LIBRO QUARTO.
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Capitolo I. TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. [AN. 1378.]
Abbiamo sul fine del precedente Libro, dov’è rimasta la narrazione dei fatti civili, mostrato come le due contrarie parti andassero innanzi ciascuna per sè, fatte all’ultimo più temerarie, e dividessero la Repubblica. Mentre era delitto parlare d’accordi e osservare l’Interdetto, dal canto loro i Capitani della Parte guelfa nei due mesi di settembre e ottobre 1377 più infierivano nelle ammonizioni, le quali ruppero ogni freno quando la parte che voleva la guerra col Papa non valse a reggere nel proposito: da quel tempo fino a luglio 1378 leggo essere state ottantasette le ammonizioni, che spesso colpivano intere famiglie.[1] Aveano trovato i Capitani un cotal modo pel quale venivano a rimanere in ufficio durante un anno, essi o i più stretti aderenti loro; quel fare le borse donde traevansi gli uffici, e poi sovente nemmeno starsene alla sorte, facilitava gli arbitrii: uno era tratto dei Ventiquattro, dai quali secondo la Riforma del 66 dovevano essere approvate le sentenze, e se non piaceva, levarsi una voce tra i preposti allo squittinio: «Io l’ho veduto andare in villa:» la polizza era rimessa dentro; e così via via, finchè non uscisse tale che fosse a grado loro. Guidava la Parte una consorteria di pochi, dei quali i nomi si trovano registrati: Lapo da Castiglionchio, anima e capo di tutta la setta. Avevano anche fatto un Gonfalone con l’antica arme del re Carlo, ed a portarlo un Gonfaloniere che fu Benghi Bondelmonti; ripigliavano le antiche forme che inaugurarono la Repubblica, quasichè volessero tutta ora metterla nella Parte. Le sentenze pronunziavano di notte, o fosse per ischifare tumulti, o ad accrescere il terrore pigliando sembianza di segreto tribunale. Nessuno poteva tenersi sicuro, e non bastava essere guelfo (come dicevano) più di Carlomagno; ai caporali quando passavano, ed ai cagnotti o aguzzetti loro, un trar di berretta più che alla Signoria: gli impauriti cercavano riscattarsi o per moneta o per favore, e facendo parentadi o disfacendoli, per avere scampo a sè stessi o protezione.
A chi legga queste cose ed i cronisti generalmente abominare la furia dell’ammonire come una proscrizione che desse nel sangue, potrebbe sembrare che un divieto di quella sorta non fosse cosa pari al terrore ch’ella ispirava, ed agli effetti che ne seguirono. Ma era entrata la vita pubblica in questo popolo così addentro, che a non avere parte allo Stato pareva essere come nulla.[2] Inoltre le leggi non avevano imparato per anche a difendere l’universale dei cittadini e fare a tutti le parti eguali: tenere lo Stato importava pagar meno; ed era mestieri procacciarsi l’amicizia d’un qualche possente a fine di avere sorte più equa nella distribuzione di quelle gravezze, le quali erano personali.[3] Invano più volte si aveva cercato formare una Tavola o Catasto delle possessioni per via di portate che ognuno facesse dei propri suoi beni, ma fu attraversato dai più ricchi perch’erano sempre i più favoriti; e ad ogni passo nacquero tali difficoltà, che il provvedimento buono fu abbandonato come impossibile. Infino dal secolo XIII era stato tentato l’Estimo degli immobili, o almeno comandato; ed una prova ne venne fatta l’anno 1355, la quale al solito riuscì male.[4] Aveva anche il Duca di Calabria nel 1326 ordinato stimare l’entrata che avesse ciascuno così degli stabili come dei mobili e guadagni; ma pur questa diede luogo a grandi lagnanze, nè in tale modo fu ritentata.[5] Vedremo or ora intorno a ciò una petizione, la quale però aspettò ancora una cinquantina d’anni prima di avere adempimento.
Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie, nominando per ciascuna divisione sette settine di probi uomini, le quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre, a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri frati, i quali dovevano da ogni settina togliere via le due maggiori e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle tre altre, e il medio poi di tutte le settine a questo modo insieme sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni 1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio, e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque; ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali deputati alla sopraindicata diminuzione dei debiti del Monte, i quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8] Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati; e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria (1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno 1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa: compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica, cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti capitali tolti alle arti e alla mercatura.
Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze, oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna. Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza, e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348 avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi, volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto.
Ma gravissimo dissidio sotto altri nomi divideva le Arti minori dalle maggiori, mentre che insieme queste e quelle partecipavano al governo. Avevano queste per sè la potenza del capitale e del sapere, quelle il numero ed il lavoro de’ vari mestieri nelle piccole botteghe. Delle sette Arti maggiori la prima era dei giudici e notai, alunni di scuole dove regnava l’autorità; con l’Arte dei medici andavano gli speziali, mercanti grossi di droghe e di spezierie venute dall’Asia; e un’altra ve n’era pel commercio delle pelli: nell’Arte del cambio gli uomini danarosi, possenti all’estero e di grande accesso nelle cose degli Stati non che nella corte del Papa ed in quelle di Francia e d’Inghilterra e di Polonia, e d’Ungheria, e nell’Oriente in molti luoghi. A quei tempi l’Arte della seta non era per anche salita al colmo; e decadeva quella appellata di Calimala, che riduceva a perfezione i panni francesi. Teneva fra tutte le altre il sommo luogo l’Arte della lana, che noi troviamo esercitare nella città un primato d’autorità e di fiducia; e basti dire che fu commesso a lei soprintendere alla edificazione del Duomo. Firenze è piena tuttavia delle insegne di quell’Arte, poste sopra a case dove erano i suoi lavorii o godeva essa dei privilegi. Sola tra le Arti aveva un giudice forestiero, di cui non andava la giurisdizione infino al sangue nè alla corda, ma con facoltà di porre in carcere ed in ceppi.[15] Grande potenza veniva poi a cotesta Arte dall’avere essa a lei soggetto un grande numero d’arti minori e di mestieri, da quei che servivano alle prime conciature della lana infino alle ultime finiture. Cotesti non erano in proprio nome rappresentati, o i loro collegi dipendevano da quello della principale Arte, che adoprava quei mestieri avendo in mano tutto lo spaccio della mercanzia, e regolando i salari e le condizioni del lavoro con grande arbitrio su’ lavoranti. Le ventuna Arti generalmente esercitavano la tutela di altre più minute, le quali aveano loro collegi ma soggetti a quello della principale Arte che alle inferiori dava il nome: nel 1300 però vedemmo che settantadue mestieri aveano consoli chiamati a dar voto in caso grave, le Arti essendosi divise a quel modo perchè più espresso fosse il parere della città. Di quei mestieri il maggior numero andava con l’Arte della lana, che n’ebbe infino a venticinque; e questi, per la moltitudine degli artefici e per avere occasioni continue di lagni da’ grossi mercanti, troviamo essere del minuto popolo la parte più viva e alla Repubblica minacciosa. A tutti costoro il Duca d’Atene avea dato consoli e rettori; i quali diritti subito perderono alla cacciata del Duca: e noi vedemmo nel 1345 i pettinatori e scardassieri mettersi a capo d’una congiura per l’accrescimento dei salari;[16] questi medesimi vedremo ora destare un tumulto e farsi autori d’un rivolgimento pel quale rimane fino a’ dì nostri celebre il nome degli scardassieri fiorentini.
