LIBRO QUINTO. (continued 3)
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Il nuovo Papa, dalle strettezze d’una cella balzato alla cima di tanta grandezza, si trovò attorno per sua sventura due famiglie di nipoti, capaci taluni e tutti ambiziosi della condizione principesca a cui gl’inalzava con malo esempio Sisto IV. Da lui cominciava quella serie di Pontefici mondani i quali vedremo, quasi che ad altro non fossero eletti, turbare l’Italia per farvi uno stato ai loro congiunti; e quel che la Chiesa ne patisse, dovremo narrare prima che abbia termine questa oramai fatta peggiore e a noi più ingrata Istoria nostra. Leonardo della Rovere, nipote del Papa, ebbe a gran prezzo di concessioni al re Ferrando, una sua figlia bastarda in isposa; e tosto dipoi Giovanni della Rovere, altro nipote, pigliava in moglie la figlia di Federigo conte d’Urbino, da cui passava in quella Casa un principato fiorente ed illustre più che non portassero i suoi piccoli confini: Giovanni dal Papa ebbe in vicariato Sinigaglia, e il Conte d’Urbino titolo di Duca. Fratello a quei due Giuliano divenne fiero Cardinale, e poi fu papa Giulio II: un altro nipote ma di sorella, Pietro Riario, fatto anch’egli Cardinale, finiva in due anni una vita scandalosa per fasto incredibile: fece un banchetto in Campidoglio ai cittadini di Roma.[466] Un altro poi v’era di quei Riarii, Girolamo, al quale in dote recava titolo di Conte la bellissima Caterina figlia bastarda di Galeazzo duca di Milano: a questo Girolamo il Papa comprava da Taddeo Manfredi di Faenza la signoria d’Imola per il prezzo di quarantamila ducati. Avea Lorenzo dei Medici avuto grande intenzione di acquistare per la Repubblica di Firenze quella città; e poichè gli fu dal Papa tolta la mano, forte adontato, se ne volle proibire a Francesco Pazzi, che stava in Roma gran mercatante, farsi del prezzo mallevadore:[467] si ebbe Lorenzo tirato addosso così ad un tratto due fieri nemici. Nel tempo stesso ambiva Sisto di ricondurre all’ubbidienza le terre più o meno ribellanti della Chiesa; e il cardinale Giuliano avendo con le armi sottomessa Todi e indi Spoleto, metteva il campo sotto alle mura della città di Castello. Di questa i Vitelli erano signori con titolo di vicari; antico il possesso, e il Papa si avrebbe accontentato che Niccolò Vitelli prestasse alla Chiesa omaggio, recandosi in Roma egli della persona sua:[468] ma dispiacevano a Lorenzo quelle armi vicine allo Stato dei Fiorentini, e mandò soldati alla difesa di Niccolò, col quale dovette il Papa discendere a una sorta di composizione. Di qui nuove ire; chè tra due quali erano Lorenzo e Sisto, la vicinanza dava occasioni vive e continue di nimistà.
Durava la lega tra il Re, il Duca ed i Fiorentini, la quale era stata in quegli anni rinnovata; poi l’avere i Turchi espugnata Negroponte e spinto le armi sulle coste d’Albanìa facendo temere per quelle d’Italia, si collegarono insieme tutti gli Stati della Penisola; ma senza effetto, gli altri confidandosi nella virtù dei Veneziani, ai quali riusciva fare meglio soli: intanto che Genova, spogliata di Caffa e dell’imperio del Mar Nero, perdeva in Levante gli antichi possessi. Il re Ferrando più degli altri minacciato dalle armi dei Turchi, ma forte in casa e governandosi con molto fino accorgimento, si acquistava grande fra tutti riputazione. Avevano i Medici sino dai tempi di Cosimo grande entratura co’ Re di Francia; e Luigi XI concedeva a Piero dei Medici fregiare dei Gigli l’arme della casa. Ora quel Re che cercava d’annullare i duchi d’Angiò siccome gli altri grandi vassalli che mantenevano divisa la Francia, avendo disegno di maritare al Delfino, che fu Carlo VIII, la figlia primogenita di Ferrando, ne scrisse a Lorenzo perchè egli facesse in suo nome la proposta. Certo è che poteva al re Aragonese di Napoli molto piacere, levarsi a un tratto d’addosso le antiche pretensioni di Casa d’Angiò, e conciliarsi i Re francesi che le sostenevano; forse che avrebbe quel maritaggio tolto via la prima occasione per la quale scesero in Italia le armi straniere. Ma Ferrando non volle tradire gl’impegni che aveva con lo zio d’Aragona e col duca Carlo di Borgogna, nè dare mano all’ingrandimento della Francia, dal quale temeva maggiore pericolo; riscrisse pertanto a Lorenzo rifiutando quel partito:[469] ma quindi essendosi il Re molto stretto col Papa, si venne bentosto l’Italia a dividere diversamente; ed una lega fu stipulata dai Fiorentini e dal Duca di Milano con la Repubblica di Venezia, alla quale andava ambasciatore Tommaso Soderini.[470] Queste cose non erano a grado di tutti in Firenze, dove i Duchi di Milano pareva che stessero co’ Medici come sempre erano stati contro alla Repubblica. Donato Acciaioli, dignitoso uomo quanto era insigne per dottrina, contrariava, essendo a Milano ambasciatore, le improvvise e molto smaccate parzialità di quel Duca verso gli Oratori della Repubblica di Venezia:[471] e poco prima un Gonfaloniere, Bardo Corsi, che avea voluto per via d’un imprestito legarsi Ferrando più che a Lorenzo non piacesse, e fare altre cose tendenti a libero reggimento, non solamente ne fu impedito, ma d’allora in poi tenuto fuori come sospetto da ogni grado nella Repubblica.[472]
In questo tempo Giuliano dei Medici, che poco aveva parte nelle cose dello Stato e poichè gli era la via chiusa alle ecclesiastiche dignità, seguendo usanze a lui più geniali, combatteva sulla piazza di Santa Croce quella Giostra che fu cantata dal Poliziano.[473] Ma intanto Lorenzo, traendosi fuori dalle circospette cautele di Cosimo e fatto più ardito col procedere dei tempi, volgeva lo Stato a questo effetto, che i Magistrati eletti a sua posta divenissero Consulte; le quali, com’erano mutabili spesso, così a lui fossero ubbidienti sempre, disciolti già i nervi degli ordini antichi, ed egli abile a disfarli. La Signoria ed i Collegi, secondo un disegno già prima formato, s’empìano di nomi a ogni bimestre tirati su dagli Accoppiatori, e questi allora noi troviamo che anno per anno si rinnovassero. Forti le gravezze, ma spesso alternate di grazie fatte alle persone, e sgravi e rilasci di debiti vecchi; abbassato il frutto de’ crediti scritti su’ libri del Monte, e accresciute le gabelle del vino, e messe altre nuove, a fine di sopperire al pagamento di quelli interessi. Tolto via l’ufficio del Capitano del Popolo, istituzione antica e solenne che avea principiato le libertà cittadine quando i Comuni s’emanciparono; ma ora il popolo spossessato, e senza più voce nè rappresentanza d’un Consiglio che derivasse da lui, non era mestieri che avesse neppur di nome un Capitano. Invece di questo posero un Giudice ordinario; e levarono anche gran parte di quella giurisdizione che si apparteneva al magistrato della Mercanzia, volgendo quanto più potevano la cognizione delle faccende private (come dicevano) al Palagio.[474] Quivi gli Otto, ai quali nel 1434 aveano data balía di sangue, processavano e a loro arbitrio condannavano per cose di Stato coloro che aveano essi stessi prima tradotti in giudizio, commettendo con assoluto mandato al Potestà solamente di ratificare e di promulgare le sentenze così come gli Otto le aveano dettate.[475] Il Potestà, che era prima ogni cosa nelle città Italiche, si trovava in oggi ridotto a un mero giudice forestiero, chiamato a sancire le sentenze date non da giudici o dottori, ma da un magistrato di cittadini ai quali prima null’altro spettava che la inquisizione: tuttora vigeva nella forma dei giudizi quella finzione legale per cui si credevano, a render valide le sentenze, abbisognare d’un Potestà; ma i nomi di quelli che ogni sei mesi e ora ultimamente ogni anno venivano, nemmeno si trovano in oggi ricordati nelle istorie, che prima soleano scrupolosamente registrarli. Svanivano tutte le forme antiche della Repubblica: l’Esecutore degli Ordini di giustizia era mutato in un Bargello. Soffriva il popolo queste cose perchè gli animi affraliti non più chiedevano l’esercizio di viva e torbida libertà, ma invece di questa gli ornamenti dell’ingegno e lo splendore delle Arti gentili che si alimentano della pace. La quale in Toscana era dieci anni continuata: solo Carlo da Montone, figlio di Braccio che lo aveva lasciato bambino, stando al servigio dei Veneziani, un giorno ebbe voglia di racquistare Perugia, e visto non essere cosa da fare, si voltò contro alla Repubblica dei Senesi. Credettero questi fosse con saputa de’ Fiorentini; ma essi alle prime lagnanze ordinarono a Carlo ritrarsi: quel fatto però lasciava ruggine tra le due Repubbliche.[476]
Negli ultimi giorni del 1476 moriva Galeazzo duca di Milano, ucciso nella chiesa di Sant’Ambrogio a Messa solenne da tre gentiluomini di quella città. Muovevangli più che odii privati, una immagine di gloria e un desiderio di libertà; ma non appena venuti a termine del disegno loro, anch’essi perivano, e la Casa degli Sforza mantenne lo Stato: a questo fine avea condotto quei miseri giovani un Cola Montano maestro di lettere, tutto invasato la mente ed il cuore di greci esempi e di romani. Qualche anno prima un altro erudito, Stefano Porcari, voleva ricondurre la libertà in Roma per via d’un classico assassinio. Si ripeterono questi fatti più volte in Italia per un centinaio d’anni: nessuno ottenne il fine bramato, ma tutti servirono viepiù ad aggravare ed a ribadire le catene.[477] Vedemmo in addietro passioni feroci ma vere almanco, sapeva ciascuno quel che si volesse; nei tempi a cui siamo, il sempre avere dinanzi agli occhi gli antichi uomini e le antiche cose pervertiva gli intelletti, la virtù pigliava le forme pagane, e il secolo artista e letterato andava in traccia d’effetti drammatici, l’Italia cercando fuori di sè stessa. Le altre nazioni più incolte seguivano più direttamente la via loro; qui le anime vive e i forti pensieri più spesso andavano fuor del segno. Troviamo in Firenze da uomini gravi encomiata l’uccisione dello Sforza;[478] la quale io credo aggiugnesse stimoli a quella congiura che ora c’incombe il tristo ufficio di narrare.
Vedemmo già gli odii accesi nel Papa contro a Lorenzo de’ Medici: era Sisto IV capace d’ingegno, forte di passioni, ma debole d’animo, inquieto e agitato dentro sè medesimo; col mutar vita quando egli era già vecchio ed infermo, aveva sentito espandersi nella tenerezza pe’ nipoti l’affetto indurito; e mentre la stessa riverenza per il sommo grado che ora teneva lo avea formato al sentimento di tutto potere, gli stimoli ardenti d’una giovane famiglia tiravano alle ambizioni principesche quasi la stessa coscienza di lui confusa e vacillante. Girolamo Riario, ch’era l’anima del Papa, vedeva in Lorenzo fatto amico ai Veneziani avere ostacolo la potenza ch’egli tanto ambiva formarsi in Romagna; se il Papa morisse, credeva impossibile tenere lo Stato in mezzo a quei due possenti vicini. Quindi anelava con tutto l’animo alla mutazione di quel di Firenze; al che gli era ai fianchi dentro Roma stessa Francesco de’ Pazzi, natura se mai ve n’ebbe capace d’un solo pensiero, d’un solo volere; a quello tirato dalla prepotenza di passioni intorno a sè cieche, in sè indomabili e incessanti: egli di faccia sparuta e di corpo macilente, come sono spesso quegli uomini cui riesce commettere i fatti più insoliti e quindi ammirati, quand’anche non sieno altro che matte scelleratezze. Inoltre Francesco e tutti quelli della sua Casa odiavano molto quei governi popolari, dei quali vedevano ora i Medici essersi fatti Principi.
