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Le donne di Nerone

Capitolo XVI. La Stella di Baja.

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La vittima designata era Britannico.

Nerone mentiva affetto grandissimo pel giovine cognato; ma in cuor suo l’odiava, non solo come pretendente al trono, ma eziandio come emulo nel canto, avendo sentito a lodare la voce di lui. Ma per riguardo ad Ottavia e ad Antonina non si sarebbe indotto a farlo morire, ove il favore dell’aura popolare per esso non si fosse di tanto accresciuta in quei giorni.

Fe’ venire di notte tempo Locusta, e le chiese un veleno, ch’essa somministrò a patto che fosse liberato Simone, e Nerone accondiscese.

Britannico soleva recarsi sovente ai banchetti e alle feste della casa Aurea e ciò, più che per suo desiderio, per consiglio dei suoi partigiani, i quali credevano con questo di nascondere le loro trame. Antonina però, coll’intuizione della donna, e sostenuta dalle sagge riflessioni dell’Apostolo, cercava d’opporvisi, ma invano. E il giovine, che avrebbe obbedito all’adorata sorella, teneva a malincuore l’invito.

Mentr’egli apprestava le labbra al calice di falerno avvelenato, Nerone, in una di quelle alternative di bene e di male, frequenti negli spiriti bizzarri, preso da improvviso rimorso, fu sul punto di balzar dal triclinio per impedirgli di bere. Ma oltre che tardo giungeva il pentimento, non poteva egli accusarsi davanti ai convitati?

Fu sorpreso nel veder Britannico continuare il pasto, e partirsene poi col volto pallido, ma non contraffatto; e più sorpreso ancora quando seppe che conseguenza dell’avvelenamento era stato un lieve disturbo.

Tutti l’avevano attribuito ad un abuso di cibo e di bevanda.

Il tiranno fu quasi soddisfatto; ma rimproverò Locusta per averlo ingannato, vendendo cattiva merce.

La giudea si scusò dicendo ch’erale venuta paura di commettere così grande scelleratezza.

— Non ti credo, — rispose Nerone, — ma ti perdono. Bada però, o figlia di Giuda, che se un’altra volta i tuoi veleni non uccideranno, ucciderà te la corda del carnefice.

Ma Simone il mago non fu rimesso in libertà.

Intanto era venuta la stagione dei bagni, e i patrizii e la doviziosa borghesia abbandonavano i frigidi, profumati lavacri, i tepidarii ed i godimenti fisici ed intellettuali delle terme, per trasportarsi sulle rive del Tirreno.

Da Miseno a Sorrento era una non interrotta sequela di giardini e palazzi campestri appartenenti a famiglie romane.

Ma il luogo da queste prediletto era Baja, piccola città, che sorgeva tra il lago di Lucrino e il Capo Miseno. In questa spiaggia ridente, chiusa tra il cielo e le onde, come in una conchiglia di zaffiro, tanti erano i luoghi di delizia fabbricati dai romani, che per mancanza di spazio, nella stretta pendice tra le falde del monte Grillo e il promontorio, dove ora sorge il castello di Baja, alcuni patrizii avevano edificato i loro palazzi sul mare.

Terme per bagni caldi, templi, teatri, ospizi, case di piacere, luoghi di ritrovo amenissimi, palestre per gli esercizii di destrezza e di forza, e giuochi e musiche e feste, nulla mancava a Baja.

Giorno e notte solcavano il mare, tra gli umili navicelli, ricche biremi, su cui giovani e donne, adorno il capo con rose di Pesto, banchettavano e cantavano.

L’etère, venute d’Italia e di Grecia, la maggior parte delle quali facevano gran spreco di fusco‍[64] e di sapo‍[65] si presentavano talvolta sfrontatamente in publico, indossando una tunica di coa, tessuto finissimo che non copriva le nudità, ma le rendeva invece ancora più procaci.

La licenza a Baja aveva oltrepassato ogni limite.

Seneca la chiamava un albergo di vizii. Molte virtù naufragarono in quelle acque, scrive Properzio. Molte donne, soggiunge Marziale, andavano a Baja Penelopi, e ne partivano, com’Elena, con un amante.

Nerone, con seguito di sibariti, erasi recato a Baja per passarvi nella sua villa di Bauli alcuni giorni, dovendo poi tornare in Roma per ricevervi Tiridate, Re d’Armenia.

Veniva questi a far atto di sommissione, come Re vassallo, all’Imperatore, dopo aver tentato di vincere i romani a Tigranocerta, e cacciarli dall’Armenia.

Ottavia aveva accompagnato il marito, benchè a malincuore per la licenziosa vita che si menava su quelle spiaggie, e che offendeva la modestia di lei.

Nerone però l’aveva voluta con sè, unitamente alla madre, per un momentaneo capriccio d’affetto verso di loro.

Non era però che bonaccia presaga di più fiere tempeste.

