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L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Cap. V. La fine e la fortuna dell'Antologia (continued 2)

Reading edition

Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e il Giornale Agrario; aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano la Polizia attendesse[1300] il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gli atti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e il Vicario Regio scriveva[1301] sollecito, ch'egli, “conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto era dalla Polizia ritenuto[1302] sempre “assai pericoloso„; e si doleva l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte, non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303] gli scrivessero con l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini gli dicesse[1304] “Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che, nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe manifestazioni imprudenti.

Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto l'Antologia, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305] ancora “il grande pensiero della sua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli che sentiva[1306] pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio datogli dall'amico Sismondi. Meglio che fare il morto, andava ripensando come potesse ridare la vita alla sua Antologia, come novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo stesso coraggio di prima.

Soppressa l'Antologia, il suo primo pensiero — confessava[1307] anni dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse il cuore di sacrificare il suo gabinetto, ch'egli credeva[1309] “sempre utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310] far rinascere in Piemonte l'Antologia, e con articoli e con tutti i mezzi possibili, sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo, persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro Pomba, l'Antologia, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo, della stima universale„.

Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux — sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa l'Antologia, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un giornale letterario ora che mancava all'Italia l'Antologia; eppure ad onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi ho detto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa onorevole, ma che pure il nome di Antologia faceva troppa paura.

Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto, dell'Indicatore bibliografico italiano[1313]. “Impresa — diceva in esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto dell'Antologia, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314] al censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315] il Capponi, saputa questa notizia — allegri! Atene d'Italia! Ci rimane il Giornale di Pisa (dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.

Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux ridare in Milano la vita alla sua Antologia: e a ciò anche il Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in lode del Governo toscano. Certo[1317] però il Vieusseux, che co 'l titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto giornale quello di Fenice, co 'l motto significativo:

Cosí per li gran savi si confessa che la fenice muore e poi rinasce.

E si proponeva[1318] creare un giornale “come mai era stato fatto in Italia. Tutte persone conosciute, e lire 100 il foglio. Tutti gli articoli firmati. Ma sono sogni...„, conchiudeva poi come sfiduciato. Che importa però se questi erano sogni? Essi dimostrano bene come nel Vieusseux fosse il desiderio di non vivere inoperoso.

Ma i suoi dolori non dovevano ancora aver fine, ché altri ne sopraggiunsero nuovi e piú fieri a inacerbire i non pochi sofferti. Anche dopo soppressa l'Antologia, anche dopo dileguati i timori che potesse risorgere quell'“insidioso mortifero giornale„ (cosí lo chiamava[1319] il bali Sanminiatelli), non ristette la colonia di Modena dalla guerra; e le calunnie furono piú spesse e piú vili. Aveva il Vieusseux, morto il Montani, stampato[1320] intorno all'amico poche parole, come il dolor suo comportava; non belle, letterariamente parlando, ma piene di lacrime vere: e alla lettera di lui seguivano alcune considerazioni di Defendente Sacchi. Annunciando codesta lettera, non mancarono i compilatori della Voce della Verità dal fare i loro commenti[1321]; e senza risparmiare neppure il Lambruschini (le cui parole pronunciate dinanzi la tomba del Montani erano dal Vieusseux giudicate “sublimi pei nobili sentimenti di purissima religione„), dicevano: “noi non sappiamo se molto ci dobbiam congratulare con un cattolico, per esser la sua religione dichiarata purissima da un ginevrino„. Servendosi poi di certe comunicazioni tratte da lettera “non iscritta per la stampa„, asserivano che “finiti gli uffici della Chiesa, il convoglio (meno il parroco e i preti, s'intende) si portò in luogo ove era imbandita una lauta mensa che terminò in una festa di ballo per compimento dei funerali„.

A sí goffa calunnia rispose[1322] il Vieusseux una breve e dignitosa risposta, pensata tutta e scritta da lui, ma poi modificata dal Lambruschini[1323]; e la inviò a que' di Modena, pregandoli in jnome della giustizia e della lealtà, che volessero inserirla nel loro giornale. La inserirono[1324] essi, non senza però dire innanzi, che troppo strano sembrava loro che nessuno de' molti amici si fosse presa la pena di avvisarli della falsità detta: e scusando persin l'autore della lettera ch'essi avevano riportata, malignamente scrivevano avere quegli forse confusa “la verisimiglianza colla realtà„. E quasi ciò non bastasse, alla risposta del Vieusseux aggiunsero “qualche noterella„: ma cosí goffamente malvagie, che lo stesso Monaldo Leopardi, al quale il Vieusseux aveva inviata una copia della sua protesta, pensando[1325] che il Vieusseux lo credesse partecipe di quelli articoli, attestava, pur confessando la sua molta stima per la Voce della Verità, ch'egli non era tra' redattori del foglio di Modena, e che non aveva parte nessuna in tutto ciò di cui il Vieusseux si doleva. Né paghi ancora, pubblicavano un'altra “graziosa lettera„[1326] scritta, com'essi dicevano, da Firenze; ove si parlava della “scandalosa adunanza„, dicendo che il Governo aveva proibito portare “torcie ed altre cose emblematiche (e chi sa poi che cose!)„.

***

Eppure, non ostante il rifiuto di pubblicare l'Indicatore bibliografico, non ostante le atroci calunnie di quei di Modena, ancora non si stancava il Vieusseux di tentare altre vie con che giovasse alla patria. “Se c'è un santo al mondo — gli scriveva[1327] il Giordani — se c'è un santo al mondo siete voi: almeno io vi adoro per tale; ché sovrumana è la vostra pazienza a non stancarvi di fare il bene in mezzo a tante vessazioni„. Vedendo infatti che la parola giornale impauriva di per sé stessa il Governo, e che gli si negava fino la stampa di un catalogo sistematico delle opere italiane e de' loro prezzi, pensò allora il Vieusseux compilare una raccolta di Opuscoli scientifici e letterarî, ridando cosí la vita alla collezione[1328] nel 1807 intrapresa da Francesco Daddi: e presentava al Bernardini il manifesto[1329], nel quale affermava non essere suo pensiero compilare un giornale né cosa che a giornale simigliasse, ma riunire in un volume discorsi e dissertazioni, trattatelli e memorie, lettere e dialoghi, scene e novelle. “Per tal modo — seguitava — alternando un discorso d'economia pubblica ad un poemetto; la traduzione d'una memoria storica ad una scena storica; un frammento di opera inedita alla lettera inedita di celebre antico; un prezioso documento ad una novella piacevole; una memoria di tecnologia, di storia naturale, di chimica, di fisica..., ad uno scherzo di fantasia; noi speriamo poter conciliare il divertimento al profitto, l'interesse del lettore a quel degli autori, interessi non facilmente e non di frequente conciliabili„.

