Note 163 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA (continued 2)
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De cathedralis ecclesiæ neap. semp. un.
Pugliese si chiamò sempre il dialetto della bassa Italia, e in quello scrissero molti, nessuno nel napoletano prima che il Sannazzaro l’adoprasse nella farsa lo Glomero. Re Alfonso nel 1442 ordinava gli atti si scrivessero non più in latino, ma in pugliese. Ne discorsero ampiamente il Galeani e Rafaele Liberatore, considerandone l’indole come grandemente diversa da quella degli altri tutti dialetti d’Italia per vocali più aperte, pronunzia più larga e rotonda, sostituire vocali più molli e liquide, mutare il g e il b in v, affiggere i pronomi possessivi (patreto, vitama, casata); a tacer quelle ch’essi dicono gagliofferia e scurrilità, poichè queste tengono piuttosto all’indole dei parlanti che alla parlata.
Vogliono alcuni che le antiche Atellane continuassero nel Napolitano, e fossero quelle che poi si chiamarono farse cavajuole (Vedi Minturno, Poetica, lib. II. p. 169), specie di egloghe o dialoghi contadineschi, probabilmente così dette da Cava, poichè «i popolani di Cava erano stimati in Napoli bizzarri, pronti di mano e feroci», dice il Capecelatro ne’ Diarj, II. 1, 139, 214. Il Partenopeo, cioè Giovan d’Antonio, ha una farsa intitolata Scola Cavajola, che è un chiasso ridicolo, riuscente a zuffe e picchiate. Il Niebuhr vedrebbe nelle Atellane l’origine del Pulcinella.
Il Galiani, con lodi senza misura nè riflessione, sostenne che il dialetto napolitano fu la lingua primitiva d’Italia, usata sul serio fino a mezzo del Cinquecento. È un paradosso, come allora, e come egli principalmente ne usava; e si conosce la lepidissima risposta fattagli da Luigi Serio nel Lo Vernacchio, ma tutte le ragioni che egli adduce appoggiano il nostro assunto.