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Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3

LIBRO QUARTO. (continued 3)

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Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio, dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite sommissioni.

Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi, intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo: e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia, noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta, venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse. E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende, traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi, pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve ne segua.»

Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di Pisa.

Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita, siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi Codici. Oltre alle Pandette, vennero in Firenze certe Reliquie tenute in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini; avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato: intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]

Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli, decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti, i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124] Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio, colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice, più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni.

Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra. Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale; dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato: avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi, come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto, che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore (aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale. Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere, le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della libertà.

Capitolo V. CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.]

Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano, ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio. Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia, vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto, e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca, mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo, che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi, viemaggiormente si dividevano.

Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’ giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma: al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro. Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava. Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi, prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio, al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno 1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare, ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana.

Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati, quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma, gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia, siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto. Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo, rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che alla Repubblica non mancava.

A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini. Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave, la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132]

Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori; ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi, i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa: dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa. Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti, pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133]

Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare, fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini, apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a primavera con maggiore oste e con migliore fortuna.

Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere, si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile, perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata; infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello, che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa, e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo. Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno.

Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età: nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli, Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini, prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna. Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega. Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona, che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno 1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana, tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa, per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per quell’acquisto.[137]

Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta, o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa. Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe. Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma, quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao: questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno.

L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui, entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore. Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua.

Ma il Re covava grandi disegni sulle cose di Toscana, della quale prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao, cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari d’Alemagna.[138]

Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro; e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra, solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le armi.[140]

Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno. Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia, conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà. Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto, o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre, non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso.

Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli; ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413 Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna, e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi (come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca, e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146]

La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde; ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta, e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino. Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio 1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore; laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano: «Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente vince ogni gente.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella, dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo Arcivescovile.

Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua. Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione: altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici. Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici, Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150]

Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo, e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania, in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]» Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima, l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152]

Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica, la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere. Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa, Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani; questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155] nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana, che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro.

Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno, castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi, e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini, che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini.

Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al 78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti, sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa: apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo, e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene vengono dichiarate.[161]

Capitolo VI. GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ DA UZZANO, GIOVANNI DE’ MEDICI, RINALDO DEGLI ALBIZZI.[AN. 1422-1428.]

Lo stato di pochi, pel quale reggevasi allora Firenze, aveva in quelli anni toccato il colmo di sua grandezza. Fondato nel 1382 con l’abbassamento delle Arti minori; ordinato nell’87, dopo la prima cacciata degli Alberti, con le leggi poste da Bardo Mancini; munito d’armi e d’ordini più stretti da Maso degli Albizzi nel 93; avea nel corso di quarant’anni tenuto a freno la potenza del Visconti, felicemente condotto a fine due guerre pericolose, acquistato Pisa, Livorno, Arezzo, Montepulciano, Cortona; che poco più era l’antico dominio. Rimosso ogn’impaccio d’avversarii dentro, non mai tanta quiete fu compagna di tale prosperità. Regnava l’ordine, il che all’universale permette almeno il beneficio della libertà civile, della quale facilmente i più si contentano, qualora non siano troppo stranati dalle imposte. Pochi erano quelli che dominavano, e non molti furono gli oppressi; non si abbondò nelle uccisioni, le quali producono odii più acerbi ed inestinguibili: Maso degli Albizzi, che fu principale autore d’ogni cosa, pare comprendesse come nei casi politici i morti risuscitano. Un altro solo e tra’ più oscuri della casata degli Alberti fu decapitato: ma negli anni 11 e 12 avendo trovato (così dice il bando) che la famiglia degli Alberti aveva di nuovo tentato congiure, una sentenza mandò esuli tutti di quella famiglia sino ai fanciulli nelle fascie, che le altre condanne avevano risparmiato: con essi andarono un Ricci e uno Strozzi. Che tutto ciò debba attribuirsi all’odio personale di Maso degli Albizzi, può indursi anche dalla circostanza, che dopo alla morte di lui cominciarono le condanne degli Alberti a essere gradatamente revocate, o in qualche parte attenuate con quello studio e con quell’arte di cui sono capaci i Governi che stanno ristretti in mano di pochi.[162]

