Capitolo XIX. Tripudi e lagrime.
Reading edition
L’esilio d’Ottavia cominciò dapprima a produrre nel publico sorpresa mista a rammarico, che si tradusse poi in aperto furore.
Non solo nei privati convegni, ma eziandio nei luoghi publici si rimpiangeva la vittima, e si biasimava l’ingiustizia di Nerone.
Il popolo, instigato anche dai fautori di Britannico, più non si contenne, e cominciò a tumultuare nelle vie.
Frotte di cittadini le percorrevano, esaltando il nome d’Ottavia e proclamandola Diva di Roma, coronandone di fiori le statue, e giungendo perfino a salire il Palatino per reclamarne ad alta voce il ritorno.
Nerone non rispondeva, ma non reagiva contro codeste dimostrazioni.
A tutti siffatto contegno recava sorpresa, e la sorpresa crebbe allorchè si vide Isidoro Cinico circondato da soldati, mentre parlava con una franchezza veemente nella taverna di Salvidieno Orfido, tratto nella custodia comune[79] del carcere Mamertino e dopo due giorni rilasciato nuovamente in libertà.
In questa circostanza il tiranno innamorato non mancò di far sapere, per mezzo de’ suoi satelliti, al prigioniero e agli altri, ch’egli doveva la sua liberazione alle preghiere dell’Imperatrice Poppea.
Ed era vero.
Essa in quei giorni, in cui si stava per celebrare il rito nuziale, cercava accattivarsi la benevolenza dei romani.
Il popolo però, non esaudito ne’ suoi desiderii, continuava a tumultuare.
I Consoli ed alcuni Senatori si recarono presso Nerone per scongiurarlo a richiamar l’esiliata, ed egli rispose che dopo il suo matrimonio farebbe delle indagini sulla condotta della moglie ripudiata e prenderebbe una decisione.
Egli forse, per non turbar le feste del rito nuziale, avrebbe accondisceso, o finito d’accondiscendere; ma Poppea, che temeva sempre l’influenza d’Ottavia, tanto disse, tanto pregò di tenerla lontana da Roma, che rimase fermo nel decreto d’esilio, e diede ai magistrati quella risposta evasiva.
Giunse finalmente il dì solenne delle nozze, e il popolo tornò a calmarsi, non tanto perchè fidasse nella promessa di Cesare, quanto pel desiderio di goder tranquillamente gli spettacoli.
Illuminati dallo splendore d’un magnifico sole autunnale uscirono gli sposi dal palazzo dei Cesari sopra ricchissimo carro tirato da otto cavalli bianchi, condotti per l’oreae (morso) dagli schiavi.
Erano preceduti dai trombettieri, dai Consoli, da dieci Senatori scelti a testimoni e da tutti i dignitari della Corte e del governo.
I littori scortavano il carro, dietro il quale un coro di vergini alessandrine cantava invocazioni a Talasio, alternandole con inni ad Imene.
I pretoriani facevano ala al corteo, che chiudevano gli aquiliferi di tutte le legioni allora residenti in Roma, colle aquile d’argento sulle aste e il capo coperto da una pelle di fiera.
Tre erano le forme nell’antica Roma per contrarre matrimonio.
La prima, detta usus, quando un uomo prendeva una donna per un anno. La seconda coemptio (o compera) nella quale i coniugi facevano per finzione la cerimonia di vendersi l’uno all’altro. La terza era una cerimonia religiosa chiamata confarreatio.
A questa erasi attenuta Poppea col primo marito, e questa volle scelta lo stesso Nerone, perchè la più antica, la più solenne.
Poppea non portava il flammeum[80], ma un candidissimo velo che dalla sommità del capo le scendeva per di dietro, e sotto il quale traspariva la nera capellatura disciolta. Aveva la testa coronata di rose e la prestante persona coperta tutta di sindone bianca trapunta in argento. Un ricco monile di piropi le scendeva sul petto, e cerchi gemmati le adornavano i polsi e la parte superiore delle nude braccia.
Molti e molti rimasero estatici alla vista di quella sublime bellezza, e quasi si sentivano inclinati a scusare, se non a perdonare, il ripudio d’Ottavia.
L’Imperatore cingeva la corona d’alloro; sulla tunica laticlavia portava il manto di porpora, e nella destra stringeva il bastone d’avorio, sormontato da un’aquila d’oro.
Al tempio li attendevano presso l’ara il Pontefice Massimo e il Flamine di Giove, detto Dialis, insieme ad altri Sacerdoti ed ai Camilli[81].
