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Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 3)

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Eo so lo morte, chachacio (che caccio) sopera voi jente mondana amalata e la sana, dì e notte la perchaccio no fugia nesuno ine tana p. scampare de lo mio lactio che tucto lo mundo abractio e tucta la gente umana perchè nessuno se conforta ma prenda spavento ch’eo per comandamento de prendere a chi ven la sorte siave castigamento questa fegura de morte e pensavie de fare forte in via de salvamento.

Da sinistra un mercante versa un sacco di moneta sull’ara, e fa colla Morte il seguente dialogo:

Merc. Tuto te voglio dare se mi lasi scampare.

Morte. Se tu me potisse dare quanto se potè ademandare, no te scampara la morte se te ne vene la sorte.

Sugli orli corre questo scritto:

† mille laude factio a dio patre e a la santa trinitate che due volte me aveno scampato e tucti li altri foro annegate. Francischino fu dr. Brignale feci fare questa memoria ale m. CCCLXI de lo mese de agusto XIIII indiccionis.

Ben anteriore sarebbe la cronaca di Giovanni Villani, ma fu raffazzonata da Leonardo Astrino di Brescia nel 1626, colla pretesa di quello alla prima composizione restituire. Dal Pelliccia[164] recasi un istrumento del 1208, ove si sente quel dialetto, ma sono avvertito che è falso. Teniamo però questo «Banno et commandamento per parte de monsignor lo re Lanzolao re di Sicilia etc. che Dio lo salva e mantenga etc. de lo vicemiralia de lo ditto riame per parte de la maiestà de lo ditto segnore re, che ben se guarde omne pescator che va pescanno che non pescano a li mari de s. Pietro ad Castello senza licenzia de li gabellotti ad pena de uno augustale per uno, et chi lo accusa ne avrà lo quarto».

Gio. Boccaccio ha una burlevole «pistola in lingua napoletana», che comincia: «Facciamote, caro fratiello, a saperi che, lo primo jorno de sto mese, Machiuti filiao, et appe uno biello figlio masculo, che Dio nee lo garde, e li dea bita a tiempo e a hiegli anni ecc.». Egli sul miserando caso della Lisabetta di Messina cita una canzone, usata dai Siciliani, i cui primi due versi

Qual esso fu lo mal cristiano Che mi furò la grasta?

son di fatto del dialetto di Sicilia.

Giovan Villani fiorentino fa parlare molti nel dialetto ad essi natio, e da quei di Sorrento dire a Ruggero di Lorìa:

«Messere l’ammiraglio, come te piace, da parte del comune de Surienti; istipati queste palombole, et prindi quissi augustarj per un taglio de calze, e piazesse a Dio, com’hai preso lo filio, avessi lo patre».

Una cronaca della morte di Manfredi leggesi nel lavoro del De Renzi sopra Gio. da Procida, pag. 234: come un’altra cronaca a pag. 299.

Matteo Spinelli da Giovenazzo, dal 1247 al 68 vergò le cronache napoletane mescendovi il dialetto del suo paese (Rer ital. Scrip., tom. VII):

«Me venne proposito di notare, per una delle gravi cose successe in vita mia, lo fatto di quisto messer Rugiero de Sanseverino, come me lo contao Donatiello di Stasio da Matera servitore suo. Me disse che, quando fo la rotta da casa Sanseverino allo chiano de Canosa, Aimario de Sanseverino cercao de salvarse, et fugio inverso Biseglia per trovare qualche vasciello de mare, per uscirne da regno. Et se arricordao di questo Rugiero, che era piccierillo di nove anni; et se voltao a Donatiello che venia con isso, et le disse: A me abbastano questi dui compagni: Va, Donatiello, et fòrzati di salvare quello figliuolo. Et Donatiello se voltao a scapizzacollo, et arrivao a Venosa alle otto ore, et parlao allo castellano; et a quillo punto proprio pigliao lo figliuolo, et fino a quaranta augustali, et un poco di certa altra moneta, et uscio dalla porta fauza, senza che lo sapesse nullo de li compagni, et mutao subito li vestiti allo figliuolo et ad isso, con un cavallo de vettura, con nu sacco di ammandole sopra, pigliaro la via larga, allontanandose sempre da dove poteva essere conosciuto»[165].

Si accosti questo scrivere a quello di Ricordano Malespini fiorentino. Il quale dice aver cominciato il 1200 la storia sua; e forse vi corre sbaglio, ma ad ogni modo passò finora pel primo che scrivesse storie in toscano[166].

«Io Ricordano fui nobile cittadino di Firenze della casa de’ Malespini, e ab antico venimmo da Roma. E’ miei antecessori, rifatta che fu la città di Firenze, si puosono presso alle case degli Ormanni in parte, e in parte al dirimpetto delle case dette degli Ormanni; e dirimpetto alle nostre case era una piazzuola, la quale si chiamava la piazza de’ Malespini, e chi la chiamava piazza di Santa Cecilia. E io sopradetto Ricordano ebbi in parte le sopradette iscritture da un nobile cittadino romano, il cui nome fu Fiorello: ebbe le dette iscritture di suoi antecessori, scritte al tempo, in parte quando i Romani disfeciono Fiesole, e parte poi; perocché ’l detto Fiorello l’ebbe, che fu uno de’ detti Capocci, il quale si dilettò molto di scrivere cose passate, ed eziandio anche molto si dilettò di cose di strologia. E questo sopradetto vide co’ suoi proprj occhi la prima posta di Firenze, ed ebbe nome Marco Capocci di Roma».

§ 18º Del toscano.

Chi si ostinasse nella priorità del siciliano, dovrebbe dire che questo avesse un peccato d’origine, e che, nato nella Corte, colla Corte perisse, mentre il toscano si perfezionò col popolo. Ma non fa mestieri d’altri argomenti per farci credere che, all’organarsi dell’italiano, nè a Napoli nè in Sicilia si parlasse un dialetto che sia divenuto lingua comune; mentre ciò si prova del toscano, ove, dando alla parlata la terminazione e l’ortografia latina, si aveva una fortunata conformità col vocalismo popolare. Dopo i poeti citati potremmo addurre esempj di Noffo notaro d’Oltrarno, di Gallo pisano, di Buonagiunta Urbicani da Lucca, di Meo de’ Macconi da Siena, di Guittone d’Arezzo, di Chiaro Davanzati di Bondie Dietajuti, di Brunetto Latini, col quale tocchiamo a Dante.

Che se diffidiamo delle prove tratte da poesie, non ce ne mancano altre. Già n’è occorsa qualche iscrizione. Nel camposanto di Pisa leggesi questa:

✠ Die sce Marie de sectebre anno dni mllo ccxliii indict. i. manifesto annoi e al più delle PerSONE CHE NEL TEMPO DI BUONACOSO DE PALUDE LI PISANI ANDARO CUM GALEE CV E VE VAC. C. A PORTO VENERE STEDTERVI P DIE XV E GUASTARO TUCTO E AREBBERLO PreSO NON FUSSE LO CONTE PANDALO CHE NON VOLSE CHESA TRAITORE DE LA CORONA E POI N ANDANMO NEL PORTO DI GENOVA CUM CIII GALEE DI PISA E C VACCHECTE E AVAREMOLA COBADUTA NO FUSSE CHEL TEMPO NO STROPIO. DNS DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS.

Una siffatta sta al Mulino del Palazzo in val di Merse senese:

MCCXLVI AL TEPO DE GUALCIERI DA CALCINAIA PODESTÀ — GUIDO STRICA — RANIERI DI LODI; ORLANDINO DE CASUCCIA FEICE.

La riferisce il Repetti[167]: mal però asserisce che questa lingua non fu «mai, almeno nelle cose pubbliche, usata innanzi la metà del secolo decimoterzo». Oltre i già detti, abbiamo scritture originali, quali d’ufficio, quali pagensi, che provano come fosse comune colà il parlare che fu adottato dagli scrittori; tanto da accontentare il Muratori che si querelava più volte di non aver potuto ritrovare nulla dell’italiano, che pure dovette adoperarsi per secoli nelle prediche e nei conti mercantili. In un bel documento senese, pubblicato nell’appendice nº 20 dell’Archivio storico del Vieusseux, portante le spese e le entrate di madonna Moscada dal 1234 al 43, il vulgar nostro vedesi bell’e formato:

«Queste sono dispese de la casa a minuto da chinc’indrieto.

»Anno Domini MCCXXXIIII del mese di dicembre... Si à dato madona Moscada e Matusala lo mulino di Paternostro ad afito alo priore di san Vilio per VII mogia meno VI staja di grano di chieduno ano, ed ene ricolta chiuso da san Cristofano del deto afito. E ano impromesso di recare a loro dispese overo grano overo farina, per ciaschedun mese, tredici staja e mezo di grano o di farina, qual noi piacese; a pena del dopio. La pena data, lo contrato tenere fermo. E Matusala impromise di fare, se la casa si discipasse, di farla a le sue dispese per la sua parte; e se bisciogno v’avesse macine, per la sua parte, di recavile ale sue dispese fino al mulino e di murare lo petorale alle mie dispese... E se lo steccato si disfacese per aqua o per altro fare del mulino, lo deto priore lo dee rifare de legname comunale a le sue dispese...

»Anno Domini MCCXXXVII da genajo indrieto, ala signoria de l’escita di Giacopino e per tutte le signorie que[168] sono iscrite di che in chesta carta, si è compito sere Lambertino; e da genaio indrieto, com’è scrito di sopra, si è chiamato pagato da Matusala per la quarta parte dele piscioni di val di Montone: et o riscrivo lo compimento qued eli che per queste razoni di soto ecc.».

E di questo tenore seguita per quarantacinque carte in-4º piccolo. Ivi pure furono stampate le Ricordanze di Guido di Filippo di Ghidone dell’Antella, quaderno domestico e d’affari, chominciate a scrivere in kalen di marzo anno MCCXXXXVIII; e sentite s’egli è italiano compito.

«Ne l’anno MCCLXXVIII andai a dimorare con la compagnia de li Schali e chon loro stetti dodici anni, tra in Firenze e fuori di Firenze. Per la detta compagnia tenni ragione in mano in Proenza. Per loro stetti nel reame di Francia, in Proenza, in Pisa, in Corte, Napoli et in Acri, et fui loro compagno».

Nell’arcivescovado di Firenze si conserva una donazione ai frati Umiliati, che mostra si stendeano già in italiano i protocolli.

«Anno MCCL etc., in palatio de Gàligariis... ad sonum campane ad consiglium vocati fuerunt consules judicum mercatorum... propositum fuit — se si debbano concedere a’ frati di San Donato a Torre, stante l’utilità che apportano alla città per l’esercizio dell’arte della lana, terre e case poste nel popolo di San Paolo e di Santa Lucia, e si concedono»[169].

Corrispondenze del 1290 e 91 della ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze e Giacchetto Rinucci e Compagni in Inghilterra, convincono come frequente e regolare si tenesse il carteggio in italiano[170]:

«Diciesette dì di febbrajo avemmo due lettere che ne mandaste;... Recollene il primo corriere di Langnino: e del mese di marzo n’avemo avuto anche cinque piccole lettere che m’avete mandate per altre genti; e sedici dì di marzo avemo anche una lettera che la ci recò il corriere di pagamento di Langnino ecc...

»Noi avemo pagata per voi, per vostre lettere, a Cambino Bonizzi e a Paganello Bencivenni e alla moglie di Diotajuti Montieri quella quantitade della moneta che ne mandaste dicendo. In altre lettere v’avemo iscritto il parere nostro di quello che volemo che per ugnanno si faccia per noi in Inghilterra e in Iscozia sopra la coglietta, e ancora in lane di magioni. Nostro intendimento si è di volere che si faccia 200 sacca di lana coglietta tra in Inghilterra e in Iscozia, in quelle luogora che più utilitade credete che si ne possa fare.

»... Sopra ’l fatto delle saje di Luja non fae mestiere più di scrivere, ch’assai vi n’avemo scritto per altre lettere; ed è nostro intendimento che, quando avrete questa lettera, quelle che rimandare ci dovete per ugnanno ci avrete rimandate in Fiandra».

