Capitolo XI. I Circensi.
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Straordinarii spettacoli, ludi nuovissimi, esagerata prodigalità, sfrenate libidini, ecco dopo gli effimeri trionfi dell’arte, quello che ambiva, quello che sentiva Nerone.
Poco dopo il ritorno dall’Acaja furono da lui ordinate le feste in onore di Giove, e volle che cittadini pervenuti alla dignità consolare, Senatori, Cavalieri e Matrone avanzate in età concorressero a celebrarle, prendendo parte alle corse, alle lotte, alle rappresentazioni sceniche.
Questo nuovo capriccio del divo Cesare, il sapere che si rappresenterebbero nuovi giuochi, e la voce sparsa che lo stesso Imperatore vi prenderebbe parte, aveva solleticato straordinariamente la curiosità del popolo romano, già di spettacoli avido tanto.
Il circo Massimo, sito tra il Palatino e l’Aventino, era lungo duemila cento ottantasette piedi, e largo novecento sessanta, e poteva contenere trecentomila spettatori. Pur tuttavia sembrava che quel giorno dovesse riuscire angusto per quella fiumana di gente, che irrompeva con furia sotto le dodici arcate dei portici, destinate all’ingresso del popolo. I più impazienti salivano a prendere posto nelle gradinate, altri affollavansi alle taverne dei mercanti, ch’eran sotto i portici, per procurarsi di che soddisfar la fame e la sete durante lo spettacolo. Altri andavano a leggere le tabelle infisse alle colonne, che dividevano i ventiquattro compartimenti del circo, ove a grandi caratteri erano scritti i nomi dei nobili aurighi.
Intanto i Consoli, gli altri dignitari, il Pontefice Massimo, l’Edile, il Capo degli Auguri, le Vestali e i patrizii colle loro famiglie entravano per le quattro alte edicole chiamate moenania e ch’erano sormontate da quadrighe di bronzo.
Per questa circostanza era stato assegnato ai Cavalieri un luogo appartato perchè meglio godessero lo spettacolo della corsa, che dovevano fare ventiquattro dei loro compagni.
All’ora detta sol, ch’era tra il meriggio e la sera, uno squillo di tromba annunziò l’arrivo dell’Imperatore, che, lungo il tragitto, aveva destata l’ammirazione del popolo, guidando un decemjugis, ossia dieci cavalli di fronte attaccati ad un carro dorato. Seguiva un elegantissimo cocchio, fatto a foggia di barca, che posava su cinghie di cuoio, ed era tirato da quattro cavalli bianchi. In esso sedevano le due Imperatrici. Accompagnavano il nobile corteo i soldati pretoriani e i littori.
Allorchè l’Imperatore comparve nel pulvinare, e sedette tra Ottavia e Agrippina, da quelle trecentomila bocche s’elevò un grido di saluto, che fece rintronare l’aria.
Allora l’Edile, montato su cavallo a dorso nudo, uscì dalla porta pompae dell’oppidum (città), edifizio che chiudeva da un lato il circo e sotto il quale eran costrutte le stalle (carceres) pei cavalli ed i carri.
Egli fece il giro della spina, muro basso costruito in senso longitudinale attraverso il campo della corsa.
Alle due estremità della spina sorgevano le due mete dorate, e sull’alto nel mezzo un obelisco dedicato al sole.
Compiuto il giro, fece distendere al punto dove i carri prenderebbero la mossa, l’alba linea o corda tinta di bianco, attaccata a due piccoli pilastri detti hermulae.
Poscia salì sull’alto dell’oppidum dov’erano i giudici, ai quali egli presiedeva e ch’erano tutti pittori o scultori non romani.
Le trombe diedero un nuovo squillo, e come mosse da corrente elettrica, s’agitarono le teste e le braccia di quell’immensa moltitudine, che poi proruppe in entusiastiche acclamazioni, quando dalle carceri uscirono le bighe disposte in tre file d’otto per ognuna e guidate da Cavalieri, che non oltrepassavano il quinto lustro, ed avevano militato almeno in due campagne. Alcuni s’erano guadagnata la corona Civica o la Murale o altra onoranza guerresca. Per questi ultimi bastava una sola campagna per essere ammessi ai circensi.
I ventiquattro aurighi vestivan tuniche l’una di tinta diversa dall’altra, e ciascuno portava la fascia trasversale, e il nastro che gli cingeva i capelli d’altro colore della veste.
