LIBRO QUARTO. (continued 4)
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Ma una parte si formava intorno a lui non consenziente, e i figli suoi Cosimo e Lorenzo gli facevano rimprovero del non mostrarsi più vivo, stimolati anche da un Averardo di Alamanno de’ Medici, uomo cupido e ambizioso. Dai quali Giovanni qualche rara volta si lasciava condurre in Palagio; ma rifiutandosi, quanto a lui, ad ogni cosa per cui potesse nascere divisione nella città. Diceva: «Per me io voglio attendere alle mercanzie dalle quali ebbi ogni grandezza, e da quelle in fuori la Repubblica non mi glorifica; perchè quand’io ero indigente, non che la Repubblica mi alzasse, ma cittadino non ci era che mi conoscesse o che non mostrasse di non avermi mai veduto.» Giovanni di Bicci e Niccolò da Uzzano, ambedue vecchi, s’adopravano a contenere ciascuno i suoi; ma troppi già erano ai quali giovava la guerra aperta, e che cercavano ad essa cogliere le occasioni. Erano in Palagio due Cancellieri; che l’uno, ser Paolo di Lando Fortini, era tutto degli Uzzani, e l’altro, ser Martino di Luca Martini, stava co’ Medici. Per il che cercando quegli rimuoverlo dall’ufficio, ottennero questi che invece ser Paolo fosse levato: l’anno dipoi fu casso il Martini; del che si legge il vecchio Giovanni avere avuta grande afflizione.[186]
Questo è il solo fatto di cui si trovi nei minori Cronisti alcun cenno, ma basterebbe anche solo a mostrare già essersi scoperta la parte de’ Medici, Rinaldo a quella dichiaratamente avverso, avverso ma cauto Niccolò da Uzzano. Di tutto ciò noi però teniamo conto accurato, perchè della grande mutazione che indi avvenne cerchiamo indagare con ogni studio le prime origini, oscure in gran parte. Ma quanto alle cose fin qui dette ci corre obbligo di dichiarare tutto il racconto essere fondato sopra la nuda testimonianza d’un solo autore contemporaneo, ch’è Giovanni Cavalcanti: da lui traeva il Machiavelli non che la materia del quarto suo Libro, bene spesso le parole, senza che per altri libri o documenti crescesse lume a questi fatti.[187] La radunanza in Santo Stefano e i discorsi che vi si tennero, non hanno per noi altro mallevadore che il Cavalcanti, alla cui autorità non vorremmo starcene alla cieca; e quell’arringa che egli poneva in bocca a Rinaldo, sembra esprimere a dir vero anzi i concetti degli antichi grandi che i propri dell’Albizzi. Ma perchè assai bene e con linguaggio molto nervoso ci mette innanzi le divisioni che erano in seno della Repubblica, credemmo potesse riuscire utile all’istoria; e quando ai lettori fosse apparita troppo lunga, saremmo ingannati del nostro giudizio. Inoltre il fatto dell’essersi allora qualcosa agitato, riceve conferma per altri indizi, sebbene lievi, che a studio potemmo altrove raccogliere.[188] Torniamo al seguito del racconto.
Ai reggitori di quello Stato, sebbene intorno si ammontassero le difficoltà, non mancò l’animo; e rifatti di danaro pei balzelli pur quella volta riscossi, pigliarono a soldo quanti poterono Capitani che fossero al caso da restaurare quella guerra. Fidavano molto nelle armi Braccesche, nelle quali era il conte Oddo, giovinetto che dopo la morte del padre suo Braccio aveva seco governatore di tutte le imprese Niccolò Piccinino, che fu il migliore tra i discepoli di Braccio, e dopo lui tenne la condotta di quelle armi: bramò egli fare un’impresa segnalata contro a Faenza, mosso da uno de’ Manfredi, ribelle che si era posto ai servigi della Repubblica. Sperava favore costui nei villani delle valli del Lamone, i quali vedemmo un’altra volta quanto potessero; ma perchè i soldati non attendevano che a rubare, gli furono contro, e chiudendo i passi, misero in rotta quei predatori, uccidendo il misero e pro’ giovinetto, che bello della persona e franco nelle armi s’era valorosamente diportato. Rimase prigione il Piccinino, e fu menato nella città di Faenza: quivi egli riusciva con le persuasioni a voltare quel Signore, sicchè lo condusse a entrare in lega co’ Fiorentini. I quali però venivano successivamente a perdere quante fortezze e terre aveano in Romagna, alcuna di esse abbandonate con poca difesa per viltà dei Commissari che le tenevano: per il che apparve tanto più eminente la virtù di Biagio del Melano; il quale, mancatogli ogni mezzo alla difesa della rôcca di Monte Petroso e pure negando renderla, e i nemici con animo di costringerlo avendo appiccato il fuoco all’intorno; Biagio si fece ai merli, e gittate prima a terra quante avea robe in casa leggere e morbide, vi gettava sopra i propri suoi figli di piccola età, i quali furono dai nemici pietosamente raccolti, ed egli lasciossi perire in mezzo a quelle fiamme anzichè rendere la fortezza: il nome di lui fu molto in patria celebrato, e la Repubblica provvedeva splendidamente ai rimasti figli del preclaro cittadino. In Val di Tevere Capitano era Bernardino detto della Carda, di quella casa degli Ubaldini la quale, avendo perduto lo Stato per lunghi assalti dei Fiorentini, serviva ad essi ora per la necessità di vivere colla spada, com’era l’usanza dei signori castellani: da costui nacque (la madre s’ignora) quel Federigo che risuscitò la casa dei Montefeltri e fu il migliore dei Principi di quel secolo. Avea Bernardino incontro le forze dappertutto vittoriose di Guido Torello e d’Agnolo della Pergola, dai quali essendo colto in Anghiari, fu messo in rotta e andò prigione in Lombardia: e frattanto il Piccinino, per indugi che i Dieci posero a soddisfarlo di certe pretese, lasciò allo spirare della sua condotta per sempre i servigi della Repubblica; alla quale, come capitano del Visconti, fece poi soffrire gravissimi danni.[189]
Tante rotte successive e tante perdite avean messo in grave angustia i Fiorentini; dai gioghi alpestri della Romagna fino alla valle di Chiana scoperto lo Stato delle più valide sue difese con tanto studio acquistate, incerta la fede de’ Signori circostanti, e Siena e Lucca male disposte perchè in sospetto esse medesime delle ambizioni della Repubblica. Bisognosa di soccorso, cercava essa quindi con ogni industria procurarselo. Sigismondo imperatore avea differenze col duca Filippo; tantochè avendo speranza condurlo in Italia contro lui, gli mandarono ambasciatori, fidando anche molto nel favore dello Spano. Ma essendo Sigismondo tuttora in guerra ed in assai mala inclinazione verso la Repubblica dei Veneziani, riusciva inutile ogni pratica.[190] Al Papa era andato due volte Legato Rinaldo degli Albizzi, e dimorato in Roma più mesi,[191] s’ingegnava intimorirlo delle intenzioni che il Duca aveva nel Reame, per le quali praticava segretamente col re Alfonso. Ma il Papa cercava invece condurre i Fiorentini ad una sforzata pace, alla quale il Duca mettea condizioni impossibili ad accettare, null’altro volendo che turbare in ogni modo lo stato d’Italia. Ogni speranza era dunque posta nella Repubblica di Venezia, dov’erano andati prima lo stesso Rinaldo, indi Palla Strozzi, e troviamo che vi andasse Giovanni de’ Medici. Lorenzo Ridolfi, che seguitò a questi e poi vi rimase, penò lungamente a fare capace quella circospetta Signoria della convenienza di pigliare in tempo riparo contro alle aggressioni che addosso a lei si volterebbero quando ella fosse rimasta sola. Si narra che un giorno orando in Senato, Lorenzo dicesse queste parole: «i Genovesi non aiutati da noi fecero Filippo Maria signore; noi derelitti da Voi, e impotenti ad ogni difesa, lo faremo re; Voi, quando non sia rimasto chi possa, benchè volesse, darvi soccorso, Voi lo farete imperatore.» Da prima ottenne il Ridolfi che la Lega venisse accettata in via di massima, continuando pure a negoziare col Duca la pace. Allora in Venezia pervenne il conte Francesco da Carmagnola, grande uomo di guerra, al quale doveva Filippo Maria le sue maggiori vittorie; ma o che il debito pesasse a questo, o che il Carmagnola fosse troppo alto per un principe di quella fatta, si venne tra loro a tale rottura, che il Conte si partiva cercando condurre quante più potesse armi italiane contro a Filippo. Ed era in Venezia nel supremo magistrato Francesco Foscari, che ambizioso d’ampliare il dominio, male s’adagiava in quelle cautele cui era solita la Repubblica: ambedue questi diedero mano possente e valida al Ridolfi, il quale ammesso un altro giorno in Senato, «Se (disse) v’è cara quella libertà di cui s’onora la città vostra, unite le armi vostre alle armi di noi, che pure siamo e vogliamo essere liberi; noi per questa guerra abbiamo già speso più che due milioni di fiorini, venduti per essa i gioielli delle spose e delle figlie nostre; ma pure ancora possiamo con Voi portarne il peso, e noi vi chiediamo d’averlo comune. Tenete a mente, che a duchi ed a re, senato e popolo sono nomi odiosi egualmente, e che hanno animo a disfarli: oggi voi siete di noi più possenti; ma non basterete, vinti noi, contro alle forze di questo Duca, il quale se cerca la nostra ruina, vuole anche poi farsene scala alla vostra, ed alla oppressione di quanti rimangono uomini liberi in Italia.» Fu stretta la Lega, nella quale entrarono il Marchese di Ferrara ed il Signore di Mantova, e il duca Amedeo VIII di Savoia, ed il re Alfonso d’Aragona, e la Repubblica dei Senesi; il Carmagnola supremo Capitano di tutta la guerra, che fu bandita a’ 27 gennaio 1426. Nella quale i Fiorentini avrebbono posto in campo sei mila cavalli e sei mila fanti, i Veneziani da nove mila cavalli e otto mila fanti.[192] Era tra le condizioni della Lega, che fosse in arbitrio dei Signori Veneziani fare pace o tregua secondo che a loro paresse; ed avevano pattuito che a loro dovessero andare tutti gli acquisti che si facessero in Lombardia, quelli di Romagna e di Toscana venendo soli in potestà della Repubblica di Firenze, quando non fossero della Chiesa. Era patto disuguale, la Romagna essendo di ecclesiastica preminenza; ed ai Fiorentini che portavano i due quinti della spesa, quello che avanzasse da guadagnare non si vedeva; ma era minaccia contro al Signore di Lucca, ed io non credo per nulla piacesse cotesta clausola ai Senesi.[193]