Pure quello Stato altro non era che un fatto mantenuto a grande studio da più anni, e, come nota sapientemente Donato Giannotti, lo reggeva la virtù dei capi, non la bontà delle leggi; violava insino alle apparenze d’egualità cittadina, nè aveva potuto trovarsi radici giù dentro alla stessa costituzione della città. Manteneva degli antichi ordinamenti della Repubblica quello che avevano di peggiore, il trarre a sorte i magistrati, ed in ciascuno fino ai sommi porre insieme gli elementi tra sè più contrari, ma sì che sempre il maggior numero stesse con gli uomini che reggevano, cosicchè ogni deliberazione usciva divisa e in ogni voto era un dileggio. Le Arti minori contavano sempre in ogni collegio un piccol numero di rappresentanti, chiamati a dare voti inutili se ai possenti uomini non si accostassero. Ma queste e tutta generalmente la costituzione delle Arti aveva dismesso l’antica sua forza, e, se oso pur dirlo, la verità di sè stessa, quando sotto ai Ciompi si aggregarono le Arti nuove, ed una ne fecero degli uomini senza lavoro. Dipoi vedemmo giovani ricchi farsi scrivere alle Arti minori, strumenti egregi alle corruttele, che già d’ogni parte s’insinuavano negli artefici. Col tanto ampliarsi delle industrie già il capitale era ogni cosa, e la ricchezza imprimeva il moto a una gran macchina di lavoro, della quale erano gli opranti come pezzi che non avevano vita politica di per sè. In questo secolo XV le Arti maggiori e le minori e i loro Consoli o le Capitudini già nei congegni della Repubblica erano fatte un nome vano; più non v’era altro che ricchi e poveri; le borse erano fatte a mano, per ogni ufizio una borsa propria;[163] ed in quelle della Signoria e dei Collegi e maggiori ufizi, che ad ogni tratto si riformavano, la sola regola consisteva anco di nome nel mantenere gli stessi uomini e famiglie ch’erano state prima in ufizio: pigliare gli uomini prima dell’82 era allargare il reggimento; pigliare quelli dell’87, o più ancora del 93, era un ristringerlo più che mai. Nè il magistrato di Parte guelfa serbava più nulla di quella sua vecchia e trasmodante potenza, dacchè fu arnese contro ai guelfi, cioè agli uomini popolani, usato dai grandi o dalle famiglie che in fatto ai grandi s’accostavano. Battuto nel 1378 e rottagli in mano quell’arme logora delle ammonizioni, venne in discredito; e noi troviamo nei primi anni del quattrocento il palazzo e i Capitani della Parte guelfa tanto essere vilipesi, che non si trovava chi volesse nella grande solennità cittadina andare con loro all’offerta in San Giovanni:[164] mancava una forza ed un ingombro nella Repubblica.

La quale avrebbe pe’ nuovi tempi abbisognato di forme nuove, e quel che non era se non accozzo quasi fortuito di pochi uomini e di famiglie che aveano incontro famiglie ed uomini poco disuguali, quel ch’era un fatto, avria voluto munirsi d’ordini e di leggi che forma dessero allo Stato. Agli ottimati che lo tenevano, stava in quel secolo più che mai dinanzi agli occhi grande esemplare la Repubblica dei Veneziani, cui molto ambivano d’agguagliarsi, ma nulla avevano a tal fine: nulla in Firenze si accomodava a quella forma di reggimento, la quale in Venezia può dirsi che uscisse giù dalle viscere di quel popolo, e avesse forti dalla natura i mezzi acconci a mantenerlo. Venezia teneva fin dalla sua cuna tradizioni principesche nel Doge che n’era stato per più secoli signore, e sempre re in piazza, sebbene con poca autorità nei Consigli,[165] teneva con certe regali apparenze tuttora il popolo in ossequio, e stava a petto degli altri principi. Venezia aveva un patriziato di stampa latina, le cui origini si annestavano alla istessa formazione ed a tutto il crescere d’una città per ogni conto maravigliosa e dalle altre singolare. Avea commerci più che industrie, e commerci d’oltremare che stanno in pochi; le possessioni dei suoi patrizi erano le navi, quasi castelli dove un solo capo i vassalli costringeva a dura opera e forzata. Nei marinari la stessa necessità di salvarsi contro a pericoli incessanti impone ubbidienza continua, docile, assoluta; tornati a casa, i marinari null’altro cercano che riposo, nè mai riuscirono strumento facile ai tumulti. I quali in Venezia erano vietati per fin dalla stessa struttura della città, che dalle acque tramezzata rendea malagevoli i popolari adunamenti, talchè a tenerla era bisogno di pochi armati; nè questi facevano alcun pericolo allo Stato, che dentro Venezia non mai ricettava quelle milizie forestiere di cui si valeva per le guerre e per la guardia delle provincie di terraferma.

