Capitolo V. Grandezze ed insanie.
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Appena salito sul trono il primo pensiero di Nerone era stato quello d’edificare presso il palazzo dei Cesari un altro immenso edifizio che occupasse oltre al Palatino tutto lo spazio tra il Celio e le Esquilie.
Nell’impazienza di vedere giunta presto a compimento quest’opera che doveva riuscire una delle meraviglie dell’universo, aveva ordinato che gli fossero spediti da ogni parte d’Italia tutti i prigionieri, anche quelli già condannati a morte, perchè vi lavorassero sotto la direzione degli architetti Severo e Celere. In tal modo fu l’opera assai prontamente compiuta.
Il vestibolo della casa era di fronte alla Via Sacra, e il portico con tre ordini di colonne era lungo mille passi e la statua che vi sorgeva nel mezzo alta centoventi piedi.
Era già stato scavato il vastissimo bacino dello stagno, che doveva essere riempito colle acque dell’Aniene, portate dagli archi Celimontani. E ciò spiega l’impazienza addimostrata in quel giorno al Senato perchè fosse decretata subito l’opera idraulica.
Al di là del bacino s’aggruppavano alcuni grandi magazzini fabbricati con sassi quadrati di tufo litoide, ed altri edifizii.
Nerone li aveva comperati per atterrarli, e piantare al loro posto boschetti e cascine, che dovevano specchiarsi nel lago.
Quella mattina, mentre i Padri della patria stavano discutendo nel tempio di Giove, alcuni soldati balistarii avevano piantato un tormento a piccola distanza da quei magazzini, e da questo scagliavano contro le loro mura massi di ogni forma e dimensione, che incrinavano i tufi e finivano per farli cadere in ischeggie.
Folla immensa assisteva alla demolizione, e in mezzo alle sordide della plebe, che la dicevano sempre avida di spettacoli, si notavano l’ampia toga del vecchio patrizio, la toga virile del borghese, quella pretesta del nobile giovinetto, che giuocando col suo bastoncino, andava in cerca di qualche grazioso visino.
La folla, che trovava di suo gusto quello spettacolo di distruzione, ad ogni sasso lanciato dalla balista freneticamente applaudiva.
— Plebe stolta e codarda! — mormorò un cittadino.
A quanto sembra, a costui l’entusiasmo degli altri urtava i nervi.
Egli aveva nome Isidoro Cinico, uomo di mezza età, nel quale la tinta giallognola del volto, i contratti lineamenti, ed il taglio austero della bocca dinotavano apertamente di qual carattere irrequieto e bilioso egli fosse.
Di fatto era noto all’universale come contraddicente e acerbo censore di tutto e di tutti.
— E che ti fece mai, questa misera plebe?
Chi rivolgeva queste parole al Cinico era uno fra i più stimati cittadini di Roma per sagacia, per intelletto, e per integerrimo carattere. Si chiamava Gneo Calpurnio Pisone.
Ad esso Caligola rapiva la giovinetta sposa Livia Ostilla, e lui cacciava in bando.
Salito sul trono Claudio Cesare, lo aveva richiamato e fatto Console. Tornava alla vita privata dopo la morte dell’Imperatore, a cui serbava riconoscenza, ma non poteva perdonargli d’aver ceduto alle esigenze d’Agrippina, e spodestato Britannico del quale egli era amicissimo.
Isidoro rispose ch’egli apprezzava la plebe integra e laboriosa, ma quella cui tutto era buono per uccidere l’ozio, gl’inspirava grandissimo disprezzo.
— E perchè alla gente che qui si ferma per curiosità tu lanci un’accusa che può essere ingiusta? Vi saranno moltissimi che tornano dal lavoro, e che lo riprenderanno tra poco. Vuoi negar loro questo momento di sollievo? E noi due, non ci siamo forse incontrati qui? E siamo oziosi per questo? Confessa piuttosto che t’incresce di sentire acclamato l’uomo che abborri. E comprendo in te questo sentimento per l’amicizia che ti legava al misero Lucio Silano.
— Che codesto mostro coadiuvato da sua madre, — proseguì il Cinico, — fe’ morire dopo avergli rapita la sposa, la giovine Ottavia, a cui diede il manto imperiale per cangiarlo poi nella veste di Nesso.
— E tolgan gli Dei, — esclamò sospirando Pisone, — che qualche grave sciagura non sia riserbata al fratello di lei, all’onesto Britannico.
— Onesto sì, ma inetto.
— Non parlarmi così di lui.
