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Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Note 186 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 3)

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Thesauro, templo, clarezza, judicio, tene, pensero...

In principio si tenne la preposizione a nel valore del latino: onde in frà Guittone abbiamo «Lungiando a se peccato e villania» (Rime, 1, 59): «Io non posso o non voglio a femina astenere... buono scernendo a male e male a buono» (Lettera 35); e nel Bencivenni (Esposizione del paternostro, 75): «Chi vuole ordinatamente fare, elli dee cominciare a se medesimo». (Fior. Virtù, 24). «Insino a ora (da ora) chiunque di voi chiederà, io adempirò la sua domanda». Questo segno dell’ablativo facea confusione con quello del dativo, onde si sostituì da.

Molte volte è usata dai primi scrittori dove i latini metterebbero ad; non imitati dai successivi. Così frà Giordano da Rivalta, nella pred. 139: «Maria era povera, e non si pur parea; ed elessela in così grande stato a far vergogna alla prima reina»: e Giovanni Villani, 467: «Partita sua masnada a più bandiere»; Ott. comm. di Dante, 3. 639: «Alla memoria si è da sapere» (quo ad).

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