In alcuni capitoli del 18 giugno 1297 della Compagnia d’Or San Michele sta:

«Anche ordiniamo che, conciossiacosachè, per cagione del mercato del grano e per altre cose che si fanno nella detta piazza sotto la loggia, la tavola di messer santo Michele si impolveri e si guasti, li capitani siano tenuti di farla stare coperta acciò kessi (che si) conservi nella sua bellezza et non si guasti. Salvo kel sabbato dipo’ nona, disfacto il mercato, la debbiano fare discoprire et stare discoperta per tutto il dì de la domenica, et così si faccia per le feste solenne che mercato non si faccia. Che non si mostri, overo si scuopri la figura di detta nostra donna senza torchi accesi».

Nell’archivio di Siena è lettera, che nel 1253 scrivea Tuto Enrico Accattapane a Ruggero di Bagnole, capitano di quel popolo per Corrado re de’ Romani e di Sicilia:

«A voi, mesere Rugiero da Bagnole, per la grazia di Dio e di domino re Currado capitano del comune di Siena, Tuto Arrigo Acatapane vi sie va raccomandando. Contio vi sia, che io sono in Peroscia, e giosevi giovedì due die entrante ottobre, con una grande quantitae di cavaieri della valle di Spuleto e delle contrade di la giuso; e quandio gionsi in Peroscia sì vi trovai Aldobrandino Gonzolino, unde sappiate che io me ne volea venire coi detti cavaieri per chello che io voleva esere in Siena colloro innanzi voi per vedervi, e perchè voi intendeste i pati che sono da me e dalloro anzi ch’ellino vi scrivessero, i quali pali apaiono per carta a mano di notaio; unde io facio contio che i pati son cotali ch’eglino vi deano servire a vostra volontà di die di notte con buoni cavalli domi».

La città di Siena possiede una serie di statuti, dettati in lingua volgare nei secoli XIII e XIV; il più antico dei quali (Statuto di Montagutolo, nº 50 nel R. Archivio) va dal 1280 al 1297. Il principio è tale: «Questo ene il breve e li statuti e li ordinamenti del Comune e delli uoni (uomini) da Montagutolo dell’Ardinghesca, facto et ordinato et composto per li massari del decto Comune sotto gli anni del nostro Signore Mille CCLXXX del mese di Iennaio Indictione VIIII. Ad honore e buono stato del Comune di Siena e de’ Conti da Civitella et ad honore et riverentia Didio e de la beata Vergine Maria e di tucti Santi e le Sante di Dio et ad mantenimento e buono stato del Comune e delli uomini del decto Castello e de la sua corte e distrecto e di tutti coloro che avessero ragione col decto Castello e nel suo distrecto».

Di data legale abbiamo al 1265 la pace concordata in Tunisi fra l’ambasciatore pisano e quel re:

Terminus pacis.

«Et fermosi questa pace per anni XX. La quale pace sempre sta ferma in de lo soprascripto termine a di XIII de lo mese di sciavel anni LXII, et DC secondo lo corso de li Saracini, e sub annis Domini M CC LXV, indictione VII, tertio idus augusti secondo lo corso de li Pisani...

Lo testimoniamento et lo datale di questa pace.

»Et testimoniove dominus Parente per culoro che lui mandono in sua buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, che questa pace a lui piace, et cusì la ricevette et fermove. Et inteseno li testimoni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretario et faccia di domino Elmira Califfo Momini, et faccitore di tutti li suoi fatti, lo quale Dio mantegna et in questo mondo et in de l’altro. Et rimagna sopra li Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo Scheca, a cui Dio faccia misericordia. Buali Aren filio de lo Scheca alto, cui Dio faccia misericordia».

Tale mistura d’italiano e di latino rivela un notajo, o piuttosto un traduttore rozzo, che conserva alcune formole notarili quali usavansi negli istrumenti, e vi mescola il parlare che aveva consueto, vergato a guida della pronunzia. E appunto a tal modo venne formandosi l’italiano. Dapprincipio nel latino s’insinuarono alcune voci e frasi, insolite allo scrivere eletto, ma quali usavansi dal vulgo. Via via ch’erano adoperate, acquistavano una specie d’autenticità; e alle giù ammesse unendone altre ancora insolite, il numero ne aumentava, sin al punto che le italiane furono il maggior numero, e il minore le latine[171].

La mistura appare cresciuta nel testamento della contessa Beatrice di Capraja del 1278[172], il quale da Sebastiano Ciampi fu stampato con tutte le scorrezioni grammaticali e grafiche, ponendolo a confronto colla traduzione dei Trattati morali di Albertano Giudice, fatta l’anno stesso da Soffredo del Grazia, notaro pistoiese, e ch’esso Ciampi stampò colla medesima improba pazienza. Questi trattati terminano così:

«Or finisce lo libro del consolamento e del consiglio, lo quale Albertano giudice di Brescia de la contrada di sancta Agata compuose’ ne li anni d. MCCXLVI del mese de aprile, ed imagoregato in su questo vulgare ’ne li anni d. MCCLXXV del mese di sectembre.

«Chi scrisse questo vulgare Dio li dia bene e capitare, Chi scrisse ancora scriva Sempre e ognora».

Una lingua, in cui stendeansi atti importanti pubblici e privati, in cui già si trovava opportuno tradurre le opere di quella che un tempo era stata nazionale, doveva essere adulta, e conosciuta ai lettori più che non quella da cui si traslatava. Già erasi compreso che l’intelligenza umana aveva acquistato un nuovo istromento, non inferiore in forza e bellezza a verun’altra forma della loquela; e mentre prima riservavasi agli usi giornalieri dell’esistenza materiale, si vide bastava a dipingere la natura con tutti i suoi particolari, enunciare il pensiero con tutte le sue finezze, prestare una voce potente a ciascuna passione.

Erra dunque il Bembo che trae tutto dai Provenzali, e asserisce che pochi scrittori di prosa si vedano in quel primo secolo, fuor dei Toscani (Sulla vulgar lingua). Erra G. B. Niccolini (Qual parte aver possa il popolo nella formazione di una lingua) scrivendo che «in prosa volgare si può dire che quasi niuno al tempo di Dante scrivesse, non essendo ancora in credito la lingua volgare, e scrivendo i dotti in latino e facendo commenti in latino». Erano già note allora, e furono meglio divisate poi molte anzi moltissime cronache in romanesco, in napoletano, in siciliano, e prose devote, e didattiche, e poesie, donde si chiarisce che Dante trovava una lingua già molto esercitata.

Bologna è di mezzo fra l’Italia settentrionale e la meridionale: vi sono professori e scolari d’ogni paese, il che doveva facilitar l’avvicinamento. Perciò Dante la esaltava; e di fatto s’avvicinava al tipo latino più che al provenzale, e vi si fissavano la fonologia e la morfologia. Pure il toscano avea meglio contemperato la tradizione latina col dialetto; delle due estremità evitato i difetti; avea chiarezza, trasparenza; era fra i dialetti italiani quel che l’italiano fra le lingue romanze; con minore mescolanza di parole tedesche, francesi, arabe.

Alcuni scrittori accettarono gli idiotismi, di che Dante li rimprovera; i migliori li abbandonavano, di che venne questo meraviglioso stromento del pensiero; il quale alla Toscana va debitore del suo splendore.

§ 19º Riassunto e paragoni.

Con questo noi abbiamo inteso combattere l’opinione, che si sorbisce nelle scuole, derivasse la lingua nostra da mistura colle tedesche. Queste ci diedero bensì alquante voci, come rubare, bicchiere, fiasco, sprone, sciabola, arnese, stivale, fallo... ma non un complesso, nè tanto meno un sistema grammaticale. Nella nostra rimasero ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressione; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino[173]; a ogni modo son meno assai che non le voci latine, le quali furono accettate dai Tedeschi. E alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori, adottate dai vinti, furono spesso tratte al peggior senso; land che pei Tedeschi è terra, per noi fu un terreno incolto; ross non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; barone divenne sinonimo di paltoniere e birbo; grosso significò tutt’altro che grandezza; volk non indicò popolo ma popolaccio.

Troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; molte fiate la radice loro non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici men posero nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravvissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti?[174]. Per mettere tutto ciò in sodo, bisognerebbe rimontare alle origini, quando della stirpe indo-europea, o come meglio dicono, ariana, un ramo si spinse verso i nostri paesi, nei quali viveano affratellati Celti, Greci, Latini. Si divisero poi, e il greco tenne le felici contrade dell’Arcipelago, estendendosi dall’Emo all’Asia Minore, e occupando anche la Sicilia e l’estremità meridionale d’Italia. Il celtico s’attendò nell’Europa centrale per le valli del Danubio e del Reno; e circuite le Alpi, popolò anche la Svizzera, la Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna, mentre elevavasi fino all’Anglia e all’Islanda. Il ramo italico forse era durato in maggior comunanza col celtico, se vediamo nel parlar suo l’assenza di aspirate, e di certe modificazioni del verbo, come il futuro e il passivo. Men numeroso del celtico, men del greco dotato del sentimento estetico, s’allungò nella penisola nostra, sovrapponendosi ai Casci, agli Aborigeni, alle razze, non dirò indigene, ma preistoriche, e la cui esistenza ci è ora attestata dai ruderi lacustri, e dalle terramare. Queste genìe selvatiche non perirono, non cessarono di parlare; e la loro loquela modificò in parte quella de’ sopravvenuti, in parte conservossi, e si troverebbe in fondo ai dialetti, chi li cercasse con quell’artifizio di eliminazione, che ora si pratica con tanta e pazienza e sapienza dai glottologi.

Attenendoci alle modeste e storiche proporzioni del nostro tema, diremo come anche il provenzale, da cui altri volle dedurre il nostro idioma, era di fondo latino, ma per le terminazioni teneva maggiormente del tedesco che non l’italiano. Pure dee farne gran conto chi voglia tessere la storia della lingua e de’ dialetti italici. Nei trobadori, e massime in alcuni canti delle valli alpine, si riscontra un dire, che con poche mutazioni si riduce italiano[175]; ma, o fallo, o dovranno tirarsene tutt’altre illazioni che quelle che ne trasse il Perticari negli Scrittori del Trecento.

Nè si avranno a trascurare i dialetti, mantenutisi in paesi dove si piantarono colonie latine e legioni di difesa, come la Rezia e i Principati Danubiani[176]. De’ quali toccando, ha maternità simile all’italiana la lingua valacca, parlata da popoli che ancora s’intitolano Rumeni, come di rimpatto noi Italiani dai Tedeschi siamo chiamati Wälschen, nome affine a Walachen, e dai Polacchi Woloch, dai Boemi Wlach. Il fondo del valacco è di parole latine, miste a slave e aplo-elleniche, a tedesche, a turche, per necessità di comunicazione; ma le somiglianze lessiche col latino sono tante, da potersi dire identiche le due favelle[177]. La valacca poi conservò molte radici, delle quali a noi restano solo i derivati[178]; come albo, fur, ove, da cui noi serbammo albore, albume, furtiva, ovile; e così ningere, querere, cucurbitu, vulture, venare. Come usa in italiano e non in latino, il nome degli alberi si fa maschile, femminile quel de’ frutti, pruni e prune, peri e pere: come in italiano e non in latino abbondano i diminutivi, peggiorativi, vezzeggiativi: muiierone una donnona; omoiu un omaccione; domicelu signorino; canubin il canino; mariutia, negrutiu, orbetiu, fiiastro; d’onde io argomenterei esistessero già tali alterazioni nel linguaggio parlato dai Latini al tempo che fondarono queste colonie.