La Famiglia dei Pazzi antichissima in Firenze, era tra le più grandi; messa in disparte dal popolo vittorioso, fioriva però di aderenze e di ricchezze, datasi ai traffici che ultimamente faceva in molte città d’Europa. Andrea dei Pazzi aveva alloggiato nelle sue case Renato d’Angiò re di Napoli, e gli era stato grande amico. Dei tre suoi figli, Piero non ignobile d’ingegno s’era tutto dato al vivere lauto ed alle magnificenze per le quali aveva destato in mezzo a tanti ammirazione.[479] Di questo nacquero oltre a Francesco più figli, che tutti vivevano, come altri d’Antonio fratello a Piero. D’Andrea restava un terzo figlio Iacopo, tenuto ora come capo della famiglia dei Pazzi, già vecchio e ricchissimo anch’egli; e per essere asceso infino ai sommi gradi, fatto dal popolo cavaliere; ma diffamato come furiosamente dedito al giuoco ed alla bestemmia. Cosimo de’ Medici, per amicarsi quella possente famiglia, avea maritato Bianca sorella di Lorenzo a Guglielmo dei Pazzi fratello minore di Francesco: da quelle nozze, come vedemmo, ebbe la Casa dei Pazzi sollievo dai carichi delle gravezze. Ma quanto al dare gli uffici, andavano a rilente i Medici dove fossero congiunte nobiltà e ricchezze; e il popolo istesso per antica usanza vedea sempre di mal occhio nei Magistrati le famiglie grandi, tra le quali erano i Pazzi tenuti, sebbene profusi allo spendere, altieri e lontani dall’uguaglianza popolare. «Questo fece che a messer Iacopo e ai nipoti non erano conceduti quei gradi d’onore che a loro, secondo gli altri cittadini, pareva meritare. E il magistrato degli Otto, sendo Francesco de’ Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che ai grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo costrinse.» Imperocchè in Roma aveva Francesco guadagni e favori e l’ufficio del Tesorierato, ai Medici essendo tolto quello della Depositeria nei primi sdegni del Papa contr’essi. Per ultimo avvenne che Giovanni de’ Pazzi avendo in moglie la figliuola unica di Giovanni Borromei, uomo ricchissimo, le sostanze di lui dovevano andare alla figlia: ma fatta una legge che i cugini maschi privassero della successione le sorelle, il pingue retaggio andò invece a Carlo Borromei molto aderente a casa Medici.[480] «La quale ingiuria i Pazzi al tutto dai Medici riconobbero: della qual cosa Giuliano de’ Medici molte volte con Lorenzo suo fratello si dolse, dicendo com’ei dubitava che per voler delle cose troppo, ch’elle non si perdessero tutte. Nondimeno Lorenzo, caldo di gioventù e di potenza, voleva a ogni cosa pensare, e che ciascuno da lui ogni cosa riconoscesse. Non potendo adunque i Pazzi con tanta nobiltà e tante ricchezze sopportare tante ingiurie, cominciarono a pensare come se n’avessero a vendicare.» Saranno qui facili a riconoscere le parole del grande scrittore.[481]
Aveva trovato Francesco dei Pazzi in Roma un altr’uomo tale da farsi al suo disegno strumento e complice opportuno. Essendo morto Filippo de’ Medici arcivescovo di Pisa, avea Sisto IV, contro la volontà di Lorenzo, data a Francesco Salviati quella ricca mensa: prima voleagli conferire l’arcivescovado di Firenze, ma invece Lorenzo ottenne questo per il cognato suo Rinaldo Orsini, ed ora indugiava tre anni l’investitura di quello di Pisa. Ebbela infine Francesco Salviati, ma dimorava in Roma, essendo tra quei Prelati ai quali piaceva più stare in corte che alla diocesi, e che non voleano del vescovado che il benefizio; ambiziosissimo com’egli era, il grado ecclesiastico pareagli essere mantello e usbergo a più arrischiare. Ebbe egli pertanto col conte Girolamo e con Francesco de’ Pazzi frequenti discorsi tutto l’anno 1477, cercando insieme di mutare lo Stato in Firenze. Al che gli pareva necessario innanzi tutto di tirare Iacopo de’ Pazzi, siccome capo della famiglia e senza cui nulla si farebbe. Al qual fine essendo Francesco de’ Pazzi venuto in Firenze, trovò il vecchio messer Iacopo freddo e renitente più che non avrebbe egli voluto: pareagli mattìa volersi fare i suoi nipoti signori in Firenze, e considerava quanto bello stato e quanta ricchezza egli ora mettesse in sul tavoliere.
Laonde credendo essere a smuoverlo necessario mostrargli presente e certo l’aiuto del Papa e del Re, Francesco, tornato in Roma, faceva con gli altri deliberazione di comunicare il tutto con Giovan Battista da Montesecco, soldato bene affetto al conte Girolamo, facendo che andasse poi quegli in Firenze a vincere l’animo di Iacopo con la presenza sua e con le promesse recate da Roma. Aveano al Papa tenuto discorso di questi fatti; ascoltava Sisto e dichiarava tutto essere bene, solo che sangue non si spargesse: allora il nipote avea cura di acchetarlo su questo punto, ed affermava al Montesecco che il Papa bramava sopra ogni cosa la mutazione dello Stato di Firenze, e che a Lorenzo voleva male, e ch’erano certi di fargli poi fare quel che volessero. Rimane di tutto ciò la narrazione di mano stessa del Montesecco, la quale non abbiamo noi temuto seguire nei punti almeno più sostanziali, secondo hanno fatto altri scrittori; a noi parendo essere in quella molti caratteri d’ingenuità e molti assai di verosimiglianza.[482] Venuto pertanto il Montesecco a Firenze e conferito con messer Iacopo, lo riscaldò tanto, che il vecchio divenne a quella opera molto acceso; e così tutta la Casa de’ Pazzi fu nella congiura. Se non che Renato, ch’era tenuto il più savio uomo della famiglia, biasimò sempre quell’impresa della quale non antivedeva altro che male; e il misero si credette bastasse tenersi, quando il fatto avvenne, in villa rinchiuso. Nulla sappiamo di Guglielmo,[483] nè della Bianca in mezzo a quelle scene di sangue; e quale fosse il cuore loro, quale il diportarsi, l’istoria lascia tremendo argomento alle invenzioni del Poeta.
Così apprestata la materia dentro, e parendo essere giunto il tempo da porvi la mano, Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo Salviati da Roma vennero a Firenze. Aveano ordinato col conte Girolamo che Lorenzo da Città di Castello, uomo del Papa, ne andasse al paese suo, e Gian Francesco da Tolentino in Romagna, i quali tenendo le loro compagnie in ordine, ubbidissero al primo cenno che da Firenze ricevessero di assaltare da due lati oppostamente la Toscana. E al tempo stesso, sotto colore di vendicare un insulto fatto da Carlo da Montone ai Perugini ed ai Senesi, Giambatista da Montesecco venne a Firenze con alcune diecine di uomini d’arme, dicendo essergli comandato di fare l’impresa del Castello di Montone. Visitò Lorenzo de’ Medici, e accolto umanamente da lui, n’ebbe consigli intorno a quel fatto savi e amorevoli; tanto che al duro animo del soldato cominciò a parere strana cosa quello essere l’uomo ch’egli era venuto per ammazzare. Ma Francesco dei Pazzi e l’Arcivescovo lo stringevano all’opera, alla quale il re Ferrando mediante il suo Oratore prometteva aiuto valido; ed avevano ad essa tirato Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, giovani arditi e alla famiglia dei Pazzi obbligatissimi: tiraronvi Iacopo di Poggio Bracciolini, temerario, bisognoso, pronto ad afferrare ogni cosa nuova, ed un Antonio da Volterra che per la memoria del sacco dato alla città sua odiava Lorenzo, ed uno Stefano sacerdote che in casa di Iacopo dei Pazzi insegnava lettere ad una sua figliuola naturale. Questi ed i famigli delle due case bastavano; solo rimaneva da fermare il modo per ammazzare i due fratelli.
Al che si offrivano facili e pronte le occasioni per non avere essi alcuna usanza di guardarsi; giovani, piacevansi di praticare alla libera con gli altri giovani: siffatti modi, tutti fiorentini, vedemmo anche essere presso i Medici accortezza. Ma in questo era la difficoltà, che bisognava opprimerli insieme, perchè il superstite non avesse a vendicare l’ucciso: pensarono a coglierli lontani tra loro, tanto che uno non potesse soccorrere l’altro, e quindi aspettavano se Giuliano andasse a Piombino per le nozze che si trattavano con la figlia di quel Signore, o Lorenzo a Roma come si diceva.[484] Ma frattanto correvano i giorni, e la cosa era in bocca di molti. Allora, fosse disegno o caso, Raffaello Riario nipote a Girolamo, giovanetto che non giungeva a’ vent’anni, essendo a studio in Pisa, fatto in quei giorni dal Papa Cardinale, venne in Firenze per andare quindi Legato a Perugia. Era occasione di feste e conviti, dove i due fratelli per onorare il Cardinale converrebbero: alloggiava egli a Montughi in una villa di Iacopo dei Pazzi, il quale invitava seco a desinare Lorenzo e Giuliano, ma questi impedito da leggera infermità non intervenne. Un altro convito dato al Cardinale dai Medici nella loro villa presso Fiesole, non parve porgesse comoda occasione. Giunse infine il giorno della domenica 26 aprile: il Cardinale era invitato a solenne desinare in casa Medici, s’allestivano le mense, mettevansi fuori gli addobbi splendidissimi della Casa. Innanzi assisteva il Cardinale ad una Messa in Santa Maria del Fiore: Lorenzo e Giuliano doveano andare a quella Messa per fare corteggio al Cardinale ed accompagnarlo quindi a casa loro. Deliberarono i congiurati quella mattina medesima di compiere in chiesa, senza più indugio, l’attentato.