— Perchè non agisce? Perchè non vendica l’ingiustizia che gli venne fatta? Perchè s’accontenta di nutrire un livore infecondo?
— Prima d’accusare il suo prudente contegno aspetta, o Cinico. E intanto allontaniamoci di qui. Guarda chi ci sta d’appresso.
L’altro si rivolse e vide fermo a pochi passi da loro Aniceto, e più oltre Cercopiteco Panerote, che parlava con Menecrate.
Lo spione cercava di prendere con una fava due piccioni, e mentre tendeva l’orecchio per afferrare qualche parola del dialogo fra Pisone ed Isidoro Cinico, che sospettava ostili all’Imperatore, attendeva il parassita per cavargli con astuzia i calcetti sul conto del citarista.
Gneo Calpurnio e il Cinico s’allontanarono, e poco dopo, Cercopiteco, rimasto solo, si fermò a contemplare le paste dolci d’un dulciario ambulante.
Intanto continuavano i colpi dei proiettili, il rovinio delle pietre, e le grida del popolo.
Cercopiteco, dopo essere stato alcun tempo indeciso, tirò fuori il suo marsupio, ne cavò fuori due as[30] e datele in mano al dulciario prese dal canestro una piccola torta di latte, farina, frutta e miele, e mangiandola tornò ad avviarsi, allorchè gli venne incontro il pedagogo e gli disse arrestandolo:
— Bon pro ti faccia, o Panerote.
— Tutto a me fa buon pro.
— Te felice! E che metodo adoperi per ciò?
— Non vado a pesca di guai, non m’impaccio de’ fatti altrui, lascio che ogni acqua corra per la sua china, guardo bene a varcar la soglia della mia casa col piè destro, non mormoro d’alcuno, e lodo tutti, e le mie sole censure le riserbo pei cattivi cuochi. Non ho mai pregato nel tempio dell’ambizione, e in me non esercitarono la loro potenza nè la figlia della notte[31] nè il figlio di Venere.
— La persona che teco conversava poc’anzi, — interruppe tosto Aniceto, — non può dir lo stesso.
— Chi, Menecrate?
— Tu lo dici.
— Io dico ch’egli è giovane dabbene e sagace, e che coll’arte onestamente sostenta sè e la sua vecchia madre.
— Ed io faccio eco alle tue parole; ma ch’egli non senta al tempo stesso ambizione ed amore, questo non puoi negarmelo.
— Nè affermo, nè nego, perocchè è questione questa che non mi riguarda.
— Ma quello che ho inteso....
— Quello che tu hai inteso non voglio intendere io. Sta sano.
E lasciò lo spione in asso, che invece di mostrarsi adirato, diede un ghigno satanico di contentezza.
La onesta discrezione di Cercopiteco gli prestava il destro di farsi merito presso Nerone.
Di ritorno dal Senato, questi andò nella stanza d’Ottavia, ch’era in quei giorni alquanto sofferente, ed egli mostravasi affettuoso con essa, tanto più che i medici la supponevano gravida.
La trovò distesa col capo appoggiato all’anaclinterio d’un sofà, ai piedi del quale sedeva sopra uno sgabello Menecrate suonando la citara.
Quella vista fe’ torvo Nerone, che dimandò ove fossero le due ancelle di servizio.
Ottavia rispose ch’erano, come sempre, nella stanza attigua, pronte ad ogni squillo di timbro.
L’altro, non del tutto rasserenato, partecipò alla moglie il Senatus-consulto, che decretava la costruzione degli archi Celimontani, aggiungendo che sperava ben presto di veder riempito il lago Neroniano.
— Intanto, — soggiunse Ottavia, — so che stamane cominciasti la demolizione degli edifizii prospicienti la casa transitoria, e che il popolo v’assistè entusiasmato.
— Davvero! — esclamò Nerone, — e d’onde lo sai?
— Da Menecrate, — essa rispose, — che viene di là.
Allora l’Imperatore, cominciando a rasserenarsi, si rivolse al citarista, che al suo apparire erasi levato in piedi, e si teneva in disparte, e gli disse:
— Avanzati e racconta.
E l’altro confermò che ad ogni masso lanciato dalla ballista, la folla mandava grida di gioia ed acclamava a Cesare.
— In questa guisa, — osservò Nerone, — Roma risponde a quegli spiriti gretti, che m’accusano di pazze prodigalità, perchè amo tutto ciò ch’è grande, tutto ciò ch’è bello. Ma io disprezzo le censure di codesti Catoni, che m’ascrivono perfino a colpa l’idolatria che nutro per l’arte, e proclamano gli allori suoi indegni d’un Imperatore romano.
