Capitolo X. Immeritato trionfo.
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La taverna detta di Salvidieno Orfido, perchè da costui, proprietario della casa, era data a fitto ad un oste, riuniva in sè le due qualità di popina[50] e di termopolio[51] ed era frequentata da ogni ceto di persone, tranne da gente del volgo, che accontentavasi di restare in ammirazione davanti alle finestre, dov’erano esposte le cose ghiotte, dietro a bottiglie di vetro piene d’acqua per farle comparire più grosse, e poi andare a crapulare nelle luride genee delle remote vie.
Qualche giorno dopo la visita dell’Apostolo a Seneca, alcuni frequentatori di quella taverna, situata presso il Fico Viminale, sedevano leggendo il Commentarium rerum urbanarum (ch’era la gazzetta ufficiale di quell’epoca) e ne discutevano le notizie venute d’Acaja.
Naturalmente in quel foglio si portavano a cielo i trionfi di Cesare, come atleta nei giuochi nemei, come auriga negli istmici, come cantore e declamatore, in quelli floriali.
Altamente si lodava la sua osservanza alle leggi imposte in quei ludi, uniformandosi così alle condizioni di tutti gli altri giuocatori.
Molti facevano eco alle lodi del Commentarium, ma v’era chi dubitava della sua veracità.
E ne conseguivano animatissime discussioni.
Isidoro Cinico, ch’era seduto a poca distanza, non potè trattenersi e levatosi in piedi andò a frammischiarsi in quel crocchio, e con voce sommessa, ma concitata, cominciò a dire che la narrazione di quel giornale era una cantafavola, che se Nerone, come auriga, non aveva chi lo sorpassasse in maestria, come lottatore, per quanto robusto, sarebbe stato vinto per certo, ove gli altri, per riguardo all’Imperatore, non si fossero lasciati atterrare. Quanto poi alle feste floriali si sapeva per certo ch’era stata tollerata la declamazione del poema Medea di sua composizione; ma che il suo canto aveva destata l’ilarità di tutti, che il publico, per non starlo ad ascoltare, sarebbe fuggito ove non vi fosse stata l’inibizione d’uscir dal teatro mentr’egli cantava, ed Atte colle sue armonie, con la sua bella voce, colla sua bellezza non l’avesse trattenuto. Aggiunse correr voce, che molti, non resistendo allo strazio di quelle note selvagge, se ne andassero di nascosto scalando le mura o si fingessero svenuti o morti per essere condotti fuori, e che qualche donna venisse presa dai dolori del parto.
— Ed io, — disse, — non mi sarei immaginato mai d’essere indovino, allorchè scherzando con Cercopiteco Panerote, prima ch’egli partisse, accennai a quest’ultimo caso.
Quei buoni quiriti, tra le esagerate lodi del Commentarium, il quale tra le altre cose riferiva come la città d’Agrepia avesse stabilito d’erigere un altare a Nerone, collocandolo tra gli Dei della città, col nome di Giove Liberatore[52], e l’esagerato biasimo del Cinico, rimasero come trasognati guardando questi che se ne tornava al suo posto mormorando:
— E poi.... e poi.... avrei qualcos’altro da aggiungere.
Come fu seduto, venne a lui un piccolo ometto canuto, che indossava una tunica bruna, ed appoggiando le mani al tavolo, e curvando la persona, disse alcune parole all’orecchio d’Isidoro, il quale rispose a bassa voce:
— È noto anche a me. Me lo disse Calpurnio Pisone.
— E lo sa Britannico?
— Sì, e andò pieno di sdegno da Anneo Seneca per dimandargli se fosse vero che si preparasse affronto siffatto alla sorella sua; e Seneca lo rassicurò che la cosa non accadrebbe.
L’altro, ch’era Salvidieno Orfido, partigiano di Britannico, e per conseguenza devoto alla giovane Imperatrice, esclamò:
— Auguriamoci che il vecchio maestro non abbia mentito.
— E se la cosa è vera il popolo romano vendicherà la diva Ottavia.
— La verità non tarderà a scoprirsi, poichè il ritorno in Roma di Nerone è prossimo.
Il Cinico riprese:
— Così non fosse andato mai a fare l’istrione in terra straniera a discapito del nome romano.
— Ma egli, — disse Orfido, — crede invece d’essersi reso immortale, poichè a quanto il liberto Elio scrisse al suo compagno Doriforo, che a me lo riferì, ha detto di voler tornare degno del nome di Nerone, ed entrare trionfante in Roma.
