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Le donne di Nerone

Capitolo XXIX. Notte funesta.

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Nerone, restando in piedi nello stesso atteggiamento, cominciò a parlare così:

— Padri Coscritti, i voti vostri e quelli del popolo romano sono esauditi. Parto per ridurre nuovamente sotto il nostro dominio le Gallie e le Spagne. Questo risultato otterrò colla gloria stessa dei Cesari, miei antecessori, ma in modo diverso da loro. È prezioso il sangue delle nostre legioni, ed io voglio tentare di risparmiarlo. Come qui oggi a voi, io mi presenterò disarmato al cospetto dei miei soldati e non farò che piangere, richiamando a penitenza i ribelli. L’esito non può esser dubbio, poichè lo presagirono gli astri, ed io potrò il dì seguente, insieme ai pentiti, cantare i premii e le lodi della ricevuta vittoria. Padri Coscritti, approvate voi il mio consiglio?

Come si vede, egli aveva interpetrate a suo modo le parole dell’Astrologo, e rendeva i pianeti complici della sua viltà.

I Senatori accolsero quella comunicazione con un mormorìo di sorpresa.

Così stolto progetto non poteva essere concepito che da un uomo uscito di senno.

Per quanto avvezzi a chinare il capo a tutte le sue volontà, pure si trovò in quel gregge di pecore chi ebbe il coraggio di farsi innanzi e parlare aperto.

Alcuni gli fecero osservare che l’esercito e il popolo romano, avvezzi a conquistare colle armi e non colle lagrime, potrebbero spiegare a mal senso quel progetto. Gli addimostrarono come assurdo fosse il pretendere di commuovere Sergio Galba, già dai soldati eletto Imperatore, e Giulio Vindice, l’ardente fautore di lui, il quale con editti oltraggiosi, con bandi, e cento altre scritture, manifestava chiaramente in quanto dispregio lo tenesse.

— È vero, — interruppe Nerone, cangiando ad un tratto in cipiglio l’umile espressione del volto, — sono gravi assai gli oltraggi, che lancia continuamente contro di me, quel ribaldo. Egli osò perfino chiamarmi ridicolo cantore, istrione da trivio. Ciò mi ferisce quasi più che l’opra audace di Galba. Tentai vendicarmi occultamente d’entrambi, ma sventuratamente finora non sono riuscito per l’imperdonabile inerzia dei Governatori. Egli è per questo che risolsi di cambiare consiglio, ed ottenere colla benevolenza quello che potrei ottenere colla forza.

— E pretendi, — gli fu risposto, — che quei ribelli t’ascoltino? Credi che Galba e Vindice non sappiano della trama ordita da te contro di essi? E non temi che s’impadroniscano di te e ti mettano a morte? Parti, o Cesare, per combattere colle armi e non col pianto, e la tua vittoria sarà più onorevole e più splendida.

A questa verità inoppugnabile Nerone entrò in pensiero. Poteva veramente succedere quanto prevedevano quei Padri Coscritti; ma di partire per combattere, il vile tiranno non voleva saperne; e dopo le giuste osservazioni di loro, rifuggiva eziandio dal porre ad esecuzione il suo progetto. Non volendo cedere nè opporsi, troncò bruscamente la discussione, e li congedò, dicendo:

— Mediterò sui vostri consigli:.... Salvete.

La notizia della strana comunicazione fatta da Nerone al Senato si sparse rapidamente per la città, e i libelli, i biasimi, le satire crebbero a dismisura. Ad alta voce si gridava Cesare pazzo e vigliacco. Le prigionie ed i supplizii, coi quali le autorità cercavano di porre un argine a codesta marea, a nulla valevano.

Lo avrebbe potuto Nerone ponendosi alla testa delle legioni. Ma decisamente non sentivasi capace di sì eroica risoluzione. Invece d’evitare l’abisso, che gli si schiudeva sotto i piedi, studiava il modo di sfogar l’odio suo contro il popolo romano, e sognava i più strani propositi di vendetta.

Erano scorsi quasi tre mesi dal giorno in cui palesava il vergognoso progetto al Senato, allorchè lo fe’ chiamare di nuovo, e scusandosi di non aver potuto recarsi in persona al tempio di Giove Capitolino, perchè essendo ammalato di gola, i medici gli vietavano d’uscire, annunziò che l’Imperatrice Poppea Augusta, era di nuovo incinta, e ch’egli intendeva di non abbandonarla, e rimaneva in Roma.