Odiosi com’erano i Capitani di Parte guelfa, gradiva però a molto numero dei popolani avergli seco a terminare la guerra col Papa: cessata questa, parve il campo farsi più sgombro ai dissidii antichi ed ai pensieri di libertà. Contro al palagio della Parte stava il palagio della Signoria, dove erano però sempre molti devoti alla setta la quale stringeva con mano valida e impediva l’intera macchina dello Stato: ma era setta, e fuori stava a dir così tutta la Repubblica; una tratta di Signori ed una legge che si vincesse contraria agli ordini della Parte guelfa, bastavano a rompere tutta quell’opera faticosa, congegno di pochi ma senza solido fondamento. Il primo di maggio 1378 si prevedeva che uscirebbe Gonfaloniere di giustizia Salvestro dei Medici: quale si fosse cotesto uomo, io non lo so; con l’iniziare il sovvertimento dello Stato fu primo autore alla grandezza di sua famiglia, ma bene io credo che in lui non fosse valore pari a quelli effetti che da lui nacquero: grande non era, nè affermerei che fosse egli buono e schietto; quello che appare in lui d’incerto serve (cred’io) a definirlo. I Capitani, a premunirsi da un cosiffatto Gonfaloniere, nè arrischiandosi d’ammonirlo, da prima cercarono, perch’egli avesse divieto, che uno de’ suoi congiunti sortisse ufficio minore, usando a tal fine il gioco facile delle borse. Dipoi sventata cotesta trama, ed egli essendo entrato Gonfaloniere, vennero seco alle agevolezze, promettendo che nessuno sarebbe ammonito il quale non fosse veramente ghibellino; e per la conferma delle ammonizioni, più di tre volte non si potesse girare il partito: di tali promesse nè il popolo si appagava, nè i governatori della Parte aveano in animo mantenerle. Quindi nei segreti consigli loro altro macchinavano, e in ciò convenivano, che fosse con le armi da occupare il Palagio, e col mezzo solito delle balíe fermare lo Stato in mano agli uomini della Parte guelfa. Ma sul tempo discordavano, essendo consiglio di Lapo da Castiglionchio troncare gli indugi: prevalse la sentenza di Piero degli Albizzi, il quale voleva si aspettasse il San Giovanni, quando gli uomini del contado venivano a folla nella città; ed essendo costumanza della Signoria andare a vedere il palio nelle case degli Alessandri, ch’erano parte di quelle degli Albizzi,[17] il Palagio rimaneva quasi vuoto, sicch’era facile occuparlo: in Firenze, chi aveva il Palagio aveva lo Stato. Già era vicino il dì dell’esecuzione: le parti si fanno sicure le cose, e i Capitani più inalberati aspettandosi che un Giraldi e un altro a loro male accetto sarebbero tratti a sedere nel collegio, deliberarono ammonirli. Tra loro passò, ma poi recato ai Ventiquattro non si vinceva, sebbene fosse girato più volte: e già era mezza notte e alcuno faceva cenno di partirsi, quando Bettino da Ricasoli, che presiedeva ai Capitani, s’alzò, andò all’uscio e quello serrato tolse le chiavi e vi si pose a sedere sopra, con un gran giuro affermando che si vincerebbe: così alla fine per istanchezza passò il partito, dopo essere girato più di venti volte. Furono gli ultimi ammoniti.
Già si appressava il termine della Signoria nella quale era Gonfaloniere di giustizia Salvestro de’ Medici. A lui dicevano: Tu volesti medicare il male, e hai dato il lustro alla Parte; ed egli: Noi l’acconceremo il giorno in cui sarò proposto. S’intese con molti ragguardevoli cittadini, e ragunatisi in segreto deliberarono una Petizione perchè fossero riposti gli Ordini della giustizia contro a’ grandi: da questa vollero cominciare per assaggiare, e per vedere se quei della Parte facessero movimento, e perchè quasi tutti i grandi abbracciando l’occasione si erano dati all’ammonire. Saputo in città che nuove cose si preparavano, quando fu dato nella campana, subito i Capitani furono alla Parte; dove, richiesti, andarono molti grandi e popolani dei loro, con panziere e stocchi celati sotto alle vesti: ma poi che udirono che la petizione non toccava altro, parve la meglio lasciar fare per allora, sebbene taluni proponessero di trarre fuori il gonfalone della Parte e così armati farsi innanzi. In questo però, la petizione messa a partito non si vinceva nei Collegi pei molti amici che avea la setta, e cinque n’erano de’ Priori: il perchè Salvestro per venire alla intenzione sua, fingendo che fosse per una sua comodità, uscì dall’udienza, e andato nella sala dove il Consiglio del popolo era già tutto radunato ed aspettava, cominciò a dire: «Savi del Consiglio, io voleva questo dì sanicare questa città dalle malvage tirannie de’ grandi e possenti uomini, e non sono lasciato fare, chè i miei compagni e Collegi non lo consentono; poichè veggo che al ben fare non sono creduto nè ubbidito come Gonfaloniere di giustizia, io me ne voglio andare a casa mia: fate un altro Gonfaloniere in mio luogo, e fatevi con Dio.[18]» A queste parole tutti quelli del Consiglio si levarono ritti romoreggiando; ed egli uscito dalla sala andava giù per la scala, ma lo ritennero, e non fu lasciato andare. Grande era il rumore; ed un calzolaio pigliò per il petto Carlo degli Strozzi, che dopo l’Albizzi ed il Castiglionchio primeggiava nella Parte, dicendogli: «Carlo, Carlo, le cose anderanno altrimenti che tu non ti pensi, e le vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano.» In questo punto Benedetto degli Alberti fece il mal passo e dalla finestra cominciò a gridare: «Viva il Popolo!» ed a quelli ch’erano in piazza: «Gridate tutti, Viva il Popolo!» Il perchè di subito il romore si levò per la città, serraronsi le botteghe e stettero chiuse tutto il dì vegnente; la gente s’armava, e stavano guardie tutta la notte per la città.
Il giorno di poi tutte le Arti si ragunarono, ciascuna nelle botteghe sue, e tra loro elessero certi sindachi, i quali andarono in Palagio a praticare co’ Priori e co’ Collegi; ma nulla si fece, chè non erano d’accordo. Il martedì, ch’era l’antivigilia di San Giovanni, le insegne delle Arti a gonfaloni spiegati cominciarono a venire in piazza com’era ordinato, gridando Viva il Popolo e Libertà. Quei del Palagio diedero allora balìa generale ai Priori ed ai Collegi, e a’ Capitani di parte, a’ Dieci di libertà e agli Otto di guardia e ai predetti sindachi, di riformare la terra, levando via gli ordini di cui munivasi Parte guelfa. Ma intanto che ciò si faceva, e che nella piazza già erano molti gonfaloni delle Arti; muoverne uno e dietro altri, e andare alle case di messer Lapo da Castiglionchio presso al ponte Rubaconte: vi misero fuoco, ma rubarle non poterono perch’egli aveva la notte sgombrato ogni cosa,[19] e fuggitosi in Santa Croce, vestito da frate, riuscì a scampare in Casentino: di lì andò a Padova, indi a Roma, dove fu uomo di grande affare presso al Papa ed al Re di Puglia. Dipoi stando tutto il giorno in quell’esercizio, arsero le case di Piero degli Albizzi e de’ suoi nipoti e quelle di Carlo degli Strozzi e dei Cavicciuli e dei Siminetti e di Migliore Guadagni, ed il palagio dei Pazzi e la loggia e le case dei Buondelmonti, e Oltrarno quelle dei Canigiani e dei Soderini e dei Serragli: ruppero dipoi tutte le carceri del Comune e fuori trassero i prigioni. In quel medesimo dì uno di plebe minuta, posto un cappello sopra una lancia, seguito da molti andava per la città facendo danni e ruberie; cui altri s’aggiunsero con l’insegna della libertà, e tutti insieme entrati a forza nel convento dei Romiti degli Angeli, dove molti cittadini avean sgombrato le loro sostanze, vi rubarono danari e gioielli e robe, stimati centomila fiorini; e due frati vi morirono. Similmente alcuni del quartiere di Camaldoli e di San Frediano, andati al convento di Santo Spirito a rubare, avrebbero fatto qui danno grave; ma uno dei Priori, Piero di Fronte, lanaiolo, armato a cavallo gli sopraggiunse in sulla piazza: il quale salvava con molta sua lode anche la Camera del Comune, che certi ribaldi volevano ardere. Infine i Signori, udito che alcuni Fiamminghi tessitori voleano muoversi per rubare, avendo mandato per la città i gonfaloni delle Compagnie in arme, quattro ne fecero impiccare, uno per quartiere, in cui s’abbatterono; e così cessarono le ruberie venendo la notte.
