APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 2)
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Già nella legge longobarda di Luitprando, tit. 108, § 1, si ha: veni et occide dominum tuum, et ego tibi facere habeo bonitatem quam volueris — Feri eum adhuc, nam si feriveris ego te ferire habeo. Il Grutero porta un’iscrizione del VII secolo, che legge: Quod estis fui, et quod sum essere habetis (Nº 1062). D’origine simile sarebbe il condizionale. Or ecco esempj degli ausiliarj avere e stare:
Cicerone. Satis hoc tempore dictum habeo — Clodii animum perfecte habeo cognitum, judicatum — Bellum nescio quod habet susceptum consulatus cum tribunatu — Domitas habere libidines — Si habes jam statutum quid tibi agendum putes — Aut nondum eum satis habes cognitum? Nimium sæpe exspertum habemus — Haec fere dicere habui de natura Deorum — Bellum habere indictum Diis — Habeo absolutum epos.
Cesare. Idque se prope jam effectum habere — Quorum habetis cognitam voluntatem in rempublicam — Præmisit equitatum omnem quem in omni provincia coactum habebat — Vectigalia parvo prætio redempta habere.
Terenzio. Quo pacto me habueris praepositum amori tuo — Quae nos nostramque adolescentiam habent despicatam.
Virgilio. Quem semper honoratum habebo.
Plinio. Cognitum habeo insulas.
Lucrezio dice che alcuni filosofi errarono, «amplexi quod habent perverse prima viai». A Gellio riferisce l’editto antico d’un pretore su quelli qui flumina retanda publice redempta habent.
La legge Tres tutores porta: «Cum destinatum haberet mutare testamentum. Tale è il frequentissimo compertum habere: e habere conductas. In Plauto trovo anche avere per essere, come da noi usa: «Quo nunc capessis tu te hinc advorsa via cum tanta pompa? — Huc. — Quid huc? quid isthic habet? (che ci ha?) — Amor, Voluptas, Venus, ecc.».
E Tertulliano più alla moderna: «Etiam filius Dei mori habuit — Si inimicos jubemur diligere, quem habemus odisse?» che noi diremmo ebbe a morire, abbiamo a odiare.
A Pompei vedesi scritto: Abiat Venere pompejana irada qui hoc læserit.
Nè mancano esempj di essere come ausiliario. Così Ovidio: «Quassus ab imposito corpore lectus erat» per quatiebatur: e in altri, casus esto, vinctus erit, si furtum conceptum erit, si mortuus erit.
Lucrezio. Manus et pes atque oculi partes animantis totius extant.
Orazio. Hoc miseræ plebi stabat commune sepulcrum: e in Virgilio Dum Troja staret: nondum Ilium steterat: ubi transmissæ steterant trans æquora classe; e in altri stabat acuta silex; stant belli causæ; deserta stat domus. Del quale stare ci sopravanzò stato, verbale di essere. Anzi anche l’andare come ausiliario mostrasi in Virgilio (ite solutæ) e in Orazio (dimissus abibis).
Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli scritti, viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe col volgere de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver conservato le parole che escono in vocale (acqua, stella, porta...), mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo l’ablativo (fronte, arbore, libro...)
Il Galvani[120] mostrò che ne’ primitivi itali c’era si e su, nominativo del sui, sibi, se, e che di là viene il nostro si in si dice, si vuole. In una iscrizione presso il Muratori[121] leggesi: ultimum illui spiritum, come chi dicesse l’ultimo di lui spirito.
L’aggiungere spesso le preposizioni intro e foris tiene del modo nostro: — Ingressus intro (Matteo, XXVI. 58); egressus foras (ivi, 75). Hypocritæ, quia mundatis quod deforis est calicis; (XXIII. 25). Aforis quidem paretis hominibus justi (ivi, 28, dove riconosci il nostro parere, sembrare). Exeuntes foras de domo (X. 14), pleonasmo affatto italiano. Et cum intrasset in domum, prævenit eum Jesus (XVII. 24).
Oltre i vicecasi e i vicetempi, altra differenza grammaticale dell’italiano è il risolvere col che (siccome coll’ὄτι il greco) le proposizioni dipendenti, che il latino mette all’infinito coll’accusativo. Il basso latino, o, come noi crediamo, il parlar popolare v’adoprava il quia e quod, e non ne mancano i classici[122]. La Bibbia ne offre molti esempj. — Ut cognovit quod accubuisset in domo Pharisæi (Luca, VII. 37). Prædicate dicentes quia appropinquavit regnum cœlorum (Matteo, X. 7). Spesso lo usa un autore che scriveva prima dell’invasione dei Barbari, ch’era maestro di retorica, e che pecca di affettazione piuttosto che di negligenza, sant’Agostino. Apriamo a caso le sue Confessioni, e al libro vii. c. 9, narrando come i libri platonici lo avviassero al cristianesimo, dice che in quelli «legi quod in principio erat verbum... quia hominis anima non est ipsa lumen... quia in hoc mundo erat... quia in sua propria venit.... Item ibi legi quia Deus verbum non ex carne, sed ex Deo natus est. Sed quia verbum caro factum est non ibi legi... quia semetipsum exinanivit... quia Dominus Jesus in gloria est Dei patris non habent illi libri. Quod enim ante omnia tempora unigenitus filius tuus coæternus tibi, et quia de plenitudine ejus accipiunt animæ... est ibi». E così prosegue mettendo quia e quod ove i classici avrebbero messo l’infinito, e ove noi mettiamo il che[123].
Senza più dilatarci in esempj, a sovrabbondanza abbiamo veduto come la lingua latina potesse tralasciare qualche sillaba finale; facoltà conservata dalla italiana, ove tronchiamo tante voci, e diciamo ardor, furo, fero, ecc. Ascoltate un contadino toscano, e vi dice a cà, mi pa, u’ o a ì? (dove ho a ire?). Di tali mozzamenti maggior uso fanno ancora i vulghi d’altre contrade. E già il facevano i loro padri all’età romana; e con ciò invece di da mihi illum panem, compendiavano da mi il pane; e Cicerone potè udire questa frase senza meravigliare o frantendere, nè sognarsi che derivasse da imitamento di Barbari.
Le somiglianze o differenze grammaticali, di cui va tenuto maggior conto che delle lessiche, ci autorizzano ad asserire che, delle principali mutazioni nella nuova lingua, nessuna fu portata da imitazione esterna, bensì da evoluzione interna e naturale.
Perocchè, lo ripetiamo, la natura non procede di salto, e ciò ch’è oggi, nasce da quel di jeri. Potreste immaginare un giorno, nel quale gli abitanti d’Italia abbiano cessato di parlare la latina per adottare la lingua del vincitore, o formarsene un gergo, barbarico affatto, e dal quale uscisse poi questa bellissima e organica favella nostra? Non ne aveano essi già tutte le parole dal latino, e tutte le forme dal greco?
Le diversità grammaticali indicano che l’italiano deriva dal latino parlato, anzichè dallo scritto. Questo svolgeasi in ampj periodi e trasposizioni; l’italiano no: quello ha flessioni variate, finali consonanti, mentre l’italiano termina in vocali, e ciò viepiù dove meno Barbari intervennero: segno che persisteva una lingua popolare, in cui era stato introdotto il lessico del latino colto, ma non la grammatica.
§ 12º Andamento consimile nelle evoluzioni di varie lingue.
Che se guardiamo ad altre favelle della famiglia indo-europea, le vedremo tutte tramutarsi da un’antica in una moderna per andamento somigliante, attesa l’identità d’inclinazione e di principj; e passare dal prisco sintetico al moderno analitico.
D’una favella possono alterarsi o l’interna struttura delle parole, o le forme grammaticali. Le parole antiquandosi tendono a surrogare alle consonanti gagliarde e dure le deboli e dolci, alle vocali sonore le sorde dapprima, poi le mute; i suoni pieni s’estinguono a poco a poco e si perdono, le finali dispajono, le parole si contraggono; in conseguenza le lingue divengono meno melodiose; parole che lusingavano l’orecchio, non offrono più che un senso mnemonico e quasi una cifra.
Le forme grammaticali, che possiamo chiamare l’anima delle lingue, di cui le parole sarebbero il corpo, col tempo si confondono fra loro, o si trascurano; s’impiegano fuor di proposito, o si smettono: onde viene un linguaggio mutilato, che, per vivere, conviene adotti organamento nuovo.
E qui rivelasi l’azione rigeneratrice; diremmo oggi, la lotta del vivere. Perita l’antica sintesi grammaticale, smesse le inflessioni, mal distinti i casi de’ nomi, i tempi de’ verbi, i rapporti che prima erano espressi dai segni grammaticali aboliti si dinotano con parole separate, per evitare la confusione; con preposizioni si supplisce alle desinenze che distinguevano i casi con ausiliarj a quelle che indicavano i tempi de’ verbi; i generi si dinotano cogli articoli, le persone coi pronomi. Di tal passo dal sanscrito nacquero il pali e i diversi dialetti pracriti; dallo zendo il persiano, dal greco classico il moderno, il tedesco odierno dall’antico, l’inglese dall’anglosassone, l’olandese dal frisone ch’è affine al sassone, il danese e svedese da quello scandinavo ch’è conservato in Islanda. Così pure dal latino derivarono le lingue neolatine, e specialmente la nostra.
È della natura umana, che una parola che ricorre frequente, la si scorci per parlare più spiccio; si sostituisca un segno semplice a uno complicato: si confondano le gradazioni, si trascurino le distinzioni delicate; e questo svolgimento delle lingue non è sospeso se non quando scrittori classici fanno legge e prefiggono un canone. Il popolo tende a contrarre, a fognare, giacchè parla per parlare, non per parlar bene; e purchè una parola renda il suo pensiero, poco gli cale l’articolarla con esattezza o trascurarne alcun elemento. I’ so per io sono; gnor sì per signor sì; vello per vedilo, Cecco, Bista, Cola, Gino, dugenvenzei sono contrazioni usitatissime; la lingua de’ trecconi è una perpetua contrazione; e così la più parte de’ dialetti. L’uso vulgare confonde le desinenze che distinguono i casi e le persone; darà il genere mascolino ad un sostantivo femminile, o il contrario; dirà voi eri, voi andavi, un poca d’acqua, una libbra e mezzo; porrà l’indicativo pel soggiuntivo, il passato definito per l’indefinito, e ciò non per solecismo ignorante, come chi parli una lingua non sua, ma con regola istintiva, tal che resta comune a tutto un paese, a tutta una classe. Come dunque lo scomporsi, così il ricomporsi delle lingue tiene all’indole dello spirito umano, essendo naturale il rendere con preposizioni od ausiliarj, vale a dire con una sorta di perifrasi, ciò che le modulazioni grammaticali del nome e dei verbi esprimono o male o non più. Se paragoni le lingue primitive colle loro derivate, trovi dappertutto l’accorciamento delle parole. Inoltre ciascun idioma derivato è assai meno ricco di forme grammaticali che i primitivi; il numero duale, che esisteva nel sanscrito, sparve nel pali e nel pracrito; le declinazioni, sì ben distinte nel sanscrito, si confondono nel pali, ch’è suo figlio diretto, nel quale molte voci dell’ottava seguono la prima; di rado si adopera il passivo; la conjugazione offre appena i tempi indispensabili, e uno solo risponde all’imperfetto, al perfetto o all’aoristo del sanscrito.
Come l’alterazione e lo sfasciamento della lingua si manifestano per effetti quasi simili in tutti gli idiomi della famiglia indo-europea, in quasi tutti vi si oppone lo stesso rimedio. Dove i casi divennero troppo scarsi ai bisogni del pensiero, o troppo raffinati per l’uso comune, l’eguale terminazione si adottò per casi differenti, rimovendo la confusione coll’anteporre preposizioni al sostantivo. Ai modi e tempi semplici dei verbi ne furono surrogati di composti cogli ausiliarj essere, avere, volere, fare, venire, divenire. Nel bengali, derivato dal sanscrito, se ne formano quattro modi; potenziale, ottativo, inceptivo, frequentativo, e molti tempi. Nell’indostani, dialetto più alterato che il bengali per straniere influenze, si adoperano essere e dimorare come ausiliarj, il passivo formasi con raddoppiare il verbo essere, e n’è ausiliario il verbo andare. All’antica declinazione zenda, che è conforme alla sanscrita, nel persiano moderno in molti casi si supplì colle preposizioni der, be, ez; sono composti il passato e il futuro, e la voce passiva formasi col verbo essere. Il greco vulgare perdette il passato perfetto; il piuccheperfetto forma mediante il verbo avere, e il futuro mediante il volere, come in inglese; avanti al soggiuntivo pone il να, come in francese il que.
