Note 211 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 3)
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P. E. del lombardo burla quella frase Inte l’ora del vesper ziò fu del mes d’october, che gli par rea più del vero. Non è qui il luogo a discutere le bizzarre dottrine di Dante in quest’opera, sol noteremo alcuni punti:
«Il vulgare italiano antico illustre cortigiano (egli dice) è quello il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna; al quale i vulgari di tutte le città d’Italia s’hanno a misurare, ponderare, e comparare».
Sembra voglia dire che la lingua che si scrive è una che non si parla in nessun luogo. Chi s’adagerebbe a tale sentenza? Rimproverando i Fiorentini perchè «arrogantemente si attribuiscono il titolo del vulgare illustre», rinfaccia loro due vocaboli, introque e manicare. Or bene; questi due vocaboli egli stesso adopera nella Divina Commedia:
Sì mi parlava, ed andavamo introcque. Inf., XX.
E quei pensando ch’io ’l fessi per voglia Di manicar. Inf., XXX.
Ma il suo scrivere, quanto alle parole, è identico con quel dei toscani suoi contemporanei, sicchè, s’egli asserisce d’aver usato lingua diversa, «ciò tanto gli si dovrebbe credere (dice il Machiavelli) quanto ch’ei trovasse Bruto in bocca di Lucifero».
Del toscano fa altrove grandi elogi, e dice essersi valso del vulgare fiorentino, propriamente quello che parlavano suo padre e sua madre. «Questo vulgare fu congiungitore delli miei parenti, che con esso parlavano... perchè manifesto è lui esser concorso alla mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere... e così è palese e per me conosciuto esso essere stato a me grandissimo benefattore... Se l’amistà s’accresce per la consuetudine, manifesto è in me sommamente cresciuta, che sono con esso vulgare tutto mio tempo usato». Convivio, Trattato I, cap. 13.