Il primo di luglio entrava in ufficio la nuova Signoria, nella quale fu Gonfaloniere Luigi Guicciardini: non si osservarono quella volta le solennità usate del suonare le campane e del sermonare in sulla ringhiera, ma tutto si fece nella sala del Consiglio; ed il Palagio stette serrato con gente d’arme, e guardia in sulla piazza. Salvestro de’ Medici fu a casa accompagnato con grande onore, e correvano le vie di gente che fargli volea riverenza. Avevano quelli della passata balìa avviata l’opera dello smunire (come dicevano) gli ammoniti, e dichiarare ribelli e fare dei grandi; tra’ quali fu Piero degli Albizzi confinato a trenta miglia dalla città. Le quali cose furono quietamente per alcuni dì continuate dai nuovi, e questi e quelli a sè dando privilegi principalmente del portare arme, talchè in Firenze oltre a cinquecento cittadini portavano l’arme. Nè per tuttociò le Arti minute si contentarono; e fecero sindachi, due per Arte a comune difensione, volendo godessero quelle medesime preminenze ch’erano date alla balìa: convenivano segretamente nelle botteghe adunando armi, guardie si facevano dalle due parti nella città. Ad attizzare viepiù l’incendio si aggiungevano gli smuniti, i quali dovevano stare tre anni fuori d’ufficio, e quelli che ancora smuniti non erano; tutti questi faceano insieme da centottanta tra cittadini e famiglie di cittadini. Quindi ottennero che le ammonizioni a un tratto fossero tolte via, e che gli uffici della Parte fossero tutti mutati e le borse rinnovate. Più giorni trattaronsi coteste cose in Palagio coi sindachi delle Arti, ed a mala pena si vincevano avendo contrari il maggior numero nei Collegi, intantochè tali che in palese facevano contro alle petizioni degli artefici, gli confortavano sottovoce viepiù animandoli all’impresa.
Il giorno 18 dello stesso luglio fu senza gran festa pubblicata la pace col Papa; ma ciò nonostante gli Otto erano tuttavia rimasti in Palagio (sebbene avessero fatto mostra di volere lasciare l’ufficio) e soffiavano in quell’incendio, usando il destro che avevano dal magistrato, ma non palesi come altri capi della parte popolare: a tutti innanzi andavano gli ammoniti non per ancora riabilitati, che tanto erano Ghibellini, quanto odiavano Parte guelfa, oramai fatta comodo arnese di cui si valevano gli ottimati. Quindi promossa dai popolani la guerra col Papa; e noi vedemmo all’apparire del grande dissidio che era nel seno della Repubblica, favoreggiato il riconoscimento della imperiale supremazia dai più amatori del viver libero. Oggi volevano restaurare l’egualità come nel 43, quando il popolo si levò d’addosso una tirannide forestiera e la molestia dei grandi; al quale effetto contrapponevano le Arti minute alle maggiori, affinchè il numero prevalesse. Ma quando tu chiami la forza del popolo a fare impeto nelle vie, il vero popolo non risponde; e vedi uscire una moltitudine cui si pertiene diverso nome, la quale non puoi nè dirigere, nè contenere, e che travalica ogni tuo disegno. Avevano da principio chiamato le Arti, ma dietro a queste venne la turba di coloro che non hanno (come in Firenze diciamo) nè arte nè parte, e quella plebe di mal vissuti che sempre abbondano in città opulente, anche più astiosi che affamati. Costoro avevano già tentato fare tumulti e ruberie alla cacciata dei grandi, ma erano soli a quella mossa, allora essendo bene uniti il grosso popolo ed il mezzano; ora il mezzano ed il minuto levati insieme veniano a dare come un titolo ed una scusa a quei più infimi, che pur vogliono innanzi a sè una idea che gli rinnalzi o che gli assolva, e cui si credano ministrare. Non mai le sêtte, comunque sieno forti di numero e d’audacia, hanno potere per sè medesime, se non si annestino a un’idea comune ch’esse intervengono a guastare; nè la plebe di per sè piglierebbe animo alle ribellioni, se non avesse fuori di lei un vessillo da seguire, che a lei ne desse autorità. Le Arti minute chiamate in piazza aveano fatto un mese innanzi quel dato numero di arsioni che prima erano designate; e gli stessi rubatori che la virtù di Piero di Fronte avea riuscito a contenere, troviamo ch’ebbero una insegna da mano ignota d’uomo possente,[20] e diceano fare vendetta pubblica. Ora, non pochi tra’ primi autori di quei tumulti tardi cercavano un qualche modo alla composizione e pacificare la città; ma gli uomini delle più minute Arti erano mal soddisfatti, e peggio d’essi gli ammoniti, e gli strumenti dei mali fatti, a sè temevano il gastigo che sopra i deboli suol cadere: sapevano essere armi in Palagio ed un Bargello di rinomata ferocità, e che soldati si radunavano.
Quindi avevano cominciato tra loro ad intendersi i fattori (oggi diremmo braccianti) delle Arti minori e molti delle maggiori, e quelli che arte per sè non facevano, e tutto quel fondo che sopra dicemmo di minuto popolazzo: audaci pel numero e pronti a ogni cosa erano gli uomini di quei mestieri, i quali viveano soggetti al collegio dell’Arte della lana: a questi aveva il Duca d’Atene dato consoli ed un’insegna, dov’era un Angiolo dipinto, e si chiamavano i Ciompi; nome corrotto, secondo trovo, da quel di Compare che ad essi davano francescamente i famigliari del Duca. Furono insieme fuori la porta San Pier Gattolino in certo luogo detto il Ronco, e fecero loro sindachi o caporali a comune difensione, con gran sacramenta legandosi ad essere gli uni con gli altri alla vita ed alla morte; e si baciarono in bocca, inviando alle case dei loro pari a dare il giuramento ed a ricevere promissioni. Di questo i Signori ch’erano in Palagio non avevano sentore infino a’ 19 luglio; quando per avviso ad essi recato che il dì seguente la terra si doveva levare a rumore e che facessero tosto, avendo mandato a pigliare un Simoncino dalla porta di San Pier Gattolino, detto Bugigatto; come lo ebbero in Palagio, il Proposto se ne andò con lui nella cappella dinanzi all’altare, e lo interrogò di quel trattato. Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici, ragunati nello Spedale dei preti di via San Gallo, e avendo fatti venire altri minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si dovesse levare il rumore, com’era dato ordine per certi sindachi che noi facemmo più dì sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti congiunti insieme, ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de’ buoni; ed ancora ci è grandissima parte degli ammoniti, i quali si sono molto profferti. Domandò il Proposto: anche che questa gente si levi, che voglion’eglino dalla Signoria? Vogliono, continuava Simoncino, che i mestieri soggetti all’Arte della lana abbiano consoli e collegi loro, nè riconoscano l’ufficiale che per piccola cosa li tormenta, nè aver a fare co’ maestri lanaioli, che molto male li pagano e del lavorío che vale dodici ne danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento della città, e che d’ogni arsione e ruberia fatta non si possa contro essi conoscere in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino popolano o grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d’altri, non volle dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i compagni e narrò il fatto: era dopo cena ed insieme presero partito di chiamare i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si potessero avere era già notte. E di presente consultandosi co’ Dodici e con gli Otto della guerra e co’ sindachi delle Arti ch’erano in Palagio a trattare co’ Signori, deliberarono di mandare pe’ Consoli delle Arti; i quali venuti, consigliarono che si facesse venire in piazza le genti dell’armi, e che vi fossero in sul dì; e che i Gonfalonieri andati a casa facessero armare tutti quelli del gonfalone, ognuno il suo, e anch’essi venissero in piazza armati co’ gonfaloni spiegati. E intanto aveano mandato lettere alle leghe e comunanze per il contado, e a’ conti Guidi, nell’Alpe ed in altri luoghi, perchè mandassero con prestezza genti il più che potessero. Parve altresì di mettere Simoncino nelle forze del Capitano, e che fosse tanto martoriato ch’egli dicesse tutto il vero: posto sulla corda, confermò il detto, aggiugnendo che Salvestro dei Medici era capo e guida di questo trattato; e diede i nomi di due suoi compagni che ne sapevano più di lui: questi, pigliati la notte stessa, confermarono di tutto punto la confessione del primo, e che ogni cosa nella città era già in ordine alla esecuzione per la mattina seguente a terza.