Anche le germaniche sostituirono preposizioni alla terminazione dei differenti casi; tutte si valsero degli ausiliarj dovere, diventare o volere pel futuro, il quale uso degli ausiliarj fu già conosciuto, sebbene non sempre usato da Ulfila, che nel quarto secolo tradusse in gotico la Bibbia. Altrettanto nei dialetti slavi moderni. Nell’antica lingua slavona già si trova il preterito, composto con iesmi (io sono), e due altri tempi formati con ausiliarj. Fra le celtiche, l’irlandese, che conserva i monumenti più vetusti, presenta pure forme grammaticali, mancanti a tutti gli altri dialetti, e vestigia di declinazioni, e specialmente il dativo plurale in aibh, analogo al sanscrito bhyas, e al latino abus. I dialetti bretoni e cornovalesi, più discosti dal tipo primitivo che non il gallese, hanno l’ausiliario io fo; mi a gura in cornovalese, me a gra in bretone. Il gallese esprime il passivo con terminazioni speciali; il bretone non le possiede più, e si vale del verbo essere come le lingue neolatine: il cornico sta di mezzo, conservando le forme passive del gallese, e adoperando il verbo essere come il bretone.
Anche noi nel verbo perdemmo molti tempi, e il gerundio, il supino: nei conservati si soppresse generalmente la consonante finale; gli altri si formarono cogli ausiliarj. Del passivo ci restò solo il participio passato, che serve a formare, coll’avere, i tempi dell’attivo, e coll’essere quei del passivo, contenendo però in sè la sola determinazione, mentre tutte le relazioni del soggetto, numero, persona, tempo, modo spettano all’ausiliare. Perduto è affatto il deponente. Il comparativo sparve quasi in italiano, ma già i Latini vi sostituivano il magis, come magis pius, conservato in altre lingue romanze (mas dulce spagnuolo): e talvolta il plus, come plus lubens, in Plauto, plus formosus in Nemesiano.
L’analogia degli accidenti alfabetici s’incontra dappertutto. Come lavo fa lotus, così causa fa cosa; amavit fa amò. I dittonghi si contraggono, e come seibi in sibi, jous in jus, così audio in odo. Alcune lettere si ommettono, altre si aggiungono per eufonia, o mutansi secondo l’affinità di organi; talune si traspongono sì, che da metuo viene timeo; da magro gramo; da peramare bramare, da metipsum medesimo, fa verecundia vergogna, da dum interim dommentre, poi mentre. La h non fu più aspirata, sicchè divenne superflua; la j cambiossi in g; la x in s; crebbe l’uso della z.
Ognuno vede come facilmente, coi processi indicati, si venisse a fare ciò da ecce hoc, colà da ecce illuc; così da æque sic, ac si, che ne’ dialetti è ancora acsì e ixì; come e como da quo modo; da hanc horam e illam horam ancora e allora; da ad ipsum tempus adesso; da tunc dunque; da ab ante avanti; da post dopo; da retro dietro; da per hoc quid (allungamento invece di nam) l’imperciocchè; il quale da ille qualis, come nel neogreco ὁ ὁποῖος: da ecc’ille quello; da ecc’iste cotesto, cotestui, questo; da veh vai e guai, come in guasto mutossi vasto, in guado vado. Le tre forme di affermazione sì, oil, oc sono dal latino sic est; illud est; hoc est[124].
Da per tutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: nè di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine.
Non sono abbastanza spiegate certe ragioni eufoniche, per cui una lingua predilige un tale accento, una tale cadenza, una tale combinazione di vocali e consonanti. Quando la favella si trasforma per costituirsi in linguaggio, le parole assumono alterazioni successive piccolissime, finchè incontrano una tale combinazione di suoni che resta prevalente, e determina l’indole eufonica d’essa lingua. Così l’italiano finisce le parole o piane o sdrucciole in vocali, il francese in consonanti coll’accento sempre sull’ultima sillaba e colle nasali; lo spagnuolo ha vocali chiare ma strette, mentre il portoghese le ha cupe: nell’inglese sibilano i suoni fra i denti; nel tedesco si conserva l’accento su ciascun componente delle parole e si pronunzia per tono di voce, anzichè per accento prosodico: nelle lingue semitiche abbondano suoni gutturali e fortemente aspirati. Introducendo in quelle lingue parole forestiere, queste s’acconciano al tipo eufonico.
L’alterazione prodotta dall’uso è viepiù sensibile, quanto più la lingua alterata avanza di età, e più risente delle abitudini popolari, cioè è più parlata e meno scritta. Il vecchio latino appare aspro nel rozzo numero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento di eufonìa, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori[125], io penso tenesse ai prischi idiomi italici, e vorrei dedurne che la nostra lingua non originò dalla conquista germanica. Il latino volgare avea forme più povere e parole differenti dalle classiche. Da una letteratura esotica, tutta artistica, non nata col popolo nè svolta con esso, venne la lingua scritta, senza impedire che, in bocca al popolo, seguisse la legge universale del movimento, a segno che quando quella potè prodursi in iscritto, si trovò ben differente, modificata senza scrupoli filologici.
Ne segnammo le vestigia nelle iscrizioni, massime dei primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non secondo grammatica; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi s’avvicinavano alla pronunzia, piuttostochè all’uso letterario. I Padri greci continuarono a scrivere meglio de’ latini, perchè la loro lingua essendo più naturale cioè conforme alla parlata, non richiedeva molta coltura; mentre la latina, così artefatta, corrompevasi col diminuire degli studj ad essa necessarj. Oltrecchè l’uditorio de’ Greci era di persone civili, mentre quel de’ Latini componeasi spesso di schiavi o liberti o stranieri importati.
I popoli germanici importando molte voci, indirettamente ajutarono la decomposizione del latino, mentre le tradizioni e le abitudini letterarie da cui erane protetta la purezza, si corrompeano, e il negletto linguaggio delle classi incolte, di quei Casci, di cui dice Cicerone che la lingua non istudiavasi, prevaleva nell’uso all’accurato della classe forbita. Una lingua non perisce se non colla società che la parla: e qui appunto periva la società colta, e con essa il parlare accurato, e riviveva il popolare. Onde alla lingua latina si surrogarono gli idiomi neolatini in virtù di leggi intrinseche e generali, e non per particolari avvenimenti.
La filologia comparata provò che non fu sempre la lingua più organica, in conseguenza la più bella, che venne ricevuta per nazionale. L’alto tedesco è incontestabilmente inferiore al basso tedesco, eppur divenne lingua letteraria dacchè Lutero lo adoprò a tradurre la Bibbia.
§ 13º Influenza de’ Barbari. Periodo di scomposizione.
Le cause di alteramento della lingua letteraria latina crebbero dacchè irruppero i Barbari, e scossero prima, poi annichilarono l’impero romano. È notevole che gli elementi lessicali germanici, divenuti parte dei parlari latini (contano da 300 voci comuni a tutti), s’incontrano egualmente in tutti questi nelle diverse regioni romane. Ciò è indizio che tale immissione è ben più antica dell’ultima invasione, e risale a un tempo quando il latino aveva ancora tanta vitalità, da non poterne venir modificato secondo le varie contrade. E forse si identificava coll’estendersi del latino fuori delle regioni natìe per mezzo delle colonie e degli accampamenti.
Ormai nessuno più crede che i Barbari fossero fiumi di popoli, che affogassero gli indigeni, e portassero non solo devastazione e micidio, ma sovvertimento generale. Fossero anche stati numerosissimi, sarebbe insolito il fenomeno d’un popolo conquistatore, che al conquistato impone la propria lingua. Nelle due Americhe le colonie antiche conservano la favella materna, mentre la conservano anche i prischi abitanti. Che se talvolta quella prevalse, ne fu causa la sua maggior coltura; come nelle colonie eoliche e doriche della Sicilia e della Magna Grecia. Pei Barbari in Italia il caso era l’opposto: una gente rozza sovrapponevasi ad una colta; e se a questa imponeva le leggi sue, doveva ricorrere ad essa fin per iscriverle.
Dov’è però a notare che l’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Fra le servitù che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino[126]; Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Lisia, il quale non seppe rispondergli in latino[127]; davanti al Senato contendevasi se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione, piuttosto che dire monopolio.
Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni e ne’ composti, mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più disparate[128]: oltrecchè più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma. Così avvenne del latino, introdotto in paesi, la cui gente aveva gli organi abituati ad altri suoni, e lo spirito ad altra sintassi. Se, come pretende Fauriel, la lingua latina fosse stata decomposta dalle indigene di ciascun paese, dovrebb’essere riuscita differentissima, mentre da per tutto appare simile a quella de’ paesi dell’antico Lazio.
La località fu però uno de’ fattori de’ nuovi linguaggi: e per es. nell’Italia dove il latino parlavasi, le parole conservarono l’estensione; nella Gallia si raccorciarono. Ma che a generare le lingue, dette romanze perchè uscite dal romano, principal parte contribuissero i Barbari, è tutt’altro che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure a stento riscontri alcun vocabolo gotico in quell’idioma, che dall’invasione araba confinato tra le montagne delle Asturie, colla vittoria e colla croce ne discese, e s’impossessò di alcuni termini arabi, di alcuni francesi, ma in fondo rimase latino. Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto un corso di acque o la cresta d’un monte frapponevasi a due linguaggi diversissimi, quant’è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari? Se l’articolo ci fosse dato dal tedesco, qualche traccia propria ne resterebbe, mentre non ve n’ha alcuno, anche de’ varj dialetti, che non si derivi e spieghi col e pel latino[129].
La lingua è tradizione, che si fa dalle madri, onde ben dicesi materna; nè gli stranieri ci hanno a vedere. Il cambiamento è neologismo, non barbarismo. Fosse anche durato l’impero, la trasformazione sarebbe avvenuta. Spagna, Portogallo, Francia hanno lingua simile all’italiana e come questa derivata dal latino, ma dal latino popolare non dallo scritto. Ora è certo che i dialetti conservaronsi fra i varj popoli, malgrado il latino; e che colà mai non fu parlato il latino proprio. Raynouard sostenne si fosse formata una lingua comune romanza, da cui derivarono le altre. Ma ciò supporrebbe che già fosse comunemente parlato il latino, val a dire che si fosse cambiata la grammatica originale di que’ paesi nel breve tempo della dominazione romana. Provasi che ciò non fu. E ripugnerebbe pure che il latino, mescolandosi colle lingue originarie differenti, producesse una lingua simile in tutte.
§ 14º Periodo di formazione dell’italiano nell’età barbara.
In somma la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, fino a riuscirne due diverse; anche i Barbari conservavano la favella nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Che se in altri paesi il vinto ingegnavasi di usare la lingua del vincitore come segno di emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore stesso che non avea letteratura, valeasi di quella del vinto. Nè solo i preti e i notaj erano latini, ma in latino furono scritti e l’Editto di Teodorico, e le sue lettere, e le leggi de’ Longobardi, sebbene sia dimostrato che queste non doveano servire se non pei conquistatori. In esse sovente alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare[130]: prova evidente dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, i signori trovandosi diffusi nei castelli, in contatto cogli indigeni anzichè coi loro nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.
Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava; ciascuno v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei costrutti[131]. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio l’inconscio mutarsi dell’antica nella nostra favella, prima che fosse adottata per libri.
Il Codice Longobardo abbonda di modi traenti agli odierni: Rotari, leg. 218. Vadat sibi ubi voluerit: riempitivo tutt’italiano, se ne vada.
299. Si quis vitem alienam de una fossa scapellaverit. Quest’ultima voce dicesi ancora in Piemonte, come masca per strega: Striga, quod est masca. Ivi, 197.
302. Capistrum de capite caballi.
303. Pistorium per pastoje, come alla 296 sogas per soghe; alla 306 pirum aut melum; alla 345 caballicare per cavalcare; alla 382 cassinam per casa campestre; alla 387 genuculum per ginocchio.
Nelle leggi di Liutprando, alla VI, 68 occorre scemus; alla III, 4, Faciat scire per judicem; alla IV, 3, In manus de parentibus suis, et in præsentia de parentibus suis; alla V, 3, matrina aut filiastra.
Il Canciani trasse dall’archivio di Udine una Legge Romana; e sia, come a lui sembra, dei tempi carolingi, o sia piuttosto un’irrazionale accozzaglia, noi, guardandola solo filologicamente, vi troviamo: Con mandatis principum — Ipsa uxor da marito suo — Prosequat cujus essere debeat — Si hoc scusare potest (lombardismo frequentissimo) — Ancilla quam in conjugio prese — Ante per suam tema (timore). — De aliorum facultates male favellant — Si illa judiciaria per sua cupiditate prendere presumserit — Per fortia violaverit — De furtivo cavallo — Cujus causa minare voluerit — Ad unum de illos judices — Per sua culpa — Ad unum dare voluerit plusquam ad alium — Quod minus precium presisset, quam ipsa res valebat.
Nelle formole sulle Leggi Longobarde, dal Canciani stesso riportate al vol. V, pag. 85 delle Leges Barbarorum, incontrasi:
Petre, te appellat Martinus, quod tu comprasti decem modios de frumento.