L’entrare in campo della Repubblica di Venezia aveva sommosso i Guelfi di Lombardia, che è dire la parte degli artigiani delle città e tutto il popolo campagnuolo, oppresso da quelle castellane Signorie le quali stavano per il Duca. La forza che aveva Firenze trovata quando era capo di Parte guelfa contro a’ piccoli Signori intorno a sè nel contado, stava ora in Lombardia per la Repubblica de’ Veneziani, che bene sapeva usare il vantaggio; cosicchè il passare sotto al dominio di questa, era alleviare la condizione di popoli avvezzi ad imperi soldateschi, i quali per essere in mano di nobili, anche sapevano di straniero. Brescia avea scosso popolarmente il giogo del Duca, e con l’aiuto dei villani che discendevano giù dai monti, faceva aspra guerra contro ai soldati delle fortezze, che unite tra loro da mura grossissime con torri e bastioni, la stringevano;[194] città serbata in ogni tempo alle grandi prove ed al patire gloriosamente. Quivi era dunque allora il nodo di quella guerra, ed i Veneziani vi mandarono il Carmagnola con tutte sue genti, e scrissero ai Dieci perchè avviassero prestamente in Lombardia quelle che la Repubblica di Firenze teneva in Romagna sotto la condotta del Marchese di Ferrara venuto a parte della gran Lega. Filippo Maria dal canto suo richiamava dai confini di Toscana l’esercito; al quale essendo precorsa l’oste fiorentina, contendeva il passo del Panaro, bene alloggiata e fortemente in sulla riva di là: ma i ducheschi, scendendo il fiume, lo passarono a poca distanza, e avuto il soccorso di Agnolo della Pergola, si poterono condurre sicuramente oltre Po, non senza infamia del Marchese di Ferrara, che nulla avea fatto a impedire quella mossa. Ma quella unione delle due Repubbliche latine, che erano i due cardini dell’italica libertà, siccome avea dato ardire e speranza di nuova salute ai popoli di Lombardia, così era dovere che ai Signori dispiacesse; e a quello d’Este pareva essere, tra’ due pericoli, meno grave e innanzi tutto meno odiosa la potenza del Visconti, di quello che fossero o la vicina grandezza della Repubblica di Venezia, o le popolari libertà che i Fiorentini venivano oggi a promuovere in Lombardia.[195]
A noi non ispetta narrare l’assedio memorabile di Brescia, nè la ferocia popolare contro a’ Ghibellini che teneano le castella, nè le crudeltà di questi, nè l’arte di guerra che dispiegò il Carmagnola, finch’ebbe la terra in capo a otto mesi, facendone acquisto che indi rimase alla Repubblica di Venezia. Intorno a Genova era grande sforzo dei fuorusciti che una volta giungevano fino sotto le mura della città, e si credevano rientrarvi: principali erano il Fregoso e un Fieschi, ch’ebbero aiuto dai Fiorentini di buon numero di fanti sotto la condotta del prode ed infelice Tommaso Frescobaldi, il quale caduto in mano ai ducheschi, e messo alla corda perchè rivelasse la intelligenza che aveva dentro, con forte animo ricusando tradire al nemico i segreti del Comune, morì nei tormenti: la Repubblica dotava due figlie lasciate dal fedele cittadino.[196] Il Papa frattanto s’interponeva per la pace, ed era Legato per esso il buon Cardinale Niccolò Albergati bolognese, il quale credette averla composta;[197] ma era inganno, perchè Filippo che aveva promesso cedere il forte castello di Chiari, faceva assalire i soldati di Venezia ch’erano andati per occuparlo; cosicchè la guerra più fieramente si ripigliava dalle due parti, che ebbero insieme prima ad Ottolengo, poi a Casa al Secco presso Cremona, scontri inutili ma sanguinosi. Filippo istesso, contra suo costume, era venuto della persona sua con grande seguito in Cremona per dare fermezza a’ suoi partigiani e sopravvedere le difese. Nel Po fu battaglia tra’ galeoni del Duca e quelli che i Veneziani avean fatto risalire sotto la condotta di Francesco Bembo, il quale ivi ottenne splendida vittoria. Ed altra più insigne e molto famosa ebbero le genti della Lega presso Maclodio, dove i ducheschi spintisi innanzi per terreni paludosi, in fondo ai quali il Carmagnola s’era cacciato a disegno, si viddero a un tratto chiusa la via dietro per nuovo assalto delle genti soldate dai Fiorentini sotto la condotta di Bernardino della Carda, riuscito di fresco a fuggirsi di prigione, e di Niccolò da Tolentino. Si gridava dinanzi San Marco, di dietro Marzocco, e nel mezzo Duca: del quale l’esercito pareva condotto a ultima ruina, se non avesse il Carmagnola lasciato a una parte dei vinti agio di porsi in salvo; o fosse prudenza, temendo il valore di uomini disperati, o dubbia fede, siccome parve più tardi al Senato di Venezia.[198] Questi, per allora non fattane accusa al suo Capitano, si rese più agevole alla conclusione della pace, per la quale erano andati ambasciatori dei Fiorentini a Ferrara Palla Strozzi e Averardo dei Medici: mediatore sempre il Cardinale di Santa Croce. Il nodo era Genova, che i collegati volevano il Duca lasciasse o la rimettesse in mano del Papa: negò pertinacemente;[199] ma infine l’accordo si fece, avendo il Duca ceduto, oltre a Brescia, del suo territorio, Bergamo e tutta la parte di Lombardia insino al fiume dell’Adda, rimasto confine ai Veneziani finchè durava lo stato loro: e fu all’Italia beneficio quell’acquisto, caduta Milano in mano a stranieri, e Venezia mantenendosi infino all’estremo della sua decrepitezza pur sempre libera e latina. Maggiore cosa fu avere innanzi Amedeo duca di Savoia aggiunto ai suoi Stati Vercelli, stringendo d’allora in poi tra l’Adda e la Sesia il Ducato di Milano. Aveva quel Duca sperato l’acquisto alla sua casa di tutto il Ducato per via di nozze del figlio suo con la figlia unica di Filippo: ma quei negoziati, che poteano pe’ tempi avvenire salvare l’Italia, presso al conchiudersi poi svanirono.[200]
Capitolo VII. CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.]
Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201] Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza. Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile) senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza: l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo, col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia, sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio suo il Catasto messo da parte per alcun tempo.
Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio, seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria, o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri, uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri, cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse, dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata, della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento delle gravezze.[206]
È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato, venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità, e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della pompa, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano, che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati. Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori, che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e di pericoli.
Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano, nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori, io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del ragguaglio non fosse altro.
La somma da levare per via del Catasto montava in città a venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta, e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio, laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe altro che pro forma, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura, quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210]
Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio, dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini. Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde; per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica; ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era (scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla.
Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta, nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una repubblica temperata.
Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio; il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome strumento delle ritorte più segrete di parte medicea; ma noi lo troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra, i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in ogni cosa gli attraversavano.
Dapprincipio andarono Commissari a governare l’impresa Rinaldo degli Albizzi e Astorre Gianni; dei quali Rinaldo si fermava sotto Lucca, mentre che Astorre poneva un altro campo nelle marine sotto Pietrasanta, cercando chiudere quelle vie d’onde venissero ai Lucchesi le vettovaglie nella città ed i soccorsi di Lombardia. Attese Rinaldo a pigliare le castella per indi accostarsi a stringere Lucca, e aveva già fatto l’espugnazione di Collodi, quando ecco subito cominciare dissensi tra’ capi, e quello scambiarsi d’accuse e sospetti donde ebbe sì mala riuscita quella guerra. Accusavano Rinaldo ch’egli cercasse i suoi privati più che i pubblici vantaggi, e che si facesse mercante di prede per la comodità d’inviarle alla sua villa di Monte Falcone, come aveano detto del padre suo Maso nella guerra contro Pisa. A quello sparlare che si faceva di lui s’accese l’animo di Rinaldo, altiero com’era non che dignitoso. Abbiamo una lettera di lui ai Dieci (18 gennaio): «Io debbo ubbidire ai vostri comandamenti, ma la V. S. dee comandare cose oneste e che si possano sopportare. — Io sono nato nella città e allevato come cittadino, e non come un saccomanno di bosco. Il perchè vi prego, Signori, mi diate licenza ch’io possa tornare a casa a posarmi.» Rispondono i Dieci parole a lui molto onorifiche; e Rinaldo, mandato a Firenze il figlio Ormanno, rivocava la licenza; ma era in città mormorio e bollore, e molto i Dieci erano morsi. Inviarono in campo due di loro, Neri Capponi ed Alamanno Salviati, i quali si trassero addosso ai monti sotto Lucca. Rinaldo, fermatosi nella pianura, conduceva arcani maneggi co’ quali sperava entrare in Lucca. Ma egli co’ Dieci male s’accordava, e contro a Neri aveva sospetti; cosicchè Rinaldo separatosi da loro, per lungo giro si accostava sotto Pisa all’altro campo, d’onde volgendo, e tornato a porsi dal lato opposto presso alle mura di Lucca, espugnava Pontetetto. Ma qui per fastidi e per disagi, la notte col fango a mezza gamba e sempre combattendo, lasciato in penuria di viveri, e per vedersi assottigliato di soldati che a lui venivano tolti, operando virilmente ma sempre dolendosi, e avendo più volte chiesta licenza, la ottenne in fine a’ 18 marzo, nè d’allora in poi ebbe ingerenza in quella guerra.[221]
Diversa alquanto è la narrazione la quale discese negli scrittori di questa guerra contro Lucca; ma noi seguitammo gli irrefragabili documenti che sono le lettere scritte dal campo. Per quegli autori assai più trista celebrità rimase all’altro Commissario Astorre Gianni; e i fatti atroci a lui apposti sarebbero questi. Costui, essendo malvagio uomo ed a vantaggiare la sua Repubblica parendogli essere ogni via buona, predava le terre, i castelli disfaceva, recava ogni danno ai miseri contadini. Al che atterriti gli abitatori di Seravezza, ed ancora forse come antichi guelfi odiando il tiranno Lucchese e avendo amicizie con la Repubblica di Firenze, avrebbono al Gianni mandato ad offrire liberamente l’ingresso nella popolosa valle, dalla quale promettevano aprirgli le vie a fare acquisto di Pietrasanta. Accettò quegli; e occupato subito l’adito angusto a Seravezza, e messo sue genti nei luoghi muniti ch’erano attorno, mandava grida per tutto il paese, che a una data ora si radunassero nella Pieve a udire le leggi che il Comune di Firenze ad essi darebbe, e a giurare fedeltà. Nè prima furono ivi accolti ch’entrando i soldati, fecero prigioni quanti erano dentro, e di lì andarono ogni cosa mettendo a ruba e ad esterminio, le donne a vergogna; faceano crudeli e orribili vituperii. Per la notizia di questi fatti sarebbe Astorre stato richiamato con grande sua infamia; quei di Seravezza, quanto potevasi ristorati.[222] Nessuna conferma di tanta malvagità ci viene da molto credibili documenti: qualcosa era stato contro lui nella opinione dei Dieci; ma pure è scritto, che se avessero lasciato Astorre intorno a Pietrasanta l’avrebbe avuta e chiuso la strada ai soccorsi di Lombardia; che egli fu richiamato con villane lettere per la improntitudine d’Averardo de’ Medici, e con la scusa del rimanere scoperta Pisa. Crediamo noi essere qualcosa di vero in queste asserzioni, e assai più del vero in quelle che contro lui rimasero nell’istoria.[223]