Non negò il Corsini al Vieusseux il permesso richiesto, perché il divieto poteva, al dire[1330] del Padre Mauro, apparire fondato “sopra motivi personali„: ma perché la nuova collezione poteva altresí (sempre secondo il parere del Padre Mauro) poteva “servire di veicolo per dare alla luce molte materie della natura stessa di quelle solite inserirsi nella cessata Antologia„; il Corsini intimava al Vieusseux presentare tutti gli opuscoli che pensava inserire nel primo volume, a ciò che si potesse avere una chiara idea del piano e dello spirito della sua collezione, innanzi di approvare il Manifesto presentato.

Credendo il Vieusseux che tutti gli ostacoli fossero suscitati dal Padre Mauro (non imaginava egli che ministro e censore mirabilmente consentissero), si rivolse[1331] al Corsini, con la speranza di ottenere da lui ciò che dal censore non aveva potuto. Ma invano rammentò “il letterario decoro della Toscana„, e “i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato„, e le spese grandi ch'egli dovrebbe affrontare pubblicando il primo volume senz'averlo annunciato avanti co 'l manifesto, e senza avere certezza che troverebbe cooperatori; invano fece considerare non poter egli alle sue abitudini “senza dolore e senza danno rinunciare, dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro„. Il Corsini rimase fermo nelle prese deliberazioni, tra le quali era questa,[1332] notevolissima, con che si interdiva comprendere nella divisata raccolta, le corrispondenze, che troppo avrebbero fatto assomigliare il nuovo lavoro alla cessata Antologia, e potevano farlo considerare come una continuazione di questa. E cosí non venne neppur consentito che il semplice manifesto comparisse alla luce.

Dopo tanti e sí varî tentativi infelicemente riusciti, per la prima volta il Vieusseux veramente scoraggiato rivolse il 5 luglio 1833 una circolare a' varî corrispondenti[1333], nella quale rammentando i propositi suoi contrastati e le speranze deluse, mostravasi rassegnato ad aspettare “tempi migliori„, e si affidava che il pubblico non lo accuserebbe né di pigrizia né di indifferenza per le cose patrie, vedendolo limitare le sue premure al migliore andamento del Gabinetto e del Giornale agrario.

Egli però poteva bensí mostrarsi rassegnato ad aspettare tempi migliori; poteva bensí affermare che limiterebbe le sue premure al solo Giornale agrario e al suo Gabinetto: ma s'ingannava davvero. Gian Pietro Vieusseux non era capace di limitarsi a questo soltanto.

Non potendo egli avere un giornale proprio, sempre però continuava con tutti que' mezzi che naturalmente e abbondantemente gli fornivano il Gabinetto e le relazioni sue molte, ad essere utile alle lettere italiane co 'l favorire la diffusione degli altri buoni giornali, co 'l facilitare lo scambio di quelli del mezzogiorno con quelli dell'alta Italia, e con l'eccitare i molti scrittori a lui noti, a fare per le altre provincie della penisola quanto insieme con lui avevano fatto per la Toscana. Gli avevano tolta l'Antologia, gli avevano tutto negato; ma solo una cosa non gli potevano togliere: i saldi convincimenti e il fermo volere.

Il progresso delle scienze lettere ed arti, fondato[1334] nel '32 dal Ricciardi co 'l proposito[1335] (non nuovo per vero a chi abbia seguito la storia che dell'Antologia sono venuto facendo) di “esporre all'Italia i tesori d'ogni maniera che in questa e quella parte racchiudeva„, e di far sí che l'Italia “conoscesse alcunché di quel tanto a cui si poneva mano oltremonti e oltremare„; il Progresso traeva stentata la vita. Modesto confessava[1336] il Ricciardi mancare a lui l'esperienza del Vieusseux, e i molti collaboratori, e le vaste corrispondenze, e la censura tollerabile, e la posizione centrale di Firenze: e il fatto si è che il suo giornale a molti spiaceva, benché fosse opera, se non da reggere il confronto con l'Antologia, certo non disprezzabile. Il Tommaséo giudicava[1337] che in esso valevano le sole notizie statistiche; ma in quanto al resto, diceva: “stile o barbaro, o arcadico, peggio che barbaro; idee nessuna, calore nessuno, grazia nessuna„. E anche quando, carcerato il Ricciardi, successe nella direzione il Bianchini, al Guerrazzi quel giornale pareva[1338] composto di articoli alcuni pesanti, altri leggerissimi, senza autorità di materia, scritti con stile ostrogoto: pareva insomma “un progresso da funaioli„, ciò che indicava un tornare indietro.

Ma il Vieusseux, che sapeva quanto il far bene costi, e stimava quel giornale, non ristava dal cercare per esso collaboratori, e dal raccomandarlo in Italia e fuori. “Bisogna far tutto il possibile — scriveva[1339] al Tommaséo — perché il Progresso acquisti riputazione; bisogna che voi, Libri, Mamiani e Orioli mandiate materiali...„. Il che prova, tra le altre cose, come il Vieusseux, non potendo per sé, senza invidia si adoprasse per gli altri. Egli stimava un dovere giovare alla patria; solo questo cercava e voleva. Che importava a lui dunque, se altri giovasse meglio e di piú? Non potendo far altro, era lieto di aiutare perché altri facesse.

Oltre questa ragione principale, lo induceva a farsi aiutatore e divulgatore del Progresso, il vedere la guerra che que' di Modena gli avevano già mosso contro. Caduta l'Antologia, la Voce della Verità aveva preso di mira il giornale napolitano. Avendo infatti il Constitutionel asserito[1340] che, pubblicandosi in Napoli un giornale letterario, il Progresso, “compilato con molto ingegno da giovani scrittori liberali„, il Governo non aveva fatto uso di alcun mezzo violento per combatterlo, sebbene dal primo momento ne avesse compresa la tendenza; la Voce della Verità, co 'l sistema felicemente adottato per l'Antologia, commentava[1341]: “l'ufficio non è cattivo, e il Governo se ne terrà per ben avvertito„. Al quale proposito, Giuseppe Ricciardi assicurava[1342] al Vieusseux, “essersi riportate al Governo queste parole: “l'Opera periodica intitolata Il Progresso, altro non è che una succursale della Giovine Italia„„.