— Anche in questo, o divo Cesare, il popolo non divide la loro opinione. So che molti anelano di sentirti a cantare, e s’apprestano a chiedertelo ad alta voce quando ti vedranno in publico.
A quest’annunzio il broncio di Nerone scomparve del tutto, fu dimenticata la gelosia e il citarista tornò in grazia.
Era fuori di sè dalla gioia. Quando si toccava quella corda sensibilissima, la sua parlantina non aveva più freno e diveniva eloquente quanto lo era stato a difendere gli altri Marco Tullio Cicerone.
Egli disse che seconderebbe per certo il desiderio del popolo romano; ch’era già sua intenzione, allorchè sarebbe compiuta la casa transitoria, d’aprire le sale e gli orti di quella Augustale, e là cantare alla presenza di tutti. Ora, aggiunse che poteva farlo perchè la sua voce roca e debole alle prime lezioni dategli dal maestro Terpno era diventata chiara e sonora, a forza di studi e di precauzioni igieniche e meccaniche, come quella di non mangiar pomi, nè altri cibi indigesti, di purgarsi spesso, d’eccitare il vomito, d’iniettare liquidi nel corpo e tener sul petto quella finissima lamina di piombo per gran parte della giornata, stando disteso bocconi sul letto.
Egli assicurava di potersi adesso esporre al publico anche sulle scene, senza timore d’essere sopraffatto da altri, e di volerlo fare perchè niuno è che ponga mente alla musica segreta.
Ottavia e Menecrate lo lasciarono parlare senza dir motto.
La prima, amante ancora, deplorava in cuor suo quella grande aberrazione del marito. Il ridicolo, al quale s’esponeva, la feriva più profondamente dell’infedeltà.
Menecrate, per rispetto all’Imperatore, non voleva contraddirlo, per rispetto a sè stesso non voleva farla da cortigiano, approvando quel che internamente disapprovava.
Egli aveva detto che il popolo desiderava di udirlo, e aveva detto il vero; ma di suo nulla aveva aggiunto per incoraggiare Nerone ad accontentarlo.
Inoltre, la segreta passione, che nutriva per Ottavia, gli faceva odiar quell’uomo, che la rendeva infelice, quantunque egli, sedotto da una vana lusinga, v’avesse contribuito, conducendo a Roma quella schiava.
Ma allora era il suo, più che sentimento vero, un’esaltazione di giovanile baldanza. Adesso che amava davvero, vedendo d’aver formato l’infelicità dell’adorata donna, malediceva il progetto malvagio da lui concepito a Corinto.
Non aveva osato mai confessarlo ad Ottavia, vedendola sempre benevola verso di lui.
Il dignitoso contegno della sovrana gli toglieva il coraggio, e gl’imponeva il silenzio sulle condizioni dell’anima sua.
Anche quella mattina non fecero osservazioni di sorta sui pazzi progetti di Nerone, quando questi, dopo essersi dimostrato cordialissimo con Menecrate e tenero colla moglie, era uscito tutto contento.
Allorchè giunse Aniceto, e cominciò a vantarsi d’aver indagato qualcosa sul conto di Menecrate, spiegando malignamente a senso di reticenza le ultime parole di Cercopiteco, Nerone lo interruppe bruscamente, dicendo:
— Lascia in pace il citaredo. Quel modesto giovane è incapace d’osar tanto. Vattene, che oggi non ho bisogno di te.
E il pedagogo se n’andò tutto sorpreso e mortificato.
Alcuni giorni dopo, venuta la sera, salì nella stanza d’Atte, e si presentò a lei vestito colla palla citharaedica, che i suonatori di musica portavano sulla scena, e la testa incoronata di lauro.
Volle che la donna si denudasse fino alla cintola, e si coprisse poi colla caliptra.[32] Indi le ordinò di prendere il simikion e di seguirlo.
Atte si mostrava restia ad obbedire, e presa da timore e vergogna, dimandò dov’egli volesse condurla.
— Vieni con me, e non temere, — disse Nerone.
— Oh Numi, che vuoi tu far di me!
— Inebriarmi sempre più nelle tue divine bellezze.
E cingendole colle braccia l’imbusto, la trasse seco nel vestibolo; la fe’ sedere al suo fianco in una carruca tirata da due cavalli.
L’auriga, forse già prevenuto, uscì dal palazzo senza attender l’ordine, e la donna più non dimandava, più non parlava. Tanto era confusa e atterrita, conoscendo di quali strani capricci fosse capace il pazzo Imperatore.