Era fatale che in quell’impresa riuscisse a male ogni divisamento. Recavasi al campo quel mirabile uomo di Filippo Brunelleschi che allora inalzava la grande Cupola in Firenze: ardito com’era in ogni concetto, ma delle opere d’ingegnere non bene pratico, offeriva d’allagare Lucca, voltandovi addosso l’acqua del Serchio per un nuovo argine, e sperandola condurre per via di chiaviche a sua posta. Piacque il disegno ai Magistrati, che furono vinti dal parlare di Filippo, e avevano fretta perchè Lucca si pigliasse dentro al tempo loro; intanto che il popolo si confidava di terminare la guerra in breve ora, e fare acquisto della città, della quale erano tanto cupidi. Invano il Capponi si contrappose al disegno, col dire che il campo sarebbe allagato e non la città, la quale avrebbe in quella guisa, oltre alle mura, difesa d’acque. Non fu ascoltato, e infine anch’egli dovè consentire: ma quando l’argine fu presso a cingere la città, i Lucchesi guastarono la pescaia e ruppero l’argine in più luoghi, cosicchè la predizione di Neri avverandosi, divennero le condizioni degli assedianti di molto peggiori, e il campo, che s’era condotto fin sotto le mura di Lucca, dovette ritrarsi dov’era innanzi, a Camaiore.[224] Ciò fu nel maggio del 1430. Nel giugno seguente mutati i Dieci, andò Commissario tra’ nuovi eletti Giovanni Guicciardini, al quale più tardi fu tolto l’ufficio perchè intorno a Lucca facea mala guardia, e si diceva che i cittadini liberamente uscissero a comprare nel campo stesso degli assediatori.[225]
A chi si piace nei viluppi della politica e considera le cose umane come un gioco di tanto più bello quanto è condotto più sottilmente, parranno quei tempi avere di molto progredito su’ passati, perchè se nascesse d’allora in poi alcun fatto tra due vicine città, tutta l’Italia se ne commuoveva, e di quello variamente pigliavano briga quanti erano principi e repubbliche e condottieri da un capo all’altro della penisola: certo era un principio di sorti migliori, ma era lontano. Aveva Firenze mandato in più luoghi a notificare quella guerra che essa imprendeva contro a Lucca, e le più amiche risposte sarebbono ad essa venute da quello che più avea in animo di tradirla, Filippo Maria Visconti, mentitore fra tutti solenne, e ora di fresco pacificato.[226] Ma era grandissima l’ansietà in cui vivevano i Senesi, nella pace abbandonati, come vedemmo, alle cupidigie male celate dei Fiorentini, e non che offesi dalle macchinazioni di quei che reggevano, messi in canzona popolarmente, come facile conquista a cui bastava il porre mano.[227] Aveano mandato a Firenze ambasciatore un loro insigne cittadino, Antonio Petrucci; il quale ivi essendo non senza dispregio menato in parole, tornato in Siena e persuadendosi che alla città per allora non giovava dichiararsi, ma egli volendo pur venire a’ fatti, prima ne andava in Roma a papa Martino sempre a Firenze poco amico, e col favore di lui raccolta in Maremma e per la riviera di Genova quanta più gente potesse, venne in proprio suo nome e come stipendiato da Paolo Guinigi su quello di Lucca, riuscito a munire di maggior guardia la città. Nel passare aveva ripigliato molte terre dai Fiorentini occupate, lasciando al marchese di Ferrara Castelnuovo ed altri luoghi di Garfagnana, che da principio della guerra questi aveva pigliato per sè. L’assedio però intorno a Lucca stringeva forte, e più valido soccorso dentro era da tutti invocato variamente, secondo portavano le condizioni della città. Recavasi quindi Antonio in Milano, dov’erano andati due nobili Lucchesi, un Trenta e un Buonvisi, a chiedere aiuto, non tenendo fede a Paolo Guinigi che, odiato da molti, vedeano prossimo a cadere; ma offrivano al Duca darsi in protezione a lui, quando egli traesse Lucca dalla cittadina servitù e lei scampasse dall’esterna. Il Duca esitava, e trovo scritto che avesse egli dapprima tentato il Piccinino perchè andasse sotto la coperta di servire Paolo Guinigi in Lucca a torgli la città di mano; al che essendosi Niccolò negato, chiamasse il Duca al brutto ufizio Francesco Sforza, che lo accettava.[228] I Fiorentini aveano mandato a Milano ambasciatore Lorenzo dei Medici fratello minore di Cosimo, ed allo Sforza un Boccaccino Alamanni che gli era amicissimo: nulla ottenevano, perocchè l’impresa già era sul muovere e il conte Francesco, prima fermatosi in Parma a raccorre genti col dare voce ch’egli andasse per suo proprio conto inverso Napoli, quando si trovò in punto, calava ad un tratto giù per la via di Pontremoli, e sforzato i passi e le difese dei Fiorentini, entrò in Lucca nel luglio del 1430: gli assediatori, levato il campo, si ritrassero in Ripafratta. Condusse lo Sforza la guerra infino sotto le mura di Pescia, la quale avendogli fatta resistenza (sebbene l’avessero abbandonata gli ufficiali che la Repubblica vi teneva), egli abbruciate nella Valdinievole alcune castella, tornato indietro, si faceva forte presso alle mura di Lucca, o già guadagnato dall’oro dei Fiorentini o avuto sentore delle pratiche tenute da Paolo Guinigi con questi per dare ad essi Lucca in possessione al prezzo di dugento mila fiorini d’oro. Non io però mi tengo certo che il Guinigi espressamente a quelle pratiche aderisse; ma fatto è, che da quelle avendo ragione ovvero pretesto lo Sforza, e il Petrucci ch’era dentro la città, e quanti in essa nimicavano la signoria del Guinigi, dei quali era capo un Piero Cenami, si misero insieme; e Antonio Petrucci andato una notte a visitare il Guinigi, che di lui non si guardava, lo fece prigione; Piero Cenami levò in arme la città, ed a quel cenno Francesco Sforza pigliava il giovane Ladislao Guinigi che seco era in campo: il padre ed il figlio, così dispogliati della signoria di Lucca e d’ogni ricchezza,[229] furono condotti nella fortezza di Pavia, dove l’infelice Paolo Guinigi tiranno di nome, in fatto però come uomo da poco, men reo che non fossero il maggior numero de’ suoi pari, veniva a morte in breve tempo. Lo Sforza, accordatosi con la Repubblica di Firenze per cinquanta mila fiorini e ritrattosi d’intorno a Lucca, se ne andava pe’ suoi fatti in Lombardia, nè più ebbe mano in quelle cose.[230]
I Lucchesi fatti liberi tentarono, io credo con poca fiducia, l’animo de’ Fiorentini perchè cessassero dalla impresa che aveano tolta contro al tiranno. Era il caso dei Pisani quando si furono liberati da Gabriele Maria Visconti; ma pur questa volta i Fiorentini erano andati troppo innanzi, e si credevano facilmente avere la terra, non bene guardata e molto scarsa di vettovaglie. Fecero risposta benigna a parole, nel fatto dura, ponendo condizione che subito dessero Monte Carlo e Camaiore in via di pegno, il ch’era un volere Lucca nelle mani.[231] Teneano l’animo anche volto a Siena, e al conte Francesco, il quale credevano andasse nel Regno, proposero fare per proprio suo conto l’impresa di Siena, e con lui quindi si aggiusterebbero. Ma questi, alieno dall’impacciarsi nelle cose di Toscana, denunziava il tutto ai Senesi; ai quali non parve più essere tempo da usare rispetti, viepiù irritati da un’insidiosa e falsa ambasciata che ad essi aveano i Fiorentini mandata in quel mezzo.[232] Antonio Petrucci ogni cosa conduceva; il quale essendo in Lombardia, potè agevolmente persuadere al Duca di Milano, che se non voleva manifestamente rompere una pace conchiusa di fresco, mandasse in Toscana sotto altro nome di quei soldati ch’erano a’ suoi cenni; usato modo in quella età. Filippo Maria, siccome vedemmo, aveva allora in protezione la città di Genova, di nome libera; ed i Genovesi mandarono a dire in Firenze, desistessero da ogni offesa contro ai Lucchesi amici loro: della quale intimazione, fatta da uomini servi, non si tenne conto; e Niccolò Piccinino, come licenziato dal Duca e come soldato di Genova, muoveva con quattro mila cavalli e due mila fanti alla volta di Toscana. Il Conte d’Urbino, molle Capitano che di recente i Fiorentini aveano condotto, stavasi accampato presso alle mura di Lucca; dov’egli soffriva, sendo il verno crudo, penuria di viveri per la difficoltà di condurli. Ne avea il Piccinino grande provvigione condotta per mare dalle navi genovesi, e appena giunto volendo farne entrare in Lucca, tentava il guado del fiume del Serchio con tutto in arme l’esercito suo: a fronte gli stava il campo nemico, dal quale una schiera uscita per foraggiare, avendo passato il fiume in un luogo dove le acque erano molto basse, mostrava al nemico la via; per la quale fatto impeto il Piccinino con tutte le schiere, mentre che da Lucca usciti quanti erano capaci alle armi di fianco assalivano il campo sprovvisto e male guardato, lo mise in rotta, cosicchè pochi scampati a fatica non rimasero prigioni. Le donne ed i vecchi dall’alto dei tetti e delle torri di Lucca batteano le palme per allegrezza della vittoria: i Lucchesi celebrarono sempre dipoi con festa solenne, fino al cadere della Repubblica, quel giorno che fu il secondo di dicembre.[233]
Era tra’ minori condottieri i quali ubbidivano agli ordini del Piccinino un Antonio da Pontadera fuoruscito che si diceva Conte, cui parendo essere aperta una via a liberare la patria sua, insieme con molti usciti da Pisa che in Lucca viveano, e co’ villani del territorio e gli abitatori delle piccole castella che gli erano aperte per avere mala guardia,[234] faceva gran pressa al prudente Capitano perchè egli pigliasse l’impresa di Pisa. Ma i luoghi più forti aveano presidio così da volere assedio lungo; e Pisa fortificata con gelosa cura dal non mai cessante sospetto dei Fiorentini, sebbene bramosa di scuotere il giogo, nulla poteva: ed una congiura, della quale s’era fatto capo un dei Gualandi, non ebbe effetto; ed i Fiorentini chiudendo le porte agli uomini del contado, e poi cacciando fuor della città per l’inopia di vettovaglie le donne misere dei Pisani ed i fanciulli, stavano dentro sicuri contro ad ogni assalto che avesse tentato il Piccinino. Laonde questi con sano consiglio voltatosi prima all’acquisto delle Fortezze di Lunigiana che a lui tenevano la strada aperta di Lombardia, scendeva dipoi giù per la pianura nel contado di Volterra; imperocchè i passi della Valle d’Arno gli erano chiusi, quivi essendosi affortificati con molta industria i Fiorentini, che avendo raccolto del vinto esercito molti avanzi, facevano guerra sempre intorno a Lucca, di là spingendosi al racquisto dei castelli di Garfagnana, di Calci e d’altri in quel di Pisa.[235] Ma si era in quel mezzo Siena dichiarata contro a’ Fiorentini, che invano mandavano a ritenerla ambasciatori, e in lega con essa era entrato il Signore di Piombino; e di Lombardia veniva soccorso di nuove genti capitanate dal conte Alberigo di Zagonara. Pe’ Fiorentini stava in Poggibonsi Bernardino della Carda, e aveano condotto Micheletto Attendolo da Cotignola parente di Sforza; al che il Fortebracci, seguendo la solita rivalità delle armi, aveva lasciato i loro stipendi accostandosi al Piccinino. E questi volgendo le sue schiere da Volterra nel territorio di Siena, e di là scorrendo per quel di Firenze, aveva espugnato parecchie castella; e muovendo verso Arezzo, credevasi entrarvi per una congiura, la quale falliva: ma il Piccinino, dopo aver fatto per Toscana gravi danni, veniva dal Duca richiamato in Lombardia per le necessità della guerra che i Veneziani un’altra volta collegatisi co’ Fiorentini gli aveano mossa.[236]