Poichè l’Imperatore e l’Imperatrice furono seduti davanti al delubro sopra sgabelli ricoperti dalla pelle d’una pecora, sacrificata poco prima dal Popa in loro onore, uno dei Camilli s’avanzò portando su piatto d’argento una focaccia di fior di farina.
Il Pontefice, unite ch’ebbe le destre degli sposi e messa sul capo di Poppea una corona di verbena, come fu terminato il rito, al quale assisteva come pronuba Domizia, zia di Nerone, presentò, giusta il costume, la focaccia alla sposa, che la divise col marito.[82]
Il Commentarium rerum Urbanarum non risparmiò iperbole quel giorno per lodare la bellezza della sposa, la solennità del rito, l’entusiasmo popolare, che non esisteva, e la magnificenza del banchetto nuziale.
In questo, come usavasi nelle grandi solennità, le dame eran sedute e gli uomini alquanto prostesi.
Le più avvenenti matrone e i più eleganti giovani del patriziato romano prendevano parte alla festa. Di concenti risuonava l’incantevole triclinio, reso ancor più splendido dalla presenza della vaghissima sposa.
Nerone era radiante ed al suo umor lieto tutti cercavano d’uniformarsi; ma un fondo di mestizia si nascondeva nell’animo dei convitati pel ricordo d’Ottavia, per l’assenza d’Agrippina ch’erasi ritirata sdegnosa nella villa di Baja, e pel severo mutismo di Seneca.
Solo Cercopiteco Panerote e qualche altro ghiottone non pensavano ad alcuno, nulla osservavano, d’altro non preoccupati che del proprio ventre.
Terminato il banchetto, come giunse la sera, si congedarono i convitati, Domizia prese per mano Poppea, e seguita da schiavi ed ancelle che portavano rami di pino accesi e torce, la condusse nella stanza dov’era preparato il letto geniale.
Quivi unse d’aromati il corpo di Poppea, e adagiatala nel letto, invitò Nerone ad entrar nel cubiculo, ed augurando loro felicità, ritirossi, seguita dalle ancelle.
E cessarono finalmente pel sitibondo Cesare le pene di Tantalo.
Alla cerimonia nuziale tennero dietro nei giorni seguenti publici spettacoli, feste nella casa Aurea, divertimenti popolari.
E Nerone era sempre più radiante d’amore e di gioia, e a Poppea si leggeva sul volto la soddisfazione per la raggiunta grandezza.
Ma sul loro sereno orizzonte non tardarono a riapparire delle nubi.
Il popolo romano non aveva dimenticata la promessa fatta da Cesare ai Consoli ed ai Senatori, e vedendo che si tardava a mantenerla, cominciò di nuovo a lagnarsene, dapprima sommessamente, e poi con clamori, che chiedevano il ritorno d’Ottavia.
E di quando in quando alternava alle grida parole offensive per Poppea.
Nerone era in preda per questo a tal furore, che avrebbe di buon grado ordinato ai pretoriani il massacro degli schiamazzatori, ma si tratteneva per non accrescere la popolarità della ripudiata e di suo fratello Britannico.
A Seneca, che lo esortava a mantener la promessa e prendere una risoluzione,
— La prenderò, — rispose, — e tale che rovescerà dal loro piedistallo gl’idoli di questo popolo insensato.
Gettando poi, come suol dirsi, una pietra nel giardino del suo maestro, aggiunse:
— E che i nemici della diva Poppea tremino!
Seneca non addimostrò turbamento di sorta.
Già da un mese Ottavia viveva sofferente e solitaria a Nettuno col solo conforto delle visite, che a lei facevano di tratto in tratto Antonina e Britannico.
Una sera, dopo il tramonto, essa, indossato il peplo notturno e avvolta la persona in un leggero amitto, uscì dal cubiculo sul meniano[83] e sedutasi in un bisellio[84], posando i piedi sopra uno scranno, rimase mestamente assorta. Guardava le onde che venivano ad infrangersi negli scogli, guardava le fiammelle che andavano a poco a poco estinguendosi nelle casupole dei pescatori, e intanto alla sua mente s’affacciavano le memorie del passato.
— Misera, — essa pensava tra sè, — a che ti giovarono la fede, l’amore, la rassegnazione? Eccoti ripudiata dall’uomo cui portavi tanto affetto, privata di tutti i tuoi cari, del tetto coniugale, del trono, della grandezza, e condannata all’esilio come una colpevole. E s’arrestassero qui le mie sventure, ma un presentimento funesto mi stringe il cuore. Tremo per me e per tutti quelli che m’amano.