Una sera d’agosto, Nerone, indossato un rozzo saio e coperto il capo col petaso, uscì solo dalla villa di Bauli per recarsi a diporto. Lo splendore del plenilunio, che inondava d’argento le vie, e guizzava in sprazzi luminosi sulle onde del Tirreno, la brezza profumata dai fiori dei giardini, i canti, i suoni, che s’udivano da lontano, e andavano a confondersi col gorgheggiar degli usignuoli, le case, dapprima illuminate internamente, e che a poco a poco andavano avvolgendosi nel buio e nel mistero, gli riempivano la mente di voluttuose fantasie.

Giunto innanzi ad una palazzina isolata, entro la quale ardevano ancora le lampade, e di cui era aperta la porta, che dalla via metteva nel protiro, s’arrestò a guardare internamente.

Egli aveva visto in fondo al protiro nell’atrio illuminato una donna di rara bellezza, mollemente adagiata sopra lettuccio, coperto da pulvinare trapunto in oro. Le sue chiome, spartite nel mezzo del capo, le discendevano in due lunghissime ciocche lungo il peplo e la tunica bianca, che ne facevano risaltar viemmaggiormente la tinta corvina.

Presso di lei sopra un piccolo monopodio d’agata era deposto uno scrigno, nel quale essa teneva la bellissima mano, e andava con tardo movimento rimestando i gioielli che v’erano dentro.

Di tratto in tratto alzava coll’altra mano uno specchietto d’argento, e vi guardava dentro con femminile compiacenza i puri lineamenti del suo viso, la pelle pastosa e diafana, il roseo pallido delle sue gote, gli occhi grandi e nerissimi, che giravano lenti e luminosi sotto lunghe palpebre, il naso della più pura linea greca, e le turgide labbra dal vivo cinabro, che dava maggior risalto alla bianchezza dei denti.

Davanti a così splendida apparizione Nerone rimaneva estatico, ammaliato.

Vide comparire un uomo in quella stanza, ed avvicinarsi al lettuccio, e la bella all’apparire di lui poggiar le spalle sull’anaclinterio, e riversare indietro la testa, chiedendo un bacio.

E molti n’ebbe, che fecero ardere vieppiù i sensi al divo Cesare.

Egli avrebbe voluto irrompere dentro l’atrio, uccider quell’uomo e prenderne il posto.

Ma a ben più dura prova lo riservava la sua lasciva curiosità.

Il giovine, e la sua compagna uscirono insieme abbracciati, e poco dopo un’ancella venne a spegnere le fiamme del candelabro, l’ostiario chiuse la porta che dava nella via, e Nerone, che non poteva decidersi ad allontanarsi di là, si mise a girare intorno alla casa.

Di tutte le finestre due sole ne rimanevano internamente illuminate.

In quelle stanze erasi forse ritirata la diva col suo sposo o damo che fosse. Forse in quel momento si stringevano in voluttuosi amplessi.

Il desiderio d’adocchiare ancora la bella, di scoprirne i misteri domestici, lo rendevano frenetico. Quell’uomo, che cingeva la più grande diadema del mondo, in quel momento, fatto insensato fanciullo, cercava un modo di giungere fino all’altezza delle finestre.

Per sua fortuna, sorgeva a poca distanza la statua d’un Fauno, di cui il piedistallo poggiava sopra quattro gradini, dai quali avrebbe potuto vedere l’interno della stanza, senza correre il rischio di fiaccarsi il collo.

Le finestre bifori avevano tutte e due le imposte spalancate.

La prima era un gabinetto ottagono dalle pareti dipinte a figure, viticci e fogliami, rischiarato da una lampada appesa al soffitto.

Dinanzi al vano della finestra v’era un tavolo di marmo a varii colori, sostenuto da un trapezoforo squisitamente lavorato.

Su quel tavolo si vedevano, disposti con ordine, pettini, calamistri‍[66], aghi comatorii d’argento, d’oro e d’avorio, vasetti, ampolle e scatole contenenti liquidi, unguenti e polveri odorose. Ai lati del tavolo v’erano due conche d’argento, sorrette da tripodi e ripiene di rose.

La stanza era deserta, ma poco dopo udì un rumore di passi, e vide comparire la dama, seguita da due ancelle, di cui una aveva in mano una lucerna polimixa a quattro lucignoli.

Dopo essersi fatta attortigliare i capelli dietro la nuca, ed averli appuntati coll’ago comatorio, levossi in piedi, slacciò la veste di coa, che indossava, e la lasciò cadere sulla pelle di tigre, che aveva sotto i piedi. Senza saperlo esponeva in questa guisa agli sguardi d’un occulto ammiratore, in tutto lo splendore della nudità, la prestante persona, le terga levigate e il colmo seno dai procaci rilievi, in cui spiccavano sul candore della pelle le due punte brune.

L’ancella alipila cavò fuori da un astuccio le axisie‍[67] d’oro e cominciò a raderle i peli sotto le ascelle, mentre l’altra faceva lume.

La dama, colle braccia in alto e le mani conserte sulla sommità del capo, di tratto in tratto chiudeva gli occhi e schiudeva alquanto le labbra, come se a lei riuscisse molto soave l’occupazione dell’alipila.