Pel Duca erano i due maggiori condottieri delle armi rivali, il Piccinino e Francesco Sforza; a questo, perchè stesse con lui, Filippo aveva insino d’allora promesso in isposa la figliuola naturale, erede unico ch’egli avesse. Contro ai quali Francesco da Carmagnola menava la guerra con dubbia fortuna e (siccome parve al Senato di Venezia) con dubbia fede: la distruzione che in grossa battaglia fecero i ducheschi d’un grande armamento di navi sul Po, la rotta in Soncino, e invano tentato avere Cremona dai Veneziani molto ambita; queste cose furono imputate a tradimento del Carmagnola, il quale condotto a Venezia con inganno, vi perdè la testa con esecuzione solennemente palese, ma con giudizio segretissimo: delitto inutile (se degli utili ve ne fossero) e sfoggio di cruda ragione di Stato, nella quale non ved’io nulla altro di buono, eccetto il volere con un grande esempio tenere in paura la razza iniqua dei condottieri. Dopo ciò la guerra fu trascinata più mesi: ma innanzi un fatto di mare vuol essere da noi ricordato. I Genovesi tenevano in armi un forte naviglio, contro del quale Venezia aveva mandato sedici galere sotto la condotta di Pietro Loredano, le quali usavano la comodità dei Porti venuti in possesso della Repubblica di Firenze, e avevano seco sei legni sottili armati da questa, che stavano agli ordini di Paolo Rucellai. Si affrontarono le due armate a Portofino con grande impeto, e le due navi capitane erano alle prese, quando Raimondo Mannelli, il quale guidava una galeazza fiorentina, cogliendo il vantaggio del vento, con essa venne ad urtare siffattamente nella genovese ch’ella restò presa, tirando con sè la vittoria de’ collegati: questi guadagnarono otto galere; ma i prigioni, tra’ quali era il capitano Francesco Spinola, condotti prima in Firenze a testimonio della virtù del Mannelli, furono dipoi mandati a Venezia, non senza rammarico e malumore dei Fiorentini.[237] Uniti a Venezia, avevano sempre le seconde parti; dal che oltre all’essere umiliati, vedevano anche i vantaggi della guerra andare a crescere la potenza di quello Stato di cui temevano più che d’ogni altro la soperchianza, perchè la grandezza dei Visconti sapeano mutabile, e in Venezia era perpetuità. Quindi usare i Fiorentini al collegarsi mille cautele, che dai Veneziani maestri in politica erano tratte a loro pro: nè l’alleanza tra le due migliori città d’Italia e tra’ due Stati che primeggiassero per virtù, fu altro mai che una svogliata e ognora breve necessità.
Qui un grande mutarsi fu di Capitani tra le due parti combattenti. Niccolò da Tolentino, che prima era dai Fiorentini andato al Duca, tornava ora, lasciato il Duca, ai servigi della Repubblica; la quale a lui dava il bastone del comando generale, trovata essendosi male soddisfatta di Micheletto. E Bernardino che, ricordando più l’origine toscana degli Ubaldini che le offese a questi recate dalla Repubblica di Firenze, soleva tenere quivi lieta vita, mutò ad un tratto anch’egli bandiera e divenne capitano dei Senesi, i quali aveano messo in catene il conte Alberigo di Zagonara che gli conduceva, e così prigione mandatolo al Duca. Menava la guerra con buona fortuna Niccolò da Tolentino, che prima avendo in Val d’Elsa racquistato con molta battaglia il castello di Linari, e sentendo come le genti del Duca erano a campo intorno a Montopoli e con gran forza l’aveano stretto, portavasi tosto alla liberazione di quel castello; e venuti a zuffa tra la Torre di San Romano e Castel del Bosco, fu ivi per lo spazio di sei in sette ore molto aspro e grande combattimento, sinchè i ducheschi furono rotti, lasciando in preda agli inimici mille cavalli e centosessanta prigioni da taglia e molto numero di fanti a piè. Di là il Tolentino spingeva al racquisto di Pontedera; e avrebbe avuto anche Ponsacco, se non che venne al popolazzo di Firenze gran voglia di fare danno ai Senesi, e costretto egli a recarsi da quel lato, non vi fece altro che guasti inutili. Micheletto avea pure avuto dal canto suo buoni successi contro a Lodovico Colonna, mandato in Toscana dal Duca con rinforzo di nuove genti.[238]
Ma intanto avveniva in Italia maggior cosa. L’imperatore Sigismondo, amico al Visconti, aveva pigliato la corona di ferro in Monza, e la imperiale era convenuto di ricevere in Roma dal nuovo papa Eugenio IV. Giugneva in Lucca, nè i Fiorentini però cessavano dal fare offese alla città guidati da un giovane e molto audace capitano Baldaccio d’Anghiari, fra tutti valente a bene usare le fanterie. Da Lucca recavasi in Siena l’Imperatore con soli ottocento Ungheri, ed una guardia d’altre poche centinaia di soldati avevagli aggiunta Filippo Maria. Voleva dapprima Sigismondo, che a lui andassero due de’ Dieci di guerra; ma fugli risposto, non essere usanza muovere gli uomini di quel magistrato. Aveva ben egli contro alla Repubblica querele assai, e fra tutte massima l’occupazione di Pisa, città ghibellina e solita essere nella bassa Italia principale forza di parte imperiale; alle quali rispondevano i Fiorentini, avere Pisa per giusto titolo, e che la tenevano ad onore di Sua Maestà. Così acquetavasi la Cancelleria; e cosa più grave fu il deliberare, se all’Imperatore dovesse impedirsi la via di Roma, il che potea farsi collegandosi col Papa; ma questi voleva maggiore sussidio di soldati e di moneta che a lui non potessero i Fiorentini somministrare. Sarebbe anche stato uopo condurre a pace i Senesi e avergli seco; pure un accordo stretto col Papa ebbe qualche effetto, ed alcuni scontri così avvennero, dei quali uno di più importanza alla Castellina, dove perirono molti Ungheri. Si erano in quel mentre scoperti trattati contro alla Repubblica in Volterra e in San Miniato. Passava infine Sigismondo, che avrebbe pur anche voluto accordarsi toccando venticinque migliaia di fiorini, e contentandosi venire in Firenze, per quindi senz’altro tornare in Ungheria: ed anche troviamo che avesse passaporto dalla Repubblica di Firenze; tanto era scaduta l’Imperiale Maestà: ma vero è che altri dice, aver egli domandato trecento mila fiorini.[239] Cessato il contrasto, pigliava in Roma Sigismondo la corona: e intanto la pace a’ 10 di maggio 1433 si pubblicava in Ferrara tra ’l Duca di Milano e le Repubbliche di Venezia e di Firenze ed i collegati di ambe le parti, ciascuna tenendo quel che prima possedeva: era conchiusa per la intromessa del marchese Niccolò da Este, che pare tenesse fra tutti in Italia il bell’ufficio di paciere. Da Roma pigliava l’Imperatore la via del mare, ed abboccatosi in Talamone col re Alfonso, quindi recavasi in Basilea, dove un Concilio era adunato a continuare (sebbene avesse poi mala fine) l’opera impresa già in Costanza per la riforma di Santa Chiesa.
Capitolo VIII. ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1433-1434.]
Al termine della guerra contro Lucca, crescendo le accuse e le ire tra le parti, entrambe cercavano propizia al muoversi occasione. Sappiamo le pratiche di quella dell’Albizzi, che prima essendo all’aggredire, donava a Cosimo anche l’innocenza e con la finale vittoria il silenzio delle arti usate a prepararla. Si legge che mentre viveva tuttora Niccolò da Uzzano, andato un giorno a lui Niccolò Barbadori gli facesse istanza perchè assentisse a tôrre di mezzo per via del bando Cosimo de’ Medici. Al che il vecchio avrebbe risposto motteggiando: «sarebbe a te meglio essere chiamato Barba d’argento, perchè venendo i tuoi consigli da uomo canuto, non porterebbero la ruina ch’io veggo appressarsi a te ed a noi ed alla Repubblica. Ma tu perchè non conosci te medesimo, è ragionevole che tu nemmeno conosca gli altri; il conoscimento di sè stesso bene io so che viene da Dio.» Aggiunse di Cosimo: «quest’uomo è troppo utile al popolo, e massimamente agli spendii delle guerre; non veggo oggi colpa o cagione per la quale stia il popolo quieto al suo disfacimento. Cacciato, andranne egli buono, e tornerà diverso, passando ogni giusto modo di vivere politico; andrà oggi libero, e tornerà obbligato a coloro che lo avranno richiamato, i quali sarà costretto fomentarsi e contentare d’ogni loro voglia. Datti ad intendere, Niccolò, che io ho più volte meco medesimo disputato e per ultimo conchiuso, che meglio è tacere che cominciare sì mortale pericolo nella Repubblica. La parte dei Medici è unita e concorde, e ha il popolo seco; la nostra, divisa, e più per natura che per accidente. Imperocchè sempre tra’ patrizi spicciolati e le famiglie grosse furono aguati sotto apparenze di falsa amistà: Maso degli Albizzi, per indurci nell’odio del popolo, fece nel 1414 la pace col re Ladislao;[240] e noi spicciolati popolani cercavamo il simile contro a quelle schiatte fin dalla congiura contro a Maso nel 1400.» Di questa l’Uzzano avrebbe confessato di essere stato partecipe. Venendo a dire poi di Rinaldo, continuava: «costui non ha più a grado l’amico che il nemico, e ogni uomo ha per cencio; costui non vuole concorrere con verun cittadino, anzi cerca e desidera che ogni cittadino concorra con lui; costui vuole che le sue volontà sieno ricevute dal popolo per leggi, e le altrui cerca si scrivano in cenere, e pongansi dove con maggiore forza soffiano i venti. Il padre fu tutto costante e amichevole a chi la sua amicizia desiderava, costui è voltante e senza fermezza; vedestilo essere con noi de’ principali in Santo Stefano, poi farsi capo con Averardo alle rovine di Lucca, e per essere dei Dieci al tutto gittarsi nelle braccia dei Medici. — Cosimo, dove non fosse lo stimolo e la perversità d’Averardo, piuttosto desidererebbe essere accetto da noi, che amato da loro. Noi, stando a vedere, avremo le due parti del gioco; e soprattutto non abbiamo meno avvertenza alle opere de’ nostri parziali che alle opere di coloro i quali ci tengono avversi: avvisandoti, che dei due qualunque ottenga l’impresa, noi per la scarsità degli uomini, da ciascuno saremo adoperati nel governo della Repubblica; e chi fia principio di scandalo, sarà del suo e dell’altrui disfacimento cagione.[241]» — Queste parole furono scritte dal Cavalcanti, ma verosimilmente non dette nè forse pensate dall’Uzzano: il Machiavelli, trascrivendole sbadatamente, le ha rese immortali.