Forma i plurali, non con affiggere la s come altre lingue neolatine, ma col cambiare l’a in e, l’u in i; molti finiscono in uri, come da jugu juguri, da nodu noduri, da fumu fumuri, somiglianti a donora, pratora, campora, che diceano i nostri vecchi. Abbandonò il genere neutro; l’articolo derivò da ille, ma invece di prefiggerlo, il suffigge dicendo parinte-le il parente, domn’ul il donno, omu’l l’uomo; e pel femminile a, ovvero oa se termina in è. Vale a dire che il valacco adottò i suffissi degli Epiroti[179], valendosi dell’articolo italiano. I pronomi sono i nostri: eu, tu, elea; nei, voi, ei; così nostru, vostru, loru, acest, acelu, unu, tot, nimene, amendoi, quest; questu, quel, quelu; un, uno, tot, totu; e gli avverbj che, dapò, dapòque, o, altrmentrile, de qui, ma, giosu, sum, dinsuso, de aqui in ante, jeri, forte. Il superlativo e comparativo forma alla francese; maí bon, cel maí bon, che del resto non è insolito ai Latini (magis dives ecc.). I numerali ha identici ai nostri fin al cento, che dicesi sata come nel sanscrito. I verbi han quattro desinenze dell’infinito, sincopate come si fa nei dialetti dell’alta Italia, in à, è, e muta, ì; e sono preceduti sempre dall’a, come gl’inglesi dal to; per es. a cantà cantare. Perdettero il futuro semplice, supplendovi con voiire volere, ma conservarono il trapassato: eu avusem, io avea veduto. Pel passivo fanno eu me vedu, io sono visto; el se vede, egli è visto; affiggono i pronomi come noi: dami, dai, dali, per dammi, dagli, danne[180].

La conjugazione valacca è simile e spesso eguale all’italiana: semplice e diretto il periodo e la sintassi. I nomi equivalgono spesso all’ablativo latino, come pulvere, sore (sole), munte, margine, facie, vale (valle), morte, langore.

Frequentissimi i participj in utu, avutu, credutu, crescutu, conosciutu, implutu, battutu, alcuni de’ quali non si hanno in latino (batuto), altri assai differenti (cognitus, cretus) mentre in italiano son eguali.

Hanno bolta, usia (uscio e volta), stala, cucina, supa, sala, sappa, vechiu, rosiu (rosso), verde, fiastra, sora (suora), caldura, ochi, urechi, voja (voglia), ajutare, bere, chiamare, cercare, discarcare, inaltiare, manciare (mangiare), tocare, repansare, adunare, lasare, jocare... che sono molto piu simili all’italiano che al latino scritto.

È rara nel latino la terminazione in esco, mentre noi abbiamo conosco, patisco, nutrisco, ardisco, ecc., e così nel valacco nutrescu, nodescu, amutesco, impartiesco.

Anche nel moldavo oggi si dice porta, bove, vacca, leo, lupe, volp, urs, passere, niegro, verdie, alb, vin, aer, argint, aur (oro), fier (ferro), plumb, flore, uccis; e così domne, femaya, ferestra, yerba, sordisce, vulture, magine, ciudad, alterazioni ben facili di domine, fœmina, fenestra, herba, sorex, vultur, margo, civitas; e i verbi cresk, floresk, nesk, schio, per cresco, floresco, nascor, scio.

Sui dialetti ladini sarebbe superfluo e incompleto ogni studio dopo i Saggi ladini dell’Ascoli. Suo scopo non era tanto di comparare singoli idiomi, quanto di ricomporre nello spazio e nel tempo una delle grandi unità del mondo romano, e come essa si colleghi con altre contigue, e confluisca col veneto e col lombardo.

§ 20º Illazioni. Sistema della trasformazione.

Or queste colonie della Romania e della Rezia furono piantate avanti l’irruzione dei Barbari. Dunque la lingua ch’esse serbarono, era già in corso mentre l’Impero sussisteva; dunque arriviamo anche per questa via alla conclusione, che la lingua italiana non sia se non la latina, qual era parlata già ai tempi classici, e forse prima; non essendovi ragione perchè un popolo, il quale non cambiò di patria, smetta il parlar suo per adottare quello dei conquistatori; tanto più che questi erano pochi, viveano sceveri dai conquistati, ed erano meno colti di essi[181].

Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come antiquati o corrotti, ma che doveano essersi conservati tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei. Clostrum, coda, vulgus, magester, audibam, caldus, repostus, cordolium, bolga, mantellum; finis e frons al femminile, che passarono all’italiano, erano negli antichissimi, e furono abbandonate dai classici. Nel latino classico era comune il fortis, non forcia ch’è poi nel basso e in tutte le lingue romanze. Così è di giardino, di gatto. Blanch c’è nello spagnuolo, nel valacco, nel ladino, come in italiano. In valacco dicesi boje, in romancio bojer, in ispagnuolo boja quel che in latino carnifex. In valacco abbiamo inaltzà, bâte, per inalzare e battere; e così citu per zitto, come lo pronunziano i Lombardi. Mannaja sarebbe nome nuovo, ma nel romancio abbiamo manera, e in dialetti lombardi manerin. Tacio il capitaneus che è già in un papiro del 551 presso il Marini. Or donde vennero se non dal parlato?

Nel daco romano abbiamo nu erà niminea; nimenui nù së convine; nù zicë nimic, come in italiano diciamo «Non era nessuno; a nessuno non conviene; non dica nulla». Ne’ classici le due negative affermavano; ma il trovar l’opposto nel vulgare di due paesi così distinti ci fa credere che altrimenti usasse il vulgo[182].

Indicammo a pag. 77 di non poter determinare perchè, fra due sinonimi, i nostri preferissero l’uno, come grandis, fames, niger, senior, totus, piuttosto che magnus, esuries, ater, omnis[183]; e così piuttosto di sicut il quomodo[184]; de mane piuttosto di cras; subito piuttosto di cito; penso piuttosto che cogito; e supponiamo che già il popolo dicesse più volentieri plus che magis; hac hora (ora) che nunc; illa hora (allora) che tunc; ad minus (almeno) che saltem; per hoc (però) che ideo e nam; perfecta mente che perfecte.

Deperita la correzione che era mantenuta dagli scrittori, l’uso prevale colla sua mobilità; e le parole latine divengono italiane mediante que’ cambiamenti che i grammatici classificarono, intitolandoli protesi quando s’aggiunge una lettera o una sillaba al principio; aferesi quando la si toglie, come da rotundo tondo; apocope quando levasi la finale; sincope quando di mezzo alla parola si leva una lettera o una sillaba; onde da rubigine ruggine, da parabola parola, da civitas città, da Pado, viginti, bonitas, facere, mensura, pensare, Po, venti, bontà, fare, misura, pesare; epentesi quando s’introduce una lettera nuova, come pietra e fiera in petra, fera; antitesi quando si cangia una lettera, onde diurnus, de mane, hordeum, vestro, radium diventano giorno, domani, orzo, vostro, raggio; metatesi quando si muta ordine alle lettere, col che aer, luscinia, super divengono aria, usignuolo, sopra; antifrasi quando alla parola si dà un senso contrario, come da vir bonus, birbone. L’eufonia, cioè la dolcezza di pronunzia, è poi una principale ragione, la regola forse suprema di tutti i cambiamenti.

Alcune voci ne tornarono dal greco più direttamente; e p. e. ripigliammo palla, di cui i Latini aveano fatto pila, e le terminazioni in osus, ontius, entius, così comuni nei primi cristiani[185]. In molte la radice latina fu conservata soltanto nei composti: onde non avemmo struere, ma costruire; non ducere, ma condurre, addurre, produrre; non voco ma convoco, invoco; non clamo, ma declamare; non pingo, ma dipingo.

Il fondo però, o, come oggi dicesi, il tipo, rimase sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine; il friulano, per esempio, dice, Vos statis in tantis miseriis: oltre quel che riferimmo del sardo.

Certo non si venne di tratto al bel vulgare odierno. Una lingua che succede ad un’anteriore, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’au in o, non mutare la l in i avanti ad a b c f p, nè lo j in g, nè inserire la i avanti ad e[186]. Che se de’ primi scrittori, Dante compreso, volessimo raccorre le differenze da noi moderni, che mostrano cominciante esperienza, troveremmo che ancora usavano molte parole latine: dece, il libito fe licito, sperma, pretio, carpe, parco, cogitare, manduca, unqua...; e i plurali, campora, ramora, palcora, nomora...; altre scriveano perchè forse pronunziavano alla latina, come umeri, triumphi, justo, jurare. Vi scambiavano di lettere, resurressione, terso, penza, perzona, resprendente, stiaffo, stiena, dovunche, oblico, fragello, boce, forvici, paravole, brivilegio, fedita, adasio, Cicilia, savere, navicare, beano, granne, foi, mobole, rimore, sanza, neente, Deo, eo; o di generi, le sacramente, la fiore, la mare, l’oblìa, il nojo, il sedio, e in Dante il domando e il velo; e massime dell’articolo lo per il; od eccedevano in quelle desinenze provenzali d’anza, aggio. Talora sono lettere trasposte, come preta, grolia, impretare, grillanda, stormenti, gralimare, palora, frebbe, aire; o lettere fognate, come in memora, desidero, manera, molesta, lussura, sciutto, scoltato, rede, pitafio, dificio, subitano, brobbio, propiamente, gioane, stribuire, douto; o aggiunte superfluamente, come triemare, bointà, Europie, superbio, istando, auccidere, ausare, aoperare, appruovare, puose, bascio, resgione, tegnendo, vogliendo, cognosco, vuogli, o non ancora assimilate, come adsai, ciptadini, ecceptiamo; o sciolgonsi i dittonghi, come in audire, tesauro, aulente, claudo, pausare, gaudere; o mutasi una delle vocali in consonante, come blasmo, claro, galdio, laldare, aldire. Talora vi appajono sincopi strane: semmana, volno, venno, pensrà, sen (senza), avan’, soven’, ca, foss, fi, fol, nul; quando allungamenti, massime nelle desinenze (partiraggio, rifitoe, piue, sarabbo, farajo, saccio, pietanza e coraggio per pietà e cuore, e tue, mene, quici, mee). Le finali sono spesso viziate (interesso, crimo, leggisto, pianeto, nomo, giovano, comuno, le porti, febbra, adessa). Talvolta si tace la preposizione (dico voi, grazie voi sia, fa noi grazia) o si pone a sovrabbondanza (in ninferno).

I verbi vi sono conjugati a sproposito, trovando spegnare, allegrere, parire, finare, sentere, abbassirsi; schermare, favorare, giojare, pentere sono in Dante; e in lui e in altri dissono, vedia, sentette, dicette, abbo, ei (ebbi), ablavano, avemo e avamo, sentimo, sappie, vinsono, parlasseno, passarebbe, io vorrebbi avere, porìa, dea; e i participj feruto, falluto, pentuto. Essi participj sono spesso adoprati pel nome: il destinato, il pensato, il gloriato, l’imperiato, i falliti, la finita, per destino, pensiero, gloria, impero, falli, fine; del che ci sono rimasti il concordato, l’arbitrato, il giudicato e simili.

Alquante voci di quell’età abbiamo di poi affatto dismesse, come disianza, dolciore e dolzura, perdigione, bellore, increscenza, incominciaglia, usaggio, rancura, smagare, dottanza e dotta, vengiare, issa, grazire, amanza, gelore e gelura, sezzajo, primajo, tostano, prossimano, temorente, bontadioso, pensivo, allegranza, acceleranza, tristanza ecc. Smettemmo pure gli affissi in fratel-mo, moglie-ma, casa-ta, signor-so, e il suto dal verbo essere, che sarebbe giovato tanto ad evitare sgarbate consonanze (è stato portato).

Ne’ versi poi, oltre la generale deficienza d’armonia, occorrevano frequenti le cacofonie, le dieresi stentate, o le contrazioni malsonanti; la rima o era mal determinata, o con parole alterate, facendo consonare ora e ventura, destro e presto, lusinga e rimanga, pietate e matre, morte e raccolte, luna e persona, ottima e cima, majesta e gesta;

E men d’un mezzo di traverso non ci ha. Che andate pensando sì voi sol tre? (Dante) Chi bestia, chi sgraziato, chi cattiv’è, Chi sciocco, chi invidiato sempre vive? (Meo Abbracciavacca).

Insomma qui pure si ripete l’andamento, che seguimmo riguardo alla lingua latina.

§ 21º Dei dialetti: loro antichità. Il libro del Vulgare Eloquio.