Tu tenes sibi unum suum bovem.
Plus valebat quando tibi dedit — Non est verum.
Tu minasti Mariam ad aliam partem.
Volo tollere eam ad uxorem.
Invenisti unum suum caballum, et minasti ad clausuram.
De torto.
Tene tuum bovem, et da michi debitum.
Ora disponiamo, secondo la loro età, alcuni testi.
Anno 715. Il prete Aufrit interrogato, risponde: Quando veniebat Angelo de Sancto Vito, faciebat ibidem officio; et quod inveniebat a Christianis, totum sibi tollebat... e termina l’interrogatorio: Sed postea quam ego presbiter factus sum, semper ego ibidem missa faciebam. Nam in isto anno Deodatus episcopus de Sena... presbiterum suum posuit uno infantulo de annos duodecim etc.... (Antiq. ital., VI. pag. 375). Orso prete disse: Vecinus sum cum istas diocias... Nam episcopus Senenses numquam habuit nulla dominatione... Iste Adeodatus episcopus fecit ibi presbitero uno infantulo, habente annos non plus duodecim, qui nec vespero sapit, nec madodinos facere, nec missa cantare. Nam consobrino ejus coetaneo ecce mecum habeo: videte si possit cognoscere presbiterum esse. Ib., p. 378.
715. Idio omnipotens. Ib., III. 1007.
— Fortia patemus, et non presumemus favellare. Carta senese appresso Brunetti, I. 439.
720. Medietate de casa mea infra civitatem, cum gronda sua libera. Ant. it., III. 1003.
— Garibaldus Tosabarba riceve a fitto un campo di santa Maria di Cremona, nei documenti del Troya, n. 441.
723. Post nostrum decessum, quem ivi ipsi monaci de ea consacrationem eligere ipsum aveat ordinatum. Brunetti, I. 275.
730. Et Gagiolo illo prope ipsa curte, ora præsepe. Ib., 518.
— De uno latere corre via publica. Ant. it., III. 1005; bell’idiotismo toscano, ancora vivo; e così al 760, De suptu curre fossatum, et ab alio latere curre vigna. Brunetti, I. 570; e al 746: Cui de uno latum decorre via publica. Doc. lucch., II. 23.
736. Si eum Taso aut filiis ejus menare volueris, exeas. Brunetti, i. 491.
743. In via publica, et per ipsam viam ascendente in suso. E ivi stesso gambero, molino, capanna. Ant. ital., I. 517.
746. Da capo pedes sexaginta... di una parte terra... di alia parte... da capo vinea et da pede... di presente solutum. Carta di Chiusi ap. Brunetti, i, 522.
754. Mezzolombardo chiamasi un diacono cremonese nel codice del Troya, n. 683.
762. Fratellum presbiterum scribere rogavi: e nella soscrizione: Fratellus presbiter. Doc. lucch., LVI.
763. In una carta pisana: Et si ego non adimpliro ita, in ipsorum sacerdotis sia dominio hæc adimplendo. Ant. ital., III. 1009.
765. In una lucchese: Gustare eorum dava: Sua voluntate dava. Ib., 745.
766. Ita decrevimus ut per ipsum monasterium sancti Bartholomei fiant ordinata et disposita. Brunetti, i. 289.
767. Excepto silva qui fue de ipsa corte... Excepto forte Fosculi, qui fue barbano (barba, zio) ejus. Ant. ital., V. 748.
770. Hoc decerno, ut cum ipsis rebus quas vobis concido, vel pos meo decessu reliquero, siatis in monasterio, ut per singulos annos persolvere debeatis pro anima mea in ecclesia Sancti Salvatoris... per quam abueritis, reddatis in ipsa ecclesia vel ad ejus rectores in aureo soledo uno, aut pro auro, aut per circa, vel pro oleo, aut per quem volueritis in ipso Dei templo, pro anima mea reddere debeatis. Brunetti, i. 287.
Frasi italiane da un pessimo latino traspajono negli insegnamenti d’un chimico dello stesso secolo, ove si legge: Cuse ipsas pelles, laxa dissicare, batte lamina; et post illa battuta, per martellum adequatur, tam de latum quam de longum; scaldato illo in foco, batte, et tene illud cum tanalea ferrea; sed tornatur de intro in foras; dextende eum, ibi scalda, pone ad battere, sufficienter; modicum laxa stare, et lixa illud, ecc. — Imple carbonibus et decoque, ut superius diximus, josu (giuso) ligna et sus carbones. — Et si una longa fuerit vel curta, per martellum adequatur (Ant. italicæ, II. 380). Chi negherà che costui parlava italiano?
Nel musaico che da papa Leone III ponevasi in Laterano il 798, cioè nella città più colta del mondo e dal ristauratore degli studj, è scritto: Beate Petrus, dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi dona; dove già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la congiunzione. Allora il popolo alle preci rispondeva Ora pro nos. Tu lo adjuva. Nel testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 903 si legge: Xenodochium istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus humilis diaconus, de ordine sancte mediolanensi ecclesie nepote meo et filius b. m. Ariberti de befana, diebus vite sue. E quattro anni più tardi un altro: Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi archiepiscopi seniori meo, animas salutem. E altrove: Foris portæ qui Ticinensis vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc civorio sub tempore domno nostro...
Strafalcioni così madornali, e fra persone addottrinate come erano prelati roganti e notaj rogati, convincono che il latino non parlavasi più nemmeno fra la classe elevata; giacchè chi detta in lingua propria accorda nomi e verbi senza dar in fallo, mentre in bizzarre sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una differente. Di qui pure la durezza delle costruzioni, l’ineleganza degli idiotismi, la mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi solecismi, attesochè non provenivano da un comune modo di favellare, ma dal capriccioso faticarsi di ciascuno per latinizzare il proprio linguaggio.
Ne è novella prova il vedere che spesso il notaro o lo storico credesi obbligato a spiegare in vulgare il nome latino. Così san Gregorio Magno circa il 594: Ferramenta, quæ usitato nomine nos vangas vocamus.
In un sermone del beato Ramperto dell’838 a Brescia, raccontasi d’una bambina che correva nelle braccia del padre gridando vulgari voce, Atta Atta, che è il tatta di cui già dicemmo.
Nella vita di san Colombano, scritta il decimo secolo (Acta SS. sec. VII, pag. 17): Ferusculam, quam vulgo homines squirium vocant (écureuil, ghiro).
Nel monaco di Bobbio (Ant. ital., II. 350): Legumen pis, quod rustici herbiliam vocant; e ancora il pisello dal vulgo lombardo chiamasi erbii, erbei, erbion.
Il monaco di Sangallo dice che i levrieri in lingua gallica si chiamano veltri.
Elgando nella storia di re Roberto: Exuens se vestimento purpureo, quod rustice dicimus campum.
Raterio di Verona: Cum calcariis, quos sparones rustice dicimus.
Nella vita di sant’Ermelando, scritta nel 700: Aderat tunc quispiam, qui dicerit nannetensem episcopum habuisse piscem, quem vulgo nampredam vocant (lampreda).
Incmaro (tom. II. p. 158), Bellatorum acies, quas vulgari nomine scaras (schiere) vocamus. — Tanta dedit militibus, quos soldarios vocari mos obtinuit.
Lo stesso nella vita di san Remigio dice che questo diede a re Clodoveo plenum vas, quod vulgaris consuetudo flasconem appellat, de vino quod benedixit.
In un decreto della contessa Matilde: Casa salariata, a petra et a calcina seu arena constructa (Ant. ital., I. 489).
Nel 941: Subtus vites que topia vocatur. Rer. ital. script., I. 953.
Gran conto si fa dei numerali nello stimare le somiglianze fra le lingue. Or eccone qualche esempio:
715. Habeo annos plus cento. Ant. ital., VI. 379.
730. Soldos trentas, III. 1004.
767. Casa quod in cambio evenne locus qui vocatur cinquantula, 145.
777. Persolvere debeamus uno porco, uno berbice, valente uno tremisse. I. 723.
804. Debeamus uno soledo argento. III. 1019.
816. In una carta pisana: Quarta petia cum vitis in dullio, avent in longo pertigas quatordice in traverso, de uno capo pedis dece. Secunda petia cum vitis in long, perticas nove in traverso, de uno capo duas pedis, cinque de alio capo.
914. In una lucchese: Numero tre.
Meglio che una lunga serie di voci è valutato dai filologi il trovare le alterazioni di nomi, inusitate alla latina, e proprie della favella odierna. Recammo qui sopra più d’un esempio dell’i efelcustico preposto alla s impura. I Documenti Lucchesi ci danno all’anno 726 iscripsi per scripsi; al 749 istabilis presbiter; al 772 iscriptor, ed hec meam offensionem firmam et instabile valeat permanire. Poi abbiamo:
747. In loco qui dicitur Castellone. Doc. lucch., II. 24.
754. De suprascripto casale Palatiolo. Brunetti, I, 550. Trattasi di san Pietro in Palagiolo a Lucca.
— Locus qui vocatur Palagiolo... abeat in simul casa Magnacioli; e al 977 terra quæ esse videtur Orticello. Doc. lucch., II. 154.
775. Reddere uno porcello annotino. Ib.
781. A Pavia per silvam de Mallo, et inde in collinam. Ant. ital., V. 86.
828. In fondo Veterana Casale, qui vocatur Granariolo. Doc. Lucc., II. 142.
975. A Pisa, de omnis nostris casis et casinis. Doc. lucch., III. 41.
1092. Res quæ rejacent juxta ponticelli Rodani. II. 186.
1196. Guiglia Balzana quæ est in Gotticella. 90. Nell’inventario dei beni del vescovado di Lucca all’VIII secolo: Reddit de una orticello den. VI. Urso de una crotta et de uno orticello den. XII... In Elsa, casa dominicata, kanava, et granario, fenile, curte, et orto, ecc.
Ripigliando il nostro andare cronologico, troviamo:
770. Hic Luca propter chrisma nos mittebant (è l’idiotismo nostro mandare per una cosa) ad tollendum ab episcopo, et cavallicaturam cum ipsis presbiteris faciebamus. Rogito in Collina. Brunetti, I. 612.
771. Uno capo tene in vinea de filio qm. Lopardi. Ib., 73.
777. Et si nos parati non averemus; et nos redderemus ipso capital in integro, licentia aveatis tu, aut tuos heredes supradicta terra avire, et dominare. Ant. ital., III. 1014. Di quest’anno riferisce il Muratori un istrumento, ove molti testimonj son firmati con nomi all’italiana. (Ib. II. diss. XXXII).
780. Calsato e vestito trovo presso il Barsocchini, ove pure donna per domina al 778, desti per dedisti all’839, nera all’873, sunnominato al 962. Carlo Magno, l’anno che calò in Italia, faceva all’abate di Nonantola una donazione ove si legge: Hanc vera paginam Ortuino notario a scrivere tolli (tolsi a scrivere), et roboriada con testibus complevi. Ant. ital., V. 649. In Agnello da Ravenna, scrittore del IX secolo, che adopera banda per schiera, siclum per secchio, ecc., è raccontato che, mentre esso Carlo pranzava colà da Grazioso arcivescovo, questi gli diceva Pappa, domine mi rex; e poichè l’imperatore non capiva questa parola, gli spiegò che pappare vuol dir mangiare. In altri documenti presso il Muratori leggiamo colonna, rio torto, allegro, piccioni, conquisto.
785. Respondebat joannes cum fratello advocato suo... Et per singulos annos gustare eorum dava in ipsa casa. Doc. lucch., IV. 118.
786. Sicut promise diligentibus sivi... tunc siamus compenituri... hanc cartulam iscrivere rogavi. Doc. lucch., IV. 121.
796. I scio Ascansuli pater istorum esse (i’ so). Ant. ital., III. 1015.
805. Via currente de medio die et sera.... alia terra aratoria campiva... apparuit quod pars ecclesie pegiorata non recepisset. Lupo, I. 637.
806. Una petiola de terra mea vidata posita inter fines da mane Deusdedit de Bonate, et da monte viam, da medio die et sera fines nostre basilice. Ib. 641.
808. Per singulos annos reddere debeamus vobis una turta, duo focacie bone, un pullo et animale, valente dinari septe. Doc. lucch., II. 209.
815. Mihi dedit ad lavorandum quondam Ghisprando negotiante. Ant. ital., I. 568.
819. Licentia abeatis vos nobis pignorare bovi, cavalli, serbi, sive alia pignora nostra, quali a nobis jungere potueritis. Doc. lucch., II. 257.
827. Et insuper admonuit, ut ipsa causa diligenter inquireret, et ea secondo leggi vel justitia liberare fecisset. I. 481.
831. Minuti noi Lombardi diciamo i ricolti minori; e un documento lucchese dà: Et quarta parte de lavoro minuto, lino, fasiolo seu vecia.