Firenze ebbe in tutto condizioni differenti: avea con Venezia comuni soltanto le antiche scaturigini del sangue etrusco, e più che altrove inalterate da innesto germanico le latine tradizioni; talchè nei due popoli una cert’aria di fratellanza traspare tuttora. Ma il popolo di Firenze, più mobile e arguto e più inclinato allo speculare, voleva reggersi a democrazia; e se ora pendeva da pochi ottimati, non era per altro che per l’impotenza naturale all’altra forma di reggimento; e il popolo aveva più che le apparenze tuttavia sempre della sovranità. Era pei governanti un lavoro senza fine formare le borse, poi regolare le tratte ai magistrati ed ai collegi, ed ai consigli, ed agli ufizi di dentro e di fuori, secondo giovasse alla parte che reggeva; le molte pratiche e le regole che si adopravano minutissime serbavano certe loro peculiari e vive e affatto popolari locuzioni a noi trasmesse dai cronisti.[166]

Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini; altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167] nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente, e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169]

Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli, frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi. Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini; degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di libertà.

Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo. Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere, lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine, o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.» Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine (così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli, che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella città di Firenze.[171]

Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà, essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare: aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo passava innocuo e tranquillo.[172]

Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre, le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati; intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo, perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi; o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano, perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati abili e imborsati.

Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria, portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là: godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i cittadini.

Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso; e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati; e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se nulla accadesse, venivano rinnovate.[177]

Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi; e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice, non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini; ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da Tolentino.[179]

Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181] Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè chi ha del pane, mai non gli manca cane. Solo in una cosa consiste il vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza, e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito sconciamente.

Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi, assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato. Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose. Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184]