E così fu veramente.
Dopo essere entrato trionfante in Napoli, dove si demolì una parte del muro per farlo passare, siccome usavasi fare pei vincitori nei gareggiamenti musicali, andò ad Anzio, quindi ad Albano, e finalmente fece il suo ingresso in Roma, passando sotto un arco posticcio eretto all’uscita del campo Marzio.
Quel campo, nei veri trionfi occupato tutto dalle soldatesche, che avevano combattuto e vinto, lo si vedeva gremito di una folla variopinta di curiosi nella quale colla sordida veste del plebeo s’urtavano le toghe, le preteste, le clamidi, i pepli, le armature.
I cavalieri pretoriani, menando colpi coll’asta ai più riottosi, e facendo caracollare il cavallo, dividevano le turbe in due ali, per lasciar libero il passaggio al corteo.
Il carro, tirato da bianca quadriga, sul quale stava l’Imperatore, era quello stesso adoperato da Augusto.
Nerone indossava la toga picta[53] di porpora, ch’era l’abito trionfale, ed una clamide trapunta a stelle d’oro. Una corona Olimpica gli cingeva la testa ed una Pizia ei teneva nella destra. Le altre corone, ciascuna col proprio titolo, che spiegava dove e come le avesse acquistate, erano portate con gran pompa davanti al carro.
Precedevano questo i trombettieri e suonatori con istrumenti diversi, i Tribuni, i Centurioni coi loro vitis (o bacchetta del comando), gli alfieri delle legioni, che portavano le insegne delle aquile romane, gli animali destinati al sagrifizio, coronati di fiori e di bende e colle corna dorate, condotti dai Victimarii, e accompagnati dal Popa e dal Cultrario[54].
Teneva dietro al carro un coro di cantori e cantatrici alessandrini, e dopo di loro venivano alla rinfusa liberti, citaristi, mimi e giullari, che gridavano inneggiando alla gloria di Cesare, e accompagnando le grida con strane movenze.
Ai crocicchi delle vie, ove s’erano eretti appositi tabernacoli agli Spiriti tutelari delle vie[55] e ch’erano custoditi ognuno da un sacerdote Augustale, s’arrestava il corteo.
Il Popa allora trascinava una delle vittime all’ara, l’abbatteva con un colpo di scure, lasciando che il Cultrario compiesse il suo uffizio squarciandola con un coltello.
Compito il sagrificio, il corteo riprendeva il cammino, e passando pel circo Massimo, di cui erasi abbattuto l’arco, pel Velabro e per la piazza, si portò al tempio d’Apollo.
Le vie erano coperte di fiori di zafferano, e durante il passaggio si facevan volare degli augelli, e dai balconi si gettavano ornamenti, corone di fiori e dulcia di zucchero e miele.
Ma ad onta di questi festeggiamenti, ad onta che i prezzolati istrioni andassero proclamando dietro al carro, che nel trionfo di Nerone si ritrovavano i soldati d’Augusto, le turbe plaudivano senza entusiasmo e nessun labbro proruppe nel grido dell’Io triumphe, col quale il popolo romano acclamava ai conquistatori del mondo.
Entrato colla sua coorte nel tempio d’Apollo, offrì doni e sagrifizii al simulacro del Nume.
Durante la cerimonia i cantori alessandrini, insieme a fanciulle e fanciulli riccamente vestiti, colle lunghe chiome odorose coronate di fiori, scioglievano inni sacri, temprati al suono delle cetre.
Quindi il corteo si diresse al Palatino.
Entrato nel palazzo, alla moglie e alla madre che vennero ad incontrarlo, mostrò le corone acquistate e le sacre, che poi fe’ porre intorno ai letti, sui quali era solito coricarsi, come pure i disegni, in cui egli era rappresentato come cantore e citaredo.
Allorchè le mostrò a Seneca e a Burro,
— Con questa effigie, — disse, — voglio che si battano alcune monete.
I due chinarono il capo in segno d’approvazione; ma si guardarono bene dal fare lo stesso quando esternò il proposito di convocare il Senato perchè emanasse un Senatus consulto col quale si decretasse di cambiare il nome di Roma in quello di Neropoli e che il mese di Aprile si chiamasse Nerone.
— Il nome di Roma, — saltò su Burro, — è troppo grande perchè il popolo possa rinunziarvi.
— E molto meno, — aggiunse Seneca, — vi rinunzierebbero le nostre invitte legioni.