Accadde che un Niccolò degli Orivoli essendo in Palagio a racconciare l’orologio, s’accorse ai gridi che Simoncino era tormentato; di che subito se ne andò a casa sua da San Frediano, e armossi e uscì gridando: Levatevi, i Signori fanno carne. Un di Camaldoli cominciò a dare nella campana del Carmine, e la gente di là armatasi conveniva dov’era prima dato l’ordine; in un subito, e di campana in campana, tutta Firenze suonava a stormo. Primi quelli da San Pier Maggiore, poi altra brigata giù per Vacchereccia vennero in piazza, dove erano forse ottanta lance di gente dell’arme discesi a piedi e con le barbute in testa; ma non si mossero, e dicevano: dateci delle vostre insegne e de’ vostri cittadini, ed aiuteremo quando il popolo sia con noi: dei Gonfalonieri nessuno veniva in soccorso dei Signori, com’era ordinato. Ben v’era taluni che sarebbono voluti andare e s’erano mossi; ma Tommaso Strozzi e Giorgio Scali gli rattennero, e ad uno che disse com’egli voleva per sè andare ad ogni modo, gli volsero contro la furia del popolo: due soli più tardi vennero in sulla Piazza con Giovenco della Stufa e Giovanni Cambi; ma nulla poterono. Avevano i Signori la notte mandato per Salvestro dei Medici e dettogli come fosse egli infamato d’essere capo alla congiura; del che Salvestro si scusava, bensì confessando che lo avevano ricercato. Poi quando la gente in Piazza ingrossava, gridando gli fosse renduto Simoncino e gli altri prigioni, sebbene taluno dicesse «Rendiamoli sì ma in due pezzi;» il Gonfaloniere volle che fossero lasciati andare. E quei del Palagio mandarono lo stesso Salvestro e Benedetto degli Alberti, Benedetto di Carlone pianellaio e Calcagnino tavernaio a intendere quello che il minuto popolo si volesse; e vi andò uno anche dei Signori, Guerriante Marignolli. Usciti, viddero che i più ardenti si avevano tolto il Gonfalone dal palazzo dell’Esecutore, e con esso innanzi facevano arsioni e danni e mali, consentendo quelli ch’erano stati mandati fuori ad acquietare il tumulto, ma viepiù lo raccendevano: ed ai Signori venivano e rapportavano, che costoro voleano purgare il peccato delle ammonizioni; ma, fatto un poco, resterebbero.[21] Imperocchè arsero prima la casa del Gonfaloniere Luigi Guicciardini, poi d’un altro Albizzi e di quel Simone Peruzzi che abbiamo noi più volte ricordato, e di ser Piero delle Riformagioni e d’un Ugolino lanaiolo e di due Ridolfi e d’un Castellani e di un Corsini e d’altri; altre disfecero, per non appiccare il fuoco a’ vicini: e poi andarono e misero fuoco al palagio dell’Arte della lana, e ne cacciarono l’ufficiale. Ma perchè pure non si dicesse questa volta che andavano rubando, avevano uomini preposti a badare che ogni cosa fino alle più preziose fosse gettata nel fuoco; e narra lo Stefani avere veduto dare d’una lancia nelle spalle a tale che aveva rubato un pezzo di carne salata e nol voleva gettare. Molti seguivano per paura, siccome avviene, quelli che ardevano; e ciò faceano per non essere arsi, perchè bastava che uno gridasse: A casa il tale, e subito era fatto. Ora ecco uno strano capriccio di popolo: pigliavano cittadini, chi per amore e chi per forza, e gli armavano cavalieri; il popolo aveva diritto a ciò fare, ed era usanza, cerimonia molto solenne nella città: primi Salvestro de’ Medici e Tommaso Strozzi, e Benedetto ed un altro degli Alberti, e gli Otto della guerra e Giorgio Scali ed altri assai, fra tutti sessanta: due ve n’era delle Arti minori, che uno scardassiere e un fornaio. Il popolo vago di novità, correndo qua e là, menava taluni e levavagli a dignità di cavalleria, dei quali prima era stata arsa la casa o ardeva in quel tempo, siccome avvenne al gonfaloniere Guicciardini: chi aveva paura di essere arso mandava in piazza chi gridasse, Facciamolo cavaliere: muovevansi al grido, e andavano per lui e lo portavano di peso: era il più strano viluppo che mai si vedesse.