Già toccammo del dialetto napoletano, e del siciliano, nobilissimi fra gli italici, massime per la tanta parte che ritengono di greco. Ma quel che di essi dicemmo s’applica ben più ai tanti che si parlavano per Italia. Ove noi dobbiamo asserire quel che già per analogia si argomenta, che, ne’ varj paesi, la lingua latina parlata variava. Roma era quel che Firenze o Siena oggi, distinta per quell’urbanità, di cui, al dir di Cicerone, si avverte più la mancanza in provincia che la presenza in città. Del resto è a credere che tutto il Lazio usasse originariamente quella lingua, la quale fu detta latina appunto come la moderna si dice toscana, per quanto ne piglino scandalo i pedanti. E come noi discerniamo gli scrittori toscani da quelli d’altro paese (fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo; Dante), così avveniva allora, e Asinio Pollione tacciava Tito Livio di patavinità, conchiudendo: Quare, si fieri potest, et verba omnia et vox hujus alumnum urbis oleant; ut oratio romana plane videatur, non civitate donata[187].

Agli Urabro-Tusci mancava l’o, e ancora in que’ dialetti sentiamo spesso l’u al luogo dell’o; come in dopo, quattordici, Giorgio, posto: lo che avviene pure in Sicilia.

L’etrusco forse era lingua di conquistatori, onde il popolo non l’aveva adottata, e perciò perì, ma dicono abbondasse (e il Lanzi credè provarlo) di vezzeggiativi, diminutivi, donde venne ai dialetti moderni tal facoltà, scarsissima nel latino. Nel latino terminavansi spesso le voci in consonante; nell’etrusco preferivasi la vocale, siccome conservarono i moderni Toscani.

Giovanni Galvani volle, in molte contrazioni di voci osche, riconoscere la pronunzia de’ rustici odierni: come combner per convenire: Kapfa per Capua, siccome alcuni proferiscono afdace, aftunno; fi e fia per filius e filia; faka e facat per faciat. Embratùr per imperator segnerebbe ancora la pronunzia d’un abruzzese.

A Bologna, città potente dell’Etruria, dicesi ancora pzein, dla, vgnè, cminzò, cm’un (piccino, della, venne, cominciò, come uno), che son contrazioni usate nel poco d’etrusco che conosciamo: e v’era comune il mutare l’e in ei, come oggi in veina, lein, canteina, per vena, lino, cantina.

Festo il nome di famuli deriva dagli Oschi, fra cui servus FAMEL nominabatur; e famei in molti dialetti si dice anche oggi il mandriano. Lo stesso dice che aruscare significa undique pecunias colligere; e ruscà su dicesi ancora in Lombardia per raccogliere d’ogni dove. Lo stesso nota antios per excruciatus; e sarebbe la voce nostra ansioso. Bacar o baccar era un vaso da bere il vino, e sarebbe l’origine indigena del bicchiere o pechero. Servio vuole che Sabinorum lingua, saxa HERNA vocantur, ed ecco l’origine di caverna.

Certamente la Gallia Cisalpina, popolata prima, dominata poi da Cimri, da Celti, da Galli, doveva usare una lingua diversa da quella del Lazio, popolato dagli Aborigeni, o della Toscana dagli Etruschi, o de’ paesi meridionali, traenti la popolazione da Fenici e da Greci. La conquista vi introdusse la lingua latina, non però così che cancellasse la primitiva. Dovendo Bruto andar proconsole a Milano, Cicerone l’avverte che vi udrà verba parum trita Romæ. A Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi[188]. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui aveva dedotto il nome[189]. A. Gellio narra che un oratore avendo detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt[190]: il che significa che il tosco era ben disforme dal latino.

Viepiù dovevano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano, che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente[191]. Le legioni nostre che per le province accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, dovevano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori. Conosciamo storicamente quando i Marsi adottarono i caratteri e la favella latina: i Cumani chiesero ut publico latine loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset[192]. Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, scrive che i popoli abitanti attorno a Capua, Terracina, Velletri, obsce et volsce fabulabantur, nam latine nesciunt[193]: e bilingues Brutiates diceansi i Bruzj perchè parlavano osco e greco. Nella guerra Sociale, ultima riazione delle italiane autocrazie contro il funesto accentramento romano, i popoli collegati, come protesta, assunsero per pubblico decreto il linguaggio natio, e l’adoprarono fin nelle monete.

In questi ultimi tempi s’è rivolta l’attenzione dei dotti napoletani sui dialetti italioti, e basti accennar gli studj di Guarini, Avellino, Minervini, Garrucci; pure siamo ancora lontani dal possederne una teorica nè una storia. Se noi dovessimo a ciò fermarci, dopo Jannelli[194] e Lepsius[195] e Fabretti e Mommsen, vorremmo portare studio speciale sull’osco, la lingua più diffusa nell’Italia meridionale, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e sin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret[196].

È conforme alla natura dei vulghi, che, colla lingua a parole finite, adoprata negli scritti, resti la parlata a parole tronche. Ma oltre il toscano, che fu poi elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già nei primissimi secoli preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Che se il Lombardo pronunzia l’eu, l’u e l’on e l’an nasali a modo francese, e contrae au e al in o, forse è dovuto alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo lombardo voci proferite come le antiche galliche[197]. In altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e nello studiare i dialetti sariano a fare certi raffronti, fecondi di alte conseguenze. Quanta distanza di vie, di origini, di linguaggio, di civiltà fra il Milanese e le Calabrie! Ebbene, in queste si pronunzia onza, panza, vittura, fasuli, citto, Michè, stu e sta, na donna, vedè, sentì... per oncia, pancia, vettura, fagiuoli, zitto, Michele, questo e questa, una donna, vedere, sentire..... come appunto si pronuncia in Lombardia. Addurremmo anche forme lessiche ben più significanti, come mi vegl pa, io non voglio, rispondente affatto al piemontese mi voeuj pa e al milanese mi vuj no, e parallelo al tedesco Ich will nicht; se non che ci si può affacciare il dubbio che questi modi provengano dalle colonie valdesi, migrate colà dalle valli di Pinerolo[198]. In Sardegna si ode pè, crù, conchetto (piede, crudo, truogolo) come in Lombardia[199].

I deputati alla correzione del Boccaccio chiamano il Trecento «quel buon secolo, quando, come gli abiti e le monete, così usavano tutti li medesimi modi e parole». Intendono dei soli Fiorentini, ma è asserzione assurda. Che diremo di quella del Perticari, che «tutte ad un tempo le città d’Italia vennero a parlare nella stessa maniera l’idioma vulgare?» È fatto ripugnante a natura, quand’anche non restassero prove del contrario. Perocchè potrebbonsi ripescare parole, pronunziate ne’ varj paesi come si usa tuttodì, e scivolate nelle scritture latine e nelle prime italiane.

Nei patti fra Obizzo Malaspina e la Lega Lombarda del 1168 leggesi: Novum dicimus statutum a triginta annis infra, sive in zae. E in una carta dei 1153 ap. Giulini: Et hoc vidi per annos octo et plus a terremotu in za, et a decem annis in là. Noi diciamo tal quale anche oggi[200]. Nel Novellino abbiamo che fu condotto ad Ezelino un ollaro cioè pentolajo; e che egli avendo inteso uno laro, cioè un ladro, mandollo alla forca.

Già le carte venete del XII secolo mutano il g in z (verzene, Zorzi)[201]; le bolognesi ci offrono altare sanctæ Luziæ, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Magnamigolo; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia, che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano.

Nel secolo XIII, mentre a Firenze cantavansi le Laudi in un vulgare così caro, in altre città d’Italia correvano canzoni che possono dar saggio della lingua parlata. Gli esempj addotti dal Perticari proverebbero soltanto per la scritta, e perciò non appoggiano la tesi di lui, avvegnachè tutti s’ingegnassero di scrivere il toscano. La seguente fa parte di una raccolta pei Battuti di Cremona:

Com fo trahit el nos Signor E vel dirò cunt grant dolor. Al temp de quei malvas zudè Un grand consey-de-Crist se fe Chel fos trahit et ingannath E su la cros crucificath. Inter lo corp de quey malvas Denter gintrava (gli entrava) el setenas Zosin fo Yuta Scariot Che Crist trathiva dì e not. Quel Yuta fais et renegath Ay sovra princep fo andath E si ye dis, quem volef da Se vel tradis illy vosy ma? Respos illora quey zudè, Trenta diner tinì de accè Stul po trady ed ingannà Deraz de no apresentà... E quant ey laf sflagelath Mult tosto ey laf incoronath De spini grossi et ponzent Per che el so volt fo sanguanent, ecc.

Una laude di Monza fu da me pubblicata nella Margherita Pusterla: e di somiglianti ne ha per avventura ogni città di Lombardia. Pietro de Bescapè milanese, di cui si ha un bellissimo manoscritto del 1264, dà una rozza storia del Vecchio Testamento:

Como Deo a facto lo mondo E como de terra fo lo homo formo, Cum el descendè de cel in terra In la Vergene regal polzella, E cum el sostenè passion, Per nostra grande salvation, E cum verà el dì del ira Là o sarà grande rovina Al peccator darà grameza Lo iusto avrà grande alegreza Ben a rexon ke l’om intenda De que traita sta legenda... In mille duxento sexanta quatro Questo libro si fo facto. Et de iunio si era lo primier dì Quando questo libro se finì; Et era in secunda diction In un venerdì abbassando lo sol.

Di Buonvexin da Riva, frate umiliato, vivente circa il 1290, si ha nella biblioteca Ambrosiana un trattato di buone creanze, ove, fra lo studio di italianizzare le parole, sentesi il fondo lombardo. Comincia:

Fra Bonvexin de Riva che sta in borgo Legniano D’le cortesie de descho ne disette primano; D’le cortesie cinquanta che s’de’ osservare a descho Fra Bonvexin de Riva ven parla mo de frescho.

Esso frà Bonvicino ha un dialogo fra la Madonna e un villano, che comincia:

Chi loga se lumenta lo satanas rumor D’la verzene Maria matre del Salvator;

e anch’oggi in villa dicono chi loga per qua (hoc loco) e lumentà per ricordare, rammentare.

In questo poeta già avvertimmo la formazione della conjugazione odierna mediante l’affissione del verbo ausiliare.

E che il dialetto milanese già si parlasse anteriormente, lo raccogliamo dal trovare, nel poeta Cumano che cantò la guerra decenne contro i Comaschi, nominati un Pagano prestinaro, un araldo Pandisegale: sull’arco che i Milanesi eressero dopo riedificata la patria nel 1174, son nominati Passaguado da Setara, Arnaldo de Mariola, Gerardo de Castagnianega, prevede per prete, che sono pronunzie ancora usate. A difesa del carroccio i Milanesi istituirono la compagnia de’ Gajardi, e n’era capo un di Monza, detto Mettefogo: parole del dialetto; come sono i cognomi usitati in quel tempo, Bragacurta, Bragadelana, Cavazocco, Brusamonega, e simili. Anche a Brescia trovo nel 1177 Martinus Petenalupi, Ogero de Cavalcacane; e nel 1192 Landolfo Scanamojer, Carnevale de Codeferro, ecc.

Agli incunabuli della stampa appartiene El vocabolista ecclesiastico ricolto et ordinato dal povero sacerdote de Christo frate Johanne Bernaldo savonese, stampato a Milano per Leonardo Pachel, 1489, nel quale son registrate parecchie voci nel dialetto milanese vive fin oggi, quantunque egli vi desse la terminazione italiana; come aguccia ago, amolato arrotato, assetarse sedersi, barba zio, brancata manciata, camola tignuola, copo tegola, dar fora pubblicare, despresio malizia, fiadare respirare, fidigo fegato, fronza fronda, gera ghiaja, gialdo giallo, la grassa l’adipe, impressa in fretta, ingualare eguagliare, lentigia lenticchia, lisca carice, lumisello gomitolo, meda mucchio, messedare mescolare, mezena lardone, mocare smoccolare, morone gelso, mufolento ammuffito, pagura paura, rampegar arrampicare, rognoni arnioni, rosegato roso, sbadagiare sbadigliare, scarcare sputare, scoder riscuotere, semeso sommesso, sesa siepe, spegazzato imbrattato, temporito precoce.

A Gabriele Rosa fu esibita una composizione in bergamasco, che nell’archivio notarile di Bergamo esisteva fra istrumenti privati in un volume di pergamena del 1253, sicchè vorrebbesi crederla dell’anno stesso. Sarebbe dunque anteriore a tutti questi saggi di dialetti; ma per ciò appunto si desidererebbero più concludenti prove d’autenticità, e meglio ancora un fac-simile.

