LIBRO QUINTO. (continued 2)
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Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti: Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse, Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia; ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio ciaschedun anno una coppa d’oro.[383]
Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro, s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia. Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna. Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini, questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze, quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini; ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un popolo di Cristiani.[384]
Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna, dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse, non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero.
Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza; ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana: dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato, s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi, bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano, mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo) al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui; ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti.
E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia; concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia; laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia, e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni, che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga dimora in Firenze.
Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa: chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra: molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici, i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo, che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza, serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391]
Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo, essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti. Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo, com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare, del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima, e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi, e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392] A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era, esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto, e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393]
Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta; cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero anch’essa delle Case favorite.[396]
Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii, imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi, Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma, dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori; onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi, a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne. Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato, senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male, tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi dimorando infino al termine della vita.[399]
Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano; ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente, ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura, create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari, i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito, e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della padronanza e in molte cose gli soverchiavano.
Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo. Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè, godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi, frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica.
Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre.
Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono, andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra; s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo era ingombro di sparse ruine.[405]
Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici, sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità, dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici dipartirsi.[407]
Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre condanne, moriva nel carcere.
Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento, e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto, o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi per sentenza del Capitano decapitati.[410]
Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto, quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento; rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi, vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente, vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia della città.
L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati. Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato, cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta.
Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero dopo.
Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi. Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a foggia di non so quale divinità.[416]
Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417] largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino; dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni carico d’amministrazione.
Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo, vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa. Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421]
Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza; e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero, impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento anni i suoi Granduchi.
Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti, e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura, magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità. Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori; ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto. Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424] Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati. Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante; rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco; sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo; nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico) perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città, non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon fondamento alla grandezza di Casa sua.[425]
S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto. Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce, volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro. Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina, benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca, la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri, sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano, e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso.
Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie; la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta, dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato. Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace, nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte, nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più onorata quanto era più cittadina.
Capitolo IV. PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.]
Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori, pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni, Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini; Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo, questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato. Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’ traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore, che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la ruina di quella Casa.
Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio; e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano: non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano, che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465 le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428]
Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli, avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere, senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]
Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466, parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte, ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.
La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’ Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città. Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo, il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene promesso, mai pei Consigli deliberato.
Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti, come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio: Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi. Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria; ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi, ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto, sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini: tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace d’Italia.
A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi: fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna, ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse, comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava, secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di fanterie, ed in gran pericolo.
Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio, che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este. Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse, ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero, siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado, e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria, che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta, non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo; e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua, ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero a cadere.
Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte; la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo, uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario. Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]
I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia; ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’ condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo, standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al Piccinino, alcun altro condottiero.
A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti, fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella. Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso, nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero, con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria, ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti, avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.
Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo (gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste. E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia, e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa, che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno: e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti. Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico. Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la sbaragliate; dubius est eventus belli. Non vi potete scusare che non siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto più mi dite, tanto men vi credo.[445]»
La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro, prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini; i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano, pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con molto onore del nome suo.[448]
In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze; che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano, o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi, perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti, uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono decapitati.[449]
Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo, il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli: «ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone, e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose; lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66, e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia del signor Iacopo Orsino, ovvero (scrive egli in certi Ricordi) mi fu data. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.
Capitolo V. GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.]
Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la Repubblica. Scrive Lorenzo nei Ricordi, come a lui andassero, «il secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito, notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura più quieta e animo dedito ai piaceri.
Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità: di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca; il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze. Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune. Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia, si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto; del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta, che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui parole del Machiavelli.