Aveano assegnato il punto e l’ordine all’impresa quando il sacerdote, avendo fatta la comunione, finisce la Messa; perchè allora il tocco delle campane del Duomo darebbe il segno all’arcivescovo Salviati ed a Iacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso d’occupare a forza il Palagio. Voleano che Giambatista da Montesecco avesse la cura di ammazzare Lorenzo, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Ma Giambatista prima addolcito dalla umanità di Lorenzo e avendo orrore di commettere tanto eccesso in chiesa, ricusò dicendo che a ciò l’animo non gli basterebbe; il luogo suo ebbero Antonio da Volterra e Stefano sacerdote. La chiesa era piena di popolo, i due Fratelli passeggiavano intorno al Coro, quando venuto il punto, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini ch’erano presso a Giuliano con armi corte gli traversarono il petto sicch’egli cadde subito in terra; ma quelli pure gli si gittarono sopra e lo finirono con altri colpi: in quel furore Francesco de’ Pazzi di propria mano sbadatamente ferì sè stesso in una gamba. Antonio da Volterra e Stefano prete assalivano Lorenzo, ma questi se ne avvide in tempo, e cavò l’arme e si difese, non avendo egli avuto altro che una leggera ferita nel collo. Francesco de’ Pazzi, tutto che ferito, e Bernardo Bandini accorrevano per ammazzare anche lui, ucciso avendo Francesco Nori che gli era appresso; ma Lorenzo saltò in Coro, e passando dinanzi all’altare uscì di faccia alla sagrestia nuova, dove molti essendo accorsi de’ suoi, lo misero dentro e chiusero la porta ch’era di bronzo, e Piero suo padre l’avea fatta fare. Quivi, tra gli altri, si trovò Agnolo Poliziano che descrisse la Congiura: sentivano fuori tumulto e grida e remore d’armi, nulla sapevano di Giuliano. Stati poco tempo, udirono molti farsi alla porta gridando: uscite; non erano certi che fossero amici, ma un giovane Sigismondo della Stufa ch’era ivi con gli altri, salito per una scaletta sulla cantoria dell’Organo, tornò assicurando ch’erano a difesa di Lorenzo: il quale uscito dopo circa un’ora ch’era stato in sagrestia, fu in mezzo a grande compagnia d’armati menato a casa. I congiurati veduto ch’ebbero Giuliano morto e Lorenzo in salvo, chi in qua e chi in là s’erano dispersi. Il giovinetto Cardinale che udiva la Messa, rimasto solo tutto spaurito accanto all’altare, fu poi raccolto da’ suoi preti, e quando fu tempo, da due degli Otto con guardia bastante condotto in Palagio e ivi ritenuto.
Intanto l’arcivescovo Salviati, uscito di chiesa col dire che andava a visitare sua madre, s’era recato al Palagio; seco avea Iacopo suo fratello conscio del fatto, ed un cugino che nulla sapeva e Iacopo Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri, in tutto forse trenta armati. Dei quali rimasti alcuni a guardare la porta, l’Arcivescovo saliva con pochi, e trovato che la Signoria desinava, chiese parlare al Gonfaloniere; il quale subito si levò da tavola e fece in camera entrare seco l’Arcivescovo, che disse avere certe commissioni da fare a lui proprio in nome del Papa. Era Gonfaloniere quel Cesare Petrucci che stato in Prato Commissario nel tumulto del 1470, di bassa fortuna era salito a quel grado pel favore di Casa Medici: il quale s’accorse che l’Arcivescovo nel parlare si mutava in viso e non attaccava parola da trarne costrutto; poi voltandosi verso l’uscio, si spurgava come se volesse fare cenno a gente di fuori. Al che subito il Gonfaloniere, come esperto di quelle mischie, saltato fuori dall’uscio e chiamati a sè i compagni e quei ministri che si trovarono in Palagio, usando le armi che il caso offerse, bastarono contra ogni mossa dei congiurati; dei quali anche era avvenuto ch’entrati certi in una stanza e chiuso l’uscio, ch’era a colpo, non ne potessero quindi uscire. In questo mezzo giungeva in Piazza Iacopo de’ Pazzi, venuto da casa con molti congiunti, e amici, egli a cavallo e seco forse un centinaio d’uomini armati; dei quali taluni, essendo la porta in mano dei loro, salivano su. La Signoria ed il Palagio correvano pericolo; ma in Piazza sebbene avesse Iacopo gridato il nome della Libertà, perch’era come di lingua morta, niuno si mosse; e invece accorreva da ogni parte gente devota ai Medici che gridava Palle. Di questi essendo entrati tanti in Palagio da assicurarsi dei congiurati ch’erano sopra; chiusero la Porta, e perchè di fuori il Pazzi co’ suoi facevano segno di combatterla, quei di dentro saliti in alto sul ballatoio gli allontanarono co’ sassi che la Signoria teneva sempre lassù per difesa: cosicchè a Iacopo fu necessità tornarsi a casa, dove aspettato se per la città nascesse qualche rumore di libertà, poichè fu certo essere il contrario, fattosi aprire la porta alla Croce, fuggiva con parte de’ suoi in Romagna. Ma lui ritrattosi, era la porta del Palagio stata riaperta, dove entrati molti, raccontarono il fatto come avvenne in chiesa, e Giuliano ed il Nori uccisi, ed il pericolo di Lorenzo. Al che senz’altri discorsi il Petrucci e gli Otto, tra ira e paura, ordinarono che l’Arcivescovo così com’era, co’ suoi Salviati e con Iacopo di Poggio fossero appiccati alle finestre del Palagio a vista del popolo, e che tutti gli altri ch’erano dentro fossero gettati, morti o semivivi, fuor delle finestre. Altri erano stati in quella furia tagliati a pezzi, in tutti ventisei; tra’ quali alcuni preti e servitori del Cardinale: fra tutti uno solo potè salvarsi, che dopo quattro giorni rinvenuto sotto a certe legna e quasi che morto dalla fame, gli fu perdonato.
A casa i Medici accorrevano da tutti gli ordini della città, chi a offrire sè stesso, chi ad accertarsi dell’accaduto, ciascuno agitato da incerte passioni. La strada era piena di popolo, e tutti chiedeano vedere Lorenzo, il quale dovette mostrarsi alla finestra fasciato il collo da un asciugatoio. Ma intanto in Palagio avevano dato il segno alla plebe, la quale non fu sorda a rispondere, aizzata e al sangue condotta dai cagnotti di Casa Medici. Corse alle case dei Pazzi, e avendo trovato in quelle Francesco solo, che per la ferita s’era gittato sul letto, così mezzo ignudo com’era, lo condussero al Palagio, dove fu accanto agli altri impiccato. Quindi spiando dove si fosse alcun dei Pazzi ricoverato, trovarono Giovanni d’Antonio negli Agnoli, e Galeotto di Piero che cercava di rifugiarsi, vestito da femmina, in Santa Croce; e pure quei due furono condotti in Palagio. La Signoria intanto spacciava lettere e cavallari attorno, ordinando dovunque taluno di costoro capitasse, fossero presi ed a Firenze condotti; quivi recati il dì seguente di Mugello tre altri dei Pazzi con alcuni fanti di quei del Montesecco, furono alle finestre del Palagio impiccati. La plebe infuriava sopra i cadaveri bestialmente, e trascorrendo per le vie, faceva temere a molti che non volesse mettere la città a sacco, nè fu repressa che a grande stento. Renato de’ Pazzi, che avea biasimato la congiura, come si è detto, ma che la sapeva, cercando fuggire in veste di contadino, fu preso e a quel modo com’era, impiccato. Reo fu Lorenzo a non salvarlo, e quella morte sola ebbe compianto universale nella città: Renato altro non poteva. Andando con gli altri faceva contro alla coscienza sua, denunziarli era iniqua opera, e mettersi prima in salvo era questo pure un’accusarli e sè non assolvere vivendo sempre poi svergognato; nocque a lui essere tenuto savio, e perchè nel popolo aveva credito e benevolenza, parve a chi teneva lo Stato che fosse tal uomo da levarselo dinanzi.
Il dì seguente venne messer Iacopo de’ Pazzi, il quale fuggendo era stato raggiunto in sull’Alpi, e venne in lettiga perchè reggere non si poteva e fu a quel modo menato in Palagio; dove egli ebbe la sorte degli altri, avendo per via pregato invano quelli Alpigiani che l’uccidessero. Nè a questo solo strazio era serbato quell’uomo, tenuto prima felice ed invidiato per grado e ricchezze, e capo egli di famiglia fiorentissima, e vissuto fino alla vecchiezza nei primi onori della città. Imperocchè essendo prima sotterrato in Santa Croce, e poi levatasi fama ch’egli fosse morto bestemmiando, s’attribuivano certe lunghe pioggie che in quei giorni avvennero, all’essere egli stato sepolto in luogo sacro. Laonde i Signori nottetempo fattolo levare di chiesa, lo mandarono a sotterrare lungo le mura; ma i fanciulli (guidati da uomini scelleratissimi) cavatolo anche di lì, col capestro ch’egli aveva alla gola, lo trascinarono alle case sue gridando: aprite a messer Iacopo de’ Pazzi; nè sarebbe finita quella nefandità se la Signoria, per cavarlo ad essi di mano, non lo avesse fatto pigliare e gettare in Arno, che allora grosso di molte acque portava quel corpo a galla, spettacolo di orrore insieme e di compassione. I due feritori di Lorenzo presi in Badia, pendevano il dì poi con gli altri dalle finestre del Palagio. Ivi ed in Piazza i morti sommarono tra impiccati e tagliati a pezzi, chi dice il minor numero a settanta, e chi il maggiore presso a cento. Giovan Battista da Montesecco, preso nei giorni stessi e lungamente esaminato, dopo avere scritta quella Confessione della quale abbiamo discorso, ebbe il capo mozzo sopra la porta del Palagio del Potestà. Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi riuscirono a porsi in salvo, ma il secondo moriva l’anno dipoi nelle armi del Duca di Calabria, venuto a campo sopra a Firenze. Bernardo Bandini ricoverato in Costantinopoli, fu per ordine del Sultano preso e consegnato a un Antonio di Bernardetto dei Medici, che Lorenzo aveva mandato apposta in Turchia: così era grande la potenza di quest’uomo e grande la voglia di farne mostra, e che non restasse in vita chi aveagli ucciso il fratello: fu egli appiccato appena giunto.
Nè per tutto il mese di maggio seguente cessavano le condanne delle quali abbiamo il testo, profferite dal magistrato degli Otto di Guardia e Balìa, che ne ingiungeva la promulgazione al Potestà: questi era Matteo de’ Toscani milanese. Tutti quei della famiglia Pazzi che uccisi non furono, andarono in fondo alla torre di Volterra, eccetto Guglielmo che per avere in moglie la Bianca sorella di Lorenzo fu solamente confinato a cinque miglia lontano dalla città: abbiamo notizia come sei anni dopo, dimorassero la moglie in Firenze ed egli in Roma, trattato dai Medici con benignità riservata e contegnosa, come uomo perdonato e che potesse tornare in grazia di parente.[485] La famiglia dei Salviati rimase in grado, e fu poco dopo imparentata con Casa Medici. I fratelli del Bandini, due altri figliuoli del Poggio, tutta l’antica ed illustre famiglia dei Franzesi da Staggia e alcuni dei Corsi, come sospetti, e molti che il Magistrato inquisitore e giudice andava in qua e in là raggranellando, furono o carcerati o confinati o resi inabili agli uffici; il che dicevano ammonire, continuando tuttavia quel nome usato in antico dal magistrato di Parte guelfa; ma ora negli Otto stava quell’arbitrio che si appellava giurisdizione. Un Vespucci, amicissimo dello Stato ma che aveva salvato un colpevole, fu condannato in perpetuo alla carcere nelle Stinche, poi liberato. Frattanto i Pazzi erano dipinti nella facciata del Palazzo del Bargello impiccati come traditori col capo all’ingiù.[486] Chi avesse in moglie una discendente di Andrea dei Pazzi era ammonito egli ed i figli suoi, e le fanciulle che si maritassero di quella prosapia recavano seco il divieto nelle case dove elle entravano: una provvigione della Signoria ordina queste cose, e che il nome dei Pazzi in perpetuo rimanga abolito costringendo a mutar casato quei che rimanevano; e che sieno cancellate le armi loro dovunque si trovino, e le insegne e le iscrizioni d’onore, sien’anche in case private; e che il Canto de’ Pazzi pigli altro nome; e che l’onorificenza del Carro e dell’appiccare il fuoco nella solennità del Sabato Santo fosse tolta alla famiglia dei Pazzi. La quale rimase, di numerosissima ch’ella era, come annullata, e sebbene fosse poi restituita negli onori, non racquistò mai l’antica grandezza.
Questo fine ebbe la Congiura de’ Pazzi; l’aveano tramata senza consenso dentro nè favore popolare, e, quel che fu peggio, con intelligenze fuori odiose a chiunque bramasse in Firenze col torre via i Medici recuperare la libertà: poi quella strage in luogo sacro, in ora solenne, e l’uccisione di Giuliano che il popolo amava, destarono affetti incontro ai quali nulla aveano essi fuorchè un pensiero d’istituire, facendo a mezzo con la Casa dei Riari, non so quale forma d’incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, furono a Giuliano celebrate esequie magnifiche: riseppesi ch’era incinta di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi mesi dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva Lorenzo, divenne papa Clemente VII.[487]
Capitolo VI. GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.]
Quando giunse a Roma la prima notizia del fatto atroce, risedeva in quella città per la Repubblica, oratore, Donato Acciaioli. Era egli ora per la seconda volta inviato a Sisto, le commissioni difficili e odiose e in tutto aliene dall’animo di Donato; il quale andatovi per ubbidienza di buon cittadino, faceva il meglio. Quali poi fossero le cose segrete che aveva a trattare, tace il biografo di lui (come suole fare sovente) «per non offendere chi non l’avrebbe per bene.» Inteso pertanto ch’ebbero a Roma del Cardinale preso e dell’Arcivescovo impiccato, se ne fece grandissimo caso; e il Conte Girolamo riscaldò il Papa ed il Collegio dei Cardinali quanto potè a farne dimostrazione contro all’ambasciatore Fiorentino. Quindi egli stesso con molto numero di fanti armati andò alla casa dove l’Acciaioli dimorava, salì su, e gli disse d’andare con lui: poi, senza badare nè al diritto inviolabile d’ambasciatore, nè alle dignitose proteste che invano questi faceva, messolo in mezzo a quei soldati, lo menò in Palazzo. Qui giunto Donato, volle essere subito condotto al Papa, il quale alle forti parole di lui, giurato avendo sopra il suo petto che di questo caso non ne sapeva nulla, e dimostrato che gli dispiacesse, gli diede licenza d’andarsene a casa. Non era mancato pensiero di metterlo in Castel Sant’Angelo, ma gli Ambasciatori di Venezia e di Milano dichiararono che il bene ed il male che fosse a lui fatto verrebbe da essi riguardato come cosa loro. Così egli rimase in Roma tranquillo, ma scorato ed avvilito per l’onore offeso della sua città, e intimorito delle conseguenze che ne uscirebbero. A Firenze scrisse, rendessero subito il giovane Cardinale Raffaello di San Giorgio, che era stato preso; al Papa avea dato fede che ciò era stato fatto per cavarlo di mano al popolo, e che ogni volta che lo rivolesse, lo renderebbero; il che aveva per lettere anche promesso la Signoria. La quale era stata a ciò confortata anche dal re Ferrando, che prometteva, facendo questo, non ne seguiterebbe alcuno scandalo di quei gravissimi, i quali altrimenti potevano uscirne.
A questo effetto aveva il Papa mandato a Firenze il Vescovo di Perugia; il quale essendovi più giorni rimasto, non potè ottenere che lo rendessero.[488] Era un pegno in mano delle robe e delle persone dei molti Fiorentini che stavano in Roma: aveano scritto a quei mercanti che al più presto mettessero in salvo le robe ed uscissero di Roma; il che essendo giunto alle orecchie del Papa, e temendo egli il grave danno che ne verrebbe ai cortigiani che aveano danari nei loro banchi, mandò gente ai passi perchè non uscissero, e poi ne fece taluni mettere in Castello, di dove furono liberati in capo ad alcune ore, data promessa di non si muovere. Questo abbiamo da una lettera a Lorenzo dei Medici, scritta dal Cardinale decano Vescovo d’Ostia, ch’era egli medesimo stato in Castello alla liberazione di quei mercanti. Gli annunzia, il Papa con tutto il Collegio avere eletto una congregazione di cinque Cardinali a fare il processo per via di giustizia contro alla Repubblica di Firenze, se non si renda liberamente il Cardinale di San Giorgio: esorta quindi Lorenzo, come affezionato a lui, «che di tal cosa non si pigli passione alcuna, ma con ogni istanza procuri quella liberazione; altrimenti quello che unanimiter il Sacro Collegio ha deliberato per i detti Deputati, si manderà ad esecuzione con ogni celerità: della qual cosa a noi rincrescerà assai, perchè sapete che il Sacro Collegio non more mai; e, al parere nostro, per voi non fa pigliare questa impresa, della quale ne poteria seguire gran mancamento e scandalo alla detta vostra Excelsa Comunità.[489]»
Pare a noi che il vescovo d’Ostia volesse distinguere i procedimenti del Sacro Collegio che non muore mai, da quello che il Papa facesse di proprio moto e di passione. Questi da principio aveva mandato lettere di condoglianza ai Fiorentini, dei quali scriveva in altro luogo, non essersi fatti per anche rei d’alcuna offesa contro all’ecclesiastica dignità.[490] Pure doveva sapere dell’Arcivescovo impiccato e del Cardinale preso; ma quegli ben troppo se lo aveva meritato, e il Cardinale contava rendessero. Mordevalo intanto la parte che egli ebbe nell’atroce fatto; pensava le accuse che a lui ne verrebbero maggiori del vero, e del mal esito si doleva. Ma il Conte Girolamo gli faceva suonare alle orecchie le acerbe accuse e le parole che in Firenze andavano, senza ritegno alcuno, contro alla persona stessa del Pontefice, sinchè la misura delle ire fu colma per la dinegata restituzione del Cardinale. E Sisto lanciava nelle calende di giugno un Breve di scomunica a Lorenzo dei Medici, alla Signoria, agli Otto e a tutti che avessero in qualche modo partecipato alle prave opere di costoro. Dichiarava essere quei sopraddetti, e primo Lorenzo, dannati, infami, abbominevoli, inabili essi e i figli e i nipoti loro ai gradi ecclesiastici ed agli ufizi civili, incapaci di ricevere eredità, di stare in giudizio e d’essere uditi come testimoni; era vietato ad ogni uomo contrattare, o anche semplicemente avere con essi commercio alcuno o conversazione; i beni loro devoluti al Fisco, le case disfatte ed in perpetuo lasciate in ruina, così che elle sieno ricordo ai futuri della scelleratezza di quegli uomini e del gastigo. La città di Firenze, se dentro a un mese non gli avesse condegnamente puniti, doversi intendere soggettata a interdetto strettissimo, privata dell’episcopale dignità, interdette anche per ampliazione le diocesi confinanti di Fiesole e di Pistoia. Il lungo Breve enumera da principio i motivi della condanna: sono atti di malvicinato, offese ai commerci, l’aiuto prestato a Niccolò Vitelli e ad altri contumaci inverso la Chiesa, la possessione differita all’Arcivescovo di Pisa, ed altri consimili fatti nei quali il Breve scorge altrettante manifestazioni d’animo efferato contro alla Chiesa ed a’ suoi ministri. Si viene da ultimo ai due capitali delitti, l’uccisione dell’Arcivescovo e la detenzione del Cardinale; i quali delitti si dicono mossi in Lorenzo e ne’ suoi da ingorda sete di crudeltà e d’ingiurie agli ecclesiastici: imperocchè ai fatti che gli cagionarono è data nel Breve questa spiegazione, che avendo Lorenzo, co’ suoi, voluto uccidere o cacciare molti dalla città per farsi egli in essa più forte, e da ciò essendo sorte private e civili contenzioni; gli scellerati colsero il destro per uccidere l’Arcivescovo e ritenere il Cardinale. Rileva cotesti delitti essere perpetrati in giorno di domenica: ma di ciò che avvenne in chiesa quel giorno, dei sacri misteri interrotti, del tempio di Dio bruttato di sangue, del tradimento, degli assassinii, nulla, come se il fatto non fosse stato.[491] Era tasto da non toccarsi dal Conte Girolamo, che certo era stato suggeritore del Breve; e Sisto infelice lo avea sottoscritto. Giovò a Lorenzo quella manifesta alterazione dei fatti; giovarono quelle furiose parole; ed i nemici del Papato allora e poi n’ebbero bel giuoco, onde in quel fatto il nome di Sisto rimase gravato generalmente più in là del vero.
Bel gioco, e agevole commissione ebbe anche Bartolommeo Scala, cancelliere della Signoria, cui venne commesso rispondere al Breve di Sisto IV. Narrò con semplici e brevi parole quel fatto che aveva destato nel mondo rumore grandissimo; e in quanto ai motivi, gli bastò trascrivere la Confessione del Montesecco, autenticata ora con grande solennità. Raccolse inoltre la Signoria per la Toscana e per l’Italia pareri di Canonisti e di Teologi, i quali negavano valore al Breve ed alla scomunica data a quel modo: quindi obbligarono in Firenze e nelle altre diocesi gli ecclesiastici a non cessare dalla celebrazione dei divini uffici.[492] Inviarono quella risposta per mano di Ambasciatori della Repubblica all’Imperatore, ai Re di Francia e di Spagna e d’Ungheria, e presso che a tutti i Principi cristiani, chiedendo difesa da tanta violenza, e la riparazione di uno scandalo che tutti offendeva. Frattanto, a purgarsi, liberarono subito dopo il Cardinale, che a’ 5 di giugno licenziato dal Palazzo dei Medici, dove l’aveano messo, e andato a stare nel convento de’ Servi, uscì di Firenze sette giorni dopo, andando a Roma per la via di Siena.[493]
Luigi XI avea scritto lettera consolatoria a Lorenzo, che a lui rispondeva fiere parole e dignitose: dice la sua vera e sola colpa essere questa, che egli sia vivo e che Dio lo abbia scampato da sì empio e sacrilego assassinio.[494] Appellarono indi i Fiorentini ad un futuro Concilio, del quale invitavano e scongiuravano in primo luogo l’Imperatore, poi gli altri Principi, a farsi autori. Fu anche affermato che un Sinodo si celebrasse a questo effetto in Firenze, ed un preteso decreto di questo Sinodo si rinviene di quel tempo scritto; ma non è che una molto prolissa apologia dei Fiorentini e di Lorenzo, in risposta al Breve, tempestata di gonfie e triviali ingiurie al Papa che oltrepassano ogni modo: nè mai quel Sinodo (che noi sappiamo) fu radunato, sebbene vi fosse chi n’ebbe intenzione, e intanto allestiva l’atto da farsi, o lo mentiva.[495]
Intanto il Papa ed il Re avevano cominciato la guerra in Toscana. Fecero di questa Capitano generale Federico duca di Urbino, e seco era Alfonso duca di Calabria primogenito del Re: i quali essendo nei primi giorni del mese di luglio giunti ai confini presso Montepulciano, un trombetta del duca di Calabria recava in Firenze un Breve del Papa in data dei sette di luglio. Con esso notificava ai Fiorentini, come non potendo più tollerare l’ingiurie che da Lorenzo dei Medici in diversi tempi erano state fatte alla Sedia Apostolica, si trovava costretto prender le armi contro a lui, acciocchè liberata la città di Firenze da cosiffatto tiranno, potesse egli volgersi con l’aiuto di tutti i principi e delle repubbliche dei Cristiani alla impresa dei Turchi. Credeva pertanto quella prudentissima Repubblica vorrebbe ultimamente risolversi ai partiti migliori, la quale verrebbe a perdere sè medesima, quando ella volesse in tanto dannosa servitù continuare; e chi ciò consigliasse, oltre all’opporsi insiememente alla religione ed ai comandi della cristiana repubblica, darebbe segno che Dio l’avesse tolto affatto d’intelletto: quindi la confortava a considerare diligentemente quello che si metteva a fare, conchiudendo che una volta fosse cacciato Lorenzo, restituirebbe alla Repubblica di Firenze l’antica amicizia. Lette queste lettere, e non parendo a Lorenzo che fosse bastante una deliberazione dei Consigli, ma che dove andava della sua persona dovess’egli parlare col popolo, avendo in Palagio radunato grande numero di cittadini, cominciò a dire: «Che delle cose passate non voleva entrare a parlare, sì perchè non gli accadeva scusare sè, nè accusare altri, poichè la Repubblica intorno a ciò avea pronunziato, e sì perchè avrebbe desiderato che di tanto fiera crudeltà la memoria si spegnesse. Dolergli bene sino al profondo del cuore, che un Vicario di Cristo in tanta dignità posto, ed abbattutosi in tempi di tanto pericolo alla Cristianità, fosse potuto scendere a perseguitare con tanto furore un uomo privato, e perciò a muovere tale guerra ad una sì eccelsa Repubblica e della Chiesa benemerita. Non saper se in lui maggiore fosse l’obbligo che alla sua patria doveva sentire per averlo con tale costanza difeso e protetto, o il dolore dell’esser egli per altrui colpa cagione di porre in tanto scompiglio quella città ch’egli amava più della vita sua. Bastargli in quanto a sè, che di nulla lo rimordesse la coscienza; sperando nel resto che la Repubblica, con l’aiuto di Dio e per la prudenza dei suoi cittadini, agevolmente si sarebbe in breve con gloria dalle presenti molestie liberata. La quale se intanto la morte o l’esilio di lui credesse utile alla comune salvezza, egli la vita e l’avere e il sangue de’ figli largamente alla patria profferiva.» Fu a Lorenzo in poche parole risposto da chi a ciò era stato eletto, ch’egli stesse di buon animo, perciocchè a lui conveniva di vivere e di morire con la sua Repubblica; e per fargli conoscere ch’eglino di lui quella cura aveano che di caro e buon cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia della sua persona. La Repubblica trattava nelle solenni occasioni Lorenzo come semplice cittadino, ma intanto con dargli una guardia alla persona sua lasciavagli fare un altro passo verso il Principato.[496]
Essendo in tal modo assicurati della città, i Reggitori si diedero per via dei soliti balzelli a procacciarsi moneta, ed a raccogliere in gran fretta genti quante poterono per l’Italia. I Veneziani, richiesti secondo l’obbligo della lega, fecero avanzare alcune squadre in Toscana, ma in poco numero e a rilente, allegando non avere essi obbligo a questa guerra che era mossa contro a persona privata. Nè dal Duca di Milano venne quell’aiuto che sarebbe bisognato: mandava però alcune squadre, delle quali erano condottieri Alberto Visconti e Giovan Giacomo Trivulzio che fu capitano poi di tanta fama: questi aveva seco Teodoro giovanetto, suo nipote. Giugneano frattanto le genti assoldate al campo verso Arezzo; v’era Niccola Orsini conte di Pitigliano, e Currado anch’egli di casa Orsini, e Ridolfo Gonzaga fratello del Marchese di Mantova con due figli. Comparivano di mano in mano Giberto dei Signori di Coreggio e due figli di Ruberto Malatesta, e Tommaso di Saluzzo e un Martinengo di Brescia, e altri Capitani ch’aveano condotti; Commissario generale di tutto l’esercito fu eletto Iacopo Guicciardini. Ritrattisi indietro, e posto guardia a quelle vie per dove i nemici si credeva che potessero avere in animo di passare, si fortificarono al Poggio Imperiale sopra alla terra di Poggibonsi, luogo opportunissimo alla difesa ch’era bisogno fare più stretta e più raccolta che fosse possibile, dovendo con meno di quaranta squadre stare incontro a più di sessanta: in ogni squadra erano venti uomini d’arme e quaranta balestrieri tutti a cavallo, ed i valletti sui cavalli di riscossa. Intanto i Senesi, già entrati in guerra, davano ai nemici comodità di passi e di vettovaglie: ed era grandissimo disavvantaggio ai Fiorentini la mancanza d’un Capitano generale cui tutti obbedissero. Aveano trattato con Ercole da Este duca di Ferrara: ma i Veneziani faceano difficoltà a condurlo, negando dare essi le forze della Repubblica in mano a un principe confinante ed al quale erano poco amici:[497] nè i Duchi d’Urbino e di Calabria aveano capitani allora in Italia che gli agguagliassero di riputazione; Federigo era personalmente nemico a Lorenzo, e Sisto in lui fidava molto.[498] Laonde i nemici entrati nel Chianti, e cavalcando forte, posero il campo sotto alla Castellina, di là spingendosi all’intorno; e da una parte nella Val d’Elsa, dall’altra nei poggi che sovrastano il Valdarno facevano guasti e ruberie ed arsioni con grande ruina. Quindi, avuta dopo alquanti giorni d’oppugnazione la Castellina e poi Radda, tennero lungo assedio a Brolio e ad altri luoghi dei Ricasoli; i quali per avere fatta buona prova, e infine vedutosi pigliare e abbruciare quei loro castelli, ebbero dalla Repubblica privilegi e ricompense, essendo anche stati fatti abili agli uffici.[499] Era il mese di settembre, e infine giugneva Ercole da Este che avea consentito d’essere Capitano Generale dei Fiorentini e del Duca di Milano in questa guerra, con la speranza che i Veneziani poi l’accettassero. Il quale di persona, e con l’aggiunta di nuovi soldati, andò a porsi con tutto il nerbo delle sue forze nel campo munito sopra a Poggibonsi. Allora i nemici, sgombrato il Chianti e voltisi a un tratto verso la Valle di Chiana, poneano assedio al Monte San Savino; per il che al Duca di Ferrara entrato nelle terre dei Senesi, ai quali avea tolte alcune castella, fu necessità d’abbandonare quella impresa, molto importando a lui di soccorrere Monte San Savino. Intorno al quale raccoltosi il grosso dei due eserciti era molta guerra, quando il Capitano dei nemici avendo chiesta tregua d’otto giorni, quello dei Fiorentini la concedeva con mal consiglio; imperocchè non appena finita la tregua che il Duca di Ferrara invano cercava di prorogare, quello d’Urbino avendo stretta con maggiori opere la terra, l’ottenne a patti; di là stendendosi pei luoghi che sovrastano alla Chiana dove, essendo giunto il mese di novembre, potea svernare agiatamente.
Fin dai principii di quella guerra avea la Repubblica a Roma inviato un’altra volta ambasciatore Donato Acciaioli; il quale tornando senza alcun effetto, andava in sua vece Guid’Antonio Vespucci, peritissimo nel diritto. Il Papa scendeva più tardi a qualche proposizione d’accordo: chiedesse perdono la Repubblica, innalzasse una Cappella espiatoria per le uccisioni fatte nel caso dei Pazzi, promettesse di non fare offesa al Patrimonio della Chiesa, ma i due Stati scambievolmente si assicurassero; pagasse le spese della guerra, o a compensazione di questa rendesse il Borgo San Sepolcro, e, secondo scrivono taluni, cedesse Modigliana e Castrocaro. Non erano tali quelle proposte che a Lorenzo fosse possibile consentirle: altiero per indole, ed ora costretto stare sul duro per mantenere a sè la parte dell’uomo offeso, nè volea fare espiazione pel fatto dei Pazzi, nè che la Repubblica soffrisse per lui diminuzione. Sperava egli assai dalla Francia, dove era mandato Donato Acciaioli reduce da Roma; il quale però giunto in Milano quivi moriva, e la Repubblica decretava onori insigni alla memoria di quel cittadino fra tutti egregio; e perchè di lui, astinentissimo com’egli era, sapea la famiglia essere in povere condizioni, prendeva i figliuoli sotto la tutela sua, e con beneficî molti e durevoli gli risollevava.[500] Andava in suo luogo, già essendo col Papa rotte le pratiche, Guid’Antonio Vespucci: il re Luigi XI aveasi presa molto caldamente a petto la causa dei Fiorentini e di Lorenzo, e sin da principio mandato in Firenze a risedervi come ambasciatore Filippo di Argenton signore di Comines, del quale abbiamo a stampa Memorie assai celebrate.[501] Questi dimorava qui un intero anno; e fu detto, nè senza buoni argomenti, Lorenzo averselo allora e poi sempre conciliato per danari. Così nel concerto degli encomiatori di Lorenzo entrò anche la voce d’un uomo straniero. Faceva più volte Luigi XI promessa al Vespucci d’intervenire con le armi, ed in Firenze aspettavano cinquecento lance francesi, che mai non giunsero, perchè il Re non era largo di fatti come di parole, e tutto inteso a fortificare la monarchia dentro, avea in abominio le guerre esterne. Col Papa bensì, perchè era difendere la libertà della monarchia, andò più innanzi che non facessero gli stessi confederati della Repubblica di Firenze. L’imperatore si contentava mandare qui e in Roma a fare dimostrazioni ed a portare parole di pace: lo stesso avean fatto Mattia Corvino re d’Ungheria, e presso che tutti gli altri monarchi della Cristianità, commossi da quelle esorbitanze di Sisto, e avendo, sebbene diversamente ciascuno, pigliato a difendere la causa de’ Fiorentini. Ma fattosi innanzi più vivo degli altri Luigi XI, mandava un’ambasciata di sei tra ecclesiastici e secolari, i quali fermatisi prima in Firenze, recavano al Papa forti parole, con la minaccia di levare da Roma i prelati francesi, e di togliere al Papa ubbidienza finchè la sua causa fosse giudicata da un generale Concilio. Si facevano a questo fine congregazioni in Francia di teologi. Era Sisto in molto grande perplessità, e abbiamo una lettera scritta a lui dal buono e savio cardinale Iacopo Ammannati, dove con caldezza d’animo devoto al Papa e alla Chiesa, e usando parole tali che Sisto non se ne offendesse, cerca di condurlo ai consigli temperati, mostrando i pericoli gravi che alla Chiesa poteano venire se andassero innanzi quelle dimostrazioni dei Francesi.[502] Dalle quali scosso, proponeva Sisto che, facendo tregua, fosse la causa dei Fiorentini compromessa nei Re di Francia e d’Inghilterra, e per terzo nel Legato da lui mandato a questo effetto; e se i tre non convenissero, nell’Imperatore e nel suo figlio Massimiliano, marito alla erede degli Stati di Borgogna: ma questi essendo come l’Inglese contrari a Francia, era naturale non soddisfacessero ai Fiorentini, che rifiutarono di accettare il compromesso.[503]
Muovevangli anche gli uffici prestati a loro difesa dai Veneziani che, avendo fatta pace col Turco, erano divenuti o almeno apparivano più vivi e più pronti nelle cose della lega.[504] Teneano in Firenze dal principio della guerra ambasciatore Bernardo Bembo; ed a Venezia in ricambio andava Tommaso Soderini, autorevole, e vecchio amico di quella Repubblica. Grandi imprese erano messe innanzi tra lui e il Senato pel nuovo anno: assalire con le galere le coste di Puglia, fare scendere in Italia il Duca d’Angiò: per l’una e per l’altra parve che la spesa fosse troppa, e nulla si fece. Tra’ collegati, su’ Fiorentini soli cadrebbe a ogni modo tutto il pondo della guerra. Temevano anche di rimanere scoperti verso Genova, perchè i Lucchesi, sebbene di nome fossero nella lega, desideravano in fondo dell’animo sopra ogni cosa l’abbassamento della Repubblica di Firenze. E questa mandava ad osservarli ed a contenerli Piero di Gino di Neri Capponi, giovane ancora; il quale rimasto quell’inverno in Lucca, sul cominciare di primavera, perchè gli umori bollivano, gli si levò contro un grande tumulto di popolo armato, dal quale scampava con difficoltà la vita. Imperocchè gli animi erano ivi molto accesi da Cola Montano che, stato consigliero ma non esecutore della uccisione di Galeazzo, in Lucca viveva, paese tra’ pochi allora in Italia dove fosse libertà; ed in Lorenzo perseguitava un altro tiranno.[505] Aveva quel popolo pigliato speranza da un appressarsi di nemici inverso i confini di Pisa e di Lucca; del che erano state queste le cagioni. Morto Galeazzo duca di Milano, voleano i fratelli di lui avere parte nel governo dello Stato, il quale rimase alla vedova duchessa Bona tutrice del figlio Giovanni Galeazzo: gli zii Lodovico, Ascanio e due altri, ebbero esilio; e Lodovico sceso in Lunigiana, s’intendeva di là con Ferrando e co’ fuorusciti genovesi, tanto che Genova dopo molta varietà di casi tornava libera; ma il nuovo Doge, Battista Fregoso, vivea in amicizia con lo Stato di Milano. Roberto da San Severino, capitano di molto nome e che teneva per gli zii, trovandosi escluso da Genova, si mosse con quattro mila soldati e con l’intesa del re Ferrando ad assaltare la Toscana dal lato di Pisa.
I Fiorentini, colti alla sprovvista, mandarono subito a Pisa Commissari che nel paese facendo raccolta di uomini comandati contenessero il primo impeto, radunando in Val di Nievole altre genti le quali impedissero ogni moto dei Lucchesi. Aveano ordinato anche al Duca di Ferrara venisse ad opporsi, con quella parte che fosse necessaria del suo esercito, a Roberto da San Severino; ma questi, dopo essere corso fino alle mura di Pisa, voltò indietro, per non avere forze bastanti, e si ricondusse nelle sue stanze di Lunigiana. Il Duca tornava su’ confini del Senese, dove si vedeva che sarebbe la guerra grossa, molto i nemici ivi essendosi rafforzati. I Fiorentini dal canto loro aveano condotto, con aggradimento dei Veneziani, il Conte Carlo da Montone e Deifebo dell’Anguillara; agli stipendi loro da quei de’ nemici erano venuti il prode Roberto Malatesta e Costanzo Sforza signore di Pesaro: ottennero anche, che il Duca di Ferrara fosse riconosciuto Capitano generale di tutta la lega; ed era in Toscana venuto il Marchese di Mantova ai soldi dei Signori di Milano. Facevano grande disegno di avere Perugia col mezzo del Conte Carlo per le aderenze sue nella città; ma egli infermatosi, moriva in Cortona. E pur nonostante continuando Roberto Malatesta le incursioni nel Perugino, gli mossero contro il Prefetto di Roma nipote del Papa e Matteo da Capua che aveva portato un rinforzo di quindici squadre. I quali venuti a giornata con Roberto non lungi dal lago Trasimeno, furono dalla virtù sua rotti con perdita degli alloggiamenti ed uccisione di molti nobili cavalieri e di gran numero di soldati. Fu allora costretto il campo nemico fare una mossa da quella banda; al che il Capitano dei Fiorentini che era sul Poggio Imperiale, visto il terreno sgombro all’intorno, uscì con parte delle sue schiere, ed ebbe per forza Casole, terra grossa dei Senesi. Ma ivi accadde che nel saccheggio nate questioni per la preda tra’ soldati di Mantova e quei di Ferrara, e quindi contesa tra’ due Signori, e un’altra essendone tra Roberto Malatesta e Costanzo Sforza, che nemmeno essi poteano più stare insieme, convenne partire l’esercito in due; il che fu ruina di tutta l’impresa. Imperocchè i nemici con arte sapiente raccoltisi insieme nelle estremità di Val di Chiana, ed ivi per numero e per agevolezza di movimenti potendo con grande vantaggio combattere così gli andati nel Perugino come i rimasti in sul Senese, impedivano ogni mossa da entrambe le parti; il che era mandare in lungo la guerra con danno gravissimo dei Fiorentini. I quali ebbero da Venezia soli mille uomini d’arme, che poco fecero per le usate circospezioni di quella Repubblica; ed in Lombardia essendo turbate le cose, non che di là venissero nuove genti, furono costretti l’Estense e il Gonzaga partirsi dal campo. Era il fine dell’estate, quando i nemici accortisi come sul Poggio Imperiale si faceva mala guardia, partitisi a un tratto dal Ponte a Chiusi, a grandissime giornate vennero ad assalire quelli del Poggio. I quali dall’impeto improvviso sbigottiti, vilissimamente si fuggirono, abbandonando quel forte sito ch’era difesa della città di Firenze: per il che in fretta richiamate dal Perugino le genti, e insieme con quelle le quali erano sul Senese facendo testa ne’ poggi di San Casciano, sebbene fossero in tempo da porre la città in salvo, non impedirono che i nemici sparsi giù per la Val d’Elsa, prese altre castella, andassero in forza alla espugnazione di Colle. Fu molto gloriosa quivi la difesa per sessanta giorni, concorrendovi misti ai soldati i cittadini e le donne istesse con grande amore per la Repubblica. Ma infine Colle cedette anch’esso ai 14 novembre 1479. E un altro assalto contro ai Fiorentini si cominciava in Romagna da Roberto di San Severino per la mutazione di fresco avvenuta nello Stato di Milano.[506]
Quivi la Duchessa, debole e povera di consiglio e stretta dalle arti e dalle forze dei cognati, gli avea ricevuti a partecipare nel governo e nella tutela del figlio bambino; ma in breve fu ella necessitata partirsi, ed a Lodovico rimase lo Stato come in libera signoria. Il quale essendo nuovo ed ambizioso e già conosciuto tra gli altri principi artifiziosissimo, nessuno vedeva da quale parte inclinerebbe: Lorenzo temeva sopra ogni cosa la congiunzione di lui col Re, della quale aveva già qualche sentore. Quindi era al Medici necessità farsi innanzi e precorrere gli eventi: la guerra sarebbegli nel terzo anno gravissima, ignorando egli sopra quali amici potesse contare. Ed inoltre era la città stracca, essendo percossa in quegli anni anche dalla peste, e voci insolite s’udivano fin dentro ai Consigli, accusando gli errori commessi, le perdute spese, le ingiuste gravezze: cagione lui solo dei pubblici danni. Vedeva Lorenzo per tutto ciò, che a salvare la città e sè stesso gli era necessità ricorrere a un forte partito; rompere la Lega ad ogni costo, ed egli gettandosi in braccio all’uno dei due nemici come incurante di sè medesimo, destare negli uomini con un grande atto ammirazione. Con Sisto, impossibile o sempre mal ferma vedea l’amicizia; nel Re gli pareva doversi fidare, qualora a lui si abbandonasse: rischio pur v’era ma necessario, e qui all’ardire si congiugnea la prudenza; dove poi l’ardire sopravanzasse, valeva la fiducia che in sè medesimo riponeva, egli sentendosi nato a vincere col forte ingegno le difficoltà e a trarsi dietro gli altrui voleri.
Avea mandato fino dai 24 novembre[507] al Re chiedendo salvocondotto, e con l’offerta di darglisi in braccio, Filippo Strozzi mercante che a Napoli era pervenuto a grande ricchezza, destro e capace a molte cose. Era anche d’intesa co’ due Capitani dell’esercito nemico, ai quali scriveva il giorno stesso della partenza essersi indotto a quel partito pei loro consigli, ed ora pigliarlo di buonissima voglia per la gran fede che in essi poneva.[508] E già il Re aveva mandato a Livorno due galere sottili a ricevere ed a condurre Lorenzo a Napoli. Il quale avendo prima conferito questo suo pensiero con pochissimi, fece la sera dei sei dicembre chiamare in Palagio dai Dieci una Pratica di circa quaranta dei più principali cittadini, ed egli levatosi disse: «averli fatti chiamare per conferire con loro una sua deliberazione, nella quale non ricercava lo consigliassero ma solamente che lo sapessero: aver egli considerato quanto la città avesse bisogno di pace, massime non volendo i Collegati fare il debito loro; e perchè i nemici pretendevano l’odio loro non essere contro alla città ma contro a lui solo, avere proposito di trasferirsi personalmente a Napoli: questa andata parere a lui utilissima; perchè se i nemici volevano lui, l’avrebbero nelle mani, ma se volevano l’amicizia pubblica, questo essere modo a intendersi presto e a migliorare le condizioni della pace; se altro volevano, questa andata lo dimostrerebbe, e i cittadini si sforzerebbero con qualche modo più vivo di difendere la libertà e lo Stato: conoscere in quanto pericolo si mettesse, ma esser disposto preporre la salute pubblica alla sua; chè oltre al debito universale dei cittadini verso la patria, era particolare suo per aver egli avuto dalla città più benefici e grado maggiore che alcun altro: sperare coloro ch’erano presenti non mancherebbero di salvargli lo Stato e l’essere, e così raccomandare a loro sè, la sua casa, e la famiglia: e soprattutto sperare che Dio, risguardando alla giustizia pubblica, e alla sua buona intenzione privata, aiuterebbe questo pensiero; e quella guerra che si era principiata col sangue del suo fratello e suo, si poserebbe e quieterebbe per le sue mani.[509]»
Dette queste cose, uscì dal Palagio e si partì di Firenze la notte medesima. Giunto a San Miniato al Tedesco scrisse alla Signoria, scusandosi del non averle prima comunicato questo suo disegno perchè i tempi volevano fatti e non parole. A Livorno ebbe dai Dieci il mandato d’ambasciatore al re Ferrando, con facoltà libera di conchiudere quanto il popolo Fiorentino. Quindi salito a Vada sulle galere, giunse in Napoli ai 18 dicembre. Quivi ebbe dal Re tanto amorevoli accoglienze che egli medesimo si credette avere in mano la pace, ed a Firenze ne scrisse; ma tosto dipoi s’avvidde le cose andare in lungo, o che il Re temesse d’offendere il Papa, o che veramente, come fu creduto, aspettasse di vedere se accadesse qualche mutazione nello Stato di Firenze. Qui erano molto gli animi sospesi: ricordavano il tradimento da questo Re istesso fatto a Iacopo Piccinino; e se Lorenzo venisse a capitar male, benchè non mancasse chi se ne sarebbe rallegrato, i cittadini più non fidavano gli uni negli altri così, da mettere in comune la Repubblica com’era stata nei tempi addietro. Forse che aveva Lorenzo nella fantasia sperato di conseguire un effetto pronto ed intero; ma era sempre a lui grande necessità tornare portando una pace non tanto cattiva, bene essendosi egli apposto, dovere quell’atto animoso rialzare la parte sua, della quale intanto i principali rimasti in Firenze si adopravano con ogni dimostrazione di forza a mantenere bassi e disgregati i molti contrari. Questi veramente non può dirsi formassero parte, perchè non aveano disegni fermi nè capi che fossero dagli altri seguiti: il solo Girolamo Morelli, stato lungamente ambasciatore in Milano e ora dei Dieci, troviamo che fosse per autorità e senno in tanta grazia che già molti a lui s’accostavano; e non che gli altri capi del Reggimento, Lorenzo stesso n’ebbe paura.[510]
Desiderava questi sopra ogni cosa spacciarsi tosto, nascondeva in petto dubbi e ansietà, ma rendeasi intanto grazioso alla Corte[511] e grato al popolo con le liberalità; comprava co’ doni gli amici del Re, spiava di questo l’animo chiuso, e lo vinceva con l’eloquenza delle parole, con la scioltezza dei modi e con l’acutezza sua nel giudicare le cose di Stato e le nature di quanti erano Signori e Principi in Italia. Scorreano due mesi e la pace non si conchiudeva: tra ’l Papa ed il Re correano pratiche, mal cuoprendo questi l’avere promossa quell’andata di Lorenzo, ed ora trattare separatamente con lui d’accordarsi. Del che il Papa offeso molto, negava l’onore suo e della Chiesa essere in salvo se non andasse Lorenzo in Roma ad umiliarsi ai piedi di lui; questo essere in obbligo il re Ferrando di procurare, avendo Lorenzo nelle sue mani.[512] Il quale di queste pratiche insospettito, si partiva da Napoli; nè posso io credere che ciò fosse senza consenso del Re: ed era fermo in Gaeta il primo di marzo, quando gli giunse da questi una lettera scritta in latino molto ampia e solenne (forse era lettera da mostrare più che da credere), che lo richiamava in Napoli con istanza grandissima, dicendogli avere dal Papa avuta ogni sicurezza.[513] Ma ciò nonostante Lorenzo avendo proseguito il suo cammino, il Re gli faceva correre dietro il trattato da lui bell’e sottoscritto; ed era quegli appena tornato in Firenze, dove fu accolto con grande letizia e popolare benevolenza, quando la notizia della pace, molto da ognuno desiderata, lo fece salire in maggior gloria e reputazione.