Il Lasca, negli Inganni, atto III. 5, introdusse un Pider da Valsassina che parla il suo dialetto; e così si fa in altre commedie del Cinquecento, ma in modo sì sformato, da non riconoscersi più il lombardo. Anche Franco Sacchetti fa parlare molti in dialetto, massime in friulano e genovese; ma sempre piccol conto si può fare sopra chi riporta vulgari altrui. Perciò fallisce la prova fatta dal Salviati di tradurre in milanese una novella del Boccaccio[202]; e perfino la più diligente disquisizione in tal proposito pubblicata testè dal signor Biondelli.

Pel dialetto piemontese è a veder la traduzione degli statuti della società di S. Giorgio di Chieri, pubblicata dal Cibrario nel t. II, p. 287 della Storia di Chieri e assegnata al secolo XIV[203]. Del qual tempo sembra pure un uffizio ad uso de’ confratelli disciplini di Saluzzo, ove sono 32 laude in un cattivo italiano che tirerebbe al veneto. P. e.:

Or s’aprossimo lo tempo che lo rey del paradiso Si dey nascer da una vergen como n era empromisso Deo pure n’a tramisso lo so figlol glorioso L’agnelo sanza peccao Ihu Xre pietoso, ecc.

Inoltre vi sono diciotto recomendaciones in vero piemontese.

Non mancò chi tolse a provare che il piemontese forse più ch’altri dialetti ritenne del latino, perocchè dice ses e sömo da es e sumus; is, ist pronomi; om, dom, magister, liber, papaver, cadaver, setember, otober, par, dispar, vas, sal, gius, ses, dominica, fumela, pansa, spuè, stranuè, (da spuere e sternuere, anzichè dal frequentativo), fenestra, ceresa, ecc.; modi comuni, del resto, ai parlari dell’Italia alpina.

Del principio del 1300 si ha una cronaca saluzzese di Gio. Andrea Saluzzo signor del Castellaro, in rozzo italiano misto a parole prette piemontesi, come gesia, eschalero (scala), quiglieri (cucchiaj), governore (governatore), servanta (serva), fruita (frutta), largour (larghezza), Menia (Domenica), chatar (comprare), rabelar (strascicare), penta (dipinta) ecc.

Delfino Muletti, nelle Memorie di Saluzzo, vol. iv, reca delle laude del 1400 nel dialetto saluzzese, e una iscrizione posta il 1403 sulla chiesa di San Sebastiano: ma questa può piuttosto dirsi in rozzissimo italiano che in dialetto; quelle orazioni sono l’anello fra il dialetto piemontese e il valdese, che si connette con quei della Linguadoca:

«Noe ce tornerema devotament al altissim De nostro Segnor Yhu Christ, da qual venen tuit gli bin e tute le grasie che nos n’a dait grasia en cast beneit di de fer questa disciplina ch’el nos dea grasia che noi la pussèm e voglièm fer a tuit gli temp de la nostra vita al sò los, onor e gloria, e a recordament de la soa santissima passion, e a esmendament di nostri peccai, asiò che quant noi passerema da questa misera vita, el nos condua tuit a la gloria de vita eterna».

Del dialetto nizzardo il primo esempio a stampa è il Compendion del Abaco per Francesco Pellos di Nizza, Torino 1492. Comincia:

«Jesus done a mi gratia et sia en so plaser che fassa principi he fin de aquest compendio de abaco de art de aritmetica he semblament dels exempels de jeometria contegnut en los presents sequents capitols, lo quals tracleray coma a mi sera possible, perchè les citadins de lo ciutat de Nisa son sotils et speculatieus en ogni causa, et specialment de las dichas arts».

Stranissimo è il dialetto genovese; e raccontasi vulgarmente d’un commissario, il quale non volle segnare il foglio di via ad un cittadino per Cogoleto, atteso che non sapeva trascrivere in lettere la bisbetica pronunzia di quel nome. Lo stesso caso dev’essere intervenuto ad un notajo nel 1110, che di molti testimonj non indica il nome, quorum nomina sunt difficilia scribere (Mon. Hist. patriæ, Chart. II. 186).

Di esso genovese dialetto Matteo Mollino conserva manoscritte alcune poesie d’autore ignoto, tra il 1270 e il 1320 (Spotorno, Storia letteraria della Liguria, tom. I. p. 283). Una, celebrando la vittoria riportata nel 1294 a Lajazzo, comincia:

L’alegranza de le nove Chi noamente son vegnue A dir parole me commove Chi non son de ese taxue... Quelli se levan lantor Como leon descaenai Tutti criando alor alor... Ben fè mestè l’ermo in testa, Si era spessa la tempesta; L’aere pareia nuvelao... Correa mille duxenti Zunto ge novanta e quatro. Or ne sea De lodao, E la soa doze maire Chi vitoria n’ha dao...

Ha pure un componimento giocoso intorno ai marroni:

Non trovo in montagna Mei fruto da castagna; La qua s’usa, zo se dixe, Ben in pu de dexe guise; Boza, maura, cota e crua ecc.

Nella Çittara zeneise di Gian Giacomo Cavalli è data come antica un’ode di Barnaba Cicala Cazero, che al tono direbbesi contemporanea de’ trovadori:

Quando un fresco, suave, doçe vento A ra saxon ciù bella, a ra megiò Treppà intre fœugge sento E pà ch’o spire amò; Me ven in mente quella No donna za ma stella, Quando ro ventixœu ghe sta a treppà Dent’ri cavelli e ghe ri fa mescià.

Rambaldo di Vaqueiras, trovadore del secolo XII, ha una tenzone in forma di dialogo fra l’autore e una dama genovese, la quale gli risponde:

Jular, voi no se corteso Che me charcheai de chò[204] Che niente non farò Anche fosse vos a peso[205], Vostr’amia non sarò, Certa ja ve schernirò; Provensal mal agurano, Tale noja ve darò, Sozo, mozo, esclavado, Nè jà voi non amarò Ch’ec un bello mario, Che voi no se, ben lo so[206]. Andè via, frar, en tempo megliorado.

Al Vocabolario genovese latino sono premessi saggi di scritture in quel dialetto, di varj secoli, volendosi mostrare che a principio era similissimo all’italiano, dappoi se ne scostò. I passi qui addotti nol confermerebbero; oltrecchè, se sono simili all’italiano, come provare che siano in dialetto?

Negli Atti della Società Ligure di storia patria (1859, vol. I, p. 129) si indicano come segni dell’esistenza del dialetto genovese le voci miexi nel 1019; pixone, montenello in altre del 1143 e 1148; poi Lunexana, Palavixino, e così frexia, Sardena, fregabrena, merdenpè, noxedo, labuxada nel secolo XII; e nel XIII toagia, toffania, tomao, ruxentarium. Nel vol. VI, pag. 708 d’essi Atti si portò una relazione all’uffizio del Banco di S. Giorgio del 1457, in pretto idioma genovese. «Segnoi, a noi è staeto molesto acceptar questo officio, non per recusar de portà li carrighi publici, li quae poessimo ben fa, ma considerando che anti che a queste compere fussen arrembe et tranferte, ecc.».

Nell’Archivio glottologico, vol. II, p. 162, si reca una quantità di rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV[207].

Il signor Tozzetti Mazzoni (Origini della lingua italiana, Bologna 1831) vanta assai il bolognese dialetto, appoggiandosi a Dante, e soggiunge a pag. 1111: — Del nobile vulgare bolognese, uno de’ più antichi documenti che si conservano, è, a parer mio, la lettera diretta al marchese Maroello Malaspina, scritta nell’anno 1297». Eccola:

«Al nobelle e al savio e posente mis. lo marchexe Maroello Malaspina honorevolle podestà e capitano generale de guerra del chumuno e del povolo de bologna, Zame de mis. Aldrovandrino di Symipuzuli e Paolente Dipananisi, capitani del castello de Savignano, ve se mandano raccomandando. Conta cossa sia a vui mis. (siavi conto) che di domenega Zoane de mis. Landolfu de la capela de s. Apolito e Zoane dal lotino de la capela de santa Maria majore si ferno grande romore. in somo e dagandosse de la pugne l’uno al altro in suso lo volto, e per questa rissa sinfo (si ne fu) grande romore in lo borgo del castello di Savignano, e loro miseno a sagramento e confessorno che quisi era la verità per esso sagramento, e sovra goderno a loro de termene a fare soa defessa e nessuna nonanfatta, ecc.».

Anche altri esempj reca egli, massime a pag. 909; ma sono sempre di persone che s’ingegnano scrivere toscano. È però curioso un libretto di Ovidio Montalbani, Vocabolarista bolognese, nel quale con recondite historie e curiose erudizioni si dimostra il parlare più antico della madre degli studj come madre lingua d’Italia. Bologna 1660, in-12º, di pag. 272.

Uno de’ primi lavori della patria letteratura è il De Vulgari Eloquio di Dante. Potrebbesi parlare delle origini della lingua senza tornar più volte su questo gran rivelatore? Non per questo vogliam portarci all’idolatria, o a crederlo forte in etnografia e in filologia: e già repudiammo chi lo chiama creator della lingua. Tutto fatto egli vi trovò, perfino la versificazione: erano abbozzi, ma preparati a ricevere splendida coloritura; ed egli stampò l’impronta del suo genio sopra un idioma che fin allora non aveva se non quella d’una timida fatica. Egli stesso da principio fu ben lontano dal conoscerne la potenza; nella Vita Nuova ne parla con disprezzo, come di lingua soltanto adatta a cose leggiere; nel Convivio non mostra intenderne gran fatto, poi ne discorre espresso nella Vulgare Eloquenza. Ne componeva il primo libro fra il 1302 e il 1309; poi lo sospese: più tardi scrisse il secondo, e lasciò interrotta a mezzo la dimostrazione ch’era richiesta dalla proposta messa all’entrare del capo XIV. Trattato nel libro secondo delle stanze, forse nel terzo avrebbe dimostrato la struttura della canzone e della licenza, poi nel quarto avrebbe discorso delle rime, e specialmente delle ballate e dei sonetti, sempre come stile, non come lingua; forse anche dovea seguirne un quinto sui poemi più lunghi. Insomma è un’arte poetica, e della lingua poetica (giacchè in prosa poco usavasi il vulgare) è il ragionar suo, il che troppo pérdono d’occhio coloro che ne fanno fondamento a teoriche sopra il parlar comune. Ivi colpisce di «perpetuale infamia i malvagi uomini d’Italia, che commendano lo vulgare altrui e il proprio dispregiano..... abominevoli cattivi d’Italia ch’hanno a vile questo prezioso vulgare»; e riconosceva esser esso già distinto, perfetto e civile ridotto, qual si vedeva in Cin da Pistoja e nell’amico suo (Dante stesso); e lo erige sopra al latino, al francese, al portoghese, come dolce e sottile[208]. E questo vulgare non è già la lingua cortigiana di cui altrove egli si fa predicatore; bensì «quello il quale, senz’altra regola, imitando la balia; s’impara»[209]: ma lo scrittore lo rende perfetto con «eleggere i vocaboli adatti, gettando i rozzi e rabbuffati, e cogliendo i soavi, i gentili, gli efficaci»[210].

Alla qual opera accintosi, conosceva già allora quattordici dialetti in Italia: «Ad minus quatuordecim vulgaribus videtur Italia variari; quæ omnia vulgaria in se se variantur, ut puta in Tuscia Senenses et Aretini; in Lombardia Ferrarienses et Piacentini: nec non in eadem civitate aliqualem varietatem perpendimus. Quapropter si primas et secundarias et subsecundarias vulgares variationes calculare velimus, in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenas loquelæ variationes venire contigerit, sed etiam magis ultra». E adduce alquante frasi di ciascun dialetto, tali però che poco ajutano le ricerche nostre, a mala pena riconoscendosi[211]. Ma qui ci basta l’attestarne non già che sussistevano, fatto troppo naturale, ma che sapeansi essere i tipi idiomatici de’ varj dialetti. E per quanto egli s’industriasse a svertare il toscano, esaltandone alcuni che certo non pretesero mai a primato e per fino lo squallido bolognese, il toscano prevalse, anche per merito di lui, che adoprollo a «descriver fondo a tutto l’universo», e divenne il letterario, come il dialetto attico in Grecia dopo Alessandro, come il turingio per la Germania.