Ma quanto facessero per tali industrie era nulla, se non pervenissero a ridurre in pochi lo Stato, che era il fine d’ogni cosa, levando di mezzo quei cittadini d’ogni colore i quali s’erano dovuti ammettere per necessità a fare numero nei Consigli; perchè gli ordini della Repubblica a ogni modo erano popolari, nè industria bastava, se le antiche forme non si alterassero e lo Stato venisse al tutto e scopertamente in potestà degli ottimati, grandi o di popolo che si fossero. Quindi, con permesso del Gonfaloniere Lorenzo Ridolfi, ordinarono d’essere insieme una mattina in Santo Stefano settanta dei più eminenti cittadini; tra i quali (secondo si legge) Rinaldo di Maso degli Albizzi, che tutti vinceva per eloquenza, parlò così: «Le vostre discordie vi hanno dato a compagnia chi già ad altro tempo non sarebbono stati tolti per sufficienti famigli de’ vostri maggiori: dimenticate le ingiurie che fossero intra voi, ed accordatevi al popolare reggimento ed al comune utile. Voi siete il Consiglio di questa città; adunque quello che per voi si farà, farà il Comune, perchè il Comune siete voi. In antico per dispetto de’ nobili e degli antichi popolani, ciascuno ha fatto nuovo rimbotto, e aggiunti tanti novissimi e meccanici nelle borse, che ora le loro fave è tal numero che le vostre non ottengono. Io vi ricordo che sempre in tutti i popoli è grandissimi odii tra’ nobili e meccanici cittadini. Nonostante che qui tra noi non sia quella gentilezza che per li savi si conchiude, ma noi siamo gentili appresso a chi noi ci abbiamo fatti compagni; chi è venuto da Empoli, chi di Mugello, e chi c’è venuto per famiglia, ed ora ce li troviamo per compagni al governo della Repubblica. Ed almeno stessono contenti a quello che eletti gli abbiamo, ma e’ ci tengono per servi, e loro essere i signori. Se si ragiona di guerra, eglino la confortano e tra loro dicono: noi non possiamo perdere; però che se la guerra vinciamo, noi siamo al governo appresso di loro, ed empianci le borse; se si perde, che è a noi? conciossiachè niente o poco ci costa, perocchè le nostre botteghe hanno altrettanto d’uscita quanto d’entrata; possessione ne’ danari di Monte nostri non si trovano e non abbiamo. Aggiungono ancora un’altra ragione, e dicono il vero: quando c’è le guerre, la città è sempre abitata da moltitudine di soldati a piede e a cavallo; chi viene per acconciarsi e chi s’è acconcio; chi per le sue paghe e chi per fare la mostra; e così tutta la terra sta sempre piena di gente bellicosa, la quale conviene che ogni sua necessità compri; là ove gli artefici ne stanno grassi e bene indanaiati. Savi cittadini, la guerra dei lupi sempre fu ed è pace degli agnelli; e’ dicono essere gli agnelli, e voi i lupi; e però niun partito, il quale voi ordinate e desiderate che si faccia, non vogliono vincere con le loro fave, anzi desìano e cercano il vostro disfacimento. Che amore credete voi che gli abbiano alla Repubblica coloro a cui mai costò nulla? Eglino non sanno quasi chi essi si sieno; come possono avere amore ad altrui coloro che non l’hanno a loro medesimi? Io ho veduto venire il villano di contado, e dirgli il figliuolo: quando venisti e quando ne andate? per le quali parole pare che più tosto ami che se ne vada, che non ami che ci venisse. Ancora di quelli ho veduti che hanno vietato al padre che non lo manifesti per figliuolo, però che non vogliono che si sappia che il padre sia bifolco o agricolo. Adunque, che amore credete abbiano a voi e alla vostra Repubblica quelli i quali non l’hanno alle loro medesime case? Niuna differenza è al nascere e al morire dal gentile al villano; ma ne’ costumi sono differenze, e massimamente nell’amare; il gentile ama, il villano teme: dico che dal villano all’artefice è poca differenza. C’è poi tra tante ragioni una massima, conciossiachè l’origine della vostra signoria distendeva il contado dal Galluzzo a Trespiano, e ciò che avete d’avanzo possono dire non essere di vostra ragione; anzi di coloro, di cui questi veniticci furono già fedelissimi vassalli. Adunque l’amore è piuttosto nelle origini dei vostri nemici che non è nella vostra Repubblica, e così naturalmente sono desideratori del vostro rovinamento. Sicchè provvedete; che vi è tanto più necessario, che bisogno vorrebbe già essere provveduto. Signori cavalieri, e voi valorosi cittadini, non vedete voi ch’egli hanno poste le gravezze trasordinatamente a tutti voi, i quali avete in mano le redini della Repubblica? E vedete le ingiuste poste, le quali per voi si comprende non le potere soddisfare. Avete addimandati non nuovi modi, ma antichi ed usati da lunghe consuetudini. In simili condizioni di trasordini si è sempre usato lo sgravio, acciocchè quelle poste che sono fuori del ragionevole, si correggano e rechinsi al ragionevole per lo sgravio. E niente hanno voluto acconsentire; innanzi vogliono contaminare l’antico consueto dello sgravio, che ottenerlo colle fave alla civile usanza. Non sapete voi che la lunga consuetudine si ritrova in tra le leggi? E chi dalla legge si parte, rinunzia al ben vivere ed alla civile libertà? Per certo voi potete vedere come in tutto cercano il vostro disfacimento e quello della vostra Repubblica. Credete voi che non tengano a mente la crudeltà de’ loro padri, e che non sappiano quanto la loro perfidia si distese sopra il sangue de’ vostri maggiori? Cercate i conventi de’ frati, e trovereteli pieni di corpi e di carogne de’ vostri antichi; guatate il muro del Capitano, che ancora ritiene le note del sangue di tanti valenti cittadini, i quali erano sufficienti per