Note 123 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 2)
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Non è fuor proposito l’accennare che nella pronunzia i Latini pare facessero come i Francesi d’oggi, leggendo chi, chia, chod, ove scrivessi qui, quia, quod. Lo induco da una delle facezie attribuite a Cicerone; il quale, essendo sollecitato dal figlio d’un cuoco pel suo voto a non so quale dignità, gli rispose Tibi quoque favebo; scherzando sulla consonanza di quoque con coche. E Plauto chiama inquilina (in culina) una cuoca; indifferentemente si usava sequutus e secutus, quum e cum, quotidianus e cotidianus.
Anche in lombardo per qui dicesi chi. Il chi italiano invariabile rappresenta le diverse inflessioni del qui latino. Plinio dice: Ex superiori basilicæ parte, qua feminæ qua viri imminebant, e Giovanni Villani: «Federico regnò anni 37, che re dei Romani, e che imperadore. — Con 300 cavalieri, che tedeschi e che lombardi».
Plauto: Quei dixti tu vidisse me osculantem? Che di’ tu?
Terenzio. Invenite, efficite qui detur tibi: ego id agam mihi qui ne detur. È il nostro, Fate che vi sia dato.
Il qui è spesso cambiato in italiano con ci: quinque, cinque: quicumque, chiunque: quisque unus, ciascuno.
In un epitafio del 530 leggesi Petrus filius CONDUM Asclipi. E a vicenda s’una tazza di vetro Dianan (Giona) de ventre QUETI (cheti) liberatus. Vedi Bull. d’archeologia cristiana, 1874, pag. 145, 154; e il De Rossi l’ha per un’altra prova della pronunzia dura del c avanti le vocali e, i, sostenuta dal Corssen, dallo Schuchardt, Der Vokalismus des Vülgarlateins, dal Neumann, Prononciation du c latin. Unde promitto me ego chi supra (qui sopra). Arioald pro me et meos heredes tibi Gaidoaldi vel ad tui heredes ipsa suprascripta terra vidata...ab omni homine defensare. Lupo, i, 599. — Questa formola ego chi sopra ricorre frequentissima nelle carte successive bergamasche in esso Lupo.