Diede loro incarico di provvedere perchè cessassero gli oltraggi scagliati continuamente contro di lui da una plebe audace, e che si facesse partire la legione sotto il comando d’uno dei Consoli, ai quali, da quel momento rendeva i tolti onori e gl’incarichi. E tutto ilare aggiunse:

— La vittoria delle aquile latine è sicura. Galba e Vindice pagheranno il fio della loro temerità. Aniceto, tornando da un viaggio, vide scolpito sopra una tomba un soldato delle Gallie trascinato pei capelli da un Cavaliere romano. Questo è lietissimo augurio, che avvalora quanto gli astri predissero all’astrologo Babilo.

I Padri Coscritti, nella maggior parte imbrattati della stessa specie dei pregiudizii, presero quelle puerilità per buona moneta, e andarono via contenti, che si facesse almeno partire la legione, e piuttosto che dare in presenza dei ribelli spettacolo di viltà, Nerone rimanesse.

Questi, a sua volta, soddisfatto e sereno, consumò il resto della giornata a divertirsi coi suoi organi d’acqua.

Alcuni giorni dopo, cessato il mal di gola, volle suonarli in teatro, spiegandone egli stesso agli spettatori il meccanismo parte per parte.

Assicurando che le Gallie e le Spagne sarebbero presto dome, volle che insieme a lui tutta Roma festeggiasse il nascituro erede.

Ordinò adunque i circensi ed altri spettacoli, ai quali presiedette con gran pompa, mostrandosi a tutti sereno ed altiero.

Un altro giorno invitò il popolo nell’ippodromo degli orti neroniani a vederlo gareggiare co’ suoi lottatori, i quali, naturalmente, per amor della paga e della vita, si lasciarono da lui atterrare.

Non contento ancora, presenziò nel circo il giuoco cruento dei gladiatori. E quando questi si presentarono sotto il suo palco, salutandolo colla solita formola “Ave Cæsar, morituri te salutant„ quel codardo ebbe la sfrontatezza di rispondere a quei forti di non temere la morte.

E tre ne rimasero sull’arena, condannati dal pollice verso delle Vestali.

Ma più, che per proprio diletto, tutto ciò faceva Nerone per tornare nelle grazie del popolo romano; ma era la sua opera vana.

Il popolo romano in quegli spettacoli dimenticava per un momento la rivolta delle Gallie e delle Spagne, plaudiva ai vincitori, ma non un Ave indirizzava a Cesare, che tornava sempre da quelle feste pieno di maltalento.

La stizza era in lui accresciuta da una specie di lebbra, ch’eragli apparsa su tutto il corpo, dopo la guarigione della gola, e gli dava così insopportabile prudore, che andava talvolta come pazzo a gettarsi nel lago del giardino. Lo stesso fece un giorno, recandosi con Cercopiteco ed altri cortigiani ad una merenda nella valle d’Arsoli, dov’erano le sorgenti dell’Acqua Marcia‍[119].

Mentre passeggiavano, Nerone ad un tratto si fermò, e spogliatosi interamente, diede ordine che si portasse una corda.

Gli altri gli dimandarono cosa intendesse di fare.

— Or lo vedrete, — rispose; — voglio rinfrescarmi la pelle, e togliermi codesto insopportabile prudore.

E legatasi la corda sotto le ascelle, ne diede l’altro capo in mano ad uno schiavo, e si tuffò nell’acqua, dicendo:

— Così i Romani beveranno la scabbia dell’Imperatore. Ne rimanessero almeno avvelenati.

Rivolto quindi agli amici, che stavano ad osservarlo dalla sponda, gridò loro:

— Voi guardatevi dal bere di quest’acqua, se non volete divenir lebbrosi.

Cercopiteco rispose ridendo:

— Rassicurati, o Cesare, con un acquedotto che percorre sessantunmila e settecento dieci passi quell’acqua avrà campo di purificarsi nuovamente. D’altronde io correrei rischio se fossero queste sorgenti di vino.

Com’ebbe terminato il bagno, Nerone tornò a vestirsi, e dopo la merenda si rimise cogli amici in viaggio, durante il quale non trovava pace.

L’irritazione della pelle, aumentatasi per le soverchie libazioni, lo faceva ruggire come una belva, e lo portava quasi al delirio.

E fu in questo stato miserando ch’egli a tarda notte giunse alla casa Aurea.

Dimandò tosto di Poppea, e gli risposero che riposava.

— Nessuno, — egli disse, — deve dormire, allorchè veglia travagliato Cesare.

E si diresse verso le stanze dell’Imperatrice.

Il cubiculo di Poppea dava sugli orti, che lo profumavano di fiori, e col mormorìo delle fonti, collo stormir delle foglie, col canto degli usignuoli, lusingavano il sonno della bella dormente.