Il Vieusseux però, ben lungi dal limitare la sua attività al Giornale Agrario e al suo Gabinetto, veniva meno a' propositi espressi pubblicamente, non solo divulgando il Progresso e facendosi, com'egli diceva[1343], “intermediario tra Napoli e il nord della penisola„, ma in ben altro modo. Passati i brevi scoramenti del luglio, sentí rinascere in cuore le care speranze, e nel dicembre del '33 scriveva[1344] infatti al Sismondi, fiducioso che il Governo toscano verrebbe a sentimenti piú moderati verso di lui, e gli concederebbe ricominciare l'Antologia. E vagheggiava un periodico “assai piú importante„, trimestrale, in cui metterebbe a profitto la sua esperienza di tredici anni. Riflettendo meglio però, gli parve piú saggio consiglio compilare per il momento una Rassegna trimestrale, con gli articoli migliori attinti agli altri giornali; e nell'aprile del '34 presentò[1345] il progetto al padre Mauro Bernardini, che ne fece un rapporto favorevole. Il dí 8 di maggio, il Corsini, chiamato a Palazzo Vecchio il Vieusseux, gli disse parergli il progetto “buono in sé, ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale„. Ben lieto il Vieusseux replicò, che se il Governo volesse permettergli ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per lui, piú utile per la Toscana e nel tempo stesso piú decorosa. E il Corsini, fatta qualche lieve osservazione su 'l titolo di Rassegna, “rifletta — soggiunse — ponderi, veda ciò che si potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare una memoria al Granduca„.

Vero è che in queste parole era una certa diffidenza: ma il Vieusseux non poté non ringraziare il Corsini de' suggerimenti che gli aprivano il cuore a “liete speranze„. Preparò dunque un nuovo Progetto e la Supplica[1346], da consegnarsi entrambi al granduca; e il 22 di maggio li portò egli stesso al Corsini. Nella supplica, dopo avere notato che in tutta la Toscana non esisteva un giornale letterario, se non solo quello di Pisa, diceva: “Circostanze difficili e di amara rimembranza portarono la soppressione dell'Antologia! oso lusingarmi però non mi fecero perdere la stima dell'I. e R. Governo. Si degni V. A. I. e R. obliando l'accaduto, non contemplar che l'avvenire, e lasciarmi l'onore e la consolazione di ricominciare un giornale in Firenze: mi permetta di esercitare una nobile industria acquistata con quindici anni di cure, di fatiche, di sagrificii; industria che procurava e procurerebbe un'altra volta mezzi di sussistenza a piú di 25 persone. Ho la coscienza di poter condurre decorosamente la progettata intrapresa senza tradire l'aspettativa dell'I. e R. Governo, e quella del pubblico. Io non voglio ingannare né V. A., cui dovrei di risorgere a nuova vita, né quel pubblico cui chiedo sussidii ed associati, né ingannar me medesimo cimentandomi in un'intrapresa che non potesse conseguire un esito onorevole e felice...„.

Il progetto a stampa, insieme con la supplica da presentarsi al granduca, era di una Rassegna italiana: diceva in esso, che il piano e l'andamento dell'Antologia potevano bensí migliorarsi, ma che il titolo istesso del giornale, essendo questo in tutto divenuto originale, non sarebbe piú giustificato; che, quasi tutti i giornali in Italia mostrandosi intenti a rivendicare le glorie e ad esporre i bisogni letterarî di sole quelle provincie in cui vedevano la luce, era suo pensiero creare un'opera, la quale, “prescindendo da qualunque affetto e preoccupazione municipale, fosse tanto franca e indipendente da potere, occorrendo, combatterle tutte; un'opera che con vero spirito filosofico sottoponesse a giudiziosa analisi le produzioni veramente importanti... e fosse, quanto piú sarebbe possibile, lo specchio veridico dello stato fisico, economico ed intellettuale dell'Italia...„.

Con “liete speranze„, e co 'l desiderio di ricominciare la sua vita operosa di direttore di giornale e l'opera rigeneratrice interrotta, il Vieusseux si volgeva al granduca: ma anche questa volta i suoi desiderî dovevano rimanere insodisfatti, e le sue speranze deluse. Recatosi[1347] il 10 di giugno dal Corsini per avere notizie del suo progetto, “Io non posso — si sentí dire seccamente da S. E. — io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce„. Fece notare il Vieusseux aver egli “rinunziato al titolo di Antologia„: ma questa volta non errava il ministro, giudicando che “lo spirito del nuovo giornale sarebbe lo stesso„; non errava soggiungendo: “Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia„. Invano il Vieusseux assicurò non aver egli manifestato l'intenzione di trattare politica e di amministrazione: il Corsini bene intendeva che l'ex direttore dell'Antologia avrebbe considerato le scienze e le lettere “principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità de' popoli, sulla loro amministrazione„. E il Vieusseux stesso, non ostante le sue proteste, troppo sinceramente gli confessava il suo pensiero, quando diceva: “rinunciando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad esser coerente con i miei antecedenti, ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato all'universale che ai soli pedanti„. Cosí che il Corsini coglieva proprio nel segno, quando affermava che “la Rassegna non sarebbe altro che l'Antologia perfezionata„. Ora, chiedere licenza di fondare un giornale filosofico, dedicato al progresso, chiedere licenza di restare sempre lo stesso Vieusseux di prima, coerente con i suoi antecedenti; era in verità pretendere un poco troppo dal prudente ministro! Questi poteva un'altra volta cadere in agguati su 'l genere di que' due famosi; potevano (Dio liberi) capitare nuovi rabbuffi... No, no, “simil cosa„ non era neppure da proporsi al granduca.

Vedendo il Vieusseux che nulla avrebbe potuto ottenere dal Corsini, francamente dichiarò che da sé stesso porterebbe a Pitti il suo progetto e la sua supplica; e li portò difatti. Ma a nulla valse anche quest'ultimo tentativo. Il 27 di giugno, il Vieusseux con vero dolore scriveva tra' suoi appunti queste brevi parole: “credo dover smettere qualunque passo su questo riguardo„.

***

Nulla ormai restava al Vieusseux da tentare: tutte le vie gli erano state impedite. Ora l'Amico della Gioventú, la Voce della Ragione e la Voce della Verità, tutta in somma la camarilla modenese, ben poteva a gran voce gridare: Vittoria! Il Governo toscano aveva ridotto all'impotenza il Vieusseux.

Ma non per questo il vincitore Canosa e i seguaci suoi risparmiarono al vinto nuove persecuzioni e tormenti nuovi. Come a compire l'architettura del processo nel '33 fatto da loro all'Antologia e al suo direttore, due anni di poi in certi loro pensieri, che con la usata eleganza chiamavano di circostanza, e via via comparvero su 'l foglio modenese, dopo parlato[1348] di guerra, di sommosse, di governi stabiliti e di religione, come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di sommosse e di guerre, accusavano i proclami di Gian Pietro Vieusseux.