Il divo Cesare, non aveva fibra, che non suonasse a martello. Il sangue gli affluiva al capo, e avrebbe finito per smarrire del tutto la ragione e portarsi a qualche atto inconsiderato, se udendo a poco distanza un calpestìo, non avesse stimato prudente uscir dal recinto e tornare alla villa di Bauli.

Da quel momento egli non ebbe altro pensiero che il possesso di quella donna.

Sognò di lei tutta notte. Durante il giorno passò in cocchio dinanzi alla casa, percorse la spiaggia e le vie della città, cercandola, e finalmente vide uscir dalle terme una dama seguita da due ancelle.

Attraverso la maschera di velo, che le copriva il volto, la ravvisò e gli parve più bella e seducente allo splendore del sole, e arrestò la biga per meglio osservarla.

Essa, passando, rivolse verso di lui lo sguardo, e riconosciuto l’Imperatore, lo salutò, chinando leggermente il capo, e andò innanzi.

A quel dignitoso contegno crebbe l’ammirazione di Nerone.

Egli pensava, tornandosene:

— Bella e superba! La conquista è degna di Cesare.

Alla sera s’avviò verso la palazzina della donna, nella speranza di vederla ancora, come la notte precedente, ma fu deluso.

Gli appartamenti erano splendidamente illuminati, e ne usciva un frastuono di suoni, di voci, di risa, misto a rumore di vasellame e tintinnar di cristalli.

Maledisse all’importuna festa, e si fece a girare d’attorno per vedere ove s’adunassero i convitati.

Sedevano sotto una pergola annessa al triclinio, e rischiarata da lampade appese.

Non riuscendo a vedere tra la spesse foglie della vite, e temendo d’esser sorpreso dagli schiavi, che servivano la mensa, stava per allontanarsi, allorchè udì qualcuno declamare dei versi, e alla voce gli parve di riconoscere Lucano.

E un altro riconobbe pure, Cercopiteco Panerote, il quale con voce da avvinazzato, faceva brindisi alle squisite vivande e ai vini generosi.

Se l’allegra brigata avesse potuto supporre, che a lei ronzava d’intorno il tremendo Imperatore, il buon umore ne sarebbe scemato di molto.

Alla dimane Nerone, quando al jentacolo‍[68] vide Lucano e Cercopiteco, ospiti suoi, rivolse loro questa dimanda.

— Or che Agrippina ed Ottavia si sono ritirate nei loro appartamenti, confessate i vostri peccati. Come passaste la sera di ieri?

— Mangiando e bevendo a crepapelle, — rispose Cercopiteco tutto soddisfatto.

Lucano aggiunse:

— In casa d’una donna di sovrumana bellezza.

— Di fatto, — osservò sorridendo Nerone, — tu, poeta, con ode saffica ne esaltasti le veneri, come tu, sibarita, esaltasti in prosa i prodotti della cucina e della vigna.

I due, supponendo che a lui lo avesse riferito qualcuno dei convitati, affermarono.

— E chi è codesta dama?

— Più volte, o divo Cesare, tu la sentisti a nominare per la sua bellezza, — rispose Lucano. — Essa è Poppea Sabina, moglie a Salvio Ottone Cavaliere.

Cercopiteco aggiunse:

— Sicuro, sicuro, proprio lei.

— Facile conquista, — pensò fra sè Nerone.

— Oltre l’essere divinamente bella, — riprese Cercopiteco, — è donna di gusto squisito, amante della grandezza e del lusso.

— E del Cavaliere Ottone s’accontenta? — interruppe Nerone.

Cercopiteco guardò Lucano, quasi chiedendo su questo particolare l’opinione di lui, non fidandosi della sua.

E Lucano osservò esser cosa malagevole indagare certi misteri domestici, e che spesso l’apparenza inganna.

— È vero, — disse l’altro, — ma da quanto si vede il Cavaliere è assai premuroso per lei, la circonda di cure, d’agi, di lusso. Si comprende ch’essa è soddisfatta di quelle feste, di quei banchetti, di quelle vesti magnifiche, di quei preziosi gioielli, di quelle....

— Sì, — interruppe Lucano, — perchè è molto ambiziosa.

Nerone ascoltava senza interrompere, perchè a lui giovavano quelle loro osservazioni.

— I vostri encomii, — disse finalmente, — m’han fatto nascere il desiderio di conoscere codesta divinità, prima di tornare in Roma per l’arrivo del Re Tiridate. Uno di voi dunque andrà ad invitarli alla festa notturna di posdimani.

— Andrò io, — disse subito Cercopiteco, — sicuro che saranno felici di tanto onore. All’ora della merenda li troverò per certo.

Nerone, soddisfatto di vedere così facilmente raggiunta la meta dei suoi desiderii, interruppe ridendo:

— Così una copta di Rodi‍[69] e un poculo di falerno non potranno mancarti, o ghiottone.

Nell’uscire, Lucano disse sottovoce a Cercopiteco:

— Tu vai a far sorgere un astro novello.

E l’altro, facendo le spallucce, rispose:

— Vado a legar l’asino dove vuole il padrone.

Notes in this chapter

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