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Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Note 197 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 3)

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Braich diceva l’antico gallo, e i lombardi brasc; come dicono cadenn al modo del bretone e dell’irlandese; provecc (Ciascun fait gran provecc qui bien tient ce qu’il oie) come nel francese antico; fioeu come nell’Anjou; ciao come nel gallese; uss come in altri francesi dialetti. Il milanese bagai risponde al bugale in bretone, come smorzà per ispegnere: sango de mi, dove te cascet sentesi nel Berry come nel Milanese: cova per gallina nel Delfinato. Moltissime voci lombarde sono identiche colle provenzali. Alcune vennero dal greco senza attraversare il latino, come toma (πτῶμα), usmà (οσμᾗ) annusare, peston (πιστὸν), trabescà (τρέπω), rud (ῥύπος), magàri (μάκαρι): altre dal latino che non furono adottate dall’italiano comune, quali sidella (situla), offella (offa), mica (mica panis); medina per zia, cogoma per bricco, prestin per forno, pasquèe per piazzuolo erboso, sbergnà per canzonare da spernere, e assai altre, massime nella montagna. Navascia diciamo la bigoncia in cui si pigia l’uva; e Festo definisce nevia lignum cavatum ut navis, quo in vendemiis uti solent. Illò per in quel luogo dicono i villani, e Festo ci avverte pure che pro huc, HOC veteres dicere solebant, sicut pro illuc, ILLO.

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