Speravano molti che nella festa e nell’allegrezza del fare cavalieri il popolo si quietasse, ma non avvenne: e sulla sera più migliaia di gente minuta accampati da San Barnaba mandarono alle Arti perchè venissero ordinati sotto a’ gonfaloni loro a formare certe petizioni da portare alla Signoria. Quelli delle Arti che mossi gli avevano, si cominciavano a pentire, perchè tutti i loro fattori s’eran messi nella turma, e tardi s’avviddero che male avean fatto; chi v’andò e chi vi mandò, per tema i più, e tale gonfalone non era seguito da più di sei uomini. Gli artefici e il popolo a fatica s’accordavano sulla materia delle petizioni; infine convennero che delle due parti ciascuna desse la sua, e insieme armati le presentassero. Avevano anche mandato la notte in Santa Croce per la cassa delle imborsazioni, che la volevano ardere; ma i Signori, questo presentendo, l’avevano trafugata. Sul far del dì venne una piova che tale niuno si ricordava; durò fino a terza e correva le vie: la gente del popolo battuti dall’acqua, che aveano vegghiato, si riposavano e pensavano; allora gli astuti guidatori loro, con la paura dei mali fatti, gli conducevano a far peggio: venuti in Piazza vi rizzarono le forche, dove appiccarono e sbranarono crudelmente ser Nuto Bargello: di lì andati al palagio del Potestà, e combattutolo due ore, l’ebbero a patti; e senza offendere il Potestà, bruciarono tutte le scritture che trovarono in Palagio e i libri e statuti dell’Arte della lana, e della Grascia: poi ne andarono a’ Signori con le petizioni, le quali erano a questo modo. Si contentavano da principio che le arti soggette all’Arte della lana avessero consoli, e questa più non dovesse avere ufficiale forestiero: volevano ora che i pettinatori, scardassieri, vergheggiatori e lavatori ed altri che lavoravano nella lana, e similmente che i tintori, i barbieri, i sarti, i cimatori, i pettinagnoli, i cappellai avessero consoli e tra loro due priori, e che le quattordici Arti che prima avevano due priori ne avessero tre, e così il terzo degli altri uffici di dentro e di fuora. Appresso volevano che si facesse l’estimo delle possessioni e degli averi entro sei mesi; che il Monte non rendesse più interesse, ma solamente il capitale in dodici anni, traendo a sorte i creditori da rimborsare, cosicchè alla fine dei dodici anni i creditori del Monte fossero tutti pagati del capitale che v’era iscritto, venendo a perdere l’interesse. Che non si mettesse più prestanze da indi a sei mesi, e in quelle che poi si mettessero, chi fosse tassato da quattro fiorini in giù, pagasse venti soldi di piccioli, e chi da quattro fiorini in su, mezzo fiorino per ogni fiorino d’oro: il ch’era un principio alla scala o progressione delle imposte, che indi i Medici praticarono. Appresso, che niuno di questi minuti potesse nel tempo di due anni essere condannato per alcun debito da fiorini cinquanta in giù. Che agli ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse agevolato l’essere smuniti; che gli sbanditi, eccetto i ribelli, fossero ribanditi, e che si levasse via la pena de’ membri, i condannati pagando la multa senza condizione. Che d’ogni eccesso fatto e commesso dai 18 giugno fino a questo dì non si potesse conoscere per alcun rettore sotto gravissime pene a chi accusasse di queste cose in tempo alcuno, o condannasse. Che a qualunque fossero state arse e atterrate le case in questi rumori passati, fosse privato in perpetuo degli uffici, o almeno per dieci anni (questa era invero bella giustizia, e nuovo titolo di delitto). Che la piazza di Mercato Vecchio non pagasse più di trecento fiorini d’oro l’anno, cioè la descheria dei beccai, e quelli andassero a benefizio di messer Giovanni di Mone biadaiolo che era degli Otto, ed oggi fatto novello cavaliere. Che Guido Bandiera scardassiere, fatto cavaliere novello perchè fu uno de’ primi che levò il rumore ed ora si era portato bene in rubare e ardere, avesse de’ beni de’ rubelli fiorini due mila d’oro. Che messer Salvestro de’ Medici, per potere sostentare sua milizia, avesse le pigioni del Ponte Vecchio, che sono fiorini 600 o più l’anno. Chiedevano per ultimo favori ad altri degli amici loro, bando ai contrari e pene novelle o aggravamento delle antiche.[22]
Quel che importassero tali petizioni, ciascuno sel vede. Avute le quali, subito i Signori fecero radunare i Collegi ed il Consiglio del popolo; ai quali essendo presentate, furono vinte senza alcuna diminuzione o mutazione.[23] I gonfaloni delle Arti e il popolo degli artefici tutti armati erano sulla piazza, le grida andavano fino al cielo; e perchè si penò un poco a radunare il Consiglio, si mossero a furia e andarono oltr’Arno per ardere le case di due de’ Priori; e così avrebbono fatto, se non che innanzi che le affuocassino fu loro venuto a dire che le petizioni erano vinte. Venuta la notte, si ridussero nel palagio del Potestà, quanti ve ne potè capire: già nella sera, quando i fanti dei Signori tornavano da serrare le porte della città, il popolo minuto si fece loro innanzi e tolse le chiavi: il che fecero perchè avevano sentito dire che i Signori facevano venire fanti forestieri in loro soccorso. Il dì seguente, che fu giovedì 22 luglio, suonò la mattina a Consiglio di Comune: i Gonfalonieri delle Arti e il Gonfalone di giustizia ed il popolo minuto vennero in piazza; il rumore tale che nulla s’udiva quando le petizioni si leggevano a’ consiglieri: furono vinte senza indugio, e il Consiglio licenziato. Ma quelli montati allora per questo in maggior furore, gridavano che volevano entrare in Palagio, e che i Signori se ne uscissero. Uno di questi, Guerriante Marignolli, già si era partito d’allato i compagni dicendo voleva scendere giù a guardare che il popolo non entrasse; ma presa la porta, difilato uscì di Palagio. Quando il popolo e le Arti viddero che Guerriante se ne andava a casa, cominciarono a gridare: Scendanne tutti, noi non vogliamo che siano più Signori. Allora venne Tommaso Strozzi nell’Udienza, e disse come Guerriante se n’era ito a casa sua; per questo il popolo e Arti al tutto vogliono che voi altri Signori tutti ve n’andiate a casa. I Signori smarriti deliberarono significare ciò ai Collegi e agli Otto a fine d’intendere la loro volontà. Quivi essendo tutti a cerchio, fu da uno di loro esposto il caso; niuno sapeva pigliare partito, ed i Collegi piangevano, chi si torceva le mani, chi si batteva il viso; gli Otto si mostravano tristi e dolenti: fuori gridavano, che i Signori se ne andassero e gli Otto rimanessero in Palagio, altrimenti che la città andrebbe a fuoco ed a sacco; e che se di subito non ne uscissero, piglierebbono le loro mogli e i loro figliuoli, e in loro presenza gli ucciderebbono: tutte queste minaccie usavano come era loro insegnato dire. Benedetto Alberti, venuto alla Signoria, propose che due del popolo delle Arti venissero su a risiedere come Priori insieme con loro; il che essendo facilmente consentito, egli e Tommaso andarono giù a trattare col popolo; il quale non volle, dicendo: noi abbiamo fatto tante offese a questi Signori, che noi non ci potremo mai più fidare di loro. I Signori guardavano pure che un qualche accordo si facesse, che rimanessero in Palagio con amore e volontà del popolo e delle Arti. Ma gli Otto e i Collegi consigliarono che per manco male se ne andassero: dei Signori due, Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Nero Canacci, dissero che per loro non intendevano eglino uscire, e chi voleva andare se ne andasse; il Gonfaloniere piangeva la moglie ed i figliuoli; gli altri Signori stavano che parevano tutti morti. Non era persona che gli confortasse nè che a loro si profferisse; ed anzi molti di quei che erano giù nella Corte, venivano su e supplicavano se ne andassero: così era abbandonata quella Signoria. La famiglia del Palagio si era nascosta nelle camere degli Otto, ed i fanti venuti a richiesta della Signoria stavanle contro; e già buona parte del popolo minuto era entrato nel Palagio. Il Gonfaloniere, partitosi da’ compagni, se ne andò a Tommaso Strozzi e a lui si raccomandò; Tommaso il prese e trasselo di Palagio e lo menò a casa sua. Gli altri Priori e i Gonfalonieri e i Dodici anch’essi se ne andarono. L’Acciaiuoli e Manetto Davanzati venuti nell’Udienza, come viddero essere quivi soli, si tennero morti; e infine avviatisi anch’essi giù per le scale, fecero dare al Proposto delle Arti le chiavi della porta; la quale fu aperta, e il popolo irruppe ed entrò in Palagio.