le loro mani tutta lingua latina essere giustamente governata. Qual cosa ci fu che non fosse piena di pianto e di lamento di vedove e di pupilli? Tutta la città era piena di oscuri vestimenti con volti tutti lagrimanti e pieni di dolorosi aspetti. Non sentiste voi le voci delle misere madri, degli orfani e de’ pupilli gridare e dire: non vi fate compagni coloro che ci hanno tolti i nostri sposi e i nostri padri, i quali furono l’onore e la gloria di questa Repubblica. Qual via o qual contrada sapete voi, che ancora non vi rinnovelli delle reliquie delle loro arsioni? Perchè col fuoco le loro furie l’arsero e disfecero. Quaranta maledetti mesi tennero in servitù questo popolo! tanti sbanditi, tanti confinati, ed ancora con veleni nobili cittadini falsamente feciono morire, e tali con le coltella perirono, e non era cittade che non fusse piena de’ vostri antichi: chi v’era in esilio, chi per isbandito e tale per rubello: e così le stranie patrie abitavano. Piacciavi perdio di non volere stare pertinaci nelle vostre discordie, acciocchè quelle non sieno più l’esca che accenda il fuoco, il quale fu spento da quel vostro cittadino di Bardo Mancini. Voi ci avete misto i campi di Figline e di Certaldo e di cotali luoghicciuoli, con assai disutili schiatte; e venutici colla bottega al collo, hanno tenuto in mano il vostro gonfalone. Ancora avete aggiunto a questi così fatti mostacci, ammoniti ed originali ghibellini i quali sapete che sempre furono nemici del guelfo reggimento; e addietro avete lasciato i nobili della vostra città. Questo dite che fate per le incomportabili superbie che usavano i loro antichi: la superbia non si niega che non sia abbominevole a comportare, ma e’ non è minore il fastidio presente della stolta plebe, che si sia la preterita superbia degli antichi e de’ nobili. Diremo noi che sia superbia incomportabile quella di colui che è nato de’ Bardi, se desidera di essere maggiore che il nipote di Piero Ramini, e il figliuolo di Silvestro fornaio? Non è egli più giusta cosa, che quegli che è nato de’ Rossi sia sopra quello dello Stucco, che quello dello Stucco sopra lui? o che quel seggio sia negato a’ Frescobaldi, che è conceduto allo Stuppino? Senza che non contendono questo, ma desiderano egualità con tutti, e non maggiorità di persona. Dico, che queste non sono superbie, ma più tosto ragioni naturali e comandate dalla grandigia e dalla nobiltà della Repubblica; avvegna dio che, da quanti più nobili è governata la Repubblica, tanto è più nobile la Repubblica. E nientedimeno i nobili addietro avete lasciati, e i vostri nemici per le vostre sfrenate volontà vi avete fatti compagni. Dico che a voler tutti i vostri benefizi conservare, è da dar modo che le borse si vuotino delle maladette pravità de’ mali uomini. Sapete che la terra è compartita in tre generazioni d’uomini, cioè scioperati, mercatanti ed artefici. Avete le leggi de’ vostri antichi, che nel numero de’ Signori sia due delle Arti minori, e gli altri sieno delle sette maggiori Arti e scioperati mescolatamente; e per simile modo e ne’ Collegi. Ma il Consiglio del popolo, dov’è il tutto delle volontadi, e dove si conchiude tutte le cose del Comune, vi è delle ventuna Arte, sette delle maggiori, e quattordici delle minori. Adunque vedete, che le due parti vi è delle minori e il terzo delle maggiori; così la legge non è obbedita, e però non vi riescono le vostre volontadi, perchè naturalmente vi sono nemici e hanno le fave nelle mani. E’ si vuole le quattordici minori Arti recare a sette, e che il numero degli artefici seguiti lo scemo delle Arti: dico là dove sono due artefici, torni ad uno, ed a quel mancamento vi si aggiunga le maggiori Arti e i Scioperati. Questo vi sia assai abile a fare: come uomini nuovi, non intendono quello che si fanno, se non quando comprendono fare il vostro disfacimento. Noi il senso della legge e la volontà nostra faremo trarre a un medesimo fine: sempre la chiosa di colui che ha fatto il testo va innanzi a tutte le altre; ed è ragionevole, avvegnadio che tutte le leggi, per efficaci e giuste che sieno, stanno soggette alla forza: chè sempre la spada nell’ultimo è il competente giudice. Ed è tra voi la forza e il dominio sopra la gente dell’arme, per l’asprezza della presente guerra: che avremo se non a soldare due tre migliaia di fanti, e mostrare di voler fare una segreta cavalcata in accrescimento della Repubblica, e quelli in un deputato giorno, sotto colore di fare la mostra, condurli in sulla maestra piazza a far pigliare le bocche per le quali gente plebea vi potesse noiare? E chi ha il governo, adoperi le fave col favore della spada, e per questa via si verrà alle desiderate conclusioni. Qui non resta se non a dare il modo a seguire l’ordine ed eleggere il tempo abile a tanto fatto. Se mestiero fosse la mislèa, vi è debito non fuggirla, ma seguitarla. A che ricorreranno queste vili Capitudini? I fornai si armeranno di pale, e con le vostre schiave ne faranno cordoglio; e così altri coi loro trafficatori si compiagneranno della vostra gloria. Però in tutto vi si prega, e me con voi insieme, a dare il modo che gli uomini degni abbiano gli onorevoli luoghi del Comune; e che questi veniticci stiano alle loro articelle a esercitare gli alimenti necessari a nutricare le loro famiglie, ed in tutto dal governo della Repubblica escluderli siccome seminatori di scandali e di discordie. E se nessun altro più ottimo rimedio ci vedete, prego si manifesti; e quanto più presto, meglio: e quello che è più utile, perdio, con tutta sollecitudine si faccia.»