836. Nel capitolare di Sicardo principe di Benevento (ap. Peregrini, Hist. princ. long., pag. 75) si trova Neque per exercito aut cursas, neque per scammeras — De aliis personis vel rebus habeat sicut proprium suum menandum et gubernandum — Si quispiam militem ligare aut battere presumpserit — Et si quispiam homo super furtum inventus fuerit, et non dedierit manum ad prendendum se — Non abeat licentiam a partibus foris civitatem cavallum aut bovem comparare.
847. Ipsa terra casata, et due pecie de terra curtiva... quod pertinet de ipso visitando valleringasco. Lupo, i. 728.
866. Tibi trado et vendo cum cesis et fossis. Doc. lucch., II. 476. In Lombardia diconsi sces le siepi, come dicesi topia il pergolato, che trovammo qui sopra.
877. In presentia bonorum hominum presi vestitura de res illas.... sic vestitura preserunt. Cod. Dipl. lomb.
898. Quarta pecia ubi dicitur Pradello... quinta pecia ubi dicitur Runculo... prima pecia est in loco ubi dicitur Busariola. Lupo, i. 1077.
902. Potere approvare. Doc. lucch., II. 476. E al 928 Sotto monte; al 983, montanino; al 984, ingordo, detto a proposito di misura: ad legittima galletta et non ingorda, che in lombardo dicono agordo.
960. Nell’archivio di Montecassino è una carta del 960 contenente una sentenza di Arigiso, che giudica in favore di quel monastero per una lite di confini. La deposizione de’ testimonj è in pretto vulgare. Il giudice propone ad essi che testificando dicant: Sao che chelle terre per chelle fini che contiene, per trent’anni le possete parte Sancti Benedicti (Gattola, Accessiones). In un’altra dei primi anni del 900: Sono pront di obedire et facere lo che me comanda lo dicto iudice Opizone.
988. Et ille quarta dicitur Longovia.... et ille quinta dicitur Fossa.... in loco et finibus ubi dicitur Campo Calderale. Doc. Lucch. Questo ille è l’articolo: onde in un livello di beni di casa Rinuccini nel 1003 s’indicano varie pezze di terra, illa una in loco Ponano, illa alia in loco Versinne, illa terza pezza in loco Ordinnano. — Ricordi storici del Rinuccini, p. 83. Monsignor Fontanini, Dell’eloquenza italiana, lib. II, diede una vita di san Pietro Orseolo del decimo secolo, dove si legge: Abba, rogo, frusta me; e poi: Credule mihi (credilo a me).
Molti nomi di luoghi trovansi affatto italiani, oltre i già addotti:
715. Ecclesia sancti Antonii De Castello. Ant. ital., V. 377.
767. Fundum centu colonna, qui vocatur Runco. Ant. ital., III. 890.
— In una carta bresciana; Donna Anselberga, abatissa monasterii sancti Salvatori, in loco qui noncupatur Rio Torto, uno capo tenente in ipsa chesa, et de alio capo Ioannes etc. Ib., II. 219.
772. Monasterio Sancti Petri in loco qui dicitur Monsverde. Brunetti, i. 282.
774. Silva nostra cum corte, quorum vocabulum est Montelongo. Ant. ital., I. 1003.
776. A tramuntanu Riu rosso, II. 199.
781. Deinde in locum qui dicitur La Verna, III. 86.
783. Monasteriolum in loco La Ferraria. Diss. XXXII.
799. S. Cassiani finibus Castellonovo. Doc. lucch., II. 163.
807. Vendo tibi una casa mea massaricia, quem habeo in loco Pulinio, ubi resede Ouriprandulo massario meo. Ib., 208.
819. Una petia de terra quod est saliceto, quæ est ubi dicitur a rio Tiola....et alio lato tenet in padule. Ib., 259.
822. Et ponimus in ista sorte petiole ille de vinee qui dicitur da Baraccio in integrum, et medietate de vinea nostra, ad Pastino. Ib., IV. part. II. app. p. 32.
843. In locum quo nominatur Casa alta, leggesi in un mattone trovato in San Faustino di Brescia.
879. Intra hanc civitatem Mediolani, non longe a foro publico quod vocatur Assemblatorio. Ant. It., III. 774.
883. In loco qui vocatur Fontane comitatu brixiensi. II. 205.
891. Concedimus in præfato monasterio, pro mercede animæ nostræ vadam unum in Pado ad piscandum, ubi nominatur Caputlacti, habentem terminum superiorem in Cocuzo Gepidasco. Ant. ital., III. 44.
896. Domum novam quæ vocatur Masons. I. 454.
898. In loco qui dicitur Venero Sassi, V. 604.
940. Costantino Porfirogenito dà a Benevento e a Venezia il nome di città nova. De admin. imp., c. 27 e 28.
944. Decimus de Villa quæ vocatur Casale grande. Ant. ital., V. 204.
948. Totum et integrum fundum qui vocatur Due Rovere. II. 475.
957. Dagiperto vescovo di Cremona permuta alcuni beni, fra cui Roca una, idest monticello. Odorici, Cod. dipl.
964. Una cappella in comitaua brixiensi, locus ubi dicitur Casal alto. Dionisii, Vet. Ver. agri topog., diss. XXIII.
967. Valle quæ dicitur Torre. Ant. ital., V. 466.
970. In un placito si rammenta che Ottone fece in Ravenna fabbricare un palazzo, penes muros qui dicitur Muro Novo.
972. In fundo qui dicitur Bagnolo. Ant. ital., III. 494.
— In un placito del marchese Oberto d’Este, nelle Antichità estensi, par. I. Piscina quæ dicitur Pelosa de manca et alia parte ascendentem per fossatum qui dicitur Romdeso.
991. In un catalogo dei possessi del vescovo di Lucca: Alio capo tenet in terra Bonafedi... uno capo in terra del Cavatorta, alio capo in terra Signorecti... campo in via Mezana... alio lato in terra qui fuit qd. Ughi da S. Miniato: in loco casale quod est boscho; alio capo in terra del Wamesi... uno capo in terra del Manciorini.
E in un altro catalogo contemporaneo: Terras et vineas cum bosco; In Col di carro dimidiam masiam... Anselmuccio casam unam. Nella già citata vita di san Colombano, un monte presso Bobbio è denominato in lingua rustica Groppo alto.
994. Sancta Maria da li Pluppi. Ant. ital., II. 1035.
1005. In loco prope ecclesia Sanctæ Juliæ, ubi dicitur Fondo maggiore, III. 1069.
1023. Nella Permutatio de Monte Cretactio nelle Regesta Permana: Ipsam meam curtem de Moteriano... et in ipso colle de la curte... da capo terra de singulis hominibus; da pede litoris maris. Ivi stesso in carta del 1010: habet finem da capo, rigo qui dicitur fluvio; da pede cum littore maris.
1026. Quædam bona in civitate Placentiæ, ubi dicitur Campagna. Ant. Ital., V. 679.
1029. Prope loco qui dicitur a le Grotte. Annali camaldolesi.
1034. Monasterium sanctæ Dei Genitricis Mariæ, quod dicitur Maggiore. Testamento dell’arcivescovo Ariberto, ap. Puricelli, Mon. basilicæ Ambrosianæ, p. 370.
1041. Integram terram nostram al Pojo dictam nel orto de predicto monaste. Ricordi storici del Rinuccini.
1047. Carta di vendita in loco et finibus Selva longa, cum via andandi et regrediendi. Ant. ital., II. 1033.
1052. Fine al capo del monte. Ant. estensi, part. I. c. 24.
1058. Scilicet a mane flumen quod dicitur Gallicus, a meridie strada quae dicitur Claudia, a sera via quæ ducit per Albereto et in josum (in giù) per zesen usque ad limitem quæ dicitur de Ploppe. Ant. ital., III. 242.
1068. Juxta flumen quod dicitur Gambacanis. II. 680.
1075. In loco qui dicitur Barche. I. 581.
1078. In loco et finibus Colignole campo de l’Arno. v. 680.
1084. De rebus illis quæ videntur esse ine la plebe di Radicata. II. 269. (Avverti l’in nella del vulgo odierno e de’ trecentisti).
In una carta côrsa del 900: In loco ubi dicitur lo Cavo tutto lo suo circulo, quomo est terminato et circumdato da ogni parte de nostro proprio allodio... sicut sunt terminate de pied in Ficatella in Busso, et mette alle saline, et mette allo livelli, et mette in via publica.
In un’altra pur côrsa del 936: Uxor de domino Gulielmo, la quale habitabat ad locum ubi dicitur a Cocovello di lo plebajo di Ampogiano. E vi è sottoscritto: Actum ad S. Luciam de la Bachereda: e in una terza del 951 Rosanello del Querceto, Raynuccius de Monte d’Olmo, Johanello Sambuchello.
In una del 981: Terminata per terminis da piede, lo ponte della Leccia, et da capite lo castellazzo, ex latere la strada et lo molino et lo Gargalo de casa Luna... Item damus vobis lo piano dello cerchio.
E in una del 1039: — Concedo allo dicto monasterio... Harnosa col poccio arenoso; et lo podio delle mortelle, quomodo sunt terminata da via pubblica, et mette alla Bertolaccia et descende per senone usque in Petra rossa, et mette in Gargalo cacciapanio, et drietro Sancti Marcelli, et mette in mare.
Il Trucchi adduce istromenti, ove son nominati Rio freddo (1092) e Casanova; Rocca dei Cori (1052); il potere delle querce (900); Fonte buona (800); una tenuta a Cintoja (724).
In simil modo le persone son nominate per mestieri o per soprannomi all’italiana.
761. In una carta lucchese (Mem., doc. 54): Alpergula de Lamari; Gunderadula qui est in casa Baronacci cum due filie sue; Teodulo de Monacciatico, consulo de Serbano... Uno filio ed una filia nomine Visilinda, Ratpertula de Tramonte, Gaudoperto pristinario (voce di derivazione latina, non più intesa in Toscana, e viva in Lombardia); Liutperto vestorario, Mauripertolo caballario, Martinulo clerico, Gudaldo cuocho, Barulo porcario, Ratcansulo vaccario, ecc.
822. In un placito di Limonta: Johannes qui vocatur Peluso; Johannes Russo. E in una carta milanese dell’anno stesso: Ursulo qui Mazuco vocatur; Bonellus qui dicitur Magnano.
905. Berengario donò a un monastero i beni di Johannem, qui alio nomine Bracacurta vocitatur.
921. Rosanello dal Querceto. Ant. ital., II. 1064.
999. In un decreto di Ottone III imperatore: Arderici de Magnamiculo (Magnamiglio). VI. 317.
1061. Arardo qui vocatur Alegneto; Johannes qui vocatur de la Valle. V. 640.
1079. Aldeprandus qui Bello sum vocatus. I. 322.
Il Petroni nella Storia di Bari (Napoli 1858) trova nel 1075 i cognomi Mangiaviti, Manimarzo, Scolmaotre, Vinivendule, Rapinoce, Novepani, Garofolo, Maniapecuro, Navicella, Azuccabello.
Crescono tali cognomi dopo il 1100. Nel 1126 troviamo Hildeprandus Papatacula (Ant. ital., III. 1142). Nel 1136 Per quem filii Grimaldelli tenent; nel 1140, Cagainos era console di Milano; nel 1141, Albericus Grataculum (IV. 714); nel 1153 Benteveniat giudice; nel 1155, il Guerzo; nel 1168, Ugo Boxardo de Novaria; nel 1170, Boso, Tosabò; nel 1177, Maladobatus de Placentia; nel 1181, Musso Circamondo è in carta lodigiana: al colloquio di Piacenza del 1183 è firmato Grimerius Co de porco (Ant. ital., IV. 291). Nei testimonj al giuramento fra Lodigiani, Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Bergamaschi del 1167 (ap. Vignati, pag. 126) compajono Albertone Buca de torculo, Otto Malalberghi, Lanfrancus de Pescarolo, Albertus de la Ecclesia, Salamus de Galiardis, Tetavaca, Conradus Grataculum, Basacaponus, Odeprandus Verza, Zanebonus Caga in pozo, Guidotus Polentonus, Squarzaparte, Bertrame Scacabarozo, Albertus Pocaterra, Jacobus de la pusterla. Altrove abbiamo, nel 1183, un Brosamonega; nel 1184, Nicola Bragadelana; nel 1198, Dexedatus de Solbiate; nel 1199, Interfuerunt testes ser Guifredus Grassus, ser Martalliatus de Melegnano (Giulini, ad annos). A Genova nel 1228, Mezzabura, Molinaro, Pedeorso, Scurlazuca, Zoppo; nel 1229, Parpajone; nel 1232, Strejaporco; nel 1251, Banchiere, Belmosto, Bencivegna, Cavaronco, Falamonica, Ligaporco, Manjavaca, Menabò, Pizzamiglio (Liber juris).