Occorse a noi di rilevare altra volta come i patrizi spicciolati che s’innalzavano per gli uffici, avessero contro sè quelle famiglie che forti di seguito, di parentele e di aderenze, facevano parte da sè medesime, e cercavano tutta in sè chiudere la Repubblica. Di queste era prima la Casa degli Albizzi; nella quale Piero s’innalzò e cadde, fattosi capo della parte sua; ma seppe Maso rimanere infino alla morte moderatore della Repubblica, della quale intese il Governo meglio che niun altro insino allora avesse fatto, e conservando a sè l’amicizia degli ottimati e dei patrizi, si acquistò quella del popolazzo.[242] Rinaldo, più splendido e ornato d’ingegno, e d’animo forse più franco e diritto, non ebbe prudenza che fosse guardiana delle ricche doti le quali facevano lui primeggiare nella città; netto di presenti, frugale nel vivere, ebbe taccia d’avarissimo; superbo di quella coscenza medesima che egli aveva della virtù sua e disdegnoso di abbassarsi alle arti comuni; ma iroso e mutabile e nei suoi fatti subitaneo, mal seppe tenere il governo della sua parte e di sè stesso:[243] rimasto principe nello Stato dopo la cacciata di Cosimo, nulla fece a mantenere nè a sè la potenza nè alla Repubblica quegli ordini dei quali era egli fra tutti sincero e forte e rigido amatore. Narrano si fosse mostrato severo al padre suo stesso;[244] e un’altra volta noi troviamo che avendo voluto Lorenzo Ridolfi in assai grave congiuntura ristringere in pochi il numero dei richiesti, Rinaldo invece consigliò che s’allargasse, facendo in ringhiera con parole generose il suo consiglio prevalere.[245]
Vedemmo noi come a fare la mala impresa di Lucca Rinaldo e Cosimo s’accostassero: nei primi mesi della quale troviamo Rinaldo ai Cosimeschi familiarissimo,[246] avverso fra tutti a Neri Capponi, che gli era dai Dieci messo come a sopraccapo. Temeva di lui per l’amicizia col Fortebraccio e per il seguito che avea Neri tra gli uomini armigeri della Montagna di Pistoia.[247] I Medici anch’essi temevano il Capponi più che altr’uomo in Firenze;[248] e questi col porsi come fuori delle parti e stare da sè, pigliò sin d’allora certo suo proprio atteggiamento, che ebbe in quei principii qual cosa d’oscuro, ma che a lui diede poi di tenere per la sua propria autorità e pel favore dei cittadini grado e potenza e onorato nome sinch’egli visse, nel nuovo Stato. Già fino d’allora valevano i pochi più della Repubblica; incontro alle quali soperchianze divenivano le stesse leggi strumenti alle parti che abusando le torcevano a loro utile o guastavano. Aveano creato l’anno 1429 il nuovo ufficio dei Conservatori delle leggi, preposti a frenare le baratterìe de’ magistrati, e ai quali dovessero i cittadini ricorrere che si tenessero aggravati.[249] Nell’anno seguente usciva altra legge, la quale ebbe nome degli Scandalosi; gastigava quelli i quali tirassero ai loro disegni gli uffici pubblici, o s’intromettessero in cose di Stato senza commissione e senza averne autorità. Per questa legge fu l’anno 1432 tenuto a confine due mesi in Roma Neri Capponi che, ivi essendo, aveva trattato (a quello che sembra) di proprio suo capo una lega con Eugenio contro a’ Senesi e all’Imperatore.[250] Rinaldo degli Albizzi anch’egli apparisce avere temuto quando si fece quella legge che fosse contro a lui, ma scrive in fine al figlio suo: «lasciala correre.[251]» Molto è poi da notare come nell’anno 1432 Rinaldo fosse in Roma Senatore, ufficio che allora equivaleva a Potestà; onde egli potè avere a Firenze denunziato quei maneggi pei quali a Neri fu dato il confine.[252]
Nei tre anni che durava la guerra di Lucca, i nomi dei Dieci sei volte rifatti non ci lasciano congetturare nè prevalenza dell’una sopra l’altra parte, nè ondeggiamenti tra le due, ma si rinvengono mescolati.[253] Lorenzo dei Medici andava solo ambasciatore a Milano su’ primi dell’anno 1430; due anni dopo, lo stesso Cosimo ambasciatore a Venezia. Questi certamente aveva co’ suoi grande ingerenza nella condotta della guerra e nelle pratiche al di fuori: ma se alla parte contraria a loro in tutto credere si volesse, avrebbono i Medici fatto ogni cosa perchè andasse a male l’impresa, via via facendo richiamare i Commissari che bene operavano, e inoltre tenendo a sè obbligati co’ prestiti e con le comuni ruberie i capitani Micheletto da Cotignola e massimamente Niccolò da Tolentino; il quale era tutto di Cosimo, tanto che gli avrebbe questi fatto da prima lasciare i servigi della Repubblica per andare a quelli del Duca, e poi di nuovo fattolo a sua posta tornare in Firenze.[254] Intanto Lorenzo, venuto in grande intrinsechezza col Duca, lo avrebbe persuaso a mandare genti in Toscana perchè la guerra andasse più in lungo. Tuttociò i Medici avriano fatto perchè i cittadini più trovandosi aggravati, se gli potessero maggiormente legare co’ prestiti e farli mettere allo specchio del libro dei debitori, dal quale essi poi gli ritraevano: oltrechè piaceva a quei tanto danarosi cambiatori prestare al Comune, che era buono impiego; così obbligandosi anche la Repubblica. Ma noi non crediamo la parte dei Medici potesse poi tanto nè volesse tanto male; nè dare possiamo gran fede alla deposizione di quel Tinucci che, dimestichissimo all’Uzzano (com’egli dichiara) innanzi al 1426, brigava dipoi oscuramente co’ Medici per intromessa di Ser Martino, e avvolge in parole confuse ed incerte le accuse più gravi. Dinanzi a lui stava il terrore della fune, o era tirato da larghe promesse, quando egli porgesse materia a procedere contro a colui che nell’istorie troviamo chiamato il non colpevole uomo, perchè fino allora non reo che bastasse a giusta condanna.
Abbiamo tre lettere di Cosimo istesso:[255] la prima annunzia grande fiducia nella guerra, ma insieme accenna alle male arti per cui taluni s’ingegnavano guastarla.[256] Nelle altre due scritte di Lombardia, dove era andato per fuggire la peste tornata quell’anno 1430 in Firenze, già vede le cose voltare al peggio; e non vorrebbe essere dei Dieci nè andare ambasciatore a Vinegia, come uomo cui giovi tenersi in disparte, e il carico dell’avere fatta muovere quell’impresa nascondere sotto le colpe o gli errori di chi poi l’ebbe condotta a male.[257] Così egli andavasi destreggiando mentrechè durava la guerra e dopo: i suoi lasciava con mettersi innanzi, attendendo quanto a sè ad acquistarsi vie più la grazia delle moltitudini e lode fra tutti di animo temperato: studiavasi molto anche d’accrescersi le ricchezze,[258] dal che a lui veniva favore grandissimo pei larghi imprestiti all’erario pubblico, ed ai privati che a sè legava chiamandoli a parte dei vasti traffici o rendendoli, col fargli liberi dallo Specchio, capaci d’entrare negli uffici dello Stato: già i poveri tutti insieme invocavano a sè il patrocinio di lui, possente a dare ad essi valida mano.
Egli che s’era mostrato sempre vôlto alle cose grandi e di non essere contento al poco, giovane ancora, per fuggire l’invidia era andato al Concilio di Costanza, «dov’era tutto il mondo,» e poi due anni viaggiò gran parte della Magna e della Francia; donde ritornato, si diede a usare con uomini di bassa condizione, ritraendosi dal Palagio: il che diceano facesse per addormentarli, e n’ebbero maggiore sospetto.[259] Avea però anche certe grosse famiglie di grandi a sè congiunte di parentela, tenendo egli in moglie la Contessina dei Bardi signori di Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre era di casa dei marchesi Malespini, e per le sirocchie di lei tirava a Cosimo due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte degli Strozzi: seco erano pure il maggior numero dei Buondelmonti, a lui guardando generalmente il ceto dei grandi come a nuova cosa capace di abbattere gli antichi ordini della Parte guelfa, e contentandosi, per avere un grado nella città, di riconoscere un padrone. Ma come parte nella Repubblica, quella dei Medici nemmeno aveva in quei principii nome da lui, e si chiamò dei Puccini[260] da Puccio del quale più sopra dicemmo, e che era fra tutti gli amici di Cosimo il più scaltrito ed intramettente; lui dicono autore de’ più sagaci consigli, e sopra di sè pigliava il carico de’ più odiosi. Cercavasi Cosimo i frutti piuttosto che le apparenze della signoria; il ch’ebbe gli effetti di un’arte finissima, ma era in lui cosa connaturale, innanzi tutto essendo egli sempre fiorentino e popolano, che il bel vivere di Firenze non avrebbe voluto scambiare con gli aspri costumi dei Signori di Lombardia; nè questo era popolo che ciò sofferisse. Affermano tutti, egli essere stato umano e benigno nel continuo della vita; ma quante volte gli paresse tornare a lui conto essere malvagio, non ebbe nè affetti che lo ritraessero, nè forti passioni che lui spingessero oltre al segno: nè raro è tra gli uomini le stesse migliori qualità loro porre al servigio delle meno buone. In lui ogni cosa mirava a fondare la grandezza della Casa sua, ma seco avea complice gran parte del popolo; nè invero può dirsi che Firenze discendesse in bassa fortuna, o che poi cadesse da ogni splendore, sotto a quell’ombra di Casa Medici.[261]
La pace con Lucca e col Visconti non rinnalzava il pubblico credito, caduto a terra negli ultimi anni.[262] Frattanto l’urtarsi delle due parti contrarie tenea guasta la città. Già erano tanto gli antichi ordini trasandati, che dall’un anno si prevedevano le tratte dell’altro; ed un Benedetto cieco predicava quali sarebbero per più anni i Gonfalonieri di giustizia. Chiunque sapeva essere nelle borse impolizzato, sapeva altresì di quali calendi avrebbe potenza di vendicare le sue ire e dare effetto ai suoi disegni. Ad ogni tratta degli ufizi principali, per la città si teneva conto quanti ve n’era dell’una parte e quanti dell’altra; e non era mai tratta di Signori che tutta la città non istesse sollevata, chi con sospetto e chi con isperanza che le cose andassero a suo modo: le forze pareano essere uguali tra le due parti.