E l’apprensione di lei s’accrebbe, allorchè si vide condotta in cima all’altissima torre di Mecenate.
Sotto il cupo azzurro del cielo tempestato di stelle si vedevano nereggiare giganteschi i più alti edifizii, e le buie vie rischiararsi or qua or là di tetra luce. Erano torchi portati da drappelli di soldati, che si facevano strada con bruschi modi tra la folla, la quale camminava nella stessa loro direzione, procedendo a ondate come una marea.
Il mormorio delle voci, il rotar dei carri, il calpestio giungevano tramutati in confuso rombo fino all’alto della torre.
Atte dimandò, tremando, cosa succedesse mai, che significassero quelle fiaccole e quel sordo frastuono, perchè egli l’avesse condotta là mezzo denudata.
— Perchè, — la interruppe Nerone, — preparo a te sublime spettacolo, e a me ben altro.
— E che mai?
— Io vidi il nudo tuo seno al chiaror della luna, allo splendore del sole, ed ora lo voglio rischiarato da altra luce. Questo ti dica come sia pazzo Nerone della tua venustà; come lo renda delirante la lascivia che emana da tutto il tuo corpo. E tu, in ricambio di sì amorosa frenesia, diffidi di me e tremi. No, rassicurati, o Atte, tocca le corde del tuo strumento, e canta guardando agli astri, prima che un denso velo non li nasconda agli occhi tuoi.
— E che può mai offuscarli se non vedo nube alcuna sull’orizzonte?
— Le nubi verranno dalla terra, — disse sorridendo Nerone.
— Dalla terra? — mormorò Atte.
— Cantiamo.
A questo la citarista non si sentiva punto disposta; ma si rassegnò, e rimosso il velo dalla bocca, intuonò un canto a due voci, alternando la sua voce potente, ma tremante per l’emozione, a quella rauca dell’Imperatore.
A un tratto la donna cessò dal cantare, tendendo lo sguardo verso le Esquilie.
Nerone aveva detto il vero.
Da quel punto si vedeva inalzare da terra una nube, che facendosi sempre più densa si spandeva per l’aria, correndo in balia del vento, che cominciava a soffiare alquanto impetuoso.
In mezzo a quel nero vapore cominciarono quindi a balenar delle vampe; le vampe si cangiarono in fiamme, le fiamme in montagna di fuoco che in un attimo rischiarò di sua luce sinistra tutti i monumenti, anche lontani, del Palatino.
Nerone, come vide la donna rischiarata dal riflesso dell’incendio, le tolse di mano il simikion, e quasi con furia le strappò di dosso la calyptra, esponendo le nude forme di lei all’igneo splendore.
La lascivia dell’amante aveva fatto indovinare al frenetico artista quale forma incantevole assumerebbe la bella figlia d’Acaja rischiarata da quella luce tremenda. Sembrava di fatto che il fuoco le scorresse nelle vene, che le balenasse negli occhi, che le scintillasse attraverso le labbra, attraverso i capelli.
Era divenuta apparizione fantastica.
Nerone la prese per le braccia e fissandola con sguardo ardente ed intenso, che sembrava volerle penetrar nelle viscere, esclamò:
— Ma quale Iddio, o divina creatura, stringeva fra le braccia tua madre quando fosti concepita! Il mio amore per te diventa delirio.
E quasi muggendo, come leone, cominciò a baciarla tanto sulla bocca, sugli occhi, sul dorso, sul petto, che sembrava non esser mai sazio.
Finalmente sentendo che lo scirocco continuava ad infuriare, riprese con lena affannata e gli occhi rivolti al cielo:
— O Eolo, o Dio dei venti, tu non sei degno di lambir con me queste carni. Basta per te.
E tornò a ricoprire Atte, che pareva trasognata e non sapeva in che mondo si fosse.
Seppe finalmente che procedendo troppo lentamente la demolizione dei magazzini, Nerone aveva ordinato che vi si appiccasse il fuoco, e voluto assister con lei a quello spettacolo.
Le fiamme, spinte dal vento, si dilatavano sempre più, e Nerone, inspirato da quella voragine ardente, prese a cantare, con quanto fiato aveva, la presa e l’incendio d’Ilio.
Sperava forse che il canto fosse udito dalle vie, e che il popolo, riconoscendo la sua voce, l’acclamasse.
Invece giunsero al suo orecchio lontane voci di gente che fuggiva e chiedeva soccorso.