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L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Cap. V. La fine e la fortuna dell'Antologia

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Alcuni giudizî dati su l'Antologia. — I propositi del Vieusseux dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi all'Antologia. — La Voce della Verità e gli altri giornali avversi. — La soppressione dell'Antologia. — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna dell'Antologia.

Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'Antologia, non potrà lo studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi scriveva[1124] da Liverpool, che l'Antologia era il giornale “piú italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in quelle provincie: il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo dell'Antologia, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'Antologia — diceva[1128] il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri grandi. Un piemontese mi disse che l'Antologia gli aveva fatto passare piú notti insonni: e un napoletano mi disse che la lettura dell'Antologia gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me impiegato nel leggere qualche articolo dell'Antologia. Questo è il solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia ambascia, e perciò Dio ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.

Lodi non meno grandi l'Antologia riscoteva da scrittori stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la Rivista Enciclopedica, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú indipendente„. Tra gl'Inglesi, la Monthly Review affermava[1133] che “non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134] “eccellente„ l'Antologia.

Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da' compilatori del Giornale Arcadico, i quali, al dire[1135] del Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno strumento della civilizzazione e del perfezionamento dell'uomo„; modestamente e con sincerità inusitata il Vieusseux confessava[1136] alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli “altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri qualche cosa di buono da imitare o emulare.

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Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si accingeva a compilare l'Antologia, mutandola però in qualche parte. Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento: infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'Indicatore lombardo, era sorta l'Antologia straniera in Torino: e per questa ragione il Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia; in modo — come diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'Antologia d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.

Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si unirono a' vecchi scrittori dell'Antologia, la quale in tal modo pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi. È posteriore a questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.

Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il Bianchetti “degno dell'Antologia„, e desiderava che uno scrittore “sí lucido ed elegante e utile e di pratica utilità„ ne divenisse assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux proponeva[1145] al Bianchetti la compilazione non solo di un bollettino economico, morale e statistico delle provincie Venete, ma delle Lettere di un Romito dell'Appennino, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al Leopardi e al Brighenti.

Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre infatti mandava[1147] co 'l titolo di Romito Patrofilo la prima lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il Romito a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l manifesto dell'Antologia del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste lettere..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra beata Toscana non si lasciano stampare„. Invano il Vieusseux gli scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera, perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose: “quando chiedo un favore per l'Antologia, non chiedo a nome de' miei interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione, che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.

A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato, perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa. Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose politiche ed economiche onorare l'Antologia. Alle quali cortesi premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di che il Vieusseux lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che non gli parevano esse “il genere dell'Antologia„, il Vieusseux replicava[1156]: “... l'Antologia non è circoscritta in un genere speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama “vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito rispondeva il Carrer, dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata, “era cosa ambita meglio che desiderata„.

A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso all'Antologia loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.

Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere l'opera propria piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32 creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l titolo di corrispondenze e notizie epilogate: parte che a Gino Capponi sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„

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Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'Indicatore Livornese: e già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del Giovanni da Procida un ballo da darsi alla Pergola, ne fu interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto dubbî, la sua scontentezza. Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio 1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un “nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„: e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.

Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era che quell'attentato fosse instigato “dalla Corte di Vienna e particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta sperimentava i rigori di una politica nuova.

Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere, rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla. Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva; insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie, leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone nella battaglia di Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia bandirebbe il principio del non intervento, consecrando l'opera della Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.

Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da poco ritornato in Firenze, gli ufficiali del secondo reggimento offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi all'Italia, e fu cantata la Marsigliese. Que' canti e que' brindisi, che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto “lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano ormai divenuto vassallo.

La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana. Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone Werklein perché il fiero piacentino fosse da lui “bene accolto, e ben trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare l'apatica sua debolezza.

Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare di lui nell'Antologia, fu vietato perfino dare alla luce un suo discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]: “Dopo l'abolizione della corda non può sapersi piú una verità„. Dopo non molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare la presa deliberazione[1178].

In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia, co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano era venuto via via distruggendo quel paradiso terrestre nel quale l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza del benigno governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era anch'essa divenuta un luogo di pena.

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De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú acerbi della censura.

Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate, che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che, co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.

Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno — aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano, altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta, barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri si sarebbero fatti associati all'Antologia, ne smettevano il pensiero: de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32 Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„. E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino, era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il Vieusseux pubblicare nella Gazzetta di Mantova una lettera con che sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia, l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che egli “aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare l'Antologia fiorentina„.

Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le accuse de' compilatori del Nuovo Giornale Ligustico, quando, asserito che nell'Antologia anco la novella letteraria parla “di politica e di guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'Antologia si era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto perché le amassero i compilatori.... ma sí perché fosse maggiore il numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore, rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a certi argomenti i collaboratori dell'Antologia; ma per un bisogno invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno, da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide, cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal Giornale Ligustico richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e dell'onore„.

Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.

Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi parlando del Canosa, ch'egli chiamava “feroce cannibale„, scriveva[1188] da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla pubblicità dei giudizî mi verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo, continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di C[anosa] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare. Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco. Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„. Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro, i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti (inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di vivere in Toscana, e di essere governati dalle leggi di quel Grande che essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse, oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.

Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, La Voce della Verità, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio con scrittovi sopra non commovebitur); la Voce della Verità, uscito appena il fascicolo dell'Antologia, tra scherzosa e biliosa ribatteva[1191] in un articolo intitolato “All'“Antologia„ di Firenze„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i poveri redattori della Voce della Verità; e mi è stato detto da tanti, che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere nell'articolo del signor Marzucchi, Voce della Verità né in maiuscolo, né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che avevano “con evidente calunnia attribuito all'Antologia un animo sí cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia: l'Antologia non è liberalesca: l'Antologia è realista. E se alcuno nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'Antologia si fa gloria di vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per dovere e per inclinazione. Dunque l'Antologia non è liberalesca: dunque l'Antologia è realista..... È vero che anche quest'ultimo fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le buone massime per diffonderle piú agevolmente„.

Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una Risposta ad una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832, nella quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel “liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello “chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con un “già c'intendete„, che mi fa pensare a quel minaccioso lei c'intende del bravo a don Abbondio.

Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce, il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han torto. Perché non sono scesi a rispondere alla sostanza del mio articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far nominare da tutti chi non ho nominato„.

Di lí a poco, l'Antologia pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre il terzo articolo del Tommaséo su la Storia del Balbo: e fu questo occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a' compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle dottrine„, che credettero non poterne tacere “senza ripudiare i principî del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare La Voce della Ragione„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo “alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati, perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione: essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento abbondante degli uomini„.

Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la Voce della Ragione levasse tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità, quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso quell'introduzione alla Storia del Balbo? È un uomo di grande criterio e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a' generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra diventava sempre piú viva e piú fosca.

Un altro giornale, l'Amico della Gioventú, di fresco uscito alla luce, e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a quell'ipocrita [l'Antologia]„: se non che, trattenuto dalla riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita Voce della Ragione„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'Antologia„.

Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano, tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare. Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai “grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle sorti dell'Antologia. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza che questa aperta pugna della Voce della Ragione ne fa concepire, che fiaccato alfine possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro “il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„, degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai traditori, guerra„.

È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce molesta dell'Antologia o di punire severamente il suo direttore. Io non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole Voce della Ragione e all'Amico della Gioventú: ma ben so che il 1º febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'Antologia già da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di rendere il Governo toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una “stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure che a questo riguardo si prenderebbero„.

De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo, scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane, conservò l'anima intemerata, e con virtuosa rassegnazione sopportò le ingiustizie e la povertà: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio era succeduto a quel canto, che risonando sempre in ogni anima, risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del tedesco, per la lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza„.

Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di “stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di sfuggita, che l'intero fascicolo era stato proibito dall'Austria, era un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche. Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.

Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore dell'Antologia.

Ricevuta la memoria del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî di lui politici e religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux, “con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove aberrazioni di simil specie„.

Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani (e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo) si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative, affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli articoli ne' quali ex professo o anche quelli ne' quali per incidenza riconosciuta non colposa, come di passaggio si trattasse delle materie inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi procedere “con piú franchezza„, purché non si discendesse “a una critica acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„. Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„ l'Antologia; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso, esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate....„.

Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que' “ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.

Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana, difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i ministri toscani del mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva, senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco innanzi, l'Amico della Gioventú, con chiara allusione all'Antologia, aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a “distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii della Voce della Ragione. Ma piú chiaramente e malignamente, a proposito di uno scritto del Libri su la Rivista Europea, la Voce della Verità sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe l'Antologia... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto), dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente straniera?„.

Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che, sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con dignità d'anima e di parole, come l'Antologia da dodici anni gli costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche famiglie di compositori e legatori, oltre che di vivere per il bene degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era, “l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue intenzioni verrebbe resa giustizia.

Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„, dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo consolarono e gli crebbero le piú care speranze.

Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux, scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, benché buona, la digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire l'Antologia; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare la revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse, ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.

L'avere egli infatti stimata buona la digressione con che nel proemio all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux: “Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de' lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente; iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de' suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la tranquillità pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte; avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza, delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed affetto....„.

Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.

Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire. Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da' piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, non fa d'uopo di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli diceva[1213]: “meglio qualche cosa che nulla. Oh quel nulla è brutto — ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico, se non tutto, almen qualche cosa„.

Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo Spasimo inciso dal Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.

Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que' fascicoli, perché la doppia censura del Bernardini e del Corsini aveva spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio, intitolato Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal Cavalier M. Tenore, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume; dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore: e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del Petrarca Il bel paese, con quel che segue, parve a lui pericolo grave. Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que' ladri governatori e la canaglia de' corrotti patrizi levarono gran rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase: “Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59, ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio, perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su l'Educatore del povero: ma fu per intero soppresso; e si cancellarono fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece correggere: “ben conosciuto in Toscana„.

Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la Voce della Ragione qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo, il quale era già annunziato nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato L'Educazione del povero, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto indispensabile di soffocare nella culla„.

Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò modo la Voce della Verità di fare i suoi commenti a quel poco che dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato. Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al giornale, era Luigi Leoni[1217], impiegato granducale in Follonica con sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'Antologia il primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel compilare le riviste. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito “parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.

Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della Voce della Verità, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo toscano a sopprimere l'Antologia[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo. Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (il Regno Lombardo-Veneto)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è visto, al Censore, uno scrupoloso, anzi sospettoso, esame di tutte le non appropriate posizioni di termini e di frasi; aveva, ciò che piú monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„ l'Antologia: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta meraviglia stizzosa.