Oltre i dialetti di fondo italiano, ce ne rimangono di altra filiazione; in Malta il punico antico; in Algheri di Sardegna il catalano; il teutonico nei Sette Comuni del Vicentino, ne’ Tredici Comuni de’ monti Lessini sul Veronese, a Bosco nel Canton Ticino, e in qualche lembo del Trentino; il romancio nella limitrofa Engadina, e in alcuna parte della Val Leventina e della Val di Blenio nel Canton Ticino; in qualche valle della Sicilia e della Calabria l’albanese o romaico.

Altre voci di dialetti serbano l’impronta delle dominazioni o comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre ne’ paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti si riconosce il vecchio latino. Tant’era lontano che tutte le città italiche parlassero il linguaggio stesso.

I dialetti serbansi più fedeli alla loro origine; onde sentiamo tutto di pronunziare e cantare: Lo santo padre si scoprì lo viso — I’ te voglio ben assai — Da li capelli a la fronte e a li occhi — chesto loco, quisto, chillo, ello. Essi conservano parole che non hanno analogia col greco nè col latino o col celtico; e fin elementi grammaticali estranei alle lingue indo-germaniche: segno (lo ripetiamo) che sopravvissero durante la dominazione romana, e rivalsero quando il latino officiale periva.

Gli studj sui dialetti richiedono tal profonda cognizione delle loro finezze, che difficilmente un uomo può attendere a più che a quello che ha dalle labbra materne. Onde trarne utilità filologica, più che i soliti dizionarj, crederei opportuno lo sceverare da ciascuno le parole che, più o meno alterate, derivano dal latino o dal greco; e soltanto sulle residue esercitare l’analisi: le loro corrispondenze o differenze ci avvicinerebbero, o m’inganno, alle favelle primitive degli Italiani. Qualche cosa di simile tentò il barone di Hormayr sui dialetti romanzi del Tirolo, e pretese nelle voci estranee riconoscere il linguaggio degli Etruschi, popolatori antichissimi di que’ paesi, a creder suo[212]. La ricerca fatta con esteso accordo potrebbe guidare a importanti conclusioni, e a provare che i dialetti non son altrimenti una corruzione dell’italiano, bensì linguaggi antichi, che per circostanze non si elevarono a lingua officiale e letteraria.

Ma è scienza affatto nuova quella che ora nello studio dei dialetti porta una veduta generale che tutte le particolarità lessiche, morfologiche, fonetiche riferisce ad un insieme; uno spirito geometrico che alle singole nazioni assegna un posto conveniente; così si cessa di parlarne come di bizzarrie vulgari, accorgendosi che ciascuna società particolare, arbitra di sè, foggiò un dialetto, e che le anomalie, anche in storia naturale, diedero ai giorni nostri le teorie che cambiarono faccia alla botanica.

§ 22º La lingua italiana è patrimonio esclusivo d’una provincia? Sue vicende.

Per quanto in lavori di tal genere s’abbia sempre ad aggiungere e resti sempre a spigolare, noi crediamo aver dimostrato che que’ primi scrittori, di qualunque parte nascessero, e comunque il lor paese natio parli trinciato, o squarti e scortichi le parole, o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje, quali le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e villani costrutti, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi all’idioma toscano, non foss’altro perchè più vicino all’ortografia latina.

Il qual fatto generale, se non si fosse voluto disconoscere da coloro che vennero a ragionar poi sopra ciò che generalmente si praticava, avrebbe evitate assai sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche intere per rendere avviluppato e controverso ciò che è lampante e consentito col fatto. Perocchè il linguaggio somiglia al diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione; poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il meglio, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un tirannico comando, bensì la espressione autorevole del suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.

Noi ci appoggiammo assai sulla analogia, e questa ci mostra che le varie contrade parlano variamente, sia per indole, sia per derivazione, donde i molteplici dialetti. Un dialetto viene adottato dagli scrittori come lingua comune; essi lo determinano, lo regolano, lo fissano, e in tal forma resta nel tesoro letterario della nazione. Ben altra è la natura dei quattro famosi dialetti greci, dove la varietà riducevasi a pochi accidenti, tantochè tutti poterono adoprarsi mescolatamente in Omero, e il dialetto comune prevalse negli ultimi tempi, e da quel solo, misto ad elementi slavi, derivò il greco moderno. Nell’antica Italia fu il dialetto del Lazio che ottenne la preferenza legale e letteraria: come in Inghilterra quel di Londra, in Francia quel di Parigi, in Ispagna e in Portogallo quel di Madrid e Lisbona, in Germania il sassone, in Polonia il varsaviano e via discorrete.

In Italia il dialetto che gli autori preferirono fin dall’origine fu il toscano, men contaminato di mescolanza forestiera, e più consono al latino. Di esso si valsero i grandi triumviri della nazionale letteratura; donde gli venne tal dignità e importanza, che ad esso cercarono accostarsi tutti quelli d’altri paesi. Abbiamo componimenti ne’ varj dialetti; ma quando il Bernieri celebrava Meo Patacca, Carlo Porta sbertava i Milanesi nel Giovannin Bongee, o Sgruttendio sbizzarriva le Mattinate, o il Meli cantava stupendamente l’Apuzza o la Cicaletta[213], essi sapeano di far lavori, ristretti al proprio paese, non destinati a tutta Italia. Abbiamo dizionarj che le voci e le frasi proprie di ciascun dialetto traducono in italiano; a chi venne mai in mente di farne uno pel toscano? La differenza sua dall’italiano non consisterebbe che in varietà di pronunzia, o in quelli ora vezzi ora sgarbi che mette il popolo nella lingua di cui si serve; incolta se vogliasi, scorretta di grammatica, insulsa di cose, ma pura, propria, calzante.

Le gare municipali, che furono il disastro ma insieme la vita della nostra Italia, tolsero che, in teorica, si volesse accettare la supreminenza del toscano; eppure in pratica era adottato da tutti. Ad ogni modo, se alcuno pretese che al toscano possano contribuire voci anche il milanese, il romagnuolo, il napolitano, non credo verun mai sostenesse da buon senno che la letteratura nazionale possa farsi in romagnuolo, in napolitano, in piemontese.

Lo straniero che chiede d’imparare la lingua nostra, intende sempre la toscana. Quando interroghiamo come si nomini un oggetto, intendiamo come si nomini in toscano. Io penso che ogni dialetto sia una lingua compiuta, ed abbia tutti i termini che le bisognano; nè il toscano manca d’alcuno; giacchè, forse, non è possibile il pensar a un oggetto senza avere la voce a cui fissarlo. V’ha oggetti che la Toscana non ha, non conosce; ma se v’ha paesi dove si trovano ghiacciaj e steppe, coll’acquisto di quella nozione acquistò anche la parola, l’ha fatta sua. Ciò s’avvera pei trovati nuovi, puta quelli dell’elettrografia o delle strade ferrate. Il toscano accetta i nomi de’ singoli oggetti da chi glieli recò, pur talvolta, nell’immensa potenza dell’uso popolare, riconosce in quegli oggetti o gli assimila ad alcun altro che dapprima v’aveva un nome, o cui può darsene uno derivato e intelligibile. Quindi il Kreuzer diventò crazia, il Semel e il Kifel semello e chifello: e allorchè gli dicono i wagons, i rails, il tender, gli slippers....... egli traduce i carrozzoni, i regoli, il magazzino, il bagagliajo, le traversine.....

Se da ciascun dialetto avesse a scernersi il meglio, secondo fantasticano taluni, verrebbe la necessità di conoscerli tutti, il che è impossibile, e porterebbe all’esitanza, ch’è lo stato peggiore nelle scritture come nelle azioni. D’altra parte scegliere il meglio indica avere un tipo al quale raffrontare; sicchè più breve e men fallibile sarà l’attenersi a questo tipo stesso. Se dai singoli dialetti potesse desumersi qualche parola, ne verrebbe che ciascuno scrittore adoprerebbe una lingua diversa, mentre supremo bisogno d’una nazione è l’unità della lingua, dietro alla quale vengono le altre unità.

Primo scopo del parlare e scrivere è il farsi intendere. Meglio a ciò si riesce quanto maggiore è la precisione. In matematica chiunque scrive 7+9 = 16: oppure (a+b)2=a2+2ab+b2, è certo di essere inteso da ognuno che sappia leggerli, di qual nazione egli si sia, perchè quella forma è unica, nè può essere surrogata da altra. La parlata non raggiungerà mai siffatta precisione, ma vi si accosterà, quanto più fissi e convenuti saranno i significati delle parole. E come un grande acquisto è l’avere un peso, un tipo, un titolo solo per le monete, un modulo unico per le misure e i pesi, così sarà prezioso l’aver nella nazione una lingua sola, cioè un solo uso al quale riferirsi.

Il napolitano ha grandemente meritato della favella nazionale, perocchè, oltre le origini greche, in codesto paese avea nido il parlare osco, prevalente tra i vicini e usato altrove nelle Atellane (vedi pag. 12); poi fu dei primi a usar l’italiano. Pure non credo pretenderebbe sostituirsi al toscano, e neppure in questo introdurre parole sue. Avesse pure voci, frasi e dizioni più logiche, più calzanti, più espressive che non le corrispondenti toscane; non le consacrò l’uso, quem penes arbitrium est, et jus, et norma loquendi. A Napoli si fece una ristampa del Vocabolario della Crusca, forse la più notevole per quantità d’aggiunte, e inserzione delle etimologie e sinonimie: ma non so che il Liberatore, il Borrelli, il Rocco, gli altri che vi collaboravano, abbiano messa a registro neppur una voce napolitana.

Distinguasi però la lingua toscana, ch’è una cosa positiva, da stile toscano, che è un non senso. Una è la lingua, differentissimi i modi d’usarla; e se quella può impararsi in Toscana o da Toscani, tutt’altro si richiede per riuscire grande scrittore, cioè gran pensatore. A tutte le armonie immaginabili bastano sette note, e con esse si resero sommi Jomelli, Rossini, Bellini, Verdi, senza sognare di voler mostrare originalità coll’inventarne di nuove.

Un insigne scrittore, che tanto tien conto della lingua da aver avuto il coraggio di rifare un proprio libro, graditissimo all’Italia, sol per uniformarlo all’uso toscano, ripose la sovranità di tal uso in ciò che si dice in Firenze. Sempre è l’amor della semplificazione, dell’unità, della vitalità progressiva, surrogato alla pedanteria di un dizionario, che non s’appoggia se non ad un’autorità secondaria, qual è quella degli scrittori. Perocchè gli scrittori son buoni (dico per lingua) in quanto fan testimonianza dell’uso. Nè a concedere ciò troveranno difficoltà quelli (e non sono molti) che sanno separare la quistione della lingua da quella dello stile.

Ma esso autore fece troppo scarsa la parte degli scrittori in fatto di lingua. Una lingua morta non può essere che imitazione, ricalco; tutto si circoscrive negli scrittori; non si può dire se non quel ch’essi dissero, a rischio d’esser barbari. Non così delle lingue vive. Se gli scriventi non hanno diritto di creare alcuna parola, molto contribuiscono, sia collo scegliere, sia col fissare, sia col derivare o comporre, siccome avviene a chi non parla soltanto, ma riflette alla parola. La quale poi è scritta in libri che la nazione adotta; e quei libri servono di testimonianza e di scuola, si citano, si imitano; e riducono, non immobile, chè non è nella natura di cose umane, ma più durevole lo stato d’una favella.

Il latino aveva l’autorità dell’uso al tempo dei precinti Cetegi come sotto i Costantini; eppure latino intendiamo quel ch’è scritto ne’ classici, anzi negli ottimi di questi.