Abbastanza ci apparve come le preposizioni e gli articoli alla moderna abbondassero: pure scegliamo altri esempj fra gl’innumerevoli:
528. Rivulus qui ipsas determinat terras, et pergit, ipsus finis... per ipsam vallem et rivulum vadit.
552. Calices argenteos II... ille medianus valet solidos XXX, et ille quartus valet solidos XIII.
629. Illi Senones... persolvant de illos navigios... Ut illi negociatores de Longobardia.
721. Dono... præter illas vineas, quomodo ille rivulus currit... totum illum clausum.
753. Dicebant ut ille teloneus de illo mercado ad illos necuciantes. Presso Raynouard, De la langue rom., I. 40, e nel Muratori, Antiq. It., diss. XII: Una ex ipse regitur per Emulo, et illa alia per Aripertulo.... Ipsa prænominata ecclesia....
760. Manifestum est mihi... quia stetet inter me et venerabili Peredeo ut cambium de casas massaricias inter nos facere debuerimus. Doc. lucch., V. 26.
847. Vel da omnes homines vobis defendere non potuerimus. II. 389.
853. Sicut consuetudo fuit da ipsa casa. 424.
898. Has predictas casa et cassina seo rebus superius dictis... quod est inter totas per mensura ad justa pertica mensuratas mediorum quinque in integrum ab te eas in comutationem recepi. 630.
910. Homini illo qui ipsis casi et predicta ecclesia da nobis in beneficio abuerit. III. 57.
961. Nel testamento di Raimondo I, conte di Rovergue: Dono ad illo cœnobio de Conquas illa medietate de illo alode de Auriniaco et de illas ecclesias... Illo alode de Canavolas, et illo alode de Cruclo, et illo alode de Pociolos, et illo alode de Garriguas, et illo alode de Vinago, et illo alode de Longlassa, et illos mensos de Bonaldo, Poncioni abbati remaneat.
In un livello del 1033: Manifestum sum ego Theuderico filio b. m. Ildebrandi, secundum convenenza nostra, et quia dare atque abendum et cassina ibidem levandum, et per hominem tuum ibi resedendum... idest terre pezze tres, quæ sunt posite illa una in loco Poccano, et illa alia in loco Versinne ubi dicitur Salingo, et illa terza pezza in loco ordinanna ecc. (Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini. Firenze 1840).
Qui ille fa appunto le veci di il, lo, le, l’una, l’altra. L’ipse fu adottato dai Sardi, dicendo so invece di lo[132].
Del verbo sostantivo, declinato all’italiana, ecco altri casi: Doc. lucch. al 732, Semper nobiscum sia; al 786, Eravamu; al 992, Una petia de terra quod è sterpeto; e al 999, Retta fu per Gualperto massario.
Che che ne sia delle diffamate carte d’Arborea, nell’archivio di Pisa ne esiste una del tempo del vescovo Gerardo, che morì nel 1080, dove, tra molt’altre vestigia d’italiano, si trovano parole con suffissi; p. es. et ego donolislu, ed io donoglielo; de levarelis teloneum, di levargli teloneo; de facerlis justitia, di fargli giustizia; ego faciudelis carta, io fecigli carta, et fecila pro honore de omnes amicos meos, fecila per onore di tutti gli amici miei.
In fronte al volume V dei Documenti lucchesi fu dal Barsocchini messo un piccolo dizionario delle voci e modi italiani che vi si riscontrano[133], e da carte precedenti o vicine al Mille scegliamo i seguenti modi e vocaboli: abitatori in plurale; acquaticcio per luogo dove l’acqua ristagna; al pari, altercagione, assalto, avere co’ suoi declinati avea, avendo, avente (per es. nel 997 Cum duo libelli, quos abeba fatti); exungia pel grasso d’animali, sugna; baroccio, bifolco, bigoncia misura di vino; briga e brigare; buonafede, mura a pietre et calcina et a rena construite; caldararo, canapajo, canova, cantone, capanna murata, castagneto, cerreto, commare; ille in cui nos ecc. Ildebrando dalla petra da dosso, duomo, fenile, filiastro, guardare e riguardare, imboccare, inante, involare, in ultimo, ivi, lamento, legname, luccio pesce; mandrile, miccio e merlo animali; molino, moaetario, torre muzia; necessario per latrina; uno pario pulli, homo parmisiano, pogio, porcile; potere co’ suoi declinati possa, possiamo, se puoti; riposterio, roncare, ruscello, scaldare, segatura, setacciare, socero e socera, staccare, torto per ingiustizia, trasmontana; e così i diminutivi Anselmuccio, casalino, carboncello, collina, fiumicello, fontanella, monticello, ponticello, stanza con stanziola e stanzetta; e i numeri sette, nove, diece, undici, tredici, quattordeci, quindici, venti, dugento, cinquecento.
§ 15º Periodo d’organamento.
Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così romana o romanza fu detta la loro favella non solo in Italia, ma dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari[134]. Riprotestiamo d’esser lungi da quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dall’analogia smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma vi andavano e leggi e magistrati, quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari differenti e incolti?
Papa Gregorio V nel suo epitafio del 998 è lodato perchè
Usus francisca, vulgari et voce latina, Instituit populos eloquio triplici.
Ambrogio vescovo di Patti in Sicilia nel 1081 fa stendere una carta di memoria nel linguaggio officiale, che è tradotta in vulgare pel popolo.
Verso il 1090 Augerio vescovo di Catania concede ai catecumeni che non sanno di greco e latino di rispondere in vulgare all’amministrazione del battesimo.
Troppo m’è dubbia l’iscrizione che il Baruffaldi reca, nella prefazione ai poeti ferraresi, del mile cento trempta cinque nato: ma qualcuna se n’ha di quell’età a Pisa. Quella del Duomo del 1068 porta:
Anno, quo siculas est stolus factus ad horas; e fare stuolo è modo affatto italiano. Alessandro da Morena (Pisa illustrata, p. 303) dà come esistente sulla verrucola in un bastione verso ponente quest’altra:
A di dodici gugno MCIII.
Sebastiano Ciampi trasse queste due dal Camposanto:
† Biduinus maister fecit hanc tumbam ad domn Giratium.
† Hore vai. p. via. pregando dell’anima mia si come tu se ego fuit sicut ego fu tu dei essere.
Biduino lavorava nel 1180.
Il latino fin al VII secolo si accorge ch’era parlato; dappoi non è che affettazione dello scrivente, è lingua morta; nei libri scritti del XII secolo perdette ogni sapore antico, e parole, costrutti, frasi sono alterati in modo, da far accorgere che lo scrittore traduce il suo pensiero da una differente favella. Quel che sapevano di latino poteva farli schivare le flessioni popolari e le parole nuove, ma non i costrutti e la collocazione di parole speciali a ciascun dialetto, in cui pensavano e parlavano.
Questa lingua vulgare in Italia teneva molta conformità col latino letterale; talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante[135]. Talvolta ancora lo storico pone detti vulgari in bocca de’ suoi personaggi[136], o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.
Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformasse, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di giovane adulto. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche a quelli d’altra nazione; onde coltivarono il latino, negligendo i vulgari. I signori avranno trattato gli affari in dialetti tedeschi; ma quando aveasi a ridurli in iscritto, ricorreano a cherici nostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli istrumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva ad educare la lingua vulgare. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in lingua diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca d’Aquileja predicò literaliter et sapienter, Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolo maternaliter[137]. Nel 1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per aver aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di molti congregati, primo literaliter, et secundo vulgariter, diligenter per seriem de verbo ad verbum[138].
E già poco dopo il Mille riscontriamo scritture, che non per qualche solo accidente, ma in intero sono a dire italiane. Il Federici, nella Storia dei duchi e ipati di Gaeta, produce un ritmo del 1070, molto per verità confuso, ma dove appariscono forme italiane. Incomincia:
Eo, Sinjuri, seo fabello lo bostro audire compello De questa bita interpello, ed dell’altra bene spello Poiche un altu meo castello ad altri biarenu bello Et me becendo flagello: et arde la caude se be libera Et altri mustra bia del libera...
Al 12 dicembre 1095 il conte Ruggero concede al monastero di San Filippo di Fragalà alcuni feudi, con atto steso in greco, e pubblicato dallo Spata: vi va unita una traduzione o piuttosto riassunto in vulgare, fatto certamente per uso de’ vassalli, e probabilmente contemporaneo. Dice: «Conti Rogeri di Sicilia et di Calabria, ayutaturi di li christiani. Impero hi scelliysti lu divinu amuri di la pichulitati di li tenniriti di li ungi et di exiri a la vita monastica et viviri silenziusamenti et quietamenti et praticando secundu lu dictu di lu apostulu di nocti et di jornu petendu et pregandu lu signuri deu pir lu sthabilimentu pachificu pir tuctu lu populu christianu adunca ricolligasti bene plachenti a deu....».
Nella base del campanile di Reclus presso Forogiulio nel Friuli sta scolpito:
MCIII XP. DM. fo començat lo tor de Reclus lo primo di de gugno pieri et toni so fradi di Yia.
Cioè: «1103 Christi Domini, fu cominciato il campanile di Reclus, il primo giorno di giugno. Pietro e Antonio suo fratello di Uja». Si impugnò questa data: ma il Piloni nelle Storie bellunesi riferisce, sotto al 1196, uno scritto latino, nel quale si trovano questi versi, allusivi ad un avvenimento di quell’anno:
De Casteldart havì li nostri bona part; I lo zettò tutto intro lo flume d’Art: E sex cavaler de Tarvis li plui fer Con se duse fe i nostri presoner[139].
L’iscrizione sull’angolo esteriore della stanza del tesoro di San Marco presso alla mirabile porta della Carta a Venezia, male dal Gamba riferita al X secolo, e dal Cicogna al xiii, parrebbe della fine del XIV, e dice:
L’om po far e die in pensar e vega quelo che li po inchontrar.
Più certa è questa sepolcrale:
MCCXIX de sier Michiel Amadi franca per lu e per i so heredi[140].
In S. Fridiano di Lucca è una tomba marmorea con quest’iscrizione:
Discendenti di ser Aldobrandino E del suo fratello Paganino Giaceno in questo lavello Per lor fatto sì bello Ditti figliuoli Guidiccioni Preghiamo Dio che lor perdoni. Questo è per li maschi fatto Per le femine l’altro. In MCCXC Ajutili la Vergine santa.
Il Molini copiò dalla biblioteca dell’Arsenale di Parigi una cronaca di Pisa che finisce al 1175, e dove si leggono frasi come questa: Plus de trecente milia inter milites et pedites et arcatores et balestreros per andare et prendere et subjugare Damasco et tota terra paganorum, per stare mai sempre in terram jerusalem et tota terra Christianorum. E altrove: Tunc fuit ibi sconficto per fame et mortui più di CC milia (Documenti di storia italiana).
In una carta del 1122 presso l’Ughelli (Italia sacra, archiep. Rosianen., tom. IX) i confini sono determinati così:
Incipiendo da li Finaudi et recte, vadit per Serram sancti, et la Serra ad hirto (ad herto) esce per dicta Serra Groinico; e li fonti aqua trondente inverso torilliana; e esce per dicto fonte a lo vallone de Ursara; e lo vallone Apendino cala a lo forno, et per dicta fiumana ad hirto ferit a lo vallone de li Caniteli, et predicto vallone ad hirto esce supra la Serra de li Palumbe a la Crista cussa; et deinde vadit a lo vado drieto da Thomente, et dieta ecclesia sancto Andrea abe ortare unum, et non aliud. Et dieta Serra Apendino cala a lo vallone de Donna Leo; et lo vallone Apendino ferit a l’aria de li Meracieri et ferit a la Gumara de li Lathoni ecc.
Nel 1144 i consoli di Bergamo concedono agli uomini di Ardesio di tagliar legna per le cave del ferro, salva cacia seu venatione episcopi; ma che non debent tra se conversare ut damnum episcopus patiatur. Ap. Lupo.
Nè tanta parte d’italiano basta. Il Muratori trasse dagli archivj côrsi scritture di data corrotta (e già le accennammo), ma che la conformità di nomi metterebbe al 900, e sono in vero italiano. Che un notaro ricopiandole le vulgarizzasse, sarebbe pratica insolita: oltre che il notaro il quale le trascrisse nel 1354, dice averle tratte dall’autografo de parola in parola come si contiene qui appresso; nè il Muratori trova altra ragione onde diffidare di loro antichità, se non l’essere in italiano; circolo vizioso. Ecco una donazione fatta a Silverio abate dell’isola di Montecristo da Ottone conte in Corsica.