A questo parlare tutti alzarono le mani al cielo, lodando Dio e messer Rinaldo; e tutti si volsero a Niccolò da Uzzano, mostrando talento d’udire il parere di Niccolò quanto aveano mostrato piacere del consiglio di Rinaldo. Ma il grande Anziano lodando il fatto, una cosa aggiunse: «Voi sapete come la famiglia de’ Medici è stata sempre capo e guida della plebe. Ora voi vedete Giovanni di Bicci essere capo di tutta la famiglia, ed è sostegno e guida degli artefici ed ancora di più mercatanti, i quali reputano lui padre non che di tutte le Arti minori, ma delle maggiori sostegno e campione. Io consiglio che chi si sente a lui intimo, lo richiegga di recarsi alla nostra intenzione, ed ogni volta che questo sia senza nulla di dubbio, faremo tutto quello che il valente cavaliere ha consigliato.» A queste parole ciascuno s’accordò; e messer Rinaldo fu chiamato a richiedere Giovanni de’ Medici alla loro congiura. Andò Rinaldo ed espose il fatto; al quale Giovanni si negava risolutamente, com’era da prevedere; e biasimandolo forte: «Donde cavate voi (disse) che i sollevamenti de’ popoli sieno pace e tranquillità de’ cittadini? Se il vostro padre vivesse, ei non avrebbe voluto che il popolo fosse del suo luogo rimosso se non per abilità de’ poveri uomini; e se voi tenete a mente i suoi portamenti, direte questo medesimo essere così.» Qui annoverò alcuni benefizi che Maso avea fatti a pro degli infimi, ed i freni posti alle soperchierie dei potenti. Aggiunse: «Volete ora voi ritrovarvi a disfare con insopportabile ingiuria, tanti benefizi del vostro eccellente padre verso questo popolo? Io v’annunzio per vostro avviso che quando eglino avessino acconci loro, che egli sconceranno voi e me e gli altri buoni uomini di questa città. Io, come ho trovo il popolo, così il voglio lasciare; ed ancora ne conforto voi che il simile facciate.» Giovanni accennava ai grandi, che avrebbono sconciato ben tosto tutta la parte dei popolani e tutti gli ordini dello Stato. Nè credo l’Uzzano altra replica si aspettasse, nè altra volesse, avversi ambedue ai modi violenti a cui Rinaldo parve inclinare. L’Uzzano esortava si ripigliasse lo Stato come aveva fatto Maso degli Albizzi nel 93, serrando le borse senza più fare rimbotti, cioè senza chiamarvi per via di partiti altri nuovi cittadini; voleva che fosse rinnovata la balía ogni dieci anni regolarmente, innanzi cioè che avesse potuto alterarsi quello Stato, perchè le balíe non uscissero di mano ai capi di esso, nè aprissero mai le vie degli uffici ad altri che ai loro. Bramava accostarsi quanto più potesse ai modi e alle forme della Repubblica veneziana: andava però con passi malfermi, secondo imponevano le troppo diverse condizioni; e in certo suo scritto pare consigli ringiovanire le decadute istituzioni della Parte guelfa, tornare cioè ai modi antichi, soli possibili in questo popolo com’egli era.[185] Giovanni voleva anch’egli serbare le forme antiche della Repubblica, null’altro cercando a sè ed ai suoi che il favore popolare.