A tale accusa non poteva questi non rispondere: e il giorno stesso in cui gli giunse la Voce della Verità, si recò[1349] dal presidente del Buon Governo per dimandare una giustificazione pubblica o un processo. “Io non posso — gli disse — non posso tacere, dopo essere stato in tal modo accusato; e voi, per parte vostra, voi ministro della Polizia toscana, non potete restare spettatore indifferente dinanzi al Vieusseux accusato di fare proclami. Riconoscete dunque la mia innocenza lasciandomi stampare una protesta, oppure fatemi un processo„. Non esitò il Governo toscano (e di ciò il Vieusseux, probo com'era, gli rendeva giustizia) ad approvare la protesta[1350] che il Vieusseux presentava: e il giorno 5 di marzo del '35, mille e cinquecento copie di essa corsero per l'Italia, e molti giornali, anche non importanti, la riprodussero.[1351]

Chi fosse l'autor de' pensieri, non è difficile imaginare: era il Canosa. E il Vieusseux scriveva infatti[1352] al Capponi: “sento da Napoli, che autor de' pensieri è il Canosa, motivo per cui Napoli non osò lasciar ristampare la mia protesta sul Progresso„. Ma se al Progresso non fu consentito inserire lo scritto del Vieusseux, questi però ebbe il plauso de' buoni, e di non lieve conforto gli fu il sapere[1353] che la stessa censura austriaca aveva licenziato la sua protesta. Se non che, il principe di Canosa, non sazio ancora del suo trionfo, nel ripubblicare pochi dí appresso in opuscolo que' suoi Pensieri, aggiungeva una nota[1354] “in risposta alla protesta pubblicata in data di Firenze 5 marzo dal Sig. G. P. Vieusseux contro l'uso che qui si è fatto della parola Proclami„: nella qual nota, dopo rammentato che il Maroncelli aveva definita l'Antologia sorella del Conciliatore, e il Conciliatore una congiura, affermava che l'Antologia “ha proclamato cogli elogi dell'illegittimità, colle apologie dei repubblicani e i panegirici di Masaniello e di Bonaparte; ha proclamato colle lezioni del gius penale Benthamico, e coi corrucci contro i pretoriani, i volontarj, i satelliti del dispotismo, ecc. ecc.; ha proclamato prestando i suoi tipi al famoso bollettino del 28 marzo 1833; proclama tuttavia, facendosi propagatrice, per l'Italia superiore, del Progresso di Napoli, il di cui fondatore guarda ora il sole a scacchi in Castel Sant'Elmo; proclama coi manifesti d'uffizio centrale per la diffusione delle letture popolari e dei manuali d'educazione...; e cosí, per fino la soppracarta stampata della protesta contro l'uso ingiusto della parola proclami, è un vero e real proclama dell'Antologia, espresso colla lista dei manifesti di opere quasi tutte coordinate alle mire dell'Antologia stessa. Mi accorgo di essere stato troppo mite; invece della parola proclami, dovevo mettere congiure....„.

Oh esempio inaudito di malignità! Il principe di Canosa stimava una congiura la diffusione del Giornale agrario, de' manuali dell'Aporti, degli scritti del Tommaséo su l'educazione e del dizionario geografico del Repetti![1355] E non contento di asserire falsità manifeste pur di nuocere al Vieusseux, accusandolo editore del famoso bollettino del 28 marzo, non contento di accennare con modi da boia al Ricciardi carcerato, falsava fin le parole del Maroncelli; il quale diceva[1356] invece, che il Conciliatore fu dagli Austriaci detto una congiura, e che è verissimo che, in certo senso, ogni onesto sforzo di miglioramento sociale è congiura: congiura de' buoni contro i cattivi.

***

Da Parigi allora fieramente si levò il Tommaséo, e per difendere l'amico perseguitato, e “per amor di giustizia„. E rispose con un opuscolo[1357] nel quale dopo affermato che al foglio di Modena era serbato “superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione, e ad ogni piú venerabile autorità„; dopo affermato che di quel foglio “fu inspiratore degno l'autore dei Pifferi di montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto„; diceva a' compilatori: “voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi.... voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi.... voi siete empi perché rinnegate la carità... e voi, se siete cristiani, fate eccheggiare questa mia parola alla Voce vostra, eccheggiar tutta dal primo all'ultimo accento. Poi rispondete; e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio„.

Stampata questa risposta, co 'l cuore in ansia il Tommaséo scriveva[1358] al Capponi: “Attendo con viva sollecitudine l'esito della risposta alla Voce. Male non può fare, io credo: e se l'avessi pur sospettato, non l'avrei fatta. Vedere quel pover'uomo cosí vilmente provocato e vessato mi fece ira, e mi fa. La Voce né stamperà la risposta né tacerà; ben lo so: ma giova averle dato un buono avvertimento, e uno basta per molti. La lessi prima allo Scalvini e all'Ugoni: approvarono„. E il Capponi rispondeva[1359] dicendogli, che la replica alla Voce gli era “strapiaciuta„, che non poteva certo far male, e che dinotava tanto bel movimento d'animo, da doversene compiacere. Meglio ancora, scriveva[1360] al Vieusseux: “egli ha fatto opera bellissima, di nessun danno per voi, di grande onore per lui, e in sé stessa di gran pregio. Scritta, pensata e misurata, che non si poteva meglio. Bravo e caro uomo!„.

Se la difesa fatta dal Tommaséo piacque al Capponi, imaginate con che cuore il Vieusseux la lesse, e con che gratitudine viva ne ringraziò[1361] il suo “buon amico„. Corse dal Padre Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare con la stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi: e benché dubitasse che la sua domanda venisse accolta, con vero compiacimento però diceva al Tommaséo aver posto in lettura nel Gabinetto una copia dell'opuscolo, e che lo stesso segretario Fabbroni, avutane conoscenza, aveva esclamato: a questo scritto non si risponde.

Non s'ingannava il Vieusseux, credendo che il Governo toscano non assentirebbe alla sua dimanda: il 19 di maggio del '35 il censore Padre Mauro, facendo in una nota[1362] le sue “osservazioni rispettose„ allo scritto del Tommaséo, diceva parergli “foggiato con modi di prestigio e di seduzione„, e quel che è peggio, che mentre con esso si voleva sostenere la rettitudine delle intenzioni del Vieusseux, e mettere in dispregio la gazzetta modenese, indirettamente la difesa del Vieusseux tornava “ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia„. Considerato anche, essere il nome istesso del Tommaséo tale da “inspirare gran diffidenza,„ giudicava lo scritto “periglioso„ e “affatto riprovevole„. Parvero sagge al Governo toscano le osservazioni del Censore, e lo scritto non fu lasciato ristampare.

Come il Vieusseux non s'ingannava, dubitando che gli accorderebbero il permesso richiesto, cosí non s'ingannava neppure il Tommaséo, pensando che la Voce non tacerebbe. I redattori stamparono[1363] infatti, com'egli desiderava, lo scritto suo: ma secondo il costume usato, vi aggiunsero assai note; nelle quali, dopo scagliatisi indegnamente contro le scuole gratuite fondate dall'Aporti e dal Lambruschini, chiamavano il Tommaséo “l'Astolfo dei novelli paladini di Francia„, e si dolevano che anch'egli si fosse “posto in partecipanza di delitti e di rimorsi„. Soscriveva l'articolo Cesare Carlo Galvani: ma non egli certo ne era l'autore. Francesco Longhena, scrivendo[1364] nel '41 al Vieusseux, riporta un brano di lettera, a lui diretta dal Tommaséo, il quale gli diceva: “quelle postille sono sottoscritte da un Galvani; ma taluno mi accertò essere stato il Parenti che le distese: l'appurar questo fatto sarà difficile: il Parenti è putta scodata„. Nel '35 però, convinto il Tommaséo che il Galvani fosse l'autore, scrisse[1365] una fierissima lettera contro di lui al prof. Parenti, perché con la sua autorità mettesse vergogna e al direttore e a' compilatori del foglio modenese. Se non che, il principe di Canosa affermò[1366] che “chi pettinò cosí bene la magistrale parrucca del signor Tommaséo„, non fu il Parenti, che “non si mescolò in quella contesa„, ma “un giovine redattore del foglio, il signor Veratti„, che aveva in quel tempo, soli ventidue anni.

Come che sia questa faccenda, ben piú curiosa è una lettera a stampa, che il 20 maggio del '35 il Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli “senza timore né di veleni né di stili,„ indirizzava[1367] al Tommaséo. “Dunque — incominciava — bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo, villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa ecc. ecc. è un villano, cacciato di Napoli e della Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto? Cosí voi, volgo non dei pensanti ma della canaglia settaria, sentina non del Cristianesimo ma del sansimonianismo, e feccia non del fiele ma delle cloache tutte dell'universo mondo, lo qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal gazzetta dell'Italia Centrale La Voce della Verità„. E di questo tono difendeva la Voce (“unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni„), la Voce ch'egli, Tommaséo, aveva “lacerata e vilipesa... seppure — aggiungeva — le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere„. Difendeva principalmente il Canosa, “l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni,„ il “martire della legittimità e della fedeltà„. E ad ogni periodo incalza, come un ritornello, “Niccolò Tommaséo bestialissimo„ o “piú che bestialissimo„, perch'egli si era dichiarato “protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenza battesimale pretesa, non poté non eccitare per la soppressione le provvide, illuminate determinazioni del Governo toscano, sebbene indulgentissimo„.

Alla lettera del Sanminiatelli, e insieme alle postille della Voce della Verità, rispose con un secondo opuscolo[1368] il Tommaséo; non per sé, ma per difendere la pace di un onest'uomo, a lui caro. E dopo avere notato che con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto suo, non sapessero pur uno de' suoi argomenti ribattere davvero, diceva: “chi loro non garba, paragonano al ladro, al tagliaborse, all'assassino; e gli danno lo stilo, il coltello, il pugnale, il nappo del tossico.... e lo chiamano a partecipanza (nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) a partecipanza lo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'essere vituperato, e parla di pantano, e di sozzura e di mondezzaio, ha nome di Cesare Carlo Galvani. I' lo compiango, non l'odio„.

Si proponeva il Tommaséo, per “carità dell'Italia„, non scendere piú oltre a risposta: ma que' della Voce, tenacemente fedeli al proposito di notare tutti que' fatti, che tanto (dicevano essi) davano impaccio al Tommaséo, finché la penna non avesse loro “logorate le polpastrella delle dita„; replicavano[1369] ancora per dire che, viaggiando il Vieusseux la maremma senese, egli “con una suggestione in tutto simile a quella di cui usò Satanasso...„ esortava una madre di famiglia ad educare i suoi figli secondo le sue “capziose norme„, promettendo a quella madre, per farla cadere nel laccio, “un nome distinto nella istoria, relazioni coi letterati piú cospicui, ed altre scipitezze di simil genere„. E in un altro lunghissimo articolo[1370], ripetuto ancora che gli antologisti con le loro dottrine sovvertivano i popoli, congiuravano perpetuamente contro l'altare e i troni, proclamavano la democrazia e l'insurrezione, minacciavano tutti i Governi in Italia stabiliti; dicevano: “Quanto è curioso il vedere il Tommaséo arrovellarsi in due successivi libelli per iscuotere il peso della schietta e franca parola che lo scotta, lo punge, lo avviluppa da ogni lato..... E voi sapete, Sig. Direttore, quanto abbiamo riso insieme di quei ridicolissimi foglietti, e riso di gran gusto, come al piú comico spettacolo, e quanta festa facciamo di cuore quando la posta ci trasmette di sí squisiti regali, che ce ne piovano spesso, e di ben indiavolati e disperatissimi„.

Che ridessero non so: ma che gli argomenti del Tommaséo non fossero veramente “sofismi„, com'essi dicevano, da far “compassione„, potrebbe assai bene mostrarlo il fatto, che al Canosa parve necessaria una nuova risposta.[1371] Porgendo in essa al bali Sanminiatelli i sensi della sua “piú sincera e devota gratitudine„ per la difesa fattagli, discendeva anch'egli nell'arena per misurarsi con “quell'arrabbiato paladino della rivoluzione„; e vi parlava della “già putrefatta e fetida Antologia„, e del “volgare sofista„ Tommaséo, a cui il Galvani aveva fatta “esalare la vita„, e del quale il bali Sanminiatelli aveva sepolto “il fetido cadavere„. Siamo in un cimitero! Ma in quell'opuscolo, tutto scritto per glorificare sé stesso, non solo accusava e il Vieusseux e l'Antologia e il Tommaséo o Mardocheo (cosí talvolta lo chiama), ma tutto e tutti: il Mazzini, ad esempio, e il Colletta, il quale è chiamato “spia, traditore, giudice ingiusto e sanguinario„; e quasi ciò non bastasse, anche “ladro„. Tanto, in una parola, è velenoso questo scritto, che da Modena l'assessore regale del ministero del Buon Governo, Girolamo Riccini, (in esso scritto particolarmente preso di mira perché aveva bandito il Canosa dagli Stati di Francesco IV) scriveva[1372] alla presidenza del Governo Toscano, che non potendo da per tutto essere noto come “il torbido ed irrequieto principe di Canosa„ avesse stampato contro il Tommaséo, un “libro in gran parte calunnioso e pieno di veleno contro i sovrani legittimi„, mandava quattro copie dell'articolo della Voce della Verità, firmato Imparzialità, che serviva di “confutazione alle imposture recate dal libro anzidetto„; le mandava perché anche in Firenze fosse pienamente conosciuto il “pernicioso autore di quel libello„.[1373]

Non senza un poco di meraviglia il lettore dimanderà a questo punto come mai, pur dopo soppressa l'Antologia, cosí brutale durasse la guerra contro il Vieusseux. Ma la sua meraviglia cadrà del tutto, quando ripensi che la morte del giornale anzi che sciogliere aveva forse viepiú rafforzati quei vincoli che legavano al Vieusseux gli scrittori, e gli scrittori tra loro; quando ripensi che il gabinetto letterario e la casa del Vieusseux erano sempre, rispetto a' desiderî e alle speranze politiche, un centro potentissimo di attrazione da un lato, e di diffusione dall'altro; quando ripensi che il Vieusseux era un editore intelligente e operoso, e che restava sempre, come prima, una vera potenza, un secondo granduca.

Queste sono le cause vere per cui la guerra senza tregua si rinnovava: e ben chiaro i compilatori della Voce lo dissero. Dissero[1374]: “se al cadere dell'Antologia il suo direttore fossesi ritirato in quell'ozio cui sarebbe mestieri forzarlo, noi ci saremmo guardati per sempre di riaprire la tomba del morto giornale per non riprodurne il puzzo; ma finché costui e nel suo Gabinetto scientifico letterario, e in nuove produzioni per opera sua diffuse, prosegue le tenebrose sue mene, noi grideremo, e grideremo senza cessare„.

Senza la sua Antologia, e senza speranza di poter ridare la vita a questa o ad altro nuovo giornale, con ogni mezzo il Vieusseux continuava l'opera rigeneratrice: e le parole iraconde della Voce suonano onorevoli a lui piú che qualunque elogio. Per costringerlo all'ozio, all'ozio ch'egli aborriva, avrebbero volentieri ricorso[1375] “a tutti i mezzi di materiale coercizione„; per lo meno, all'esilio. E infatti il Canosa scriveva, a questo proposito, parole che sono splendida prova e di quel pio desiderio, e insieme dell'efficacia che ebbe il Vieusseux e la sua Antologia; scriveva[1376]: “In Firenze quell'improvviso sfratto di forestieri buoni e cattivi fu un rimedio efficace quanto il mercurio nel mal francese. I Toscani e i Romani devono riguardarsi come altrettanti aggettivi in materia di rivoluzioni. Ora i sostantivi sono i forestieri, quei birbanti che hanno moralmente e politicamente rovinato la nostra Italia, rovinata la gioventú. Cosa erano i Toscani nel 1815, quando io ci passai? Ottimi cattolici, adoratori dell'egualmente ottimo di loro sovrano. Aprirono le locande a canaglia fuoruscita dei diversi paesi, e quei furfanti accomodarono in guisa la povera Toscana, che piú non la conobbi nel 1822 e nel 1830... Approposito come va che, tutti i forestieri cacciati, è rimasto il signor Vieusseux!!! Regolarmente per mantenere l'equilibrio!„.

Il Canosa però non vide cacciato in esilio il Vieusseux: ma il Vieusseux ben potè senza superbia affermare[1377] che la guerra mossagli contro, era agli occhi degl'Italiani ben pensanti “un titolo di gloria„; ben potè con grande compiacimento vedere che la sua Antologia non aveva invano vissuto per dodici anni.

Tanta efficacia ebbe questa, e tanti ricordi di speranze e di propositi fermi e di carità patria compendiava il suo nome istesso, che volendosi in Abruzzo fondare un giornale co 'l titolo di Antologia abruzzese, il ministro della Polizia di Napoli vietò che gli si desse quel nome, e volle che si chiamasse Filologia Abruzzese[1378]. E dieci anni dopo soppressa l'Antologia, mentre la Voce della Verità aveva da poco miseramente finito i suoi giorni, un editore francese proponeva[1379] la traduzione del giornale fiorentino: della qual cosa il Vieusseux molto si compiaceva, scrivendo[1380] che un monumento elevato in Francia al giornale che era stato la grande impresa della sua vita, sarebbe una cosa ben onorevole a lui, e ben consolante per l'Italia. Ma non ristava egli, probo com'era, dal dire che non poteva mai consigliarne la traduzione completa, e che bisognava fare una scelta “ben severa„ degli articoli da stampare.

L'impresa non andò innanzi, è pur vero: ma il solo averla proposta non è senza grande significato.

Nel 1846, quando i cuori degl'Italiani cominciarono a palpitare piú forte, tentò il Vieusseux con le risorte speranze della patria far risorgere la sua Antologia: ma perché appunto in quell'anno il Pomba e il Predari, rendendo onore al giornale fiorentino, avevano creato in Torino l'Antologia italiana, il Vieusseux ripensò al titolo di Fenice; e con gli stessi sentimenti generosi di un tempo, chiedeva[1381] al Gioberti pe 'l nuovo giornale uno scritto a fine di far cessare con la sua voce autorevole tante “assurde persecuzioni„ contro gli ebrei. Con tanto amore si era accinto all'impresa, che non volle neppur assentire alle preghiere del Capponi, del Ridolfi e del Digny, e poi del Ricasoli, del Salvagnoli e del Lambruschini, che meditavano due giornali diversi. E persuase a' primi a offrire i loro scritti alla Patria; e si scusò[1382] co' secondi di non potere, quanto avrebbe voluto, aiutarli, dicendo che la “Fenice, come terreno neutro, in mezzo alle gare che potessero nascere tra le varie intraprese di fogli volanti, doveva cercare, bene inteso quanto comportassero i suoi principî, di attirare a sé i migliori fra gli scrittori dei detti giornali„.

Viepiú incoraggiato dalla legge granducale su la stampa, il 12 giugno del 1847 divulgò il Manifesto,[1383] nel quale tra l'altre cose ripeteva lo stesso pensiero costantemente espresso nell'Antologia: “la Fenice sarà un giornale italiano per ogni rispetto, cioè tale da comprendere, per quanto sarà possibile, gl'interessi di tutta la penisola„. Ma chiesta e avuta licenza[1384] dal consigliere Giuseppe Pauer, e già ottenuto buon numero di soscrittori e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, nuove e non prevedute difficoltà fecero fallire anche questa volta l'impresa. Appena nel regno Lombardo-Veneto fu conosciuto il manifesto del Vieusseux, bandirono contro la Fenice non nata ancora, decreto di proibizione: ciò che indicava sicura proibizione anche in Napoli, in Modena e in Parma. D'altra parte, l'importanza a cui salí la stampa politica e giornaliera, e l'essere da questa quasi interamente assorbita tutta la vita della nazione, fecero certo il Vieusseux, che il suo giornale, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non avrebbe potuto sostenersi se non con gravissimi sacrifici. Per la qual cosa, il 20 gennaio del 1848 il Vieusseux mandò a' suoi amici una circolare[1385] con la quale, esprimendo il suo dolore vivissimo di rinunciare a tradurre in atto il suo disegno, diceva attendere “tempi piú propizî a imprese siffatte„.

Eppure, dopo tanta acerbità di dolori, dopo tanta amarezza di delusioni, il Vieusseux non rinunciava ancora alla speranza di ridare, quando che fosse, la vita al suo antico giornale: e anche in quella circolare, pur confessando che con vivissimo dispiacere doveva rinunciare a mandare ad effetto il suo disegno, diceva: “debbo rinunciare (almeno per ora)...„. Era però destino che il Vieusseux non potesse piú mai tradurre in atto la sua speranza!

Ma quando nel 1866, nella nuova capitale dell'Italia rinnovellata, si pensò a diffondere nuove cognizioni e principî, de' quali tutte le menti in vario grado partecipassero, scelse il Protonotari come lieto auspicio al suo giornale il titolo di Nuova Antologia; sentendo[1386] egli “l'obbligo di rannodare le tradizioni illustri ed intemerate dell'Antologia, e ravvivare altresí con tal nome gli onori e la gratitudine sempre dovuta alla memoria carissima de' suoi fondatori„.

Tale è la storia, e insieme la fortuna, del giornale fiorentino. Io quando penso che della vita di Gian Pietro Vieusseux buona parte è la vita dell'Antologia, e che la vita dell'Antologia è gran parte della vita intellettuale non solo toscana ma italiana in que' dodici anni; quando penso le laboriose non interrotte battaglie che il Vieusseux ebbe da sostenere, e le continue sue aspirazioni al bene; e considero il molto che in tanta avversità di tempi volle e seppe fare co 'l suo giornale per questa terra da lui con elezione pensata scelta per patria; non so trovare elogio migliore di questo, che gli faceva[1387] Pietro Giordani: “oh buon Vieusseux, quanta gratitudine meritate da tutta Italia!„

Notes in this chapter

Note 1 · Vedi C. Cantù, Della indipendenza italiana. Cronistoria. — Torino 1873, vol. II, Appendice al capo XXXI, pag. 358. Lettera del Torresani al Note 2 · Rapporto straordinario inedito del Vicario Regio di Pescia, del 29 luglio 1833. Archivio segreto del Buon Governo, 1833, Negozi, filza 28, nNote 3 · Lettera del 24 marzo 1834 dell'ispettore di Polizia di Firenze. Pubblicata dal Del Cerro, in Misteri di Polizia, 1890. — Firenze, Salani, 18Note 4 · Vedi lettera al Sismondi del 15 luglio 1833 in A. Frènes, op. cit., pag. 56. Non so se questo fosse un finto nome, o se il Vieusseux facesseNote 5 · Vedi la fine dell'Appendice XII, n. 2.Note 6 · Lettera inedita a Mr. l'avocat Armand — Florence, le 22 octobre 1843. (Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze). Avrò occasione di riportaNote 7 · Lettera al Sismondi, del 15 luglio 1833, in A. Frenes, op. cit., pag. 55 (tradotta dal francese).Note 8 · Lettera a Cesare Balbo, 5 maggio 1845. F. Orlando, Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, serie 1ª, III, pag. 31.Note 9 · Lettera inedita, Parigi 25 aprile 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 10 · Lettera citata, a Cesare Balbo, del 5 maggio 1845.Note 11 · Lettera inedita del 22 aprile 1833. Carteggio Vieusseux., “Nazionale„, Firenze.Note 12 · Lettera inedita del 9 aprile 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 13 · Lettera inedita del Pomba al Vieusseux, Torino, 4 maggio 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. E da questa lettera tolgo il branoNote 14 · Conservasi tra le carte del Vieusseux.Note 15 · Lettera inedita dell'11 maggio 1833. Lettere della Segreteria di Stato dal 1 gennaio 1882 al 31 dicembre 1834, Censura, n. 1061.Note 16 · Lettera al Vieusseux, del 16 maggio 1833. Epistolario cit., del Capponi, vol. I, pag. 352. Per comprendere l'allusione del Capponi, bisogna Note 17 · Lettera inedita, senza data, ma certo è di questo tempo. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 18 · Lettera inedita a Defendente Sacchi, del 16 maggio 1833. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 19 · Lettera inedita a G. Capponi, del 12 maggio 1833. — Questa lettera, trascritta dal Carraresi, trovasi nel vol. II interfogliato dell'EpistolNote 20 · Voce della Verità, 13 luglio 1833, n. 303, pag. 21.Note 21 · Negli Annali universali di statistica, 1833, febbraio, pag. 83, e nel Poligrafo di Verona tomo XIII, febbraio, 1833, pag. 354. — Nell'IndicaNote 22 · Voce della Verità, 2 maggio 1833, n. 272.Note 23 · Lettera dell'8 maggio 1833. Trovasi tra le carte del Vieusseux.Note 24 · Ciò risulta dalle carte del Vieusseux.Note 25 · Voce della Verità, 11 maggio 1833, n. 276.Note 26 · Lettera al Vieusseux, Recanati, 14 maggio 1833, pubblicata da Alessandro Avòli, Autobiografia di Monaldo Leopardi, — Roma, Befani, 1883, pagNote 27 · Voce della Verità, 18 maggio 1833, n. 279, pag. 3.Note 28 · Lettera da Parma, 30 marzo 1833. F. Orlando in Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1902, serie 1ª, IV, pag. 77.Note 29 · Collezione di opuscoli scientifici e letterarî ed estratti di opere interessanti per Francesco Daddi. — Firenze, 1807.Note 30 · Trovasi tra le carte del Vieusseux.Note 31 · Vedi la lettera inedita del Corsini al Bernardini; 15 giugno 1833, (Lettere della Segreteria di Stato dal 1º gennaio 1832 al dicembre 1834, Note 32 · Lettera inedita del 28 giugno 1833. Tra le carte del Vieusseux. Vedi Appendice XIV, n. 2.Note 33 · Vedi la lettera cit. del Corsini al Bernardini, 15 giugno 1833, Appendice XIV, n. 1.Note 34 · Trovasi tra le carte del Vieusseux. Vedi Appendice XV.Note 35 · Su la fondazione del Progresso, vedi Memorie autografe di un ribelle, di G. Ricciardi. — Milano, N. Battezzati, 1873, pag. 147.Note 36 · Il Progresso, proemio, 1832, vol. I, pag. 3.Note 37 · Lettera al Capponi, del 1º aprile 1834, Epistolario cit. del Capponi, vol. VI, pag. 84.Note 38 · Lettera inedita a G. Capponi, dell'11 agosto 1834. Tra quelle alla cui pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo co 'l mio aiuto modesto.Note 39 · Lettera al Vieusseux, Livorno, 1º febbraio 1836. Pubblicata da F. Martini in Lettere di F. D. G. — Torino, Roux, 1891, vol. I, pag. 43.Note 40 · Lettera inedita del 17 gennaio 1834. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. È insieme con una lettera del Tommaséo, dell'8 gennaio 1833.Note 41 · 1833, n. 9, novembre, nella Corrispondenza particolare.Note 42 · Voce della Verità, 1833, n. 359, 21 novembre.Note 43 · Lettera inedita del 29 gennaio 1834, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 44 · Lettera al Sismondi del 7 dicembre 1833 in A. Frénes, op. cit., pag. 60.Note 45 · Lettera cit., pag. cit.Note 46 · Vedi Appendice XVI, n. 1. Trovasi tra le carte del Vieusseux; e di qui tolgo ciò che, senza speciale citazione, dirò in séguito.Note 47 · Trovansi, inediti entrambi, tra le carte del Vieusseux. La supplica ha la data del 20 maggio 1834.Note 48 · Vedi Appendice XVI, n. 2. Questo scritto inedito del Vieusseux trovasi tra le sue carte.Note 49 · Voce della Verità, n. 552, 14 febbraio 1835.Note 50 · Per questo, e per ciò che subito dopo vengo dicendo, vedi la lettera al Sismondi, del 12 marzo 1835, in A. Frénes, op. cit., pag. 60. — TradNote 51 · Questa fu non intera pubblicata da L. Grottanelli in I moti politici in Toscana. — Prato, Vestri, 1902, pag. 157. Fedelmente la riproduco neNote 52 · La riprodusse, ad esempio, anche Lo Spettatore Zancleo di Messina, anno III, n. 19, pag. 151.Note 53 · Lettera inedita senza data, tra le carte del Vieusseux.Note 54 · Da questa lettera inedita del signor Jager. Verona 29 marzo 1835 “.... Siccome la Voce della Verità è dal nostro governo proibita, e lo era Note 55 · Pensieri di circostanza, ossia risposta ad uno de' piú volgari errori dei liberalismo. Modena, dalla tipografia Camerale, febbraio-marzo 183Note 56 · Erano queste le opere stampate nella soppracarta e ne' fogli usati dal Vieusseux.Note 57 · Opere complete di S. Pellico. — Napoli, Francesco Rossi, 1848, pag. 482. Nelle Addizioni del Maroncelli.Note 58 · È di otto pagine brevi, pubblicate in Parigi co' tipi di Pihan Delaforest. (Morinval) aprile 1835. Alcuni lo ricordano, ma non l'hanno mai vNote 59 · Lettera inedita, Parigi, 15 maggio 1835, tra le lettere alla cui pubblicazione attende il prof. I. Del Lungo, co 'l mio aiuto modesto.Note 60 · Lettera inedita del luglio 1835, tra le lettere che ho pur ora citate.Note 61 · Epistolario cit. del Capponi, vol. I, pag. 394.Note 62 · Lettera inedita del 13 maggio 1835, Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze. Vedi appendice XIX.Note 63 · Nota inedita del 19 maggio 1835. Archivio segreto del Buon Governo, 1885, Negozi, filza 13, n. 75. Vedi appendice XX.Note 64 · Voce della Verità, 1835, n. 591, 16 maggio.Note 65 · Lettera inedita del 6 gennaio 1841. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 66 · Lettera inedita al Vieusseux, del 4 giugno 1835. In essa il Tommaséo ricopia al Vieusseux la lettera scritta al Parenti. La riporto nell'AppNote 67 · La gazzetta la Voce della Verità condannata a morte ignominiosa senza appello con sentenza profferita a Parigi nell'aprile del '35 da Ser CONote 68 · Trovasi nell'Archivio segreto del Buon Governo, 1835, Negozi, filza 18, n. 75. Ed è cosí rara, che come documento de' tempi la riproduce nelNote 69 · Ha lo stesso titolo del primo: La Voce della Verità, II, dai tipi di Pihan Delaforest (Morinval) 29 maggio 1835, Parigi. Trovasi nell'ArchivNote 70 · Voce della Verità, n. 610, 30 giugno 1835.Note 71 · Voce della Verità, n. 613, 7 luglio 1835.Note 72 · La risposta è quell'opuscolo, al quale poc'anzi per lo svolgimento della materia in anticipazione ho dovuto accennare, che s'intitola La vocNote 73 · Lettera inedita del 19 settembre 1835, Modena, Archivio segreto del Buon Governo. — Firenze 1835, filza 13, affare 75.Note 74 · L'articolo della Voce è nel n. 644, 17 settembre 1835: non si è saputo finora chi ne fosse l'autore; il Poggi dice in una noticina (Storia dNote 75 · Voce della Verità, 16 maggio 1835, n. 591, nota 23.Note 76 · Pensieri di circostanza ecc. — Modena, tip. Camerale, febbraio-marzo 1835, pag. 29. — Senza dubbio al Vieusseux si allude in questa pagina, Note 77 · Lettera inedita a Giovanni Cesari, Pesaro, 5 settembre 1835. Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze.Note 78 · Lettera al Sismondi, del 20 aprile 1835, pubblicata da A. Frènes, in op. cit., pag. 61.Note 79 · Tolgo questa notizia da una lettera inedita di Gregorio De Filippis Delfico al Vieusseux, Teramo, 12 agosto 1836, Carteggio Vieusseux, “NaziNote 80 · Lettera inedita dell'avv. Eugenio Armand al Vieusseux [Livorno] 18 ottobre 1843. (Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze). Cosí gli scrivNote 81 · Lettera inedita all'avv. Eugenio Armand à Livourne: Florence le 22 octobre 1843 (Carteggio Vieusseux, “Nazionale„, Firenze). Cosí gli risponNote 82 · Lettera del 20 giugno 1846. Pubblicata da F. Orlando in Carteggi italiani inediti o rari. — Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, III, pag. 67.Note 83 · Insieme con una lettera inedita del 25 maggio [1847] il Vieusseux mandava al barone Bettino Ricasoli una memoria, da cui ho tolto, accomodanNote 84 · Conservasi tra le carte del Vieusseux.Note 85 · Si conservano le lettere, che a ciò si riferiscono, tra le carte del Vieusseux.Note 86 · Trovasi tra le carte del Vieusseux. In parte la riproduco in appendice (n. XXIV).Note 87 · Nuova Antologia, 1866, vol. I, pag. V. E poco dopo Marco Tabarrini affermava in essa (vol. I, pag. 209) che “la vecchia Antologia può dare aNote 88 · Lettera da Parma, del 26 luglio 1831. Pubblicata da F. Orlando in Carteggi italiani inediti o rari. Firenze, Bocca, 1896, serie 1ª, III, pag
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