Parlando del poema di Angelo Curti su Pietro di Russia, il Leoni scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro significato di quelle parole!

Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'Antologia fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere, “Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il quale contiene tanti errori di lingua, e non corrisponde in niente alle mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera, francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai avuto l'intenzione di offendere le persone — l'Antologia non mira che ai principî e alle cose„.

Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno non voglio, ma certo è che la frase l'Imperator delle Russie potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere, è significativa non poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, La Voce della Verità (o come la chiamavano i nostri, La tromba della bugia), pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: Ciò che ho appreso dall'ultimo fascicolo dell'Antologia.

Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo dell'Antologia io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo che piú m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama a cui era salita l'Antologia,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L. un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A. Curti, intitolato Pietro di Russia) parlate di Pietro, di Federico, di Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa, esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de' lavori specialmente poetici: “Farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Se il signor L. non vuole consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„... “Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori dell'Antologia, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che la prima è tutta pratica, e potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche diatriba del Costituzionale, o di altri hujuscemodi, che: L'Austria facendo sembiante di governare il Regno Lombardo Veneto, domina su tutta l'Italia. Questa è una falsità manifesta: ma non importa. Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie all'Antologia, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania, e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive Pausania) sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (il regno lombardo-veneto)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito. Quod erat faciendum„.

Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229] a Giuliano Ricci: “ciò non mi spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'Antologia sarebbe soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi, piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.

Il giorno stesso in cui giunse in Firenze la Voce della Verità, l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come la Voce consigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore. Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza prove asserito: io no 'l credo, e in séguito ne addurrò le ragioni. Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in Firenze della Voce della Verità, e i risentimenti de' due ambasciatori e il decreto granducale che soppresse l'Antologia (26 marzo), troppo bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da' loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'Archivio in Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano, che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.

Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230] al Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo l'unica sua guarentigia contro le imputazioni della Voce, nel caso che il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone “ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroni aveva “assoluto bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e sottoporlo a un interrogatorio.

Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231] pregava il Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'Antologia, o ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali. Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„ avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le vie della persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi, come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di Napoleone I in Parigi.

Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo sollecitava[1232] dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233] il Bologna, confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„, perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberasse su 'l quid agendum, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere, anzi, provano che gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la soppressione dell'Antologia fu poi decretata da questo, quale pena all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].

Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari, Commissario di S. Croce, invitava[1235] il Vieusseux a recarsi alle ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con l'avvertimento salutare “... e non manchi„. Non mancò infatti il Vieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236] co 'l solito rifiuto. Ed è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere, e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira, “non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini, ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura, la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, Padre Mauro, e S. E. Corsini, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il P. Mauro, ma S. E. Corsini, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato„.

Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva i Promessi Sposi, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux, punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„, dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto, che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237] che i ministri di Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'Antologia.

Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238], deliberarono punire il Vieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E. Corsini annunciava[1239] al presidente del Buon Governo, che essendo stato reso conto a S. A. I. e R., che l'Antologia aveva “deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte dispositiva„ della sua lettera.

Diede[1240] il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241] al cancelliere Lorenzo Tosi; e finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di sera, ebbe da lui comunicazione[1242] del rescritto sovrano che sopprimeva l'Antologia.

Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'Antologia per poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scritto da qualche tempo, ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene, perché la parentesi del Tommaséo era davvero un riavvicinamento: riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.

Ma il piú notevole si è che nella circolare, dopo avere affermato che nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo, quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore, maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Stato esisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano, di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].

***

Soppressa l'Antologia (ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246] al granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e non lieve, ancora del cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia ringraziato il cielo — esclamava[1247] un suo nemico, Mario Pieri, poi che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'Archivio (né motivo nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale sapeva[1248] la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo, e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto è sempre mirabile.

Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'Antologia era stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro che se ne fece. In un rapporto segreto del 28 marzo, l'ispettore di polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249] al Presidente del Buon Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per prorompere in voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Era incendiario davvero quel bollettino[1250]: vi si diceva che il granduca aveva avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che sopprimendo l'Antologia, approvata dal ministro Corsini, non conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo grido non è piú di lamento, ma di Vendetta„.

L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa, subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso bollettino, e insieme i suoi complici: e da un rapporto di lui, riservatissimo,[1251] si rileva che una tal “donna Sabina, druda di Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo, nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'Antologia„; e aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini — L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28 detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini — “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla primitiva ed organizzata compagnia„.

L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252] al Bologna, che il bollettino ere stato stampato “nella stamperia dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca, e prossima al caffé Elvetico„. “Mi si accerta — continuava — che nel ridotto dell'Elvetico il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„ fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di altri sette od otto giovinastri„.

È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna, che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano “contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone La Parisienne. Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia, Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia, il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande rumore per la soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti. “Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e parlando della soppressione dell'Antologia, benché ammettesse che la tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa estremità„.

Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato S. E. Corsini?

Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia, i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:

Evviva! Evviva! Oh gioia! Il Toscano Granduca è diventato il Boia del Modenese Duca.

Un altro:[1257]

Alla mente Sovrana del sapiente Granduca di Toscana è piaciuto vietar l'Antologia. E la ragion qual'è? Perché, contraria ai Re, trattò con poco onore d'Austria e di Russia il sommo Imperatore. Non so chi nella testa gli ha messo questi grilli. Doveva ben riflettere che mai l'Antologia non ha preso a curar degl'Imbecilli.