E così evidentemente gli addimostrarono il pericolo d’un clamoroso universale rifiuto, che Nerone, benchè a malincuore, rinunziò al suo progetto.
Alzando con disprezzo le spalle disse:
— Che lascino pure a Roma il suo nome, e il suo al secondo mese dell’anno. Il mio non ha bisogno di questo per rimanere immortale. Ma il Senato e il popolo romano non facciano troppo a fidanza sulla condiscendenza mia. Può talora riuscir fatale l’opporsi alla volontà di Cesare.
Dicendo queste parole, fissò bieco Burro, come quegli che nella sua brusca franchezza l’aveva più sovente contraddetto.
Poi, cangiando espressione, riprese:
— Le gloriose soddisfazioni che m’ebbi dall’arte oggi mi rendono l’anima serena, nè voglio turbarla con sentimenti crucciosi. Desidero glorie, piaceri e feste. Voglio che godan tutti della gioia mia. Il prossimo arrivo del Re d’Armenia sarà propizia occasione per questo. Gli splendori della casa transitoria, i superbi spettacoli del circo Massimo e quelli dei teatri che si preparano, dovranno restar memorabili nella storia del mio regno.
Come si vede, i facili trionfi d’Acaja nell’arte e negli amori avevano esaltata la fantasia di Nerone, e ne tempravano pel momento gl’istinti feroci.
Di queste favorevoli disposizioni approfittò Seneca per raccomandargli l’Apostolo Paolo, ed egli rispose:
— Detesto i cristiani, perchè insultano alla nostra fede. Ma odio del pari i giudei, poichè li so persecutori ingiusti e tenaci di tutti quelli che non s’inchinano al loro Iehova. Di buon grado dunque acconsento che si ponga termine alla guerra mossa da loro contro quel Saulo, che ha fama d’uomo insigne ed eloquente. Ma badi costui a non servirsi di queste doti a detrimento del culto pagano, cercando fra noi nuovi apostati, come quel Proconsole di Pafo. Allora Cesare si dimenticherà ch’egli è cittadino di Roma, per ricordarsi che fu giudeo ed ora è seguace del Nazareno.
Incoraggito dall’esito felice della sua raccomandazione, Seneca voleva chiedergli se fosse vera la sua intenzione di ripudiare Ottavia e sposar la citarista. Lo tratteneva però la presenza di Burro, di cui temeva la violenta franchezza.
Anche il silenzio dell’Imperatore su questo fatto lo teneva dubbioso.
Poteva essere indizio ch’egli avesse abbandonato il progetto, e più non ci pensasse, o che conservandolo ancora non volesse svelarlo.
Nell’un caso o nell’altro si sdegnerebbe forse, vedendo scoperte le sue intenzioni.
Mentre il maestro rimaneva sospeso tra il desiderio d’essere rassicurato su quella triste faccenda, e il timore di mostrarsi imprudente, fu dai liberti annunziato Britannico.
Di questa visita fu sorpreso Nerone, poichè il giovine cognato da lungo tempo non si presentava più a lui.
L’offesa fatta alla sorella dall’adultero marito, che la posponeva ad una vile citarista, l’aveva profondamente rammaricato, quantunque gl’illeciti amori non avrebbero dovuto sorprenderlo nella corte dei Cesari.
Ma l’orgoglio di casta e l’immenso affetto che portava ad Ottavia non gli permettevano di tollerare l’oltraggio.
Il suo carattere, ch’era mite e passivo, come quello di sua sorella Ottavia, e ben diverso dal temperamento dell’altra sorella Antonina, non gli consentiva forti propositi, sopratutto essendo egli trilustre appena ed epilettico. Come non aveva reagito con energia allorchè venne diseredato, anche in questa circostanza si manteneva muto e sdegnoso, e non aveva osato mai rinfacciare apertamente a Nerone il suo tradimento. Questa volta veniva suo malgrado; veniva perchè spinto a quel passo da Gneo Calpurnio Pisone e dagli altri suoi fautori, che lo volevano forte nell’agire e congiurare contro l’usurpatore.
L’Imperatore licenziò Seneca e Burro, e fatto introdurre il giovine cognato, gli andò incontro e gli strinse la mano, senza che l’altro osasse rifiutarla.
Disse ch’era contento di rivederlo dopo la lunga assenza e gli dimandò se venisse anch’egli a congratularsi de’ suoi trionfi.
— Ne godo per te, o Claudio, ma non è ciò che mi condusse.