E d’ugual nastro, e d’ugual fascia si vedevano adorne quel dì le giovinette patrizie, molte delle quali palpitavano in quel momento e facevan voti per la sorte del Cavaliere prediletto.
I tre ordini di bighe fecero al passo il giro del circo, rasentando le balaustre dei podi per essere meglio ammirati dagli spettatori, che li accompagnavano col grido: Salvete! Salvete!
I cavalli, pressochè tutti puledri bellissimi o di puro sangue romano, o nati da coppie incrociate o venuti direttamente dall’Asia, procedevano saltellando e nitrendo. Parevan superbi dei loro graziosi ornamenti e della gara a cui eran chiamati.
Compiuto il giro, i carri rientrarono nelle carceri, e i Cavalieri tornarono poi ad uscire a piedi quando vennero chiamati ad uno ad uno a prendere il posto loro assegnato dalla sorte.
Il posto migliore, quello più vicino all’Euripo[58], toccò ad Aulo Plancio, con gran rammarico di Cesare.
Come furono messi in fila, la linea bianca cadde e i ventiquattro giovani spiegarono la corsa.
Al terzo giro eran stanchi, sudati, ansanti, ma giunsero tutti alla meta. Il primo però non era Aulo Plancio. Egli anzi fu tra gli ultimi.
Il divo Cesare era contento.
Rivoltosi ad Agrippina, le disse sommessamente, accompagnando le parole con maligno sorriso:
— Forse lo trattenesti la scorsa notte?
La madre lo guardò fissa, poi si rivolse senza rispondere.
Il vincitore ebbe in premio un grosso anello gemmato e rientrò cogli altri nelle carceri.
Poco dopo squillarono di nuovo le trombe; l’Edile impose silenzio al pubblico, e le prime dodici bighe ricomparvero. Estratti a sorte da un’urna i nomi degli aurighi, andarono ad uno ad uno a prendere il posto loro designato. Come vi furono tutti, l’alba linea fu lasciata cadere e i cavalli partirono. Da principio i più esperti conduttori li trattenevano per non affaticarli, e durante il primo giro il gruppo delle bighe procedette bastantemente serrato.
Nel secondo cominciò a diradarsi; ma si correva più forte, quantunque alcuni trattenessero ancora la biga, mentre altri cominciavano a sferzarla.
Nel terzo la carriera divenne vertiginosa, le zampe dei cavalli sfioravano appena il terreno, sembrava che volassero. I colpi della scutica li facevan balzare frementi, il grido dell’auriga ne raddoppiava la foga. Il terreno cupamente rimbombava sotto quella ridda, che sempre più si faceva ruinosa, talchè a tre o quattro dei primi aurighi giunti, non riuscì di fermarsi alla meta, e furono dagli animali, che non sentivano più freno, trascinati per un giro ancora.
La moltitudine li aveva seguiti cogli occhi senza trar respiro, interessandosi a tutti gli episodi, e ciascuno facendo voto in cuor suo per quella biga sul valor della quale aveva fatto scommessa.
E di scommesse ce n’erano infinite, dalle poche as del popolano alle centinaia di talenti.
Nerone, più di tutti, era intento allo spettacolo, nè mai si toglieva dall’occhio il lapis Neronianus[59].
Il Cavaliere Marco Salvio Ottone era l’auriga vincitore ed ebbe in premio una daga d’oro tempestata di pietre preziose.
Nerone fece avvicinare il Prefetto delle coorti pretoriane, che si teneva in fondo al pulvinare, e gli dimandò:
— Dimmi, Vestino, codesto vincitore, è forse quel Cavaliere Ottone che dicono posseder sposa splendidamente bella, più forse della tua fidanzata Statilia Messalina?
— È lui, o divo Cesare.
— Giovane intraprendente, e a quanto sembra, fortunato in tutto, — rispose Nerone con aria d’invidia e d’ammirazione.
Il Prefetto si trasse di nuovo indietro.
Le trombe annunziarono l’arrivo delle altre dodici bighe.
Di queste l’Imperatore ne seguì attraverso il suo smeraldo i giri con interesse anche maggiore.
Aulo Plancio, l’uomo da lui odiato, aveva sortito uno dei posti migliori, e la sua biga correva terza nel primo giro, e nell’altro, sorpassato il secondo auriga, correva quasi allato al primo.