Il latino stesso però, benchè si estendesse officialmente, ne’ varj paesi restava alterato dai linguaggi preesistenti, pur rimanendo sempre latino. Quando gli autori natii di Roma cessano, e ne sottentrano di provinciali e massime di spagnuoli, anche il parlare si altera. Chi scriveva dopo caduto l’Impero, ingegnavasi sempre e dappertutto imitare il latino classico: perciò lo scritto risentiva dell’individualità, essendo più o men rozzo secondo lo scrivente, perchè era studiato, non parlato. Ignoranti notari e legulei vi mescolano parole che non soleansi dai più corretti, ma che si usavano dal vulgo; gli ecclesiastici, volendo al vulgo farsi intendere, adoprano a tutto pasto i modi e le costruzioni di questo; e così il latino forbito degli scrittori s’accosta al parlato.

Come ne’ paesi artici l’aurora comincia ad albeggiare prima che siano scomparsi gli ultimi rossori del tramonto, così l’italiano sbocciò mentre era vivo tuttora il latino; crebbe via via che questo decresceva, e trovossi perfezionato prima che l’altro disparisse.

L’ingerenza di questo va estendendosi, finchè taluno, per iscrivere i proprj ricordi, le spese, le lettere, adopera affatto il parlar suo, cioè il vulgare: scritto, è vero, ancora con ortografia o alla vecchia o inesperta, ma pur vero italiano; lo usano i predicanti; i narratori di vite di santi o d’altri racconti per la plebe o per la gaudente società, e prima ancora in canti d’amore o di prodezze.

La vitalità di quel tempo trapela anche nell’adottarsi parole straniere e assimilarsele, acconciandole al proprio sistema, dicendo Parigi, Basilea, Brugia, Magonza, Loira, Aquisgrana; il che più non si fa quando la lingua cessa di essere indecisa; introducendole vi si lascia l’aria straniera.

In questo parlare plebeo, in questo vulgare «che seguita uso mentre il latino seguita grammatica», potrebbe egli stendersi una grande epopea, che abbracciasse tutto lo scibile, e cielo e terra? Dante tenzona fra il sì e il no, fra l’opinione de’ suoi amici e il sentimento proprio, fra la negativa espressa nella Vita Nuova e nel Convivio, e la potenza acquistata coll’uso: frate Ilario non credea possibile quegli altissimi intendimenti significare per parole di vulgo, nè giudicava conveniente che una tanta e sì degna scienza vestisse a quel modo plebeo[214]. E Dante gli risponde: «Avete ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose presero a germogliare, scelsi quel dire che n’era più degno; e presi a poetare così:

Ultima regna canam, fluido contermina mundo, Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt Pro meritis cuicumque suis.

Ma poi, pensando che la gente colta non bada ai poeti e li lascia a’ plebei, temprai la lira in modo conveniente all’orecchio dei moderni».

In Dante, che chiamava Virgilio la maggior nostra Musa, e faceva dire da Sordello lingua nostra la latina[215], è visibilissima ancora l’esitanza fra l’uso e la grammatica, ossia la lotta del latino coll’italiano.

Questo appare già staccato definitivamente nel Petrarca; ma perchè credeva che «le note dei sospir suoi in rima» fossero solo per donne e pel popolo, esso Petrarca riprometteasi la gloria da un poema latino, e latine stendea per lo più le lettere. Il Boccaccio, nel Decamerone, si valse stupendamente de’ modi vivi del popolo, ma latina credette dover tenere la costruzione; donde quel periodare aggrovigliato e ingombro, più lodato che imitabile; che non lieve guasto recò alla letteratura patria dandovi un’aria di ricercata, di attorta, di oratoria, di pretensiva, anzichè la ingenuità, la spigliatura, la concisione che aveva in que’ trecentisti, i quali scriveano come parlavano. Perocchè dall’eloquenza vengono alterate grandemente le lingue, cioè dallo studiar alle parole più che alle cose. E appunto in grazia del Boccaccio fra noi si radicò il concetto insulso, o la sciagurata pratica di due lingue; una dotta, azzimata, compassata, col periodo ritondeggiante, la cadenza studiata; lingua grammaticale o accademica, che titilla le orecchie, lascia gelato il sentimento e nebbiosa l’intelligenza; l’altra schietta, ingenua, perspicua, nè per questo trascurata, che anzi «le negligenze sue sono artificj».

Quantunque fosse compita la trasformazione del latino nell’italiano, pure la pedanteria nel Quattrocento introdusse un latino tutt’affatto italianizzato[216], e un italiano che poco differisce da quel fidenziano che altri maneggiò per celia, e che quelli farebbe creder libri del XIII o XIV secolo, allorchè appena svolgeasi l’italiano dalle fasce latine.

Prendendo la prima opera che mi cade sotto mano, nel vulgarizzamento del leggendario di Jacopo da Varagine, fatto dal Malermi e stampato a Venezia nel 1475, leggo che «Niccolò Jenson franzese, dapoi li instaurati quasi infiniti divini et preclari volumi, li quali per l’antiquità erano stati deperditi et quasi extincti, el divino, del quale fase mentione, volumo de le legende de’ sancti vulgarizzato, con mirabile ingegno et divina arte ha impresso et stampito». Direte che trattasi di uno stampatore ignorante? nol concedo; ma questo stile era comune, e Cesare Ciseriano, nel commento a Vitruvio, stampato il 1521, ha: «Infine alla sua etate (di Francesco Sforza) nulla symmetria di opera de ornamenti che Vitruvio ha descripto non era stata quasi mai dal tempo de’ Romani usque ad id tempus usata in Milano. Ma imperante Galeatio et successive Johanne Galeatio suo filio, et dapoi Lodovico, con più somma opera che poteno curaro havere architecti, che con queste vitruviane symmetrie facessero fabricare et ornare li mediolanensi edificj».

Ed erano già vissuti Dante e Boccaccio non solo, ma il Pulci e il Poliziano. Con buona licenza del Puoti e de’ suoi concittadini, io metto fra questi mal latineggianti anche il Sannazzaro; e senza citare il non t’irascere, il cominciava a tangere, il munger gli uberi, e gli opachi suberi, e l’inducere e producere; non mancano che le desinenze per far latina molta parte delle sue prose. Per esempio: «Napoli è nella più fruttifera e dilettevole parte d’Italia, al lito del mare posta, famosa e nobilissima città di armi e di lettere, felice forse quanto alcun’altra: sovra le vetuste ceneri della sirena Partenope edificata, prese et ancora ritiene il venerando nome della sepolta giovane».

Il buon italiano era però conservato da quei che scriveano naturalmente e come parlavano: poi a quello tornarono gli scrittori del Cinquecento, nuova fioritura della nostra favella. Pure la cognizione e la pratica del latino era tanto comune, che s’insinuava in tutti gli scritti; le lettere, persin le famigliari, portano l’intestazione e la chiusa latina, qualche periodo esce in latino, qualche frase latina vi s’incastra, come oggi facciamo col francese.

Al 14 febbrajo 1525 il cardinale Rorario scriveva al Sadoleto, due prelati tanto colti:

«Sua Santità extima non esser decente a un pontefice prender le arme fra christiani, et se li suoi predecessori lo havevano facto, già se vedea de quanti mali erano stati causa: onde havendo sua santità deliberato gerere se tamquam patrem omnibus communem et servare la neutralità, el re di Franza..... inviò un exercito per lo Stato della Chiesa ad temptandum regnum neapolitanum: donde S. S. fu costretta aut sumere arma, quibus nec poterat nec volebat uti, aut dare fidem regi neutralitatis ecc.».

Il famoso cardinale Aleandro, stando legato in Germania nel 1522, scrive: «Accedit ad id il fastidio dell’animo per le tante paure, che costoro mi dipingono contra omnes ecclesiasticos: et voleano mutarsi habito et nome; del nome si è fatto, saltem del cognome. Del resto vado modestamente ut sacerdos, non facendo però le grida quia agitur de alia re quam de lana caprina: nè mi piace miglior consiglio quam confiteri Christum qui et me confitebitur coram Patre».

Su questo tenore leggo moltissime lettere di quel tempo, e alla ventura prendo una dell’elegante scrittore cardinale Campegio, che al 22 agosto 1524 scriveva all’or lodato Sadoleto: «In Augusta el predicatore che era in S. Mauritio, già corrotto di questa heresia, rediit: et perseveranter, non obstante queste turbolentie, predica pro fide. Intendo la canonizatione di san Brunone essere stata publicata magno populi concursu et devotione».

Ed egli stesso il 25 giugno 1530 al Salviati: «Nunc intendo quam in hoc cedent. S’è etiam proposto di voler eodem tempore cum articulo fidei miscere li gravamini della natione cum sede apostolica, de’ laici contra ecclesiasticos et e contra, ed è stato risoluto che no: ita che la prima sarà la cosa della fede. Io conosco, etiam per quello che vidi a Bologna, che tutte queste cose son troppo peso sopra le mie spalle... Ingenia parva materias grandes non sufferunt, sed in ipso conatu postea succumbunt. Pur mi forzerò di non mancare del debito et omnia consulte agere. S’è ragionato di fare electione di alcuni per restringere le negociationi. Li nominati sono cardinalis Salzburgensis, episcopus Augustæ, de quo nunc aliquid sinistri audio, al qual pur gli ho dato il suo breve ed exhortatolo fingens me longius ire...».

Che più? trovo ora appunto alcune nuove lettere di uno scrittore dei più leggiadramente italiani, Lodovico Ariosto; e sempre cominciano col Magnifici et potentes domini mihi observandissimi: per entro gli cascano intervenientibus utrinque commissariis, e converso, inveteratus malorum, versa vice, et, quæ bene valeant, feliciter valeant, data paritate, Baldaxare, suspecto, ipso, damno, dicto, excellentia, advenire, subditi, prompto; e chiude, ex Castelnovo Carfagnanæ, XII aprilis: observantissimus S. A. comes et ducalis commissarius generalis[217]. Qual meraviglia se alcuno persuadeva all’Ariosto di scrivere in latino quel poema, che più di qualsiasi non toscano accolse e crebbe le ricchezze del parlar nazionale?

Giorgio Trissino, nella dedica della Sofonisba, prega Leon X a non «attribuirle a vizio l’essere scritta in lingua italiana». Anche il Bibbiena, nel prologo alla Calandria, dice che «non è latina, perocchè dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore ha voluto farla volgare alfine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti».

Già pensavasi sottoporre a leggi convenzionali il fatto spontaneo della parola; ma i primi studj precettivi intorno alla lingua italiana la modellavano sulla latina; nelle grammatiche figuravano ancora verbi deponenti, casi, ordini de’ verbi secondo il reggimento, e così via. Il Vocabolario della Crusca, il primo di lingue moderne, fu ideato sui latini, perciò registrando solo le parole che si trovassero in autori e appoggiandole ad esempj, appunto come si farebbe d’una lingua morta; e perciò non sempre bastando alle infinite gradazioni ed evoluzioni del sentimento e della dottrina.

Molte scienze, oltre la teologica, si insegnavano ancora in latino; in latino si trattavano spesso le cause, sempre gli affari ecclesiastici. I tanti stranieri, che dalla devozione, dall’estetica curiosità, dalle scuole, dalla voluttà, dall’ambizione erano chiamati in Italia, si faceano intendere, non che dai preti e dai notari, ma fin dagli ostieri col latino; di qual natura latino è facile comprenderlo. I governi, la religione, la scienza continuavano anche fra gli stranieri ad usar quell’idioma, siccome più estesamente conosciuto, e già addestrato alle trattazioni; sicchè doveano averlo comune i nostri che in tanta quantità andavano fuori, in virtù della supremazia che la Corte di Roma mantenne all’Italia. E i grandissimi sforzi fattisi dal clero e dai letterati per conservare, non che il primato, ma quasi l’unicità del latino nelle scritture, mentre era non solo comune nel popolo, ma bellissimo nelle composizioni l’italiano, mi adombra e spiega l’opera degli aristocratici romani nel far prevalere la lingua letterata a quella ch’era popolare, e che, mantenutasi ne’ vulghi, ricomparve allorchè la favella colta degradò al mancare degli artificiali sostegni.