E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258] al Bologna: “Si è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione dell'Elvetico quei giovani fanatici si sono tutti dati premura di copiare simile composizione. Eccone il testo:

Il nuovo Teatro Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti.

Avviso.

Si annunzia ai Fiorentini la nuova compagnia dei burattini. D'Austria l'Imperatore è il capo direttore; Francesco, l'Assistente. I ministri, il Granduca, e la sua gente sono le piú perfette care marionette. Il Pubblico a gradire si prega, e intervenire, certo che si daran tutto l'impegno di mostrarsi, quai son, teste di legno. E perché sul teatro sia comun l'allegria, daran per prima recita la soppressione dell'Antologia.

L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche disordine...„.[1259]

Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi, in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni “fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261] “piú specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucci egli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su l'Antologia riportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti, cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.

Poco dopo soppressa l'Antologia, una sottoscrizione fu fatta in Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al Vieusseux “gli orfani dell'Antologia„ scrissero[1262] una lettera di affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva sostenuta la vita; mentre con segni chiari, ma a lui poco accetti perché nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per l'ordine del granduca; in un articolo intitolato Quousque tandem, sgangheratamente la Voce della Verità plaudiva[1263] al principe, che aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva “sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che, allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione: Omnes gentes, plaudite manibus„.

Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro' de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264] tra' soscrittori “Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la soppressa Antologia, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano, Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio n. 260 combinando nella mia testa le idee di Madri cinesi, di Cani, di Bambini, e quelle dei sinonimi Antologia, Collaboratori e Lettori inavveduti, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere, anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensiero e nella materiale disposizione delle parole, corrispondere alle madri Cinesi l'Antologia, la quale accogliva in sé i cani de' collaboratori, traendo in inganno i lettori inavveduti come bambini.

Non meno implacabile, la Voce della Ragione, temendo che per un pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti degli Amaleciti. Percute Amalec, et demolire universa eius„. E giorni dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266] che gli articoli dell'Antologia, originali, sembravano “un intrigo, un labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli occhi e imbriacavano il cervello„; che la rivista letteraria era “sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i libri dei quali davano ragione„; e che l'Antologia “serviva mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il che (e riprendevano una frase del bollettino) non pareva che fosse “sostenere il lustro della letteratura italiana„. “Fortunatamente — continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la questione presente si può accomodarla con le buone. L'Antologia, faccia il suo fagotto, e vada a sostenere il lustro in qualche altra contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente, e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; la Voce della Verità anderà superba del suo trionfo„.

***

Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267] “la colonia degli Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia della soppressione dell'Antologia.

Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati una circolare[1268] con che li informava del non potere egli piú mandare il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269] che lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo — scriveva[1270] Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che, cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno. L'Antologia non era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.

“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera — scriveva[1271] il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le transazioni, approvazioni ed emende. Si voleva morta l'Antologia, che rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„. Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “povera Antologia — esclamava[1272] il Giordani — povera Antologia, ch'era pur cosí mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273] a Carlo Verga: “mi pesa che il duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe compensato il danno prodotto sopprimendo l'Antologia, co 'l provare che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, — chiedeva[1274] al Capponi — che il giornale dell'Antologia di Firenze è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275] al Vieusseux, che letta la sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„. Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando, afflitto per la perdita dell'Antologia, diceva[1276] al Vieusseux: “non in questo tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti, perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277] Urbano Lampredi, che la soppressione dell'Antologia gli aveva fatto provare lo stesso effetto che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In Torino il Mannu si dolse[1278] di quella perdita, come della perdita di una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279] al Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della soppressione dell'Antologia — egli scriveva — mi dolgo e affliggo non tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'Antologia aveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno piú chiaramente nella vostra Antologia un principio di letteratura nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quanto tristo sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la gratitudine di tutti i suoi„.

Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi dell'Austria, la Gazzetta eclettica di farmacia e chimica medica di Verona, pubblicava[1280] due lettere, e le diceva “stampate nella infelice Antologia di Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma valgono un grande discorso. Con lode il Poligrafo di Verona rammentava[1281] l'Antologia; e nella stessa Milano, il Nuovo Ricoglitore scriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de' malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra letteratura„.

piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero motto. “Sapendo che tali erano le vostre intenzioni, — gli scriveva[1283] il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della soppressione dell'Antologia. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo avvenimento doloroso„. La Revue des deux mondes infatti affermava[1284] che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena, e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello. “Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole; destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la Toscana. L'Antologia, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo, gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia fecondissima d'insegnamenti!„. Il National giudicava[1285] “arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de' sanfedisti (du parti-prètre), de' quali il duca di Modena si era fatto capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286] il rescritto granducale il Semaphor di Marsiglia (da que' di Modena definito[1287] “tipografia di tutte le cartocchie dei fuorusciti Italiani„); e giudicava l'Antologia “il solo giornale che potesse tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del dispotismo austriaco e locale„. L'Europe Littéraire e Le Temps parlarono[1288] anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare l'Antologia “uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e la Revue enciclopédique[1289] notando del pari che l'Antologia era “il miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione, il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su loro„.

Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto: brevemente narratolo, il Times[1290] non ristette dal chiamare il Vieusseux “l'ottimo direttore dell'Antologia„, e dal giudicarlo “un uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'Antologia, dopo ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe, diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe essere una iniquità atroce: eppure l'Antologia è stata soppressa„,

***

Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure desiderati, erano tuttavia di grande conforto al Vieusseux: ma 998 fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291] egli dunque al Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la facoltà di continuare la pubblicazione dell'Antologia, ma solo per reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui, in quanto que' due fascicoli avevano il visto del censore; fiducioso che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita del giornale di sua proprietà, non gli lascierebbe sostenere la perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per l'Antologia, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'Antologia), egli lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a tutti, anche all'I. e R. Governo.

Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292] ad udienza il Vieusseux; e dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda in quella forma, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseux che volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò che dice di aver perduto una proprietà: che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice espressione, com'egli aveva promesso.

Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294] di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione; verificato però che avessero l'imprimatur censorio. Il giorno 14 di maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli del gennaio, e mille copie del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio; valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376. Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che, portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi essere di lire 3369,12 soldi.

Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale, salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297] per la sua estrema rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.

Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo misteriosamente scriveva[1298] al commissario di Santo Spirito: “In questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto, in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari, per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a striscie di carta turchina...„.

Cosí finiva l'Antologia.

Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel tempo stesso la vita La Rivista Enciclopedica, ch'era stata ne' primi anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè l'Antologia nacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.

***

Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove in altri tempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della sua Antologia, che era, quale egli la voleva, tutta nazionale, tale da adempiere il voto unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi, ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a' loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.