Nerone fremeva impaziente, tanto più che gli sembrava legger la compiacenza sul volto della madre.
Erano forse il sospetto, l’odio, la gelosia, che lo facevano travedere.
Mancava poco per giungere alla meta, allorchè Plancio, rallentando le redini, ed animando i cavalli colla scutica e colla voce, sorpassò la prima biga e fu vincitore.
Nerone si morse il labbro inferiore, la sua faccia si contrasse, e la sua fiera guardatura talora si rivolgeva ad Agrippina, talora fulminava il Plancio nel suo giro di trionfo.
Una speranza gli rimaneva, che quell’odiato sarebbe soccombente nella corsa decretoria, quella cioè, in cui dovevano misurarsi i due primi vincitori Ottone e Plancio, e quello che ottenesse il premio nella gara delle fazioni.
Di questa facevan parte tutti i conduttori di carri. Ciascuno aveva un capo e vestiva colori differenti dalle altre.
Alle loro sfide, più che a quella dei nobili, s’interessava la plebe, che mormorava ed agitavasi impaziente di veder uscire dalle carceri i dodici aurighi delle tre fazioni bianca, gialla e verde.
Finalmente, poichè il Plancio ebbe terminato il giro trionfale e ricevuto dalle mani dell’Edile il premio, un cameo contornato di gioie, vennero fuori i dodici carri delle fazioni, tirati da cavalli di razza romana allevati a spese dell’erario.
Il popolo, tra cui quei conduttori contavano infinità d’amici, li salutò con un urlo entusiastico, e non potendo frenarsi poi, mentre compivano i tre giri, ruppe più volte il silenzio imposto dall’Edile.
Vinse la livrea verde della fazione Prasina, ed ebbe il premio di diecimila sesterzi.
Per rimandar contenti anche gli altri, Nerone aveva dato ordine che ciascuno di loro avesse in dono un dolio di vino.
Nella corsa decretoria i tre vincitori montavano a cavallo e Nerone sperava che Aulo Plancio sarebbe cattivo cavaliero com’era stato fiacco corridore. Si turbò alquanto allorchè, da esperto conoscitore, col suo prezioso occhialetto osservò che l’animale toccatogli in sorte era un ardente puledro venuto dalle mandre africane. Bellissimo cavallo andaluso era quello di Marco Salvio Ottone, come pure giovine e snello, l’altro montato dal cavaliere della fazione verde.
Era questa una gara assai difficile e pericolosa pei contendenti, che non conoscevano l’indole e i vizi di quegli animali tolti da poco alle mandre.
Nel primo giro procederono serrati e quasi paralleli, nell’altro, Ottone era innanzi d’un mezzo cavallo ad Aulo Plancio, ed il terzo competitore cominciava a rimanere indietro.
La plebe non poteva più frenarsi e di tratto in tratto gridava a quest’ultimo; macte animo! Verbera! Curre![60] e invano gli araldi alzavano il caduceo per imporre silenzio.
Nerone invece rimaneva muto, assorto, cogli occhi fissi sopra i due cavalieri.
Allorchè nel terzo giro, a poca distanza dalla meta, Aulo Plancio, adoperando la stessa tattica usata colla biga, frustò il cavallo e chino sulle sciolte redini, lo spinse a maggior corsa, passò Ottone e vinse, Nerone mandò un’imprecazione agli Dei. Di quel furore si stupì Ottavia e gli dimandò cosa avesse.
— Non era costui ch’io voleva vincitore.
— Perchè?
— Perchè lo detesto.
— Che ti fece egli mai?
— Chiedine alla diva Agrippina.
— Io, — rispose questa, superba in cuor suo d’inspirare ancora nel figlio cotanta gelosia — nulla so, nè degli odii nè degli amori tuoi, perchè a me non ti confidi.
Ottavia, o non comprendendo l’enigma o fingendo di non comprendere, rispose:
— Ma tu, così valente in simili giuochi, dovresti invece ammirarlo.
— E tanto lo ammiro, che intendo misurarmi con esso, e se il sopraggiungere della suprema tempesta non ponesse termine ai ludi, oggi stesso lo sfiderei.
Appena tornato al palazzo dei Cesari, ordinò che gli fosse condotto Aulo Plancio.
Questi non tardò a comparire.