In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal 34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte, formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori; al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;» perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali, e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia, ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati; dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per tali industrie l’assuefazione.[457]
Forza dello Stato dei Medici era, come già notammo, la ricchezza; la quale Lorenzo anch’egli cercava d’ampliare in più modi, nè gli mancavano le occasioni. Aveano dal Papa infino dal 1466 avuto la depositeria dell’allume negli Stati della Chiesa:[458] avvenne poi che due Volterrani, un Riccobaldi del Bava ed un Inghirami, trovassero in Maremma una cava d’allume di rôcca, sulla quale pretendendo ragioni il Comune di Volterra come signore del luogo, e i due non potendosi bene accordare, Lorenzo de’ Medici entrato a parte di quella impresa per farsi egli solo padrone dei prezzi di tutto l’allume, troncò la questione. Del che i Volterrani tenendosi forte gravati, uccisero l’Inghirami; e tolta l’ubbidienza al Commissario che vi era per la Repubblica e al tutto ribellatisi, era sentenza di molti in Firenze che si procedesse per le buone, usando il perdono: se non che Lorenzo, offeso nel proprio, volle il contrario, e che si riavesse con le armi Volterra, e con le armi si tenesse; troppo era costata al Comune di Firenze, ed il giovane Lorenzo andava spedito in ogni sua risoluzione. Forse i Volterrani poneano speranza nel Signore di Piombino e per suo mezzo nel re Ferrando, sapendosi avere le armi Fiorentine fatta una mossa l’anno innanzi per accordi passati in segreto tra Lorenzo e il Duca di Milano, a fine di togliere Piombino agli Appiani e darlo in possesso al Comune di Firenze; del che Ferrando per gli Oratori suoi aveva fatto querela grandissima.[459] Inoltre è certo che i Veneziani favorivano segretamente la ribellione di Volterra.[460] Per le quali cose non parendo senza pericoli quella guerra, fecero provvisione di trarre dal Monte delle Doti centomila fiorini,[461] e invece dei soliti Dieci, crearono Venti tra i quali era Lorenzo e con esso i primi della città. Diedero il bastone del comando a Federigo conte di Urbino; il ch’era togliere ai Volterrani ogni speranza del re Ferrando, del quale il Conte era soldato; e questi in pochi giorni raccogliendo nel Pisano cinquemila fanti con qualche numero di cavalli, tra’ quali ve n’era mandati dal Papa e dal Duca di Milano, entrato in campagna, occupò il contado prestamente; poi fattosi sotto alle mura di Volterra, poteva la guerra per la fortezza del sito andare in lungo; se non che nella città i molti increduli alla riuscita, ed i mali trattamenti dei soldati dentro, persuasero in pochi giorni la resa, che fu accordata, salvo gli averi e le persone. Entrò in Volterra l’esercito Fiorentino; ma, come se i patti nulla tenessero, la città infelice fu posta a sacco, i cittadini presi, le chiese rubate e le donne svergognate. Lorenzo ebbe carico di quell’orribile tradimento, altri affermando che avvenisse contro suo volere, e lui encomiano di clemenza. Spianato il palazzo dei Vescovi, antichi signori in Volterra, fu sopra quel luogo piantata la Rôcca che ivi rimane; la città ridotta a condizione di terra suddita, perdeva il contado suo proprio ed ogni ultimo resto d’indipendenza: il Conte d’Urbino dalla Repubblica ebbe onori e doni larghissimi. Dipoi Lorenzo visitava l’afflitta città.[462]
Essendo morto Paolo II l’anno 1471, a lui succedeva col nome di Sisto IV frate Francesco della Rovere da Savona dei Minori Osservanti; era egli in Santa Croce di Firenze stato eletto Generale di tutto l’ordine Francescano nel grande Capitolo che ivi si tenne l’anno 1467.[463] Lorenzo de’ Medici, che fu de’ sei ambasciatori mandati in Roma, com’era usanza, al nuovo Pontefice, ebbe da lui su quelle prime grande accoglienza ed insigni doni d’antiche sculture, e l’ufficio di depositario della Camera Apostolica; egli e Giovanni Tornabuoni suo zio ed altri, che stavano in Roma a curare le ragioni della Casa Medici, vi guadagnarono somme grandissime, comprato avendo dal Papa a vil prezzo le gioie che Paolo fastosamente in grande copia aveva raccolte.[464] Intanto Lorenzo faceva sul Papa altro disegno: bramava assai che Giuliano fosse cardinale, perch’era ampliare e fortificare molto i fondamenti alla grandezza della famiglia, e perchè avrebbe lasciato le mani a lui più libere nel governo dello Stato di Firenze. A questo effetto erano le pratiche già molto avviate,[465] quando nascevano tra ’l Papa e Lorenzo i primi semi di quel mortale odio che tanto afflisse la vita d’entrambi.