Capitolo XXVII. La fine d’uno stoico.
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— Salve, o maestro, — cominciò Nerone adagiandosi sopra un lettuccio, e poggiando il gomito sul cubitale. — Come tu hai visto, non ebbi bisogno di seguire il consiglio dell’astrologo Babilo, il quale mi diceva che la cometa apparsa nei dì passati era presagio funesto per qualche grande personaggio, e che i Re sogliono scongiurare quella mala influenza, mettendo a morte i più cospicui cittadini. Lo stesso rimedio suggeriva a me. Prima la congiura di Benevento, ed oggi quella di Gneo Pisone, mi porsero il destro d’adoperar quel rimedio, e colpir per giustizia e non per tradimento.
— Ed io vengo a rallegrarmi della tua salvezza.
— O a provocare piuttosto la mia clemenza.
— Per chi?
— Per tuo nipote Lucano, e fors’anco per te.
— Nè per l’uno nè per l’altro. Se è vero che Lucano si rese colpevole di fellonia, dev’esser punito. Quanto a me, dimmi, o Cesare, perchè dovrei implorarla. Forse i miei nemici vogliono rappresentarmi a te come implicato nella stessa congiura?
— Tu non dicesti un giorno ad Antonio Natale queste misteriose parole: Monarca che del gladio non sa far uso è destinato a morir di gladio.
— È vero.
— Spiegane il senso occulto. Intendevi forse parlare di me?
— Non lo nego. Tu hai nelle tue mani la gloria e l’ignominia, la vita e la morte. Se tu seguirai l’esempio, che ti lasciarono i Cesari, e condurrai gli eserciti alla vittoria, riconquistando le provincie perdute, sarai grande, sarai amato dal popolo romano. Ma se rimarrai inerte, i Galba, i Vindice, verranno ad assalirti nel tuo stesso palazzo, e sarai perduto. Non illuderti che il popolo e i soldati vengano a soccorrerti in quel periglioso momento. Le masse abbagliate dal coraggio e dall’ardimento de’ tuoi nemici, s’uniranno loro, dimenticando i tuoi benefici, e non ricordando che le colpe.
— Si direbbe in verità che tu hai la coscienza tranquilla, perchè osi parlare così aperto dinanzi all’uomo che diffida di te.
— Parlerei lo stesso sotto la tortura, perchè più della vita mi stanno a cuore la fama dei Domizii, la grandezza di Roma.
— Di questi sentimenti ti rendo grazie. E quanto al resto, prenderò consiglio dai sentimenti miei.
Quantunque riconoscesse la saggezza di quelle osservazioni, pure l’animo intollerante di Nerone si sentì più sdegnato che mai contro Seneca pel suo franco parlare.
Ma l’ira nascose, e per lungo tempo continuò a conversare di cose indifferenti.
L’altro, prima di partire, gli dimandò cosa intendesse fare dei prigionieri, ed egli rispose che quel giorno stesso subirebbero tutti l’estremo supplizio.
— E non vuoi prima interrogarli? — osservò Seneca.
— È inutile. Sono tutti convinti di fellonia. Vorresti forse che facessi grazia al tuo nipote? — soggiunse nella speranza di poter rispondere con un rifiuto, ed umiliare in questa guisa il maestro.
— Io nulla dissi, — rispose questi pacatamente.
— Lucano, — riprese Nerone, — sconobbe i miei benefizi e fu doppiamente traditore. Per riguardo tuo io lascierò a lui la scelta della morte che più gli conviene.
Seneca non rispose, e poco dopo si congedò.
Il tiranno fe’ venire Granio Silvano, Tribuno d’una coorte pretoriana, e gli ordinò di portare la sentenza nel carcere.
Questa condannava alcuni ad esser chiusi in un sacco di cuoio e gettati nel Tevere, gli altri ad avere mozzo il capo, meno Lucano, a cui era concessa la scelta del supplizio.
Il divo Cesare teneva a mantenere le sue promesse anche nella ferocia.
Lucano volle imitare lo sventurato amico Pisone, e si fe’ aprire le vene.
Il periglio corso dal suo diletto Nerone aveva talmente inferocita la vecchia Domizia, che a lei non bastavano le vittime immolate, e avrebbe voluto che si cercassero i colpevoli sfuggiti alla giustizia, e che la vendetta di Cesare s’estendesse anche a tutti quelli, che potevano cadere in sospetto di connivenza coi congiurati.
In questo senso essa instigava il tiranno, e lo esortava a non prestar fede a Seneca, a chiamare Atte in giudizio, come quella che forse aveva prevenuto il Laterano, ed altri ancora, e a mostrarsi severo colla stessa Antonina, di cui erano noti i rapporti con Calpurnio Pisone, e alcuni dei suoi fautori.