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Note 1 · Qui hanno termine i Commentari di Gino Capponi, tenuti da molti essere scritti da Neri; ma crediamo noi, che scritti da Gino in forma d’appuNote 2 · Morelli, Cronaca, pag. 339.Note 3 · Prefazione di Lelio Torelli alla edizione principe delle Pandette.Note 4 · Ammirato, Storie; e Minerbetti. — Il Cavalcanti registra insieme queste due rapine tra le offese che più accendevano i Pisani, quando nell’aNote 5 · Vedi Appendice Nº IV. Le gravezze imposte ai Pisani per l’opera delle fortificazioni e più altri titoli nei primi tre anni passarono la sommNote 6 · Ammirato, Stor. Fior., anno 1421. — Giovanni Cambi (Deliz. Erud., tomo XX, pag. 155) dice che vennero essi da quattordici città della Magna,Note 7 · Vedi una lettera dei Dieci di balía al Capitano di Pisa, 14 gennaio 1431, dopo alla mossa inutile del Gualandi. (Fabbroni, Vita di Cosimo deNote 8 · Ricordi di Ser Perizzolo da Pisa, agli anni 1439-1450. (Arch. Stor., tomo VI, parte II, pag. 387.)Note 9 · Goro Dati, pag. 131.Note 10 · Ambedue furono chiari per dottrina e reputati di santa vita; ebbe il Dominici anche titolo di Beato. Dal Concilio di Costanza, dove intervenNote 11 · Andò in quei giorni a Gregorio in Lucca Gino Capponi (Legazione MS.); e fu creduto avere egli dato gran mano ai Cardinali per quella fuga e Note 12 · Gio. Morelli, Cronaca, pag. 357.Note 13 · Vi andò le due volte Iacopo Salviati, che prima era stato ambasciatore in Nizza a Benedetto. Sono da vedere le sue Memorie (Deliz. Erud., toNote 14 · Legazione MS. di G. Capponi.Note 15 · Minerbetti, Stor. — Boninsegni. — Ammirato.Note 16 · Raynaldo, Annal. Ecclesiast. — Lenfant, Histoire du Concile de Pise.Note 17 · Salviati, Legazioni.Note 18 · Bonaccorso Pitti si vanta d’avere fatto egli in Francia al re Luigi le prime aperture: pure Bonaccorso, brigante uomo, era molto avverso allNote 19 · Vedi Salviati, Legazioni.Note 20 · Un poco innanzi a questo trattato cessano insieme, e come si fossero data l’intesa, i tre principali autori fiorentini che sin a qui più speNote 21 · I Fiorentini ebbero in tutti quegli anni una politica decorosa, intorno alla quale sono da vedere notizie cavate da pubblici documenti nel DNote 22 · Vespasiano da Bisticci nella Vita di Agnolo Pandolfini scrive che questi tornando con la pace fatta, fu presso a Firenze incontrato da un amNote 23 · Poggio, Stor. Fior., lib. IV. — Boninsegni Domenico. — Ricordi del Morelli (Deliz. Erud.). — Ammirato, Storie. — Muratori, Annali d’Italia. Note 24 · Nell’anno 1453 ottennero queste due famiglie di non si dare divieto tra loro, se non per gli uffici maggiori, nel modo stesso che lo avevanoNote 25 · V’erano dei Medici, dei Tosinghi, dei Portinari, e Niccolò da Uzzano vi teneva agenti suoi: vedi un pregevole discorso di G. Canestrini su’ Note 26 · Ammirato, anno 1416.Note 27 · Istruzione originale appresso di noi.Note 28 · Archiv. Stor., tomo IV, pag. 262.Note 29 · Con ciascuno degli ambasciatori andavano due giovani di famiglie qualificate; e Filippo Rinuccini, dal quale abbiamo questa notizia, era unoNote 30 · Sulla venuta e sulla dimora del Papa in Firenze e sulle feste e cerimonie vedi la Cronaca d’un anonimo fiorentino. (Muratori, S. R. Ital., tNote 31 · Narra Lionardo Aretino nei Commentarii (Rer. Ital., tomo XIX, pag. 931), come un giorno essendo col Papa, questi andando su e giù per la camNote 32 · Ricordi di Filippo di Cino Rinuccini.Note 33 · Vedi il testamento, le obbligazioni ed una lettera di Baldassarre