Era una pace quale potessero i Fiorentini allora sperarla. Imperocchè delle cose di Romagna si faceva compromesso nel Re, nulla avendo stipulato a favore di quei Signori i quali stavano in protezione della Repubblica; non era promessa la restituzione de’ paesi tolti, ma rimaneva ciò pure in arbitrio di Ferrando; s’obbligava la città a pagare per un corso di anni al Duca di Calabria una certa somma di danari a titolo di condotta; vi era poi anche pattuita la liberazione dei Pazzi rinchiusi nella fortezza di Volterra. Fermaronsi dopo quell’accordo le dubbiezze, tra le quali sembravano esitare dopo l’andata di Lorenzo le risoluzioni degli altri Principi, ammirati anch’essi di quell’ardimento e incerti a qual fine dovesse riuscire. Milano aveva ratificato la pace, ed era entrato nella Lega già stretta tra il Re e la Repubblica di Firenze. Ma per contrario i Veneziani, che aveano cercato impedire quella unione, trovato il Papa di quella essere malcontento, fecero nel mese d’aprile con esso una lega separata, dalla quale usciva non molto dopo un’altra guerra. In Toscana aveva il Duca di Calabria pubblicato prima una tregua, dopo la quale sotto colore di guardarsi per la venuta che si aspettava in Italia del Duca d’Angiò, era egli andato a porsi in Siena; dove facendosi arbitro delle discordie ivi accese tra’ diversi Ordini o Monti nei quali era diviso quel popolo, già stava sul punto di farsene signore; antico disegno della Casa d’Aragona, e cominciato dall’avo Alfonso quando egli muoveva guerra ai Fiorentini. Era anche avvenuto nei principii dell’inverno, durante la tregua, che i Fregosi, con aggressione improvvisa, s’impadronissero di Sarzana: del che la Repubblica essendosi richiamata al Duca di Calabria, questi, sebbene riconoscesse violata la tregua, vietava però ai Fiorentini muovere le armi per la recuperazione di quella città. Per tutto ciò stavano essi in timore grandissimo, e quel Duca dicevasi in Siena poco nascondere la speranza di farsi signore di tutta Toscana. La pace ottenuta in Napoli da Lorenzo potea finire in un tranello.[514]
Ma intanto un subito ed a tutta Italia molto pauroso accidente fermava ad un tratto le imprese dei Principi, costretti ad unirsi per la comune difesa. Viveva tuttora Maometto II, il quale respinto dalla espugnazione di Rodi per il valore maraviglioso di quei Cavalieri, ma sempre insaziabile di fare conquiste, mandava parte delle sue galere lungo le coste d’Italia, dove il pascià che le comandava, messi in terra sei mila soldati, s’impadronì della città d’Otranto; e in quella, vuotata con strage orribile degli abitatori, fortificatosi, ed avendo seco un qualche numero di cavalli, scorreva e predava le terre all’intorno. I Veneziani ebbero accusa d’avere chiamati costoro per odio contro al re Ferrando;[515] e un ambasciatore Turco attribuiva l’impresa d’Otranto alle suggestioni loro.[516] Nè andava immune da quel sospetto lo stesso Lorenzo, il quale per mezzo dei mercanti fiorentini aveva grande entratura in Costantinopoli, e dopo che egli ebbe ottenuto dal Sultano la consegna del Bandini, diceano potere appresso a lui ogni cosa.[517] Fruttò a Lorenzo quella discesa del Turco la pace in Toscana, e poi dal Pontefice l’assoluzione dell’interdetto. Imperocchè Alfonso duca di Calabria accorso a difendere l’Italia da quell’insulto barbarico, abbandonava lo Stato di Siena del quale era egli già come in possesso, e insieme, con suo dolore gravissimo, la conceputa speranza di cose maggiori: per quella partita Siena rimaneva in molto lunghe perturbazioni.[518]
Innanzi la fine di quell’anno 1480 i Fiorentini, udito che il Papa si muterebbe dalla ira sua qualunque volta si umiliassero a domandare perdono, prima gli mandarono Antonio Ridolfi e Piero Nasi a fare dimostrazione dell’animo loro e ad accertarsi di quello del Papa. Dai quali essendo già preparate le cose, andava in Roma un’ambasciata di dodici cittadini, primi dei quali erano Francesco Soderini vescovo di Volterra e Luigi Guicciardini. Portavano le Istruzioni, che se fosse l’assoluzione indugiata così da mostrare poca voglia di concederla, «o se per averla si chiedessero danari, o se la città avesse a fare qualche dimostrazione per osservanza dell’interdetto, o se fosse esclusa dalla universale benedizione qualche persona in particolare, o se altra condizione potesse riuscire alla città o in pubblico o in particolare ignominiosa,» dovessero gli Ambasciatori partirsi da Roma, «supplicando la Santità sua che si degni bene considerare l’atto, che la nostra città ha fatto inverso quella Santa Sede e Sua Beatitudine per debito nostro, come è debito d’ogni cristiano venerare quella Santa Sede ed a quella umilmente inclinarsi; e quello, da altra parte, che a quell’atto si conviene, e quale sia l’ufficio pastorale; perchè non dubitiamo quello non ha fatto ancora, lo farà altra volta, quando e come meglio parrà alla Santità Sua.[519]» Ma il Papa non pose con savio consiglio alcuna sorta di condizione; e gli Ambasciatori entrati in Roma di notte tempo, e ricevuti quindi in concistoro segreto, vennero, nel giorno prima determinato, ad aspettare nel Portico innanzi la chiesa di San Pietro, della quale poichè furono aperte le porte, trovarono il Papa assiso nella sedia pontificale e circondato da molto numero di Cardinali; al quale prostratisi, e in nome della città chiesto perdono dei falli commessi, il Papa, osservate le rituali cerimonie, diede ad essi e alla città piena e universale assoluzione.[520] Dopo di che uscirono dalla chiesa accompagnati ed onorati molto degnamente, com’era usanza con gli ambasciatori: in seguito aggiunse il Papa condizione, che i Fiorentini armassero quindici galee contro al Turco.
Capitolo VII. GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.]
Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate; ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio: per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare continuità.
Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’ Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici, e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto. Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il diritto di concedere a quelle sanzione.
Subito dopo un’altra Provvigione portava a Settanta il numero dei Trenta; ai quali Settanta si apparteneva la scelta ogni due mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta ogni anno spettasse a metà numero, cioè a Trentacinque; gli altri Trentacinque sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i Settanta insieme avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei Settanta, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze. Dai Settanta si traggano ogni sei mesi Otto chiamati di Pratica, dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte, e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete; ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine conservata.[522]
Per questo Ordine dei Settanta lo Stato ebbe forma tutta la vita di Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla; che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano Decima Scalata, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro rendite il ventesimo, i più elevati pagavano il sesto. Molta era la scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini; e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare innanzi e prosperare.
In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui; ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime. Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato. Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte Girolamo Riario.[527]
Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481: un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra: quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra; accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528]
Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna, terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara; e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini, condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma, essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione, dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’ quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel giorno medesimo.[530]
Non lasciò Roberto figli legittimi, talchè i Fiorentini avuto sentore di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti, mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in comune tutta la Lega.[531]
Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo Crainense[532] aveva la residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato: così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva andare a genio di Lorenzo.[533]
Ignoro se fosse il timore del Concilio che muovesse il Papa e il Nipote, o l’essersi accorti che dare mano ai Veneziani di qua dal Po era un fargli padroni di tutta Romagna; ma certo è che Sisto, per mezzo di Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula tornato di fresco da una Legazione in Francia, mandò in Napoli a trattare la pace e l’unione con gli altri della Lega per la salvazione di Ferrara. Non ci credevano da principio, e quando si seppe che era stata sottoscritta dagli Oratori a’ 12 dicembre in Camera del Papa, i Fiorentini poco ne furono soddisfatti,[534] perchè rimanevano a discrezione di lui quei Signori di Romagna, dei quali con grande studio la Repubblica soleva farsi come una cintura contro alle offese che scendessero in Lombardia e contro agli stessi Stati della Chiesa che la fasciavano da ogni parte. Ma ciò nonostante fu allora un gran bene quella accessione del Papa; il quale dipoi, impetuoso come al solito, scomunicava i Veneziani perchè non cessavano con lui dalla guerra che insieme avevano cominciata. Ferrara ne usciva a grande stento; e perchè il verno era già grande, si fece in Cremona una dieta nella quale intervennero Lodovico Sforza e il Duca di Calabria ed il Legato del Papa ed il Marchese di Mantova e Giovanni Bentivogli, fra tutti destando ammirazione grandissima Lorenzo de’ Medici per forza di mente e splendore d’eloquenza. Deliberarono entrare oltre Po nei confini dei Veneziani, i quali aveano fatto passare l’Adda a Roberto da San Severino loro capitano, con la speranza di fare nascere in Milano qualche mutazione contro a Lodovico. Fu dato il comando di quella guerra al Duca di Calabria; e questi, sebbene non facesse impresa notevole, tenea tutta la campagna sin presso al Mincio, intantochè lo Sforza aveva schiacciato i Rossi di Parma; e i Veneziani, di forze inferiori, attendevano a guardarsi, col solo vantaggio d’avere occupato per la via del mare Gallipoli in Puglia. La guerra però andava lenta dalle due parti tutto quell’anno e la primavera del susseguente, per la mala intelligenza tra’ confederati, e massimamente perchè a Lodovico il quale teneva sotto nome di Governatore lo Stato in Milano, dava gran sospetto quel campeggiare in Lombardia d’Alfonso duca di Calabria, naturale protettore di quell’infelice Giovanni Galeazzo cui aveva data la figlia in isposa, e che Lodovico già intendeva dispogliare con arti pessime dello Stato. I Veneziani per tentativo fatto essendosi accorti come egli avesse buone radici in Milano, non furono schivi di trattare seco lui: e quello stesso Roberto da San Severino, che aveva prima servito e poi tradito lo Sforza, fermava seco ora la pace in Bagnuolo ai 7 d’agosto 1484. Per questa ritenne il Senato di Venezia tutto il Polesine di Rovigo, con molto grave scontentezza d’Ercole da Este, al quale rimasero in casa i Visdomini, e i Veneziani sul Po. Dispiacque la pace anche al Pontefice perchè fatta senza lui; bene egli l’aveva cercata prima:[535] e perchè uditane la novella moriva, fu detto al nome solo di pace essere mancata la vita di lui che aveva tredici anni tenuto l’Italia in guerra e in tumulti.[536]