Solo al tempo della Riforma, come al resto, così si fece guerra al latino; i Riformati tradussero la Bibbia nelle loro parlate, volendo surrogare l’idea di nazionalità alla grande unità cattolica del medioevo; nelle lingue vulgari dibatterono le controversie religiose, poi anche le politiche e le scientifiche; e le adoperarono alle preci e ai sacramenti, sicchè il latino fu relegato nei santuarj cattolici. Molti nel Cinquecento l’adoprarono alla storia, alla poesia; ma non l’aveano raccolto dalle bocche coi solecismi e i neologismi d’una lingua parlata, bensì eransi rifatti ai classici, e il vanto loro consisteva nello esprimere interessi, fatti, sentimenti nuovi, senza dipartirsi dalle frasi di Virgilio, d’Orazio, di Livio, di Cicerone; e tanto vi s’industriarono, che la prosa, e più la poesia latina potè avere un’altra età dell’oro. Almeno v’è chi tale la giudica, quantunque io sia ben lontano dall’accettare quel giudizio; e tal lingua restava separata affatto dal popolo, e non appoggiata che alle reminiscenze. Il Bembo scriveva l’italiano coll’arte e colla fatica stessa del latino.

Dov’è a notare che sull’italiano operarono poco o punto due fatti, di somma efficacia sopra le altre lingue, la stampa e la riforma.

Nel 600 s’applicarono maggiori studj all’italiano, ben determinandone la natura, affinandone l’arte, scostandosi, è vero, dal naturale per renderlo artefatto e con immagini e metafore secondo il gusto del secolo; pure sceverandolo non solo da ogni influsso esotico, ma anche dal latino. È comune in que’ precettori la raccomandazione di usare, fra due sinonimi, quello che più si scosta dal latino. Il Buonmattei, Celso Cittadini, il Cinonio, lo Sforza Pallavicino (che definiva nascer l’eleganza da piccioli lumi, come da piccole stelle la via lattea), il Bartoli, il Corticelli, Udeno Nisieli diedero buoni avvertimenti; ma non credo giovassero gran fatto al bene scrivere, che in verità allora si scombussolò nelle smancerie secentistiche, dilatatesi dappertutto, eccetto che fra que’ Toscani che osavano scrivere come parlavano.

Nel secolo seguente prevalsero i Lombardi, deridendo il toscano, e contaminati d’una fanghiglia di francesume, la cui inondazione parve ricchezza al Cesarotti, che la eresse anzi in teorica, volendo l’italiano si rifiorisse continuamente con vocaboli e modi forastieri. Nel secolo nostro si tornò alla correzione; ma, ripigliando la primitiva funesta scissura, alcuni adottarono una lingua che intitolano illustre, accademica, cortigiana, letteraria[218]; altri, con opere più che con dispute, assicurarono bel posto alla schietta e limpida, che si arricchisce colla favella popolare e coi modi che provengono da passione. Pur sempre restiamo alla miseria di non avere peranco accertato qual delle due maniere sia la migliore, e da taluni son decantati come sommi maestri quelli che per altri non son che retori e pedanti; e stiamo incerti se ammirare il Bembo o il Caro, il Redi o il Bartoli, il Bresciani o il Manzoni.

A levar questo ingrato dissenso, a toglierci da questo bivio della lingua illustre o plebea, gioverà il porre in sodo e le origini e la costituzionale natura del parlar nostro. Perocchè, se vi ha sguajati che stampano libri professando di non conoscere la lingua, i savj sentono come vadano inseparabili il pensar bene e lo scriver bene; e come il senso comune giudichi ingegnose e incivilite le persone e le nazioni che meglio parlano e scrivono. Si procuri dunque una lingua nervosa, abbondante, chiara, facile, aggiustata, animata, uguale, non vaga, inesatta, esitante: una lingua che possa portare la divisa di Bajardo, Sans peur et sans reproche; con essa si espongano non baje ma cose, non frivolezze corruttrici ma scienza educatrice; sicchè infine si vada a imparar il bene scrivere dagli autori che insegnano il ben pensare; si adopri la lingua di tutti, ma per dir cose che non tutti sanno dire; e coll’eletta concisione di stile, colla precisione di senso e la delicatezza e la grazia, riducansi alla più semplice espressione gli svolgimenti d’un’idea originale.

Così venga, per l’accordo comune, a formarsi anche nella prosa una lingua scritta che si conformi alla parlata; lingua dotta e popolare, semplice e colta, istruttiva senza pedanterie, dilettevole senza trivialità, forbita dai dotti, compresa anche dagli indotti, aggradita dalla intera nazione. Del quale studio viepiù sentesi il dovere or che tutto vien mandato alla peggio da questo sproloquio di sofisti, micidiali non meno alla repubblica letteraria che alla civile. La divina pietà ne salvi una volta questa, per loro colpa, abjettita nazione!

Notes in this chapter

Note 1 · Raccolta di varie cronache e diarj ed altri opuscoli appartenenti alla storia del regno di Napoli.Note 2 · È autentico? lo nega affatto Guglielmo Bernhardi, in un lavoro pubblicato a Berlino il 1868, Eine Fälschung des XVI Jahrhunderts. Già facevaNote 3 · Rer. Ital. Script., VIII. pag. 906 e 927. Recentemente ne parlò Arnoldo Busson, Dier florentinische Chronik des Malespini, und deren BenutzuNote 4 · Dizionario Geografico ad vocem.Note 5 · Sul que per che dicemmo a pag. 89. Nella poetessa anglo-normanda Maria del XIII secolo troviamo questo proverbio, bien seit chat cui barbe iNote 6 · Vedi Richa, Notizie storiche delle chiese fiorentine, t. IV, part. II. p. 253.Note 7 · Ap. Emiliani Giudici, Storia della letteratura.Note 8 · La contropruova l’abbiamo nel francese, senza uscir di casa nostra. Fra le carte angioine conservate nell’Archivio di Napoli, v’ha registri,Note 9 · Era stato stampato dal Lami. Monum. della Chiesa Fiorentina, tom. I, pag. 75, poi con maggior diligenza da Filippo Brunetti; infine da L. FeNote 10 · Così bara e feretro; brando e spada; alabarda, partigiana e asta, lancia; forbire e pulire; gonfalone, bandiera e vessillo; flotta e armata;Note 11 · Il vernacolo di Marsiglia è somigliantissimo a quello di Milano.Note 12 · Tale è la Nobla Leycon de’ Valdesi, che vorrebbesi del 1100. Appartiene alle poesie valdesi anche la Barca, da cui leviamo questi versi: De Note 13 · In Lombardia dicesi rasol della vite, dal sanscrito rasà, cui somiglia più che il greco ῥάξ e il racemus latino. In Calabria si dice piria eNote 14 · Adduciamone alcune poche, classificandole: Parentela e affinità. — Fui, fia, fiastru, frate, sora, nepotu, genere, nuora, socra, muiiere, veNote 15 · In Lombardia dicesi cicion (coccolo), dessedà, impremudà; e possiamo supporre si usassero in latino, giacchè il valacco ha coconu, desceptarNote 16 · Xilander prese ad esame lo skip che si parla dagli Albanesi e dagli Arnauti, e mentre prima credeasi in parentela colle lingue tartare, o miNote 17 · Eliade, Parallelismu dal intre limba romena sci italiana. Queste affissioni di particelle, che pajono differenziare la lingua italiana dallaNote 18 · Non voglio dire che la conquista non operi mai sulla lingua d’un paese, ma ci vogliono certe condizioni, di coltura superiore o almeno pari,Note 19 · Vedi a pag. 78. Altra particolarità della nostra lingua è l’accoppiare l’aggettivo singolare al pronome plurale; voi siete stato allegro. QuNote 20 · Queste voci erano perfetti sinonimi nel latino? Il loro passaggio all’italiano potrebb’essere un criterio per determinarlo, e così aggiungerNote 21 · Como. In chiozzoto dicesi «cummodo che può farlo»Note 22 · De Rossi, Inscriptiones Christianæ ecc. Anche nel materiale potrebbero mostrarsi infinite somiglianze di idiotismi nostri coi greci. Per nè Note 23 · Thesauro, templo, clarezza, judicio, tene, pensero... In principio si tenne la preposizione a nel valore del latino: onde in frà Guittone abNote 24 · Vollero dare come padovanismo la frase del libro I, § 39, ove dice che gli Albani vengono trasportati a Roma, raptim quibus quisque poterat Note 25 · Sumpto cultu gallico, non ignarus linguæ fugiebat, pro Gallo habitus. Val. Max., lib. III.Note 26 · Latine loqui a Latio dictum est, quæ locutio adeo est versa, ut vix ulla ejus pars maneat in notitia. De verb. signif.Note 27 · A. Gellio, xi. 7.Note 28 · Lib. XXXII. c. 21. Fin al tempo di Cicerone la lingua latina in Spagna pareva pingue quiddam atque peregrinum sonare (Pro Archia, 10); e sanNote 29 · Livio, xl. 42.Note 30 · Festo ad vocem Oscum.Note 31 · Nelle Veterum Oscorum inscriptiones (Napoli 1841), Jannelli pretende dichiarare da 300 monumenti scritti.Note 32 · Inscriptiones umbricæ et oscæ quotquot adhuc repertæ sunt omnes ecc. Berlino 1841.Note 33 · A. Gellio, XVII. 17. Le iscrizioni osche sono le più facili a intendere, come aasas aras, dolud dolo, ligud lege, genetai genitrici, kvaisstNote 34 · Braich diceva l’antico gallo, e i lombardi brasc; come dicono cadenn al modo del bretone e dell’irlandese; provecc (Ciascun fait gran provecNote 35 · Vedasi Il Vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto cosentino... del principe L. Luciano Bonaparte. Londra 1862.Note 36 · Per brevissimo saggio di dialetti di paesi lontani accenniamo: Friulano Milanese Reggino sang sang sangu sangue madonne madonna madonna suocNote 37 · Vedi Mazzoni Toselli, Origine della Lingua Italiana, p. 120. Egli parla d’un poema del 1360 in dialetto bolognese.Note 38 · Vedi Scorsa d’un Lombardo negli Archivj Veneti, per C. Cantù. Milano 1855. Nell’archivio notarile di Venezia è un testamento di Maria vedovaNote 39 · Questa prova fu testè con maggior ampiezza e diligenza rinnovata dal signor Giovanni Papanti: I parlari italiani in Certaldo alla festa del Note 40 · Alo nom del nostr segnor Yhu Xpst amen. A lan de lassoa natività Mcccxxi ala quarta indicion en saba a XXV dì del meis de loign en lo pien eNote 41 · Che mi cercate di ciò.Note 42 · Vi fossi anche a peso, vi dispiacessi.Note 43 · Che ho un bel marito, che voi non siete, ben lo vedo.Note 44 · I documenti più antichi de’ varj dialetti sono raccolti in molti lavori recenti. Scritture in modenese del XIV e forse XIII secolo stanno neNote 45 · Vulg. El., I. 11 e 10.Note 46 · Vulg. El., I. 1.Note 47 · Vulg. El., II. 17. Manzoni esaminò quest’opera per confutare il Perticari e il Trissino (1868); e meglio il D’Ovidio nell’Archivio GlottologNote 48 · P. E. del lombardo burla quella frase Inte l’ora del vesper ziò fu del mes d’october, che gli par rea più del vero. Non è qui il luogo a disNote 49 · Questo partito sembrerebbe opportuno anche per un dizionario etimologico italiano, dove s’abbandonassero le voci derivate più o meno direttaNote 50 · Veramente le poesie del Meli, a cambiar ben poco, riduconsi italiane, dal che sono troppo lontane quelle degli altri: Già nni invita, già nnNote 51 · Anche il Boccaccio dice che «molti uomini savj moveano generalmente una quistione che, conciossiachè Dante fosse in iscienza solennissimo uoNote 52 · Purg., VII. 17: Di rimpatto Virgilio domanda a Ciampolo: «Conosci tu alcun che sia latino sotto la pece?» cioè italiano: e altrove dice a DaNote 53 · Cicco Simonetta scrive nel suo taccuino: 1476 die lunæ XXI octobris, ivi ex Mediolano ad S. Mariam de Gratiis de Modœtia, ibi audivi duas miNote 54 · Archivio storico italiano, nº 29 del 1862. Anche adesso, ma più pochi anni fa, i Piemontesi mescolavano moltissime parole prettamente franceNote 55 · Il Cesari e il Puoti cercarono nella lingua l’eleganza ma non ne spiegarono la natura. — Fr. H. Jacobi diceva che ogni filosofia, in ultima
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