Ad honorem Dei et beatæ Mariæ et beato Stefano et beato Benedetto, anno dominicæ naptivitatis quadragentesimo settimo (?) regnando messer Berlinghiero re et giudice. Sia manifesto a tutte persone che leggeranno et che odiranno questa carta. Quando venne messer Otto, et messer Domenico, et messer Guidone de’ conti dell’isola di Corsica, et questi vennono in presentia di messer l’abate Silverio abate di sancto Mamiliano dell’insula di Monte Cristo. Et questi sopradecti signori li dedono sua possessione, ch’elli avevano in Venaco in l’isola di Corsica, che sono case, casamenti, terre, vigne, boschi e selve agresti et domestiche, le quali sono terminate, et per termini sopra lo piano chiamato lo Felice, e mette atto fiume di Rissonica, et mette in Tavignano, et mette allo Poio nello Palazzo, mette allo Vado delle Carcere, et mette allo Polo delle Tavole, et mette allo Tuisano, et mette allo Vado delle Rondini, con due carte dello Gualdo delle Lentigini. Et questa possessione diamo per noi e nostri heredi in perpetuum ecc. E finisce:
Actum in Marrana, innanzi la chiesa di Sancta Maria, in presentia di me notario insoprascripto et di messer Sinibaldo legato. Testes prete Grisogano, prete Antonio, et messer Bonaparte, et messer Manfredo di Somma, ed altri più che vi erano.
Un’altra donazione e una querimonia vanno del medesimo fare; e men incredibile pare la loro antichità, perchè i modi stessi incontrammo più o meno anche altrove.
Le Carte d’Arborea, pubblicate dal Martini nel 1846 e seguenti, farebbero molto al nostro proposito: ma i gravissimi dubbj elevati sulla loro autenticità mi trattengono dal valermene.
Nel Bullettino archeologico sardo del 1855, il signor Pellito ragiona d’una canzone di ducencinquantasei versi in lode di Costantino II, che fu giudice d’Arborea prima del 1131, composta da Lanfranco di Bolasco genovese, e ne dà questo saggio, che lasciamo in tutto a sua fede:
Lo non poder di mente in me trovato De labore disgrato Che for onne valere e anco volere Meglio cherlo l’uom disapprestato.
Ma dopo il 1073, e prima del 1130 fu giudice d’Arborea un Torbetano, del quale nei Monumenta historiæ patriæ si pubblicò una concessione a Nibatta moglie sua, di disporre di due case, dette Nurage Nigella e Massone de Capras. È dettata in lingua sarda, ed espresse le condizioni, viensi alle imprecazioni contro chi ardisca pugnare, adisbertinare istu arminatu: Siat illi sterminata in istu seculum de magione sua: siat cecum et surdum e grancatu (aggranchito) et de magione sua totu istramatu (sterminato): et siat dannata co Core et Habiron et Anna et Caipha et Pilatu de Ponza ciest in iscrinio ferreo, u (ove) bellu (belva) mandicat fera acreste (fiera agreste) et animas eorum sepulta sunt in infernu[141]. Vi tiene dietro un’altra di vendita, stilata al modo stesso: A Gostantine dorrubu fidele meu abeat benedizione de Deus et de omnis sanctus, et sanctus dei amen: et qui de aixtruminare boluberite, e dixerit quia non sit, instruminet Deus magione isoro in istu secolo, et deleatur nomene sus de libro bite, e abiat porzone cun Erode e cun Juda traditore et cun diabulu in infernus.
Nel 1165 Barisone re d’Arborea faceva una donazione a sua figlia, che comincia: Ego judice Barusone d’Arborea faço custa carta ad Susanna filia mia et a fios catos ad faguer pro bene quod illis faço cum voluntate bona de donna Algabursa mugere mia... Et quod abet dicere qua bene et fu kést iscrita in icusta carta (chi dirà che è bene ciò ch’è scritto in questa carta) abat benedictionem de Deus. Seguono le imprecazioni, poi: Custu privilegiu exempladu davas autenticu fudi bulladu cum bulla de plumbu, cum corda de seda niella sugale bulla est tunda etc.[142].
Nel 1170 Alberto arcivescovo di Torres esimeva la badia di Montecassino da certi pesi:
«Ego Albertu monachu arckiepiscopo de Torres, kigla fhato custa carta pro ca mi pregait su abbate de Monte Cassinu domno Raynaldu pro indulgere li sus censu, ki davan sos priore de Nurr ki ac sancto Gavinu pro sancto Jorgi de Baraggie, et pro sancta Maria de Eenor una libra de argentu, et viginti solidos de dinares, kandonke benniat su missu desso papa (qualunque volte veniva lo messo dello papa), et levarende dessu ki aviat sanctu Benedictu in Sardinia. Et ego Pusco Toraive Namana in Sardinia petuli boluntate assu domna mea a judice Barisune de Laccon.... Et ego cum boluntate de Deus, et dessu domnu meo judice Barisune de Laccon, e dessa mujere domna Pretiosa de Orrobu regina, e dessu fuiu domna Gostantine rege, et cum boluntate desso episcopos soprascriptos, e desso arkaiprete, e dessos calonicos in Tulgoli custo censu a sancto Benedictu, ki siat nulla arkiepiscopo pus me, neque nulla homine Kindali fathat hertu baytee kinde apat pro de usque in sempiternum, etc.»
Nel 1153 Gumario Torritano, giudice in Sardegna, privilegiava così lo stesso monastero di Montecassino:
«Ego judice Gumari de Laccon ki laco custa carta cum boluntate de Deu, et de fuius meus Barisune rege, et de sa mujere Pretiosa de Orrobu regina, de sancta Maria de Tergu, cum boluntate Deum et pro remissione dessos peccatos meos, et de parentes meos, et pro servitu bonu hispi in Monte Cassinu cando andai ad Sanctu Sepulcro, ad ultra mare, kaime feliciter, abbate Raynaldu, ki fuit abbate de Monte Cassinu, et cardinale de Roma, et pro sanctitate revidi in cussa sancta congregatione et procamiglole scrum si anima mia, et de parentes mios in suo ufficio, et in ipsas orationes cantu sait facter in cussu locu, et in tuto sos atteros locos in sero kencitimos l’abbate et totu sos monachos».
Verso il 1182 il predetto Barisone concedeva questo privilegio alla chiesa e al monastero di San Nicola di Urgen.
«Ego judice Barisune, podestando totu logu d’Arborea, simul cum mugera mia domna Algaburga regina de Logu, et arkiepiscopu Comita de Laccon... fago quista carta a sanctu Nigola de Urgen, ch’est post in Ficusmara, de chi fabricarat judice Gostantina au meu, et judice Comita patre meus. Et non apat ausu, non judice cataer depus me, non arkiepiscopu, et non piscopu, et non priore de Monte Casinu, non monachu, non combersu, nec nulla homine mortale, a levar ende dessa causa de Sanctu Nigola, non de spirituale, ninque de temporale, nin dintro de domu, nin de foras domu keria voluntate des abbades et de sos monachos cantesset in sanctu Nigola, et in custa domo de sanctu Nigola, cum omnia cantu, et ad aver dare como innanti, et ivi, et ateras cortes suas siat libera...»
È un’altra delle stranianze del libro di Dante De vulgari eloquio quell’imputare i Sardi di non avere dialetto proprio (egli che pur tutti i dialetti riprova), ma di scimmiare il latino: soli sine proprio vulgari esse videntur, grammaticam tamquam, simiæ homines imitantes; nam domus nova, dominus meus loquuntur[143]. Noto è infatti quanta parte di latino conservi quel dialetto, nel quale si fecero interi poemi bilingui[144]. Or bene, la Sardegna non fu invasa da Settentrionali, che potessero introdurvi le forme di loro favella, siano lessiche o grammaticali.
Fin del 1133 il De Gregorio (Considerazioni sulla storia di Sicilia, I, c. V.) reca una pergamena dell’archivio vescovile di Patti, ove, in una controversia, il re ordina si legga una carta di memoria del 1080, vulgariter exposita.
Nel Codice Cassinese della Divina Commedia, con diligentissima scienza pubblicato da quei Benedettini nel 1865, fu prodotta una poesia, che vorrebbesi provare del secolo XI. Eccone alcuni versi:
Questa bita regnare deduceve de portare morte non guita gustare cumqua de questa sia pare ma tanto questu mundu a gaudebele Ke lunuellaltro (l’uno e l’altro) face mescredebele. Ergo ponete la mente La scriptura como sente Calasse mosse d’oriente unu magnu vir prudente et un altru d’occidente fori junti nalbescente addemandaru se presente, ambo addemandaru de nubelle l’unu ell altru dicu se nubelle....
Nel 1186, Bonanno di Pisa fondeva le porte di bronzo del duomo di Monreale in Sicilia, e ne’ quarantadue scompartimenti istoriati poneva iscrizioni, delle quali alcune sono quasi, altre affatto italiane: Eva serve a Ada. — Caim uccise frate suo Abel. — Iosep, Maria, puer fuge in Egitto. — Battisterio. — La Querrentina. — Iudi tradì Cristo.
Contemporaneo si fa un marmo di Firenze, che il Crescimbeni distribuì in versi, ov’è raccontata l’avventura d’un Ubaldini al tempo di Barbarossa: ma all’autenticità di quello gravissimi dubbj oppone la critica.
In quell’anno era già nato san Francesco d’Assisi, del quale è affatto italiano il Cantico del sole. Ma potrebbe essersi rimodernato da Bartolomeo di Pisa, che lo trascrisse in un libro del 1383, censessant’anni dopo morto il santo.
Del quale anche altri versi sono riferiti da san Bernardino da Siena, ma probabilmente ringiovaniti; anzi il dotto Affò, nella Dissertazione sui cantici vulgari di san Francesco, nega sieno del serafico, o veramente ch’esso dettolli in prosa, ed altri li rimò. Pure in italiano doveva egli predicare, atteso che ne’ Fioretti leggesi che in Montefeltro prese per testo il proverbio vulgare «Tanto è il ben che aspetto, Ch’ogni pena mi è diletto».
E quest’usanza era d’altri. Farinata, per difendere a viso aperto Firenze contro quei che consigliavano a torla via, cominciava da due proverbj: «Siccome asino sape, così sminuzza rape. Si va la capra zoppa se il lupo non la intoppa». Il consiglio d’uccidere il Bondelmonte fu espresso con altro proverbio: «Cosa fatta capo ha». Frà Salimbeni al 1235 cita un proverbio de’ Toscani: «D’omo alevadizo e di piuolo apicadizo non po l’hom gaudere»; e spesso dà canzoni e satire correnti: come al 1241 quando era podestà di Reggio Lambertesco de’ Lamberteschi, quidam fecerunt rithmos de eo dicentes: «Venuto è ’l lione De terra fiorentina Per tenire rasone In la città reggina». E altrove: «Tu no cura de me, e no curarò de te — Or ritorna frate Elìa che pres’ha la mala via»: e dice che frà Cornetta, uno dei molti predicatori di pace, faceva cantare al popolo preghiere vulgari, come queste: «Laudato et benedetto et glorificato sia lo Patre, sia lo Fijo, sia lo Spirito Sancto, alleluja, alleluja».
Nel 1233, 3 dicembre, Federico II scriveva a papa Gregorio IX che mandasse missionarj per convertire gli Arabi di Lucera, avvertendo che capivano l’italiano. Quia vero placet sanctitati vestre aliquos fratrum ordinis predicatorum transmittere ad conversionem Saracenorum, qui Capitanata Luceriam incolunt, et intelligunt italicum idioma, gratum est nobis ut iidem predicatores veniant, et incipiant nomen domini predicare[145].
Basta guardare i discorsi rimastici di quei tempi per convincersi che chi li faceva, se anche usasse il latino, parlava però l’italiano; e l’italiano quei che gli udivano. Il famoso Odofredo, terminando di leggere il Digesto all’Università di Bologna, così congedava gli scolari: Dico vobis quod in anno sequenti intendo docere ordinarie bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni pagatores: quia volunt scire sed non volunt solvere, juxta illud, SCIRE VOLUNT OMNES, MERCEDEM SOLVERE NEMO. Non habeo vobis plura dicere: eatis cum benedictione domini. Di sant’Antonio di Padova è scritto che italico idiomate adeo polite potuit quæ voluit pronuntiare, ac extra Italiam nunquam posuisset pedem (Wadingi Annales): e le sue prediche ci sono conservate in latino, ma di evidentissima origine italiana. E tale parlava certamente quell’Andrea da Firenze che, secondo Benvenuto da Imola, diceva in pulpito: O domini et dominæ, sit vobis raccomandata Monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam: nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nun est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam.
D’altre siffatte bizzarrie potremmo ricreare la noja di questo discorso; ma tornando al serio, nomineremo Gaufrido Malaterra, storico ben noto de’ re Normanni di Sicilia e buono scrittore latino, il quale però, ad istanza del principe, scriveva canzoni plano sermone et facili ad intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur patesceret. E ne adduce alcune, fra cui questa allorchè a re Ruggero nacque Simone, appena morto il primogenito:
Patre orbo gravi morbo sic sublato filio Unde doleret quod careret hæreditatis gaudio, Ditat prole quasi flore superna prævisio.