A tutti innanzi era un pettinatore di lana chiamato Michele di Lando, e la sua madre vendeva stoviglie;[24] egli in pianelle o scarpette e senza calze, portando in mano il gonfalone. Salite le scale si fermò ritto a mezzo la scala dell’Udienza dei Signori, e qui fu gridato a voce di popolo Gonfaloniere di giustizia: rispose voleva; e volle, e tosto pigliò animo dal magistrato, con grande ardire e intendimento, essendo quel giorno egli solo come signore della città, e tenne il Palagio, e scrisse lettere e comandamenti. Il seguente dì fatto suonare a pubblico Parlamento, fu in piazza confermato Gonfaloniere fino a tutto agosto, e data balía a lui ed agli Otto ed ai sindachi delle Arti, quanta ne avesse tutto il popolo, di riformare la città e di fare nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie. I quali essendo messi in ufficio con le solennità consuete, insieme agli altri della Balía ed a Salvestro de’ Medici e a Benedetto degli Alberti, crearono subito tre nuove arti e consolati, la prima de’ sarti, farsettai e cimatori e barbieri, la seconda de’ cardatori e tintori, la terza dei Ciompi o popolo minuto; il che fu segno ad altri mestieri, che erano sudditi delle principali Arti, di levarsi contro a’ maggiori loro, e ai discepoli contro ai maestri; che fu cagione di fieri scandali. Aveano da prima, col consiglio di ambasciatori venuti da Perugia e da Bologna, voluto alle Arti maggiori mantenere la preminenza; ma di ciò il popolo non si contentava: e quindi provviddero che la Signoria fosse divisa per terzo sì che nel priorato fossero tre delle Arti maggiori, tre delle minori, tre delle nuove Arti aggiunte, avendo ognuno di questi tre ordini alla sua volta il Gonfaloniere della giustizia. Credevansi gli Otto rimasti in Palagio d’aver essi la balía di fare ogni cosa, e che potessono eleggere i Signori a mano; tanto che avevano già mandato a dire a messer Giorgio Scali ch’egli era fatto de’ Priori e che venisse in Palagio: ma quando il popolo l’udì nominare, disse non lo voleano, e che voleano essere Signori loro: egli si tornò a casa.[25] La plebe che aveva il suo Michele di Lando, poteva far senza il nobile Giorgio Scali; nè fu bastevole questo disinganno all’ambizione di Giorgio, che ebbe indi a porvi anche la vita. Costui d’antica famiglia de’ grandi, ma fatto di popolo, fu di sottile ingegno e di gran vedere, ardito e molto intramettente nelle cose dello Stato; ammonito l’anno 1375, la città se ne turbò. Egli, quand’era Gonfaloniere l’anno 1374, aveva posta una legge per la quale i grandi non potessero avere tenuta o possessione che avesse fedeli e vassalli, ma che fossero costretti di farne vendita al Comune dentro certo tempo: la quale legge fu rivocata.[26]
Correva frattanto il mese d’agosto, a fine del quale doveasi eleggere nuova Signoria da cominciare al tempo usato. Per questa fecersi gli squittinii; ai quali intervennero, oltre ai già detti, i Dieci di libertà ed i nuovi Capitani della parte e gli Otto della Mercanzia, di questi essendosi accresciuto il numero, sì che ne fossero sempre due delle Arti minori: ma in quello squittinio prevalsero le Arti di nuovo aggiunte ed il popolo minuto, gli altri tenendosi in disparte per tema o disdegno, o a bello studio allontanati. Gli Otto frattanto e i sindachi delle Arti, e gli altri che avevano in mano lo Stato si cercavano perpetuarlo, e a sè arrogavano preminenza del portare armi, ed onori, e salari ed uffici dentro e fuori, tra loro stretti in consorteria fin da principio di quei tumulti,[27] e volendo che nessuna riformagione valesse, se prima non fosse dai sindaci deliberata. Il povero popolo era arrabbiato di fame, perchè le botteghe quasi stavano serrate, e se stavan aperte non lavoravano; onde a chetarlo si prese modo di dare uno staio di grano per bocca a chi ne volesse, e si diedero a far venire biade in città: posero prestanze ai cittadini di quaranta mila fiorini, poi di venticinque mila, com’era voluto nelle petizioni di sopra esposte; levarono l’interesse ai capitali del Monte, e che d’ora in poi nessun Monte si facesse, ma che si facesse un estimo a tutti i cittadini; mandarono uomini pel contado a confortare i contadini, ad essi scemando le stime il terzo, e ne assoldarono dalle tre miglia in qua. Confinarono per le città d’Italia trentuno dei capi del vecchio Stato; ch’era vendetta e sicurezza, ed era anche modo di far danari da compire le prestanze, per le multe che ogni tratto i confinati pagavano, costretti ogni dì presentarsi all’ufficiale della terra dove risiedevano: per il che erano di continuo trovati in fallo e condannati.[28]
Più altre provvisioni si fecero tutto quel mese di agosto: prima ordinarono mille balestrieri per la difesa della città; se nascesse qualche rumore, vietarono mostrarvisi in arme e persino lo sparlare contro allo Stato e contro al popolo minuto: si adoperarono a recuperare ovunque i danari del Comune o le poste debite, rimettendo però le penali, e a tenere la città provvista; concessero agli antichi sbanditi qualche giorno di stare in città e farsi togliere il bando: le signorie private di luoghi forti nel contado sottoposero alla ubbidienza del Comune: cercavano insomma quella violenza di cose comporre a stato fermo e regolare sotto a nuove leggi, per fare andare come la forza anche il diritto in mano al popolo degli artefici.[29]
Quello che impedisce cotesti governi popolari, è il non potergli fare tanto larghi che sempre non sieno monchi e imperfetti: popolo siamo noi tutti, ma pure in ogni popolo vi è una parte il cui diritto consiste nell’essere quanto è possibile governata bene, perchè se vi ponga le mani da sè, costretta accorgersi di non saper fare altro che male, si spinge innanzi in quello che sa, ch’è la sola opera del disfare. Non era in Firenze via da contentare i più feroci e infatuati: radunatisi di loro circa due mila in San Marco nei giorni ultimi d’agosto, vennero alla Piazza de’ Signori, e con essi alcuni d’ogni Arte co’ gonfaloni loro, quali appiccarono alla ringhiera, eccetto quello del minuto popolo che sempre era portato attorno. La turba empieva tutta la Piazza e la ringhiera de’ Signori, sopra la quale si affaccendava a scrivere petizioni, ch’erano leggi da presentare immantinente alla Signoria. L’uno diceva al giovine del notaro: Scrivi, Gasparre, io voglio così; l’altro gli ponea la spada alla gola e stracciava la scritta, e ponevangli un foglio in mano e diceva: Scrivi; e l’altro vi fregava su le dita e diceva: Vuole star così. Chi domandava che i libri del Monte si ardessono; chi gridava «Viva il popolo!» e chi «Siano morti i sindachi!» ed il rumore ed il parlare loro parea un inferno:[30] così ne uscirono certe leggi, le quali furono il giorno dopo vinte ne’ Collegi. Contenevano, che i sindachi delle Arti (autori primi di quel rivolgimento) fossero cassi e tolta loro ogni provvisione; che niun cavaliere (e pure i novellamente fatti) fossero abili agli uffici; che a Salvestro dei Medici fossero tolte le botteghe del Ponte Vecchio, ed a Giovanni di Mone la Piazza di Mercato; che di maleficio fatto insino a quel dì non si conoscesse, nè di potere essere costretti per alcun debito, tanti anni, nè in persona nè in avere.