Il primo settembre di quell’anno 1433 pigliò il gonfalone Bernardo Guadagni, al quale si disse Rinaldo degli Albizzi avere innanzi pulito lo specchio, perchè la tratta non gli fallisse, e patteggiato con lui quello che fu la ruina della città e di loro stessi. Nè al fatto posero tempo in mezzo. Era Cosimo in Mugello (secondo egli narra in certi Ricordi lasciati da lui),[263] dove era stato più mesi per levarsi dalle contese che dividevano la città; e già mormorandosi di cose nuove, fu scritto a lui tornasse, ed egli tornò a’ dì quattro. Andò il giorno stesso a visitare i Signori, tra’ quali ve n’era amici a lui ed obbligati; e detto loro quello che si diceva, tutti prestamente lo negarono, e che voleano lasciare la terra come l’avevano trovata. A’ cinque ordinarono una pratica di otto cittadini, due per quartiere, tra’ quali erano Cosimo istesso, Rinaldo degli Albizzi e altri de’ maggiori; dicendo voleano col consiglio di questi fare ogni loro deliberazione. A’ dì 7 la mattina, e sotto colore della detta pratica, mandarono per Cosimo; ed egli, sebbene da taluno fosse sconfortato, andò in Palagio:[264] quivi trovò la maggior parte dei compagni, e mentre stavano a ragionare, dopo buono spazio gli fu comandato per parte dei Signori andasse su di sopra, e dal Capitano dei fanti fu chiuso dentro la torre in una cameretta, la quale scrive egli che era chiamata la Barberìa, e tutti gli altri l’Alberghettino. Lorenzo dei Medici era anch’egli di Mugello venuto in Firenze, sentendo il caso; e chiamato dai Signori, andò in Palagio; poi subito si partì e tornò al Trebbio: quivi dall’Alpe di Romagna e d’altri luoghi si radunarono intorno a lui grande quantità di fanti. Niccolò da Tolentino capitano di guerra il dì stesso era venuto da Pisa in arme fino alla Lastra, volendo fare che fosse Cosimo rilasciato; ma perchè temevano gli amici di questo dare occasione a torlo di mezzo, Niccolò fu persuaso tornarsene a Pisa; e Lorenzo, licenziati i fanti, se ne andò a Venezia co’ figli di Cosimo.
Alla presura di tale uomo romoreggiando la città e massime i borghi dove i più poveri abitavano, Rinaldo degli Albizzi era con molta fanteria corso alla Piazza; seco i Peruzzi ed i Gianfigliazzi e tutti quelli della parte loro. Suonò la campana, e a’ 9 settembre si fece Parlamento; i Signori scesero in ringhiera, e Ser Filippo Pieruzzi delle Riformagioni parlò ad alta voce e disse: «o popolo di Firenze, tenete voi che in questa Piazza sieno le due (terze) parti del vostro popolo? Fu risposto: sì di certo, noi siamo le due parti e più. Continuò: siete voi contenti che si faccia uomini di Balìa a riformare la vostra città? Gridarono sì; e al modo stesso, d’ogni altra cosa che il Notaio dimandasse. Questi allora sopra un libello che aveva in mano lesse i nomi di duecento cittadini dei quali doveva la Balìa comporsi, ed i Signori comandato si radunasse per il dì vegnente, risalirono in Palagio.» La Balìa aveva autorità quanta l’intero popolo di Firenze; ma questo limite le fu posto, che le Borse rimanessero, aggiugnendovi de’ nuovi nomi senza cavarne gli antichi, e che il Catasto non si annullasse: ordinava farsi a mano dai Signori gli Otto di guardia, a questi ed al Capitano del popolo concedendo autorità d’inquisire in cose di Stato quanta nei passati tempi avessero mai goduta maggiore: le quali perchè parvero essere esorbitanti cose, molto riuscirono dure a vincere. Dipoi rifecero le borse dei Magistrati e dei Consigli e dei Consoli delle Arti; crearono dieci Accoppiatori i quali traessero a mano il Gonfaloniere di giustizia, e mettessero a loro arbitrio nel borsellino i Priori. Rafforzarono le provvisioni circa la vendita dei beni dei debitori del Comune. Levarono via i Consoli del mare, e fecero che duecento fanti si assoldassero da stare a guardia della Piazza. In quanto a Cosimo, già innanzi che fosse radunata la Balìa aveano i Priori pronunziato contro lui ed Averardo la prima condanna. Abbiamo noi questo singolare documento, dove esposte da prima le colpe di quelli della Casa Medici a cominciare dal 1378, e quindi accusati di gravi macchinazioni Cosimo ed Averardo negli anni passati, e ultimamente apposta loro la guerra di Lucca, la quale fu quasi ruina non solo della Repubblica ma di tutta Italia; appella quei due nemici truculenti e crudelissimi, promotori di stragi d’incendii e d’ogni devastazione, e quale che fosse la diabolica natura loro, tollerati per singolare benignità del popolo fiorentino: questi, perchè la clemenza di questo popolo medesimo rifugge dal sangue, hanno confine di un anno solo, Cosimo a Padova ed Averardo a Genova; ch’è sentenza invero assai mite dopo tanto sfoggio d’accuse contro essi e di feroci parole.[265] Con altra sentenza degli undici, la Balìa prolungava fino a cinque anni il confine di Cosimo e di Averardo, confinava a vari tempi in diversi luoghi Lorenzo ed altri della Casa Medici.
Cosimo intanto dall’alto della torre dov’era rinchiuso udendo più volte suonare a Balìa e la Piazza piena d’armi, viveva in sospetto grandissimo della vita, e non aveva più giorni voluto mangiare altro che un poco di pane temendo veleno. In Palagio non mancava chi cercasse levarsi d’impaccio, facendo morire Cosimo per qualche segreto modo: a questo effetto due de’ Priori e due degli Otto si trova che avessero sollecitato Federigo dei Malavolti da Siena Capitano dei fanti in Palagio, al quale era stato il prigioniero dato in guardia. Ma quegli, com’era di nobile animo, respingeva l’indegna richiesta; e andato a Cosimo e lagnandosi del poco onore che temendo gli faceva, quasi egli che avealo in guardia volesse tenere le mani a una simile scelleratezza, con calde parole tutto lo riconfortò, ed aggiunse: «perchè tu del cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose medesime.» Cosimo con le lacrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo, e lieto offerse d’avernegli gratitudine se dalla fortuna gliene fosse data occasione. Un altro giorno Federigo, per dargli piacere, condusse a cena seco un familiare del Gonfaloniere, uomo faceto e sollazzevole che per soprannome era chiamato il Farganaccio; e quando furono alle frutta, Cosimo col piede toccò Federigo e col viso accennò che si partisse: levatosi il quale, come se andasse per alcune cose della mensa e rimasti soli, Cosimo diede un contrassegno al Farganaccio, col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento ducati, e pigliandone cento per sè, mille ne recasse al Gonfaloniere, il quale dipoi fu tutto per Cosimo.[266] Questi medesimo ne’ Ricordi suoi racconta con poco divario dei fiorini dati al Gonfaloniere e d’altri ottocento a uno de’ Priori; aggiugne dipoi da vero mercante: «ebbero poco animo, chè se avessero voluto denari, n’avrebbero avuti diecimila o più, per uscire di pericolo.[267]»
Il prolungarsi che faceva senza buon consiglio l’inutile prigionia dimostra già essere disegno fallito quello dell’Albizzi e dei suoi: gli amici molti che aveva Cosimo in Palagio e fuori si agitavano sordamente, nei vincitori e nella parte loro non era fiducia. Cosimo giudica lo tenessero un mese in carcere per due cagioni. La prima, per vincere i voti della Balìa colla minaccia di farlo morire; e l’altra, perchè si credevano che non potendo egli valersi del suo, venisse a fallire; il che non riusciva ad essi, che anzi la Casa dei Medici non perdè credito e da molti mercanti e signori fu loro offerta grande somma di danaro. E nei Ricordi pure si trova: la Signoria di Venezia avere mandato tre ambasciatori a Firenze (e pone anco i nomi), i quali ottennero non fosse offeso nella persona, e concordarono la liberazione sua offrendo tenerlo a Venezia con la promessa che nulla farebbe contro alla Signoria di Firenze. Il Marchese di Ferrara per simile modo facea comandare al Capitano di guardia, ch’era messer Lodovico del Ronco da Modena e suddito suo, salvasse Cosimo se poteva, fuggendo con seco qualora occorresse, senza nulla dubitare.