Era un giovine d’atletiche forme, che aveva più del gladiatore che del Cavaliero. Che la madre di Nerone, imitando Messalina, ne avesse fatto il suo Bito molti supponevano, ma nessuno poteva asserirlo.
Era donna troppo astuta e troppo desiderosa d’essere apprezzata dal figlio, per compromettere coll’imprudenza la sua dignità.
Nerone però, che di lei conosceva gl’istinti e le vecchie storie, era pressochè sicuro di quella tresca. Chi era stata espulsa da Caligola pei suoi disordini; chi aveva fatto assassinare il suo primo marito Crispo Passieno; chi aveva strappato dalle braccia d’Ottavia Lucio Silano per darla in isposa a lui, ed aveva poi accusato d’incesto il misero giovine, l’aveva trascinato davanti ai giudici e costretto al suicidio; chi aveva fatto morire nelle torture Lolia Paulina, accusandola di magia, perchè gelosa della sua bellezza; chi finalmente impaurita della condanna a morte inflitta dall’Imperatore Claudio ad una adultera, aveva fatto uccidere col veleno il suo terzo marito; poteva nutrire qualsiasi passione volgare.
Era già molto, secondo Nerone, ch’essa avesse preferito a schiavi ed istrioni quell’Aulo Plancio.
Ciò però non toglieva ch’egli per gelosia non l’odiasse, perchè, come già dicemmo, le donne, che appartenevano a Claudio Nerone, non dovevano amare che lui.
Come Aulo Plancio gli fu dinanzi, Nerone, dopo averlo squadrato da capo a piedi, gli disse:
— Tu ti mostrasti nel circo esperto auriga ed esperto cavaliere, talchè mi nacque il desiderio di misurarmi con te.
L’altro, colto da sorpresa, non seppe che rispondere.
— Saprai per certo, — riprese Nerone, — condurre un decemjugis.
— O divo Cesare, non possedetti mai dieci cavalli.
— Avendoli, saresti capace di guidarli alla corsa?
— Forse.
— Non presumer tanto, poichè non è agevol cosa come tu credi. Ma se ti senti di tentar la prova, le mie stalle ti provvederanno i cavalli. Quanto tempo chiedi per esercitarti?
— Non saprei....
— Ebbene io voglio teco mostrarmi generoso avversario. Da dimani tu troverai nelle carceri dell’oppidum i dieci animali e il carro. Fa le tue prove ogni dì, e quando sarai pronto ad accettar la mia sfida, offriremo questo spettacolo al popolo in onore di Vulcano, e voglio che il vincitore sia incoronato da una vergine, come s’egli fosse rimasto superiore in tutte le gare dei circensi.
Il Plancio rimaneva come trasognato per siffatta proposta. Conoscendo i sentimenti poco benevoli di Cesare verso di lui, sentiva che lo scopo di quella sfida era il desiderio d’umiliarlo in presenza della moltitudine e scemar la sua gloria.
Conveniva però sottomettersi alle brame di quel maniaco tiranno, ed accettare, lasciandogli la vittoria, per non esporsi alle vendette di lui.
— Mi sottometto, — disse, — ai desiderii del mio Imperatore, sicuro d’esser vinto.
— Bada, — interruppe Nerone, — che se tu pretenderai nella sfida usar dei riguardi all’Imperatore, se non mi tratterai com’altro qualunque conduttore di carro, se non osserverai tutte le regole delle corse, non te lo perdonerò.
Questa dichiarazione fe’ partire il Plancio dal palazzo dei Cesari, più turbato che mai.
Allorchè Nerone riferì la cosa alla moglie e alla madre, l’angelica Ottavia lo scongiurò a desistere da quel progetto, che poteva riuscire periglioso per lui.
Agrippina invece se ne mostrò meravigliata; ma non fece osservazione di sorta, per tema che le sue esortazioni fossero spiegate a senso d’interessamento per Aulo Plancio.
Seneca e Burro apertamente gli dichiararono che non doveva davanti al suo popolo un Imperatore romano darsi a spettacolo, cimentando l’onore e la vita. Ma le loro parole non valsero che a sdegnare il despota ed avvalorarlo nel suo divisamento.
E giunse il giorno tanto da Nerone desiderato, e al circo Massimo tutta Roma accorse per assistere a quella nuova profanazione della grandezza Cesarea.