Nerone si mostrava proclive ad uniformarsi all’opinione di lei; ma riguardo alle due donne si limitava a rispondere:
— Vedrò.
E un giorno si presentò al palazzo d’Antonina, più per desiderio di riveder lei e la sua citarista, che per intenzioni ostili.
Trovò la vergine signora seduta sovra uno di quegli scranni, che i romani chiamavano sella, ed intenta, colla rocca infilzata nella cintura e il fuso in mano, a torcere filamenti di lana, mentre Atte col suono del simikion e col canto rendeva a lei meno uggioso il lavoro.
Allorchè comparve l’Imperatore, si levarono in piedi, ed Atte mosse per ritirarsi.
Nerone però le impose di rimanere, e rivolto ad Antonina, soggiunse:
— Permetti a me che interroghi in tua presenza costei?
L’altra acconsentì, chinando rispettosamente il capo.
— Per opra tua, — disse Cesare, rivolgendosi nuovamente ad Atte, — qualcuno dei congiurati fu sottratto alla scure del carnefice.
La citarista impallidì, e rivolse gli occhi verso la sua signora, quasi chiedendole se dovesse confessare o mentire.
Ma quella titubanza l’aveva diggià tradita.
— Sei tu: — riprese Nerone. — Quand’anche non lo avessi saputo, il tuo imbarazzo me lo avrebbe in questo momento rivelato. Ma rassicurati, io non ti punirò per questo, e neppure ti chiederò i nomi delle persone che tu salvasti. Dimmi soltanto come ti venne fatto di sapere che in quella notte doveva la giustizia colpire i felloni.
Nuovo turbamento d’Atte, che avrebbe dovuto denunziare Sporo, e ciò non voleva.
Antonina venne in soccorso di lei, e rispose:
— Io le dissi che una congiura contro di te era stata scoperta, e che quella notte istessa dovevano i congiurati cadere in mano della giustizia. Mossa da pietà, diedi incarico a lei di recarsi ad avvertire quelli, di cui m’erano stati riferiti i nomi.
— E da chi?
— Come lo seppi, non ti dirò, o Cesare. S’è fallo d’aver risparmiato il lutto di qualche famiglia, tu hai dinanzi a te chi commise quel fallo, e ciò ti basti.
— Non mi basta. Convien ch’io sappia chi si fa delatore de’ miei segreti.
— Hai d’intorno a te un popolo di schiavi, di sibariti, d’istrioni, e d’etère, e ti fa meraviglia di vedere divulgati i tuoi pensieri, che tu confidi a gente, che per danaro ti serve, e può per danaro tradirti?
— Dunque fu compro da te col danaro qualcuno dei miei cortigiani.
— Per commettere un’opera pietosa, salvando quei miseri, quantunque colpevoli, avrei fatto anche questo; ma nol feci. Io dai tuoi cortigiani nulla ho saputo.
— Ma dimmi chi fu, dimmi chi debbo punire.
— Me sola.
— No, la tua fu pietà, tu non sei colpevole, e quand’anche lo fossi, dinanzi a te s’arresterebbe la mia giustizia, o bella Antonina. Il reo fu colui che ti rivelò i segreti ordini miei, e poichè tu, generosa, non vuoi dirmi chi fu, saprò scoprirlo ben io, e avrà il gastigo che merita. Quanto a te, o citarista, ti perdono perchè obbedisti agli ordini della tua signora, e perchè non dimentico le passate ebrezze.
Atte, durante quella conversazione, lo aveva continuamente fissato malinconicamente.
Di questo accortasi Antonina, poichè Nerone fu partito, le dimandò se per sventura l’amasse ancora.
La citarista rispose:
— Se racchiudessi nell’anima mia il colpevole sentimento, non avrei abbracciata la croce, non avrei chiesto il battesimo, sarei fuggita piena di vergogna lontana da te. Io non provo per lui che profonda pietà, come comanda il vangelo di Cristo.
Nerone continuò per alcuni giorni a fare indagini per scoprire chi avesse avvisata Antonina; ma poi, distratto dai piaceri ed in preda ad altre preoccupazioni, non ne fece più caso.
Allora Sporo, il vero colpevole, che tremava e stava sempre sull’avviso per esser pronto a fuggire, si sentì rassicurato.
Buon per esso che Aniceto e Domizia non si curavano di lui, anzi si guardavano bene dal molestarlo, sapendolo così caro a Cesare, altrimenti avrebbe corso gran pericolo, tanto più che il primo lo aveva visto correr giù dal Palatino quel giorno stesso in cui vennero denunziati i cospiratori.