In tale scompiglio e a questo levarsi dell’ultima plebe avrebbero avuto bel gioco e comoda occasione gli antichi grandi; e convien dire fossero discesi a estrema bassezza, poichè nessun moto si trova facessero a loro pro; dove se ne tragga il fatto oscuro di un solo, che fu Luca de’ Firidolfi da Panzane, del ceppo dal quale si erano divisi quelli da Ricasoli. Costui narra di sè stesso, come egli cercasse pertinacemente la vendetta contro uno de’ Gherardini che gli aveva ucciso un parente, e poi la compiesse per via di un assalto al campanile della chiesa di Santa Margherita a Montici, dove lungamente si era difeso il misero Gherardini. Bene cotesto Luca dovette essere dei più malvagi ed avventati; e come colui che adoperato dalla Repubblica in cose di guerra aveva ottenuto essere fatto di popolo e cavaliere, stava sulla Piazza seguito da quasi tutti gli sbanditi ribanditi; quivi si fece tôrre la cavalleria che aveva dapprima, tagliare li sproni, e rifare cavaliere del minuto popolo che da lui, come anche nelle scritture pubbliche, si trova chiamato Popolo di Dio, ed alle volte Popolo Santo.[31] Poi liberarono due prigioni di recente fatti e gli menarono a baciare sulla piazza l’insegna dell’Agnolo; dicendo all’uno «ringrazia Dio ed il popolo di Dio che t’ha liberato,» e che facesse fare una bottega d’arte di lana di fiorini tremila: disse farla di sei mila, e tutti a grido: «questi è buon uomo, però volevangli fare male.» Condusse a casa tutta la ciurma, ed aprì la cella e gli fece bere, che il caldo era grande; egli entrò in casa e dietro se ne uscì, che a lui parve mill’anni. Poi Luca ne andò con tutta la ciurma al palagio della Parte, e volle tôrre il gonfalone; ma quando al popolo ch’era sulla piazza fu ciò rapportato, nacque rumore che s’egli avesse levato su altro gonfalone, il loro Agnolo non sarebbe nulla, e che à loro non dovea bisognare gonfalone de’ Guelfi, chè ’l popolo era tutto guelfo. Gridarono: s’egli ce lo reca, sia tagliato a pezzi. I suoi, lasciando Luca, ne andarono sulla piazza; ed egli co’ suoi novelli sproni dorati si dileguò; chè se lo trovavano, male sarebbe egli capitato.
La sera andarono a Santa Maria Novella e chiesero quivi luogo dove stare; fu loro assegnata la grande Cappella nel secondo chiostro. Rimasti la notte, dissero al Priore desse loro certi buoni frati che avessero a consolarli per l’anima e per il corpo: rispose il Priore, che non aveva frati da ciò, se eglino dapprima non consolassero sè medesimi; ed altre buone parole. Le quali udite, si strinsero insieme, e chiesero a lui frati onesti e di buona vita, che gli ammaestrassero ed insegnassero fare cose utili e buone. Alcuni n’ebbero, e praticando co’ frati dei modi, l’uno diceva, l’altro si levava, l’altro interrompeva; e, secondo disse chi fu ad intenderli, «peggio era che la zolfa degli Armeni.» In questo cercare pietosi conforti, pochi erano gli ipocriti: i molti credevano col vendicare le ingiustizie usare un diritto; a loro dicevano essere negate le giuste mercedi, e grossi guadagni dati a quei pochi fortunati che pure ambivano di chiamarsi popolo. Nelle arti è viva sempre la guerra pei salari, e quindi viziato in sè medesimo un governo fondato sulle arti. Marchionne Stefani, sebbene tenesse parte popolare, aggrava i Ciompi, mostrando credere a chi disse: volere essi correre la terra, rubarla e uccidere tutti i vecchi e buoni uomini, e tôrsi la roba loro; quindi murate e steccate le bocche delle vie, ridurre la città a piccolo compreso, ed ivi farsi forti, poi vendere la città; chi disse al Marchese di Ferrara, e chi ad un Bartolommeo Smeducci da Sanseverino, il quale trovavasi allora in Firenze per cose di guerra; essi con la roba andarsene a Siena.[32] Nè forse mancarono di tali disegni in taluno dei più tristi. Ma nell’effetto (come apparve anche dal processo che loro poi si fece addosso) era solo questo: aveano creati già prima otto ufficiali loro, due per Quartiere, chiamati gli Otto di Balía di Santa Maria Novella, con mero e misto impero; e sedici altri pure del popolo minuto, ogni Gonfalone uno, i quali fossero il Consiglio loro. Questi ed altri che si eleggessero successivamente di priorato in priorato, volevano stessero in Palagio, e niuna cosa che toccasse alla città, senza di loro potesse farsi; e quando fosse deliberata da essi oltre che dai Priori, potesse andare ai Collegi ed ai Consigli. Pensarono altri provvedimenti di questa sorta, nei quali non era altro vizio se non quello di rendere al tutto impraticabile il governo, e guerra mettere nel Palagio.
Aveano gli Otto mandato ad ogni Arte inviassero loro due consoli o artefici, co’ quali voleano trattare del modo del reggimento della città. Ai quali poi fecero alcune proposte, non in forma di consiglio, ma dicendo: così ci pare e vogliamo; e quelli uditele, si ritrassero. Sentendo poi gli Otto suonare a Consiglio, vennero alla piazza con grande moltitudine di popolo minuto in arme, e con gran rumore dicendo: noi vogliamo sapere chi è tratto de’ Priori. Qualunque era tratto, si mandava a domandare se piaceva loro o no; e quelli gridare: straccia, straccia; ovvero: buono, buono. Feciono stracciare cui loro parve, e però la tratta si penò a fare sino a sera. Volle anche il popolo ammonire, serbando pur sempre le antiche forme della Repubblica; ma questo modo così tirannico del fare la tratta dispiacque eziandio a qualunque del popolo minuto che avesse sentimento. Dipoi mandarono gli Otto in Palagio certe petizioni, con ordine ai Priori di tosto riceverle, e sonare a Parlamento perchè venissero confermate: risposero questi, che il mercoledì, primo settembre, dovendosi fare Parlamento per l’entrata de’ nuovi Priori confermerebbero ogni loro ordine compiutamente; e fatto venire il frate col messale, giurarono. Tra gli altri ordini era questo: che potessero i consoli delle Arti co’ loro consigli privare degli uffici del Comune chiunque volessero; ed è da notare che nei consolati e nei consigli delle Arti quasi non erano che discepoli, essendo i maestri tolti via quando furono arse e rinnovate le borse. Vi era di mezzo altra circostanza che più toccava nel vivo; questa cioè, che gli uomini della Balía passata si avevano fatto assegnare doni e onorificenze, chi l’una cosa chi l’altra: Michele di Lando, la potesteria di Barberino e cento fiorini per un cavallo e pennone e targa. Si trova[33] che avesse Michele mandato a praticare con loro perchè gli lasciassero o i doni o l’ufficio, e che infine si arrecasse al solo pennone, così promettendo fare ogni cosa a modo loro. Mi duole ciò fosse di lui creduto; ma non poteva egli oramai più stare a bottega di scardassiere, ed era la chiesta di una tra le potesterie minori, piccola cosa; ed il porre innanzi gli onori al guadagno è prova d’animo dignitoso. Egli con l’avere fermato l’impeto popolare e ricondotta la quiete in città, ardito nei fatti, grazioso ne’ modi, avea gran seguito e favore presso ad ogni maniera di gente. La mattina dell’ultimo dì d’agosto gli Otto di Santa Maria Novella mandarono in Palagio due di loro, e tosto fecero rassegnare innanzi a sè i Priori nuovi e vecchi, perchè giurassero; e se al primo cenno non rispondevano, subito «ove sei?» con tanta arroganza che parevano Signori. Allora Michele, ricordandosi ch’egli era Gonfaloniere da usare le mani, andò a pigliare una spada, e con quella gridando raggiunse uno degli Otto e gli diede in sulla testa, poi lo inseguì giù per la scala dandogli sempre; e questi nel cadere trovò un frate di quei del Palagio, che saliva recando del vino, cosicchè all’urto il povero frate andò col capo all’indietro e morì. Michele percosse l’altro degli Otto con lo stocco, i due rincorrendo fino ad una sala, che si chiamava dei Grandi; appena lo poterono raffrenare che non gli uccidesse; i due furono presi e custoditi in Palagio sotto alla scala.
