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Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Note 157 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 2)

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Francesco Palermo nell’esaminare i Mss. della già Biblioteca Palatina di Firenze, de’ quali formò il catalogo, si convinceva a molte prove, il toscanesimo che si trova nelle scritture antiche di altri paesi d’Italia esservi stato introdotto da trascrittori toscani. Quindi l’apparenza, abbracciata in luogo di realtà, che in su’ principj fosse spontaneo il parlar toscano per tutta Italia, ovvero vi fosse una lingua nobile italiana, fino dai primi tempi. «I trascrittori toscani, non servili come gli odierni copisti, nello abbattersi a voci e maniere che sentissero del forestiero (e cominciava il forestiero dai confini delle proprie terre), o per necessità di riuscire più intelligibile, o per avversione al disarmonico e al rozzo, lo riducevano nel loro volgare. E anche nella stessa città, quelli che di tempo in tempo trascrivevano lo stesso libro, l’uno riformava più o meno la scrittura dell’altro, cambiando parole e frasi, conformandosi al modo corrente del favellare. Il quale vezzo continuarono anche gli stampatori. E così poi, come gli scrittori e stampatori toscani rintoscanivano le opere di altre provincie italiane, gli amanuensi e stampatori del di là di Toscana imbarbarivan del loro dialetto i libri di questa provincia». Discorso Proemiale, IX. Fra mille esempj ne citerò un solo. In essa Biblioteca Palatina abbiamo una Devozione, cioè una rappresentazione pel venerdì santo, che evidentemente mostrasi scritta in romano, ma copiata nel 1375 da qualche veneto, che trasformò al modo del suo paese assai parole o frasi; talchè le sono scritte or alla romana or alla veneta, p. e. zornata e jornata; e qualche volta ne resta fino tolta la rima. Per es., trovava a mene, e correggeva a mi, e così mancava la rima con pene.

Vedasi pure il Salvini nelle note alla Perfetta Poesia del Muratori.

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