Altra vittima più cospicua volevano quei due spiriti malefici, e finirono per ottenerla alimentando i sospetti di Nerone.
Questa vittima era Anneo Seneca.
Una sera stava il filosofo cenando in compagnia di Pompea Paolina sua moglie, ed alcuni amici suoi discepoli, allorchè s’udì intorno alla casa un rumore insolito.
Poco dopo comparve nel triclinio il Tribuno Granio Silvano, che a nome di Cesare impose al filosofo di morire.
A tale annunzio balzarono in piedi i discepoli, come se volessero difendere il loro maestro, e Paolina, gettando un grido, andò ad abbracciarlo.
Seneca, ch’era rimasto tranquillamente seduto, impose agli amici ed alla moglie di calmarsi.
Quindi, rivolto al Tribuno, gli dimandò quando e come dovesse morire.
— Il ferro, o il veleno, — rispose l’altro, — purchè il sole di domani non ti trovi più vivo.
— Sta bene.
— Avverto, — riprese Granio Silvano, — che gli astati[113] circondano la tua casa. Ogni tentativo di fuga sarebbe vano.
— Riconduci pure i tuoi soldati, — rispose Seneca con alterezza. — Gli stoici come Seneca, non fuggono davanti alla morte. Fuggono i vili, come Claudio Nerone.
Il Tribuno, che divideva forse l’opinione del maestro, non rilevò l’insulto contro l’Imperatore, e rispose:
— T’ammiro, e alla tua parola m’affido.
E se n’andò cogli astati.
Seneca, fervente apostolo dello stoicismo, vedendo la moglie e gli amici profondamente costernati, disse loro:
— Perchè affliggervi così? Ciò doveva succedere. Voi sapete che Dio la cui essenza è impenetrabile, come sorgente di tutte le cose viene chiamato Natura, come causa delle cause vien chiamato Destino, come reggitore del mondo è detto Provvidenza. Lo stoico Giusto Lipsio diceva che la Provvidenza di Dio è il Proconsole che decreta e condanna, il Destino è il littore che proclama ed eseguisce la sentenza; Dio aveva decretata la mia morte, e il Destino m’uccide per mano di Nerone, che avendo messi a morte la moglie, la madre, il cognato, il figliastro, non poteva risparmiare il maestro.
A questo punto venne interrotto da Pompea Paolina che protestò di voler morire con lui.
Sentendo il ferale proposito, Seneca e gli altri cercarono dissuadernela.
— Vivi, o Paolina, — gli diceva il marito, — e ti consoli della mia perdita il pensiero che menai sempre vita onorevole.
Ma la coraggiosa donna si mostrò irremovibile; e Seneca, per quanto stoico, commosso fino alle lagrime, la strinse fra le braccia, esclamando:
— Moriamo!
Continuò poi con mente serena e tranquilla a conversare cogli amici, inculcando loro di rimanere sempre saldi nelle dottrine di Zenone di Cizico per far argine alla setta invadente degli scettici, e alla corruzione dei costumi romani.
— Abbiate, — diceva loro, — la cautela di evitare gli errori, la circospezione nell’assentire, l’attenzione nel sospendere il giudizio, la resistenza nel lasciarvi convincere, perchè potreste essere aggirati da contrarii argomenti, l’avversione al falso, e finalmente la sommissione della mente alla sana ragione.
Dopo avere inculcato loro queste massime, che formavano la dialettica degli stoici, diede commiato a’ suoi giovani discepoli.
Essi non avrebbero voluto abbandonarlo, ma Seneca li persuase ad allontanarsi, perchè la loro presenza, lungi dal confortarlo, lo avrebbe turbato, ed egli aveva bisogno di calma per morire coraggiosamente e contraporre l’eroismo della vittima alla viltà dell’assassino. Ciò detto aggiunse:
— Ricevete dunque l’ultimo vale, e ricordatevi d’onorare sempre la memoria mia e quella della donna impareggiabile, che vuole accompagnarmi nel sepolcro.
I discepoli partirono muti e sconsolati.
Allora Seneca, rivolto alla moglie, le disse:
— Tu forse, o diletta mia, facesti troppo a fidanza colla forza dell’animo tuo. Io ti guardo, e ne’ tuoi occhi spaventati, nell’alterazione dei tuoi lineamenti leggo chiaro il terrore della morte. Abbandona il funesto progetto.
— Non dirmelo, o Anneo. Io non ho la tua fermezza, son donna, ed è naturale che la morte mi faccia paura; ma non posso, non voglio dividermi da te.
Seneca tentava ancora di persuaderla, allorchè gli fu annunziato il cristiano Paolo.
La donna si ritirò nella sua stanza e fu introdotto l’Apostolo.