Qui voi avete notato e la misura e il ritmo moderno, cioè la sostituzione della poesia ritmica alla metrica.
Poco divago dal tema se tolgo a provare che qui pure la poesia originaria de’ prischi Itali era ritmica, quale appare ne’ versi Saturnini, nel Carme Arvale e in altri carmi deprecatorj, medici, magici, che recitavansi assa voce, vale a dire senza accompagnamento musicale, ma marcando col piede l’accento; e le canzoni convivali ricordate da Catone; e forse i versi Fescennini, e certo que’ versi popolari che Svetonio, inesorabile raccoglitore di aneddoti, ci conservò, e giù fino ai notissimi di Adriano morente, indocili alle conosciute misure.
L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia fittizia, arbitraria, non connaturata alla lingua, e preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro, e di pretese analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia: segno che il tono cadea spesso sulle brevi, e gran numero di sillabe rimanevano comuni, cioè incerte. Tutt’artifiziale essendo tale melopea, la quantità diveniva facilmente corruttibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare l’armonia de’ loro versi col sottomettere a un ordine sistematico i piedi liberi, cioè determinare la successione de’ dattili e degli spondei, o prefiggere il posto delle cesure e fin la lunghezza delle parole, l’armonia fra’ Romani non acquistò tampoco la forza d’un’abitudine. Quando poi la pronunzia restò unica signora della lingua, essa ricondusse le convenzionali differenze a una qual si fosse uniformità, dedotta dall’accento; e i poeti dapprima variarono ad arbitrio le regole prosodiche, poi confessarono ignorarle, e sul tipo dell’antico esametro congegnarono versi, che non teneano punto alla melopea antica. Aggiungete che, al deperire della squisitezza classica, rivalsero le forme indigene; e qui pure assai operarono i Cristiani, dove l’ispirazione essendo personale, e predominante il sentimento, non subordinavansi le emozioni ad una misura materiale, bensì questa appropriavasi ai pensieri, e l’espressione melodica sostituivasi alla plastica regolarità. Lo vediamo negli inni della Chiesa, ove negligevasi la quantità per cercare soltanto il numero delle sillabe e far agevolezza alla musica. E anche degli altri versi si variò la misura, sempre con riguardo al numero, non alla lunghezza o brevità delle sillabe.
Questa digressione valga di riprova al nostro assunto, giacchè qui vedrebbesi riprodotto lo stesso andamento che nella lingua. Abbiamo canzoni popolari che si usarono in varj tempi, dal canto delle sentinelle sugli spalti di Modena minacciati dagli Ungari[146], fin alle invettive contro Federico II. Erano latini almeno di desinenza; il che prova quanto fosse vulgarmente conosciuta la lingua latina, ridotta però alla sintassi popolare, che forse costituiva la sola differenza dall’italiano, insieme colla trascuranza delle terminazioni, che, dapprima soltanto propria della plebe e de’ parlanti, allora s’accomunò anche agli scriventi.
§ 16º Prime scritture italiane.
Non sorgeano dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore, che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. In conseguenza variava secondo i paesi, cioè formavansi dialetti. Alla parte poetica, anima di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, si rimpulizzirono sull’esempio delle precedenti.
Pargoleggiarono esse finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere dei proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo nei consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi pensamenti in latino. Così il vulgare sollevavasi dalle faccende casalinghe, in mezzo a cui erasi formato.
La separazione dei Comuni e dei Feudi avea portato prodigiosa varietà di loquele. Quando si fusero in piccoli Stati, poi i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu adottato di preferenza, in prima nelle canzoni, poi nella prosa, accostandosi sempre più all’unità, non fra chi parla ma fra chi scrive, deponendo ciò che v’era di più speciale, e formandosi una tradizione letterale; e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.
Anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia restringevasi in unità di dominio, e con essa veniva unità di linguaggio[147]; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più di uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.
Dante asserisce che cose per rima vulgare in lingua d’oc, cioè in provenzale, e in lingua di sì non siensi dette se non 150 anni prima di lui, lo che rimonterebbe al 1150, e lo rincalza Benvenuto da Imola nel suo commento. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi documenti[148]. L’italiano, tardi fu sentito il bisogno d’usarlo letterariamente, attesochè possedevamo il latino, formato e nazionale.
Che Folcalchiero de’ Folcalchieri, cavaliere senese, fosse contemporaneo alla pace di Costanza, lo inducono dal principio di quella sua canzone:
Tutto lo mondo vive sanza guerra, Ed eo pace non posso aver neente. O Deo, come faraggio? O Deo, come sostenemi la terra? E par ch’eo viva en noja de la gente. Ogni omo m’è selvaggio: Non pajono li fiori Per me com’già soleano, E gli augei per amori Dolci versi facevano agli albori[149].
Di Lodovico della Vernaccia da Firenze, verso il 1200 versato in civili maneggi, il Crescimbeni reca un sonetto, che comincia:
Se ’l subjetto preclaro, o cittadini, Dell’atto nostro ambizioso e onesto Volete immaginar, chiosando il testo Non vi parrà che noi siamo fantini? S’alli nostri accidenti, ed intestini Casi ripenserete, con modesto Aspetto inchinerete il cor molesto; Fien radicati al cor in duri spini.
Dalle poesie di Noffo, notaro d’Oltrarno, vivente nel 1240, scelgo una canzoncina:
Vedete s’è pietoso Lo meo signore Amore, A chi ’l vuol obbedire, E s’egli è grazïoso A ciascun gentil core Oltre a l’uman desire. Ch’io stava sì doglioso Ch’ogni uom diceva, el muore, Per lo meo lontan gire De quella in cui io poso Piacer tutto e valore Dello mio fin gioire. E stando in tal maniera, Amor m’apparve scorto, E ’n suo dolce parlare Mi disse umilemente: Prendi d’Amore spera (speranza) Di ritornare a porto, Nè per lontano stare Non dismagar (iscoraggiarti) neente.
Guido delle Colonne da Messina, nella seconda metà di quel secolo, «poetava gravemente», come disse Dante nel Vulgare eloquio:
Ben passa rose e fiori La vostra fresca ciera, Lucente più che spera; E la bocca aulitusa[150] Più rende aulente odore Che non fa una fera Che ha nome la pantera, Ch’in India nasce ed usa.
Benchè paja anteriore, Odo delle Colonne gli è coevo:
Va, canzonetta fina, Al bono avventuroso, Ferilo a la corina: (cuore) Se il trovi disdegnoso, Nol ferir di rapina, Che sia troppo gravoso; Ma feri lei che ’l tene, Ancidela sen (senza) fallo; Poi fa sì ch’a me vene Lo viso di cristallo; E sarò fuor di pene, E avrò allegrezza e gallo[151].
Quell’Jacopo notaro da Lentino, che Dante mette a fascio con frà Guittone d’Arezzo, cantava di qua dal dolce stile:
Mia canzonetta fina, Va, canta nuova cosa; Moviti la mattina Davanti alla più fina, Fiore d’ogn’amorosa, Bionda più ch’auro fino: Lo vostro amor ch’è caro, Donatelo al notaro Ch’è nato da Lentino.
Di Rinaldo d’Aquino, messo dall’Alighieri fra’ buoni trovadori, s’ha otto canzoni, di cui ecco un saggio:
Guiderdone aspetto avire Da voi, donna, a cui servire No m’è noja. Ancorchè mi siate altera, Sempre spero avere intera D’amor gioja.... Donna mia, ch’io non perisca S’io vi prego, non v’incrisca Mia preghiera. La bellezza che in voi pare Mi distringe, e lo sguardare Della ciera.
A re Manfredi, che governò le Sicilie dal 1258 al 66, è diretto il Fior di retorica, dove frà Guidotto da Bologna, a vantaggio de’ laici che non sono alliterati, cioè non sanno di latino, raccolse alcuni precetti di Cicerone volgarizzandoli; avvegnachè mal agevolmente si possa ben fare, perchè la materia è molto sottile a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire in vulgare. V’avea già dunque persone che adopravano l’italiano a componimenti studiati, se per loro il frate bolognese preparò un trattato di retorica. E diceva loro: «Qualunque persona vuole sapere ben favellare piacevolmente, si pensi di avere prima senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; poi prenda ferma volontà di operare giustizia e misura e ragione, acciocchè dalla sua parola non possa altro che ben seguitare; e questo libro legga sicuramente, e senta meco certi ammaestramenti che sono dati dalli savj in sul favellare; e da che gli ha letti e ben impressi, si usi spesse volte di dire; perchè il ben parlare si è tutto dato alla usanza, che ogni cosa si acquista per uso, et abbassa molto per disusare, e senza usare non può essere alcuno bono parlatore».
Già adducemmo canzoni popolari.
In tutta Europa vicino al Mille si ha esempj di Ludi e Rappresentazioni, ma sempre latini. Nessuno invece ne resta in Italia: forse perchè si fecero subito in italiano; i quali modificati poi col variar della lingua, giunsero fino a noi, creduti d’età più tarda. Tale forse la rappresentazione che, nel 1243, si fece in Prato della Valle a Padova; e quella che nel 1273 a Siena, per festeggiare l’assoluzione dalla scomunica.
§ 17º Della lingua romanza e della siciliana.
Non è del nostro assunto il librare il merito de’ poeti di Sicilia e del Reame: ma quanto alla lingua, non crediamo usassero quella del loro paese, bensì se ne proponessero una, comune alla gente colta; quella che Dante intitolò cortigiana.
Se fosse dimostrato che, prima d’altrove, in Sicilia siasi parlato italiano, n’avrebbe rinfianco il nostro asserto sulla scarsa efficienza dei Barbari. Ma altro è parlare, altro è scrivere, e immiseriscono la questione quelli che attribuiscono la formazione delle lingue ad alcuni, e foss’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo esse riconoscono vita e sovranità. Forse che filosofi e poeti hanno l’intelligenza che inventa e la possanza che fa adottare le parole? Al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino e per adulazione a Federico II e sua Corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale; e Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano: il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare»[152]. Or bene, noi sfidiamo a trovare verun altro che mai intitolasse siciliano il parlar nostro. Solo il Petrarca, per condiscendenza d’erudito, scrive che il genere della lingua poetica apud Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit[153]. Ove del resto s’intende di poesia, non di lingua; e potrebbe darsi che Federico, udite in Germania le canzoni che i Minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana[154]. Era dunque la Corte siciliana un centro di poesia erotica, colta, alla foggia provenzale. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova migliore degli altri; ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fior di tutta Italia, al contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, dice che gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo e il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono[155].
Non basta quest’ultima confessione a scassinare il suo edifizio?
Plauto, nel prologo dei Menecmi, professa non avere atticizzato, ma sicilizzato (atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen non atticissat, verum at sicilissat).
Anche Cicerone (in Verrem) rinfaccia al suo competitore Cecilio d’avere imparato le lettere greche non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. E forse la poca finezza del parlare nascea dall’usarsi in quell’isola insieme il greco e il latino e fors’anche il cartaginese pel commercio. Infatto Diodoro vanta d’aver imparato la lingua di Roma in grazia del commercio che i Romani faceano in Sicilia (Introduzione).
Certo però il siciliano odierno tiene molto dell’antichissimo latino, giacchè vi si dice argentu, locu, pani, che è il latino pretto, colla m e la s fognate all’arcaica; vi si dice jocu, jugu, judici dove il toscano fece giuoco, giogo, giudice: e amau, laudau per amò, lodò, e così via. E senza ricorrere al paradosso del Galiani, una riprova del nostro assunto si trova in monsignor Crispi, Sul dialetto parlato e scritto in Sicilia: e in Di Giovanni De div. Sicul. officiis, dove mostra le mutazioni di lingua, che prevalsero in Sicilia secondo i tempi.
Giulio Perticari, oltre adottare le teoriche del Cesarotti, del Muratori, del Napione nel rattizzare col Monti quistioni sopite, trapiantò fra noi il paradosso del francese Raynouard, supponendo che dalla corruzione della lingua latina uscisse una comune, che si parlava da tutte le nazioni neolatine, le quali poi separandosi formarono lingue proprie; opera di letterati più che del popolo[156]. Argomentò in conseguenza, che in ogni parte d’Italia si scrivesse con pari correzione o scorrezione. Per sostenerlo recò passi d’autori di vario paese: nè prese scrupolo di far qualche alterazione al loro dettato, sicchè paressero meno corretti i toscani, meno scorretti gli altri; donde conchiudere contro la superiorità, che ai Toscani concedono tutti, almen nella pratica. Senza tener conto delle mutazioni a lui imputabili, si noti che di quelle poesie non abbiam forse nessun esemplare contemporaneo e autentico; e nel trascriverle avrà molto operato o l’imperizia o il capriccio degli scrivani: fors’anche passarono tradizionalmente per le bocche, modificandosi secondo e i tempi e il paese; quello poi che o primo le ridusse in iscritto o le ricopiò, adattolle al gusto e alla pronunzia sua: e i Toscani poterono intoscanare le poesie d’altri paesi, come i Lombardi avranno guasto le toscane[157]. N’è conseguente la poca diversità che si nota fra i primi poeti; e che anch’essa deriva dalla differente coltura dei singoli, e dalla trascrizione, in cui si perde l’immagine del primitivo idioma.