In questo si scosse da quella specie di letargo, in cui era immersa, e tese l’orecchio.
A poca distanza udivasi il suono d’una cetra, che aveva intonata una melodia a lei nota.
Non si vedeva il citarista, nascosto forse dietro un gruppo di piante, ma essa immaginò chi fosse, e sentì balzare il cuore e sorrise tra le lagrime.
Chiamata l’ancella cosmeta[85], le dimandò se avesse udito quel suono.
L’altra rispose:
— L’udii, o diva Ottavia. Egli è per certo l’onesto Menecrate, apportatore forse di qualche lieta novella.
Dopo lunga esitazione, Ottavia disse sospirando:
— Discendi a cercarlo, e conducilo a me.
Alcuni istanti dopo il citarista compariva sul meniano, e piegando un ginocchio a terra, disse:
— Mercè, o divina Ottavia, che mi concedesti di prostrarmi nuovamente a’ tuoi piedi.
— Tu non mi dimenticasti dunque, o Menecrate?
— Non v’è acqua di Lete che possa darmi codesto oblio. E chi potrebbe dimenticarti? Non certo il popolo romano che ti reclama, ed è pronto a qualunque eccesso se dal tiranno non gli verrà reso il suo idolo.
— E Roma s’illude se crede colle minacce d’indur Nerone a cedere. Non farete che inasprire la sua ingiusta collera contro di me.
— Invece, — ripetè Menecrate, — in lui si tradisce il timore.
E qui narrò dell’impunità, in cui si lasciavano gli arditi partigiani di lei; della clemenza usata ad Isidoro Cinico.
— Non vi fidate di siffatte apparenze, — interruppe Ottavia, — e voi, che m’amate, siate prudenti e guardinghi, perchè lo sdegno di Cesare può colpir da un momento all’altro. Tu, specialmente, o Menecrate, la cui devozione per me lo fece entrare già da lungo tempo in sospetto. Quand’anche io stessa di ciò non mi fossi avvista, Seneca lo rivelò dopo il ripudio all’Apostolo cristiano che ne fece avvertita mia sorella Antonina. Esitai per questo a riceverti stasera, ma non ebbi il coraggio, o mio fido, di respingerti, senza averti veduto.
— Ma se Poppea la dicono gelosa di te, perchè teme che Nerone t’ami ancora....
— E d’onde lo sai?
— Molti lo ripetono, e in questi ultimi giorni a me lo disse Aniceto.
— Ah disgraziato, non fidarti di quel mostro, che m’odiò sempre perchè non diedi ascolto alle sue infami proposte.
— E perchè non lo denunziasti a Cesare?
— Per essere generosa fui stolta, lo so. Ma tu gli confidasti forse che verresti qui?
— No, perchè sempre ho provato per lui profonda avversione, quantunque egli m’addimostrasse benevolenza, e cercasse d’accompagnarsi con me tutte le volte che c’incontravamo.
— Ma non ti sfuggì mai dal labbro una parola imprudente?
— O divina Ottavia, e quale parola poteva io dire, che non fosse dettata da profonda venerazione per te, che non affermasse l’immensa distanza che separa la figlia di Claudio, la moglie di Cesare dall’umile citaredo? Adoro i Numi, ma più dei Numi l’onor tuo, la tua virtù. Io non ebbi mai da te nè una parola, nè uno sguardo, che lusingassero l’immenso amor mio, che a tutti nascosi sempre. Lo stesso Nerone, col suo maligno istinto, col suo geloso orgoglio, lo ha sospettato, ma non lo ha scoperto.
— E questo basta, o Menecrate, per farci tremare ambedue, me per la mia fama, te per la tua vita.
— Io questa vita la disprezzerei, ove non mi addolorasse l’anima il pensiero di lasciar la povera madre mia sola in questo mondo, immersa nel dolore. Ma se Nerone vuol togliermela, se la prenda; sarà l’unica voluttà concessa allo sventurato amor mio, quella di morire per te. Alla tua fama poi Roma alzò monumento così alto e sublime, che sfida tutte le mene dei calunniatori. Non v’è onesto cittadino che non sorgerebbe a difenderti, ed io per l’onor tuo sono pronto, ove occorra, a versare il mio sangue fino all’ultima stilla.
— Cuor generoso! — esclamò Ottavia, fissandolo teneramente.
Il citaredo diede in un sospiro, e riprese:
— Invocare dai Numi, come io feci sempre per te, un’esistenza di gioia e di pace, e vederti invece tanto infelice, vederti circondata da ingiusti sospetti, che turbano le tue veglie e i tuoi sonni, e sentir da te che di questi mali son fors’io l’innocente cagione, mi rende desolato, m’agita così, ch’io non so più quel che debba fare. Vedi, non ho resistito al desiderio di rivederti, ero beato qui giungendo, ed ora mi pento d’esser venuto, perchè un arcano presentimento mi dice che posso involontariamente, aver giovato ai tuo nemico, e te danneggiata. Facciano almeno i Numi che paghi io solo la mia imprudenza.
— Confidasti a qualcuno il tuo progetto?
— Non sono così stolto.
— Sei sicuro che nessuno t’abbia riconosciuto qui?
— Non m’imbattei che in poveri pescatori.
— Rassicurati dunque, che i miei schiavi son fidi, e non parleranno. È più prudente però che tu esca da questa villa ed approfitti della suprema tempesta per tornare in Roma.
— Il tuo volere è legge per me, — rispose Menecrate, — ed io ti lascio. Sanno gli Dei quando ci rivedremo. Forse mai più.
— Non dir questo, o fido Menecrate, non accrescere i sinistri presentimenti dell’anima mia.
— O divina Ottavia, là dove regna il feroce Enobardo ogni addio può esser l’ultimo.
— Non straziarmi così.
— Almeno, se non devo più rivederti, se sono destinato a morire, mi sia conforto nella solitudine, renda meno crudele la mia agonia il ricordo d’una tua soave parola. Concedimi questa grazia, pronunzia questa parola.
La vittima allora, ribellandosi alle ingiuste pretese del suo carnefice, rispose:
— Sì, poichè sono libera del mio cuore, nè devo più render ragione a chicchessia de’ miei sentimenti, io ti dichiaro, o Menecrate, che t’amo, sì, t’amo, e che se riusciremo a salvarci, la sventurata moglie di Cesare diverrà forse un giorno la felice sposa del citaredo.
A queste parole Menecrate cadde in ginocchio e prese nelle sue le mani di lei, le inondò di lagrime e di baci.
Quando la commozione gli permise di parlare, esclamò:
— Ah tu mi rendesti adesso l’uomo più beato della terra!
Quindi, levatosi in piedi e prendendo la cetra, che aveva ad armacollo, soggiunse:
— Compisci l’opera, o divina Ottavia, e permetti che questo istrumento rimanga con te, come ricordo del povero citaredo.
— Ora tu sai che il mio cuore non ha bisogno di pegni per rammentarsi di te. Conserva dunque la tua cetra, che varrà a renderti meno penose le ore della solitudine.
— È quella che portava sempre con me nel palazzo dei Cesari, e le sue melodie eran da te benignamente ascoltate. Queste corde non devono più vibrare ove tu non sei. Prendila, e me la renderai, se verranno giorni più felici per noi.
Ottavia levossi, prese la cetra, e porse la fronte a Menecrate che v’impresse un lungo bacio.
Sapeva che nulla di più avrebbe potuto ottenere dalla casta riservatezza di lei, e per timore d’offenderla più nulla chiese.
Poichè egli fu partito, Ottavia andò ad appender l’istrumento presso il suo letto, e chiamò quindi l’ancella cubicularia perchè l’aiutasse a svestirsi.
S’udì un mormorio di voci, quindi i passi frettolosi di persona, che quasi gemendo s’avvicinava al cubiculo.
Era la schiava vestiplica[86] la quale, tutta spaventata, veniva ad annunziare che Menecrate, appena uscito dalla villa, veniva in presenza dell’ostiario afferrato da alcuni pescatori, legato con funi e condotto via.
Ottavia si mise le mani nei capelli, e gettando un grido cadde svenuta tra le braccia delle ancelle.
Successero a quello giorni per lei d’indescrivibile angoscia.
Non una parola, non uno scritto che le desse notizia del citaredo.
Una nuova circostanza venne invece ad accrescere il suo spavento. Giunsero all’improvviso alcune schiave, che venivano a surrogare le sue ancelle fedeli, che da alcuni soldati furono, per ordine di Cesare, condotte in Roma. Si vide allora perduta, comprese d’esser vittima di perfide mene, e la sua disperazione fu al colmo.
Una mattina giaceva ancora in letto, estenuata dalla febbre, allorchè tutt’a un tratto udì nelle stanze attigue una voce che gridava:
— Lasciatemi, maledette schiave di Cesare, lasciatemi! Voglio salvarla!