Notes in this chapter

Note 1 · Lettera del 25 febbraio 1826, Epistolario cit. del Foscolo, vol. III, pag. 461.Note 2 · Lettera dell'8 settembre 1827, Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 233.Note 3 · Lettera del 28 agosto 1829, Epistolario cit. del Leopardi, vol. II, pag. 375.Note 4 · Lettera del 3 marzo 1830, Epistolario cit., vol. II, pagina 384.Note 5 · Lettera da Parma del 26 luglio 1831 in F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari. — Bocca, 1896, serie 1ª, vol. III, pag. 122.Note 6 · Lettera inedita del 15 maggio 1835. Fa parte del Carteggio Tommaséo-Capponi, alla cui pubblicazione attende I. Del Lungo co 'l mio aiuto modNote 7 · Lettera inedita da Napoli 3 febbraio [1827] Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 8 · Ortensia Allart, per esempio, inviando al Vieusseux un'opera sua, gli scriveva: “Florence 2. janvier 1828..... recevez ce souvenir de l'amitNote 9 · Revue Enciclopédique, 1831, tomo XLIX, pag. 38.Note 10 · Monthly Review new improved, series n. XIV, for december 1826, pag. 444.Note 11 · Neues Archiw für Geschichte, Staatenkunde, Literatur und Kunst. Wien, Janner 1829, n. 4, seite 26. Ringrazio il prof. Edgardo Maddalena che Note 12 · Lettera del 27 ottobre 1831, Epistolario cit. del Leopardi, vol. II, pag. 437.Note 13 · 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio. Ai cooperatori e corrispondenti, pag. I.Note 14 · Lettera del 4 marzo 1824, Epistolario cit. del Leopardi, vol. II, pag. 234.Note 15 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio, Lettera proemiale, pag. VI.Note 16 · Lettera al Leopardi del 23 febbraio 1830, Epistolario cit. del Leopardi, vol. III, pag. 276.Note 17 · Lettera del 16 settembre 1831, in Spigolature nel carteggio letterario e politico del marchese Luigi Dragonetti a cura di G. Dragonetti. — FNote 18 · 1830, tomo XXXVIII, n. 114, giugno, pag. 129.Note 19 · 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 198.Note 20 · 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 142. Le parole tra virgolette sono del Nota.Note 21 · Lettera da Parma, 8 luglio 1831. F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, vol. III, pagina 119.Note 22 · Lettera inedita del 14 luglio 1831, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. “Non ho bisogno — gli scriveva il Vieusseux — di dirvi quantoNote 23 · Lettera inedita del 23 luglio 1831. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 24 · Lettera inedita del 14 ottobre 1831. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 25 · Da lettera inedita del Vieusseux al Bianchetti, del 13 dicembre 1831. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 26 · Lettera inedita del 23 dicembre 1831. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 27 · Lettera inedita del 31 dicembre 1831. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 28 · Lettera inedita del 26 gennaio 1832, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 29 · Lettera inedita, Treviso, 17 febbraio 1832. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 30 · Lettera del 16 settembre 1831, in Spigolature nel carteggio letterario e politico del marchese Luigi Dragonetti, a cura di G. Dragonetti. — Note 31 · Lettera inedita, Torino, 11 febbraio 1832. Cosí rispondeva: “Quando Ella cosí cortesemente mi vuole partecipe alla utilissima impresa sua, nNote 32 · Lettera da Torino, 16 febbraio 1832, pubblicata da F. Orlando; Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, vol. III,Note 33 · Lettera del 2 marzo 1832 pubblicata da F. Orlando, in op. cit., pag. 19.Note 34 · 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 140.Note 35 · Lettera inedita, Padova, 28 febbraio 1832. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 36 · Lettera inedita, Mantova, 25 maggio 1832, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 37 · 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 57.Note 38 · Lettera al Vieusseux da Parma, 16 marzo 1833 in F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca 1902, serie 1ª, vol. IV, pag.Note 39 · Tomo LXV, n. 133, pag. 131.Note 40 · Lettera inedita al Vieusseux, del 26 marzo 1832, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 41 · Vedi la lettera del Niccolini alla Pelzet, del 1º maggio 1830 in Vita e ricordi ecc., vol. II, pag. 131.Note 42 · Questa, e le altre cose consimili che senza indicazione speciale verrò citando via via, e che non trovo rammentate da nessuno scrittore, ho Note 43 · Come documento de' tempi, qui li riporto.Note 44 · Memorie inedite, tomo V, 30 giugno 1829, “Riccardiana„.Note 45 · Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag, 260. (Tradotta dal francese).Note 46 · Per quest'aneddoto vedi G. La Cecilia, Memorie storico-politiche dal 1820 al 1876. Roma, Altero, 1876, p. 89.Note 47 · Per dire solo de' nostri, fino dal 26 di marzo del '30 il Vieusseux scriveva al Sismondi: “noi siamo qui agitati per le notizie di Parigi, cNote 48 · Pe 'l fatto che ora rammento, vedi G. La Cecilia, Memorie storico-politiche dal 1820 al 1876. — Roma, Artero, 1876, vol. I, pag. 97. E di quNote 49 · Vedi la lettera del 13-14 novembre 1830: Epistolario cit. del Giordani, vol. VI, pag. 71.Note 50 · Vedi la lettera del Giordani dell'8 giugno, 1831, in Lettere di illustri italiani ad A. Papadopoli. — Venezia, Antonelli, 1886, pag. 219.Note 51 · Memorie inedite tomo V, 14 novembre 1830. “Riccardiana„.Note 52 · Vedi Guerrazzi, Memorie. — Livorno, Poligrafia italiana, 1848, pag. 81.Note 53 · A questo proposito, nella Giovine Italia (Nuova edizione a cura di Mario Menghini. — Roma, 1902, pag. 5), ove fu inserito il discorso a cui Note 54 · Vedi Guerrazzi, op. cit., pag. cit.Note 55 · Ma per i danni sofferti né si avvilì il Marzucchi né mercanteggiò la coscienza: “amai sempre il giusto ed il vero: — scriveva egli al VieussNote 56 · La giovine Italia, ediz. cit., vol. II, pag. 162.Note 57 · Vedi la lettera ch'io ho riportato alla pag. 128, nota 4ª.Note 58 · 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 163.Note 59 · Lettera inedita, 14 gennaio 1832, Mantova; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. Avverto