Era quella una notte di paradiso.

Entro la stanza penetrava il raggio della luna, e confondendosi col chiarore del licno, ricopriva di luce misteriosa i litostroti‍[120] della vôlta e delle pareti.

In quel silenzio, in mezzo a quella ricchezza di stoffe e di suppellettili, in quell’atmosfera odorosa, tutto spirava pace e voluttà.

Invece, per distruggere l’incanto, vi penetrò Nerone, guidato dal suo spirito maligno.

La schiava cubiculare, destinata quella notte a vegliare presso la porta della sua signora, lo vide attraversare tutto agitato la stanza, e sollevata la cortina trapunta, penetrare nel cubiculo.

Alcuni istanti dopo egli parlava con voce soffocata dall’ira, e Poppea rispondeva indignata.

S’udì poscia il rumore d’una lotta, un grido acuto, e Nerone, che urlando chiedeva soccorso.

Il laido tiranno, schifoso e briaco com’era, aveva desta bruscamente la moglie, e pretendeva giacere con essa.

Poppea lo aveva respinto dicendo:

— Allontanati, rispetta almeno il mio stato: va a cercare gli amplessi delle tue concubine.

E siccome l’altro colla forza e la minaccia voleva imporle la sua volontà, la donna era balzata giù dal letto, difendendosi energicamente.

Dandogli i più vituperosi titoli, riusciva ad allontanarlo da lei con sì forte spinta, che quasi lo fe’ stramazzare.

Preso allora da delirio furioso, lo scellerato le lanciava un calcio, e la colpiva nel ventre.

L’infelice madre, mandando un grido, era caduta riversa sulla sponda del letto, ed aveva perduto i sensi.

A quella vista Nerone, rientrato in sè stesso, s’era messo ad urlare:

— Soccorso! Soccorso! Schiave, accorrete.

E intanto, tutto convulso, prendeva in braccio la moglie, l’adagiava sul letto, e baciandola e bagnandole il viso di lagrime, esclamava:

— Ritorna in te, o divina Poppea!... Perdonami!... Son disperato!... Son maledetto!... Perdona! Perdona! Io non ho amato al mondo che te sola!

In questo doloroso delirio lo trovarono le ancelle accorse alle sue grida.

Le due nutrici Egloga ed Alessandria lo persuasero a discostarsi, per lasciare loro l’agio d’apprestare i rimedi necessarii a farla rinvenire, finchè giungessero i medici.

Nerone obbedì, e smaniando e gemendo, si mise a passeggiare per la stanza e sulla terrazza.

Alzando gli occhi al cielo, così sereno, malediceva a quel puro orizzonte, alla luna, alle stelle, che a lui sembravano in quel momento uno scherno, ed invocava l’uragano e i fulmini.

Primo a giungere fu il medico di Corte Quinto Stertinio.

Nerone lo chiamò in disparte, e dopo avergli narrato quanto era accaduto, gli disse:

— Salvala, o Stertinio, e ti prometto di portare annualmente la tua paga a seicentomila sesterzii‍[121].

E s’avvicinò con esso al letto di Poppea, che cominciava a rinvenire, ad agitarsi e mandare lamenti.

Quand’essa lo vide, nascose tutta atterrita il viso nel seno ad Alessandria, che la teneva abbracciata.

Il medico lo consigliò a ritirarsi per non turbare colla sua presenza l’inferma, ed egli uscì disperato, strappandosi i capelli e mormorando tra i denti:

— Son maledetto! Son maledetto!

Si ritirò nella sua zotheca e rimase là per alcuni istanti cogli occhi lagrimosi fissi in terra, e colle braccia poggiate sulle ginocchia.

Però l’angoscia non gli consentiva di rimanere lungo tempo tranquillo, e balzando in piedi tornava nell’appartamento di Poppea, e s’avvicinava alla porta del cubiculo.

Poi, udendo tra il bisbiglio di quelli che le stavano attorno, i lamenti della sua vittima, correva via, come pazzo, turandosi gli orecchi.

Ansioso d’aver notizie, usciva nuovamente col cuore tremante dal suo appartamento, quando s’imbattè in Domizia, che bruscamente gli dimandò dove andasse.

— Lasciami in pace, — rispose Nerone, — voglio parlare cogli archiatri, voglio veder Poppea.

— Torna indietro, o sciagurato, — rispose l’altra, — se non vuoi colla tua presenza affrettare la morte di quell’infelice.

— Che parli tu di morte, o vecchia?

— Non hai più figlio, perchè l’uccidesti, e domani forse non avrai più moglie.

Nerone cacciò un urlo selvaggio, e respinta violentemente la zia, andò innanzi.

— Eppure, mi muove a pietà, — mormorò Domizia, seguendolo.

Come fu nella stanza, Nerone non ebbe dapprima il coraggio d’avvicinarsi al letto insanguinato, presso al quale si tenevano da un lato i medici, somministrando colliri all’inferma, dall’altro lato le due nutrici e le schiave cubiculari, che eseguivano gli ordini loro.

Ma poi s’accostò pian piano, e potè veder Poppea senza esser visto da lei.

La misera ansimava e mandava continui gemiti. Aveva i lineamenti contratti, le gote suffuse d’un pallore mortale, le labbra bianche, i negri occhi sepolti in livido cerchio.

Purtuttavia era ancora bellissima, e Nerone si ritrasse più innamorato e più desolato che mai.

Fe’ venire Quinto Stertinio, e gli chiese se in conseguenza dell’aborto corresse pericolo la vita della moglie.

L’altro rispose che quando l’aborto è prodotto da colpo violento v’è più da temere che da sperare.

— La scienza però, — soggiunse il medico vanitoso e cortigiano, — tutto porrà in opera perchè svanisca il timore, e la speranza si cangi in realtà.

— Tutti i miei tesori, — esclamò Nerone, — per chi riescirà a trattenere le axisie della vecchia Atropo, perchè non tronchi il filo di quella vita, a cui nel delirio attentai, e m’è pur tanto cara.

Quinto andò di nuovo presso l’inferma, e Nerone, non sapendo in qual modo calmare l’agitato spirito, tornò improvvisamente, nell’impeto del dolore, dal disprezzo al culto dei Numi.

Dopo aver pregato e pianto nel larario, mandò ordine al Pontefice Massimo di far aprire tutti i templi per la cerimonia del lettisternio‍[122] dedicato agli Dei Averrunci‍[123].

Alla dimane i Settemviri Epuloni‍[124] eseguirono l’ordine di Cesare, e Senatori, e patrizii, e plebe, quali per istinto pietoso, quali per accortezza, andarono alla supplicazione‍[125].

I Numi però furono inesorabili.

Poppea, dopo esser rimasta qualche ora in una specie di letargo, fu colta da violentissima febbre, che la trasse a farneticare.

E anche nel delirio parlavano in lei l’orgoglio e la vanità.

— Perchè volete ch’io fugga? — essa diceva — io non ho paura di lui. Odio Cesare perchè m’avvelena coi suoi baci, odio suo figlio, perchè mi deforma; ma lo splendore mi piace.... mi piacciono le mie gemme, le mie ricche vesti.... la mia diadema.... Non vedete come mi stanno bene, come sono bella?... Andiamo.... andiamo al circo Massimo.... voglio essere ammirata da tutti.... voglio tutti innamorare.

Alzò così dicendo la testa dai guanciali, e puntate le braccia sulla molle culcita cercò di sollevarsi a sedere sul letto.

Le schiave l’aiutarono, sostenendola sotto le ascelle.

Essa, dopo alcuni istanti di silenzio, come presa da visione estatica, cominciò a fissare i balconi, pei quali penetrava la luce infocata del tramonto, e riprese a vaneggiare così:

— Giove m’invita nell’Olimpo, mi chiama tra le sue braccia.... Ah come fremono di gelosia, Giunone e Venere! Non mi vogliono Dea... vogliono ch’io sia respinta dal regno dei Numi.... Ma chi è quella donna, che sale dall’abisso, gridando vendetta contro di me?.... È Agrippina.... Agrippina.... Chiede a Giove i fulmini per incenerirmi... Ma io nulla ti feci... Fu tuo figlio... Lui uccidi, quel mostro, trascinalo nell’abisso con te.

E presa da agitazione convulsa, ricadde supina sul letto, quasi agonizzante.

Nerone, che si teneva in ginocchio presso la sponda del letto, balzò in piedi tutto atterrito mormorando:

— Poppea, sposa adorata, rimani con me!... Medici, è morta forse?

— È viva ancora, — risposero, — anzi, rinviene.

— Ancora, voi dite? Ma io voglio che viva eternamente.

Queste parole udì l’inferma, ch’era tornata in sè, e riconosciuta la voce, mormorò senza guardarlo:

— Allora non dovevi uccidermi.

Nerone tornò ad inginocchiarsi, implorando perdono, e promettendole un’esistenza d’amore, di gioia e di splendore.

Poppea non rispose.

Essa dormiva già il sonno della morte.

Notes in this chapter

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