Infine usciva al 29 settembre la terza sentenza alquanto aggravata dalle prime due, ma lieta a Cosimo perchè ne seguiva la pronta sua liberazione. Fecero dei grandi tutta la schiatta dei Medici, tranne i discendenti di Vieri, privandoli anche degli uffici pertinenti all’ordine dei magnati, ma senza costringerli a mutare casa, quartiere o pieve, nè a dare malleveria. Rilegarono per dieci anni Cosimo a Padova, ed Averardo dei Medici a Napoli, Lorenzo a Vinegia per cinque anni, ed altri di quella Casa in vari luoghi a tempi più brevi. Lasciarono a tutti la proprietà dei loro crediti e capitali: quelli sul Monte vollero che fossero sempre intestati nei nomi loro, ma senza però che gli potessero alienare.[268] A’ 3 d’ottobre lo cavarono di carcere, e fattolo venire innanzi alla Signoria, gli denunziarono il confine; ed egli accettava con allegro animo, offerendo in qualunque luogo fosse alla città, al popolo e alle loro Signorie sè stesso e tutte le sostanze sue. La notte, perchè si sentiva Ormanno degli Albizzi con molti armati essere in Piazza per manometterlo, volle lo stesso Gonfaloniere sotto buona guardia condurselo a casa; dove fattolo cenare, dipoi con la scorta di due degli Otto per la montagna di Pistoia accompagnato da quelli alpigiani e presentato di biada e cera (come solevano agli Ambasciatori), Cosimo usciva dal territorio del Comune. Poco dipoi furono confinati Puccio e Giovanni Pucci, ch’erano suoi principali amici, Bernardo Guadagni, che usciva di Gonfaloniere, andò Capitano a Pisa; e gli altri della Signoria che seco avevano prestato mano a quei fatti ebbero premio d’uffici lucrosi.[269]
Frattanto i pericoli nei quali versava il nuovo Stato parea chiedessero qualcosa d’insolito; troppo aveano osato, da starsene fermi negli ordini consueti: nè Cosimo era tanto uno scandalo da rimuovere, quanto era oggimai col nome e col seguito e con la pietà ch’avea destata, e con la prova contra lui fatta inutilmente, più forte egli solo nel felice esiglio di quello che fosse lo Stato in Firenze. Rinaldo degli Albizzi bene si accorgeva di avere fatto troppo o troppo poco; e ch’avess’egli avuto disegno d’uccidere Cosimo, nè voglio affermare nè al tutto negare, perchè in lui poteano essere impeti di passione ma non le furie dei Signori avvezzi al delitto; nè tra essi due era nimistà indurita, nè dopo la breve e dubbia vittoria, Rinaldo ed i suoi mai diedero segno di volere uscire dai modi civili: questo deve l’istoria mantenere a grande onore di lui e di tutta quella parte.[270] Col rifare gli squittinii, col porre a sedere coloro che erano nelle antiche borse, e con l’arbitrio sulle tratte concesso agli Otto e agli Accoppiatori, cercavano essi non lasciarsi uscire lo Stato di mano: ma questo non si poteva stringere tanto, che al difuori non rimanesse la libertà dei Consigli e dei Collegi; nè questa città dava materia sufficiente a una repubblica d’ottimati. Si avrebbe ciò forse potuto in addietro quando tutte insieme le grosse famiglie di grandi o di popolo si fossero strette ad un concorde volere; il che noi vedemmo Rinaldo degli Albizzi avere cercato, ed era già tardi per le lunghe offese e gli odii scambievoli: ma oggi non poteva questo in lui essere che un desiderio, perchè i grossi popolani divisi in sè stessi e affranti dalla loro vittoria stessa, non erano tali da potersi unire co’ grandi senza esserne oppressi, nè tali da smuovere i fondamenti della Repubblica e fare opera sì difficile. Già erano tutti gli antichi ordini come triturati dal vario percuotersi e confondersi tra loro; e i più tra’ magnati vedeano con gioia prepararsi un’altra forma novella di Stato, la quale avendo sua forza nella plebe, offrisse anche a loro speranza d’alzare su quel fondamento più largo e sicuro una qualche sorta di grandezza.[271] Così vedea l’Albizzi (e non lo taceva) da quella sua stessa potenza uscire il proprio suo disfacimento; al quale già molti chetamente lavoravano di quelli medesimi che prima non soliti stare co’ Medici, s’accostavano ora alla parte che li desiderava. Era un giovane Agnolo Acciaioli in Palagio nelle pratiche per ordinare lo Stato, del quale una lettera a Cosimo venne nelle mani di Rinaldo; scrivevagli crescere ogni giorno il numero di quei che bramavano fosse egli in patria restituito, al quale effetto lo consigliava sopra ogni cosa di farsi amico Neri di Gino, ed aggiugneva che una qualche guerra nascerebbe presto e forse per voglia degli stessi reggitori, nella quale mancando colui ch’era solito di sovvenire con le proprie ricchezze il Comune, sarebbe necessità di farlo subito richiamare. Per questa lettera l’Acciaioli fu preso, e dopo essere stato messo alla corda, andò a confine in Cefalonia, terra dove la famiglia degli Acciaioli avea principato.
La guerra nasceva bentosto da quella necessità che era sempre nei soldati di stare sulle armi, e dalle infrenabili cupidità dei condottieri i quali ambivano farsi principi: le terre della Chiesa offrivano campo fra tutti agevole alle aggressioni. Il conte Francesco Sforza, data voce di andare nel Reame, s’insignoriva di quasi tutta la Marca d’Ancona, e di là scendeva a Todi e a Viterbo, intantochè le armi Braccesche avevano occupato sotto la condotta di Niccolò Fortebracci gran parte dell’Umbria e del Patrimonio di San Pietro insino a Tivoli. Tantochè il Papa stretto a quel modo, si accordava col conte Francesco, al quale concesse il marchesato della Marca, e consentì farlo Gonfaloniere di Santa Chiesa. Furono quindi tra i due Capitani fazioni di guerra, e Niccolò Piccinino anch’egli scendeva con le armi del Duca nel Patrimonio: ma in questo mezzo avendo i Romani levato rumore, cacciarono il Papa, il quale nascosto in vesti mentite e lungo il Tevere inseguíto con le balestre, pervenne ad Ostia, dove con un solo Cardinale montato sopra una galea sottile che v’era della regina Giovanna di Napoli, e di già essendo dai Fiorentini apprestata a suo salvamento un’altra galera in Civitavecchia, pervenne a Livorno. Quivi accolto con grandissime onoranze dalla Repubblica, fece indi solenne ingresso in Firenze, dove fu raggiunto da molti prelati, ed egli rimase a lunga dimora. Intanto Bologna s’era anch’essa ribellata al Papa con l’opera di Battista da Canneto, che uccisi i capi della contraria parte, cacciò il Legato; e perchè il duca Filippo Maria, cui era buona ogni occasione, aveva pigliato i Bolognesi in tutela, parve a’ Fiorentini e alla Repubblica di Venezia non essere caso da starsene fermi: questa inviava nella Romagna Erasmo da Narni più noto col nome di Gattamelata, pe’ Fiorentini andò il loro vecchio Capitano Niccolò da Tolentino, le genti ecclesiastiche ubbidivano al Legato Vitelleschi vescovo allora di Recanati; intantochè a fronte stava il Piccinino con forte esercito di ducheschi. Non era consiglio delle Repubbliche collegate venire a giornata: ma il Piccinino, maestro di guerra, appiccò la zuffa sotto Imola il dì 28 agosto 1434, dove per lunghi aggiramenti condotto a dividersi l’esercito della Lega già male unito sotto al comando di tre capitani, ottenne vittoria per quello che davano i tempi grandissima; avendo con la morte di pochi de’ suoi fatto tremilacinquecento prigionieri, e tra essi il prode Niccolò da Tolentino, il quale condotto a Milano e di là mandato più mesi dopo in Val di Taro, moriva d’una caduta, o come fu detto per ordine del Visconti.[272] Il corpo di lui, recato in Firenze, ebbe più tardi esequie magnificentissime, e l’effigie di lui a cavallo si vede nel tempio di Santa Maria del Fiore.[273]
Per questa rotta, la quale avvenne contro l’opinione di ciascuno, molte ebbero accuse i reggitori della Repubblica; dai quali è da credere che più s’alienassero i Signori Veneziani, propensi al Medici più che a loro, siccome apparve per tutto il tempo della dimora che fece Cosimo in Venezia. Questi, che in Firenze viveva alla pari con gli altri cittadini, era onorato come principe durante l’esilio. A Modena il Governatore del Marchese di Ferrara lo visitò e presentò, e gli fece dare compagnia e guida: innanzi che uscisse dallo Stato, un altro grande gentiluomo del Marchese gli fu inviato con molte offerte. Andò in Venezia, appena giunto, a ringraziare la Signoria di quanto aveva operato per la sua salute, da essa mostrando riconoscere la vita: fu ricevuto con tanto onore e tanta carità che non si potrebbe dire, la Signoria dolendosi degli affanni patiti da lui, e offerendo per ogni suo contentamento la città e le entrate loro. Così egli stesso.[274] A Padova fu alloggiato nella casa di messere Iacopo Donati, bella e fornita lautamente; andavano a fargli offerte uomini della Signoria, ai quali però con le usate cautele fu comandato che fuori nulla ne spargessero. Dipoi, a richiesta di Cosimo, fu a lui permesso dimorare liberamente in qualunque luogo dentro al territorio della Repubblica di Venezia, la quale in Firenze per il suo ambasciatore avvalorò la domanda.[275] Ed egli si stette poi sempre in Venezia, quivi dimostrandosi non che amorevole alla patria sua, benigno inverso coloro stessi che lo avevano sbandito; delle quali cose gli rendeva testimonianza una lettera che a lui scrisse la Signoria di Firenze. Altre poi ne sono a lui di grande commendazione, massimamente di letterati, dei quali troviamo avere egli sempre cercato il favore:[276] e tanta era poi la magnificenza di quell’esule, tante le ricchezze, che egli in Venezia faceva a sue spese edificare da Michelozzo architetto la Biblioteca dei Monaci Benedettini in San Giorgio, secondo appare da una iscrizione che ivi fu posta ad onore suo.[277] Per tanti modi era manifesto ch’egli tornerebbe in patria già come signore e principe dello Stato.
I magistrati aveano ricominciato a farsi per tratte, e poichè le vecchie borse non furon arse, ma rimanevano tramischiate con le nuove, ogni volta si aspettava che uscirebbe una Signoria d’amici a Cosimo: quella che doveva entrare in ufizio il primo di settembre 1434, tale era che gli animi se ne sollevarono diversamente così del popolo come della parte Rinaldesca; ma tutti vivevano sospesi, e temevano questi di perdere; gli altri di non vincere. Gonfaloniere fu Niccolò di Donato Cocchi, uomo nuovo, non ricco e fra tutti volonteroso di farsi innanzi, secondato com’egli era dal maggior numero dei Priori, tra’ quali troviamo quel Luca di messer Bonaccorso Pitti ancora giovane, ma del quale avremo a dire poi le grandezze. Disegno dell’Albizzi era impedire con la violenza l’entrata in ufizio d’una tale Signoria facendo col mezzo del Gonfaloniere che usciva, Donato Velluti, suonare a Parlamento e annullare a voce di popolo la nuova tratta: ma nè gli amici di Rinaldo osarono tanto, e il Cocchi appena entrato in ufizio fece condannare per baratteria e chiudere in carcere l’antico Gonfaloniere. I nuovi Signori scrivevano a Cosimo, apparecchiavano ogni cosa in città e fuori a stringere insieme e ordinare le forze dei molti bramosi di mutare il reggimento, mettevano armi segretamente in Palagio; mentre più apertamente Rinaldo degli Albizzi e i suoi armavano intorno a sè molti dei soldati licenziati ch’erano in Firenze, e dal contado faceano scendere villani: era imminente l’aperta guerra. Quando ad un tratto, a’ 26 settembre la Signoria fornì la Piazza e la ringhiera di fanti, facendo richiedere a comparire in Palagio Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori: al che subito questi uscirono armati, e seco aveano i Guasconi, i Rondinelli, i Castellani, i Gianfigliazzi e alcuni de’ Bardi con altre famiglie, e i Capitani di Parte e gli Otto di guardia. Rinaldo degli Albizzi aveva più volte con grande istanza chiamato l’aiuto di Palla Strozzi: questi era uomo di alto grado per la possanza della Casa[278] e per gli ufizi esercitati, ma l’ingegno di lui teneva del mansueto e del dolce, più atto ai gentili studi delle lettere che alle sollecitudini dei moti civili. Si narra che un altro buono e caro cittadino, il vecchio Agnolo Pandolfini, avesse da quella mossa inclinante a civil guerra disconfortato lo Strozzi,[279] il quale co’ fanti che aveva raccolti fu contento di guardare le proprie sue case. Troviamo però che tardi venisse sopra un ronzino e coll’accompagnamento d’un solo famiglio[280] alla piazza di Santo Apollinare, dove Rinaldo e i suoi avevano fatto testa, deliberati quant’era in loro di assaltare il Palagio, qualora le forze a ciò avessero sufficienti. Ma non che lo Strozzi, più altri cittadini o mancarono al convegno, o si ritrassero o voltarono. Giovanni Guicciardini non potè muoversi, ritenuto dal fratello Piero il quale seguiva le parti di Cosimo, come faceva Luca degli Albizzi fratello a Rinaldo; Neri Capponi e Nerone di Dionigi Neroni balenavano, tenendosi guardinghi a vedere dove inchinassero le faccende.