Poi anche oggi potrebbero addursi deh quanti Toscani che scrivono men bene del Giordani e del Puoti (rimoviamo l’invidia col nominar solo i morti); ma domanderemmo se questi si proponessero scrivere il parmigiano e il napoletano, o se piuttosto cercassero il toscano, anzi il solo toscano senza fiato del dialetto natio: e vi riuscissero con arte maggiore di quei troppi che, avendolo dalla madre, ne sconoscono il merito e le finezze.
Pel proposito dunque del Perticari sarebbe importato provare che nel regno di Federico II si parlava qual veramente troviamo scritto da lui e da’ suoi. Prove dirette ci mancano; forse n’è alcuna in contrario.
Ciullo d’Àlcamo vorrebbero vivesse col Saladino, cioè fra il 1174 e il 1193, giacchè canta,
Se tanto aver donassimi Quant’ha lo Saladino;
ma la menzione che fa degli agostari lo tirerebbe a più tarda età, essendo essi battuti da Federico II il 1222: se non che rifletterono che il loro nome è più antico, e fin de’ tempi longobardi, a fede del Muratori[158].
Di Ciullo è notissima una lunga cantilena a botta e risposta; della quale non conosciamo veruna lezione buona, nè manoscritti antichi che ce la possano sincerare. A me parve che il poeta in essa mettesse a dialogare l’amante in lingua toscana o cortigiana, coll’amica nel suo dialetto pugliese, mal riprodotto da lui o dal copista siciliano. Così (mutando qualche parola a idea, piuttosto che coll’appoggio di codici) leggeremmo:
Amante. Rosa fresca aulentissima Cha pari in ver l’estate, Le donne ti desiano, Pulzelle e maritate. Tragemi d’este focora Se t’este a bolontate: Per te non ajo abent o nocte o dia, Pensando pur di voi, madonna mia. Madonna. Se di mene trabàgliti, Follia lo ti fa fare, Lo mar potresti arrompere Avanti e semenare, L’abere d’esto secolo Tutto quanto assembrare... Averimi non poteria esto monno... Cerca la terra ch’este granne assai Chiù bella donna di me troverai. Amante. Cercata ajo Calabria, Toscana e Lombardia, Puglia, Costantinopoli, Genua, Pisa, Soria, Lamagna, Babilonia E tutta Barberia, Donna non vi trovai tanto cortesi, Perchè sovrana di mene te presi. Madonna. Poi tanto trabagliastiti, Facioti meo pregheri Che tu vadi, eddomannini a mia mare e a mon peri, Se dari mi ti degnano, menami a lo monsteri (al monastero), E sposami davanti della genti E poi farò li tuoi comannamenti.
Qui è sentita abbastanza la differenza fra i due parlari, e come nel secondo abbondino gl’idiotismi siculi.
Dante, inteso a menomare il vanto de’ Toscani, e supponendo che la lingua fiorisca per le Corti e per gli studj, non rifina di vantare il siciliano dialetto: ma ciò prova di già che era distinto dal toscano, mentre nol sono le poesie che sopra accennammo o recammo.
I Siciliani misero grande impegno, in questi ultimi tempi, a trovare vestigia antichissime di loro vernacolo. Le poesie addotte da Lionardo Vigo (Canti popolari siciliani, Catania 1857), quand’anche potesse provarsi che appartengono all’età di Guglielmo il Buono, poco gioverebbero all’assunto nostro, giacchè nulla è più facile a mutarsi dietro ai tempi che le canzoni in bocca al popolo. Sol proverebbero che un vulgare esisteva, e in fatto un rituale del bretone Augerio, che fu il primo vescovo di Catania, prescrive le formole pel battesimo degli adulti, soggiungendo che, si nescit literas, hæc vulgariter dicat. Si ha un atto di permuta di case fra Leone Bisinianos ed Effimio abate di Santo Nicola di Xurguri, scritto in greco, che a tergo della pergamena è tradotto in vulgare, che da buoni argomenti credesi contemporaneo[159]. E comincia: «Eu Leon Bisinianos cum la Madonna mia mugleri et Nicolao lu meu legitimo figlo, cum lu nomu di la santissima cruchi, cum li manu nostri propri scriviamo insembla cum lu meu figlo Nicolao cum tutta lu nostru bona voluntati et intentioni senza dolo alcuno lu presenti cambiu et permutationi chi fazo cum li nostri possessioni, li quali suno siti et positi a la citati vechia a Palermo a la rimini menzo di Ximbeni di la parti di fora di la porta de Xaltas chi confina cum lu muro, etc. etc... A li misi di ottubre a lo sexto jornu di lo dicto misi di la seconda indictioni in tu annu milli e sexantadui.
Questa data, impastata dell’êra romana e della bisantina, risponde al 1153; e l’essere nel testo indicato soltanto l’ottobre, e non il giorno come nel transunto, fa credere che questo sia contemporaneo[160].
Di un anonimo siciliano il Trucchi pubblicò un frammento cavato dal Libro reale della Vaticana, nº 3793, giudicato della prima metà del millecento, quando a Palermo fiorivano nel palazzo reale le manifatture di seta, dalle quali nel 528 dell’egira, 1133 di Cristo, fu lavorata l’insigne dalmatica di re Ruggero. In esso frammento si legge:
Levasi allo mattin la donna mia Ch’è vie più chiara che all’alba del giorno: E vestesi di seta caturìa (di Catura) La qual fu lavorata in gran soggiorno Alla nobile guisa di Soria Che donne lavorarlo molto adorno. Il su colore è fior di fina grana, Ed è ornata nella guisa indiana. Ed ha un’ammantadura oltremarina Piena di molte perle prezïose... Quand’ella appar con quella ammantadura Allegra l’aire, e spande la verdura, E fa le genti star più gaudïose.
Della Corte di Sicilia sopravvive qualche frammento di Federico II, di Enzo suo figlio.
Il Barbieri, nell’Origine della poesia rimata, cap. XI, riferisce il principio d’una canzone in siciliano del re Enzo:
Allegru cori, plenu Di tanta beninanza Suvvegnavi, s’eu penu Per vostra innamuranza, Chil non vi sia in placiri Di lassarmi muriri talimenti Chiu v’amo di buon cori e lialmenti.
Or dello stesso principe infelice n’abbiam una in italiano, che suona ben diversa:
Va, canzonetta mia, E saluta messere, Dilli lo mal ch’i’ aggio, Chè lei che m’ha in balia Sì distretto mi tiene Ch’eo viver non poraggio. Salutami Toscana Quella ched è sovrana, Ed in cui regna tutta cortesia. E vanne in Puglia piana, La magna capitana, Là dove è lo mio core notte e dia.
Di Pier della Vigna, che «tenne ambe le chiavi del cuor di Federico», recheremo questo sonetto:
Perocchè amore no se po vedere E no se tratta corporalemente, Quanti no son de sì folle sapere Che credono ch’amore sia neente! Ma po’ ch’amore se faze sentere Dentro dal cor signorezar la zente, Molto mazore pregio de’ avere Che se ’l vedesse visibilemente. Per la virtute de la calamita Come lo ferro attra’ e non se vede, Ma si lo tira signorevolmente. E questa cosa a credere me invita Che amore sia, e dammi grande fede Che tutto sia creduto tra la gente.
I seguenti versi di Ruggerone da Palermo s’accostano all’anno 1230:
Canzonetta giojosa, Va allo fior di Soria, A quella che lo mio core imprigiona: Di’ alla più amorosa, Che per sua cortesia Si rimembri del suo servidore.
Altri di Rinieri da Palermo, sono citati dal Trissino.
Il suddetto Barbieri adduce un’altra canzone di Stefano protonotaro da Messina, vissuto attorno al 1250, che comincia:
Pir meu cori allegrari Ki multi longiamenti Senza alligranza e joi d’amuri è statu, Mi ritorno in cantari, Cà forsi levimenti Da dimuranza turneria in usatu Di lu troppu taciri. E quandu l’omo a rasuni di diri, Ben de’ cantari e mustrari allegranza; Ca senza dimustranza Joi siria sempre di pocu valuri, Dunca ben de’ cantar onni amaduri.
Questa è in siciliano, ma quest’altra in italiano scrisse il medesimo:
Assai mi piacerìa Se ciò fosse che Amore Avesse in sè sentore D’intendere e d’audire; Ch’eo li rimembreria, Come fa servidore Perfetto a suo signore, Meo lontano servire, A fariali assavire Lo mal di che non oso lamentare A quella che ’l meo cor non può obliare: Ma Amor non veo, e di lei son temente, Per che ’l meo male adesso è più pungente.
Ci resta il processo per assassinio tentato sopra Federico II, ma le risposte sono stravolte dal notajo.
Nelle Effemeridi letterarie di Roma del 1772, tom. IX, p. 158, si riportano alcuni brani di un codice Chigiano, che pretendesi scritto in Sicilia e prima dei Vespri, e forse versione dal provenzale. Una cronaca anonima dal 1279 all’82, stampata dal Gregorio[161], e che in miglior lezione trovavasi manoscritta presso il principe di Sangiorgio Spinelli in Napoli, comincia: «Quistu esti lu rubellamentu di Sichilia, lu quali hordinau, effichi fare messer Iohanni di Prochyta contro lo re Carlo». S’anche non è contemporanea, certo è antica; e vi sentite tutti gl’idiotismi moderni di Sicilia: «Multu corrucciatu in visu (Procida esortava a) non lassari quista cussi fatta imprisa, cussi grandi... Lu papa lu conuxia, e ricippilu graziosamenti»[162].
Fu raccolta dalle labbra popolari una canzone, o frammento di poesia, dove, tra altro, si ode:
Senti la Francia ca sona a mortoria: No, ca la Francia un veni cchiù’n Sicilia. Viva Sicilia ca porta vittoria! Viva Palermo! fici mirabilia. Sunati tutti li campani a gloria, Spinciti tutti l’armi terribilia, Ca pr’in eternu ristirà a memoria Ca li Francisi ristaru ’n Sicilia... Nun v’azzardati a veniri ’n Sicilia Ch’hannu juratu salarvi le coria (uccidervi). E sempre ca virriti ’ntra Sicilia La Francia sunirà sempri mortoria. Oggi a cu’ dici scisciri ’n Sicilia Si cci tagghia lu coddu pri so gloria: E quannu si dirà qui fu Sicilia Finirà di la Francia lu mimoria.
Il canto ha tutta l’aria d’essere contemporaneo dei famosi vespri, ma via via s’ammodernò: pure attesta che avevasi una poesia alla moderna, e che vi s’adoperava il dialetto corrente.
Il Giambullari, il quale, nel Gello, sostiene un’opinione conforme alla nostra, dice che Guglielmo Ragonesi affermava essere stato Beltrano Ragonesi di Gaeta il primo che innestò il siciliano col toscano: ma ch’egli attribuisce tal merito a Lucio Drusi. Perocchè «que’ nostri antichi terminavano la maggior parte delle parole con lettere consonanti, ed i Siciliani, per l’opposito, le finivano con le vocali; Lucio, considerando la nostra pronunzia e la siciliana, e vedendo che la durezza delle consonanti offendeva tanto l’orecchio, cominciò, per addolcire e mitigare quell’asprezza, non a pigliare le voci de’ forestieri, ma ad aggiugnere le vocali nella fine delle nostre. Il che, sebbene per allora non piacque molto se non a pochi, dopo la morte di esso Lucio, conoscendosi manifestamente la soavità e la dolcezza di tal pronunzia, cominciarono i Toscani a seguir la regola detta, e non solamente nelle composizioni rimate, ma nelle prose ancora e nel favellare ordinario dell’uno con l’altro. Di qui venne questa pronunzia».
Ripugna affatto alla natura delle cose che un uomo solo cangi il sistema d’una favella: può bene cambiar qualcosa di ortografia, come fecero il Trissino e Voltaire, ma non il parlare d’un popolo. E tanto più chi veda come i Toscani, neppure i più plebei e più isolati, non soffrano voci terminate in consonante, e anche alle forestiere appiccino una vocale.
Nel dialetto napoletano il Mazzocchi[163] dice che faceansi tutte le iscrizioni del XIV e XV secolo: oggi però o niuna o ben poche se ne trovano. In Napoli, sulla piazzetta di San Pietro Martire, sopra un sepolcreto dodici versi fanno corredo ad uno scheletro portante il falcone in una mano, il logoro nell’altra, e dicono: