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L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Cap. IV. Il contenuto dell'Antologia

Reading edition

Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.

Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'Antologia, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'Antologia, “l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'Arcadico di Roma; di cose d'erudizione l'Antologia è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'Antologia gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'Antologia onorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639] all'Antologia: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644] Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo commentario delle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'Antologia Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati. Né tacque l'Antologia, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia le cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senza risalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'Antologia consentire. E ad abbattere l'edificio della Proposta scrisse[665] nell'Antologia Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nella Proposta, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la Biblioteca italiana con acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dalla filosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669] “meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'Antologia è da lui[672] contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco Poggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'Antologia si riconoscessero[677] i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella Proposta, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'Antologia definito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una sola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'Antologia: “I nostri posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682] che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683] il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra Monna Proposta e il vero Ser Frullone„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'Antologia trattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686] che Italiana si chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altri toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'Italiana.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'Antologia (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva sempre lustri, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “lustri certamente è un illustre vocabolo — diceva[689] il Tommaséo — ma né anche anni, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'Antologia con rara imparzialità loda[690] nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'Antologia fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.

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Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'Antologia: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696] il romanticismo “una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'Antologia nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'Antologia poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il Buondelmonte del Fores, come anni innanzi nel Conciliatore il Berchet la Narcisa. Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705] il Montani, proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708] che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un ricettario tragico infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico si potesse dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni di giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'Antologia fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di nuovo il Montani a difendere l'audace scuola assalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudente consiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il popolo manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'Antologia, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milanese Conciliatore, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'Antologia rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che parlavano.... nel Conciliatore di riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'espressione della società„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.

Non classica dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'Antologia la nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo tutta italiana, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'Antologia si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lo studio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728] egli delle memorie del Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'Antologia rappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'Antologia infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione del Prigioniero di Chillon, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734] l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuore umano: e altrove il Leoni reca[735] tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni all'Antologia ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'Antologia dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del Journal des savants; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741] al nome: “intelligenti pauca„. Ha[742] l'Antologia notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.

Bene dunque può dirsi che l'Antologia, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745] dell'Hernani, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel Fausto fare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'Antologia fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'Antologia: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla Divina Commedia: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: Non uomo, uomo già fui„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnava l'Antologia: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.

Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'Antologia di correre dietro alle servilità forestiere, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'Antologia dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'Antologia reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.

Assentiva il Monti, che nell'Antologia vedesser la luce due lettere sue[752] intorno alla questione, dal Valeriani ben detta magra, sorta fra varî su l'intelligenza del verso: poscia piú che il dolor poté il digiuno: e di cose dantesche scrisse nell'Antologia Carlo Witte, il quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753] l'insufficienza di ciò che intorno alla Commedia e alle altre opere del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse il Cioni piú volte una rivista dantesca[754], promessa dal Giordani che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'Antologia, “abituale indolenza„: vi diede[755] il Tommaséo saggi di quel suo, quasi per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [Dante] non altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.

Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'Antologia, è da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studî nuovi qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756] l'Antologia, che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757] che anco delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„. Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758] il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere della Divina Commedia„. E quando il Nuovo giornale dei letterati ebbe a dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi privatamente scrisse[760] al direttore di quel giornale, dichiarando cessata la sua associazione; ma nell'Antologia con una lettera al Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo studio delle opere di Dante — egli scriveva[761] — è sí necessario, che se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.

Cosí appunto l'Antologia serbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe' nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera, voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti, nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.

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È dunque naturale che l'Antologia mirando nelle cose letterarie piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763] bensí il suo direttore, che volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori del Conciliatore, i quali pensavano[764] che piú che dilettare era necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe meditazioni.

Di scritti ameni infatti può l'Antologia numerare solo una descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766] delle cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle Tiberina: una prosa[767] del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e due[768] del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769] del Borrini, in vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di Cristo: la cantica[770] del Niccolini, la Pietà, ch'egli diceva scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771] dell'epistola ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della sua Iliade italiana diede[772] Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773] di Teocrito e delle odi[774] di Pindaro; di non poche delle quali via via il Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha l'Antologia un sermone[776] e un'ode[777] di Giovanni Paradisi; un'ode[778] del Monti, e un carme[779] del Lamartine: nel recare i versi del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra. E al Vieusseux il poeta francese mostravasi[780] grato di quella nota “letterariamente lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.

Altri versi non ha l'Antologia: e per le stesse ragioni dette riguardo a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781] le melodie di Paisello e di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo paragonato[782] al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete fece[783] al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784] il Franceschini; rispose[785] il Benci, riportando le lodi date al Rossini dallo Stendhal.

Scritti migliori e piú frequenti ha l'Antologia, che toccano di pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786] a Gino Capponi una lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787] del distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788] su le arti belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789] “difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790] della pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791] in ridicolo dalla Biblioteca italiana, imaginando che Raffaello da Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792] il marchese Ridolfi intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.

Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che nell'Antologia Leopoldo Nobili espose[793] i suoi tentativi, dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i metalli, da lui chiamato metallocromia: e di certe pratiche nuove per dipingere ad olio, loda[794] Melchior Missirini Marianna Pascoli Angeli. Prima l'Antologia agli studiosi additava[795] un dipinto di Giulio Romano; primo il Montani parlava[796] di una tavola di Leonardo, agli studiosi nota solo di nome. E l'Antologia fa[797] le lodi di Pietro Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco, morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799] l'animo buono di lui, dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.

Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le pagine[800] del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani: l'uno[801] su la Psiche del Tenerani, l'altro[802] su la Carità del Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803] onore a Bartolomeo Ferrari.

Di cose di architettura ha l'Antologia uno scritto[804] dell'ingegnere Rodolfo Castinelli intorno al restaurato palazzo Spini; a proposito del quale, discorre di uno stile architettonico, da lui notato in Firenze, che egli chiama repubblicano. E nel parlare di varî generi d'architettura, non so chi nell'Antologia si sdegna[805] della “prosaica monotonia„, e della “gretta ed inelegante mondezza„ delle costruzioni moderne; sperando per opera di artisti valenti abbelliti i passeggi, le contrade, le piazze, le case. I quali scritti, da me fin qui ricordati, possono ben dimostrare, che se le cose spettanti l'arte non ebbero mai nell'Antologia il primo posto, non furono però trascurate del tutto, né svogliatamente trattate. Lo stesso Vieusseux, prima che iniziasse il giornale, poneva[806] a disposizione degli artisti il secondo piano della sua casa perché vi esponessero le loro opere d'arte: e delle esposizioni annuali tenute in Firenze e in altre parti d'Italia, piú volte nell'Antologia è data[807] notizia; e cosí pure delle varie accademie nostre e straniere di belle arti. Nel parlare delle quali, saggiamente il Cicognara avvertiva[808] che esse, piuttosto che utili, dannose sono allo scopo per cui si creano, e che senza il loro concorso fiorirono gli artisti piú grandi. E discorrendo di certi artisti venuti fuori dalle accademie di second'ordine, “quante mediocrità — esclamava[809] un anonimo — destinate a patire nel mondo, ad avvilirsi per vivere; quanti ingegni rapiti ai mestieri utili!„.

Ma queste osservazioni non impedirono tuttavia che nel giornale fiorentino si lodasse[810] l'accademia di belle arti nel 1827 fondata in Ravenna dal conte Alessandro Cappi e da monsignore Lavinio de' Medici; non impedirono che nell'Antologia si ammirasse la grande arte e si lodassero, come si è visto, gli artisti veri. E in essa uno scrittore con animo “veramente amareggiato„ veniva notando[811] i guasti prodotti dagli anni, e piú dalla negligenza, in certi tabernacoli di Firenze: delle quali amarezze, se quello scrittore potesse oggi vedere l'Italia, non troverebbe per vero motivi da confortarsi di troppo.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia gli argomenti di scienza, secondo i desiderî del Direttore e lo scopo al quale in ogni cosa mirava, trattati non tanto in sé e per sé espressamente (ché altri giornali in Italia erano a ciò destinati), quanto rispetto alle utili applicazioni che ne' diversi rami dell'industria se ne potevano trarre in vantaggio del popolo, e in preparazione del suo morale e materiale progresso. E per dire anzi tutto delle scienze mediche, piú volte l'Antologia propugnava l'uso della vaccinazione; e in essa Cesare Lucchesini proponeva[812] non doversi ammettere nelle scuole di mutuo insegnamento i fanciulli a' quali non fosse stato innestato il vaiuolo. Degli studî dell'Edwards su' caratteri fisiologici delle razze umane, e della scoperta di Girolamo Segato, di pietrificare i preparati anatomici, l'Antologia dà notizia[813]: e del magnetismo animale, e dell'opera del Puccinotti su le febbri intermittenti, discorre[814] il dottore Emmanuele Basevi, il quale proponeva[815] cosa che non so di quanti medici oggi troverebbe l'assenso: proponeva che di tanto in tanto subissero esami tendenti a rendere conto della loro cultura ne' progressi teorici della scienza, e del modo con che si comportano nel metterli in pratica. De' risultati dell'adunanze tenute dalla Società medica fiorentina, regolarmente l'Antologia ragguagliava i lettori: né mancano ad essa scritti[816] del Magheri né del professore Pietro Betti.

Per ciò che piú propriamente riguarda la storia della medicina, ha, pubblicato dal Capponi, uno scritto[817] inedito di Antonio Cocchi, decoro della medicina toscana, sopra Asclepiade; del quale è detto, tra l'altre cose, alcunché di simile concepisse alla stessa attrazione newtoniana. Ed ha un elogio[818] del grande anatomico Paolo Mascagni, nome caro a' Toscani ancor esso.

Di un altro grande nella scienza anatomica, di Antonio Scarpa, ammiratore intelligente dell'arte, il nome è ricordato[819] a proposito di un elmo di ferro: ma non so quanto di vero sia in quella “fredda durezza del cuore„ rimproveratagli[820] dal Tommaséo: questo so, che Giovanni Bell nel passare da Pavia diceva[821] che mai non gli uscirebbe dall'anima quella tanta dolcezza che vi aveva instillata la conoscenza di lui. Parlando del quale, il Libri racconta[822] che nel momento dell'invasione francese non volle lo Scarpa giurare fedeltà al nuovo governo; per il che fu deposto dalla cattedra: e racconta come Napoleone, venuto qualch'anno dopo a incoronarsi in Milano, visitando l'università di Pavia e conosciutivi i professori, chiedesse dello Scarpa: gli dissero la cosa; “Eh, che importano, — rispose — il giuramento e le opinioni politiche? Scarpa onora l'Università ed il mio Stato„. Nel che il grandissimo despota mostravasi in verità assai meno illiberale di certi ministri dell'istruzione pubblica.

Nell'Antologia scrisse, tra gli altri, il dottore Luca Stulli, il quale in uno de' suoi scritti ragiona[823] di un modo singolarissimo con grande fiducia usato dagli abitanti del villaggio di Lastra, nell'Erzegovina, per guarire dalla pleurite: legano a un palo il malato, coperto di un panno inzuppato d'acqua diaccia, e il palo collocano tra due fuochi, girandolo a guisa di spiedo finché il panno sia asciutto; e la cura è finita. Ma senza andare tra' Turchi, nell'Antologia si assicura[824] che nel 1830, nell'ospedale di Genova amministrato da una giunta di nobili e di negozianti, a' giovani chirurghi fosse vietato l'assistere a' parti per istruirsi nell'ostetricia: e al visitatore che dimandava come potessero essi istruirsi in quel ramo di scienza importante, un giovine assistente rispondesse: “imparano il tutto sulla macchina: e quando sono invocati, operano come sanno. Del rimanente le donne fanno loro„. Sistema cotesto non so quanto scientifico, e del quale non so quante donne potessero dirsi contente.

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Per dire ora di ciò che tocca le altre parti della scienza, prometteva[825] il Vieusseux, per meglio ragguagliarne i lettori, trattazione di queste piú ampia nel suo giornale: e nell'ottobre, infatti, del '23 cominciò[826] pubblicare un bullettino scientifico valentemente compilato dal Gazzeri, cui fornivano materia l'Antinori ed il Nesti, il Pagnozzi, il Raddi, il Repetti, e piú specialmente il Ridolfi, il Libri e il Tartini: bullettino dove gli studiosi trovavano sollecita e concisa notizia d'ogni cosa importante. Rammenta sempre l'Antologia i lavori dell'Accademia di scienze di Torino e quelli della Gioenia di Catania: e nell'Antologia Giuliano Frullani espose[827] una formula nuova per rappresentare le coordinate de' pianeti nel moto ellittico; formula che ebbe le lodi del celebre Poisson. Diede[828] l'Antologia a suo tempo notizia dell'avere il Padre Inghirami tra' primi in Europa osservata la cometa comparsa nel gennaio del '22, che fu “la prima regolarmente e con opportuni mezzi osservata in Firenze„: e di comete parla[829] egli stesso, il Padre Inghirami, scrivendo lodi sentite di quel Luigi Pons, che, ignoto custode dell'osservatorio di Marsiglia, si rese poi celebre meritamente. Del Padre Inghirami comparve[830] anche un saggio notevole di livellazione geometrica della Toscana; e del Volta una lettera[831] su la tanto discussa invenzione de' paragrandini. Nell'Antologia si ragiona[832] delle ipotesi del conte Paoli di Pesaro su 'l moto molecolare de' solidi: Silvestro Gherardi vi parla[833] di alcune esperienze su le nuove correnti e le scintille magneto-elettriche; e delle sue esperienze[834] su l'elettricità de' raggi solari, Carlo Matteucci; come delle loro ricerche[835] sopra le forze elettro-magnetiche, il Nobili e l'Antinori, difesi[836] entrambi dal Gazzeri contro un giornale inglese, che negava loro la priorità di certe scoperte, tempo innanzi spontaneamente riconosciuta. Al quale Gazzeri, Luigi Napoleone Bonaparte indirizza due lettere[837] intorno alla direzione degli aereostati: e Carlo Luciano parla[838] di una nuova specie di uccello di Cuba, da lui chiamato Ramphocelus Passerinii, in onore al benemerito zoologo italiano; parla[839] delle variazioni a cui, come certi deputati, vanno soggette certe farfalle. Né all'Antologia manca il nome di Paolo Savi, di cui si annunciava[840] aver egli scoperto un nuovo genere di salamandra e di talpa; né quello del Raddi, il quale discorre[841] di nuove specie di piante trovate da lui nel Brasile: e in essa il Repetti loda[842] il tipografo Marsigli dell'avere iniziato la pubblicazione degli Annali di Storia Naturale per maggiormente diffondere questa scienza.

Ma perché meglio si veda quanto in vantaggio della scienza, e insieme della concordia italiana, il Vieusseux si adoprasse, è qui da rammentare che essendo cessati il Giornale di chimica, fisica e storia naturale di Pavia, e la Corrispondenza astronomica del barone di Zach, progettava[843] egli nel 1828 una raccolta periodica trimestrale “eminentemente italiana„, e consacrata tutta alle scienze esatte e naturali: la quale, mutando aspetto all'Antologia, che si rivolgerebbe intera alla letteratura e alle scienze morali, filosofiche, storiche ed economiche, creasse in Firenze un centro scientifico, e fosse la vera espressione di ciò che in Italia si veniva facendo o si sperava di fare. Che se il progetto del Vieusseux non ebbe poi compimento, non fu certo colpa di sua negligenza. Con vero dolore annunciava[844] egli che “due soli associati fuor di Toscana.... e sei soli soscrittori„ avesse trovato alla nuova impresa: con dolore affermava dovere ricorrere a' giornali stranieri per annunciare i progressi da' dotti italiani fatti fare alle scienze.

Ma non negava egli stesso, piú tardi, le sue lodi[845] agli Annali delle Scienze del regno Lombardo-Veneto; né si doleva che al suo progetto da' compilatori di quel giornale neppur si accennasse: avido egli non già di lode, ma solo di fare il bene, e pago egualmente che il suo pensiero fosse da altri mandato in parte ad esecuzione.

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Tra' varî rami della scienza, l'Antologia mirò piú di proposito agli studî d'agraria; i quali come che piú direttamente rivolti a maggior numero di persone, e di utile piú immediato, ebbero in essa trattazione piú ampia. Fin dai primordi del giornale chiedeva[846] il Vieusseux agli agricoltori toscani comunicassero i risultati delle loro esperienze; chiedeva all'accademia de' Georgofili e otteneva facoltà di rendere, con ragguagli compilati dal Gazzeri, mensilmente conto de' suoi lavori. Nell'Antologia il dottor Pietro Balbiani espose[847] le sue ricerche per allontanare con mezzi nuovi da' grandi oliveti gl'insetti dannosi: e primo il Montani con vero compiacimento annunciava[848] essersi fatto in Milano un progetto di società di assicurazione contro tutti i danni a cui possono accidentalmente andare soggette le campagne. Cosimo Ridolfi parlava[849] dell'utilità di introdurre nelle campagne il seminatore del Fellemberg; e Ferdinando Tartini Salvatici con diligenza descriveva[850] i varî strumenti da' contadini usati in Iscozia. Cose notevoli dice[851] Gino Capponi là dove, parlando dello stato economico della Toscana, dimostra le condizioni de' contadini in essa meno che altrove infelici per l'uso della mezzeria: e il Del Rosso proponeva[852] che, a imitazione dell'Olanda, volgesse l'Italia all'agricoltura i suoi poveri; all'agricoltura, dal generale Colletta chiamata[853] “unica vena di ricchezza in Italia„.

Né solo allo sviluppo e al perfezionamento di questa mirava l'Antologia, ma altresí e piú ancora, al miglioramento morale de' proprietarî e de' coltivatori: del quale proposito il Forti loda[854] l'accademia agraria di Pesaro, fondata nel 1828 e diretta dal cardinale Bertazzoli. E a divulgare insieme con l'istruzione delle pratiche agrarie l'educazione negli abitanti della campagna, pensava il Vieusseux un giornale che de' contadini si intitolasse. Chiese[855] egli infatti nel '25 al granduca licenza di stamparlo, e insieme per tre anni un sussidio modesto: e il Bernardini, chiamato a darne il parere, giudicava[856] “utilissimo l'assunto del signor Vieusseux, e degno di essere incoraggiato„. Ma non è da tacere che forse la prima idea venne al Benci, il quale scrivendo al Mayer proponeva[857], in mancanza di libri, un giornale compilato per uso degli artigiani e de' contadini. Spetta a ogni modo al Vieusseux il merito d'avere creato il Giornale Agrario, del quale il Lambruschini discorre[858] in due articoli che onorano l'Antologia e chi li scrisse. E al Lambruschini Cosimo Ridolfi e Lapo de' Ricci furono in quell'impresa colleghi degni e operosi. Mensilmente nella villa or dell'uno or dell'altro si adunavano essi per rivedere i materiali di ciascun fascicolo, per intendersi, illuminarsi a vicenda: e di una di queste adunanze, tenuta in Meleto, l'Antologia fa parola[859], recando versi inspirati a Giuseppe Barbieri.

Cosí l'Antologia veniva via via destando quell'amore alla terra feconda, pe 'l quale uomini di antiche e cospicue famiglie con l'esempio e con la parola si facevano maestri a' lavoratori de' campi; quell'amore che di lí a poco animava il conte di Cavour, e spingeva il barone Ricasoli a chiudere nella cerchia feudale del suo castello di Brolio non piú veltri e falconi, ma filugelli e macchine, e tutti i doni di una civiltà non corrotta né corruttrice.

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Come negli argomenti di scienza l'Antologia, meglio che alle aride discussioni utili a piccolo numero di persone, provvide a divulgare quelle verità e quelle cognizioni giovevoli a maggior numero di lettori; cosí, meglio che a' versi mediocri e alle inezie letterarie, si rivolse agli studî utili e alle severe meditazioni. Fin dal principio infatti il Vieusseux fece luogo nel suo giornale alle scienze geografiche, lamentando[860] che queste non facessero parte in Italia, come altrove, di un'educazione accurata: e tempo innanzi il Montani si doleva[861] che cosí poco fossero da noi coltivate, che il Pagnozzi, esauriti i suoi mezzi pecuniari per dare alla luce il primo volume della sua Geografia moderna universale, non potette in Firenze trovare un editore che ne desse un'edizione a suo conto.

Per ridestare adunque l'amore di questo ramo di scienza importante, ha l'Antologia, specialmente ne' primi tempi, relazioni ampie di viaggi: e parecchie furono in essa le pagine consacrate a descrivere le faticose escursioni attraverso le sabbie ardenti dell'Africa, e alle ancora piú audaci spedizioni ne' ghiacci polari. Ha l'Antologia una lettera[862] di Giambattista Brocchi, diretta al fratello da Khartem nel Sennaar, poco innanzi morisse: ha notizie[863] diffuse de' viaggi e delle scoperte in Egitto di Giambattista Belzoni: e in essa è con lode ricordato[864] il Beltrami, ricercatore fortunato delle sorgenti del Missisipí. Pubblica il Ciampi, occupato in ricerche sarmatiche, un documento[865] comprovante doversi la scoperta delle isole Canarie non già agli Spagnuoli nel 1395, ma a navigatori fiorentini e genovesi cinquantaquattro anni innanzi. Loda[866] il Mamiani un giovinetto livornese, che solo e sprovveduto di mezzi, per bramosia di veder mondo penetrava nel Canadà, tra pericoli molti: e il Vieusseux stesso con grande compiacimento annunciava[867] avere un veliero italiano per la prima volta compiuto in novantatrè giorni il tragitto dal Perú all'Italia. Discorre[868] il Pepe del “maritar l'uno oceano con l'altro„ co 'l taglio dell'istmo di Panama; e settant'anni innanzi che la guerra ispano-americana scoppiasse, con l'usato suo stile scriveva[869] “Cuba or ora si agglomererà anch'essa al novello ordine americano: il nuovo sistema planetario d'America l'avvolgerà nelle sue orbite; e rinunzia alla ragione chi spera che le forze centrali di Spagna possano ritenerla a satellite„.

Di cose geografiche frequente discorre nell'Antologia il console del re di Svezia Iacopo Gräberg di Hemso[870], amico al Vieusseux e all'Italia: il quale nel parlare[871] di Tripoli e della Barberia, dice cosa oggi degna che sia ricordata: dice che “la convenienza e la necessità delle relazioni fra l'Italia e la Barberia non possono per un sol momento essere rivocate in dubbio„. Ed esso Gräberg di Hemso fa[872] anche parola delle reggenze barbaresche, affermando dovere queste la vita soltanto alla politica illiberale e disonorevole dell'Europa. A proposito delle quali reggenze l'Antologia fa menzione[873] della proposta di un signore Drovetti, console di Francia in Egitto: di civilizzare l'interno dell'Africa con lo educare annualmente in Parigi un certo numero di giovani negri.

Ma se con grande larghezza il Vieusseux fece luogo nel suo giornale, fino da' primi tempi, a studî su le diverse regioni del mondo e a notizie sollecite di scoperte e di viaggi; piú di proposito intese allo studio della geografia dell'Italia, con rammarico grande notando[874] che i pochi cultori in essa delle scienze geografiche, alle altre regioni piú che alla propria ponessero mente: nel che conveniva il Pagnozzi dolendosi[875] che poco agl'Italiani fosse nota l'Italia. Loda[876] l'Antologia, gli scritti su la Sardegna del Mannu, e quelli del La Marmora; e dice che la Sardegna è uno de' paesi d'Europa men conosciuti: e il Vieusseux stesso la chiama[877] “paese mal noto al resto d'Italia, e che merita d'essere un po' meglio osservato„. Ma altrove il Ciampi si rallegra[878] che anche da scrittori stranieri incominci a studiarsi: e il Cibrario afferma[879] che in essa il popolo è feroce “perché incolto, ma che non è punto corrotto„.

Parla l'Antologia della Corsica (oggi piú straniera all'Italia che settanta anni fa, quando nel suo seno boscoso consolava l'esilio del Benci, del Tommaséo, del Guerrazzi e d'altri molti); e parlando della Corsica, il Montani si duole[880] che poco sia conosciuta, e spera che facendo sua la lingua francese “non vorrà mai rinunciare..... alla bella lingua d'Italia„. Il quale Montani nel dare notizia della Società di geografia fondata in Parigi, già nel '22 proponeva[881] che si formasse in Italia “una società di geografia nazionale„, la quale attendesse alla compilazione di una dotta opera geografica su la Toscana: e nell'ottobre del '23 il Vieusseux presentava[882] al Puccini il progetto di una Società di geografia e storia naturale, che incominciando dalla Toscana facesse oggetto de' suoi studî l'Italia. Del quale progetto il Bernardini chiamato a dare il parere, disapprovando il secondo articolo diceva[883] parergli “un'incongruenza„ che una società di Toscani cercasse “un ricovero nelle stanze di un estero..... che vive tra noi collo spaccio di altrui prodotti letterarî„. Ottenne tuttavia il Vieusseux la chiesta licenza; e nel 1826, creata per opera sua la Società toscana di geografia statistica e storia naturale patria, egli stesso ne dava notizia[884], affermando che la società aveva per iscopo “riunire tutti gli elementi d'una buona descrizione geografica statistica e fisica della Toscana„. Egli stesso del pari loda[885] la carta geometrica della Toscana, opera del Padre Inghirami, e quella del bellunese Girolamo Segato, plaudito altrove[886] da Gräberg di Hemso per quella dell'Africa settentrionale: e loda insieme l'Atlante geografico fisico storico della Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini, tempo innanzi annunciato[887] da Emmanuele Repetti; al Dizionario geografico del quale, nel medesimo scritto il Vieusseux rende onore. Né forse sarebbero, senza gli aiuti e gli incitamenti di lui, alcune di queste opere, in quel tempo e ancor oggi meritamente famose.

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Come gli studî geografici, altresí quelli storici ebbero nell'Antologia un grande sviluppo per opera del Vieusseux: il quale, sollecito di ogni novità buona e feconda, primo rammentava[888] la necessità di far conoscere all'Italia la nuova direzione data in Francia e in Germania allo studio della storia. E al desiderio del Vieusseux sodisfaceva il Capei, primo additando[889] all'Italia gli studî di Niebuhr e quelli[890] del Savigny. E il Forti rende onore[891] al Guizot; e Giuliano Ricci al Michelet[892]; altri al Thierry[893]. Ha l'Antologia scritti frequenti di Luigi Cibrario[894], allora in verità ben lontano dal pensare che re Carlo Alberto lo invierebbe con Domenico Promis a viaggiare mezza Europa in cerca di rarità numismatiche. Allora il Montani gli consigliava[895] lasciare i versi, e volgersi a cose piú utili: e il Cibrario divenne illustratore della storia del Piemonte, cioè italiana, e fu lodato[896] dal Forti.

Ma a dimostrare l'importanza che l'Antologia ebbe negli studî storici, è da rammentare ciò che in essa fu fatto per ridestarne l'amore, e ciò che in loro vantaggio. Si doleva[897] il Forti che fosse in Italia venuto meno quell'ardore nell'investigare e far pubblici gli antichi documenti e le storie inedite, che fu decoro del secolo XVIII: ed egli tra' primi invogliava[898] allo studio delle storie municipali, e come utili all'istruzione de' cittadini, e come documenti preziosi o per convalidare o per novamente discutere i principî delle scienze economiche. Nella quale sentenza conveniva il Montani, il quale non solo desiderava[899] che delle croniche antiche si dessero nuove e piú curate edizioni; ma nel lodare le memorie e i documenti per servire alla storia del ducato di Lucca, opera di varî letterati lucchesi, affermava[900] essere impossibile avere una storia esatta d'Italia se prima non fossero pubblicati i monumenti storici delle particolari provincie. Del che l'Antologia loda piú volte Emmanuele Cicogna: e il Tommaséo augura[901] a ogni città d'Italia raccoglitori o illustratori delle patrie memorie simili a lui.

E per toccare, tra le molte qua e là sparse, di alcune delle idee piú nuove che furono poi fecondissime, rammenterò che molt'anni innanzi che il Tommaséo nell'esilio sconsolato di Francia, per incarico del ministro Thiers ne pubblicasse la raccolta, molt'anni innanzi il Forti ragionava[902] di alcune relazioni d'ambasciatori veneti e toscani e romani; e molto si doleva che per ragioni di Stato, o per consuetudine antica, fosse agli studiosi interdetta tale miniera di documenti ricchissima. Ma a questo riguardo il Vieusseux non taceva, probo com'era, le debite lodi del Piemonte, scrivendo[903] in una noticina a un articolo del Cibrario, che in quella regione i pubblici archivi erano “liberissimamente aperti agli eruditi e agli studiosi di ogni specie„.

Come parte di storia e da' lavori storici, al dire del Tommaséo[904], fatta omai inseparabile, trattazione ampia ebbero nell'Antologia anche gli studî della statistica, della quale il Pepe saluta[905] “inventore„ Giuseppe Maria Galanti. Piú volte, ed a lungo, è tenuto discorso dell'opere dello Smith, del Say, del Malthus, del Sismondi, del Bentham e del Gioia. E a diffondere in Italia l'amore di questa scienza considerata come un nuovo atteggiamento degli studî economici e storici, il Forti dà lode[906] a' compilatori degli Annali di statistica di Milano: e il Montani proponeva[907] per far conoscere i varî bisogni d'Italia e destare l'emulazione, le statistiche delle varie città rinnovate di tempo in tempo.

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La materia però dove piú parte aveva l'indirizzo del Vieusseux, e dove piú chiaro si vede lo scopo del giornale, era l'educazione. E nel dimostrare come il Vieusseux a divulgarla e farne sentire il bisogno mirò con ferma costanza, senza debolezza mai né incertezza; nel dimostrare come l'Antologia molte utili proposte facesse ancora non poste in atto e meditabili tuttavia; e mirando fuori d'Italia, agl'Italiani sollecita offrisse molti esempi di piú parti d'Europa imitabili; mi verrà fatto di dimostrare quanta importanza avesse per questa parte il giornale, e quanto alle intenzioni buone del suo direttore debba la Toscana e l'Italia.

Faceva il Capponi lodi[908] oneste dell'istituto famoso di Hofwil, diretto dal Fellemberg: dava notizia[909] l'Uzielli delle scuole di New-Lanark in Iscozia, dirette dall'Owen: e Antonio Benci dell'istituto del Pestalozzi[910] nel castello d'Iverdun. Nell'Antologia il Renzi ribatteva[911] le opinioni del Bonald, contrarie alle scuole di mutuo insegnamento; e Vincenzo Antinori faceva sapere[912] a' nemici di novità il metodo di reciproco insegnamento trovarsi descritto nelle lettere del viaggiatore Pietro della Valle come praticato, fin dal 1623, nelle Indie. Ma il Vieusseux giustamente avvertiva[913] che anzi che disputare a far prevalere questo o quel metodo, era opportuno far sentire la necessità dell'istruzione per le classi piú povere, e i pericoli che seco porta l'ignoranza. Al quale proposito, il Montani diceva[914] al marchese Gargallo, che nel proemio agli Offici di Cicerone si mostrava pauroso delle conseguenze dell'istruzione da darsi al popolo: “lasci, di grazia — diceva — che diffidino le teste vuote, lasci che paventino coloro, che non trovano il loro conto se non nell'altrui ignoranza„.

Per divulgare l'istruzione e riparare alla scarsezza de' libri di lettura, piú che quaranta anni innanzi che il Tabarrini, presidente della Società italiana per l'educazione del popolo, proponesse[915] allestire una biblioteca con libri e giornali “volti a promuovere la coltura intellettuale e morale del popolo„; piú che quaranta anni innanzi, proponeva[916] il Vieusseux una raccolta d'opere straniere tradotte, che fu poi la Biblioteca d'educazione: e in altro luogo rammentava[917] come in Iscozia tutti quasi sapessero leggere, e ogni famiglia avesse la sua piccola libreria. Volgeva il Del Rosso il pensiero all'educazione de' fanciulli de' poveri; e proponeva[918], a renderla utile, l'istruzione della mente alternata via via con l'esercizio del corpo in un'arte meccanica: proponeva che una società di privati, come in Inghilterra ed in Francia, a prevenire con l'educazione la miseria, si formasse in Italia; e che si facesse a' bisognosi elemosina non di denaro ma di lavoro. E al professore Del Rosso scriveva[919] delle fanciulle povere il Mayer, il quale in altro luogo rammenta[920] quanto in pro' dell'educazione si facesse in Germania. Rammenta l'Antologia[921] essere nel 1828 venticinque in Toscana le scuole di mutuo insegnamento, e mille in esse i fanciulli istruiti e centocinquanta le ragazze; augurando che crescano in numero. E sollecita essa confortava[922] di lode l'opera di Giulio del Taja, che primo in Italia, nella scuola a sue spese fondata in Siena, co 'l metodo del reciproco insegnamento istruiva le fanciulle povere: lodava[923] la pia casa instituita in Mantova a pro' degl'isdraeliti indigenti, e la scuola di geometria e meccanica[924] pe' manifattori, fondata dal marchese Luigi Tempi, possessore intelligente di codici dal Montani illustrati.[925]

Né tacque l'Antologia, né poteva, dell'Istituto della SS. Annunziata[926]: ma nel farne le debite lodi, saggiamente l'Antinori avvertiva che gli istituti e i collegi “non si debbono riguardare se non come supplemento alla educazione domestica...; che non possono i figli aver migliori maestri dei genitori...; che l'esempio delle virtú domestiche è il miglior precetto per i figli„. Al quale proposito, curiosissima e arguta è l'osservazione del Centofanti: il quale, vedendo come troppo piú spesso si insegna ostentare che praticare la virtú, notava[927] che “noi formiamo due uomini nei nostri fanciulli: un uomo assai morale nelle parole, un altro non molto sano, e forse corrottissimo, nelle abitudini. Questi due uomini sono perpetuamente in discordia tra loro, e fanno a gara a rendere almeno ridicolo il terzo uomo, ch'è il vero, e che risulta dalla composizione di queste due parti„. Divulgava[928] il Tommaséo i principî di quella educazione che incomincia con la vita; e additava[929] la necessità degli esercizi ginnastici, lamentando che non ancora in Italia si ponesse mente a questi esercizi, utilissimi a' ragazzi non solo, ma a tutti, i letterati compresi; a' quali un po' di ginnastica risparmierebbe molti paradossi, molte baruffe in istampa, e molti versi cattivi.

Per ciò che riguarda piú propriamente l'istruzione, si può dire che dalle scuole prime alle Università non è problema che non sia stato ampiamente svolto dall'Antologia; la quale assai cose desiderò, tuttora degne di nota, notabilissime in que' tempi in cui i gerundi si alternavano con gli scappellotti, i participî con le nerbate. Parlava[930] il Mayer delle Università, “monumenti gloriosi dell'umana ragione„, desideroso che in esse la morale filosofia si studiasse maggiormente: e il Lambruschini esponeva[931] un metodo nuovo per insegnare leggere a' fanciulli. Rammentava[932] Urbano Lampredi — discorrendo del barbaro modo d'insegnare — com'egli entrasse nella città delle lettere per quella Janua linguae latinae, quasi simile a quella per cui l'Alighieri entrò nella città dolente; con quelle parole di colore oscuro di declinazioni e di coniugazioni: e tribolasse la sua memoria per ritenere vocaboli non intesi dall'intelletto, e strane desinenze. Rammentava come, passando alla grammatica del De Colonia, ossia alla città di Dite, gli comparissero nella forma gigantesca dei Flegias e dei Nembrotti i precetti della grammatica: e come combattesse con que' giganti, per tre anni armeggiando con insignificanti concordanze, e poi co' latinucci o latinacci; e cosí camminando a tentone per una profonda oscurità d'idee.

Ma l'Antologia qua e là proponeva, per ovviare a tali difetti, modi d'insegnamento piú adatti all'intelligenza de' fanciulli, piú spediti, piú gai: senza che tutti però gli scrittori assentissero a quell'idea della signora Genlis, sostenuta[933] dal Tommaséo, la quale desiderava per insegnare la storia rappresentati su le pareti di varie stanze i fatti piú degni di nota. Gioverebbe però meditare tuttavia questo che il Forti, parlando dell'istruzione de' fanciulli, scriveva[934]: “Quello che importa soprattutto nell'istruzione della gioventú non è già di fornire il maggior numero possibile di cognizioni positive, ma bensí di formare la capacità di ragionare dirittamente, di svegliare lo spirito di discussione e di esame, di suscitare l'amore del sapere e tanta fiducia nelle doti naturali che sproni a volerne usare come meglio la natura consente„. Cose queste alle quali sarebbe desiderabile che molti per vero degl'insegnanti ponessero mente.

Gioverebbe altresí meditare alcuna delle proposte sparse qua e là nel giornale: come quella del Tommaséo, il quale desiderava[935] che un'arte fosse da' ricchi coltivata per amore d'occupazione, per amore dell'arte stessa; creando cosí un vincolo nuovo di fratellanza tra' gradi differenti della scala sociale. Né a' ricchi soltanto ed a' poveri l'Antologia provvedeva, ma agl'infelici altresí. Cose sagge scriveva[936] il Del Rosso perché a' ciechi poveri si impedisse l'andare raminghi accattando: e rammentava come in Londra, in Liverpool, in Parigi, si aprissero case pe' ciechi, tenuti operosi in adatti lavori. Discuteva[937] il sacerdote Marcacci de' metodi varî per istruire i sordomuti, e ricondurli in seno alla società (dalla quale li esilia quasi la natura matrigna), insegnando loro gli eterni principî e le verità consolanti. Ne parlava piú tardi il Padre Tommaso Pendola con le dottrine apprese al Padre Assarotti, annunciando[938] fondata a spese di privati una scuola per i sordomuti in Siena: e non diceva egli, modesto, che per sua iniziativa sorgeva. Ma il Forti gli rende l'onore dovuto[939]; e insieme rende onore a Siena, che chiama “città distinta tra le altre della Toscana per singolare amore de' cittadini al bene e all'onore della patria, e quella fra tutte che serbi piú viva la ricordanza dell'antica gloria„.

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Gioverebbe qui rammentare taluno di quegli scritti inediti antichi che prima l'Antologia diede in luce; taluna di quelle scoperte e di quelle opere di cui prima diede agli stranieri e all'Italia stessa notizia.

E, per tacere dello scritto di Antonio Cocchi intorno Asclepiade, del quale a suo luogo ho parlato, si potrebbe rammentare che di cose inedite ha un abbozzo di discorso[940] del Machiavelli a' signori di Badia; alcune lettere[941] di Voltaire, e una di Benedetto IV a Scipione Maffei su' teatri: ne ha una del Foscolo[942], indirizzata al Capponi nel '26, ove dice, tra l'altre cose, che su la lingua italiana vorrebbe fare un'opera diretta all'Accademia della Crusca, co 'l motto: battimi e ascolta: ed ha alcune pagine[943] del Commentario alla rivoluzione francese, da Lazzaro Papi date al Vieusseux avanti che l'opera uscisse alla luce.

Prima l'Antologia dava notizia[944] all'Italia di un nuovo cannocchiale iconantidiptico imaginato dal fisico Amici: primo il Libri annunciava[945] nell'Antologia le scoperte su' raggi calorifici dello spettro solare, del professore Macedonio Melloni, esule a Dole. Annunciava[946] il Montani il saggio dell'esule Bozzelli su i rapporti tra la filosofia e la morale, come il piú ragguardevole intorno alla scienza morale: e di un altro esule napoletano, voglio dire di Pasquale Borelli, egli stesso il Montani discorre[947] per primo, e piú ampiamente, qualche anno dopo[948], Terenzio Mamiani. Primo il Capei faceva all'Italia conoscere[949] nell'Antologia l'opera grande del Savigny e quella del Niebuhr[950]: e il Tommaséo afferma[951] che il Gioberti confessava avere all'Antologia attinta dell'opere del Rosmini la prima notizia; e che Dionigi Solomos di lí coglieva il destro ad ampliare il suo concetto dell'arte.

Queste, e altre cose ancora, si potrebbero: ma è meglio di proposito rammentare taluna di quelle istituzioni utilmente proposte, nuove o esemplarmente innovate. Desiderava anzi tutto l'Antologia, modellati su quelli degli altri popoli d'Europa, codici criminali e civili, i quali consacrassero la pubblicità de' dibattimenti, la instituzione de' giurati e l'abolizione della confisca e della pena di morte. Al quale proposito il dottore Giuseppe Giusti, dopo annunciato[952] che Stefano Dumont preparava su' manoscritti del Bentham un'opera sull'organizzazione de' tribunali e delle prove giudiziarie, faceva conoscere[953] di quell'opera il capitolo su la pubblicità de' giudizi: argomento anni dopo trattato[954] dal Romagnosi per rispetto alla monarchia. E su la pubblicità de' giudizi criminali, cose notevoli scrissero[955] l'avvocato Tommaso Tonelli e Celso Marzucchi[956]; e piú ampiamente Giuseppe Bianchetti[957]: il quale rammenta come Caterina II confessasse troppo i processi segreti sapere di prepotenza tiranna. Intorno a' giurati, Salvatore Viale scrisse[958] due lettere al Lambruschini: e Vincenzo Salvagnoli patrocinò[959] la libera difesa per gli accusati. A lungo, e piú volte, tratta l'Antologia dell'abolire la pena di morte[960]: e quando l'avvocato Tonelli con nuovi argomenti cercò mostrare[961] giusta in certi casi sí fatta pena, in questo solo modificata, nel rendere “private le esecuzioni„; il Lambruschini rispose[962] con uno scritto, che è tra le cose piú belle dell'Antologia. Rispose sinceramente accorato che tale opinione avesse potuto apparire giusta, e che l'esporla non fosse apparso intempestivo “ad un uomo d'ingegno e di cuore„.

Sosteneva l'Antologia, in luogo della pena di morte, quella della carcere: ma non a caso il Vieusseux riportava[963] dalla Gazzetta Piemontese la notizia del miglioramento delle carceri negli Stati del re di Sardegna; non a caso faceva tradurre dal Cioni un racconto[964] del Say, ove era affermato che l'ordinamento delle prigioni dovrebbe “condurre insensibilmente i carcerati a dimenticare le loro antiche abitudini e a conoscere ed amare i proprî doveri„. Fino da' primordi del giornale, il conte Girolamo Bardi, in una memoria[965] su 'l modo di trattare i carcerati, poneva per iscopo della legislazione il miglioramento dell'uomo reo: e in questa sentenza pienamente conveniva[966] il Del Rosso, il quale poneva l'ignoranza “prima cagione della massima parte dei misfatti„. Richiestone dal Vieusseux, a lungo su la legislazione criminale espose i suoi pensamenti l'avvocato Massa di Mentone, autore di un codice criminale di procedura compilato per commissione del governo di Lucca: il quale avvocato saggiamente, tra l'altre cose, notava[967] come invece di correggere l'uomo colpevole con pene dedotte dalla natura stessa della colpa, si adoprassero castighi atti solo a renderlo peggiore, rinchiudendolo in ergastoli e galere; saggiamente augurava le pene, piú che corporali, morali. Al quale proposito è da rammentare l'affermazione[968] del Valeri, meditabile tuttavia: “Noi non ci stancheremo giammai dal dire e ridire che i delinquenti sono malati morali, e che quindi i luoghi di pena debbono essere ospedali morali, e morali medicine le pene, all'amministrazione delle quali medici debbono essere adoperati morali. Se ospedali si hanno per medicarsi il corpo, per curarsi la mente, perché non si dovranno anche avere ospedali per risanarvi il cuore?„. I quali scritti ben possono dimostrare come le cose piú rilevanti, che oggi passano per nuove, venissero dall'Antologia proposte o accennate, e certamente oltre a quanto è stato sin qui posto in atto.

Come dell'abolire la pena di morte, piú volte tratta l'Antologia dell'abolire la schiavitú: e su la tratta de' negri il Vieusseux faceva dal Globe tradurre uno scritto[969], in cui si diceva che in quel mercato di carne obbrobrioso ben ottanta velieri venivano regolarmente impiegati. Ma ad altri schiavi non meno infelici pensava l'Antologia con pietosa sollecitudine: lodava[970] essa la pia Casa di lavoro, dalla beneficenza privata mantenuta in Siena; ove per impedire l'accattonaggio si accoglievano i poveri e quelli che non avevano lavoro. Meglio ancora, un dottore Gherardi, tra i soccorsi caritatevoli, proponeva[971] l'abolizione del giuoco del lotto (soccorso da attendersi ancora): e a tale proposta il Tommaséo consentiva, scrivendo[972] che “l'utile che da simile imposta volontaria viene al pubblico erario, è un vero danno, perché abituando il povero alla dissipazione, oltre all'aggravare la miseria, e al rendere di quando in quando necessarî i soccorsi del governo, scema quelle produzioni e quelle consumazioni, dalle quali il governo trae un profitto e maggiore, e piú durevole, e piú fecondo„.

A provvedere a' bisogni del povero, senza umiliarlo, può l'Antologia senza vanto immodesto gloriarsi che in essa il Lambruschini, il Ridolfi e Lapo de' Ricci, diedero l'idea prima di una cassa di risparmio[973]: e anni dopo, annunciando l'istituzione diffusa in San Marcello, in Prato e in Pistoia, il Tommaséo scriveva[974] che “il risparmio de' piccoli quattrini, porta seco il risparmio de' grandi disordini, delle gravi umiliazioni private e pubbliche„. Al qual proposito, tempo innanzi il Forti aveva già detto[975] che “la previdenza e il risparmio possono riguardarsi come i punti cardinali della morale pratica del popolo„.

E per dire di altre proposte nuove utilissime, ma piú propriamente riguardanti le scienze e le lettere, rammenterò che primo il Vieusseux parlava[976] della utilità del formare un teatro nazionale permanente; e che l'Antologia pubblicava[977] di lí a poco un progetto per la formazione in Firenze di una stabile compagnia comica. Prima l'Antologia proponeva[978], per mezzo del Gazzeri, che a similitudine dell'Elvetica una società di scienze naturali si creasse in Italia, per descriverla fisicamente e geograficamente; rimproverando che di far conoscere i prodotti del nostro suolo, ai naturalisti stranieri si lasciasse la cura. E dall'avere il Vieusseux proposto[979] nell'Antologia e creato la Società toscana di geografia, ho già parlato a suo luogo. Prima l'Antologia reca saggi di poesia popolare, e tutta quanta la popolare letteratura il Tommaséo addita[980] come “prezioso documento de' costumi nazionali, delle opinioni, delle credenze, delle varietà molte che corrono e di favella e d'indole e d'ingegno fra gente e gente italiana„: e afferma che “avanzi di vecchie canzoni, e racconti popolari, e motti, e proverbi, tutto gioverebbe raccogliere, a tutto dar ordine e luce„. Egli stesso poi, in vantaggio degli studiosi, proponeva[981] che una almeno delle pubbliche biblioteche fosse aperta in tutte le ore del giorno, e le feste, e la sera; lamentando la confusione con che nelle biblioteche d'Italia si dispongono i libri, la difficoltà nel trovarli, la negligenza con cui sono tenuti. Meglio però l'avvocato Tonelli proponeva[982] che nelle grandi città le varie biblioteche si ordinassero per generi; per modo che in una si accumulasse ciò che appartiene alle scienze, in un'altra ciò che alla giurisprudenza e agli argomenti morali: in una terza i manoscritti e le edizioni rare; in una quarta i libri di letteratura e di storia: e cosí via via, in modo che in ciascuna si trovasse qualche parte completa nel suo genere. Proposta questa che se ancor oggi, pur troppo, inattuabile, non è tuttavia da porre in dimenticanza.

Prima del pari l'Antologia lamentava[983] non avere l'Italia una legge che proteggesse la proprietà letteraria, per cui non ardivano i librai di Firenze cimentarsi a stampare la Geografia universale del Pagnozzi: e la proprietà letteraria difendeva[984] il Tommaséo, chiamandola “sacra al par d'ogni altra proprietà e molto piú„; non presago allora che il difenderla in altri tempi gli frutterebbe l'onore della carcere, e il plauso del popolo liberatore. Ma piú ampiamente, e con piú autorevoli parole, in risposta al dottore Perugini che scusava un libraio fiorentino dicendo tutti i popoli d'Europa l'uno all'altro rubarsi la proprietà letteraria, Lorenzo Collini affermava[985] esser tempo oramai di reprimere l'iniqua licenza data dalle leggi, e di bandire l'ingorda pirateria degli stampatori arricchiti con le sostanze de' letterati. Né piccolo merito è questo per l'Antologia, quando si pensi che appunto in quel tempo Giuseppe Borghi, a cui un editore aveva bistrattato i suoi inni, si doleva[986] di essere “cittadino di una patria dove le leggi difendono il censo e la vigna, ma non la proprietà dell'ingegno„: quando si pensi che il Giordani si sdegnava[987] che in Rovigo disponessero delle cose sue senza pur fargliene motto; anzi, chiedendo ad altri un suo ritratto: lieto egli di sola una cosa: del poter almeno difendere la proprietà della sua faccia, e sicuro che questa resterebbe a lui sempre.

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A questo punto, non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà come mai potessero tanti ingegni, dissimili in tante cose, in non poche contrarî, concorrere a un'opera sola senza che troppo vivi apparissero in essa i contrasti. Scrivevano infatti nell'Antologia lo Zannoni, segretario della Crusca, e il Ciampi che, per dispetto alla Crusca, soleva chiamarsi accademico valdarnese; il Botta ed il Pieri nemici a' romantici, quanto amici il Mazzini e il Montani; il Vieusseux, sinceramente convinto del progresso de' lumi, e affermante[988] che “di tutte le scienze... non ve n'è alcuna piú importante per gli uomini uniti in società... che quella sorta modernamente sotto il nome di statistica„; e il Leopardi, che amaramente derideva[989] le scienze politiche ed economiche, e chiamava il XIX un secolo da ragazzi. Scrivevano nell'Antologia il pio Lambruschini e il Giordani non pio; il Forti sensista in filosofia, e il Tommaséo devoto allo spiritualismo cattolico del Manzoni e del Rosmini; il Colletta nemico alle sette, e il Pepe che si vantava di essere stato carbonaro e massone. E chi sperava un dominatore, che tutta di forza cavalcasse la cavalla dantesca, chi avrebbe tollerato anco i principi, quando che fatti mansueti e benigni; chi sperava nel papa capo di una nuova lega guelfa, e chi sognava l'Italia repubblica indivisibile.

Non potrebbero certo le differenze essere piú manifeste e piú grandi: e il Mazzini infatti avvertiva[990] che l'Antologia era un “giornale eccellente, e l'ottimo forse in Italia, se l'unità delle dottrine letterarie vi fosse maggiore„. Che importa però, se non tutti erano di un colore? Non era possibile, non sarebbe stato neppure utile. Infiniti sono i pregi e gli usi e gli aspetti del buono: prende ciascuno quello che piú gli si confà. Non è tuttavia da credere che il Vieusseux non sentisse questa disparità di opinioni: avrebbe, anzi, voluto rimediarvi, e si doleva co 'l Giordani dicendo, che quand'anche fosse stata concessa vera libertà di stampa, non avrebbe potuto trovare due scrittori del medesimo sentimento. Ma il Giordani pur confessando, nel rispondergli, che non tutto gli piaceva egualmente, e alcune cose poco, lo assicurava[991] che non era possibile a lui trovare nell'Antologia cose le quali direttamente offendessero certe sue massime principali e immutabili: e saggiamente avvertiva che in quelle condizioni era piú bene che male accettare, come il Vieusseux faceva, una ragionevole differenza d'idee, acquistando giusto e util credito d'imparzialità: esempio non inutile alla povera Italia.

L'Antologia non era un giornale né di partito né di municipio: e in ciò appunto il suo pregio, in ciò l'origine delle voci diverse che si levavano da essa. Pur che fossero dettate da amore del vero e senza meschina acrimonia, concedeva il Vieusseux largo spazio nel suo giornale alla libertà delle opinioni, molte delle quali accoglieva e a quelle de' suoi amici e alle sue proprie contrarie. Basterà solo ricordare che in quel grande discutere, tra gli studiosi di scienze economiche, per stabilire se le macchine e i processi rapidi di fabbricazione fossero utili o dannosi al benessere universale; accolse l'Antologia uno scritto del Gazzeri, il quale sosteneva[992] “grande, inestimabile e perpetuo beneficio l'invenzione delle macchine„: ne accolse uno del Say, intento a mostrare[993] che “ovunque si lavora piú speditamente, e si produce piú abbondantemente, àvvi ricchezza piú che altrove, o almeno minore miseria„: ma diede luogo altresí a uno scritto del Sismondi, che riteneva[994] la scoperta di una macchina non già male per sé stessa, ma resa tale “per l'ingiusta divisione che vien fatta de' suoi frutti, di cui profitta uno solo a danno di molti„. Giungeva il Vieusseux perfino a stampare intorno alla maremma senese un articolo[995] di scrittore anonimo, il quale non solo combatteva le opinioni di lui e de' suoi amici, ma accusava il direttore di pubblicare nel suo giornale “tutti e interi gli scritti soltanto di un partito, e di sopprimere o mutilare quelli dell'altro„. E il Vieusseux si limitava a scrivere in corsivo queste parole, che pur sonavano ingiuria a lui: condiscendenza questa non so quanto imitata da molti direttori di giornali, al dí d'oggi, perché non so quanti siano, al par di lui, generosi.

Voleva[996] il Vieusseux che l'Antologia rappresentasse “lo stato e i desiderii„ della nazione; che non avesse in sé “nulla di municipale„, e fosse “tutta italiana„: e appunto per questo, l'Antologia rifletteva da un lato le varie correnti del pensiero italiano, quand'anche fossero non conciliate tra loro e talvolta non conciliabili; e dall'altro si mostrava giudice spassionato e benevola incitatrice di ogni opera e di ogni cosa degne di lode: ponendo[997] essa per suo solo vanto “far conoscere agli stranieri l'Italia, e l'Italia a lei stessa: difendere le sue glorie, incoraggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri degl'Italiani uno scopo non mai municipale, ma nazionale; stimolarli con prudenti confronti..., dimostrare che l'Italia nel suo seno possiede gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria...„. Con vero compiacimento infatti, e come atto di dovere (noto a ben pochi giornali e giornalisti, non solo in quel tempo e non in Italia soltanto), lodava[998] l'Antologia la Società italiana delle scienze residente in Modena; il Giornale di scienze e lettere[999] delle provincie venete; e ricordava via via i lavori dell'Accademia di scienze e della Società agraria di Torino. Sollecitava[1000] essa gli aiuti di quella di Napoli; chiamava[1001] l'Istituto di Milano “la prima società scientifica dell'Italia„; e confortava[1002] di lode la Nuova Società di scienze naturali in Catania iniziata. Lodò[1003] del pari l'Indicatore genovese e il Progresso[1004] di Napoli: e fondandosi in Roma un nuovo giornale, il Discernitore, certo alludendo alle parole con che dalla Biblioteca Italiana era stata accolta in su 'l nascere, asseriva[1005] che non poteva in essa destarsi invidioso timore di vedere diminuita la sua efficacia; né mai sí basso pensiero avrebbe fatto augurare una vita breve alle nuove pubblicazioni di genere simile. E a' compilatori dell'opera nuova desiderava “ogni miglior successo„.

In somma, mentre la Biblioteca Italiana cercava troppo sovente avvivare le stizze tra la Toscana e la Lombardia; mentre il Giornale Arcadico non usciva dal cerchio angusto delle moribonde accademie romane, e il Giornale de' letterati non era se non lo strumento di una combriccola di professori pisani; l'Antologia si levava non già come cosa toscana, ma nelle sue cento voci tutta nazionale, tutta italiana.

Piú che alle differenze, maggiori o minori, delle opinioni (le quali però in certi principî fondamentali si contemperavano, come vedremo, in felice armonia), mirava il Vieusseux al modo con che le questioni venivano nel suo giornale agitate e discusse: ponendo egli ogni cura perché verso i rivali, verso gli stessi nemici, fosse almeno temperata quell'acrimonia, che è vanto di assai letterati. E pubblicando un articolo di Domenico Sestini non ristava dal confessare[1006] che non si sarebbe indotto a pubblicarlo se non costrettovi da' “rispettosi riguardi verso il Nestore de' numismatici„. Co' quali sentimenti del Vieusseux, tutti convenivano gli scrittori dell'Antologia: la quale, co 'l darne non rari esempi, a piú d'uno in Italia insegnò temperanza. Non voglio qui rammentare gli scritti di Urbano Lampredi e di altri su la Proposta del Monti, de' quali a suo luogo ho parlato: ma non è da tacere che a Michelangelo Lanci l'Orioli diceva[1007] ch'egli “buon orientalista e cultissimo scrittore„, faceva onta a sé stesso mordendo, com'egli usava, lo Champollion e gli altri scrittori di cose copte. E il Montani a un editore che (in un reclamo, per preghiera dello stesso Montani inserito nell'Antologia) lo chiamava “gran testa„ e “anima vile„, sa rispondere[1008] che quanto in quel reclamo è di piú aspro non può offenderlo punto, perché non tocca lui, ma un essere supposto e troppo diverso da lui. Bene Sebastiano Ciampi fingendosi forestiere, e de' forastieri con malizia ingegnosa imitando nel suo scritto gli errori, rimproverava[1009] che in Italia le critiche con tali villanie si facessero da parere “piú vituperato l'uomo che emendato lo errore„: e raro esempio di onestà letteraria dà il Valeriani quando, pentito d'avere in modo assai acre combattuto[1010] lo Champollion, pubblicamente disapprova[1011] il suo “tuono piccante, e qualunque frase disdicevole alla dignità delle lettere, e di quelli che le coltivano„.

Non mirando mai alle persone, né apertamente né con insinuazioni velate che feriscono a sangue, e tenendosi sempre non pure lontana dalle meschine consorterie letterarie, ma molto piú su; accoglieva l'Antologia il bello ed il buono da qualunque parte venissero, cosí riscotendo in Italia e fuori giusto e util credito di imparzialità. E che al bene soltanto mirasse, si ha una prova esemplare nel vedere le opinioni di alcuni scrittori dell'Antologia da altri scrittori suoi contradette. Di altre cose parlando, dissi[1012] a suo luogo le dispute tra il Ridolfi ed il Gazzeri; o quelle[1013] tra il Franceschini e il Leoni, a proposito del Rossini: ma altri esempi fornisce l'Antologia numerosi. Parlando del Fantoni, contradisse[1014] alle idee del Montani l'avvocato Giovanni Castinelli: contradisse[1015] Giuseppe Bianchetti al Giordani, che al perfetto scrittore d'Italia desiderava la nobiltà e la ricchezza. Rispondeva[1016] il Tommaséo a Carlo Botta, che gridava[1017] l'Italia morta, morta davvero: al Mazzini, che sognava una letteratura europea, contradisse[1018] il Forti, e piú tardi[1019] Opprandino Arrivabene, al quale l'idea di una letteratura cosmopolita pareva “uno spregevole aborto di tutte le letterature„: e all'Arrivabene, con temperanza pacata, nel numero istesso il Tommaséo contradisse.[1020]

Certo all'Antologia non mancano errori[1021], fra tanti giudizi su cose e persone: ma in essa non si rincontra un biasimo solo che dall'urbanità non sia temperato, e dalla benevolenza addolcito; non una lode adulatoria vilmente, di quelle che irritano le anime oneste piú del biasimo istesso. A molti giornali potrebbe l'Antologia fornire esempi preclari di costante imparzialità: quello, tra gli altri non pochi, che mai i suoi cooperatori non osarono offrire a sé stessi e agli amici proprî devotissime libazioni di lode. Scrupolo questo oggi smesso, pur troppo, da molti. Della traduzione di Dante (per ricordare anche qui qualche esempio), fatta dal re di Sassonia, giudicò[1022] Tommaso Tonelli con inusitata franchezza: allo Stendhal, amico al Vieusseux che lo accolse tra gli ospiti illustri, non tacque l'Antologia tra le debite lodi osservazioni parecchie[1023]: e Gräberg di Hemso onestamente ammirava[1024] “la molta e rara dottrina„, e fino i modi “gentili e ornatissimi„ dell'Acerbi; delle ingiurie del quale, scagliate contro la sua patria che l'aveva ospitato, ben poteva con ragione dolersi. L'essere nato toscano non impediva al Benci rammemorare[1025] nel giornale fiorentino i pregi veri del Perticari: né l'essere a capo di giornale fiorentino impediva al Vieusseux parlare con lode[1026] della Biblioteca di Milano. E splendida prova di onestà letteraria dava il Montani quando, per certi riguardi di amicizia, indeciso nel giudicare severamente la traduzione francese d'opera italiana famosa, scriveva[1027]: “la verità vada innanzi a tutto„. Le quali parole ben potrebbe l'Antologia tuttaquanta prendere per proprio vessillo, senza vanto immodesto.

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A dimostrare viepiú lo spirito nazionale del giornal fiorentino, e insieme l'onestà sua e del suo direttore, giova qui rammentare non già gli illustri meritamente in esso lodati, ma quanti ingegni d'ogni parte d'Italia, giovani ancora o maturi, ha messo in mostra, e quanti si sono in esso non senza loro e comune utilità esercitati. Affermava[1028] l'Antologia, che “il negare la debita lode ai primi sforzi di un ingegno nascente.... è un delitto„: ed essa prima rese onore[1029] a Girolamo Poggi, con varî scritti reputati[1030] “stupendi„; essa giudicò[1031] il Benedetti “giovine di non volgar fama ed ingegno„, incitando i parenti a pubblicarne le opere. Annunciava[1032] con lode gli studî su cose egizie di Ippolito Rosellini, e lo chiamava[1033] “giovine di belle speranze„: di soli 22 anni scrisse nell'Antologia Vincenzo Salvagnoli: di ventiquattro Angelo Brofferio era salutato[1034] giovine che dava a sperar bene di sé, avendo lode pe' versi: e lode pe' versi ebbe[1035] Cesare Betteloni. Arrise l'Antologia alle prime fatiche di Giuseppa Guacci, appena ventenne, dicendo[1036] che dava di sé “liete speranze„; arrise[1037] a quelle di Luigi Carrer, al quale desiderava “quella popolarità, ch'egli è degno d'ambire„. Giovine di ventiquattro anni il Guerrazzi era annunciato[1038] all'Italia da un giovine di ventisei, che ne faceva conoscere il “forte ingegno„, per quella Battaglia di Benevento, squillo annunciatore di altre e non lontane battaglie. E Cesare Cantù[1039] per una novella e per la Storia di Como, e l'Alberi[1040] pe 'l Commentario delle guerre di Eugenio di Savoia, scrittori entrambi di appena vent'anni, ebbero dall'Antologia consolate le prime loro fatiche. In essa invece già innanzi negli anni si annunciarono scrittori il Lambruschini e il Colletta; ed ebbe da essa le prime lodi[1041] Cesare Balbo. Può il giornale fiorentino vantarsi d'avere indovinato l'ingegno di Silvestro Centofanti, accogliendo suoi scritti, e scrivendo[1042] di lui, che “moltissimo noi dobbiamo aspettare da questo giovine ingegno„: ed è tutto merito del Vieusseux l'avere giudicato[1043] il Mazzini “giovine di singolare ingegno„; e l'avere accolto il primo scritto[1044] di Giuseppe Montanelli, e il primo di Carlo Cattaneo.[1045] Né oggi per certo si trova chi l'ingegno de' giovani con tanta disinteressata giustizia promuova e indovini; chi ne educhi le speranze: per questa ragione, tra l'altre, che il Vieusseux lasciò di essere mercante nel farsi editore, e i piú al dí d'oggi nel farsi editori diventano mercanti.

Ma né a' giornali presenti per certo né a' lor direttori serbano i giovani, né i già provetti, altrettanta gratitudine in cuore, quanta ne meritarono l'Antologia ed il Vieusseux. “Quantunque io non possa molto lodarmi della fortuna — scriveva[1046] nel '35 il Mamiani al Vieusseux — pure dirò ch'ella mi è stata favorevole sopramodo quel giorno che mi fece regalo della vostra amicizia. In nove anni ch'essa dura, io non saprei numerare quanto frutto di bene io ne abbia ricevuto; m'è dolce pensare a questo, e non mi pesa avere con voi un infinito obligo di gratitudine: solo mi pesa e affligge il non aver mai potuto mostrarvi segno della mia riconoscenza....„. Con gratitudine vera il Mayer rammentava[1047] come a lui giovinetto amorevolmente il Vieusseux aprisse le pagine dell'Antologia: godeva[1048] il Tommaséo nel confessarsi debitore al Vieusseux del suo venire in Firenze; godeva[1049] di avere, scrivendo nell'Antologia, educato sé stesso, e giudicando gli altri, appreso a “metter giudizio„. E il Mannu, sinceramente afflitto per la soppressione, “io in particolare — scriveva[1050] al Vieusseux — deggio sentire che questa perdita è la perdita di una mia benefattrice, dappoiché l'Antologia ha, infino da' miei primi passi nella carriera delle lettere, confortato il mio buon volere, e contribuito grandemente a che il mio nome non fosse ignoto in Italia„. Ma la cosa piú commovente, giurerei la piú cara al Vieusseux, doveva essere il ripensare, ne' pochi istanti di riposo che a lui concedeva il lavoro, il ripensare queste parole[1051] della madre del Forti: “Je sens avec une juste reconnaissance que c'est à l'Antologie et à vos réunions que François a dû le developpement de ses talens: et mon plaisir séroit de le déclarer publiquement....„.

Cosí l'Antologia, senza amore meschino di parte, accoglieva tutte le voci della nazione: i provetti vi mostravano lo splendore della gloria loro, i piú giovani vi cimentavano le loro forze. E ognuno apprendeva dagli altri qualche cosa, qualche cosa agli altri insegnava; e tutti venivansi mutuamente educando.

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Come altrove ho notato[1052], di cose politiche l'Antologia non trattò ne' primi suoi anni: non per difficoltà di convenientemente trattarne, ma per accorta prudenza. Né certo il suo direttore interdiva a sé stesso percorrere, quanto gli consentivano i tempi, liberamente quel campo: che, fin da' primi numeri del giornale, dopo avere affermato[1053] “a noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta„; subito aggiungeva: “ma se certi grandi avvenimenti.... possono direttamente influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull'agricoltura, sulle scienze,... allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza„. Qualche accenno via via anche in principio s'incontra: e il Niccolini infatti trovava modo, difendendo una sua traduzione, di fieramente assalire gli scrittori della Biblioteca italiana, in una nota[1054] non letteraria davvero. Ma letteraria in tutto e scientifica fu nelle sue origini l'Antologia, la quale, procedendo per gradi, si venne però co 'l tempo tanto discostando da quelle, che negli ultimi anni la letteratura e la scienza non furono se non un pretesto per trattare di cose politiche; un velo, talvolta tenuissimo, con cui si adombravano questioni di tutt'altra natura. Della qual cosa ben si mostrava avvertito il non pedante Censore: e quando infatti il Vieusseux nella prefazione all'annata del 1829 scrisse[1055], che l'Antologia era “particolarmente consacrata agli studî severi che si legano piú da vicino alla scienza dell'uomo e della società„; il Bernardini non ristette dal commentare[1056]: “Da questo tratto si rileva l'oggetto vero dell'Antologia. È scientifica quando non può essere politica; cessa subito di essere politica, quando ha mancanza di materia che tratti dell'uomo e della società, cioè dei governi concepiti a modo de' recenti pensatori„.

Non con intenti letterarî per certo l'Antologia pubblicava[1057] come “primizie di nuovi canti nazionali„ pe 'l fatto d'armi nella spedizione di Tripoli, i sonetti del Bertolotti e del marchese di Negro (per altra cosa che per i versi meritamente famoso), e l'ode del Borghi, il quale cantava:

Oh alfin la gloria nostra torni a brillar qual era, e i tiranni vedran l'ultima sera.

Né con intenti letterarî soltanto, al Guizot il quale scriveva essere stata la Francia il centro e il fomite dell'europea civiltà, il Forti rispondeva[1058] ricordando quanto alle altre nazioni, e all'Italia in particolare, debba la Francia; come, tra l'altre cose, nel diritto pubblico, e nel civile romano, e nel canonico per gran parte. Delle quali rivendicazioni, in tempi in cui opprimere in ogni modo l'Italia sembrava gloria a non pochi, potrei rammentarne piú d'una: né certo al lettore saranno fuggite di mente le fiere parole intorno a questo argomento proferite[1059] dal Libri. E mentre per un lato l'Antologia intendeva cosí dimostrare come l'Italia in sé possedesse gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria, coglieva dall'altro ogni occasione per difenderla dalle accuse ingiustamente lanciatele da certi stranieri: e senza adulare né in un modo né nell'altro la patria, esercitava sempre una missione italianamente civile.

Onorata difesa dell'Italia faceva,[1060] tra gli altri, Tommaso Tonelli: e il Capponi augura[1061] che sia meno esposta “alle false rappresentazioni di viaggiatori stranieri„, desiderando che gl'Italiani siano “gelosi nel rivendicar dalle ingiustizie degli stranieri que' fatti che importano alla gloria nazionale„: e altrove l'Antologia con isdegno pacato rammenta[1062] le ingiurie di un viaggiatore, il quale asseriva essere necessario portare seco anche il pane a chi volesse viaggiando l'Italia non morire per fame.

Opera parimenti civile compieva l'Antologia nel rammentare sollecita e con rara costanza le cose onorevoli nelle varie parti d'Italia o fuori d'Italia da Italiani compiute, additandole come esempi imitabili. Al quale proposito, il Niccolini dà lode[1063] ad Angelo D'Elci, che alla sua città donava la preziosa collezione de' suoi libri con tanto dispendio per tutta Europa cercati: e il Montani dà lode[1064] a Lorenzo Da Ponte, che chiama “promulgatore della gloria italiana in America„: e non senza vivo compiacimento piú volte nell'Antologia si ragiona[1065] della spedizione scientifica toscana in Egitto. Ma al bene d'Italia piú efficacemente il Vieusseux provvedeva con l'ampia trattazione di ogni argomento morale ed economico, con le proposte di necessarie riforme, co 'l desiderio continuo della libertà, guarantigia di beni durevoli, e con l'ispirare l'amore fraterno di tutti quelli che, nati in Italia, avevano comuni bisogni e desiderî e onte e glorie comuni.

Già dissi a suo luogo le varie proposte di riforme di leggi; dissi come e quanto l'Antologia s'adoprasse in vantaggio dell'istruzione e dell'educazione del popolo: ma ogni altra cosa, che in qualche modo giovasse alla patria, sollecita proponeva o lodava. Non a caso ammoniva[1066] che “un governo che voglia conservare potenza e vita, deve di necessità spingersi nella via dell'innovazione, del progresso; e per non lasciarsi mai menare non si lasciar precedere, mai„: ma di questa sentenza, troppo in ritardo, per nostra fortuna, i principi d'allora si mostraron convinti. Saggiamente del pari, il Vieusseux d'altra parte avvertiva[1067], che “l'amministrazione pubblica può far molto... ma è pur d'uopo che sia intesa e secondata dagli amministrati„, ai quali è lecito attendere “purché sappiano desiderare e operare„. Al quale proposito il Mayer lodava[1068] l'Inghilterra, dove il governo e i privati cooperano al pubblico bene, senza gelosie da una parte, e senza timori dall'altra. Piú volte discorre l'Antologia delle bonifiche nel territorio grossetano intraprese per motuproprio del granduca, al quale il Vieusseux assicura[1069] “l'applauso d'Europa„: e il medico militare Giovan Battista Thaon, di quasi trent'anni precorrendo l'opera del barone Ricasoli, discorre[1070] delle industrie nuove di oliveti, di vigne e di alveari, da incoraggiarsi in Maremma. Dà notizia[1071] l'Antologia del progetto di unire Ferrara all'Adriatico con un canale: a lungo ragiona[1072] degli studî di Pietro Ferrari su la costruzione di un canale navigabile che l'Adriatico unisse al Mediterraneo: e il Capponi discute[1073] della proposta di un signor Casarini, di unire Venezia alla terra ferma con una via ombreggiata da alberi.

Le quali proposte non erano senza grande significato, come bene dimostrano queste parole[1074]: “Per affratellarsi conviene conoscersi: e... l'Italia mal conosce sé stessa;... mezzo potentissimo dunque della concordia italiana... sono i viaggi; elemento essenziale della italiana... unità sono i canali e le strade„. Fraternamente l'Antologia commiserava[1075] le triste condizioni economiche della Sicilia; fraternamente affermava che gli sforzi di quegl'isolani tornano in comun lode del nome italiano. E non senza ragione politica, con principî opposti a quelli dell'avvocato Aldobrando Paolini, il quale voleva[1076] limitata da imposizioni e da tasse l'entrata in Toscana de' prodotti non toscani, sosteneva[1077] il Capponi la libertà di commercio: e alle sue idee pienamente assentiva[1078] il Ridolfi con nuovi argomenti convalidandole. E della libera concorrenza trattava[1079] anche Ferdinando Tartini Salvatici, che la poneva fondamento della pubblica economia: tutti e tre però ben lontani dall'andare tant'oltre quanto il commendatore Lapo de' Ricci, il quale sperava[1080] non lontano un libero commercio coi cosacchi del Don, con gli Arabi dell'Egitto e co' selvaggi del Canadà.

In somma, il Vieusseux voleva[1081] che il suo giornale potesse dagli stranieri considerarsi come “la vera espressione della società italiana e de' bisogni morali e letterarii di essa nel secolo XIX„: e bene lo strumento rispondeva al sonatore, il sonatore allo strumento. Cosí che il Capponi ebbe a chiamarlo[1082] “giornale inteso a raccogliere ogni bell'esempio per l'Italia e ogni buono insegnamento„. L'Antologia rappresentava non solo la vita letteraria e scientifica, ma le tendenze generali, le aspirazioni, i bisogni della nazione: e ben poté Niccolò Tommaséo, parlando dell'Antologia, riandare per intero la civiltà italiana in un quarto di secolo, perché essa fu come uno specchio che da ogni parte ne accoglieva i raggi, e tutto intorno e lontano piú potente ne rifletteva la luce.

Mirabile è la costanza con che, piú o meno palesemente, difese la libertà della patria; non meno mirabile il modo, anzi l'arte, con che in ogni argomento trovò occasione per diffondere aspirazioni e sentimenti tutti italiani. Annunciava[1083], ad esempio, il Tommaséo la Novissima guida dei viaggiatori in Italia: ma nell'investigare la varietà e le vicende de' popoli primi, il suo discorso ritorna sempre al presente, nel quale i suoi pensieri sempre ricadono, quasi a centro; cosí che la storia de' popoli antichi è commento alle cose presenti. Parla di certe provincie, che discorrono dell'Italia come di paese diverso dal proprio, e soggiunge: “non par egli d'essere ancora a' tempi anteriori alla dominazione di Roma, quando cotesto titolo spettava in proprio alle meridionali provincie?„. Parla della ruina di Babilonia e di Roma, e ne deduce l'aforisma: “quando un sovrano è ridotto a mantenere le sue possessioni lontane con la violenza delle armi, con quant'ha di piú basso la politica del sospetto, allora si può ben dire che il suo regno è finito„. Parla de' tanti invasori venuti in Italia da tante regioni diverse, e rammenta “quegli Inglesi che accorrono a proteggere l'Italia,... quegli Austriaci alle cui grida risponde l'eco... di Milano e di Napoli„. E si poteva, nel rammentare le antiche vicende, parlar piú chiaro e piú ardito de' tempi presenti? “Sui campi d'Italia — egli dice — fu piú volte disputato dei destini del mondo: Canne lo dica e Marengo. Ma l'Italia il piú delle volte fu posta quasi prezzo del vincitore; come la favola dice di Deianira. I suoi cambiamenti non furono che novità di dolori: e il dolore piú pungente fu sempre per lei la vergogna d'una speranza delusa. Ma ad ogni modo, non è egli questo singolare destino che fece di lei quasi il nodo delle grandi questioni politiche, definite finora con le catene, col laccio, col ferro? E da un terreno consacrato con tanto sangue non escirà alcuna voce di rimprovero o di consiglio agli oppressori avvenire? Oh se da queste zolle feconde alzassero il capo que' milioni d'infelici che per l'Italia morirono, questo esercito di spettri troverebbe contro gli spietati invasori un grido terribile come il rimorso, se il rimorso fosse terribile ad altri che al malvagio infelice....„: ma “l'Italia troverà ben miglior modo di vincere i violenti che quello di soffrirne gli assalti e d'ingoiarne i cadaveri: allora potrà con altra voce che con quella delle proprie sventure ammaestrare le genti„.

Se non che, alla parola franca e spirante civile ardimento, anche nella mite Toscana difficili mostravansi i tempi non raramente. Come a un cavallo bizzarro, il quale si suole richiamare al dovere con una buona tirata di morso, di tanto in tanto il Corsini pregava[1084] al censore di “far sentire„ al Vieusseux, che era necessario “ricondurre al primitivo scopo il giornale, che deve trattare soltanto di scienze, lettere ed arti, e non già di materie politiche„. E il Vieusseux, a tu per tu co 'l censore, discuteva, spiegava, rischiarava; e serbando a migliore occasione gli scritti piú vivi, cantava per un istante la nanna al dispotismo perché tornasse a dormire. E non potendosi intanto dare a tutti i pensieri la via, si andava innanzi con frasi velate, mezzo nascoste tra le parentisi e le citazioni erudite; con allusioni, come per cenni. Parlando, ad esempio, dell'Alfieri, l'avvocato Aldobrando Paolini dopo aver detto ch'egli “vivificò certe passioni che si volevano morte„, e queste risvegliò in un tempo in cui il loro sonno era “blandito da tutti coloro che ne temevano il risvegliamento„; “parlo ad uomini — soggiungeva[1085] — per i quali basta il segnale delle idee„. Né a poche cose alludeva il breve commento[1086] del Forti nel dare notizia del ritorno in Parma di Giacomo Tommasini: che cioè la civiltà moderna fa sí che gli uomini grandi, “molestati in un paese, possan subito trovare in un altro maggiori agi e tranquillità. Il che deve esser freno alle soverchierie de' potenti„. Una volta, nelle notizie epilogate, brevemente parlando dell'istruzione nella Lombardia, comparve questo periodo[1087]: “Quello che parrà molto piú singolare, e che è verissimo, si è che l'istruzione popolare negli Stati Austriaci è piú diffusa che in tutti quasi gli Stati d'Europa. Il rapporto tra gli alunni e gli abitanti nell'Austria superiore è di 1 a 20, nell'inferiore di 1 a 16, nella Moravia e nella Slesia e nella Lombardia (vedete ravvicinamento singolare), di 1 a 13„. Nel quale periodo innocentissimo, quella parentisi mezzo nascosta significava certo non poco. Altrove, nel parlare di certo Azzaloni condannato ad avere il coperchio della sua arca convertito in abbeveratoio di pecore e d'asini, commentava[1088]: “tanto è vero che chi vuol soprastare, rimane al di sotto, e a Modena e in tutte le parti del mondo„. E poche pagine dopo, discorrendo di un metodo nuovo per insegnare a' fanciulli, “questo — diceva[1089] lo scrittore — richiederebbe una rivoluzione nell'arte dell'educare, lo so: ma son tante le rivoluzioni inevitabili ormai!„.

Notes in this chapter

Note 1 · Vedi la lettera al Leopardi del 4 marzo 1824; Epistolario cit., vol. III, pag. 235.Note 2 · 1823, tomo IX, n. 27, marzo pag. 126.Note 3 · Lettera cit. al Leopardi, del 4 marzo 1824, pag. cit.Note 4 · 1828, tomo XXX, n. 83, aprile, pag. 164.Note 5 · 1822, tomo VIII, n. 24, dicembre, pag. 533.Note 6 · 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 62.Note 7 · 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 17.Note 8 · 1823, tomo XII, n 35, novembre, pag. 35.Note 9 · 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 197, e altrove.Note 10 · 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 57, e altrove.Note 11 · 1821, tomo IV, n. 12, dicembre, pag. 438, e altrove.Note 12 · 1825, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 44.Note 13 · 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 153.Note 14 · 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 43 e numeri seguenti.Note 15 · 1827, tomo XXVI, n. 76, aprile, pag. 106.Note 16 · 1827, tomo XXV, n. 74, febbraio, pag. 118.Note 17 · 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 92.Note 18 · 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 23; e altrove.Note 19 · Sue sono, benché non firmate, le Lettere di un socio dell'Accademia archeologica di Roma (non ricordate nell'Indice), 1825, tomo XVII, n. 50Note 20 · 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 39; e altrove.Note 21 · 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 113.Note 22 · 1827, tomo XXVII, n. 81, settembre, pag. 42; e altrove.Note 23 · 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 83; e 1829 tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 135; e altrove.Note 24 · 1826, tomo XXI, n. 61, gennaio, pag. 17.Note 25 · 1824, tomo XIV, n. 42, giugno, pag. 129.Note 26 · 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 3; e numeri seguenti.Note 27 · N. Tommaséo, Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 40.Note 28 · 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 403.Note 29 · 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 74.Note 30 · Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca. — Milano, 1817, vol. I, pag. XXII.Note 31 · 1821, tomo II, n. 6, giugno, pag. 416.Note 32 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 84.Note 33 · 1826, marzo, tomo XLI, pag. 306.Note 34 · 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 85.Note 35 · Lettera inedita al Vieusseux, Torino, 7 luglio 1828. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 36 · 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 160.Note 37 · 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre, pag. 177.Note 38 · 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, pag. 16.Note 39 · 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 49.Note 40 · 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 39.Note 41 · 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 140.Note 42 · Il Poggi si segnava P. F. (vedi la lettera del Vieusseux al Leopardi, del 6 marzo 1829; Epistolario cit., vol. III, pag. 257): ma diede, ne'Note 43 · 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 130.Note 44 · 1829, tomo XXXVI, n. 107-108, novembre-dicembre, pag. 188.Note 45 · 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 148.Note 46 · 1822, tomo V, n. 13, Ai lettori l'editore, pag. VII-VIII.Note 47 · 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 414.Note 48 · 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 38.Note 49 · 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 337-338.Note 50 · 1821, tomo III, n. 8, agosto, pag. 284.Note 51 · 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 131.Note 52 · 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, pag. 13.Note 53 · 1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 2.Note 54 · 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, pag. 103.Note 55 · 1830, tomo XXXVII, n. 110, febbraio, pag. 127.Note 56 · 1826, tomo XXIV, n. 71-72, novembre-dicembre, pag. 177.Note 57 · 1826, tomo XXIV, n. 70, ottobre, pag. 126. Altrove, nel parlare della prefazione all'Orazio volgarizzato dal marchese Gargallo, diceva: “essNote 58 · 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 104.Note 59 · Vedi ciò che, tra gli altri, ne dice il Lambruschini; 1826, tomo XXIII, n. 69, settembre, pag. 100.Note 60 · 1827, tomo XXVIII, n. 83, novembre, pag. 106.Note 61 · 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 162.Note 62 · 1832, tomo XLVII, n. 139, luglio, pag. 6.Note 63 · 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 59.Note 64 · 1830, tomo XXXVII, n. 111, marzo, pag. 125.Note 65 · 1831, tomo XLI, n. 121, gennaio, pag. 19.Note 66 · 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 72.Note 67 · 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 15.Note 68 · 1829, tomo XXXV, n. 103, luglio, pag. 129-130.Note 69 · 1830, tomo XXXVII, n. 111, marzo, pag. 125, e in molti altri luoghi.Note 70 · 1831, tomo XLIV, n. 130, ottobre, pag. 34.Note 71 · 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 46.Note 72 · 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 90.Note 73 · 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 122.Note 74 · 1830, tomo XXXVII, n. 110, febbraio, pag. 125.Note 75 · 1825, tomo XIX, n. 56, agosto, pag. 61 e numeri seg.Note 76 · 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 77 e numeri seg.Note 77 · 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 44.Note 78 · Journal des savants, 1826, octobre, pag. 637.Note 79 · 1825, tomo XIX, n. 56, agosto, pag. 88.Note 80 · 1826, tomo XXII, n. 66, giugno, pag. 64. Articolo del Benci.Note 81 · 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 102.Note 82 · 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 100. Al Mangiagalli e a C. Tedaldi Fores.Note 83 · Biblioteca italiana, 1825, tomo IV, ottobre, pag. 17.Note 84 · 1826, tomo XXIII, n. 67, luglio, pag. 3.Note 85 · Lettera citata dal prof. G. Mazzoni, L'ottocento, Milano, Vallardi, pag. 369.Note 86 · Disse il Leopardi al Ranieri, che il vecchio e infermo poeta “usava esclamare, in un significato singolarissimo: mi dolgono i tommasei„. A. Note 87 · 1826, tomo XXIII, n. 67, luglio, pag. 21-22.Note 88 · 1823, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 120.Note 89 · Tomo cit., pag. cit.Note 90 · 1831, tomo XLI, n. 121, gennaio, pag. 8-9-10.Note 91 · 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 53.Note 92 · 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 326.Note 93 · 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 53.Note 94 · 1825, tomo XIX, n. 56, agosto, pag. 1.Note 95 · 1829, tomo XXXVI, n. 107-108, novembre-dicembre, pag. 91.Note 96 · 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio. Ai cooperatori e corrispondenti, pag. II.Note 97 · 1826, tomo XXII, n. 66, giugno, pag. 65, e altrove.Note 98 · 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 248.Note 99 · 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 140.Note 100 · 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 118.Note 101 · 1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 38.Note 102 · 1822, tomo VIII, n. 24, dicembre, pag. 469.Note 103 · 1823, tomo XI, n. 31, luglio, pag. 1. Gli articoli suoi, non molti di numero, firmava φιλαλήθης.Note 104 · 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 101, e numeri seg.Note 105 · 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 108.Note 106 · 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 143, e 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 140.Note 107 · Marzo 1823, pag. 185; annunciando l'opera Racine et Shakespeare.Note 108 · 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 153.Note 109 · 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 100.Note 110 · 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 115.Note 111 · 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 3.Note 112 · 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 162.Note 113 · 1830, tomo XXXVIII, n. 113, maggio, pag. 22 e seg.Note 114 · 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 53.Note 115 · 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, Manifesto del direttore dell'Antologia, pag. III. — Avverto il lettore, una volta per sempre, che in quattroNote 116 · 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 331. Quest'articolo, segnato R. Z., è del Petrini, come afferma il Montani, 1827, tomo XXVI, n. 77, maggiNote 117 · 1825, tomo XX, n. 59, novembre, pag. 56.Note 118 · 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 138.Note 119 · 1826, tomo XXIII, n. 69, settembre, pag. 41.Note 120 · 1826, tomo XXIII, n. 68, agosto, pag. 62, e numeri seg. Queste riviste sono segnate Γ. Π. Come per le altre, non darei qui ragione del modo Note 121 · 1831, tomo XLIII, n. 129, settembre, pag. 95. La frase cit. è a pag. 102.Note 122 · 1830, tomo XL, dicembre, n. 120, pag. 5.Note 123 · 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 33.Note 124 · 1831, tomo XLIII, n. 129, settembre, pag. 126.Note 125 · 1822, n. 3, pag. 153.Note 126 · Lettera del 22 maggio 1822. Epistolario cit., vol. I, pag. 143. A questa lettera rispose poi il Nistri (Pisa, 3 giugno 1822. Epistolario citNote 127 · 1822, tomo VII, n. 21, settembre, pag. 433.Note 128 · Era questo il pensiero del Vieusseux. Vedi la lettera al Leopardi, del 4 marzo 1824. Epistolario cit. del Leopardi, vol. III, pag. 235.Note 129 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio. Lettera proemiale pag. XI, e 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, Manifesto del Direttore, pag. II.Note 130 · N. 50, pag. 195, 196.Note 131 · 1823, tomo XII, n. 36, dicembre, pag. 1.Note 132 · 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 66, e n. 11, novembre, pag. 201.Note 133 · 1829, tomo XXXIII, n. 98, febbraio, pag. 30.Note 134 · 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 96, e 1832, tomo XLVIII, n. 142, ottobre, pag. 12.Note 135 · 1821, tomo II, n. 5, maggio, pag. 308.Note 136 · 1823, tomo IX, n. 27, marzo, pag. 31.Note 137 · 1821, tomo II, n. 4, aprile, pag. 120.Note 138 · 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 240, e 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 140.Note 139 · 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 312.Note 140 · 1823, tomo IX, n. 26, febbraio, pag. 111.Note 141 · 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 67 e numeri seg.Note 142 · 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 122.Note 143 · 1822, tomo VIII, n. 24, dicembre, pag. 551.Note 144 · 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 75.Note 145 · 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 101.Note 146 · Lettera inedita, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„ Firenze. Non sarà discaro al lettore conoscerla: “Je suis bien loin, Monsieur, de me plainNote 147 · 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 33.Note 148 · 1831, tomo XLIV, n. 131, novembre, pag. 78.Note 149 · 1821, tomo IV, n. 10, ottobre, pag. 40.Note 150 · 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 128.Note 151 · 1824, tomo XV, n. 43, luglio, pag. 110.Note 152 · 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 27.Note 153 · 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 1.Note 154 · 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 3 e numeri seg.Note 155 · Lettera inedita, Venezia, 31 gennaio 1824. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„ di Firenze.Note 156 · 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 124. E il Cicognara gli risponde: 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 62.Note 157 · 1825, tomo XXXVII, febbraio, pag. 273.Note 158 · 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 298.Note 159 · 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 1.Note 160 · 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 167.Note 161 · 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 54. Articolo di C. Pucci.Note 162 · 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 101.Note 163 · 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, pag. 4.Note 164 · 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 54.Note 165 · 1829, tomo XXXV, n. 105, settembre, pag. 172.Note 166 · 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 80. Su questo articolo è da ricordare il giudizio del Tommaséo, ch'io ho riportato alla pag. 71.Note 167 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagine 200.Note 168 · 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 90.Note 169 · 1830, tomo XXXVII, n. 114, giugno, pag. 1.Note 170 · 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 126. Quest'articolo, del quale il Tommaséo non conosce (Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 79) l'autorNote 171 · 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 140. L'articolo è firmato X.; né mi è riuscito scoprirne l'autore. Forse è del Cicognara, ma non possNote 172 · Con due avvisi, in data del 4 marzo 1820, compilati dal Cioni. Sono uniti al primo volume nell'esemplare del Vieusseux, che conservasi nellaNote 173 · 1822, tomo VIII, n. 23, novembre, pag. 376 e numeri seg.Note 174 · 1826, tomo XXI, n. 61 gennaio, pag. 92 e seg. Nell'edizione del '63 il Tommaséo dice (pag. 73), che non conosce l'autore di quell'articolo, Note 175 · 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 166.Note 176 · 1829, tomo XXXV, n. 105, settembre, pag. 129.Note 177 · 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 90.Note 178 · 1823, tomo IX, n. 25, gennaio, pag. 119.Note 179 · 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 62, e 1831, tomo XLIV, n. 132, dicembre, pag. 74.Note 180 · Rispettivamente: 1826, tomo XXII, n. 66, giugno, pag. 1 e numeri seg.; e 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 1.Note 181 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagine 216.Note 182 · Su' sordomuti: tomo V, pag. 397, e tomo VIII, pag. 252.Note 183 · 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 3.Note 184 · 1824, tomo XIII, n. 39, marzo, pag. 146.Note 185 · 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 134.Note 186 · Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 55.Note 187 · Observations on Italy. — London, 1825, pag. 88.Note 188 · 1832, tomo XLVI, n. 138, giugno, pag. 203.Note 189 · 1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag. 132.Note 190 · 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 92.Note 191 · 1823, tomo IX, n. 25, gennaio. Ai collaboratori, corrispondenti e associati. pag. III.Note 192 · Pag. 167.Note 193 · 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 164.Note 194 · 1822, tomo V, n. 14, febbraio, pag. 359.Note 195 · 1825, tomo XIX, n. 55, luglio, pag. 148.Note 196 · 1822, tomo V, n. 15, marzo, pag. 452.Note 197 · 1823, tomo XI, n. 32, agosto, pag. 194.Note 198 · 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 58.Note 199 · 1832, tomo XLVII, n. 139, luglio, pag. 177.Note 200 · 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 137.Note 201 · 1831, tomo XLIV, n. 131, novembre, pag. 149.Note 202 · 1832, tomo XLV, n. 145, marzo, pag. 173.Note 203 · 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 178 e tomo XXXI, n. 93, settembre, pag. 193. Sono firmate con le iniziali N. L. B., né l'Indice le ricorNote 204 · 1831, tomo XLIV, n. 130, ottobre, pag. 164.Note 205 · 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 157.Note 206 · 1823, tomo XII, n. 39, dicembre, pag. 171.Note 207 · 1823, tomo X, n. 29, maggio, pag. 191.Note 208 · 1830, tomo XXXIX, n. 115, luglio, pag. 53.Note 209 · 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. IV e seg.Note 210 · 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. Agli associati e collaboratori, pag. IV, e seg.Note 211 · 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 164.Note 212 · 1823, tomo IX, n. 25, gennaio. Lettera ai collaboratori ecc. pag. III.Note 213 · 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 284.Note 214 · 1823, tomo X, n. 29, maggio, pag. 170.Note 215 · 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 288.Note 216 · 1823, tomo X, n. 30, giugno, pag. 72.Note 217 · 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 114.Note 218 · 1823, tomo XI, n. 32, agosto, pag. 117 e seg.Note 219 · 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio, pag. 15. E da quando il Colletta cosí diceva, quanto si è fatto? Cinquant'anni piú tardi il Carducci scriveNote 220 · 1829, tomo XXXV, n. 105, settembre, pag. 82.Note 221 · Lettera inedita del 25 dicembre 1825. Archivio del Buon Governo, 1826, filza 19ª, negozio 100.Note 222 · Lettera inedita del 26 dicembre 1825. Archivio del Buon Governo, 1826, filza 19ª, negozio 100.Note 223 · 1826, tomo XXII, n. 65, maggio, pag. 117.Note 224 · 1826, tomo XXIII, n. 69, settembre, pag. 94, e 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 119.Note 225 · 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 10-11.Note 226 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagina 185.Note 227 · 1823, tomo IX, n. 27, marzo, pag. 136.Note 228 · 1826, tomo XXI, n. 61, gennaio, pag. 158. Questa lettera fu comunicata dal Giordani, come egli stesso afferma, 1826, tomo XXI, n. 61, gennaiNote 229 · 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 67 e altrove.Note 230 · 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 172 e altrove.Note 231 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagina 133.Note 232 · 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 77.Note 233 · 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 194.Note 234 · 1827, tomo XXVI, n. 77, maggio, pag. 125.Note 235 · 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 91.Note 236 · Non pochi scritti egli diede, molti de' quali, segnati J. G. H., non sono ricordati nell'Indice.Note 237 · 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 91.Note 238 · 1830, tomo XXXVIII, n. 112, aprile, pag. 98.Note 239 · 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 163.Note 240 · 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 68.Note 241 · 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 135.Note 242 · 1825, tomo XX, n. 49, novembre, pag. 1, e 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 139.Note 243 · 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 52.Note 244 · 1827, tomo XXVI, n. 78, giugno, pag. 48.Note 245 · 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, pag. 151.Note 246 · 1827, tomo XXVII, n. 80, agosto, pag. 94-96.Note 247 · 1822, tomo VI, n. 18, giugno, pag. 436-438.Note 248 · Lettera inedita del 5 ottobre 1823. Archivio del Buon Governo, 1824, filza 4ª, negozio 66.Note 249 · Lettera inedita al Puccini, dell'11 novembre 1823. Archivio del Buon Governo, 1824, filza 4ª, negozio 66.Note 250 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pagina 184.Note 251 · 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 68.Note 252 · 1830, tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 122.Note 253 · 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 157.Note 254 · 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, Ai cooperatori e corrispondenti, pag. V.Note 255 · 1830, tomo XXXVIII, n. 112, aprile, pag. 19; e altrove.Note 256 · 1828, tomo XXXI, n. 92, luglio, pag. 3.Note 257 · 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 57.Note 258 · 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 118.Note 259 · 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 28. L'articolo è firmato Th, né so chi sia l'autore.Note 260 · Gli articoli suoi, il piú spesso su cose storiche, segnava con le iniziali L. C. L'Indice non li ricorda, né li ricorda lo Sclopis, che feceNote 261 · 1825, tomo XVIII, n. 54, giugno, pag. 95.Note 262 · 1828, tomo XXX, n. 89, maggio, pag. 136.Note 263 · 1829, tomo XXXV, n. 103, luglio, pag. 121.Note 264 · 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 77.Note 265 · 1830, tomo XXXIX, n. 117, settembre, pag. 142.Note 266 · 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 124.Note 267 · 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 135.Note 268 · 1830, tomo XXXVIII, n. 114, giugno, pag. 95.Note 269 · 1832, tomo XLVI, n. 138, giugno, pag. 40.Note 270 · 1831, tomo XLII, n. 126, giugno, pag. 26.Note 271 · 1830, tomo XL, n. 119, pag. 72.Note 272 · 1829, tomo XXXV, n. 103, luglio, pag. 116.Note 273 · 1825, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 105.Note 274 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 17 e n. 15, marzo, pag. 431.Note 275 · 1823, tomo X, n. 28, aprile, pag. 67.Note 276 · 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 1.Note 277 · 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 7.Note 278 · 1823, tomo X, n. 29, maggio, pag. 120.Note 279 · 1823, tomo IX, n. 25. Ai collaboratori, corrispondenti ed associati, pag. II.Note 280 · 1825, tomo XIX, n. 57, settembre, pag. 57.Note 281 · Lettera inedita del 1º dicembre 1866 al barone B. Ricasoli. Questa lettera, ch'io devo alla cortesia della baronessa Giuliana Ricasoli, trovNote 282 · Vedi l'annuncio in fine al tomo XIII, 1823.Note 283 · 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio. Ai cooperatori e corrispondenti, pag. V.Note 284 · 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 21; e n. 21, settembre, pag. 410.Note 285 · 1822, tomo VIII, n. 22, ottobre, pag. 144.Note 286 · 1825, tomo XX, n. 58, ottobre, pag. 15.Note 287 · 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 74.Note 288 · 1827, tomo XXV, n. 74, febbraio, pag. 100. Lo scritto è del Valeri, come è detto nell'articolo necrologico di lui (1827, tomo XXVIII, nn. 83Note 289 · 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 33.Note 290 · 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 173.Note 291 · 1829, tomo XXXIII, n. 97, gennaio, pag. 158.Note 292 · 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 67.Note 293 · 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 117.Note 294 · 1827, tomo XXVI, n. 76, aprile, pag. 33.Note 295 · 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 99.Note 296 · 1825, tomo XVIII, n. 52, aprile, pag. 12.Note 297 · 1830, tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 13.Note 298 · 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 80.Note 299 · 1827, tomo XXVIII, nn. 83-84, novembre-dicembre, pag. 235.Note 300 · 1830 tomo XXXVII, n. 109, gennaio, pag. 8.Note 301 · 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 62.Note 302 · 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 111. L'articolo è firmato: Il Cieco patrizio.Note 303 · 1827, tomo XXVIII, n. 83, novembre, pag. 79 e altrove.Note 304 · 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 1.Note 305 · 1830, tomo XXXVIII, n. 113, maggio, pag. 119.Note 306 · 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 3.Note 307 · 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 348.Note 308 · 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 61.Note 309 · 1831, tomo XLI, n. 122, febbraio, pag. 105.Note 310 · 1821, tomo III, n. 7, luglio, pag. 170.Note 311 · 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 122.Note 312 · 1826, tomo XXII, n. 65, maggio, pag. 38.Note 313 · 1815, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 128.Note 314 · 1827, tomo XXV, n. 73, gennaio, pag. 83, e numeri seg. Si sa che il Borelli pubblicò i suoi Principî della genealogia del pensiero con lo psNote 315 · 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 3.Note 316 · 1830, tomo XXXVIII, n. 112, aprile, pag. 19.Note 317 · Di G. P. Vieusseux, ediz. cit., pag. 56 e pag. 25.Note 318 · 1821, tomo IV, n. 12, dicembre pag. 393.Note 319 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 127.Note 320 · 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 48.Note 321 · 1822, tomo VI, n. 18, giugno, pag. 503.Note 322 · 1832, tomo XLVI n. 136, aprile, pag. 111.Note 323 · 1827, tomo XXVII, n. 79, luglio, pag. 5, e numeri seg. Gli articoli, che il Bianchetti diede all'Antologia, sono firmati Patrofilo. Di questNote 324 · Gli articoli suoi firmava **. 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 102; e 1831, tomo XLIV, n. 130, ottobre, pag. 87.Note 325 · 1824, tomo XVI, n. 47, novembre, pag. 137.Note 326 · Tra l'altre, nel 1827, tomo XXVIII, n. 82, ottobre, pag. 3. Articolo del Valeri.Note 327 · 1832, tomo XLV, n. 135, marzo, pag. 89.Note 328 · 1832, tomo XLVII, n. 139, luglio, pag. 84.Note 329 · 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 165.Note 330 · 1824, tomo XIII, n. 37, gennaio, pag. 40.Note 331 · 1821, tomo III, n. 9, settembre, pag. 402.Note 332 · 1824, tomo XIII, n. 38, febbraio, pag. 72.Note 333 · 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 136.Note 334 · 1825, tomo XVII, n. 51, marzo, pag. 41.Note 335 · 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 157.Note 336 · 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 139.Note 337 · 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 144.Note 338 · 1829, tomo XXXVI, n. 106, ottobre, pag. 163.Note 339 · 1828, tomo XXXII, n. 94, ottobre, pag. 149.Note 340 · 1830, tomo XXXVIII, n. 113, maggio, pag. 135.Note 341 · 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 97.Note 342 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio, pag. 14.Note 343 · 1822, tomo VI, n. 16, aprile, pag. 180.Note 344 · 1825, tomo XVIII, n. 53, maggio, pag. 171.Note 345 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pag. 184.Note 346 · 1830, tomo XXXVIII, n. 114, giugno, pag. 93-94; e 1830, tomo XXXIX, n. 116, agosto, pag. 103. E anni dopo scriveva: “Ecco le canzoni toscaneNote 347 · 1830, tomo XL, n. 119, novembre, pag. 184 e 188.Note 348 · 1831, tomo XLIII, n. 129, settembre, pag. 133.Note 349 · 1823, tomo IX, n. 27, marzo, pag. 137. Articolo del Montani.Note 350 · 1828, tomo XXIX, n. 86, febbraio, pag. 91.Note 351 · 1823, tomo X, n. 28, aprile, pag. 162-163. A proposito della Storia del Vacani edita dal Battelli.Note 352 · Lettera a Giacinto Marietti. Unita al tomo XLV dell'Antologia.Note 353 · Lettera ad A. Papadopoli. Firenze 4 luglio 1827, Epistolario cit., vol. VI, pag. 5.Note 354 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, pag. 184.Note 355 · Lettera al Giordani, 24 luglio 1823, Epistolario cit., vol. II, pag. 315, e Dialogo di Tristano e di un amico.Note 356 · Nell'Indicatore Livornese. Vedi Scritti editi e inediti. Milano, Daelli, vol. II, 1862, pag. 143.Note 357 · Lettera del 9 giugno 1832. F. Orlando, Carteggi inediti o rari. — Bocca, serie 1ª, III, pag. 143.Note 358 · 1824, tomo XIV, n. 41, maggio, pag. 106.Note 359 · 1824, tomo XV, n. 45, settembre, pag. 126.Note 360 · 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 63.Note 361 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, p. 194.Note 362 · 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile, Agli associati e cooperatori, pag. II.Note 363 · 1830, tomo XL, n. 118, ottobre, Manifesto del Direttore, pag. II e III.Note 364 · 1826, tomo XXIV, nn. 71-72, novembre-dicembre, p. 108.Note 365 · 1830, tomo XXXVII, n. 3, marzo, pag 109.Note 366 · 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 157.Note 367 · 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 156.Note 368 · 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 210.Note 369 · 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 142.Note 370 · 1832, tomo XLVI, n. 137, maggio, pag. 26.Note 371 · 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 147.Note 372 · 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 27.Note 373 · 1825, tomo XVII, n. 50, febbraio, pag. 68.Note 374 · 1832, tomo XLV, n. 135, marzo, pag. 170. Il reclamo è a pag. 168.Note 375 · 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 184-185.Note 376 · 1823, tomo XI, n. 33, settembre, pag. 1 e altrove.Note 377 · 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 90.Note 378 · Pag. 60.Note 379 · Pag. 119.Note 380 · 1825, tomo XVII, n. 49, gennaio, pag. 64. L'articolo del Montani è del 1824, tomo XV, n. 44, agosto, pag. 1.Note 381 · 1825, tomo XX, n, 58, pag. 3.Note 382 · 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 147.Note 383 · 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 73.Note 384 · 1832, tomo XLVI, n. 136, aprile, pag. 43, § XV.Note 385 · 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 57.Note 386 · Pag. 93 e seg.Note 387 · Vedi le note in fondo al volume.Note 388 · 1832, tomo XLVIII, n. 143, novembre, pag. 45.Note 389 · 1824, tomo XV, n. 43, luglio. Specialmente dalla pagina 120.Note 390 · 1832, tomo XLVII, n. 140, agosto, pag. 24.Note 391 · 1822, tomo VII, n. 19, luglio, pag. 130.Note 392 · 1823, tomo XII, n. 36, dicembre, pag. 207. Altrove (1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 67) il Montani chiama “stupendo„ un articolo dellaNote 393 · “Lettera al Longhena„ del 10 marzo 1825, pubblicata da A. De Gubernatis in Nuova Antologia, tomo XXII, 1 agosto 1880, pag. 434. L'articolo dNote 394 · 1827, tomo XXV, n. 75, marzo, pag. 119.Note 395 · 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 31, e altrove.Note 396 · Da Enrico Poggi, Memorie storiche del Governo della Toscana. — Pisa, Nistri, 1867, vol. 1, pag. 16.Note 397 · 1821, tomo III, settembre, pag. 530.Note 398 · 1823, tomo XI, n. 32, agosto, pag. 202.Note 399 · 1824, tomo XVI, n. 48, dicembre, pag. 44.Note 400 · 1826, tomo XXI, n. 63, marzo, pag. 115.Note 401 · 1832, tomo XLVIII, n. 144, dicembre, pag. 60.Note 402 · 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 17.Note 403 · 1831, tomo XLIII, n. 128, agosto, pag. 148.Note 404 · 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 73.Note 405 · 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 71, e 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 40.Note 406 · 1830, tomo XL, n. 118, settembre, pag. 111.Note 407 · 1829, tomo XXXIII, n. 99, marzo, pag. 143.Note 408 · 1829, tomo XXXV, n. 104, agosto, pag. 43.Note 409 · 1829, tomo XXXVI, nn. 107-108, novembre-dicembre, pag. 91.Note 410 · 1832, tomo XLV, n. 134, febbraio, pag. 140.Note 411 · 1822, tomo VII, n. 20, agosto, pag. 202. È su 'l Romagnosi, né si ritrova nell'opere di lui. Ha la sigla C. C. e il Vieusseux vi scrisse sotNote 412 · Parigi, 4 agosto 1835. Pubblicata in parte, e con piccole differenze, da A. Della Pergola in T. M. e le sue poesie. — Ancona, Morelli, 1899,Note 413 · A. Linaker, La vita e i tempi di E. M. — Firenze, Barbèra, 1898, vol. I, pag. 27.Note 414 · Di G. P. Vieusseux, ed. cit., pag. 112.Note 415 · Memorie poetiche e poesie. — Venezia, 1838, pag. 174.Note 416 · Lettera inedita, Torino, 22 aprile 1833, “Nazionale„ Firenze.Note 417 · Lettera inedita. Botteghino presso Pescia, 19 ottobre 1832, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 418 · Pag. 61.Note 419 · 1822, tomo V, n. 13, gennaio. Ai lettori l'editore, pag. XII.Note 420 · 1822, tomo VI, n. 17, maggio, pag. 318.Note 421 · 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. Agli associati e collaboratori, pag. IV.Note 422 · Lettere della Segreteria di Stato dal gennaio 1829 al dicembre 1881. Censura, n. interno 426, foglio IV.Note 423 · 1825, tomo XX, n. 59, novembre-dicembre, pag. 120.Note 424 · 1828, tomo XXXI, n. 92, agosto, pag. 71. Nella quale sentenza conveniva il Capponi, quando scriveva: “Il Guizot adula la Francia. Non è veroNote 425 · Vedi pag. 99.Note 426 · 1822, tomo VIII, n. 23, novembre, pag. 299.Note 427 · 1823, tomo IX, n. 25, gennaio, pag. 73.Note 428 · 1828, tomo XXIX, n. 87, marzo, pag. 25.Note 429 · 1828, tomo XXIX, n. 85, gennaio, pag. 92.Note 430 · 1828, tomo XXX, n. 88, aprile, pag. 78.Note 431 · 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 141 e altrove.Note 432 · 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 42.Note 433 · 1829, tomo XXXIV, n. 100, aprile. Agli associati e collaboratori, pag. VII.Note 434 · 1831, tomo XLI, n. 123, marzo, pag. 40.Note 435 · 1828, tomo XXXII, n. 96, dicembre, pag. 134.Note 436 · 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 99.Note 437 · 1829, tomo XXXVI, n. 108, dicembre, pag. 41.Note 438 · 1826, tomo XXII, n. 65, maggio, pag. 74.Note 439 · 1823, tomo XII, n. 35, novembre, pag. 121.Note 440 · 1832, tomo XLVII, n. 141, settembre, pag. 94.Note 441 · 1828, tomo XXXI, n. 91, luglio, pag. 73.Note 442 · 1827, tomo XXVII, n. 80, agosto, pag. 48.Note 443 · 1824, tomo XIV, n. 40, aprile, pag. 114.Note 444 · 1824, tomo XIV, n. 42, giugno, pag. 97.Note 445 · 1826, tomo XXI, n. 62, febbraio, pag. 99.Note 446 · 1824, tomo XVI, n. 46, ottobre, pag. 163.Note 447 · 1827, tomo XXV, n. 78, gennaio. Ai cooperatori e corrispondenti, pag. II.Note 448 · 1831, tomo XLII, n. 125, maggio, pag. 170.Note 449 · 1831, tomo XLII, n. 124, aprile, pag. 3 e seg.Note 450 · Lettera inedita del Corsini al Bernardini, 30 luglio 1831 in Lettere della Segreteria di Stato dal gennaio 1829 al dicembre 1831, Censura, nNote 451 · 1823, tomo XII, n. 34, ottobre, pag. 81.Note 452 · 1830, tomo XXXIX, n. 116, agosto, pag. 140.Note 453 · 1832, tomo XLV, n. 133, gennaio, pag. 139.Note 454 · 1832, tomo XLVIII, n. 142, ottobre, pag. 110.Note 455 · Pag. 113.
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