— E che, dunque? — chiese Nerone, tornando a sedersi, ed additando a Britannico uno sgabello.
— Tu devi rassicurarmi sul conto di mia sorella.
— Di quale sorella tu intendi parlare? Di Claudia forse, figlia d’Erculania, o della formosissima tua sorella Antonina, che nacque da Petina, e che mi dicono esserti cara di molto?
E marcò queste ultime parole così, che il viso di Britannico si fece di porpora; ma non volle rilevare la maligna insinuazione, e rispose:
— Essa non m’è certo più cara d’Ottavia, che vorrei vedere felice sempre, come lo fu quand’essa regnava arbitra del tuo cuore.
— Assicurati, o Britannico, ch’essa lo è egualmente adesso.
— Ma corre fama che la stella di lei stia per tramontare, e che tu voglia strapparle dalla fronte il diadema imperiale per adornarne un’altra donna.
— E chi ti riferì questo? — chiese Nerone con un sogghigno beffardo, ma nel quale traspariva la stizza.
— Lo si disse a Corinto, lo si ripete a Roma. Io però non posso prestarvi fede, poichè non ti credo capace, o Claudio, di vilipendere a questo modo la sposa, cotanto da te amata un giorno.
— Rimani saldo in questo convincimento, e non ti curare d’altro, o Britannico.
Questi però non era soddisfatto della sibillina risposta, e voleva tornare agli amici, o superbo d’aver dimostrato a Cesare il suo sdegno o contento d’una smentita.
Laonde rispose:
— Devi apertamente dirmi se io m’inganno o se la fama mentiva.
— Per non protrarre a lungo questo colloquio, che potrebbe danneggiar la mia voce, voglio rimandarti coll’assicurazione, che la concubina non diverrà mia sposa.
Britannico non volle altro e tornò glorioso e trionfante da Calpurnio Pisone per dargli la fausta notizia.
— M’è grato per la diva Ottavia, — rispose Pisone, — ma pel tuo bene avrei voluto che il tiranno, alle tante altre follie, anche questa aggiungesse per accumulare le ire del popolo contro di lui, e il suo favore per te.
— Avrei acquistato questo favore a troppo caro prezzo, l’onta e il dolore d’Ottavia. È già abbastanza vilipesa dal vile Enobardo la figlia di Claudio e di Messalina.
— Vorrei che lo stimolo dell’ambizione fosse potente in te come l’orgoglio di casta. Intanto, non lasciarti adescare dalle moine del tiranno.
— Io? Se mi vi recai oggi, dietro la tua insistenza, o Calpurnio, una volta rassicurato che la publica voce mentiva, non v’andrò se non mi chiama.
— Prima d’esser tranquillo sulle assicurazioni di lui, aspetta. Non prestar fede così facilmente. Forse oggi stesso, mercè un piatto squisito di sumen[56] e del generoso falerno, saprò intera la verità.
Le sale di Gneo Calpurnio Pisone erano frequentate da giovani eleganti, uomini di lettere, patrizii, Senatori ed artisti.
Quella sera, terminata una splendida cena, i convitati, tra cui Lucano, Isidoro Cinico, il giovane Flavio Sverino, intimo del Pisone e a lui devotissimo, e Cercopiteco Panerote erano passati dal triclinio nell’exedra.
Mentre gli altri si divertivano nel giuoco del talus[57] (o tessera) e facevan gran chiasso, sopratutto quando alcuno riusciva a fare il miglior tiro chiamato venus, Cercopiteco sedeva sopra un bisellio, sbuffando per soverchio cibo e bevanda.
Il parassita aveva mangiato a crepapelle e bevuto come un otre, e a metà della cena erasi ritirato nel gabinetto attiguo al triclinio per alleggerirvi lo stomaco e fare onore all’altra metà.
Era soddisfatto e gaio, ed aveva sciolto lo scilinguagnolo.
Pisone, che gli stava accanto, approfittò del momento propizio per farlo parlare su quanto era avvenuto a Corinto.
E l’altro raccontò delle feste, fu eloquente nella descrizione dei banchetti, meno in quella dei ludi. Fu parco nel lodare la parte presa in questi da Nerone; ma si guardò bene dal biasimarlo e beffeggiarlo. Andò poi in epico nell’esaltare le bellezze delle donne greche.
— Immagino, — osservò Pisone, — che strage avrà fatto di queste il divo Cesare.