che chi raccolse questo carteggio, erroneamentNote 60 · “Qui non è ammesso libro o giornale, — scriveva Alessandro Torri al Vieusseux — che non trovisi prima registrato negli elenchi a stampa che Note 61 · Cosí Ferdinando Arrivabene scriveva al Vieusseux (Lettera inedita, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze):Note 62 · Nuovo Giornale Ligustico di lettere scienze ed arti. — Genova, 1831, fasc. I, Prefazione, pag. VII.Note 63 · 1831, tomo XLIII, n. 128, agosto, pag. 172. — Ed erra, in verità, il Tommaséo quando, nel brevemente accennare e questo fatto, afferma (Di GNote 64 · 1831, fascicolo III, pag. 214.Note 65 · Lettera inedita, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 66 · Lettera inedita, Siena, 21 marzo 1832, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 67 · 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 121.Note 68 · 2 agosto 1832, n. 155.Note 69 · Voce della Verità, 11 settembre 1832, n. 172.Note 70 · Lettera inedita, Siena, agosto 1832; Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 71 · 1832, tomo XLVII, n. 111, settembre, pag. 83.Note 72 · La voce della ragione, 1832, tomo III, fasc. XIV, 15 dicembre, pag. 112. Era, come si sa, il giornale di Monaldo Leopardi.Note 73 · La voce della ragione, 1833, tomo III, fasc. XVII, 31 gennaio, pag. 314 e seg.Note 74 · Lettera inedita al Vieusseux, 4 dicembre 1832, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 75 · L'amico della Gioventú, 1832, tomo I, n. 1, 2 novembre, pag. 14.Note 76 · L'amico della Gioventú, 1832, tomo II, pag. 73 e seg.Note 77 · Lettera inedita, Florence, 1 fevrier 1833. Archivio di Stato, Dipart. degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare 21. A Note 78 · Questi si leggono nel tomo XLVII, 1832, n. 141, settembre, rispettivamente, alle pag. 52, 103, 90. Le parole scritte in corsivo erano sottolNote 79 · Lettera inedita del 4 febbraio 1833. Archivio di Stato, Dipart. degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare 21. Vedi AppNote 80 · Lettera inedita del 9 febbraio 1833. Archivio di Stato, Dipart. degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare 21. Vedi AppNote 81 · Lettera inedita dell'11 febbraio 1833. Archivio di Stato, Dipart. degli affari esteri, Legaz. Cesarea, 1833, prot. n. 222, affare 21. Vedi ANote 82 · Lettera inedita del 9 febbraio 1833. Lettere della Segreteria di Stato dal 1º gennaio 1832 al dicembre 1834, Censura n. 1014. Vedi AppendiceNote 83 · Lettera inedita del 9 febbraio 1833. Qui muto un po' i verbi per la sintassi. Lettere della Segreteria di Stato dal 1º gennaio 1832 al dicemNote 84 · L'amico della Gioventú, 1832, tomo II, pag. 70.Note 85 · Lettera inedita tra le carte del Vieusseux. Vedi Appendice IV.Note 86 · Lettera inedita del [3 aprile 1833]. Appendice XII, n. 1. Qui cito in antecipazione questa lettera, della quale a lungo parlerò in sèguito.Note 87 · Appunti inediti, tra le carte del Vieusseux.Note 88 · 1833, tomo XLIX, n. 145, gennaio. Lettera ai Signori Collaboratori, corrispondenti e soscrittori dell'“Antologia„. Non spiacerà al lettore, Note 89 · Lettera da Parma, 15 febbraio 1833, in F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1902, serie 1ª, IV, pag, 72.Note 90 · Lettera inedita del 27 febbraio 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 91 · Lettera inedita, Milano 5 gennaio 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 92 · Conservasi questo fascicolo, con le mutilazioni fattevi dalla censura, tra le carte del Vieusseux.Note 93 · La Voce della Ragione, 1833, fasc. XXIII, 30 aprile, pag. 287.Note 94 · Gli articoli suoi, nessuno de' quali è ricordato nell'Indice generale, segnava con la lettera L; e sono suoi quelli che nell'Antologia compaNote 95 · 1829, tomo XXXVI, n. 106, ottobre, pag. 156.Note 96 · 1827, tomo XXVI, n. 77, maggio, pag. 186.Note 97 · Lettera del 7 gennaio 1830. Epistolario cit, del Leopardi, vol. III, pag. 272.Note 98 · Lettera del 3 marzo 1830. Epistolario cit., vol. II, pag. 384.Note 99 · Non so davvero spiegare come il prof. A. De Gubernatis abbia potuto scrivere che un articolo del Montani fu “involontaria cagione che l'AntoNote 100 · 1832, tomo XLVIII, n. 143, dicembre, pag. 57.Note 101 · Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 114.Note 102 · Tomo cit., numero cit., pag. 68.Note 103 · Lettera inedita, Torino, 12 marzo 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 104 · Lettera inedita del 18 marzo 1833. È unita alla precedente. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 105 · La Voce della Verità, 21 marzo 1833, n. 251. In un lavoro tutto su l'Antologia, non posso non riportare i brani piú significanti, benché giàNote 106 · Lettera inedita del 25 marzo 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 107 · Vedi Appendice V, n. 1. Degli appunti del Vieusseux, preziosissimi, qualche brano pubblicò, non sempre in vero fedelmente, il Del Cerro, priNote 108 · Vedi appendice V, n. 2.Note 109 · Lettera inedita del Corsini al Bologna del 25 marzo 1833. Archivio Segreto del Buon Governo, 1833. Negozi, filza 15, n. 70. Vedi Appendice VNote 110 · Lettera del 25 marzo 1833. Archivio segreto del Buon Governo, 1833 Negozi, filza 15, n. 70. Vedi appendice VI, n. 2. Questa lettera fu non eNote 111 · Le parole del Bologna infatti “e persistendo... dichiaralo ecc.„, dimostrano che se il Vieusseux avesse denunciato i due scriventi, l'AntoloNote 112 · Lettera inedita del 25 marzo 1833. Tra le carte del Vieusseux. Vedi appendice VI, n. 3.Note 113 · Vedi appendice V, n. 3. Molto inesattamente, e solo in parte, è stato questo dialogo pubblicato da E. Del Cerro in Misteri di Polizia. — FirNote 114 · Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 115.Note 115 · Quattordici anni piú tardi, e del pari nel mese di marzo, al barone Ricasoli che si doleva dell'arresto del Renzi, affermando avere quell'atNote 116 · Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 15, n. 70. Vedi appendice VII, n. 1. Questa lettera è stata in parte pubblicata da E.Note 117 · Lettera del 26 marzo 1833. Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 15, n. 70. Vedi Appendice VII, n. 2. Questa lettera è statNote 118 · Lettera del 26 marzo 1833. Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 15, n. 70. Vedi Appendice VII, n. 3. Questa lettera è statNote 119 · Vedi Appendice V, n. 3, in fine.Note 120 · Circolare inedita del 23 marzo 1833. Dipartim. degli affari esteri, 1833, Prot. 223, affare 35. Vedi Appendice VIII. Di qui ho tolto le paroNote 121 · Da quanto fin qui sono venuto dicendo, e da' documenti riportati, non può non ritenersi errata la notizietta data da Nicomede Bianchi là dovNote 122 · Vedi di G. P. Vieusseux ecc., ediz. cit., pag. 116.Note 123 · Supplica a S. A. I. e R. il Granduca, 28 marzo 1833. Questa lettera fu pubblicata da E. Del Cerro, prima in Fanfulla della Domenica (15 settNote 124 · Memorie inedite, 28 marzo 1833. vol. V, “Riccardiana„.Note 125 · Lo afferma il Tommaséo stesso, Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 116.Note 126 · Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 15, n. 70. Fu pubblicato da L. Grottanelli in I moti politici in Toscana cit., pag. 1Note 127 · Vedilo nell'Appendice XI. — Oltre che a questo però, la soppressione dell'Antologia diede origine e occasione a un numero sí grande di carteNote 128 · Rapporto riservatissimo dell'ispettore di Polizia al Presidente del Buon Governo, 30 marzo 1833. Inedito. — Archivio segreto del Buon GovernNote 129 · Rapporto inedito del 2 aprile 1833, Archivio segreto del Buon Governo, Negozi, 1833, filza 15, n. 70.Note 130 · Lettera inedita. Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 12, n. 34.Note 131 · Lettera inedita al Presidente del Buon Governo, 29 marzo 1833. Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 23, n. 164.Note 132 · Lettera inedita dell'8 aprile 1833 al Presidente del Buon Governo. Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 23, n. 164.Note 133 · Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 15, n. 70.Note 134 · Questo fu pubblicato primamente dal Del Cerro (in Fanfulla della Domenica, 15 settembre 1889) e non so perché, mutilato; cioè fino a “contraNote 135 · Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 15, n. 70.Note 136 · A me pare che queste informazioni dell'ispettore di Polizia, e le altre cose che ho dette e che verrò in appresso dicendo, assai bene comproNote 137 · Versi di G. G. editi ed inediti. Firenze, Le Monnier, 1852. Prefazione, pag. XII.Note 138 · Epistolario di G. G. raccolto da G. Frassi. — Firenze, Le Monnier, 1863, vol. I, pag. 29.Note 139 · Lettera inedita del 6 aprile 1833. Tra le carte del Vieusseux, da cui tolsi anche ciò che ho detto delle soscrizioni.Note 140 · Voce della Verità, 4 aprile 1833, n. 260.Note 141 · Voce della Verità, 20 aprile 1833, n. 267.Note 142 · La Voce della Ragione, tomo IV, fasc. XXII, 15 aprile 1833, pag. 264.Note 143 · La Voce della Ragione, fasc. XXIII, 30 aprile 1833, pag. 282-290.Note 144 · Voci e maniere di dire italiane. — Milano, Bianchi, 1840, vol. II, pag. 302. Vedi il vocabolo Guisa.Note 145 · Trovasi tra le carte del Vieusseux, ma fu già pubblicata da L. Grottanelli, in I moti politici in Toscana cit., pag. 151. Eccola: “Ho l'onorNote 146 · Vedi la lettera del Pellico al Vieusseux, Torino, 25 aprile 1833. In F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari, Firenze, Bocca, 1896, serNote 147 · Lettera inedita, Torino, 3 aprile 1833, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 148 · Lettera inedita, Venezia, 3 aprile 1833, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 149 · Lettera del 3 aprile 1833 in Lettere di illustri italiani ad A. Papadopoli, scelte e annotate da Gaspare Gozzi. — Venezia, Antonelli, 1886, Note 150 · Lettera del 9 aprile 1833, in Ricordi biografici e carteggio di V. Gioberti, raccolti da G. Massari, vol. I, Torino, 1860, pag. 202.Note 151 · Chieti, 15 aprile 1833. Epistolario cit., del Capponi, vol. VI, pag. 78.Note 152 · Lettera inedita del 16 maggio 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 153 · Lettera del 23 maggio 1833 in A. Frénes, op. cit., pag. 52, (tradotta dal francese).Note 154 · Lettera inedita al Vieusseux. Napoli, 2 agosto 1833, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 155 · Vedi la lettera inedita del 22 aprile 1833, ch'io citai, d'altre cose parlando, alla pag. 248.Note 156 · Lettera del 26 maggio 1833. Pubblicata in parte (e perché?) da A. Della Pergola, in T. M. e le sue poesie. — Ancona, Morelli, 1899, pag. 72.Note 157 · Aprile 1833, n. VII, pag. 109.Note 158 · Marzo 1833, tomo VIII, pag. 460.Note 159 · Aprile 1833, pag. 248.Note 160 · Lettera inedita del 25 aprile 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 161 · 1833, tome XII, deuxième série, pag. 338.Note 162 · Numero del 13 avril 1833, e ne riparla anche nel n. 19 avril.Note 163 · Numero del 4 avril 1833.Note 164 · Voce della Verità, 26 luglio 1831, n. 7.Note 165 · 30 avril 1833.Note 166 · 1833, mars, tome LVII, pag. 605-609.Note 167 · 25 April, 1833.Note 168 · Lettera inedita del [3 aprile 1833]. Tra le carte del Vieusseux. (Vedi appendice XII, n. 1). È senza data, ma si rileva dal documento che seNote 169 · Vedi Appendice XII, n. 2. Questo dialogo, che fedelmente riproduco dalle carte del Vieusseux, solo in piccola parte e inesatto fu pubblicatoNote 170 · Supplica inedita mandata al Corsini il dí 8 aprile 1833. Tra le carte del Vieusseux. Vedi Appendice XII, n. 3.Note 171 · Questa, e le seguenti lettere inedite che, senza speciale citazione, verrò ora ricordando, sono tolte dall'Archivio segreto del Buon GovernoNote 172 · Eccola: “Dichiaro e confesso in ogni piú valido modo e forma che è di ragione, d'aver ricevuto dal sig. Francesco Gabbrielli nella sua qualiNote 173 · Si conservano tra le sue carte, nella “Nazionale„ di Firenze.Note 174 · Lettera del 15 luglio al Sismondi in A. Frenes, op. cit., pag. 55.Note 175 · Lettera inedita del 22 maggio 1833. Questa, e la lettera seguente (inedita anch'essa), di Gaetano Landi, sono nell'Archivio segreto del BuonNote 176 · Questa lettera fu pubblicata in facsimile nel Marzocco del 12 ottobre 1902.
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