Questi, passando per via, aveva visto la casa circondata dai soldati, che gli avevano impedito d’entrare.
Aveva allora continuato innanzi, ma poi, in preda a sinistro presentimento, era tornato indietro, e più non trovando le guardie, dimandava all’ostiario la ragione della loro presenza, e da lui aveva tutto saputo.
— O maestro, — disse entrando, — la ferocia di Cesare è venuta a dissetare anche qui la sua sete di sangue. Il povero Paolo, com’è dovere di tutti i seguaci di Cristo, viene a portarti la parola del conforto e del vero dolore. Egli, se vuoi, viene a salvarti, perchè non dimenticò mai la tua benevolenza verso di lui. Tu puoi risparmiare a Cesare un nuovo delitto, e sottrarre la tua compagna alla morte. Venite con me, e vi condurrò in luogo, ove gli Aniceti e tutti i satelliti del tiranno non vi troveranno per certo.
— Ti sono riconoscente, o Paolo, di questa pietosa intenzione, — rispose Seneca. — Ma quand’anco non fossi deciso a morire, ed accettassi la tua proposta, credi tu facile cómpito il deludere la vigilanza di Nerone? I soldati partirono, ma occulte spie sorveglieranno la mia casa. Saremmo sorpresi, e vi sarebbero tre vittime invece di due.
— È sacro dovere il tentarlo. Cesare non è padrone della vostra esistenza come non lo siete voi due. Essa appartiene a Dio.
— Il Fato vuole che noi moriamo, e conviene obbedire al suo decreto.
— Erronea massima degli stoici è questa, che sancisce ogni crimine. Dunque Nerone uccidendo la madre, la moglie, il cognato, e tanti altri, non fece che eseguire i decreti del Fato?
— Sì, perchè il destino lo volle malvagio.
L’Apostolo, coprendosi il volto colle mani, esclamò:
— Oh errore abominevole e sacrilego! E tu puoi nutrirlo, tu tanto saggio, tu che scrivevi un giorno non esservi mente sana senza Dio[114].
E qui Seneca tranquillamente, come se non fosse vicino a morte prese a difendere le sue dottrine contro Paolo, che le confutava coi precetti del Vangelo.
La loro discussione fu interrotta dall’arrivo di Stazio Anneo, medico ed amico di Seneca, che lo aveva fatto chiamare perchè aprisse le vene a lui ed a Pompea Paolina, e li assistesse nell’agonia.
Nel desiderio di salvar la vita all’illustre filosofo, la cui intercessione presso l’Imperatore l’aveva ridonato a libertà, e nella speranza di convertire un giorno lui e la moglie alla fede cristiana, l’Apostolo prima di partire tentò ancora d’indurlo a fuggire. Ma Seneca non si lasciò persuadere, e all’osservazione di Paolo che egli non curava la morte, perchè non credeva all’eternità dell’anima, rispose:
— T’inganni, io non divido le opinioni di Cleanto, nè di Crisippo[115]. L’anima è eterna, ed è tempo che la mia si sciolga dai vincoli terreni per vagare eternamente insieme a quella dell’amata compagna nelle regioni dell’infinito.
Circa un’ora dopo, dal braccio di Paolina, distesa sopra un lettuccio, con impeto sgorgava il sangue, riversandosi entro un catino d’argento tenuto da una schiava.
E Seneca che le stava vicino, e di cui il sangue più lentamente scorreva, accorgendosi che essa orribilmente soffriva, tornò a scongiurarla di risparmiargli almeno lo strazio di vederla in quello stato, e le impose di lasciarsi trasportare nelle sue stanze e farsi dalle schiave ristagnare le ferite.
E Paolina obbedì[116].
Seneca, malgrado le sofferenze, che aumentavano col diminuire delle forze, si mise a declamare un inno all’anima.
Quindi, per troncare quella lenta agonia, dopo essersi fatto aprire le vene dei piedi si fe’ porgere da Stazio Anneo una pozione di cicuta.
Al dolore delle ferite s’aggiunsero allora gli spasimi del veleno.
Non potendo più reggere, si fe’ trasportare a braccio nel caldario, e tuffare nell’acqua, di cui prese a spruzzare il medico e gli schiavi, che gli erano d’intorno, dicendo che faceva una libazione a Giove Liberatore.
Finalmente cominciò ad ansimare sempre più forte, finchè fu soffocato dall’aria calda sprigionantesi dai tubi, ch’erano sotto il pavimento.
Il dì seguente il suo corpo fu arso senza pompa, com’egli aveva lasciato scritto nel suo testamento.
Credeva Nerone di vivere tranquillo dopo la morte di Seneca; ma non glie lo consentivano l’audacia di Vindice e di Galba, e le turbolenze del popolo romano.