Cossa (Archiv. Stor., tomo IV), e i documenti pubblicati dal Fabbroni insiNote 34 · Romanin, Storia di Venezia, tomo IV.Note 35 · Intorno al commercio dei Fiorentini aspettiamo una compiuta istoria. Infino a qui la migliore delle scritture che abbiamo è di gran lunga ilNote 36 · Scrip. Rer. Ital., tomo XIX, pag. 973.Note 37 · Una splendida pubblicazione fatta nel 1863 a Firenze ne porge con altri il testo dei Trattati che il Federighi ed il Brancacci fermarono al Note 38 · Nel libro citato abbiamo notizia d’un Trattato che il Signore di Piombino Iacopo d’Appiano cercava ottenere l’anno 1414 dal Califfo di TunisNote 39 · Ammirato, anno 1429.Note 40 · Goro Dati, Storia, pag. 128 e seg.Note 41 · «Da questo suo pellegrinaggio prendendo gli scrittori spagnuoli occasione, lasciarono di lui scritte cose favolose: raccontando d’essere staNote 42 · «I fiorini che si spendeano l’uno anno, in gran parte si erano ritornati nell’altro anno, come fa l’acqua che il mare per gli nugoli spande Note 43 · Passerini, Storia degli Stabilimenti di Beneficenza della città di Firenze.Note 44 · In fine al volume daremo l’ordine degli uffici nella città di Firenze com’era in questi anni, descritto da Goro Dati nell’ultimo libro delleNote 45 · Di queste feroci leggi si discorre molto ampiamente nella sullodata Istoria di quella famiglia che ha per autore il signor Luigi Passerini.Note 46 · Vedi la Cronaca di Bonaccorso Pitti, pag. 111 e seg., dove sono registrati gli uffici di fuori e le borse ed i partiti che ci volevano per cNote 47 · Bonaccorso Pitti, pag. 97.Note 48 · Rex in foro, senator in curia, captivus in aula.Note 49 · Vedi, tra gli altri, Giovanni Morelli in più luoghi.Note 50 · Scrive Filippo Rinuccini, che nella moría di quell’anno tra Signori e Collegi ne morì nove.Note 51 · Ammirato, anno 1417.Note 52 · Cavalcanti, tomo II, pag. 519.Note 53 · Istorie di G. Cavalcanti, pubblicate da F. L. Polidori; Firenze, 1838.Note 54 · Giovanni Cavalcanti, lib. I, cap. 7, e lib. II, cap. 1.Note 55 · Machiavelli, Storie, lib. IV.Note 56 · Capitolo ultimo del primo libro, dove anche sono buone avvertenze da economista. — Il Morelli ne’ Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 73) Note 57 · «Per torci lo Stato, e indurci all’odio del popolo, fece la pace col Re.» — Parole dal Cavalcanti messe in bocca di Niccolò da Uzzano; lib. Note 58 · Ammirato, Storie.Note 59 · Gino Capponi si trova essere stato contrario alla pace. Sono da vedere i Commentari di Neri di Gino che hanno principio da quel fatto, narraNote 60 · Ammirato, Storie. — I Capitoli del Comune di Firenze, Inventario e regesto; tomo I.Note 61 · Boninsegni, pag. XIX. — Poggio, Storie, lib. IV.Note 62 · Giovanni Cavalcanti, Storie, lib. I e II.Note 63 · Cambi, Storie (Deliz. Erud., tomo XX, pag. 162).Note 64 · «La Signoria per trovar danari da mantenere la guerra fece due Monti; uno per le fanciulle e l’altro pe’ fanciulli che s’avessero a maritareNote 65 · Il Machiavelli mette in iscena Rinaldo degli Albizzi invece di Rinaldo Gianfigliazzi. — Iacopo Pitti, nell’Istoria, attribuisce anch’egli ilNote 66 · Ammirato, Stor. Fior., anno 1419; e Giornale Storico degli Archivi Toscani, tomo IV, pag. 36.Note 67 · Intorno a queste Compagnie vedi le Commissioni dell’Albizzi, tomo III, pag. 5 e 6, dove sono recate Consulte ec.Note 68 · Abbiamo a stampa (Archiv. Stor., tomo IV) un componimento dell’Uzzano in terza rima, che fu appiccato, secondo si legge, al Palazzo della Si
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