In Siena il governo dalle mani degli Ottimati era venuto in quelle del Popolo, ed avendo fatta lega con la Repubblica di Firenze, restituiva finalmente la Castellina e le altre terre ad essa occupate nella guerra di Toscana. Troviamo Lorenzo essere stato grande amico a quello Stato di popolani, debole com’era e molto agitato, sperando forse egli avere occasione di porvi le mani, e soddisfare l’ambizione ch’era in lui grandissima di fare un qualche notabile acquisto e averne merito nella patria sua.[537] Dolevagli intanto assai la perdita di Sarzana, che dalla gelosia dei vicini più volte gli era stato impedito recuperare; ed ora il racquisto si rendeva più difficile, avendo Agostino Fregoso donata la terra al Banco di San Giorgio, Compagnia possente, la quale reggeva tutto il commercio dei Genovesi, mantenendosi libera e forte e senza alterazioni in mezzo ai tanto spessi mutamenti ed alle percosse di signorie forestiere cui la Repubblica sottostava. Andarono genti dei Fiorentini a quella volta, ma nel passare che facevano sotto Pietrasanta molti carri di munizioni e vettovaglie con debole scorta, furono assaliti da quelli di dentro, e presi non senza sospetto che da quella preda si fosse in Firenze cercato un motivo d’assalire Pietrasanta: l’avevano essi altre volte posseduta, ed era una briglia da tenere in freno i Lucchesi, e buon fondamento ad ogni impresa da quelle parti. Ma l’espugnazione si rendeva difficile, essendo l’autunno avanzato e il terreno paludoso; abbandonarla ed aspettare la primavera, Lorenzo non volle; e in aggiunta d’Iacopo Guicciardini avendo mandato due altri Commissari, Antonio Pucci e Bongianni Gianfigliazzi, e dietro a quelli Bernardo del Nero, si recò egli stesso sotto Pietrasanta a dare animo alle genti ed a sopravvegliare la piccola guerra, ma tale però che avrebbe potuto estendersi molto per essere i Genovesi dal mare discesi in Vada e battendo con le artiglierie la Torre che i Fiorentini avevano nuovamente armata in Livorno. Assai fu lodata la virtù dei Commissari, e massimamente di Antonio Pucci che prestò opera di Capitano, egli volendo a ogni modo si desse l’assalto, e in quello mischiandosi agli uomini d’arme e pigliando cura dei feriti e provvedendo da sè ogni cosa sinchè non ebbe avuto infine Pietrasanta. Egli medesimo infermatosi per quelle fatiche e per la stagione, si faceva portare a Pisa, dove in pochi giorni moriva: era figlio di quel Puccio che tanto avea fatto co’ suoi per dare lo Stato a Cosimo de’ Medici. Gravi erano le sofferenze e i morbi frequenti e il mancare dei soldati: morivano l’altro Commissario Gianfigliazzi che difese Livorno, ed il Capitano della guerra ch’era il conte Antonio da Marciano.[538] Questa però non cessava, sebbene per terra nulla si facesse da Niccola Orsini conte di Pitigliano, nè da Rinuccio Farnese, nuovi condottieri dei Fiorentini: ma i Genovesi dal mare di nuovo attendeano a battere Livorno; donde ributtati, non però all’armata Fiorentina riusciva tentare contro a Genova cosa alcuna. Lodovico Sforza interponea pratiche dubbiose, intantochè senza frutto si adopravano per la pace il nuovo Papa e il re Ferrando.[539]
A Sisto IV era succeduto Gian Battista Cibo genovese Cardinale di Molfetta, col nome d’Innocenzo VIII. Mansueto di natura, lo aveano eletto per avere un pontificato quieto; ma tali erano le condizioni allora d’Italia e tanti gli appicchi di politiche ingerenze fuori, e di passioni private e di domestiche cupidigie dalle quali era tirato sempre l’animo dei Papi, che asceso al regno di pochi mesi, fu tratto Innocenzio ad una pericolosa guerra, odiosa a lui quando v’entrava, odiosa del pari quando egli ne usciva. Contro al re Ferrando si congiuravano insieme i Baroni del Reame, potentissimi nei loro castelli: tenevano molti la parte angiovina; ma coloro stessi che innalzati dal padre o da lui, godevano allora di grandi ricchezze, praticavano contro a lui segretamente, ma non inconscio Ferrando, che tutti temeva, e come espertissimo odorando i tradimenti da lontano, correva innanzi a prevenirli. Era Innocenzio male disposto verso la casa degli Aragonesi; e peggio ancora il Cardinale di San Pietro in Vincula, che assai dominava l’animo del Papa;[540] nel quale speravano i congiurati: ed Innocenzio avendo anche avuti Ambasciatori della potentissima città dell’Aquila che s’era posta in ribellione, deliberò di muovere guerra contro al re Ferrando, avendo ottenuto dai Veneziani Roberto da San Severino che andasse capo a quella impresa. Dispiacque a Milano la mossa del Papa, e molto se ne turbava Lorenzo de’ Medici al quale parve che fosse incendio da spegnere tosto; il che avverrebbe se il Papa fosse costretto a ritrarsene col muovergli addosso tutto il peso della guerra. Intorno a Roma i Colonnesi amici del Papa si battagliavano con gli Orsini; dei quali Niccola conte di Pitigliano, venuto ai soldi della Repubblica di Firenze, entrò dalla parte di Maremma nello Stato della Chiesa, intantochè il Duca di Calabria, facendosi innanzi, cercava congiungersi ad esso ed agli altri Orsini che aveano sparse le castella nel Patrimonio. Ma perchè l’impresa pareva tale che si dovesse compiere alla prima, Alfonso recatosi a Montepulciano, richiedeva che Lorenzo si abboccasse quivi con lui; e sebbene questi per malattia non potesse, rimase tra loro convenuto di portare le offese là dove più avrebbero ferito sul vivo: Lorenzo mandava a questo effetto rinforzo di gente, ed altre otteneva che sotto al Trivulzio venissero da Milano. Ma ciò nonostante riusciva la guerra lenta per le difficoltà dei movimenti, e per la stessa militare scienza la quale nei Capi era grandissima, con eserciti male composti e non atti a fare imprese gagliarde. Aveva Roberto da San Severino scontrato i nemici inutilmente al ponte Nomentano; poi andò gran tempo prima che le forze dei Collegati e degli Orsini si congiungessero a Bracciano, e che in una grossa battaglia non avessero la peggio le genti del Papa. Questi frattanto avea trattato di fare scendere in Italia il Duca di Lorena siccome erede delle ragioni di casa d’Angiò; al quale annunzio il Senato di Venezia, che non voleva in Italia oltramontani, già dava segno di accostarsi alla Lega; mentre i Fiorentini se ne rallentavano, a Francia legati per gran numero dei mercatanti ch’aveano in quel regno. Il Papa intanto, stretto dalla guerra che aveva all’intorno e dalle fazioni sanguinose dentro Roma stessa, udiva con lieto animo le proposte d’accordo che aveangli recate il Trivulzi e un letterato che allora in Napoli era in grande stima, Giovanni Pontano. Recossi indi a Napoli lo stesso Cardinale di San Pietro in Vincula, e fu conchiusa la pace; Roberto da San Severino costretto ritirarsi con l’esercito, e non avendo chi stesse per lui, fu necessitato rinviare la maggior parte delle sue genti, ed egli tornare a Venezia quasi solo. Quella pace diede a Ferrando causa vinta contro ai Baroni,[541] dei quali furono taluni subito messi a morte; altri, difesi dall’accordo e perdonati, erano spenti anch’essi con paziente indugio dal Re, che gli avvolse presso che tutti dentro alla rete dei tradimenti. Ferrando d’Aragona credettesi allora d’avere per sempre assicurato alla discendenza sua la possessione del Regno di Napoli.[542]
Per quella pace i Genovesi bene avvisati che da Firenze tutte le forze si volgerebbero all’impresa di Sarzana, passando la Magra senza aspettare la primavera che fu del 1487, investirono il Borgo di Sarzanello; e questo occupato ed arso, battevano con le artiglierie la Rôcca, avendo usato per la espugnazione l’artifizio nuovo e tuttora non bene regolato delle mine. A quell’annunzio i Fiorentini molto si commossero, e mandato in campo il Conte di Pitigliano, scrissero a quanti condottieri e conestabili tiravano soldo dalla Repubblica, si affrettassero intorno Sarzana. Giungeano i Signori di Piombino e di Faenza, vennero altri Orsini di nuovo ricondotti dalla Repubblica e dal Duca di Milano, e Galeotto Pico signore della Mirandola. Tardi inviava Lodovico Sforza quattrocento lance, e il Re di Napoli a Livorno sei galere con cento provvigionati e con l’intenzione di fare in Corsica qualche effetto contro ai Genovesi. Raunate le forze, si venne a battaglia con vittoria dei Fiorentini, i quali ebbero prigione lo stesso Capitano genovese Gian Luigi del Fiesco: dipoi fabbricate sulla Magra, e in altri punti bene acconci, bastìe che impedissero ogni soccorso alla città, si venne all’assalto; il quale riuscito la prima volta infruttuoso, ma le mura essendo da più parti rotte, i cittadini senz’aspettare l’assalto secondo, liberamente si diedero a Lorenzo dei Medici; il quale venuto in campo, colse l’onore della vittoria e della molta benignità usata verso i Sarzanesi. Avrieno in quel caldo bramato a Firenze di spingere innanzi la guerra, ma furono impediti dallo Sforza, il quale avendo trattati in Genova, non voleva che fosse menomato quello Stato, del quale divenne bentosto signore: invidiava egli anche la riputazione di Lorenzo, e tra essi due sempre gli animi furono mal disposti.[543]
Nella Romagna, solito campo alle stragi familiari tra quei signorotti, due morti avvennero nell’anno 1488, per le quali fu ivi attirata la sollecitudine dei Fiorentini. Girolamo Riario teneva Forlì, odiato per crudeltà ed avarizie; tantochè un giorno, essendosi messi d’accordo taluni di quei principali cittadini, l’uccisero; e poi gittato il corpo dalla finestra, chiamavano il popolo gridando Chiesa e Libertà. La Rôcca teneasi nel nome dei figli, i quali insieme con la madre essendo alle mani dei congiurati, ottenne la Contessa d’entrare in quella sotto colore di persuadere il Castellano a cederla; poi facendo il contrario, insultava dalle mura con animo ed atti poco femminili ai rivoltosi che minacciavano d’uccidergli i figli. Ma la città si mostrava fredda; e intanto veniano genti da Milano e da Firenze, pel cui soccorso Caterina Sforza riebbe lo Stato che fieramente poi manteneva ai figli ed a sè. Nè un mese appena era passato, che un peggiore caso avvenne in Faenza: Galeotto Manfredi fu ivi ucciso dalla sua propria moglie, nata di Giovanni Bentivoglio; e questi cercando occupare in quel tumulto Faenza, i contadini di Val di Lamone, che più altre volte avean fatto prova della virtù loro, accorsi in arme, recuperarono la città facendo prigione lo stesso Bentivoglio. Allora i cittadini a mezzo con gli uomini di Val di Lamone presero lo Stato in nome del piccolo fanciullo Astorre e sotto la consueta protezione di Lorenzo de’ Medici e della Repubblica di Firenze; la quale ritenne Piancaldoli, buona rôcca sul confine, e prima stata di suo dominio. In Osimo un Boccolino si era fatto tiranno e minacciava chiamare i Turchi; ma costretto rendere al Papa quella città, e per qualche tempo in Firenze ritenuto, fu indi a Milano fatto uccidere. Dipoi una guerra tra l’Imperatore e i Veneziani essendo bentosto finita, e per interposizione di Lorenzo placate le ire del Papa contro al re Ferrando per l’uccisione dei Baroni e pel negato tributo,[544] godette senz’altro accidente l’intera Italia pace tranquilla.[545]