comparve e vide Britannico, lo chiamò a sè e gli disse:
— Tu rifiutasti i gioielli d’Ottavia, ch’io mandava alla bella Antonina. Fu un’offesa, ma te l’ho perdonata, e per addimostrarti come si vendichi Cesare, t’ho invitato a banchetto con me questa sera.
E tenendolo presso di sè, e parlandogli amorosamente della sorella, quasi per fargli dispetto, passarono nella sala del bagno per lavarsi le mani e i piedi, e quindi nel triclinio.
Quivi sopra larga mensa erano preparate le imbandigioni del primo servizio, ova, lattughe, mammelle e uteri di troie uccise dopo il primo aborto, porco marinato, tuceta[98], tirotarico[99], pesci, ed altre vivande. In mezzo alla tavola un intero porcellino arrostito, tutto intorno coronato di fiori, col muso tra le zampe anteriori, stava accovacciato sopra un tagliere di bronzo.
Le frutta, i dolci, le confetture, e le altre leccornie, che componevano il secondo ed ultimo servizio, erano disposti sovr’altra tavola, e i vasi di vino e le capule (o coppe a manico) stavano preparate per la comissatio sulle mense tripes, ch’erano tavoli rotondi a tre piedi, chiamati anche cilibanti.
Di fuori cadeva a torrenti la pioggia, unita al cupo muggito del vento.
Nè danze, nè musiche, contro l’usato, rallegravano la cena. Tutto ciò inspirava nei convitati un senso di tristezza.
Nerone però, vestito di bianco, e coronato di rose, si mostrava ilare e motteggiatore.
Dopo terminato l’antipasto d’uova e lattughe, osservando Cercopiteco, ch’era seduto a poca distanza, e che mangiava e beveva per tutti, così cominciò a scherzare con esso.
— Tu sei, in fede mia, o Panerote, prezioso convitato; poichè inghiotti come i crateri dell’Etna, e tracanni quanto tracannava quel famigerato Tiberio, al quale fu dato il soprannome di Biberio. Così tu, invece di Panerote, dovresti esser chiamato Vinerote. Scommetto che al pari di quell’Epicureo fai la prova della cicuta[100].
Cercopiteco rispose ridendo:
— O Divo Cesare, io non sono così pazzo. Voglio che il figlio dell’Erebo e della Notte, l’avaro Caronte, attenda ancora molt’anni prima di traghettarmi colla sua barca al di là dello Stige. Egli è appunto per vivere ch’io mangio, e vivo per mangiare.
Queste, ed altre facezie che seguirono, misero di buon umore i convitati.
Intanto i giovinetti pinceri, lindi, ed accurati della persona, colla capellatura cascante sulle spalle e la tunica corta, empivano di vino le coppe, e le portavano in giro agli ospiti seduti a tavola, mentre altri inservienti venivano a torre una ad una le vivande preparate sulla tavola, per tagliarle, distribuirle in porzioni e presentarle ai convitati in piccoli paropsidi d’oro.
Venne la volta del porcellino arrostito, che fu portato sopra un tavolo, ch’era in fondo alla sala, e sul quale lo scissor (o scalco) cominciò a trinciare.
Dopo che lo schiavo praegustator, giusta l’usanza, l’ebbe assaggiato, per provare se fosse condito a dovere, e per cautela contro qualche insidia, venne portata la prima porzione a Nerone e poi n’ebbero tutti gli altri.
Nerone mangiandone con avidità, ed osservando nello stesso tempo Britannico, vide che questi lo rifiutava.
— O Britannico, — gli disse allora, — so che di questa carne tu fosti sempre assai ghiotto, e perchè la rifiuti stasera?
L’altro cercò di scusarsi, dicendo d’aver diggià mangiato assai.
— No, no, — riprese insistendo lo scellerato Imperatore, — tu devi assolutamente gustarne perchè è squisita vivanda.
E Britannico accondiscese, tanto più che glie ne dava voglia l’avidità colla quale era divorata dagli altri, e sopratutto da Cercopiteco.
Non ne aveva inghiottito che pochi bocconi, quando fu preso da tremito, divenne livido in volto, i suoi occhi si spalancarono, e contorcendosi, tentò d’alzarsi, e stava per stramazzare, quando fu sostenuto da Lucano, che gli era vicino.
Tutti si fecero d’intorno a lui.
Due schiavi lo trasportarono nella vicina stanza, dove fu deposto sopra un lettuccio.
— Britannico! Britannico! — gridava Nerone fingendo profonda costernazione.
Poi diceva agli altri che il misero era stato preso per certo dal suo solito malore, e senza rivolgersi direttamente ad alcuno, diè ordine che s’andasse in cerca d’un archiatro.
Ma l’infelice già rantolava, e poco dopo, mandando dalla bocca bava verdastra, spirò.
Così ebbe fine la festa, e tutti i convitati mesti e silenziosi s’allontanarono.
Cercopiteco, sentendo esternare da Lucano il sospetto che il giovine fosse stato avvelenato in qualche vivanda o nel vino, preso da paura d’esserlo anche lui, malgrado il diluvio e il vento, corse da un medicamentario e si fe’ dare un antidoto.
Ma del porcellino avvelenato, e poi cotto da Locusta, non era stata tagliata che la porzione data a Britannico e che lo scalco, per ordine di Nerone, teneva nascosta. L’animale, esposto sulla tavola, e di cui tutti avevano mangiato, era un altro.
Rimasto solo, Nerone fe’ chiamare dei vespilloni, ed ordinò loro di deporre sopra una bara il cadavere vestito com’era, e, trasportatolo sull’Esquilino, ivi dargli subito sepoltura.
E ciò a suo dire egli faceva per non dare ad Antonina il cordoglio di rivedere il fratello esanime. Era invece la tema che non si constatasse l’avvelenamento.
Mentre il funebre convoglio, rischiarato da torchi portati da schiavi, passava sotto pioggia dirotta davanti al palazzo dei Cesari, una vecchia affacciavasi ad un balcone.
Sul suo volto, sinistramente rischiarato dalle faci, si vedeva un infernale sogghigno.
Quella vecchia era Domizia.