Con tutto ciò aveva Rinaldo degli Albizzi intorno a sè ottocento fanti, i quali tenevano dal Palagio del Potestà le strade che menano verso la Piazza: da parte dei Signori molti venivano a Rinaldo offrendo concordia, e che non avevano intenzione rimettere Cosimo. Ridolfo Peruzzi andò in Palagio egli medesimo a trattare queste cose. Intanto alcuni cittadini principali, tra’ quali sarebbono stati Neri Capponi e Giannozzo Pitti,[281] si erano raccolti a Bellosguardo, quivi aspettando, prima di dichiararsi, dove il fatto riuscisse. Era in Firenze, come dicemmo, papa Eugenio IV, in nome del quale giugneva a cavallo sulla piazza di Santo Apollinare il Legato Vitelleschi: trattò con Rinaldo lì sulla piazza, poi nel Palagio co’ Signori, e quindi tornato ottenne che Rinaldo a un’ora di notte si persuadesse andare al Papa ed in lui rimettersi. Andò Rinaldo, ma seguitato dagli armati suoi, i quali passando voleano bruciare le case ai Martelli, e a stento furono impediti. Infine a cinque ore di notte Rinaldo cedendo al Papa e al Legato, rinviava i suoi fanti alle case loro disarmati, rimanendo egli lì presso Eugenio in Santa Maria Novella. Quali speranze questi gli desse non so, ma più ignoro quello che potesse allora promettere: dipoi si tenne egli ingannato, ma era d’animo poco fermo. Rinaldo, o fosse in lui bontà d’animo a non volere la guerra civile, o troppa fede in Eugenio, o troppa fiducia nelle parole dei più mortali nemici suoi, o che veramente conoscesse non potere fidarsi nelle armi contro alla forza dei magistrati, rimase due giorni senza che di lui più altro sappiamo, nè a quali partiti cercasse appigliarsi, nè quali pratiche si tenessero.[282]
A’ 29 di settembre suonò a Parlamento: stava del Palagio serrata la porta, e dentro armati forestieri e cittadini; la Signoria aveva fatto venire in Firenze la sua gente d’arme, e questi e molto popolo minuto presero tutta la Piazza ed il Mercato Nuovo e Vecchio in modo che non passava persona. Il Papa mandava ai magnifici Signori il Vitelleschi con altri due Vescovi ed il Reggente della Camera suo proprio nipote, i quali essendo saliti in ringhiera, poco stante scesero i Signori con suoni di trombe e rumore grande. Insieme postisi a sedere, fecero fermare le voci, e Ser Filippo Pieruzzi che aveva chiamato la Balìa del 33, chiamò quest’altra; a cui risposero forse trecentocinquanta cittadini, siccome troviamo notato in più luoghi, sebbene Cosimo ne’ suoi Ricordi scriva che fu grandissima moltitudine. Questa Balìa annullava ogni altra Balìa dal 1393 in poi; quindi si tornarono i Signori in Palagio ed i Prelati al Papa: fu comandato alle genti d’arme e ai cittadini tornarsi ciascuno a casa, e non seguì alcuno scandalo nella terra. Il primo d’ottobre la Signoria inviava al Papa il Gonfaloniere di giustizia e uno dei Priori a fine di rendergli grazie; avevano seco quattrocento fanti bene armati, e capi di questi Neri di Gino, e con tradimento del nome suo Luca degli Albizzi ch’era ammogliato ad una Medici. Alle quattro ore di notte giunti a Santa Maria Novella ebbero subito udienza, e i due Signori stati un’ora in camera del Papa col Vitelleschi grande amico di Cosimo (secondo scrive egli medesimo), rimasero d’accordo insieme della ritornata di questo, e poi rientrarono nel Palagio. Il giorno seguente era la Piazza occupata di nuovo da genti armate, e con esse uno dei Medici e Bartolommeo degli Orlandini svisceratissimo di quella parte e adoprato poi, siccome dovremo più tardi conoscere, a fatti peggiori. Furono in Palagio chiamati gli uomini della Balìa ed i Collegi, i quali insieme con la Signoria a un grido levarono il bando a Cosimo de’ Medici e agli altri con lui mandati in esilio, e all’Acciaioli e a’ due Pucci. Riabilitarono agli uffici della Repubblica le famiglie dei Medici e degli Alberti, che prima n’erano stati privi. Fecero i dieci Accoppiatori che regolassero le tratte a modo di chi reggeva.[283] Un Bartolommeo de’ Cresci, giovane ardito ch’era dei Collegi, e aveva cercato levando rumore che la Pratica non si vincesse, fu preso e la notte morì ne’ tormenti, o (come fu sparso) con le sue mani s’uccise in carcere. L’altro dì poi furono confinati Rinaldo degli Albizzi ed Ormanno suo figliuolo per otto anni, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori da principio per soli tre anni; i figli e i discendenti loro posti a sedere. Narrasi che Rinaldo chiamato dal Papa avesse conforti da lui e proteste, non avere egli creduto il dì che fece gli accordi dovessero questi infine condurre al suo esiglio; e che Rinaldo amaramente dicesse non d’altri dolersi che di sè medesimo, il quale credette potesse in patria conservarlo chi il proprio suo seggio aveva perduto.[284] Con queste parole Rinaldo degli Albizzi lasciò per sempre la patria sua.
Cosimo de’ Medici era a Venezia quando per lettere e messi da Firenze gli giunse notizia della nuova Signoria ch’entrava in ufficio, sollecitandolo molti parenti ed amici s’accostasse intanto ai confini, avendo speranza di tosto poterlo rimettere dentro. Ma Cosimo volle prima bene assicurarsi dell’animo dei Signori, col dire che nulla egli e Lorenzo farebbero contro al volere della Signoria. Dalla quale avuto espresso avviso che si muovessero, a’ 30 settembre lasciata Venezia giunsero al ponte di Lagoscuro. Poi narra Cosimo come per corriere il primo d’ottobre avesse lettere che lo avvisavano dell’essere stati rimessi in Firenze, e lo esortavano a venir presto. Onde recatisi a visitare il Marchese di Ferrara che del fatto mostrò allegrezza, continuando la via giunsero a Modena, alloggiati quivi nelle case del Marchese con grande onore; dappertutto trovarono fanti ch’erano ordinati perchè andassero con loro, e a questo fine Uguccione dei Contrari da Ferrara aveva a soldo duecento cavalli. I quali però da essi furono licenziati, perchè non era di bisogno: e a’ cinque rientrarono sul terreno del Comune di Firenze, un anno appunto dacch’essi n’erano prima usciti.[285] Passarono fuori delle mura di Pistoia, e tutto il popolo si fece alla porta per vederli così armati e con tale accompagnamento, essendo incontrati anche sulla via da molti cittadini; cosicchè erano grande numero. A questo modo Cosimo stesso racconta il fatto di questo suo viaggio per l’Italia, che venne dipoi magnificato oltre al vero, e descritto come trionfale di plausi di popoli e di solenni festeggiamenti. Nei giorni più splendidi di Casa Medici e delle arti, tra le allegorie dei fatti di quella famiglia dipinte per mano di artisti eccellenti nel bellissimo salone del Poggio a Caiano, si vede il ritorno di Cosimo figurato per quello di Cicerone quando fu in patria ricondotto (secondo egli scrive) sugli omeri di tutta Italia. A’ sei giugnevano a desinare a Careggi, dove fu gran gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero prima di sera; e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro d’uomini e di donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere volgendo lungo le mura vennero dietro la chiesa de’ Servi, poi da San Piero girando presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, entrarono nel Palazzo dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore tumulto, che rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo giorno per trecento anni tutta l’istoria di Firenze si annesta a quella di Casa Medici.
Capitolo IX. GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.]
Gli studi classici erano grandemente venuti a scadere nei popoli latini prima che fossero cancellati dall’urto dei barbari e avessero incontro la scuola cristiana. Breve regno ebbe la lingua latina quanto alla eccellenza dello stile; e al cominciare del terzo secolo i primi autori cristiani già non avevano tra i pagani chi li pareggiasse. L’amore del bello cadeva bentosto di cuore ai Romani, la poesia dopo all’età d’Augusto fu arte oratoria più che poesia vera. Dipoi vennero i grammatici, non d’altro studiosi che di salvare la lingua; gli studi ogni giorno più assottigliavano, e gli antichi libri poco erano letti; Virgilio rimase in cima sempre allora e poi, ma come fonte della grammatica; indi nelle età più barbare fu anche profeta. Quei popoli nuovi e incolti cercavano in ogni cosa il maraviglioso; l’ingegno esercitavano volonterosi nelle dottrine più astruse, amavano nell’istoria la leggenda: quindi molti seppero l’istoria delle dottrine, pochi o nessuno quella dei fatti, imperocchè il sapere dei più si formava di quel che avevano imparato a scuola. Duravano queste cose fino anche dopo all’età dell’Alighieri, nel quale può dirsi che fosse divinazione avere sentita e in sè compresa la squisitezza della poesia di Virgilio, cui fu seguace senza mai farsi imitatore. Ma da quello in fuori, parte piccolissima dei libri classici era conosciuta, e spesse volte non dei sommi, dove le finezze stanno più riposte: Orazio leggevano poco, rimase Ovidio come esemplare di versificazione, Lucano in grazia dell’argomento; amavano in Seneca le brevi sentenze e alcune cose da lui attinte (come noi crediamo) negli scritti o nella conversazione dei cristiani, di Tullio conoscevano gli Uffici e le Tusculane e piccol numero di Orazioni e quasi null’altro: l’Istoria romana attingevano da Paolo Orosio, poco bastando i brevi tratti che ne dà Sallustio, Tacito ignoravano, a Tito Livio poco si arrischiavano.