Il Panerote mosse in giro la destra sbarrando gli occhi e alzando la testa. Gesto codesto, che esprimeva più di qualsiasi frase le amorose conquiste di Nerone.
— E la bella citarista tollerava siffatte infedeltà? — chiese Calpurnio.
L’altro rispose:
— Pare che sull’orologio solare di lei, l’ombra del gnomon abbia passato il meriggio e s’avvicini a vespro.
— Oh, a questo non posso prestar fede, — esclamò Pisone. — S’egli intendeva cingerle la testa della diadema imperiale.
— E tu hai creduto a codesta fiaba, o intelligente Pisone?
— Negheresti forse che si fecero indagini per iscoprire....
— Lo so, lo so, — interruppe il Panerote, — se Atte non avesse in cima alla sua genealogia qualcosa di più bello della schiavitù, qualche farmaco che le purgasse il sangue. Ma lo fece per accontentarla, non per altro.
— Ed io t’assicuro che voleva sposarla.
— Ed io t’assicuro invece che se anche avesse avuto in mente questa strana idea, ora non ci penserebbe più, perchè gli spiacque di vedere talvolta il suo trionfo eclissato dall’arte di lei, e perchè i vezzi delle etère greche lo hanno inebriato.
— Vorresti dire che il fascino e la potenza di quella donna sono sepolti?
— Non sono sepolti, neppure agonizzanti, ma gravemente ammalati.
— Sarà, — mormorò Pisone, fingendosi incredulo per tirarlo ancora su, — ma io temo che Nerone continuerà ad essere dominato da quella donna.
— Ed io lo spero. Meglio essa che un’altra. L’indole di quella greca è buona e mite, nè sarà mai capace di trascinare l’amante ad ingiustizie, a vendette o altre cose riprovevoli.
Pisone proruppe ridendo:
— E l’adulterio a cui lo trascinò? E l’onta fatta alla divina Ottavia? E il tentativo di farla ripudiare, di balzarla dal trono?
— No, no, sei in errore, amico Calpurnio, — interruppe alla sua volta Cercopiteco, tra gli sbadigli della laboriosa digestione. — Essa non voleva saperne di portare quest’oltraggio estremo alla sublime donna, alla quale tutta Roma tributa incensi, e meritati incensi.... sicuro.
E le parole cominciavano ad uscire con stento dalla sua bocca; non le batteva più, le bofonchiava, e le palpebre gli si facevano sempre più gravi.
— Baie, — mormorò Pisone, — baie.
— Ma che baie.... a tutti lo diceva — anche Nerone lo diceva!... le indagini,... sì.... le indagini si fecero e non si fecero....
Vedendo che il parassita s’addormentava, Pisone lo lasciò dormire, e andò ad unirsi all’allegra brigata.
Egli aveva saputo quello che voleva, o per dir meglio quello che non voleva, poichè avrebbe preferito il grave scandalo.
Tuttavia sperava ancora che l’altro, per riguardi cortigianeschi, non fosse stato del tutto sincero.
Ma Panerote nei vapori del vino spifferava la verità.
Nerone aveva ordinato che si facessero delle ricerche sull’origine della famiglia d’Atte, perchè sposandola, i romani non lo accusassero d’aver ripudiata Ottavia per dar loro a sovrana una schiava. Ma in seguito, diminuita la passione per le ragioni esposte da Cercopiteco, non erasi più curato di sapere se le indagini continuassero o no, tanto più che la citarista dichiarava di non volere accettare la sua mano, preferendo di restare amante.
E in questo si rivelava l’astuzia greca. Essa vedeva che divenuta moglie, finirebbe, come Ottavia, per perdere ogni impero su lui, non sarebbe più amata, non tarderebbe il ripudio.
Ed essendogli stato fatale il viaggio in Acaja si lamentava con Egloga ed Alessandria al suo ritorno.
— Ahimè, dicendo, andai a Corinto sua diva, ne torno sua amante, amata ancora; ma sento che presto sarò solo di lui schiava fedele. Il mio canto più non lo seduce. Se non sono i vezzi delle giovani greche e alessandrine, se non è l’amore dell’arte, che mi rapiscono il suo cuore, forse occulti nemici congiurano a’ danni miei.
Essa non si mostrava adirata, nè piangeva, ma sul volto di lei c’era l’impronta d’un profondo dolore.
Le due nutrici cercavano rassicurarla, e Sporo, ch’era presente e la fissava innamorato e commosso, uscì in queste parole:
— Povera Atte, guardati dal maligno Aniceto.