Intanto la piazza s’empiva di gente. Aveva dapprima invaso il terrore gli animi de’ mercatanti; chi si fuggiva in contado, chi nelle castella o città vicine, sgombrando le robe: se non che i Signori la notte aveano dato ordine che la mattina seguente le Arti traessero in arme alla piazza co’ gonfaloni loro, e fatto venire fanti dal contado e richiamato i fuggenti. Benedetto Alberti stava co’ Signori, e Giorgio Scali aveva la guardia della torre del Palagio; Salvestro dei Medici non trovo allora che si mostrasse. Ma già suonavano le campane di quelle parrocchie dove abitavano i Ciompi che ultimamente si raccolsero a San Frediano. E la campana dei Signori suonava a martello, chiamando le Arti che già traevano alla piazza. Michele di Lando uscito in questo dal Palagio montò a cavallo, avendo seco Benedetto da Carlona pianellaio; e dalla Piazza con molto seguito, e facendosi portare innanzi il Gonfalone della giustizia, andò a Santa Maria Novella, dov’egli credeva trovare i Ciompi: questi con la loro insegna dell’Agnolo erano intanto venuti in Piazza ed assediavano il Palagio, mentre da più lati giugnevano le Arti, e già tenevano le bocche di tutte le vie. Allora soppraggiunse Michele di Lando, che aveva percorsa gran parte della città gridando: «Vivano le Arti e il Popolo, e muoiano i traditori che volevano recare a Signore il reggimento della città.» Tornava alla Piazza con molta più gente che non si partì. Allora i Signori mandarono a dire a tutte le Arti dessero le insegne, chè le voleano in sul Palagio: le Arti, come fu ordinato, subito le mandarono; ed i Priori le misero onoratamente alle finestre della Sala del Consiglio: negarono i Ciompi dare quella dell’Agnolo; e mentre i Signori con la loro gente cercavano torla, s’appiccò zuffa; dalle finestre gettavano pietre addosso ai Ciompi ch’erano sulla ringhiera, l’urto del popolo gli premeva; questi allora cominciarono ad arretrarsi per la via de’ Magalotti, dove sopraggiunti da un’altra compagnia che gli feriva di costa, andarono in rotta: pochi ne morirono, a chi non si difese non fu detto nulla. La sera e la notte le Arti vittoriose andavano per Camaldoli e per i borghi della città; ma i Ciompi s’erano dileguati chi per le case, chi nel contado, e chi per Arno usciti fuori nei campi. I pochi e deboli alle volte fanno breve sorpresa ad una città, perchè la stessa miseria loro incute negli altri qualche rispetto; guardagli in faccia e’ si dispergono, frustrati ancora delle giustizie per cui levaronsi da principio.
La mattina del primo settembre i nuovi Signori presero l’ufficio senza le solennità usate, ma con la guardia delle sedici Compagnie, ch’erano in Piazza grande brigata, e di cento lance di gente d’arme che allora erano in Firenze. Michele di Lando non volle uscire alla ringhiera nel consueto luogo, ma nella Sala d’udienza diede il Gonfalone in mano al nuovo eletto ch’era dei Ciompi; ed egli co’ suoi compagni andarono a casa privatamente: ebbe Michele l’onorificenza del pennone e della targa ed a lui fu confermata la potesteria che gli era assegnata, e i doni e gli uffici a qualcun altro de’ suoi[34] che avesse dato mano alla vittoria contro alla setta di quei di Santa Maria Novella. Ma i nuovi Signori la stessa mattina assieme ai Collegi ed alle Capitudini delle Arti, e al grido di quelli ch’erano in piazza, deliberarono: che l’Arte dei Ciompi, ultima aggiunta, fosse abolita; che il Gonfaloniere e un altro Priore i quali erano del minuto popolo, chiamati uno il Tira l’altro il Baroccio, fossero cassi; che rimanessero le due altre Arti di nuovo create, sicchè le minori fossero sedici, rimanendo le maggiori sette; che dei Priori fossero quattro delle maggiori Arti e cinque delle minori, le quali avessero nella stessa proporzione la maggioranza nei Collegi, e che dei due ordini ciascuno avesse alternamente il Gonfaloniere. Poi consigliatisi con alcuni savi e discreti cittadini a questo effetto richiesti in Palagio, annullarono le esenzioni del portare armi ed il respiro di due anni dato ai debiti sotto una certa data somma; renderono a favore dei creditori del Monte il pagamento dell’interesse, dal che i danari del Monte i quali valevano tredici per centinaio, salirono in pochi giorni a ventiquattro. Fecero eletta di sessantaquattro ufficiali a fare l’estimo degli averi di ciascun cittadino; rinnovarono la taglia di mille fiorini posta a Lapo da Castiglionchio, chi lo desse morto o vivo; conservarono a Salvestro de’ Medici l’entrata sulle botteghe del Ponte Vecchio, ed a Giovanni di Mone quella del Mercato. Crearono Otto per la guardia della città, ma senza balía, e che esercitassero la vigilanza su’ forestieri. Riformarono il Consiglio del popolo in quaranta cittadini per quartiere, e in simile numero il Consiglio del Comune, con più dieci grandi per ogni Quartiere; con che in ciascuno dei Consigli le Arti maggiori e le minori avessero parte eguale. Ordinarono che in avvenire i Capitani di parte guelfa fossero undici, due magnati, quattro delle Arti maggiori, e cinque delle minori, dividendosi con la stessa proporzione gli uffici e collegi e consigli della Parte.[35] Annullarono le cavallerie date in mezzo al tumulto; ma resero il grado nell’usato modo a trentun cittadini per lo più delle maggiori case, i quali prestarono il solito giuramento,[36] e cavalcarono per la terra con popolare solennità. Sostituirono al Gonfaloniere levato d’ufficio un rigattiere, e Giorgio Scali entrò nel numero dei Priori. Resero alle Arti i gonfaloni che per sospetto si tenevano appiccati alle finestre del Palagio, e le Arti vennero e se li portarono con grande festa ed allegrezza. Gli Otto che avevano governata la guerra col Papa lasciarono alla fine, dopo tre anni, l’ufficio. I due di quelli altri Otto di Santa Maria Novella, che furono presi poichè Michele di Lando gli ebbe feriti, andarono a morte per sentenza pronunciata contro gli autori dell’ultima sedizione; dei quali furono condannati nella persona e negli averi una trentina ch’erano contumaci. Coteste giustizie facevansi in nome d’un governo d’artigiani: il popolo, come in Firenze natural signore, non volle sapere di feccia plebea; ed io non so quale altro popolo al pari di questo valesse a reggere sè medesimo, qualora avesse trovato forme a ciò adatte, e fosse stata vera e sincera l’egualità su cui fondavasi la Repubblica.[37]
Capitolo II. GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.]
Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale, strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque, veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti; nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi, imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica, Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.
Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica, ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario, e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.
Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto. Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]
Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini, se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa, usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra. E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato, ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano, e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero, con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano) il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi. Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito, gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne seguirono altre morti.[39]
A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso, ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo. Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare. Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare, a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie; dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori; uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il tedesco marito suo.
Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro, si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato, quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente. Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse, intantochè erano posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e, come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano. Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo, si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e impotenti.
Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi, sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa. Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti, cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero, il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo. Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi, scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono morti e strascinati crudelmente per le vie.
Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato. La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.» L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti, e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il 78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.
Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni, per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini; e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella, che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto e inseguita dall’Aguto.
Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate, e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità, negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi, senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti, le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero, stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte erano prepotenti e che appellavano le famiglie; i Ciompi si erano accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi, o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal reggimento. Quindi nei fatti la confusione.
Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’ seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai; o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia: abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette; costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio, avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio, recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero, imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento, sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano, come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il 1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose parvero acquietarsi.[48]
Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie, un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’ 10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro; fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro: e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero. Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento, per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando: gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine. In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’ quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51]